Tra le opere politiche lasciate da Machiavelli, i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio sono certo una delle piú dense e piú problematiche, tanto per la difficoltà di stabilirne la facies testuale, quanto – e soprattutto – per l’opportunità che essi offrono di ricostruire con precisione la complessa (e controversa) fisionomia culturale del Segretario.
Questa edizione, pertanto, non aspira semplicemente a fornire un nuovo testo critico dei Discorsi – basato, come già raccomandato da Guido Mazzoni, sull’unico manoscritto noto del trattato, l’Harleian 3533 della British Library di Londra –, ma intende soprattutto metterne a fuoco (nell’ampia Nota al testo) il tormentato iter redazionale, evidenziandone (nel ricchissimo commento) i caratteri culturali e linguistici. Ecco allora che, rispetto ad altre edizioni, anche recenti, questa individua come machiavelliane, e quindi conserva a testo, tutta una serie di peculiarità, quali errori di informazione, citazioni incomplete o approssimative, trascuratezze formali, men-tre, in sede di commento, puntualizza importanti caratteristiche della lingua di Machiavelli e del suo approccio alle fonti storiche.
Ne risulta una fondamentale rimessa a fuoco dell’immagine tradizionale dell’opera in questione non meno che del suo autore, ovvero della sua cultura, del suo modo di lavorare, degli obiettivi che si prefiggeva componendo i Discorsi, dello stato in cui questi sono giunti a noi. Il testo stesso qui stampato è in qualche misura “nuovo”: da un lato sono infatti recuperati, dalle due prime stampe cinquecentesche, alcuni latinismi presumibilmente banalizzati dal copista londinese; dall’altro si rifiutano tutti gli interventi operati dalle stampe stesse, che si incaricarono di “correggere” gli errori di informazione in cui spesso incorre Machiavelli, di “regolarizzare” la sua sintassi, di attenuare talune “punte” polemiche anti-ecclestastiche.
I Discorsi sono cosí recuperati, in buona misura, alla loro reale condizione: che è quella di un’opera mai approdata alla stesura de-finitiva, ma lasciata allo stato di “prima redazione”, sottoposta a un massiccio lavorío di ampliamento e riscrittura condotto disordinatamente dopo il 1519 e rimasto in sospeso, o per la morte dell’autore o per l’abbandono del progetto. Non trattato organico di scienza della politica, né opera compatta e meditata, dunque: bensì work in progress di un “politico” che sulla pagina deposita, spesso di getto e senza troppe cure storico-filologiche, spunti, riflessioni, citazioni suggerite dal continuo mutare delle situazioni concrete (fiorentine e italiane), proponendo di volta in volta soluzioni molteplici e talvolta tra loro contrastanti.