Machiavelli europeo: presentazione

1. Il paradosso di Machiavelli: fiorentino, italiano, straniero, europeo

I quattro libri maggiori di Niccolò Machiavelli illustrano il lavoro di un protagonista della politica iscritto in uno spazio e un tempo ben perimetrati: la Firenze repubblicana, oggetto di riferimenti o allusioni già nel Principe e nei Discorsi, per poi diventare, inevitabilmente, il centro esplicito della riflessione nelle Istorie fiorentine. Il dato non è puramente tematico: Machiavelli è fiorentino non solo perché parla da Firenze o di Firenze, ma anche perché parla, quasi costantemente, a Firenze. Prima di diventare classici – della letteratura, del pensiero – i suoi capolavori nascono, cioè, come testi iscritti dentro una congiuntura specifica, alla quale vogliono dare senso e nella quale vogliono intervenire. L’accorta selezione dei destinatari,1 la circolazione essenzialmente manoscritta delle sue opere (con la vistosa eccezione dell’Arte della guerra), il disinteresse quasi esibito nel porre “l’ultima mano” ai testi per affidarli ai posteri, testimoniano di una concezione molto precisa dei tempi e degli scopi della scrittura: che per Machiavelli è utile in quanto tentativo di afferrare il presente, non in quanto strumento per la definizione di un sistema teorico coerente, da inserire nel canone della filosofia occidentale.

Ciò non significa che i testi machiavelliani non siano anche implicati in una storia politica di lunghissima durata, ma altrettanto determinata: quella che si misura con gli Antichi, e soprattutto con gli storici romani, interlocutori prediletti dei Discorsi e dell’Arte della guerra; ma ben presenti sullo scrittoio dell’autore già negli anni della cancelleria tra il 1498 e il 1512 (si pensi solo a un testo decisivo per la definizione del metodo di lettura della storia di Machiavelli quale è il Modo di trattare i popoli della Valdichiana ribellati: dove l’analisi delle vicende che seguono la ribellione di Arezzo è aperta da una traduzione «quasi ad verbum» del discorso di Furio Camillo alla fine della Guerra Latina).

Tuttavia, e non senza qualche paradosso, Machiavelli sfugge costantemente a qualsiasi limite spaziale e cronologico e non rimane, in quanto “autore”, ancorato alla realtà italiana, ma diventa in non molti decenni un riferimento continentale, la cui fiorentinità può diventare al limite il pretesto per le polemiche e le stigmatizzazioni degli “anti-machiavellici”.

La possibilità che gli scritti di un segretario di Firenze si insedino al cuore dell’Europa di Antico Regime si spiega con due motivi, uno interno al pensiero machiavelliano e l’altro tutto esterno ad esso.

L’elemento interno ha a che fare con una delle scelte di metodo fondamentali di Machiavelli – non priva, d’altronde, di un certo suo debito nei confronti dell’umanesimo italiano – e cioè l’intreccio sistematico di spazi e tempi diversi che abita la sua riflessione. In poche parole, in Machiavelli il riferimento a Firenze è cruciale, ma non basta mai da solo a capire che cosa stia succedendo nel «mondo guasto»: servono i confronti con Roma, Atene e Sparta; ma anche con il regno di Francia, con Venezia, o con il Turco, protagonisti delle guerre contemporanee. Solo ricordando questa necessità si capisce la dinamica insita nella duplice fonte del sapere machiavelliano così come viene presentata nella lettera dedicatoria del Principe, ossia «la lunga esperienza delle cose moderne» articolata con «la continua lezione delle antiche». Seppure abbia trascorso quindici anni – «né dormiti, né giuocati» – a scrivere per la cancelleria fiorentina, Machiavelli non si è mai rinchiuso in essa per dovere d’ufficio o per convinzione. Anche per questo Machiavelli può naturalmente servire altrove.

L’elemento esterno è al cuore della presente iniziativa editoriale e scientifica e concerne le forme di diffusione, lettura ed uso delle opere maggiori di Machiavelli tra Cinque e Settecento. L’assunto di base del nostro progetto è che la storia delle opere di Machiavelli passi attraverso il confronto con le loro traduzioni nelle maggiori lingue vernacolari del continente nonché in neo-latino, una lingua «moderna» cruciale per il mercato editoriale dell’Europa centrale e orientale.

