Lettere (1497-1527)

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Niccolò Machiavelli

Lettere
(1497-1527)

1497-1499

1

Niccolò Machiavelli a un destinatario ignoto

(Firenze, 1 dicembre 1497)

[1] Et merito, quum abs te multas epistolas acceperim nullas quae re [. . .] ascribere possent qui aut nostrum minime noverint ingenium aut ia [. . .] natura informatum ingenio cuius mihi rei testis Deus est et veritas ut amicorum beneficia ac eorum de me benemer [. . .]. [2] Novi enim studium tuum in re nostra et operam, quibus si non causae nostrae ceterisque quae reman [. . .] quibus satisfacere causae non potuisti [. . .] mores scrutati fuerunt satisfacturam. [3] Verum ego, valitudine oppressus, tibi rescribendi vicem praestare non potui. [4] Nunc vero, recuperata salute, nihil est quod scribam, nisi te hortari, orare, precari ut non disistas, donec noster hic conatus felicem habeat exitum. [5] In hoc te virum exibeas rogo totasque effundas vires. [6] Nam si pigmei gigantes aggredimur, multo maior nobis quam illis paratur victoria: illis enim ut contendere turpe est, sic erit cedere turpissimum; nos non tantum vinci ignominiosum, quam decorum contendisse ducimus, praesertim competitorem habentes cuius nutu istic omnia fiunt. [7] Propterea quacumque fuerimus usi fortuna, talibus nos huiuscemodi excidisse ausis non poenitebit.

[8] Vale. Datum Florentiae, Kalendis Decembribus.

[Traduzione]

[3] Tuttavia io, oppresso dalla malattia, non ho potuto adempiere l’ufficio di riscriverti. [4] Ora però, recuperata la salute, non ho niente da scrivere, se non esortarti, pregarti, scongiurarti di non desistere, fino a quando questo nostro sforzo non avrà buon esito. [5] In questo ti prego di mostrarti uomo e di prodigare tutte le tue forze. [6] Infatti, se noi pigmei assaltiamo i giganti, una vittoria assai piú grande si prepara per noi che per loro, giacché per loro, come combattere è vergognoso, cosí vergognosissimo sarà ritirarsi; noi riteniamo non tanto ignominioso essere sconfitti, quanto onorevole avere combattuto, soprattutto dovendo competere con un avversario al cui cenno, costí, tutto si fa. [7] Perciò, qualunque sarà la nostra sorte, non ci rammaricheremo di aver fallito in un’impresa tanto audace, e di tal genere. [8] Stammi bene. Firenze, 1o dicembre.

2

I Machiavelli al Cardinale Giovanni Lopez

(Firenze, 2 dicembre 1497)

[1] Tutte le cose che dagli uomini in questo mondo si posseggono, el piú delle volte, anzi sempre, quelle da duoi donatori dependere se è per esperienzia conosciuto:da Dio prima, giusto di tutto retribuitore; secondo, o per iure ereditario, come da’ parenti nostri, o per donazione, come dagli amici, o per commodità di guadagno prestataci, come da’ mercatanti ne’ loro fedeli ministri. [2] E tanto piú merita d’essere stimata la cosa che si possiede, quanto da piú degno donatore depende. [3] Avendo adunche la Reverenda Signoria Vostra per derogazione pontificale privatoci di quelle ragioni per le quali la possessione di Fagna da’ nostri progenitori riconosciavamo, ad un tratto è dato occasione alla Reverenda Signoria Vostra la sua umanità e liberalità, anzi piú tosto piatà verso di noi, sua devotissimi figlioli, dimostrare, e a noi quella da molto piú degno donatore che non furono quegli riconoscere. [4] E veramente nessuna cosa è piú degna della Reverenda Signoria Vostra quanto è, potendo tôrre, liberalissimamente donare, massime a coloro e’ quali l’onore e l’utile di quella cercono non altrimenti che el loro proprio salvare; a coloro ancora e’ quali né per nobilità, né per uomini, né per ricchezze punto inferiori si giudicono di quegli che s’ingegnono, o che sperano, anzi indubitatamente affermano dalla Reverenda Signoria Vostra esserne fatti al tutto possessori. [5] E chi volessi la famiglia nostra e quella de’ Pazzi iusta lance perpendere, se in ogni altra cosa pari ci giudicassi, in liberalità e virtú d’animo molto superiori ci giudicherà. [6] Supplici adunche adoriamo la Signoria Vostra che non consenta che noi veggiamo uomini manco degni di noi, uomini che meritamente nostri inimici possiamo giudicare, delle nostre spoglie rivestiti ignominiosamente tale vittoria improperare. [7] Deh, siate contento, Reverendissimo Signor Nostro, con quel medesimo emolumento che da loro sperate, volere la casa nostra ornare di tanto onore, quanto l’esserci da voi libera questa possessione conceduta giudighiamo. [8] Non ci vogliate pel contrario di tanta ignominia segnare, quanto è tôrci quello che per salvare con tanta impresa infino a qui ci siamo ingegnati. [9] E veramente, poi che con grandissimo nostro disonore conviene si perda, se la vostra clemenzia non ci si interpone, quello ad ogni modo coll’altrui danno c’ingegneremo rependere. [10] Ma speriamo nella umanità della Reverenda Signoria Vostra, come sa messer Francesco reverendo vostro familiare abbiamo sempre sperato, el quale abbiamo fatto nostro supplicatore a quella, e a lui ogni libertà di trattare questa causa conceduta. [11] Valete iterum. Vivete in eternum.

[12] Ex Florentia, iiiio Nonas Decembres. [13] Excellentiae Vostrae Reverendae devoti filiiMaclavellorum familia Pero, Niccolò e tutta la famiglia de’ Machiavegli, cives florentini

3

Niccolò Machiavelli a un destinatario ignoto in Roma

(Firenze, 9 marzo 1498)

[1] Per darvi intero avviso delle cose di qua circa al Frate secondo el desiderio vostro, sappiate che dopo le due prediche fatte, delle quali avete auta già la copia, predicò la domenica del carnasciale, e dopo molte cose dette invitò tutti e’ suoi a comunicarsi el dí di carnasciale in San Marco, e disse che voleva pregare Iddio che se le cose che gli aveva predette non venivano da lui, ne mostrassi evidentissimo segno:e questo fece, come dicono alcuni, per unire la parte sua e farla piú forte a difenderlo, dubitando che la Signoria nuova, già creata ma non pubblicata, non gli fussi avversa. [2] Pubbligata dipoi el lunedí la Signoria, della quale dovete avere aúto piena notizia, e giudicandosela lui piú che e’ dua terzi inimica, e avendo mandato el papa un breve che lo chiedeva sotto pena d’interdizione, e dubitando egli ch’ella non lo volessi ubbidire di fatto, deliberò, o per suo consiglio o ammunito da altri, lasciare el predicare in Santa Reparata e andarsene in San Marco. [3] Pertanto el giovedí mattina che la Signoria entrò, disse in Santa Reparata pure che per levare scandolo e per servare l’onore di Dio voleva tirarsi indreto, e che gli uomini lo venissino ad udire in San Marco, e le donne andassino in San Lorenzo a fra Domenico. [4] Trovatosi adunche il nostro frate in casa sua ora, avere udito con quale audacia e’ cominciassi le sua prediche e con quale egli le seguiti non sarebbe di poca ammirazione, perché dubitando egli forte di sé e credendo che la nuova Signoria fussi al nuocergli considerata, e deliberando che assai cittadini rimanessino sotto la sua ruina, cominciò con spaventi grandi, con ragione a chi non le discorre efficacissime, mostrando essere ottimi e’ sua seguaci e gli avversari scelleratissimi, toccando tutti que’ termini che fussino per indebolire la parte avversa e affortificare la sua; delle quali cose, perché mi trovai presente, qualcuna brevemente ritratterò.

[5] Lo assunto della sua prima predica in San Marco furon queste parole dello Essodo: « Quanto magis premebant eos, tanto magis multiplicabantur et crescebant »; e prima che venissi alla dichiarazione di queste parole, monstrò per qual cagione egli s’era ritirato indreto, e disse: « Prudentia est recta cognitio agibilium ». [6] Dipoi disse che tutti gli uomini avevono aúto e hanno un fine, ma diverso: de’ cristiani, el fine loro è Cristo, degli altri uomini, e presenti e passati, è stato e è altro, secondo le sette loro. [7] Intendendo adunche noi, che cristiani siamo, a questo fine che è Cristo, dobbiamo con somma prudenzia e osservanzia de’ tempi servare lo onore di quello, e quando che el tempo richiede esporre la vita per lui, esporla; e quando è tempo che l’uomo s’asconda, ascondersi, come si legge di Cristo e di San Pagolo; e cosí noi, soggiunse, dobbiamo fare e abbiamo fatto, però che, quando fu tempo di farsi incontra al furore, ci siamo fatti, come fu el dí della Ascensione, perché cosí lo onore di Dio e el tempo richiedeva; ora che lo onore di Dio vuole che si ceda all’ira, ceduto abbiamo. [8] E fatto questo breve discorso, fece dua stiere, l’una che militava sotto Iddio, e questa era lui e ’ sua seguaci, e l’altra sotto el diavolo, che erano gli avversari. [9] E parlatone diffusamente, entrò nella esposizione delle parole dello Essodo preposte, e disse che per le tribulazioni gli uomini buoni crescevono in dua modi, in spirito e in numero. [10] In spirito, perché l’uomo s’unisce piú con Dio soprastandogli l’avversità, e diventa piú forte come piú appresso al suo agente, come l’acqua calda accostata al fuoco diventa caldissima perché è piú presso al suo agente. [11] Crescono ancora in numero, perché e’ sono di tre generazione uomini, cioè buoni, e questi sono quegli che mi seguitano; perversi e ostinati, e questi sono gli avversari; e un’altra spezie di uomini di larga vita, dediti a’ piaceri, né ostinati al mal fare, né al ben fare rivolti, perché l’uno dall’altro non discernano:ma come fra e’ buoni e e’ perversi nasce alcuna dissenzione di fatto, « quia opposita iuxta se posita magis elucescunt », conoscono la malizia de’ tristi e la simplicità de’ buoni, e a questi s’accostano e quegli fuggono, perché naturalemente ognuno fugge el male e seguita el bene volentieri, e però nelle avversità e’ tristi mancono e e’ buoni multiplicano; et ideo quanto magis etc. [12] Io vi discorro brevemente, perché la angustia epistolare non ricerca lunga narrazione. [13] Disse dipoi, entrato in vari discorsi, come è suo costume, per debilitare piú gli avversari, volendosi fare un ponte alla seguente predica, che le discordie nostre ci potrebbono fare surgere un tiranno che ci ruinerebbe le case e guasterebbe la terra; e questo non era contro a quello che gli aveva già detto, che Firenze avea felicitare e dominare ad Italia, perché poco tempo ci starebbe che sarebbe cacciato; e in su questo finí la sua predicazione. [14] L’altra mattina poi, esponendo pure lo Essodo e venendo a quella parte dove dice che Moises ammazzò uno egizio, disse che lo egizio erono gli uomini cattivi, e Moises el predicatore che gli ammazzava, scoprendo e’ vizi loro; e disse: O egizio, io ti vo’ dare una coltellata »; e qui cominciò a squadernare e’ libri vostri, o preti, e trattarvi in modo che non n’arebbono mangiato e’ cani; dipoi soggiunse, e qui lui voleva capitare, che volea dare all’egizio un’altra ferita, e grande, e disse che Dio gli aveva detto che gli era uno in Firenze che cercava di farsi tiranno, e teneva pratiche e modi perché li riuscissi, e che volere cacciare el frate, scomunicare el frate, perseguitare el frate, non voleva dire altro se non volere fare un tiranno; e che s’osservassi le leggi. [15] E tanto ne disse che gli uomini poi el dí feciono pubblicamente coniettura d’uno che è tanto presso al tiranno quant’e voi al cielo. [16] Ma avendo dipoi la Signoria scritto in suo favore al papa, e veggendo non gli bisognava temere piú degli avversari suoi in Firenze, dove prima lui cercava d’unire sola la parte sua col detestare gli avversari e sbigottirgli col nome del tiranno, ora, poi che vede non gli bisognare piú, ha mutato mantello, e quegli all’unione principiata confortando, né di tiranno, né di loro scelleratezze piú menzione faccendo, d’innaglienirgli tutti contro al sommo pontefice cerca, e verso lui e’ suoi morsi rivoltati, quello ne dice che di quale vi vogliate scelleratissimo uomo dire si puote; e cosí, secondo el mio giudizio, viene secondando e’ tempi e le sua bugie colorendo. [17] Ora, quello che per vulgo si dica, quello che gli uomini ne sperino o temino, a voi, che prudente sète, lo lascerò giudicare, perché meglio di me giudicare lo potete, conciosiacosaché voi gli umori nostri e la qualità de’ tempi e, per essere costí, lo animo del pontefice appieno conoschiate. [18] Solo di questo vi prego, che, se non vi è paruto fatica leggere queste mie lettere, non vi paia anche fatica el rispondermi che giudizio di tale disposizione di tempi e d’animi circa alle cose nostre facciate.

[19] Valete. Datum Florentie, die viiii Martii mccccxcvii. [20] Vester

Niccolò di messer Bernardo Machiavegli

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Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 19 luglio 1499)

[1] Al suo onorando Niccolò Machiavelli, Dominationis Florentinae secretario dignissimo etc. Forlivii

[2] Carissimo Niccolò, benché dopo la partita vostra di qui non sia accaduto cosa di molto momento né che io reputi degna di vostra notizia, tamen non voglio omettere darvi notizia come le cose vadino circa la impresa nostra di Pisa, le quali sono cominciate in modo a riscaldare che indubitatamente si può dire abbino ad avere quello fine che merita una impresa tanto giusta quanta è questa; perché, come sapete, Giovanni di Dino tornò di campo, il quale era ito per intendere appunto l’animo e intenzione di quelli signori, dove si resolvevano, e circa il danaio volevono loro, e la somma de’ fanti e il numero delle artiglierie e altre cose necessarie a simile espedizione, e tornò al tutto instrutto e benissimo resoluto, e le cose chiese per parte del capitano e governatore sono state tutte approbate, perché invero sono state tanto giuste e tanto oneste che ciascuno ne è rimaso contentissimo. [3] E perché intendiate appunto la somma del danaio, vogliono fra amendua di presente, cioè innanzi alla espugnazione di Pisa etc., ducati dodicimila di grossi, il che sapete quanto è stato fuora della intenzione di onniuno, che si stimava molto maggiore somma [4] Ora la principale cosa era questa, la quale è ferma; le altre cose sono ordinarie, e di già si è incominciato a fare li fanti e mettere ad ordine tutte le altre cose necessarie, le quali il signore capitano vuole che omnino sieno in campo addí 28 del presente, ché vuole il primo dí d’agosto senza manco accamparsi; e se al dí disegnato de’ 28 dí non saranno le cose ad ordine che possa uscire a campo il dí da lui disegnato, dice non si moverà poi, se non addí 15 di agosto, sí che qui con onni sollicitudine si attende sieno espedite il sopradetto dí 28 etc., le quali io stimo certamente saranno, in modo si sollicitano, che a Dio piaccia. [5] Qui ci è di nuovo come il duca di Milano ha richiamato da Roma monsignore Ascanio che vadia a stare in Milano, perché lui vuole cavalcare a’ confini, e in persona trovarsi in campo. [6] E benché noi non abbiamo piú lettere di Francia, per esserci intercette etc., tamen per le private si intende il re addí x di questo essere arrivato a Lione, e con pompa grandissima, e il transferirsi la persona del duca in campo è segno che la cosa riscalda forte, come etiam è da credere. [7] Da Roma ci è come lo agente del re Federigo residente quivi, dicendoli al papa che bisognava che Sua Santità pensassi a rimediare alli disordini di Italia etc., li respose lo aveva fatto e farebbe, e detto agente replicò che bisognava uscire de’ generali e che il suo re non voleva essere giunto al sonno, e che pareva che Sua Santità piú tosto cercassi la ruina d’Italia che la salute di quella, con altre parole piú iniuriose. [8] Lui respose reprendendolo della poca reverenzia che elli usava a Sua Santità, e piú oltre che il re passerebbe in Italia, in modo sarebbe per opporsi e al Turco e a onni altro, e espugnare Milano, etc. [9] Da Vinegia non ci è altro: accadendo, ve ne farò parte, etc. [10] Scrivendo, sono comparse lettere di là, e in effetto del Turco non si intende altro, se non grande scorrerie e prede, per non essere ancora giunta l’altra armata, la quale dicono è cosa grandissima etc. [11] Io vi conforto a tornare piú presto potete, che lo stare costí non fa per voi, e qui è uno trabocco di faccende tanto grande quanto fussi mai. [12] Tra lo avere a scrivere fuggiasco e essere impedito quanto è possibile, non posso fare mio debito; e altro non mi accade, se non reccomandarmivi e di nuovo dirvi come le cose di Pisa si sollicitano quanto piú è possibile, acciò sieno ad ordine addí 28, etc.

[13] Bene valete. Ex Palatio, die xviiii Iulii mcccclxxxxviiii.

Servitor Blasius etc.

5

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 19 luglio 1499)

[1] Al suo onorando Niccolò Machiavelli, dominationis Florentinae dignissimo secretario. Forlivii

[2] Che io non sia adirato, e che sempre mantenga la fede mia, ve ne faranno buona testimonianza li avvisi e de’ Turchi e Franzesi, li quali saranno inclusi nella pubblica; che, benché sia stato un poco difficile, pure mi parse meglio farlo per via pubblica che privata, benché ancora io private vi avvisi di qualche cosetta, e cosí mi sforzerò, Niccolò mio, di fare mentre sarete costí. [3] Ma vi fo fede che se qui fu mai faccende, ora traboccano, sí che, se non fussino scritte le mia lettere come si richiederebbe, arete pazienzia, e voi con la industria e ingegno vostro ne caverete piú construtto vi fia possibile; e quando arò punto di tempo, piú vi scriverrò, e piú appieno e piú distinto, benché io non credo abbiate a soprastare costí molto tempo, che qui è nicistà de’ casi vostri. [4] E quanto al fuggirmi e venire costà, se avessi voluto fussi venuto, non bisognava mi indugiassi ad ora, che farei fare uno viso a ser Antonio della Valle, che parrebbe non avessi ritenuto l’argomento. [5] Che se farete a mio modo, recherete assai acqua rosa per rinvenirlo, ché qui non si sente altri che lui; e di già ci ha fatto lavare il capo a’ nostri magnifici padroni, e da maledetto senno: che li venga il cacasangue nel forame! [6] Pure la cosa è qui, e 4 fregagioni hanno assettato onni cosa. [7] In effetto tutti vi desideriamo, e sopra onni altro il vostro Biagio, il quale a onni ora vi ha in bocca, e parli onni ora un anno, come non pareva a voi quando lui era fuori, il che credo abbia ad essere il riscontro di quelli straziò lui, etc. [8] Io non dubito punto che la Eccellenzia di Madonna vi faccia quello onore, e vi vegga lietamente, come ne scrivete, massime per piú respetti, li quali al presente non replicherò, per non essere tedioso, ché presto vi verrei a noia. [9] A mio giudizio voi avete essequito insino a ora con grande vostro onore la commissione ingiuntavi, di che io ho preso piacere grandissimo e di continuo piglio, acciò si vegga ci è altri ancora che, benché non sia cosí pratico, non è inferiore a ser Antonio etc., che gonfiava cosí; sí che seguitate, che insino ad ora ci avete fatto grande onore. [10] Io vorrei per il primo mi mandassi in su uno foglio ritratta la testa di Madonna, che costí se ne fa pure assai, e se la mandate, fatene uno ruotolo, acciò le pieghe non la guastino. [11] E altro al presente non mi occorre, se non reccomandarmi e offerirmi a voi, etc.

[12] Bene valete. Ex Palatio, die xviiii Iulii mcccclxxxxviiii.

[13] Servitor Blasius Bonaccorsi Cancellarius

6

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 27 luglio 1499)

[1] Al suo onorando Niccolò Machiavelli, dominationis Florentine secretario dignissimo, etc. Forlivii

[2] Spectabilis vir et honorande patrone, etc., per le mani di messer Marcello mi fu presentata una vostra, la quale mi fu nel numero delle altre cose vostre oltre a modo grata, come di quello che io amo sopra tutti li altri di etc. [3] E perché intendiate in che modo ci fu lavato il capo da’ nostri padroni etc., acciò siate ancora avvisato de’ casi della cancelleria, brevibus accipite. [4] Ser Antonio, come sapete, è in onni minima cosa impedito, e non ci sendo noi la mattina cosí a buona ora, e la sera non stando insino alle 3 ore, ne fé querela grandissima; donde la mattina, chiamati al cospetto de’ Signori, fummo pure onestamente ammoniti, etc. [5] A che fu resposto, prima per lo Alfano, dipoi per il grande ser Raffaello, tanto bestialmente quanto fussi possibile, benché fussi lasciato dire a suo modo. [6] E prima disse che loro Signorie avevono preposto a quello officio uno che aveva poco obbligo con la natura, e che non sapeva dove si era, e che, quando fussi commesso a lui, farebbe cose grande, maggiore di lui; e cosí molte altre cose e parole piú iniuriose, etc., in modo che lo essere prosuntuoso li è giovato, che a onni ora è chiamato da’ padroni, etc. [7] E io sono e da Marcello e da onni uno sbattuto, e stommi continue a pregare e sollicitare che ne vegnate, che ce n’è di bisogno; e tandem io ho voluto giucare il resto con lo amico, e déttoli lo servirò infino alla tornata vostra, e poi voglio ritornare al mio luogo, cioè a scrivere con voi. [8] E cosí mi sto da me, e se non mi è detto, non parlo a persona, in modo s’è avveduto già lo amico che mi ha iniuriato e non poco; e questo fu che a una certa lettera mi vagliò e comandò non mi fussi detto cosa alcuna, il che sarà l’ultima volta, perché mi chiama 6 volte innanzi responda; ma io ho disposto l’animo, e cosí voglio seguire mentre ci starò. [9] E voi conforto ad espedirvi con quanta piú prestezza si può, che non è il fatto vostro a stare costí, di che a bocca vi ragguaglierò, cosí di molte altre cose, e di Marco ancora, il quale ha sentito molto lodare le vostre lettere, e onni dí viene a fiutare e sbottoneggiare, ma vi possete presumere per certo li resposi in modo non me ne parla piú, né me ne parlerà per lo avvenire; e credo conoscerete nel fine chi è stato e è Biagio, e basti. [10] Alla tornata sareno insieme, e potrénovi conferire di quelle cose, pure nostre, che a scriverle sarebbe lungo, etc.

[11] Con messer Marcello, circa il respondervi presto etc., non vi sono piú buono né voglio essere; sí che cercate altro mezzo, e quello potrò fare io sapete non sono né sarò mai per mancare, come a quello al quale sono sommamente obbligato. [12] Qui ci è di nuovo come il re ha rotto a Milano, e messer Gianiacopo ha fatto certe scorrerie, ma non di danno, secondo abbiamo; e il re, quanto piú vede il duca prepararsi, tanto piú si accende alla impresa. [13] Li Svizzeri e Alamanni sono venuti a questi dí alle mani, e chi se ne abbia avuto il meglio non si può sapere il vero, come vi è noto, perché donde viene, se è amico, la fa grassa, e e converso: pure stimiamo per piú riscontri li Svizzeri avere avuto il meglio. [14] L’armata del Turco uscí fuora dello Stretto, e stimasi vadia a ferire a Napoli di Romània: è cosa grande, secondo si intende. [15] Cosí quella Signoria ha fatto grande preparazioni per defendersi, e ancora ha cominciato a dare danari alle gente d’arme vuole adoperare in Lombardia, a rompere a Milano, ché dicono vogliono servare le promesse al re, etc. [16] Dio lasci seguire il meglio. [17] La impresa nostra di Pisa va di bene in meglio, e questi magnifici Signori non restono né dí né notte di fare le provvisioni necessarie e di danari e di onni altra cosa, e di già hanno ad ordine quasi tutti li fanti, in modo si stima certo Pisa essere pressoché in potestà di questa magnifica Signoria, benché loro stieno per ancora durissimi, etc. [18] Ben sapete che ser Filippo Radicchi monstrò tanti disegni, che elli andò commissario in Lunigiana a sgallinare, e sovvi dire farà il dovere. [19] Nec alia. A voi mi reccomando e offero, etc.

[20] Florentiae, die xxvii Iulii mcccclxxxxviiii.

Servitor Blasius etc.

7

Niccolò Machiavelli a un Cancelliere della Repubblica di Lucca

(Firenze, 28 settembre-1 ottobre 1499)

[1] Sendo pervenuta nelle mani d’un mio amico una lettera soprascritta a messer Iacobo Corbino canonico pisano, me la portò, e io per lo officio mio apertola, non mi maravigliai tanto del subbietto di essa quanto io mi maravigliai di voi che lo avessi scritto, perché io mi persuadevo che ad uno uomo grave quale sète voi e ad una persona pubblica quale voi tenete, si aspettassi scrivere cose non disforme alla professione sua. [2] Ora, come e’ sia conveniente ad un secretario di cotesti magnifici Signori notare d’infamia una tanta repubblica quale è questa, ne voglio lasciare fare giudizio a voi: perché di quello che dite contro a qualunque potentato di Italia se ne ha piú a risentire e’ Signori vostri che alcuno altro, perché, sendo voi la lingua loro, si crederrà sempre che quelli ne sieno contenti, e cosí venite a partorire loro odio sanza loro colpa. [3] Né io mi sono mosso a scrivere tanto per purgare le calunnie di che voi notate questa città, quanto per avvertire voi acciò per lo avvenire siate piú savio; il che mi pare essere tenuto a fare, sendo noi sotto una medesima fortuna. [4] Fra molte cose che dimostrono l’omo quale e’ sia, non è di poco momento el vedere o come egli è facile a credere quello che li è detto, o cauto a fingere quello che vuole persuadere ad altri: in modo che ogni volta che uno crede quello che non debbe o male finge quello che vuole persuadere, si può chiamare e leggère e di nessuna prudenzia.

[5] Io voglio lasciare indreto la malignità dello animo vostro demostrato per queste vostre lettere, ma solo mi distenderò in demostrarvi quanto inettamente o voi avete creduto quello vi è suto referito, o finto quello desideravi si disseminassi in infamia di questo stato. [6] Io vi ringrazio prima della congratulazione fate col pisano per la gloria che a vostro giudizio hanno acquistata e per la infamia ne aviamo reportato noi, condonando tutto alla affezione ci portate; dipoi vi domando: come può stare insieme che questa città abbi speso un tesoro da non poterlo estimare e li Pisani si sieno difesi sanza fraude di Pagolo Vitelli, come voi volete inferire? [7] Perché, se vi ricorderà bene, lo essercito fiorentino si accostò a Pisa sí gagliardo e sí bene pagato e con tale progresso in pochi dí, come dimostrò la fuga di messer Piero Gambacorti e la paura vostra, che se la fraude vitellesca non vi intercedeva, né noi ci dorremo della perdita, né voi ve ne rallegreresti. [8] Appresso vi domando: quale sana mente o quale bene edificato ingegno si persuaderà o che Pagolo Vitelli ci abbi prestati danari, o la cagione dello averlo preso sia per non pagarlo? [9] Né vi avvedete, povero uomo, che questo totalmente escusa la città nostra e accusa Pagolo? [10] Perché ogni volta che un crederrà che Pagolo ci abbi prestati danari, crederrà de necessitate che Pagolo sia tristo, non potendo avere avanzato danari, come ognun sa, se non o per corruzione fattegli perché c’ingannassi, o per non avere tenuta ad un pezzo la compagnia: donde ne nasce che o per non avere voluto, sendo corrotto, o per non avere potuto, non avendo la compagnia, ne sono nati per sua colpa infiniti mali alla nostra impresa, e merita l’uno o l’altro errore, o tutt’a dua insieme (che possono stare), infinito castigo. [11] Alle altre parti della lettera vostra, per essere fondate tutte in su questi dua capi, non mi occorre rispondere, né mi scade etiam giustificarvi la cattura, come cosa che non mi si aspetta a farla, e quando mi si aspettassi, a voi non si richiede lo intenderla. [12] Solum vi ricorderò che non vi rallegriate molto delle pratiche che voi dite andare attorno, non sappiendo massime le contrappratiche che si fanno, e ammunirovvi fraterno amore che, quando pure voi vogliate per lo avvenire seguitare nella vostra cattiva natura di offendere sanza alcuna vostra utilità, voi offendiate in modo che ne siate tenuto piú prudente.

1500-1501

8

Roberto Acciaiuoli a Niccolò Machiavelli

(Roma, 4 gennaio 1500)

[1] Prudenti viro Niccolao Machiavello secretario Priorum Libertatis. Florentie

[2] Honorande vir etc., l’escusazione vostre della rarità dello scrivermi le ammetto, e per le vostre e per l’officio del silenzio, del quale non potete essere laudato sufficientemente, che cosí si richiede al bon secretario. [3] Circa negocium amici tui, hoc tantum mihi occurrit. [4] Pontifex Maximus Bononiae et omnium urbium sibi subditarum praetores eligit, et sibi potestatem eligendi reservat: et, ut plurimum, quibus est cum eo aliqua familiaritas et affinitas aut facilis ad eum aditus complacet, si pro aliquo intercesserint, et potius persona intercessoris et dignitas respicitur quam electuri; et, ut plerumque fit et ubique, per gratos mediatores et dignitate conspicuos viros fungi non est difficile. [5] Sed vereor ne amicus iste tuus metam tarde nimium attigerit: nam Excelsi Domini nostri paucis ante diebus hoc spetialiter commiserunt oratori nostro, ut ipse eorum nomine Sanctitatem Domini Nostri supplicaret ut dominum Pacem de Miralucis de Aquila, ad presens Florentiae pretorem, eligeret: quod quidem libenter sibi concessum fuit, et tantum sui procuratores expectantur, qui hoc promissum perficiant et expediant; et de hoc hactenus. [6] Io intendo bona parte di quello scrivi a Ioan Folchi per sua grazia, quo utor familiariter, e ritraggo tutti li studi delli amici nostri, e solo mi manca Borsio, el quale non odo ricordare: temo non sia transformato e transfigurato in francioso, sic enim eum in discessu nostro reliqueram; quando scrivete a Ioanni rimbrocciatene una ballatina.