I libri non vivono in una sola lingua e le loro parole continuano a vivere nel trasmettersi a lingue diverse dall’originale: per questa ragione non basta lo studio quantitativo della diffusione di un testo come grandezza statica, propria della storia del libro; ma va studiata la vita del pensiero machiavelliano attraverso la mutazione del suo linguaggio secondo una dinamica semantica.

La translatio presuppone, del resto, che questo pensiero possa non solo essere sottratto allo spazio-tempo in cui era nato, ma persino alla lingua che inizialmente lo esprimeva, con conseguenze non indifferenti (e non solo linguistiche). Pertanto, si impone la necessità di una storia semantica diversa dalla tradizionale storia delle idee, in grado di prendere in conto le dinamiche delle operazioni di traduzione dipendenti dal fondamentale plurilinguismo europeo: il che vuol dire considerare non solo il nascere e il diffondersi dei ‘concetti’, ma le strategie della loro restituzione formale, le parole in varie lingue che li dicono (senza le quali, semplicemente non esisterebbero; e dalle quali i detti concetti sono, contemporaneamente, tràditi e tradìti).

La traduzione può essere una delle leve di una tale storia semantica della politica: perché il continente europeo si struttura progressivamente non soltanto secondo un sistema degli stati proto-westfaliano, ma anche secondo un sistema delle lingue che s’intrecciano, si articolano, si parlano e sono presenti insieme in uno spazio continentale plurilingue.2 In tale logica, ‘tradurre’ non è più ‘volgarizzare’, bensì, in parte ‘reinventare’ il testo.

2. Spazi e confini del tradurre

Parlare delle traduzioni di Machiavelli nell’Europa di Antico Regime non significa quindi proporre un contributo alla storia del libro e delle scritture – secondo una benemerita tradizione di studi illustrata in Francia da Henri-Jean Martin e Roger Chartier3 o in Italia da Armando Petrucci.4 Non significa nemmeno collocarsi in una storia della cultura politica europea di lunga durata – secondo l’esempio del lavoro sintetico di riferimento di Giuliano Procacci.5

I dati inerenti alla fortuna a stampa di Machiavelli – esaustivamente fotografati dall’importantissima bibliografia in quattro volumi di Piero Innocenti e Marielisa Rossi –6 vanno infatti resi parlanti a partire da considerazioni qualitative sopra i testi tradotti, integrando la storia delle lingue moderne e la storia del pensiero politico europeo.

Insomma, parlare di Machiavelli europeo vuole dire parlare della vita e dei percorsi delle parole di Machiavelli; dei viaggi continentali dei suoi enunciati, che possono comparire nei contesti linguistici più diversi, sebbene siano stati pensati, concepiti e scritti in un idioma singolare: il fiorentino di primo Cinquecento. Si tratta di pensare cosa sia la vita delle parole, con le loro metamorfosi e i loro usi possibili: a partire non solo delle aree linguistiche volta per volta coinvolte; ma anche dalla «qualità dei tempi» in cui le singole traduzioni nascono. Le circostanze concrete in cui agiscono i traduttori, infatti, lasciano tracce visibili non solo al livello, decisivo, dei paratesti – con le committenze, i dedicatari, i luoghi di edizione veri (o, non infrequentemente, falsi) chiamati in causa; fino ai corredi esegetici che introducono o glossano i testi machiavelliani – ma anche a livello delle singole scelte linguistiche, con i modi diversi in cui vengono resi singole parole, sintagmi, frasi (e con la coda di omissioni, interpolazioni, parafrasi e riscritture che ciò può comportare). I testi delle opere sono sempre gli stessi ma ogni volta diversi: ed è questa articolazione tra la riproduzione, la trasmissione e la mutazione che conferisce alle parole il loro peso.