[7] De’ iubilei non vi scrivo perché son già rinviliati, e dassene pel capo a chi ne vuole, in modo che costui sommamente debba essere commendato, perché al tempo suo arà scoperto quanto si debbono stimare queste cose, e un altro non c’ingannerà con la superstizione; e io per me ne lo ringrazio, che m’ha chiarito una gran posta e cavatomi d’un gran pensiero, poi che ho visto come nascon queste istorie e quello che hanno sotto: ma son ben contento che mi costino ogni cosa, da’ danari in fora. [8] Sarò brieve, per far parte a qualcuno altro. [9] Raccomandomi a voi, et omnibus amicis nostris.

[10] Vale. Die iiii Ianuarii mcccclxxxxviiii.

Robertus Acciaiolus Romae

9

Biagio Buonaccorsi, Agostino Vespucci e Andrea di Romolo a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 23 agosto 1500)

[1] Spectabili viro Nicolao de Maclavellis, mandatario Florentino apud Christianissimam Maiestatem amico honorando etc. Alla corte

[2] Onorando e caro mio Niccolò, se io vi ho a confessare la verità, questa vostra lettera ricevuta stamani mi ha fatto un poco gonfiare e levare in superbia, vedendo che tra li stradiotti di cancelleria pure tenete un poco piú conto di me; e per non calare di questa mia opinione, non ho voluto ricercare se ci è vostre lettere in altri. [3] Io ne ho preso piacere grandissimo, parendomi parlare con voi proprio e familiarmente, come eravamo usati; e ne avevo preso qualche poco di passione, avendo visto la prima volta vostre lettere, e non esser fatto da voi menzione alcuna di me, dubitando che il proverbio che si dice vulgarmente, « dilungi da occhio, dilungi da cuore », non si verificassi in voi, il che questa vostra lettera ha cancellato; e cosí vi prego seguitiate quando vi avanza tempo, che io per me non mancherò mai di fare mio debito verso di voi. [4] Io non voglio mancare di significarvi quanto le vostre lettere satisfanno a omni uno; e crediatemi, Niccolò (che sapete che l’adulare non è mia arte), che trovandomi io a leggere quelle vostre prime a certi cittadini e de’ primi, ne fusti sommamente commendato, di che io presi piacere grandissimo, e mi sforzai con qualche parola destramente confermare tale oppinione, monstrando con quanta facilità lo faciavate. [5] E cosí, dove io veggo potere giovare, lo fo, parendomi farlo per me proprio, come certamente fo; e pure stamani fui con Luca delli Albizzi, col quale era di già stato Totto vostro fratello, e fatto il bisogno, fece lo officio dello amico, come sempre è usato fare. [6] Cosí messer Marcello, insieme con Totto vostro, fa onni cosa che ottegnate il desiderio vostro, e credo per avventura avanti il serrare di questa arà effetto; e non lo avendo cosí ora, lo arà un’altra volta. [7] Scrivete pure a Totto che non la stacchi, perché stamani mi disse: « Se io non la fo oggi, io me ne andrò in villa », etc. [8] Voi sète savio, e basti.

[9] La vostra lettera mi dette il nostro messer Marcello, e seco era Totto, al quale avea date le altre vostre fidelissimamente. [10] Cosí avea mandate quelle di Francesco a casa sua per uomo apposta, ché per non mi sentire bene non ero in cancelleria: basta che hanno avuto ottimo ricapito, e cosí aranno tutte le altre. [11] Io ho messo da uno canto tutt’i piaceri che io ho sendo qui, e tutti li altri che io arei sendo costí, e certamente lo essere insieme con voi dà il tracollo alla bilancia; pure bisogna avere pazienzia, da che non si può; e se voi continuerete nello scrivermi ancora, mi sarà manco grave questa vostra assenzia, di che io vi prego quanto piú posso. [12] Io feci la ambasciata del parcatis a messer Cristofano. [13] Mi respose che alla tornata vostra facessi motto a Lione al Rosso Buondelmonti, che da lui sarete informato di tutto, per essere uomo pratico etc. [14] Dapoi la partita vostra abbiamo perso Libbrafatta e il Bastione della Ventura, e per ancora ’ Pisani sono signori della campagna. [15] Pistoia ha fatto grandi movimenti, e la parte Cancelliera ha cacciato la parte Panciatica con grande arsione di case e botteghe e morte di qualche uomo; pure la parte restata superiore si dimonstra fidelissima e osservantissima di questa eccelsa Signoria. [16] Dio ne aiuti, che ce n’è bisogno etc. [17] Niccolò, io vi prego che a mia contemplazione spendiate uno scudo in guanti e dua scarselle di tela, delle piú piccole trovate, e qualche altra zacchera, che ve ne rimborserò a chi mi ordinerete;cosí vi prego mi mandiate uno stocco, ma lo voglio in dono, poiché non ho avuto quello mi promettesti alla partita. [18] E raccomandatemi quanto piú possete al nostro Francesco della Casa, e me li offerirete in tutto quello li accaggia di qua, e che lui stimi si possa fare per me. [19] Nec plura. A voi mi reccomando quanto piú posso, e prego Dio vi guardi dalle mani de’ Svizzeri.

[20] Florentie, die xxiii Augusti md.

[21] Vester Blasius Bonaccorsi Cancellarius

[22] Post scripta. Sono stato con Lorenzo Machiavelli, e hammi promesso scrivervi e farvi scrivere ancora da frate Anfroi e dal Casa; faccendolo, ve le manderò con questa e anche ne li solliciterò: ma rispondetemi, e portatevi da uomo da bene come voi sète.

[23] Maclavelle mi, che vi venga mille cancheri, che ci fate vivere in grande ansietà, e sempre nella 2a cancelleria stiamo in severità e cose che, adiungendosi all’altre occorrenzie etc., ci fanno intisighire. [24] L’asse si comincia a ritrovare per ser Antonio, e ogni dí lo stomaco lo molesta; credo sia per non avere madonna Agostanza sua qui da riscaldarlo, o farlo essercitare all’altalena. [25] Pure, nella prima cancelleria noi ridiamo spesso e facciamo anche qualche ordinuzzo in casa Biagio, e messer Marcello si truova appresso il suo gigliozzo in casa, e gode, e a questi dí si li è fatto lo scangio con gran trionfo. [26] Ho fatto in tal menatura cose sp [. . .], sí che etiam voi vi preparate, cum primum sarete arrivato qui, che la vi aspetta a fica aperta, e Biagio e io, 2 sere sono, la vedemmo alla finestra come uno falcone, scis quam dicam etc.; id est lungo Arno dalle Grazie. [27] Ser Raffaello è in legazione a Bologna, ma fra 2 dí entra sotto il Gaddo, che oggi va là per ambasciadore. [28] La Signoria li scrive, id est a ser Raffaello, che lo serva in tutto e per tutto; tu intendi. [29] Di che Baccio qui si è adirato a diavolo, che ave disegnato servire elli a tutti ’ sua bisogni, etc.

[30] Io non posso, Niccolò, fare che accusando la filosofia mia nella tua io non mi ni sia risentito con gli aghironi di ser Traversa, ché avendola trovata in chiasso si basterebbe. [31] E’ calabroni etiam se n’adireranno teco, che tu gli punga in questo modo; ma al nome di Dio, tornato che tu sarai, noi ti ritroverremo altri punti, purché tu non sia infranciosato troppo. Vale.

Andreas tuus

10

Totto Machiavelli a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 27 agosto 1500)

[1] Egregio viro Niccolò di Messer Bernardo Machiavelli, onorando mandato della Signoria di Firenze. In Francia. † Al nome di Dio, addí xxvii d’agosto 1500

[2] Honorande frater etc., questa sera siate stato ragguagliato dalla Signoria della provvisione con Francesco della Casa, dopo 15 dí continui che sono stato loro addosso e sera e mattina. [3] Egli erano fermi la maggiore parte di proposito andare insino alla somma di fiorini 30 larghi il mese, dicendo che con l’ordinario saresti ragguagliato: feci piú volte in particulare loro intendere che non era cosa giusta vi facessino spendere il vostro proprio salario, del quale quando siate di qua vi potete servire in pagarne il Comune e gli altri vostri bisogni, e faccendovelo spendere vi farebbono torto; e infine la cosa è acconcia come volevi, e alla fine tutti di buono animo e molto gratamente l’hanno fatto, e massime Filippo Buondelmonti e il gonfalonieri, a’ quali siamo ubbligati, e ancora Antonio Giugni ci ha assai aiutato.

[4] Alla Primavera o per la Primavera ho speso per vostro conto fiorini 11 d’oro in oro. [5] Per una de’ 17 del presente vi ragguagliai circa al fatto del danaio, che avevo fatto tutto quello m’avevi ordinato, e in essa era una lettera di credenza de’ Nasi vi fussi pagato iscudi 50. [6] Ruberto mi promisse darne doppio avviso, a cagione, se quella non fusse comparsa, che voi siate servito da cotesti sua di Lione per ogni modo. [7] E a detto Ruberto ho fatto libera promessa infra tre mesi pagarglieli, come per l’altra vi scrissi. [8] Né altro. Iddio vi guardi.

[9] Vostro Totto Machiavelli in Firenze

11

Agostino Vespucci a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 20 settembre 1500)

[1] Magnifico oratori Florentino apud Christianissimam Maiestatem Nicolao de Maclavellis. In corte

[2] Magnifico patrone mio onorando, ieri, che fu sabato, in Consiglio Grande furono eletti li signori x di libertà e balía, e sono x uomini da bene, e, sendone 2 a specchio, altri 2, videlicet il Gualterotto in luogo di Giovan Battista Ridolfi e Chimenti Sernigi in luogo di messer Antonio Malegonnelle; li altri fin qui non ci essendo, non si può dire altro. [3] Scrivesi a Piero, che è a Bologna, e cosí alli 2 commissari a Pistoia, che fra il tempo venghino, etc., e che li luoghi si provvederanno. [4] Vorrei, Nicolò mio, che voi ci fussi, per quello che per la prudenzia vostra molto bene intendete. [5] La Libertà e Balía è come prima appunto, eccetto che e’ in aliquibus limitano loro qualcosa. [6] El Turco prese Modone, e dicesi dipoi di Corfú: ammazzorono ognuno che vi era drento, sendone però morti prima 20 mila de’ Turchi; etiam si dice essersi dipoi inviati in Friuoli, oltre a quelli luoghi e banda di là; item, che il re Federigo si fa innanzi a recuperarsi le sua terre e porti, sendo aiutato da’ luoghi propri. [7] Li x sono in questa. [8] In fretta scrivo questa, che uno volando si parte per a coteste bande. [9] Di questa elezione de’ x pare che ognuno se ne rallegri, eccetti loro propri a chi è tocco la elezione;Dio voglia ne segua el fine che si spera.

[10] Bene vale. Ex Florentia, die 20 Septembris 1500.

Augustino, vostro servitore

12

Luca Degli Albizzi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 24 settembre 1500)

[1] Spectabili viro Nicolao de Machiavellis mandatario Florentino. Alla corte

[2] Frater carissime etc., alla utima vostra prima non ho resposto per non avere inteso che prima vi si sia scritto dal pubblico per certa via, e per non portare molto. [3] Io vi ringrazio del troppo vostro concetto di me: dolgomi che il giudizio vostro non mi fu prima noto, perché alla giunta della vostra d’uno tempo innanzi ero stato eletto oratore per a cotesta Maestà, e, allegato li impedimenti mia, ero stato assoluto [4] Non vorrei già che questo mio rifiuto facessi di costà sinistra opinione di me, non mi avendo ritenuto altro che il disagio e la spesa. [5] Quando bisogni, piacciavi purgarmi dove accadessi, ancora che io giudichi che di sí minimo particulare poco conto si tenga; debbesi reputare tutto a buon fine, e sperare che chi succederà farà piú il bisogno della città. [6] Bernardo Rucellai per la mala complessione, e Giovanni Ridolfi per la sconcia famiglia e per le molte occupazioni, non credo venghino. [7] A’ quattro dí di questo altro, che è l’utimo termine a loro assegnato, ne fareno certo giudizio. [8] Doverrassi rieleggere altri, massime ché ciascuno qui desidera che costí stia oratore prudente, reputato e accetto a cotesta Maestà. [9] Iddio al bisogno provegga. [10] Delle cose di qua non vi dico, stimando che le lettere pubbliche supplischino. [11] Ricordovi che io sono vostro e che io desidero piacervi. [12] Scuseretemi col mio Francesco della Casa se non gli scrivo, che resta per non lo affaticare, intendendo la sua indisposizione del corpo, che mi dispiace non altrimenti che se fussi nella mia propria persona. [13] Salutatelo e raccomandatemi a lui.

[14] Che Cristo sano vi conservi. [15] Florentie, die xxiiii Septembris md.

[16] Vostro Luca d’Antonio degli Albizzi

13

Agostino Vespucci a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 20-29 ottobre 1500)

[1] Nobili viro Nicolao de Maclavellis, excelse civitatis Florentie secretario et oratori in Gallia apud Christianissimam Regiam Maiestatem, suo precipuo etc. In corte del Cristianissimo Re

[2] Patrone mi, salve multum, commendatione praemissa. [3] Littere tuae, nobis nudius tertius redditae, quamvis etrusce, pergratae tamen fuere, nam et a Nicolao Maclavello et ex Bles regione, quidem longissima et ex altero quasi orbe, ut ait poeta, profectae sunt; tu vero ad nos redibis, cum hodie hinc Petrus Franciscus Tosingus orator et Bernardus Riccius mandatarius ad vos in Galliam Transalpinam sive Brittanniam discedant.

[4] Redeas igitur quam primum, quaeso; redeas properanter, oro; redeas quam ocissime, obsecro. [5] Mihi enim quidam nobilissimus civis, qui te unice diligit, insinuavit quod locum in Palatio tuum, ni adsis, perdes omnino: volui, pro eo amore quo te prosequor et amplector, hoc semel dixisse. [6] Perlegi litteras tuas domino Marcello, duobus aliis cancellariis et Blasio, qui omnes tenentur miro videndi tui desiderio. [7] Iucundus enim sermo tuus urbanus et suavis nos labore assiduo effetos et marcescentes, dum circa aures nostras obstrepit, levat, exhilarat atque instaurat; alia itidem permulta sunt quae reditum tuum efflagitant, sed coram melius. [8] Andreas et Iulianus se pollicentur scripturos ad te, quandoquidem morbo articulari, quo pridem laborarunt, liberati sint, hoc autem, quod in talari ludo et in cartis (ad rompham, dicunt) se crebro exercent; Blasius, olim Prothesilaus, nequaquam torpet, quin ludum rompharium aleatoriumque et ipse calfacit, quamquam suum sibi palumbulum tenellulum Antonius Vallensis vocitat, obque hoc, et quod nunquam iacit Venerem, non lusurum se amplius cum eodem Antonio vovit, ni ludant ad primeriam. [9] Collegae omnes tui hic bene se habent, et tu non bene subputas neque ariolaris quod tibi persuadeas, dum alter nostrum isthic aegrotat, duos ex istis itidem hic aegrotare. [10] Ait Arretinus quod vel tu aegrotabis prius, prout collega isthic tuus, ac moriere, quam ullus ipsorum, quoniam strenue magis adversus omnem incommoditatem, molestiam et difficultatem ipsi pugnant quam nos.

[11] Ioco tamen hactenus. Serio illud, quod non ab re fuerit: si Florentiam revertaris, desque operam ut caligatus ipse per lutum, coenum et aquam equitare per te siccis pedibus possit. [12] Vespuccius itidem quod sibi pellem afferas ob hanc ipsam rem memorat. [13] Marcellus noster primarius se infra decemnium non suscepturum prolem ex coniuge penitus asseverat, quam ob rem nescio. [14] Certo scio hoc, quod te in germani fratris loco diligit, tametsi non baptizes. [15] Fedinus ille noster, bipedum et quadrupedum impurissimus, Pistorii apud commissarios est. [16] Octavianus Ripa solus apud Decemviros; qui nisi videant unde erogare pecuniam possint pro rebus bellicis, numquam deliberabunt suffragiis neque litteras suo nomine mittent. [17] Idem Ripa, cum iocandi ac relaxandi animi causa loqueremur de te quantumque urbanitate ac dicteriis abundares, ut quampluries laetari, ridere, quin immo cachinnari etiam quandoque cogeremur cum esses coram, illud addidit, non posse te ullo pacto in Gallia, nisi magno cum discrimine, diversari, propterea quod isthic pedicones et pathici vexantur lege acriter. [18] Nobis autem, quibus optimi et candidissimi mores tui innotescunt, subdubitantibus, quibusve id sibi vellet quaeritantibus, mussitando respondit paedicasse te equum anumque tibi et clunes (proh facinus!) diffregisse. [19] Lucas vero noster, qui tantopere satagit cancellariae et domus quam sibi a fundamentis erexit, obque ista duo erumnosus se tibi commendat; positus enim intra sacrum et saxum cruciatur miser: solvere fisco quod debet nequit, et nisi prius solvat seque a speculo liberet, fieri non potest (ut suis virtutibus merebatur optabatque) in Alphani loco scriba ordinarius, quae res nequaquam fieret ei difficilis, ni spes nominandi in Consilio ab eo in cuius manu facultas est, sibi deesset; commendat se tamen omnipotenti Deo et cunctis amicis. [20] Scis enim ipse quantopere fide et taciturnitate valeat, quantumve in scribendo velociter et concinne litterarum caracteres exprimat; cui quin reditus tuus suffragetur, cum bonis faveas, veri quidem simile non est. [21] Ego eodem in loco ubi me reliquisti non parum laboris fero.

[22] De rebus vero civilibus, ni ad te et ad alios nonnulli isthuc scriberent, non nihil dicerem. [23] Annona hic non cara, aer saluberrimus, et contenti satis fere omnes, praeter qui scabie Gallica seu Neapolitana laborant. [24] Invalescit enim morbus huiusmodi in dies magis atque repullulat, ut intelligas alium veretrum sive mutonem perdidisse, alii videas nasum cecidisse, alium luscum evasisse, alium Vulcano simillimum. [25] Hoc tibi pro iure amicitiae recensui, ut caveas, et sospes incolumisque ad nos revertaris,tuosque Martellum, Casavecchiam, Raphaelem Girolamum, Bartholomeum Valorium, Fratancroiam, dominum Federicum et multos alios familiares et amicos, qui se tibi commendant, laetusque et serenus revisas. [26] Dux Valentinus facit mirabilia magna solus in Flamminia, iactaturque vulgo, et rumor increbrescit, quod ubi Faventiam Bononiamque expugnaverit, velit ferro aperire iter Petro Medici, ut hic plus quam civis (facinus magnum!) tantae civitati imperitet. [27] Avertat Deus iam omnia a nobis mala quorum 6 annos pars magna fuimus. [28] Litteras tuas expecto Britannicas. [29] Bene vale, rescribe, redi, nostrique memor nos dilige et mutuiter ama.

[30] Die xxma Octobris md. [31] Tenuta addí 29; e eccoti e’ Signori nuovi.

[32] Augustinus Vespuccius tuus tuississimus in Cancellaria

[Traduzone]

[2] Padrone mio, salve due volte, premessa la debita lode. [3] La tua lettera, consegnataci l’altro ieri, sebbene in lingua toscana, tuttavia risultò graditissima, perché ci giunse da Niccolò Machiavelli e dalla zona di Blois, veramente lontanissima e quasi di un altro pianeta, come dice il poeta: ma tu ritornerai da noi, visto che partono oggi da qui, per raggiungervi nella Gallia Transalpina o nella Bretagna, Pier Francesco Tosinghi oratore e Bernardo de’ Ricci mandatario. [4] Ti chiedo dunque di tornare quanto prima; ti prego di tornare alla svelta; ti scongiuro di tornare quanto piú rapidamente possibile. [5] Un tale, cittadino nobilissimo, che ti ama straordinariamente, mi ha infatti messo la pulce nell’orecchio che, se non sarai qui, senza dubbio perderai la tua posizione a Palazzo: ho voluto dirti ciò una volta, per quell’amore di cui ti amo e ti circondo. [6] Ho letto la tua lettera a messer Marcello, ad altri due cancellieri e a Biagio, che sono tutti in preda a un incredibile desiderio di vederti. [7] Infatti il tuo stile piacevole, arguto e amabile, risuonando attorno alle nostre orecchie, ci risolleva, ci diverte e ci rinfranca, noi che siamo esausti e spossati dal troppo lavoro; allo stesso modo, ci sono moltissime altre cose che reclamano il tuo ritorno, ma ne parleremo meglio di persona. [8] Andrea e Giuliano promettono di scriverti, ora che sono guariti dall’artrite, di cui tempo fa hanno sofferto, e ciò perché si tengono in esercizio giocando spesso ai dadi e alle carte (alla “ronfa”, dicono); Biagio, già Protesilao, in nessun modo batte la fiacca, anzi anche lui accende il gioco della ronfa e dei dadi, sebbene Antonio della Valle sia solito chiamarlo il suo colombino tenerello, e per questo motivo, e perché non fa mai il tiro di Venere, ha promesso solennemente che non giocherà piú con Antonio, a meno che non giochino alla primiera. [9] Tutti i tuoi colleghi qui se la passano bene, e tu non fai bene i tuoi conti e non azzecchi ciò di cui ti sei convinto, e cioè che, mentre uno dei nostri è costà malato, due di questi parimenti qui stanno male. [10] L’Aretino dice che anche tu, secondo quanto riferisce il tuo collega laggiú, ti ammalerai e morirai prima di tutti loro, perché essi combattono piú strenuamente di noi contro ogni genere di disagio, molestia e difficoltà.

[11] Ma basta con gli scherzi. Sul serio, una cosa che non sarà a sproposito: se tornerai a Firenze, fai in modo che quel soldato semplice possa, grazie a te, andare a cavallo a piedi asciutti attraverso fango, melma e acqua. [12] Il Vespucci parimenti ti ricorda che, per la stessa ragione, tu gli porti una pelle. [13] Il nostro eminente Marcello garantisce in maniera assoluta che prima di dieci anni non avrà figli dalla moglie, non so per quale ragione. [14] So per certo questo, che ti ama come un fratello di sangue, anche se non battezzi. [15] Quel nostro Fedino, il piú immondo fra i bipedi e i quadrupedi, è a Pistoia presso i commissari. [16] Ottaviano da Ripa è da solo presso i Dieci, che se non vedono da dove possano stanziare il denaro per la guerra, non delibereranno mai, né manderanno una lettera a loro nome. [17] Lo stesso Ripa, quando per scherzare e rilassarci parlavamo di te, e di quanto tu abbondi di spirito e di detti piacevoli, tanto che molte volte eravamo costretti a rallegrarci, a ridere, anzi piuttosto a sghignazzare ogni volta che stavi con noi, aggiunse questo, che tu non puoi in nessun modo rimanere in Gallia se non con grave pericolo, perché costà i sodomiti attivi e passivi sono duramente puniti dalla legge. [18] E alle perplessità che noi, cui sono ben noti i tuoi irreprensibili e immacolati costumi, manifestiamo, o a coloro che gli domandano che cosa voglia dire, risponde mormorando a bassa voce che un cavallo ti ha sodomizzato e ti ha spaccato (quale crimine!) ano e natiche. [19] Invece il nostro Luca, che è occupatissimo con la cancelleria e con la casa che si è costruito dalle fondamenta, afflitto per entrambe le cose ti si raccomanda; posto infatti tra l’incudine e il martello, l’infelice si tormenta: non può pagare al fisco ciò che deve, e se prima non paga e non si libera dallo specchio non può diventare (come meritava e sperava per le sue virtú) scriba ordinario al posto dell’Alfani, cosa che per lui non sarebbe affatto difficile, se non gli mancasse la speranza di essere proposto in Consiglio da colui nelle cui mani sta tale facoltà; si raccomanda tuttavia a Dio onnipotente e a tutti gli amici. [20] Sai infatti quanto lui valga per fedeltà e discrezione, e quanto nello scrivere tracci le lettere in maniera veloce ed elegante; e certamente non è verosimile che il tuo ritorno non gli sia d’aiuto, visto che tu appoggi i meritevoli. [21] Io, nello stesso luogo dove mi hai lasciato, mi sobbarco a non poco lavoro.

[22] Delle faccende civili direi invero qualche cosa, se molti non scrivessero costà a te e ad altri. [23] Il prezzo del grano qui non è caro, non c’è traccia di peste, e quasi tutti sono contenti, a parte coloro che soffrono del mal francese ovvero napoletano. [24] Il morbo infatti prende vigore e ricomincia a diffondersi sempre piú di giorno in giorno: sappi che uno ha perso la verga ossia il membro virile, vedi che a un altro è caduto il naso, un altro ha perso un occhio, un altro è diventato come Vulcano. [25] Ti ho riferito tutto questo per dovere d’amicizia, affinché tu stia in guardia, e illeso e incolume ritorni da noi, e lieto e sereno riveda i tuoi Martelli, Casavecchia, Raffaello Girolami, Bartolomeo Valori, Fratancroia, messer Federico e molti altri familiari e amici, che si raccomandano a te. [26] Il duca Valentino fa da solo grandi meraviglie in Romagna, e in giro si dice, e la voce si propaga, che non appena avrà espugnato Faenza e Bologna voglia aprire la strada con le armi a Piero de’ Medici, affinché questi, come piú che cittadino (gran misfatto!), regga una cosí importante città. [27] Dio allontani ormai da noi tutti i mali che ci affliggono da sei anni. [28] Attendo le tue lettere dalla Bretagna. [29] Sta’ bene, riscrivi, ritorna, e memore di noi amaci e ricambia il nostro affetto.

14

Totto Machiavelli a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 4 novembre 1500)

[1] Egregio viro Niccolò Machiavelli. In Francia. † Iesus; al nome di Dio, addí iiii di novembre 1500

[2] Frater honorande etc., questo è l’anno delle disgrazie nostre. [3] Dapoi che morí la Primavera, Giovanni, suo figliuolo, è stato per morire; infine appunto [. . .] può ire. [4] E, per non avere fatto testamento lei, e lui non era ancora [. . .] di potere testare, la roba se n’andava a coloro. [5] Pure, al presente, el fanciullo è in termine che di questo male non morrà e potrà testare [. . .] questo mese in che siamo, imperocché finisce il tempo de’ 14 anni, dal quale in là giuridicamente può testare. [6] Aspetterò voi, che doverrete essere di ritorno; e prima che tale tempo si sarebbe fatto nulla, e però, nel tempo stava cosí grave, non ci parve di fargliene fare. [7] Avvisate del vostro parere in questo caso.

[8] Da’ Signori passati non s’è potuto trarre danari, né la licenzia vostra, la quale chiesi perché, non potendo trarre un soldo, né per lo avvenire vedere ordine, parevami fussi un giuoco da farvi di costà stentare, sí che giudicavo fusse molto meglio tornassi di qua, dove potevi stare onorevolmente, che stare di costà con istento.

[9] Lionardo Guidotti, che in verità s’è dimostro vostro amico grande e vi stima, el quale è de’ Dieci, ha fatto ogni opera che voi siate o provveduto di danari o che voi ritorniate, e ha piú volte sollecitato a’ Signori e a’ sua compagni che voi torniate per ogni modo, dicendo che e’ Dieci hanno necessità di vostra presenzia: il che non v’ha fatto poco d’onore e d’utile, perché è uomo che ha credito assai. [10] Infine, voi li siate obbrigato per altra cosa, che ancora piú è d’importanzia, la quale vi si farà intendere quando sarete di qua. [11] E’ danari non s’è possuto avere, né si può, se provvedimento non si p [. . .]; ma la licenzia credo infra pochi dí sarà.

[12] Né altro.Iddio vi guardi. [13] Per

Totto Machiavelli, in Firenze

15

Francesco Machiavelli a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 5 novembre 1500)

[1] Magnifico viro Niccolò Malchiavelli, oratori florentino apud Christianissimam Maiestatem. Per da Lione. Alla corte. † Al nome d’Iddio, addí v di novembre 1500

[2] Magnifice orator etc., io non voglio per la presente, caro e onorando mio messer Niccolò, innovare el dolore né a voi né a me delle perdite abbiamo fatte e voi e noi, ancora la nostra sia suta maggiore per l’esser suta in sesso piú nobile, riserbandomi fallo di bocca, stimando abbia ad esser fra poco tempo, che assai lo desideriamo, e sappiamo fate el medesimo voi. [3] Fovvi per la presente intendere che, ancora la buona memoria di Giovambattista non sia, a Lione, in casa di Rinieri, vi sono le cose vostre, e la Maria massime, che a questa ora debbe esser arrivata là con suo marito Rinieri: sonvi e’ figliuoli sua, èvvi tanta reliqua di bonità e d’amore in detta casa che sempre tutti e’ parenti e ancora amici della detta buona memoria saranno con amore, benivolenzia visti, e fatto loro ogni commodo e piacere, e tutto potete usare come cosa vostra. [4] So non v’è di nuovo, e a me è parso farvi questo verso, avendo massime a mandarvi vostre lettere, che in questa fiano.