Per dare ordine alla materia conviene tornare sugli effetti del lavoro di traduzione, a partire almeno da tre momenti decisivi ineludibili che saranno via via discussi nelle introduzioni ai vari volumi: la diffusione; l’appropriazione culturale; la translatio come metamorfosi e mutazione. Nessuna delle tre questioni va trascurata quando si ammette che tradurre non significa solo trasferire da una lingua A ad una lingua B un contenuto immutato, bensì favorire un viaggio che produce una mutazione dei testi e che può, pertanto, rimettere in discussione le logiche dell’autorialità.

L’Arte della guerra tradotta in spagnolo cambia i nomi dei protagonisti per mettere in scena il Gran Capitano Gonzalo de Cordoba al posto del condottiero italiano Fabrizio Colonna.7 Tradotto in latino da Tegli, il Principe diventa uno degli strumenti dei dibattiti interni al mondo delle Riforme protestanti, tra Ginevra e Basilea, nonché una leva di intervento politico nello scontro politico-religioso in atto nelle terre imperiali della Germania. Tradotto in francese, Machiavelli diventa francese, anzi acquisisce, con termine proprio del linguaggio giuridico, le sue «lettere di naturalità».8 Basti ricordare il Sonetto al lettore che apre l’edizione dei Discorsi tradotti da Gohory, in cui si proclama, a proposito di Machiavelli, che «favellar Francese non gli spiace / tra Francesi, percioché, ove fu nato / non tanto, com’in Francia, aggrada e piace»; aggiungendo poi che è necessario tributare al traduttore una stima analoga a quella che spetta all’autore, poiché «n’ha d’un Thosco fatto un vero Franco».9 Se la traduzione consente di fare «d’un Thosco un vero Franco», non si tratta più soltanto del passaggio da una lingua a un’altra ma dell’appropriazione dei linguaggi e discorsi d’autore in altre culture e altri momenti storici. In tale prospettiva, bisogna riconoscere a stampatori, curatori e traduttori un grado d’intervento non indifferente, che porta a costruire, alla fine, in parte, un altro libro, adattato tanto alla lingua quanto al contesto storico del luogo di arrivo.

Per tornare ad un concetto cruciale nella critica machiavelliana la traduzione è una componente dell’attualità sempre rinnovata del pensiero. I viaggi e percorsi dei testi non sono più univoci (da un paese a un altro, da un’area linguistica ad un’altra) ma seguono strade non previste, con lingue-ponte che contano quanto la lingua originale (il francese per i traduttori inglesi, il neo-latino per i traduttori francesi o tedeschi), il che offusca la nozione di testo o di lingua originali. Si configura in questo modo una cartografia plurilingue della politica primo-moderna, che vive con adattamenti variegati della materia di partenza.

3. Un cantiere per una storia semantica dei machiavellismi

L’opera di Machiavelli, come si sa, ebbe una diffusione europea abbastanza rapida fin dalla fine degli anni trenta del XVI secolo e durante tutto l’età di Antico Regime, nonostante la sua messa all’Indice e l’impossibilità di stampare i suoi testi in Italia e in Spagna.

Il motore maggiore di questa diffusione furono – oltre alle letture delle opere in italiano, la cui presenza è ben testimoniata nelle biblioteche spagnole, italiane e francesi – le traduzioni: dell’Arte della guerra (in spagnolo, in francese, in inglese, in tedesco e in latino); dei Discorsi (in francese, in spagnolo, in latino, in inglese, in fiammingo); del Principe (in francese, in latino, in inglese, in fiammingo); nonché, in misura minore, delle Istorie fiorentine (in francese, in latino, in inglese, in tedesco). A essere chiamate in causa sono le maggiori lingue vernacolari del continente, nonché il neo-latino, più accessibile ai lettori germanofoni e al pubblico dell’Europa orientale e lingua veicolare per eccellenza di quella che oggi si definirebbe ‘letteratura non finzionale’ (lingua, cioè, del sapere scientifico-filosofico).10

Pubblicare le maggiori traduzioni disponibili tra Cinque e Settecento consentirà non solo di capire come l’opera machiavelliana visse, in un qualche modo autonomamente, nelle singole aree linguistiche del continente, ma anche misurare la capacità di penetrazione di quella componente cruciale dei linguaggi politici della prima modernità europea che è la lingua di Machiavelli, la cui “influenza” non può essere affatto ridotta alla stagione dell’anti-machiavellismo. La messa a disposizione di traduzioni «storiche», concepite tra Cinque e Settecento, permetterà un lavoro originale sui linguaggi della politica, senza ridurre il testo originale alle sue traduzioni contemporanee (che non sempre, a dire il vero, si pongono il problema della storicità del lessico del Segretario).