[5] El parente di Stiatta Ridolfi, vostro collega Francesco della Casa, comprendo sia malato, e detto Stiatta m’ha piú volte domandato di lui, dicendo non avere nuove da voi come si stia, e mostra maravigliarsi. [6] Io stimo abbiate fatto vostro debito in ogni cosa, che so cosí è vostra natura: ho voluto dirlo, quando sia a proposito, ancora sappia ora vostra Maestà esser verso Nansí, e lui verso Parigi. [7] Desidererei, avendo alcuna commodità (che stimo di sí), facessi intendere alla signoria di messer Giulio che io mi raccomando a quella, e che ogni sua avuta ho dato a tutte buono ricapito; e perché so arà ragguaglio da’ sua amici e ancora da Niccolò de’ successi d’ogni sua cosa, farò sanza tediare Sua Signoria e ancora me. [8] Quando vedete Ugolino Martelli, piacciavi raccomandarmi a lui e salutàllo per mia parte mille volte.

[9] Questo dí parte Adovardo Buglionne, cameriere della Maestà Cristianissima, e spacciato da’ nostri Signori per il suo ritorno. [10] A noi pare d’avere fatto resoluzione debba essere grata a Sua Maestà, come dal pubblico serete ragguagliato. [11] E per questa farò sanza altro dirvi. [12] Sono vostro e mi raccomando a voi. [13] Cristo vi etc.

Vostro Francesco Malchiavelli, in Firenze

16

Pier Francesco Tosinghi a Niccolò Machiavelli

(Moulins, 22 novembre 1500)

[1] Nobili et egregio viro Nicolao Malchiavello, mandatario et secretario Florentino dignissimo, etc.

[2] Nobilis et egregie vir, tanquam frater etc., da Lione vi scrissi per mano di Giovanfrancesco Martelli, dandovi avviso della arrivata mia lí, e resposi a una vostra trovata qui de’ 27 di ottobre, e dissivi come in brevi dí mi invierei per a cotesta volta di corte. [3] E cosí feci, che, essendo quivi arrivato addí xii, mi partii addí 17, e iersera venni qui a Molins, dove, volendo questa mattina partire per seguitare il cammino, mi sopraggiunse uno corriere da Lione con le infrascritte lettere indiritte a voi e con l’ordine che io le aprissi, come vedrete. [4] Le quali avendo bene essaminate, e parendomi che summa rei consistat in celeritate, e visto di non potere cosí avvolare io respetto a’ carriaggi e al sinistro cammino, m’è parso spacciarvi Mattio del Vecchio, nostro cavallaro e presente apportatore, con dette lettere, acciò che voi possiate intanto operare secondo la importanzia del contenuto loro e secondo la fede nostra in voi; e nonostante, io m’ingegnerò di studiare il venire quanto fia possibile. [5] Parendovi, avuto le lettere, di rimandarmi il cavallaro incontro con avviso del luogo dove abbia a incontrare e il re e voi, potete farlo, che credo sarà bene a proposito. [6] E interim mi raccomandate devotamente alla Sua Maestà, e bene valete.

[7] Ex Molinis, die xxii novembris 1500, hora xvi.

[8] Vester Petrus Franciscus Thosingus, orator

17

Agostino Vespucci a Niccolò Machiavelli

(Roma, 16 luglio 1501)

[1] Spectabili viro Nicolao domini Bernardi de Maclavellis secundo cancellario Florentino, secretario honorando. Florentiae

[2] Spectabilis vir honorande, etc., è sul mezzodí e io spiro del gran caldo è a Roma, e per non dormire fo questi pochi versi, e etiam mosso da Raffaello Pulci, che si trastulla con le muse. [3] Spesso alle vigne di questi gran maestri e mercanti dice improvviso, e comprendo dica con uno ser Francesco da Puliga di costà, che non so che si faccia a Roma. [4] E costui a’ dí passati fé uno sonetto per contro a Francesco Cei nostro, che mi pare un poco troppo disonesto, e ho fatto ogni cosa da averlo scritto, e non ho possuto; e questo ser Francesco non lo ha dato a persona, ma sí bene letto o vero recitato: potendolo avere, ve lo manderò. [5] El Pulcio si trastulla, e sempre è in mezzo di 4 puttane: con sanctà lo udiamo, e èmmi detto lui avere qualche dubbio che sendo di lui opinione e certezza di esser poeta, e che l’Accademia di Roma lo vuole coronare a sua posta, non vorria venire in qualche pericolo circa pedicationem, perché è qui Pacifico, Fedro e delli altri poeti, qui nisi haberent refugium in asylum nunc huius, nunc illius cardinalis, combusti iam essent. [6] Evenit etiam che in questi prossimi dí in Campo di Fiore fu abbrusciata viva una femmina, e assai di grado, veniziana, per avere lei pedicato una puttina di xi in 12 anni, che la si teneva in casa, e fattole etiam altro che taccio, per esser troppo disonesto e simile alle cose di Nerone romano. [7] Il che etiam conferma detto Raffaello in dovere stare continue per li giardini fra donne e altri simili a sé, dove con la lira loro suscitent Musam tacentem, diensi piacere e si trastullino. [8] Ma, bone Deus, che pasti fanno loro, secondo intendo, et quantum vini ingurgitant, poi che li hanno poetizzato! [9] Vitellio romano, et apud hesternos Sardanapalo, si reviviscerent, non ci sarieno per nulla. [10] Hanno li sonatori di vari instrumenti, e con quelle damigelle danzono e saltono in morem salium vel potius bacchantium. [11] Honne loro invidia, e mi bisogna rodere la catena in camera mia, che è a tetto, calda, e con qualche tarantola spesse volte, e moro di caldo, ut vix possim ferre aestum; che se non fussi uno respetto il quale sa Biagio, me ne verrei in costà. [12] Vogliovi pregare che rispondiate a Raffaello o a me, e traeteci mattana del capo, che so lo saprete fare. [13] El papa mi pare entrato nel pensatoio in su questo romore de’ Turchi, che già risuona forte; e comincia sospirando a dire: « Heu quae me tellus, que me equora possunt accipere? ». [14] Duplica le guardie al Palazzo dí e notte, prebet se quibuscumque difficillimum, et tamen animus eius sullaturit et proscripturit in dies magis, che, omnibus videntibus, a chi toglie la roba, a chi la vita, e chi manda in essilio, chi in galea a forza, a chi toglie la casa e mettevi entro qualche marrano: et haec nulla aut levi de causa. [15] Lascia oltre a questo fare a di questi baroni e sua amici molti oltraggi, e tôrre roba e votare fondachi, et huiusmodi 1000. [16] Sono qui piú venali li benefici che non sono costí e’ poponi o qui le ciambelle e acqua. [17] Non si seguita piú la Ruota, perché omne ius stat in armis e in questi marrani, adeo che pare necessario il Turco, poi li Cristiani non si muovono ad estirpare questa carogna del consorzio umano: ita omnes qui bene sentiunt uno ore locuntur. [18] Restavami dire che si nota per qualche uno che (dal papa in fuori, che vi ha del continuo il suo gregge illecito) ogni sera xxv femmine e piú, da l’avemaria ad una ora, sono portate in Palazzo in groppa a qualche uno, adeo che manifestamente di tutto il Palazzo è fattosi postribulo d’ogni spurcizie. [19] Altra nuova non vi voglio dare ora di qua, ma se mi rispondete ve ne darò delle piú belle.

[20] Godete et valete. Ex Roma, 16 Iulii 1501.Augustinus vester

18

Ugolino Martelli a Niccolò Machiavelli

(Lione, 17 luglio 1501)

[1] Spectabili viro messer Niccolò Machiavelli segretario della eccelsa Signoria di Firenze. † Iesus. Addí 17 di luglio 1501

[2] Messer Niccolò mio carissimo, io ho avuto a questi dí una vostra de’ 4 di questo, tanto cara quanto voi vi sapete, e priegovi ch’alle volte voi mi scriviate, e me ne farete uno grande piacere, e io farò il simile. [3] Io ho visto la provvisione m’ha fatto cotesta eccelsa Signoria, che di tutto sia ringraziato il buon Iesus. [4] Voi sapete come si può estare con il pregio in corte, non facendo piú ispedizione. [5] Io ho sempre fatto il debito mio verso la patria, e cosí farò sempre, e di quello ho fatto e voi e li altri ne possono essere testimoni, e, pure che le cose piglino sesto, non mi darà noia altro, e voi ricorderete dove bisogna che m’è suto fatto torto.

[6] A il collega ho fatto le raccomandazione vostre, e duplicate indrieto ve le rimanda. [7] Cosí a messer Antonio di Bolonge, il quale ha cominciato a scrivervi una lettera, che stimo vi si manderà con questa o con la prima altra, e va in villa. [8] All’usato, Frascone si raccomanda a voi. [9] Priegovi mi diate qualche nuova alle volte. [10] Qui non vi saprei che dire, che non si ci fa nulla. [11] Vittorio va a Milano, e stimo pure che li oratori vostri vi debbono essere per andare: qualche cosa di buono sia, se potrà, uno tratto! [12] Mandando qui imbasciadori, fate sieno della sorte ne accostumate. [13] Qui viene li imbasciadori dello arciduca, 5 de’ principali. [14] Per ancora della Magna non ci è nulla, né noi non la stimiàno punto. [15] Il reame di Napoli a questa otta debbe essere ispacciato. [16] Siatemi testimone quanti mesi è che io ve lo iscrissi che la impresa si farebbe, e il nostro generale non lo voleva credere.

[17] Giovanni Martelli n’è venuto in costí: fate in modo che li scudi xxxv si riscuotino. [18] Raccomandatemi per tutto dove fa di bisogno, e fate che io vi sia a mente in ne’ fatti mia. [19] Voi non m’avete risposto né sopra al marescial di Gié, né sopra Ruberto: il quale Ruberto è suto trattato alla giannizzola, e voi sapete se serve d’amico.

[20] Né altro per questa. [21] Vostro

Ugolino in Lione

19

Ugolino Martelli a Niccolò Machiavelli

(Lione, 12 agosto 1501)

[1] Spectabili viro, messer Niccolò Machiavelli, secretario della eccelsa Signoria di Firenze

[2] Messer Niccolò mio carissimo, io ho avuta una vostra de’ dí 6 di questo, molta cara; e, quanto alle nuove di Napoli, come vi scrissi per una mia piccola, noi fummo li primi: di che vi prometto il re ha commendato e lodato assai la Signoria. [3] Quanto alle cose di Milano, questa lunghezza va troppo in là, e io ne sto con dispiacere, né posso istimare, per li riscontri ho di qua, che le cose ne piglino sesto. [4] Non sarà se non come li passati, a mio avviso, cioè a nostro disavvantaggio. [5] Attendo con desidèro: io fo l’uffizio mio, né lascio a dire nulla. [6] Il re mi ode volentieri e alsí mi vede volentieri. [7] Io non lascio a dire nulla; vedreno che sarà. [8] Voi non ci avete uno amico, che per Dio avete pure dileggiato Ruberto. [9] Io non sono piú per dirli cazzòle, che me ne risulta danno e vergogna: pensiero sia poi alla fine vostro; per me non s’è lasciato a ricordare nulla, e, in quello ho potuto, ho aiutato sempre.

[10] La raccomandazione vostra ho fatta a messer Antonio e a messer Frascone, e tutto omo desiderebbe che voi venisti. [11] Io n’ho tocco allo imbasciadore, ma non so che mi dire, perché lui vòle lo scambio suo, che se il re si parte di qui, vi prometto non se ne tornerà con lui. [12] Io sono tutto vostro, e abbiatemi a mente dove bisogna. [13] Io farò il debito mio, provvisto che, se non vi metti di minimo che cento ducati, non posso fare nulla di buono. [14] Il collega se raccomanda a voi.

[15] Né altro per questa. [16] Vostro

Ugolino Martelli in Lione, addí 12 d’agosto 1501

20

Agostino Vespucci a Niccolò Machiavelli

(Roma, 25 agosto 1501)

[1] Spectabili viro Nicolao de Maclavellis secretario, maiori honorando. Alli signori Dieci. In Firenze

[2] Spectabilis vir etc., Nicolò Machiavello mio amantissimo, sommi spogliato in pitocco; sarei in giubbone, nisi austrum nocentem per auctumnos corporibus metuerem. [3] Sendo il desiderio vostro di volere intendere utrum la eredità del cardinale di Capua sia restata al papa o vero instituerit alios heredes, in risposta vi dico, serio loquens (nam secus fortasse quam claudam istas), il papa non permettere ad alcuno cardinale che loro faccino erede, immo circa il testamento la vuol vedere molto pel sottile. [4] Il che testifica il caso del cardinale di Lisbona, quale ne’ dí passati, sentendosi grave, non possendo lasciare de’ danari che si trovava, che furono 14 mila, a chi aría desiderato, piú tosto se ne volle spotestare vivente, che il papa, se mortuo, li avessi a godere lui. [5] E chiamando tutta la sua famiglia a giumelle in sul suo letto, a vista tutti li spartí in dono per li sua di casa; e cosí rinunziò tutti li sua benefici veramente, in modo che non si truova nulla in questo mondo se non la grazia grande, non solo della sua famiglia, ma di tutta Roma. [6] È dipoi sanato, benché sia vecchio, e ieri parlò con lo ambasciatore, me praesente, una ora o piú sempre in latino, et constabat sibi in omnibus. [7] Onde il papa dette l’arcivescovado di Capua, che vale vi mila ducati l’anno, al cardinale di Modina, il quale benché sia, ovvero paia, in grazia del papa, sborsò 15 mila ducati per la Santità di Nostro Signore; uno altro suo arcivescovado che è in Ispania diè a Monreale, con questo, che lasciassi al cardinale da Esti il vescovado di Ferrara. [8] Delli altri benefici non dico nulla, se non che il papa (quod pace sua dixerim) ne ha di prezio numerato aúto insino in xxv mila o piú, perché era il prefato molto ricco. [9] Se volessi intendere quo genere mortis obierit, qui vulgo tenetur ch’è veneno, per esser lui poco amico al gran vessillifero, ché di simil morte si intende spessissimo in Roma: et omnia ex fonte, nec non ex primo rivo emanant. [10] Habes, puto, plus quam petieras; e però resta che ser Antonio, Biagio, ser Luca e ser Ottaviano faccino quanto mi scrivete. [11] Circa al Pulcio, lo troverrò, e leggerolli la vostra: credo aremo poi materia da respondere, e piacevole: è un mal muscione, fa piú fatti che parole, e non pare quel desso. [12] Oggi, benché siamo addí 25, qui si celebra la festa di San Bartolommeo, e dicesi è per onorare piú la festa di San Ludovico re di Francia, che è questo medesmo dí. [13] È in Roma una chiesetta di questo santo, ignobile e che mai piú vide 50 persone insieme; e questo anno, per avere fatto la invitata l’oratore di Francia a tutti li cardinali, oratori, prelati e baroni di Roma, stamattina vi è stato ogni uno, videlicet 16 cardinali, tutti l’imbasciatori si truovono in Roma, tutti li baroni e altri signori, e tutti stati alla messa, che durò 3 ore di lungo. [14] Fuvvi la cappella del papa, che è cosa mirabile; li sua pifferi, che ad ogni cardinale arrivando li faceano lor dovere; tutti li trombetti; altri dilicatissimi instrumenti, idest l’armonia papale, che è cosa dulcisona e quasi divina: non so per ora nominare nissuno de’ 6 instrumenti per nome, di che non credo Boezio facci menzione, quia ex Hispania. [15] Fu etiam a mezza la messa per uno dottissimo uomo recitato una orazione latina, contenente breviter la somma della vita di san Ludovico; dipoi, latissime (facta in transgressu aliqua mentione de regibus Gallorum), della grandezza, sublimità e maestà del presente re, in cuius virtutibus recensendis, videlicet in dotibus corporis et animi, quantumque adversam fortunam egerit sub pedibus, prosperam vero quam bene moderetur frenis, consummò circa una grossa ora. [16] E veramente, Nicolò mio, qui è l’arte dell’oratore, perché costui è uno ignobile, e non piú visto né udito circulare, o poco; e nondimeno per esser romano è piaciuto piú che o il Fedra o il Marso o il Sabellico o el Lippo, che habentur optimi, e ha dimonstro avere aúto in primis memoria grande, sapere bene distinguere et aperte narrare; monstrò quantum valeat pronuntiatio, quantum verborum copia et gestus, qui et ipsi voci consentit, et animo cum ea simul paret, ut equidem affirmare ausim che spessissimo non solum manus sed nutus ipsius aría dimonstro alli auditori la sua volontà. [17] E non so come tam feliciter costui mai avessi potuto orare nisi imitatus sit Demosthenem, qui actionem solebat componere, grande quoddam speculum intuens. [18] E lassando la dottrina, la eloquenzia, i colori infiniti, molti flosculi et aculei quibus inspersa sua oratio est, illud, mehercule, praestitit, ut sibi conciliaret, persuaderet, moveret ac denique delectaret; et in calce orationis tantam eloquentie procellam effudit, ut omnes admirarentur ac stupescerent, ob que factum est, ut plausus ei quasi theatralis, quamvis in templo, a multis datus sit. [19] Credono molti che, sendo suto alla presenzia il re, che lo aría fatto in quello instanti grande omo appresso di sé. [20] Una sol cosa mi resta, che alli dí passati, sendo il papa in fregola di volere ire a spasso, e sendo in Camera del pappagallo uno circulo di 5 in 6 dotti (che invero ce ne è assai, benché anche delli scellerati e ignoranti), ragionando e di poesia e astrologia etc., uno di loro fu che disse esser solo uno a Roma a chi il papa prestava fede in astrologia, e costui avere male, e è in miseria e povertà per la gran liberalità di questo principe. [21] E il Fedra dicendomi costui avere preditto al papa che saría pontefice, sendo ancora cardinale, li mossi che si vorria fare qualche pronostico sine auctore, e lasciarselo cadere, et ita factum est. [22] Prima ci partissimo di lí, questi 3 versolini furono fatti, videlicet:

Praedixi tibi papa, bos, quod esses;

praedico moriere, hinc abibis;

succedet rota, consequens bubulcum.

[23] La rota è insigna di Lisbona, el bubulco è lui. [24] Questo effetto se ne è visto, che mai poi ha ragionato di partirsi, se bene ci è opinione che, se si scuopre il parentado con Ferrara, lui vorrà ire là, e vagare per la Romagna. [25] Vedreno quello seguirà, e se il Valentino tornerà qui, che ce ne è varie opinioni, tornando assai delle sue genti alla sfilata, e etiam avendo mandato Vitellozzo a fare quello che vorria ragionevolmente poter fare presenzialmente da sé; e venendo la beatitudine del papa in costà, voi e altri che volessi qualche dispensa o di tôrre o di lasciare la mogliera, la arete benignamente, modo gravis aere sit manus. [26] In questo mezzo Camerino teme, Urbino fila, perché dubita delle relliquie di casa sforzesca, e di Piombino non dico nulla. [27] Bene vale, et excusatum me habe se io non vi scrivo lungo, perché non ho tempo. Alias.

[28] Rome, xxv Augusti 1501.

Deditissimus Augustinus

21

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Lomello, 20 settembre 1501)

[1] Spectabili viro Nicolao Maclavello, populi Florentini secretario, suo honorando. In Palatio Florentino

[2] Niccolò mio onorando, a dirvi il vero, io mi rallegrai tutto quando vidi la soprascritta di vostra mano alla lettera di ser Luca, e aprendola rimasi sbeffato, e però non vi scriverrò niente di quello avevo deliberato: né del parlare del vescovo (il quale fu cosa miracolosa, benché breve, perché il cardinale era in faccenda), né del Giamba, né del rubaldo alloggiamento in che noi siamo etc.; e quando voi facciate il debito, io ho da darvi uno mondo di ragguagli di ragionamenti avuti con questi magnifici oratori, e nuovi e vecchi. [3] Sí che ora sta a voi.

[4] Bene valete. Ex Lomello. [5] Die xx septembris 1501.

Blasius

22

Niccolò Valori a Niccolò Machiavelli

(Pistoia, 30 ottobre 1501)

[1] Prestanti iuveni Nicolao Machiavello secretario dignissimo. Florentiae

[2] Carissime tanquam frater, io ho tanto piacere d’una vostra lettera, quanto di alcuna altra ne potessi avere: non sarò molto lungo per non avere che dirvi, e sono stracco. [3] Parlerete con Lanfredino, e benché « non possit civitas ascondi supra montem posita », gli ho replicato per piú di una mia la fede vostra, e infra l’altre cose non guardi a quello gli scrivo, che iudico sia manco male fare cosí, ma a quello gli referite a bocca, che sono le cose ragionammo. [4] E, di piú, qui bisogna avere ordine a questi fanti, che non siamo ridotti a 500. [5] Andiamo componendo queste cose di fuori e della città, e ne abbiamo, poi partisti, impiccati qualche uno, e cosí si sono rassettate tutte queste fortezze.

[6] A Antonio non ho potuto fare intendere nulla perché è cavalcato in montagna, ma lo farò subito, che so gli sarà gratissimo, massime per lo scrivere vostro amorevole; e in verità è uomo da bene. [7] Raccomandamus questa a Bernardo, che m’importa per una mia causa privata, e se v’avanza mai tempo fateci dua versi; e raccomandomi sempre a voi.

[8] Cristo vi guardi. E vi priego tocchiate la mano al nostro Giuliano Lapi, che è gentile cosa. [9] Iterum sono vostro.

Nicolò Valori in Pistoia Addí 30 d’ottobre 1501

23

Luca Degli Albizzi a Niccolò Machiavelli

(Blois, 24 novembre 1501)

[1] Spectabili viro Nicolao Maclavello, secretario Florentino, suo carissimo

[2] Spectabilis vir, etc., delli 8 del presente furono l’ultime mia; dipoi si ha l’ultime vostre de’ 9, a che non accade altra risposta, se non che dà piacere che la città si ordini al danaio, che non ne sarà poco bisogno; e tanto piú me ne rallegro, quanto piú cognosco che ogni nostro bene ha a procedere di costí, e chi starà a speranza di altri si troverà ingannato, perché per tutto si fonda in aria.

[3] Della pace che avvisate qui non s’è ragionato, e chi l’usa debbe dire quello che fa per lui. [4] Ringraziovi, e mi vi raccomando.

[5] Ex Blesis, die 24 novembris mdi.

[6] Lucas Antonii Albitius, orator, etc.

1502-1503

24

Francesco Soderini a Niccolò Machiavelli

(Empoli, 10 agosto 1502)

[1] Spectabili viro Nicolao de Machiavellis excelse Reipublice Florentine cancellario amico carissimo. Florentiae

[2] Domine Nicolae carissime, voi sapete che quando e’ nostri Signori mi mandorono a Urbino, acciò che si potessi fare buona diligenzia mi fecen dare certe cavalle dalle poste, fra ’ quali ne fu dua di Antonio da Sestri, e furono ritenute da me fino al mio ritorno, nel quale una giumenta morella trovandosi stracca, la lasciai al capitano di Bagno che la facessi governare, e questa comprendo tornassi iersera. [3] L’altra, che fu una giumenta baia, rimenai meco, e si rendé addí 22 di luglio, quando tornai, che si doleva di un piè dinanzi, ma Antonio diceva essersi rappresa, e che bisognava una buona cura. [4] Io non so dire in che termine sieno queste cavalcature: posso bene fare fede che a me parseno belle e buone, e mi servirono benissimo fino a quel dí che io tornai; però, avendo patito le bestie quanto si può vedere, mi pare lo debbiate fare intendere a’ signori Dieci, acciò che Antonio sia rifatto e della fatica e del peggio, secondo che sarà conveniente, che a me pare meriti cosí il servizio ne fece: e voi siate testimone di una buona parte.

[5] Bene valete, e raccomandatemi a messer Marcello.

[6] Emporii, x Augusti mdii.

[7] Franciscus de Soderinis episcopus Vulterrae, serenissimi domini nostri papae referendarius

25

Francesco Soderini a Niccolò Machiavelli

(Volterra, 29 settembre 1502)

[1] Spectabili viro domino Niccolao Machiavello excelse Reipublice Florentine cancellario. Florentie

[2] Salve, mi Niccolae carissime. [3] Non esset opus unius hore neque opis nostre respondere tuis elegantissimis literis; solum igitur in presentia charitatem tuam in patriam et familiam nostram complectar, proque ea tibi immortales gratias agam ac tecum Deum humiliter rogabo uti sue electioni et populi Florentini iudicio adesse velit, pro communi salute et dignitate. [4] Nos idem semper erimus verum tali nexu patrie debitores, ut nemo nostrum sit qui non pronptissime facultates et sanguinem proprium patrie et civibus nostris sit persoluturus; et quoniam tu is es, qui virtute et charitate nemini cedas, non eris idem nobiscum, sed longe carior et gratior: nam, quantum attinet ad me, utinam dignus inveniri possim his bonis quibus hactenus me divina bonitas donavit! [5] Si quid tamen umquam vel casu sive per errorem accesserit, id omne patrie et amicis acceptum pronptissime feretur. [6] Bene vale et me, ut facis, ama.

[7] Vulterris, 29 Septembris mdii.

[8] Vester Franciscus de Soderinis episcopus Vulterranus Serenissimi domini nostri pape referendarius

[Traduzione]

[2] Salve, Niccolò mio carissimo. [3] Non sarebbe lavoro di una sola ora, né impresa conveniente alle nostre capacità, rispondere alla tua elegantissima lettera; pertanto solo di persona abbraccerò il tuo amore per la patria e per la nostra famiglia, e per quello ti renderò eterni ringraziamenti, e con te pregherò umilmente Dio che voglia essere propizio alla sua elezione e alla decisione del popolo fiorentino, per il bene e la dignità di tutti. [4] Noi stessi saremo invero sempre in debito verso la patria con un tal genere di vincolo, che non c’è nessuno di noi che non sia disposto a versare con la massima sollecitudine le ricchezze e il proprio stesso sangue per la patria e per i nostri concittadini; e poiché tu sei un uomo tale da non essere secondo a nessuno per valore e amore, non sarai per noi lo stesso di prima, ma sarai di gran lunga piú caro e piú amato: infatti, per quanto mi riguarda, voglia il cielo che io possa essere trovato degno di questi beni che fino ad ora la divina bontà mi ha donato! [5] Se tuttavia qualcosa mai vi si aggiungerà per caso o per errore, tutto ciò, ben accetto, sarà con la massima sollecitudine offerto alla patria e agli amici. [6] Sta’ bene, e voglimi bene come fai.

26

Lorenzo Machiavelli a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 7 ottobre 1502)

[1] Al mio carissimo messere Nicolò Machiavelli, degnissimo mandatario al Valentino, molto mio amico. † Al nome d’Iddio, addí vii di ottobre 1502

[2] Carissimo mio Nicolò, e’ sarà con questa Marco di Piero vetturale, el quale è padrone di certi muli che furono tolti dalle gente del Valentino insieme con molti altri e dimolte altre robe, le quali per mezzo di cotesto signore tutti l’hanno riaute; e come, piú particularemente a bocca dal detto potrete intendere. [3] Tant’è che ’l sopradetto Marco è lavoratore di Martino dello Scarfa, al quale io desidero fare tutt’i piaceri e comodità che a me sia possibile. [4] E, per usare tutti quelli mezzi che io posso in farli piacere, vi priego con ogni mia forza e per quanto amore è istato sempre fra noi che in tutti quelli modi che voi potete benificare el sopradetto Marco, voi con ogni diligenzia lo facciate; dicendovi ancora che, quando bisognassi ispendere in nella ricuperazione delle sopradette robe o, per meglio dire, muli, fino alla somma di ducati 25 o 30, ne siàno contentissimi.

[5] E anche, circa a questo, vi vogliamo dare la commessione [. . .] non guardiate in ducati 10, quando giudicassi avessino a fare [. . .]; se el sopradetto Marco in questo caso avessi di bisogno di servirsi di voi, o di danari o di credito, vi priego lo facciate, promettendovi cavarvi d’ogni danno ne potessi sopportare, fino alla somma di cento ducati in oro. [6] E se vi paressi che io facessi con esso voi troppo a sicurtà, è la grande fede che io ho in voi e la grandissima voglia che io ho di servire Martino, el quale mi richiede di questa cosa con ogni diligenzia. [7] E perché io so che voi m’intenderete al primo, non voglio multipricare in piú parole, se none che io instimo questa cosa quanto a me è mai possibile, ricordandovi che, dove voi la potete salvare, lo facciate per ogni verso. [8] E se vi posso o di questo o d’altro caso rendervi l’opera, sono sempre parato a’ vostri comandi.

[9] Cristo di male vi guardi, e felicitivi in ogni vostra causa.