Il cantiere aperto si articolerà attorno alle quattro sezioni relative alle opere principali di Machiavelli (Principe, Discorsi, Arte della Guerra, Istorie fiorentine): a seconda dei casi, poi, i singoli volumi, e i rispettivi tomi, potranno essere organizzati a partire da una singola specola linguistica, seguita diacronicamente; o a partire da un lavoro di comparazione delle diverse traduzioni disponibili. In ogni caso, gli studi che accompagneranno le edizioni cartacee prenderanno in conto anche le traduzioni di cui, per ragioni di spazio, non sarà possibile fornire l’edizione anastatica (che sarà riservata alle traduzioni più rilevanti – perché più diffuse – tra quelle esistenti: e la scelta sarà ovviamente discussa, volta per volta, in sede introduttiva, con presentazione degli apparati paratestuali anche delle traduzioni che non verranno pubblicate nel volume). L’intero progetto verrà, comunque, accompagnato da una digitalizzazione a tappo di tutte le traduzioni europee di Machiavelli, da ospitarsi sul portale – attualmente in allestimento – dell’Edizione Nazionale delle Opere di Niccolò Machiavelli (di cui questa iniziativa editoriale è, in qualche modo, una costola).11

Le edizioni digitali renderanno i singoli testi interrogabili, nonché affiancabili e confrontabili, il che consentirà ancor più precise ricerche inerenti al lessico politico machiavelliano nella sua circolazione europea: semplificando il lavoro di reperimento delle ‘fonti’ di ogni traduzione (che non si risolvono solo nelle edizioni machiavelliane di riferimento, ma anche nei debiti che ciascun traduttore contrae con i suoi predecessori, sia che ne discuta apertamente le scelte, sia che si limiti a ‘prendere in prestito’ specifici esiti traduttivi), ma soprattutto consentendo un più efficace confronto tra le soluzioni volta per volta operate nel restituire, interpretandolo, il testo di Machiavelli. Anche i corredi esegetici che accompagneranno le diverse anastatiche – introduzioni, commenti, glossari, ecc. – saranno resi disponibili, in open access, sul portale in questione.

Il progetto sarà poi completato con la ristampa di alcuni, pochi, volumi che hanno avuto una parte consistente nella diffusione plurilingue del pensiero machiavelliano, come il De regnandi peritia di Agostino Nifo, les Instructions sur le faict de la guerre (nell’edizione francese e nelle sue traduzioni in italiano e in inglese), il cosiddetto Anti-Machiavel di Innocent Gentillet (nelle sue edizioni in francese, in latino, in tedesco e in inglese) e l’Anti-Machiavel di Federico II e Voltaire.

Questo progetto non sarebbe stato possibile se non fossero venuti a compimenti una serie di grandi cantieri degli studi Machiavelliani: non solo l’Edizione Nazionale delle Opere (Salerno Editrice, 2001-2022), ma la già menzionata, monumentale, bibliografia machiavelliana di Piero Innocenti e Marielisa Rossi (Vecchiarelli, 2015-2023, 4 voll.), nonché l’Enciclopedia Machiavelliana (Treccani, 2014), in cui si segnalano particolarmente (per quanto concerne il presente lavoro) le voci dedicate alla fortuna di Machiavelli nelle varie aree linguistiche.