[10] Vostro Lorenzo di Nicolò Machiavelli in Firenze

27

Niccolò Valori a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 11 ottobre 1502)

[1] Egregio viro Nicolò Machiavelli, segretario degnissimo all’illustrissimo duca Valentino

[2] Nicolò mio carissimo, ancora ch’io sappia che per le lettere del pubblico siete bene ragguagliato, e io stia contento a quelle, non posso però fare che a mia satisfazione non vi faccia dua versi. [3] Il discorso vostro e il ritratto non potrebbe essere suto piú approvato, e conoscesi quello che sempre io in spezie ho cognosciuto in voi: una netta, propia e sincera relazione, sopra che si può fare buono fondamento. [4] E io in verità, discorrendola con Piero Soderini, ne pagai il debito tanto largamente quanto dire vi potessi, dandovi questa loda particulare e peculiare. [5] Pare che, essendo cotesto signore etc., dovessi farsi piú innanzi; e a chi ne ha giudizio, pare di aspettare lui, e che la ragione voglia venga con qualche offerta e condizione onorevole. [6] Il giudizio vostro è desiderato qui delle cose di costà, e il ritratto delle di Francia, e la speranza ne ha il duca. [7] Perché voi ne promettete scrivere le forze e di presente di cotesto principe, e cosí quelle spera e ’taliane e franzese, non accade dirne altro, se none che quanto meglio s’intenderanno, tanto piú facilmente e meglio qui ci potreno risolvere. [8] Se nulla n’accade, sono cosí vostro come uomo abbiate in questa città, e bastivi, solo per le vostre bone qualità e affezione avete.

[9] Raccomandomi a voi. Cristo vi guardi. [10] Addí xi d’ottobre 1502.

[11] Nicolò Valori in Firenze

28

Agostino Vespucci a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 14 ottobre 1502)

[1] Spectabili viro Nicolao de Malclavellis secretario et mandatario Florentino honorando. In corte dell’illustrissimo duca di Romagna

[2] Nicholae, salve. Scribam ne an non scribam, nescio: si non, negligentia obest; si scripsero, vereor ne maledicus habear, et presertim in Marcellum et Riccium. [3] Marcellus, tanquam rei, hoc est officii tui, neglector, onus scribendi reiecit. [4] Riccius interim, qui usquequaque rimatur istiusmodi officia, ecce tibi heri sero, cum esset in Consilio octoginta virorum, ambitiosulus iste vocat Marcellum, qui modico illo momento et puncto temporis a Palatio aberat. [5] Surgit statim, descendit schalas, in cancellariam se proripit, et minitabundus quodam modo clamitat: « Heus, heus, scribite ». [6] Blasius statim, quasi divinans quod evenit, ne Riccio dictante scriberet, fugam arripit. [7] Solus remansi miser, suspiriaque ab imo pectore ducens, et anhelus, capio pinnam cadentem, conscribillo, veritus, si verbum proferrem, ne mihi id eveniat hic quod in Gallia aiunt Perusino evenisse; et quia Dominis nostris collega est, idcirco bolum devoro plus fellis quam mellis habens; ternas scribo, eo dictante, sive quaternas litteras. [8] Homo iste cum libro, eo unde venerat redit, legit, et quod recitat approbatur. [9] Adeque sive hac re, sive ob aliam, iam illum Domini deputarunt mittendum longis itineribus in Galliam ad Gallorum regem. [10] Vides igitur quo nos inducat animus iste tuus equitandi, evagandi ac cursitandi tam avidus: tibi, non aliis, imputato, si quid adversi venerit. [11] Velim equidem quod nullus praeter te astaret mihi essetque in cancellaria superior, quamvis tu omnia tentes et audeas quibus mihi vipera sed venenosissima insurgat, me petat, me frustatim necet, mihi pessimus et nequam et ambitiosus imperitet; sinemus vel nos aquam fluere. [12] Blasius itidem, prae-ter id quod te ob talia odit, blatterat, maledictis insectatur, imprecatur ac diris agit, nihil dicit, nihil curat, flocci omnia faciens.

[13] Credo, hercule, isthic sis magno in honore constitutus, cui Dux ipse et aulici omnes faveant, te, veluti prudentem, laudibus prosequantur, circumstent, blandiantur: quod volupe est, quia te deamo; nolim tamen id negligas propter quod munus istud paulo post amplius exequi nequeas. [14] Et si nunc, mi Nicholae, ista obrepant ac serpant, non multo post palam fiant necesse est. [15] Nosti hominum ingenia, nosti simulationes ac dissimulationes, simultates et odia, nosti denique quales sint, a quibus homo totus hoc tempore pendet. [16] Tu itaque, cum prudens sis, illud age quo tibi et nobis prospicias, quo in commune consulas. [17] Marcellum tuis litteris excites, cohorteris, urgeas, instes et ita flagites ut velit aliquot dies, officio tuo fungens, onus dictandi litteras subire, non detrectare, connivere, sed, ut facit, despicere! [18] Murceam deam, postquam tu discessisti, is incolit arbitror, adeo murcidus, idest nimis desidiosus et inactuosus, factus est. [19] Uxor tua duos illos aureos accepit, opera Leonardi affinis et amantis tui. [20] Heri mane, dum litteras proxime scriptas Petro Soterino recitarem dumque ipse quampluries eas inter legendum mussitaret, inquit tandem: « Autographus hic scriptor multo quidem pollet ingenio, multo iudicio praeditus est, ac etiam non mediocri consilio ».

[21] Per avviso. Vale. Ex cancellaria, die xiiii Octobris 1502, raptim et cum strepitu.

Augustinus tuus coadiutor

[Traduzione]

[2] Niccolò, salve. Non so se scrivere oppure no: se non lo farò, la mia negligenza mi nuocerà; se scriverò, temo di essere ritenuto maldicente, e soprattutto nei confronti di Marcello e del Ricci. [3] Marcello, come colui che trascura la questione, cioè il tuo incarico, ha rifiutato l’incombenza di scrivere. [4] Nel frattempo il Ricci, che è sempre alla ricerca di incarichi di questo genere, eccotelo ieri sera, quando prendeva parte al Consiglio degli Ottanta: quel piccolo intrigante chiama Marcello, che proprio in quel momento si era allontanato per un istante da Palazzo. [5] Si alza di scatto, scende le scale, irrompe in cancelleria, e in un certo qual modo minaccioso urla: « Su, su, scrivete ». [6] Subito Biagio, come indovinando l’accaduto, taglia la corda per non dover scrivere sotto dettatura del Ricci. [7] Rimasi solo io, infelice e sospirando dal profondo del petto, e ansante afferro la penna che mi stava cadendo di mano, e mi metto a scribacchiare in preda al timore che, se avessi proferito parola, sarebbe successo qui a me ciò che si dice sia accaduto in Francia al Perugino; e poiché è un collega dei nostri Signori, per questo butto giú il boccone, che sa piú di fiele che di miele; scrivo, sotto sua dettatura, tre o quattro lettere. [8] Con il libro costui torna da dove era venuto, legge, e approva ciò che declama ad alta voce. [9] Comunque, o per questa o per un’altra ragione, i Signori hanno già stabilito di mandarlo a tappe forzate in Francia dal re dei Francesi. [10] Vedi dunque dove ci spinge codesto tuo animo tanto bramoso di cavalcare, viaggiare, e correre qua e là; dovrai incolpare te, non altri, se succederà qualcosa di brutto. [11] Da parte mia vorrei che nessuno oltre a te mi stesse vicino e mi fosse superiore in cancelleria, per quanto tu tenti e ardisca di tutto affinché una vipera, e per di piú velenosissima, si rivolti contro di me, mi insegua, mi uccida facendomi a pezzetti, e, individuo pessimo, malvagio e intrigante, mi tenga sotto; ma anche io lascerò scorrere l’acqua. [12] Allo stesso modo Biagio, oltre al fatto che ti odia per le stesse ragioni, parla a vanvera, copre tutti di ingiurie, impreca e maledice, non dice niente, non si occupa di niente, reputando tutto senza importanza. [13] Suppongo, per Ercole, che costà tu ti sia guadagnato un gran credito, col favore dello stesso duca e di tutti gli uomini di corte; suppongo che, come uomo saggio, ti colmino di elogi, ti stiano sempre intorno e ti blandiscano: cosa che mi fa piacere, perché io ti amo assai; non vorrei però che tu trascurassi le situazioni a causa delle quali potresti non essere piú in grado, di qui a poco, di esercitare questa tua carica. [14] E se ora, Niccolò mio, queste manovre si insinuano e serpeggiano furtive, tra breve di necessità si renderanno manifeste. [15] Tu conosci gli ingegni degli uomini, conosci le simulazioni e le dissimulazioni, conosci infine chi siano coloro dai quali un uomo in questo periodo interamente dipende. [16] Tu pertanto, essendo persona prudente, fai ciò che ti consenta di provvedere a te e a noi, e di decidere nell’interesse di tutti. [17] Esorta Marcello con le tue lettere, sollecitalo, incitalo, incalzalo, e insisti con lui affinché voglia per qualche giorno – svolgendo il tuo incarico – sobbarcarsi al peso di dettare le lettere, anziché non rifiutarlo e far finta di nulla, ma, come fa, disprezzarlo! [18] Da quando te ne sei andato, si è messo, credo, ad adorare la dea Murcia, tanto è diventato “murcido”, cioè pigro e indolente all’estremo. [19] Tua moglie ha ricevuto quei due aurei, per opera di Leonardo, tuo familiare e amico. [20] Ieri mattina, mentre stavo leggendo a Piero Soderini una lettera appena scritta, e lui non smetteva di rimasticarsela fra i denti durante la lettura, alla fine disse: « Questo cancelliere, che scrive di suo pugno, è uomo certamente ricco di ingegno, dotato di molto giudizio e anche di non mediocre saggezza ». [21] Saluti. Dalla cancelleria, 13 ottobre 1502, precipitosamente e in mezzo alla confusione. Agostino, tuo coadiutore.

29

Niccolò Antinori a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 17 ottobre 1502)

[1] Spectabili viro Niccolao Maclavello secretario Florentino dignissimo ac mandatario ad illustrissimum ducem Romandiole

[2] Spectabilis etc., io ho inteso quello scrivete a messer Marcello sopra il salvocondotto, e per tale causa scrivo a messer Alessandro che lo facci espedire e me lo mandi; e perché voi dite che bisognerà dare qualcosa, io li scrivo la alligata e li dico come, subito lo arò, li manderò una veste di 30 ducati per tale espedizione. [3] Di che vi do notizia non per altro che per vostra informazione; arò caro mostriate non ne saper nulla.

[4] Valete. Ex Audientia nostra. [5] Florentie, die 17 Octobris 1502.

Niccolaus Antinori

30

Biagio Buonaccorsi e Agostino Vespucci a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 15-18 ottobre 1502)

[1] Nicolao Maclavello secretario Florentino plurimum honorando. Ad Imola

[2] Cazzo, Niccolò mio, che io ho tanto favore con questi Signori che giugnendo iersera il cavallaro mandato da voi circa ore 6 e vedutovi mie lettere, subito me le mandorono a casa: e anche vinsi il mio stanziamento, in modo seppi cinguettare, e bisognò ancora 3 volte, in modo che, dubitando ser Antonio della Valle che alla terza io mi smarrissi, e’ mi dette una ricetta di uno argomento che mi menò sí bene che madonna Lessandra mia ne sta di buona voglia, e madonna Gostanza se ne dispera che ser Antonio pubblichi le sua ricette; pure credo consolarla, perché, avendosi a mandare a Livorno uno maestro a rimpennare passatoi, l’ho messa innanzi e detto che la rimpenna sí bene, che la gittò un tratto ser Antonio fuor del letto con una rimpennatura. [3] Èssi appiccata questa pratica, e se ser Lumaca non la rompe, credo che la si loderà di me, e lei, intesala, mi sollicita a tirarla innanzi.

[4] Cazzovi ’n culo, che lo sgallinare è pur tocco a voi, poiché vi è fatto le spese e sète stato alloggiato cosí onorevolmente; fate di essequire costí la commissione vi dètti, altrimenti non vi commenderei come fa ser Stretichi madonna Gostanza, e faccendolo, vi conforterò a seguitare: voi avanzerete onni cosa che mi sta in sul cuore; se mi farete parte di qualcosa, starò cheto, altrimenti contraffarò il Fedino, che vi fa pur filare.

[5] Niccolò, io non sono adirato, né ancora fo giudizio dello animo vostro verso di me da queste favole, perché in fatto non mi è se non briga, e io pure ho delle occupazioni, poi non ci sète, ma sí bene da infinite altre cose, che mi constrignerebbono, ricordandomene, a non vi portare quella affezione che io fo; di che io non voglio mi sappiate grado, perché, volendo non amarvi e non essere tutto vostro, non lo potrei fare, forzato, dico, sí dalla natura che mi constrigne a farlo, benché in fatto sia da tenerne poco conto, non vi potendo io nuocere, e manco giovare. [6] E se io vedessi o avessi visto che voi fussi il medesimo che siete meco con tutti li altri amici vostri, non ne arei fatto tale impressione in me medesimo; ma io veggo che io mi ho a dolere della mi’ cattiva fortuna e non buona elezione, e non di voi, poiché io non truovo riscontro alcuno in quelli che io amo tanto quanto me medesimo, e che io ho scelti per mia patroni e signori, di che voi potete essere ottimo iudice, prima da voi, dipoi da qualcun altro che vi è cosí noto come a me. [7] Ma di questo non si parli piú, che io non voglio se non quel che voi, e basti.

[8] Le vostre lettere questa mattina ho mandate tutte a posta e fidatamente. [9] Espetto il velluto da Lorenzo, e da madonna Marietta il farsetto, e subito avuto vi manderò onni cosa; e se altro vi accade, scrivete. [10] Scrivendo, Lorenzo mi ha mandato il velluto, e cosí per il presente latore, che sarà Baccino, ve lo mando, e con esso il farsetto; che pure siate uno gaglioffo, poiché a posta di uno braccio di domasco voi volete portare una cosa tutta unta e stracciata: andate a recere, che voi ci farete un bello onore. [11] Monna Marietta mi ha mandato per il suo fratello a domandare quando tornerete; e dice che la non vuole scrivere, e fa mille pazzie, e duolsi che voi li promettesti di stare 8 dí e non piú; sicché tornate, in nome del diavolo, che la matrice non si risentissi, ché saremo impacciati insieme con frate Lanciolino.

[12] Io vi arei da dire circa *la elezione di Bernardo de’ Ricci per in Francia* molte cose, piú bella l’una che l’altra, e cosí *molte favole del nostro ser Antonio da Colle, che secretamente andò a Siena con certi sua ghiribizzi, che non è stato niente*; ma penso lo farò meglio a bocca, e piú securamente. [13] *Il Riccio* ancora non è ito, e non so se si andrà, benché abbi *avuto la commissione e ogni cosa, da’ danari in fuora*; e perché dubitava *chi lo mandava che la lettera credenziale non si vincessi, per ire sicuramente lo indirizzavano allo oratore, e volevano che lui lo presentassi al re, e dipoi essequissi la commissione: in effetto non portava nulla, ma era fatto per farli sgallinare* uno cento ducati, poiché *cotesta proda era presa, e simile quella di Milano. [14] Non è ancora ito e non so se andrà, perché li parenti dello imbasciatore si sono risentiti, parendo non passi sanza suo carico; e il vostro Lionardo non li vuole dare danari, se non si stanziano, il che non si vincerebbon mai, sendo* massime *scoperta la cosa.*

[15] Io vo onni dí 4 o 6 volte al nuovo gonfaloniere, e è tutto nostro, e monsignore suo fratello mi domandò oggi, sendo seco, di voi, e monstra amarvi unice, e io anche feci seco lo officio dell’amico circa ’ casi vostri: cosí li facessi voi di me, che non desiderrei piú da voi. [16] Se non vi incresce, scrivete uno verso al Guidotto in mio favore, che, poiché io ho lo stanziamento, mi cavi del generale; fatelo se vi pare, o se vi viene bene.