Va da sé, poi, che per alcune delle più celebri traduzioni machiavelliane esistano già studi autorevoli,12 che non potranno che rappresentare il punto di partenza delle nostre riflessioni: ciò che il nostro progetto ambisce a mettere in campo non è però una serie di precisazioni su quanto già sappiamo della “fortuna di Machiavelli in Europa”, bensì la costruzione di uno strumento che consenta una mappatura sistematica, estesa alle maggiori opere e a quasi tutte le lingue dell’Europa moderna, della vita plurilingue dei testi machiavelliani. Se è vero – come vuole un celebre aforisma – che la lingua dell’Europa è la traduzione, una delle ipotesi del nostro lavoro è che la lingua politica dell’Europa passi per le traduzioni di Machiavelli: verificare in modo non impressionistico questo assunto, però, significa prendere in conto contemporaneamente l’intera vicenda delle traduzioni machiavelliane nell’Europa di Antico Regime. Ciò non significa, ovviamente, trascurare le specificità delle singoli operazioni di traduzione – che è il motivo per cui al progetto di edizione digitale integrale si affianca quello di edizione cartacea e commentata delle voci più rilevanti di questo ‘canone’ –, ma significa provare ad inserire, ogni volta, queste specificità nella più ampia storia del machiavellismo: una storia che i diversi traduttori non possono non prendere in conto quando si apprestano a mettere mano ai testi (donde le preoccupazioni, le specificazioni di metodo, i tentativi di situare se stessi e il proprio lavoro che affollano le lettere di dedica e le prefazioni) e che, traducendo, contribuiscono a riconfigurare.

Jean-Louis Fournel,
Andrea Salvo Rossi


  1. 1 L’idea che Machiavelli pensi, almeno in prima battuta, a lettori selezionati e non alla posterità vale ovviamente per il Principe, e non solo per la dedica ai Medici ma anche per la scelta precisa di Vettori come intermediario (a questo proposito Najemy ha parlato dell’opuscolo come di una continuazione, con altri mezzi, della corrispondenza tra i due: cf. J. Najemy, Between Friends. Discourses of Power and Desire in the Machiavelli-Vettori Letters of 1513-1515, Princeton, Princeton Univ. Press, 1993, in part. il cap. The Prince “Addressed” to Francesco Vettori, pp. 176-214), così come per i Discorsi, messi insieme come dono per quegli amici che non sono principi ma che «meriterebbono di essere», e che avevano già ascoltato, negli scambi orali presso il cenacolo degli Orti oricellari, le “letture” di Machiavelli.

  2. 2 A proposito del plurilinguismo nella prima modernità rimandiamo ai volumi pubblicati dalla casa editrice Droz nell’ambito della serie «De lingua et linguis», curata da E. Kammerer e J.-D. Müller (https://www.droz.org/monde/section/Travaux+d’Humanisme+et+Renaissance/De+lingua+et+linguis/1/10).

  3. 3 Cf. R. Chartier, H.-J. Martin, Histoire de l’édition française. Le livre conquérant. Du Moyen Age au milieu du XVIIe siècle, Paris, Fayard, 1987. Di Roger Chartier si legga anche l’omaggio tributato a Henri-Jean-Martin, Henri-Jean Martin ou l’invention d’une discipline, in «Bibliothèque de l’École des Chartes», clxv 2007, pp. 313-28 e, più di recente, la sua raccolta di studi Éditer et Traduire. Mobilité et matérialité des textes (XVIe-XVIIIe siècle), Paris, EHESS, Gallimard-Seuil, 2021.

  4. 4 Di cui si vedranno almeno A. Petrucci, Letteratura italiana. Una storia attraverso la scrittura, Roma, Carocci, 2022, e Libri, editori e pubblico nell’Europa moderna, a cura di Id., Roma-Bari, Laterza, 2003.

  5. 5 G. Procacci, Studi sulla fortuna del Machiavelli, Roma, Istituto Storico Italiano per l’età moderna e contemporanea, 1965; Id., Machiavelli nella cultura europea dell’età moderna, Roma-Bari, Laterza, 1995; Id., Machiavellismo e antimachiavellismo, in Cultura e scrittura di Machiavelli Atti del Convegno di Firenze-Pisa, 27-30 ottobre 1997, Roma, Salerno Editrice, 1998, pp. 393-409. A questi studi pionieristici di Procacci sono seguiti quelli di Sidney Anglo (di cui si vedrà almeno Machiavelli. The First Century. Studies in Enthusiasm, Hostility, and Irrelevance Oxford, Oxford University Press, 2005).

  6. 6 Pubblicati da Vecchiarelli. Il quarto e ultimo volume è stato stampato nel 2023. Bibliografia delle edizioni di Machiavelli, a cura di P. Innocenti e M. Rossi, Manziana, Vecchiarelli, 2015-2023, 4 voll.

  7. 7 Una questione che sarà approfondita da Giacomo Sanavia nel volume in preparazione, nell’ambito del presente progetto, sulle traduzioni dell’Arte della guerra in spagnolo, francese e inglese.

  8. 8 L.’espressione si trova nella lettera al lettore che apre la traduzione del primo libro dei Discorsi del 1544: «Depuis que ce marchand florentin, dont ie parlois maintenant, a quitté de bon gré son propre pays, pour estre receu au vostre, Lecteur François, vous ne luy devez estre si mal gracieux que de luy refuser l’enterinement de ses lettres de naturalité» (in Discours de l’estat de paix et de guerre de Messire Nicolas Machiavelli, secretaire et citoien florentin, sur la première décade de Tite Live, traduict d’italien en françois [par Jacques Gohory], Paris, Etienne Groulleau, 1544, n.p.).

  9. 9 Ivi, n.p.

  10. 10 Lo mostra lo studio quantitativo dedicato alle traduzioni dal volgare al latino di P. Burke, Translation into Latin in early modern Europe, in Cultural Translation in Early Modern Europe, ed. by Id., R. Po-chia Hsia, Cambridge, Cambridge Univ. Press, 2007, pp. 65-81. Del medesimo autore si vedrà anche – per ulteriori riflessioni sulla funzione del neo-latino ma anche, in generale, come modello di ricerca sul ruolo delle traduzioni nello spazio europeo del Cinquecento – il fondamentale lavoro dedicato alla circolazione europea del Cortegiano di Castiglione (Le fortune del Cortegiano. Baldassarre Castiglione e i percorsi del Rinascimento europeo, Roma, Donzelli, 1998).

  11. 11 Modello di questa digitalizzazione sarà per noi il lavoro pionieristico dell’Hyperprince (http://hyperprince.ens-lyon.fr/) realizzato presso l’École Normale Supérieure di Lione da Jean-Claude Zancarini (con l’aiuto di Séverine Gedzelman par la parte digitale), con un sito in open access che propone una presentazione delle quattro traduzioni francesi cinquecentesche del Principe, messe a confronto con l’editio princeps del 1532 (stampata a Roma per i tipi di Antonio Blado).

  12. 12 Accanto agli studi già menzionati (cf. supra, n. 5) vanno segnalate le più recenti edizioni delle traduzioni spagnole cinquecentesche dell’Arte della guerra (Diego de Salazar, Tratado de re militari, a cura di E. Botella Ordinas, Madrid, Ministerio de Defensa, 2000) e dei Discorsi (K.D. Howard, ‘Discursos’ de Nicolao Machiaueli. Juan Lorenzo Ottevanti’s Spanish Translation of Machiavelli’s ‘Discourses on Livy’ (1552), Tempe, Arizona Center for Medieval and Renaissance Studies, 2016), nonché gli studi di Alessandra Petrina sulla ricezione britannica di Machiavelli (cf. almeno Machiavelli in British Islands. Two early modern translations of ‘The Prince’, Farnham, Ashgate, 2009); quelli di Jean Balsamo sulle traduzioni francesi (cf. ‘Un livre écrit du doigt de Satan’. La découverte de Machiavel et l’invention du machiavélisme en France au XVIe siècle, in Le pouvoir des livres à la Renaissance, éd. par D. de Courcelles, Paris, École des chartes, 1998, pp. 77-92) ; e ancora quelli di Cornel Zwierlein sulle presenze di Machiavelli in terra germanica (Discorso und Lex Dei. Die Entstehung neuer Denkrahmen im 16. Jahrhundert und die Wahrnehmung der französischen Religionskriege in Italien und Deutschland, Göttingen, Vandenhoeck & Ruprech, 2006).