[17] Niccolò, io desidero intendere quando il Fracassa sarà costí; e quando vi sarà, vorrò serviate uno mio amico di darli una lettera e dirli dua parole, in conformità di questo vi dirò appresso. [18] Lo spenditore qui della Signoria, quando fu qui, li prestò 20 ducati, e non li ha mai riavuti. [19] Vorrei gnene parlassi una parola, che invero si porta male, sendo stato servito in tanta necessità quanto si trovava allora; e se vorrà satisfare, che cosí ne ha promesso piú volte, vi fareno una lettera che li paghi a voi. [20] Della cifra di sopra non rispondete, o voi servate lo stilo che ho fatto io, cioè di scrivere in cifra.

[21] Bene valete. Florentie, die 15 Octobris 1502.

[22] Niccolò, io ho errato, a volere che l’amico mio sia servito, a monstrare di desiderarlo, perché non ne sarà nulla: e se questo è il remedio, io non me ne curo.

Vester Blasius Bonaccorsi

[25] Delle cose pubbliche non ho che dirvi, fuor di quello vi si scrive publice: quando ci sarà da farlo, non mi arà ad esser ricordato. [26] Siamo addí 18, *e l’amico,* cioè *il Riccio, credo andrà, tanto può la rabbia, che pure non ha avuto ancora il danaio;* ma poiché s’è trovato modo *a deliberarli la lettera del passaggio e tra ’ Signori soli, che altrimenti non si sarebbe vinta, si troverà modo al resto, ma Lionardo vostro* farà male a *darneli.*

[27] Salvestro, cioè il Riccio, di nuovo vi si ricorda.

[28] Nec plura. Florentie, die 18 Octobris mdii.

Blasius Bonaccorsi

[35] Bene vale. Ex Florentia, xviii Octobris 1502.

[36] Servitor Augustinus. In cancellaria.

31

Piero Guicciardini a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 20 ottobre 1502)

[1] Spectabili viro Nicolao de Machiavellis carissimo. Imolae

[2] Carissime etc., io ebbi pochi dí sono una vostra, e usa’la come mi parve a proposito. [3] Non vi risposi, parendomi non accadessi: e circa le cose di costà non ho da dirvi altro, se non che seguitiate come avete fatto insino a ora, che mi pare satisfacciate a tutti. [4] Qui si vede una buona disposizione in tutti verso l’amicizia di cotesto signore, per la qualità de’ nimici e per credere piaccia cosí al re; di che ad ogni ora se n’aspetta risposta: e inoltre perché tale amicizia, quando si vadia a buon’ giuochi, servirebbe all’uno e all’altro, per la vicinità e altri rispetti.

[5] L’apportatore di questa sarà Girolamo, mio consueto, el quale viene costà per acconciarsi, confortatone assai da uno Grechetto stato qui a soldare pel duca, come da lui intenderete. [6] Arò caro gli facciate quello favore potrete: e è uomo da servire bene e averne onore. [7] E altro non m’accade.

[8] In Firenze, addí 20 d’ottobre 1502.

Piero Guicciardini

32

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 21 ottobre 1502)

[1] Nicolao Maclavello secretario Florentino suo plurimum honorando. Ad Imola

[2] Niccolò, perché ieri quando riceve’ la vostra era festa, non potetti farvi fare l’ucchettone, ma stamani di buona ora andai a trovare Lionardo Guidotti, e tolsi il panno, lasciandomene governare a lui, come mi scrivesti; e tagliossi in su uno taglio che aveva, che a me pare bello, e intròvi dentro braccia 7 e ½ di panno, che, a quello potetti vedere, vi costerà la canna da 4 ducati e ½ in giú. [3] Hollo fatto tagliare a me, e del collare e altre cose ho fatto quanto ne commettesti, e il meglio ho possuto. [4] Arò caro siate servito; se non, grattatevi il culo. [5] Abbiamo fatto cercare delle Vite di Plutarco, e non se ne truova in Firenze da vendere. [6] Abbiate pazienzia, che bisogna scrivere a Venezia; e, a dirvi il vero, voi siate lo ’nfracida a chiedere tante cose. [7] Espetto abbiate scritto al Guidotto, e non trattatomi all’usato.

[8] E’ mi duole non vi avere servito in tutto, perché madonna Marietta vostra ha saputo di questo ucchettone, e fa mille pazzie. [9] E se voi non avessi allogato la putta sua sí bene come avete, starebbe di mala voglia; ma desiderrebbe intendere le circunstanzie della dota: il donamento e altre cose è ad ordine, e tutte le cornacchie di Sardigna verranno ad onorarla e accompagnarla onorevolmente. [10] Io non so se io arò l’ucchettone stasera: avendolo, lo manderò; se non, per il primo non mancherà. [11] E voi mi avviserete della ricevuta del velluto, il prezzo del quale Lorenzo non volse chiedere alla Marietta, ma dice lo metterà a piè di un altro vostro conto avete seco. [12] E se quel cieco del Guidotto mi avessi voluto dare li mia danari, co’ danari contanti si faceva ogni cosa meglio. [13] Abbiate pazienzia, che maggiore tocca ad avere a me. [14] Io non ho che scrivervi niente di nuovo, e però abbiate pazienzia; e se nulla verrà, vi tratterò da amico.

[15] Ser Antonio della Valle è in sullo impazzare, e disputando lui e ser Andrea di Romolo a’ dí passati dello sbaraglino, ser Andrea li avventò uno zoccolo e ruppeli le rene; e il povero uomo porta uno bardellone addosso, non sapendo o potendo fasciarsi piú comodamente, e non c’è rimedio se lo voglia levare da dosso. [16] Vanno armati amendua, non so se voi m’intendete, ser Andrea di pesceduovi e ser Antonio d’argomenti; e ciascuno di loro sta in su’ sua. [17] Credo che noi la comporreno, se si truova modo da racconciare le rene a ser Antonio. [18] Niccolò, io sono a mal partito, perché ser Antonio ha smarrito il suo caldanuzzo e fassi a me, e vuole lo rifacci di danni e interessi: non so come me lo accordare, e vorrei pure contentarlo; però non mi mancherete del consiglio vostro.

[19] Il presente latore, che sarà Iacopino, vi porta l’ucchettone, e a me pare stia bene, e dinanzi è cucito, perché ho visto portate cosí e’ lucchi: quando non vi piacci, fia poca fatica a sdrucirlo. [20] E in effetto ho fatto il meglio ho possuto: fate pure che, la prima volta vi sia assettato addosso, che pigli buona forma. [21] Io vi ricordo la faccenda del Riccio di madonna Dora, che lo desidero grandemente. [22] Lionardo ha pagato il rimendo e la fattura dell’ucchettone lire 5, e di tanto li siate debitore, e con me siate debitore qualche sgallinatura. [23] Io non ho parlato di licenzia, perché voi non ve ne curate e io lo so. [24] A me basta cacare il sangue per voi e per me, e che voi *sgalliniate.*

[25] Niccolò, io vi ho a dire che ’ collegi fanno mille pazzie del mio stanziamento, e dicono che se non si revoca non faranno nulla, perché non vogliono abbiamo dua salari; sí che, quando voi siate al termine dello avere guadagnato e’ danari avesti, ordinate di non avere a chiedere stanziamento – e anche non credo lo abbiate mai –, per potere poi cancellare il debito, dove appariranno li danari avete avuti. [26] Governatevene come vi parrà meglio.

[27] Ser Antonio da Colle *tornò qui, e è ritornato a Siena drieto a certe pratiche che a me paiono favole, perché non aranno effetto, e cotesto signore pure ne aveva spillato qualcosa. [28] Il Riccio è ancora qui,* benché abbi avuto *150 ducati per andare: non so quello sarà.* [29] Lorenzo di Giacomino mi dice che domattina manderà il vino e che vi ha servito da uomo da bene, e che, avanti sia costí, vi costerà poco meno di 5 ducati; sí che voi ve n’andate in chiasso. [30] E di piú mi ha pregato che, avendo cotesto signore a mettere le poste per di qua, che desiderrebbe operassi con li amici vostri costí che lui avessi la posta qui di Firenze. [31] E perché voi sapete quanto io lo ami, ve lo raccomando quanto posso.

[32] Florentiae. Die xxi Octobris mdii.

Blasius Bonaccorsi

33

Lorenzo di Giacomino a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 21 ottobre 1502)

[1] Niccolao Maclavello, secretario Florentino, patrono suo. † Addí 21 d’ottobre 1502

[2] Caro Nicolò, avísovi come domattina vi mando el vino. [3] I’ho autto a compierare le cieste e le fune e la piaglia; e, quando ebi in ordine ogni cosa, el vitturale vòle fare meco el piatto, in modo gli avétte a piagiare lire 12/1. [4] Non lo voleva arecare. [5] È una béva vi piacierà. [6] Per mie lettere vi darò aviso di tutto, ecc.

[7] Avísovi come io vorei che voi faciesi costí cogli amici vostri, che mettono le poste da Roma in fino costí. [8] Hanole mese da Roma in fino qui a piarole, ch’è venutto uno a méttele di mano in mano; sí che, se voi vorette adopirare quelo sapitte, bisogna fare presto. [9] Credo v’arette a fare costí con lui, che ispaciò la stafetta; io ve n’ho datto aviso come la mandai volando. [10] A voi mi racomando. [11] Fatte presto presto.

Vostro Lorenzo di Giacomino, Firenze

34

Salvestro Agostini a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 21 ottobre 1502)

[1] Prestanti viro, domino Nicolao Malclavello mandatario et secretario fiorentino, amico suo optimo. Imola

[2] † Magnifico Nicollò mio carisimo, non mancherò mai che con tuto il mio cuore io non vi sia servidore, se bene mai la mia ’lezione non avesi la perfezione, perché una voltta io piú istimo una volta la vostra diligenzia inverso di me; spero in Dio e nel mio padrone messer Marcello e nel mio Nicollò Machiavelli, nel qual è tuta la mia fede, ricordandovi che vi sono stiavo sollo della vostra buona volontà, e non so molti « sarò » e « mi fare’ »: se non che l’opera farà fede delle mia parolle.

[3] Io vi ricordo la spedizione del fatto; e oltre al conformare la mia ’lezione, fa di bisonchio una lettera alla comunità d’Orvieto, che dipoi il presente podestà io sia il primo. [4] S’io sono prosuntuoso, n’è causa l’operra vostra, e ’l mio padrone messer Marcello.

[5] Racomandomi a vostra magnificentia. [6] Addí xxi d’otobre 1502.

[7] Salvestro di Salvestro d’Acostino. Fiorenzia

35

Piero Soderini a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 22 ottobre 1502)

[1] Spectabili viro Nicolao de Malclavellis secretario Florentino, mandatario ad illustrissimum ducem Romandiole, amico etc. A Imola

[2] Spectabilis vir amice charissime, poi che io fui designato da questo populo al grado che voi sapete della nostra città, non ho scritto ad alcuno né signore né amico mio particulare, giudicando sia conveniente espettare di esser tratto e in Palazzo: e però non ho scritto etiam a cotesto illustrissimo principe. [3] E ideo scriverrò a voi in raccomandazione di alcuni ai quali ne’ mesi passati furono tolti sei muli a Castel Durante da certi uomini di Sua Eccellenzia; di che pare ne’ dí passati dal nostro magistrato de’ x ne sia suto similmente scritto. [4] Voglio che voi siate contento in nome mio parlare con la Illustrissima Sua Signoria, e in primis mi offerirete a quella, dapoi verrete con Sua Eccellenzia allo individuo de’ 6 muli tolti, li quali gli piaccia per amore mio fare restituire a Marco e Iacopo Brinciassi nostri vetturali, e di questo iterum atque iterum la pregherrete: e io, come ho detto, mi riserverò a scrivere a Sua Illustrissima Signoria poi sarò in Palazzo, in quel modo giudicherò conveniente alla persona mia privata e alla pubblica. [5] Interim mi offerirete alla sua bona grazia, quale Dio augumenti in sua felicità.

[6] Bene vale. Ex Florentia. [7] Die xxii Octobris mdii.

Petrus de Soderinis

36

Bartolomeo Ruffini a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 23 ottobre 1502)

[1] Praestanti viro domino Nicolao Malchlavello mandatario et secretario Florentino, patrono et benefactori honorando. Ad Imola

[2] Nicolò, padrone onorando etc., io intendo da Biagio che voi siate per maritare la mia fanciulla, e che le darete, potendo, uno buono capitale, il che sarebbe a grande mia satisfazione. [3] Pregovi da core che, avendone occasione, voi v’ingegnate con il tavolaccino o altri vostri ministri che la si venda avanti al partir vostro di costà, perché non le posso piú dare le spese e ho grande bisogno de’ danari. [4] Il pregio, se voi non lo sapete, lo sa il tavolaccino, e a lui scrivo la alligata per farli intendere il desiderio mio, e tutto si facci con reputazione della fanciulla e con onore vostro: farla offerire in modo che non perda di reputazione, anzi ne acquisti, come saprete ordinare. [5] Le vostre lettere a Biagio e alli altri sono a tutti gratissime, e li motti e facezie usate in esse muovono ogni uno a smascellare delle risa, e danno grande piacere.

[6] E questo Ognissanti sarete ricordato al provveditore di quel fatto che soliamo avere, e vi si manderà a casa. [7] La donna vostra sta bene e vi desidera, e manda qui spesso ad intendere di voi e del ritorno. [8] Altro non mi occorre. A voi mi raccomando.

[9] Bene vale. Florentiae, die xxiii Octobris 1502.

[10] Vester Bartholomeus Ruffini. In cancelleria

37

Niccolò Valori a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 23 ottobre 1502)

[1] Prestanti viro Nicolò Machiavelli secretario degnissimo Florentino. Al duca Valentino

[2] Carissime tamquam frater, io ho una vostra de’ xx, che mi è suta carissima, come mi saranno sempre tutte le cose vostre. [3] E veramente i ragguagli e discorsi vostri non potrebbano essere migliori, né piú approvati; e volessi Iddio che ogni uomo si governassi come voi, che si farebbe manco errori. [4] Noi qui, perché le nuove dipendano di costà, non abbiamo molto che dirvi. [5] Mandamo ser Alessandro a Roma, che doverrà essere cosa grata a cotesto principe, e voi ve ne potrete onorare assai. [6] Le gente comandate non si sono mandate alle frontiere, perché non farebbano se none male; ma potete bene dire a Sua Eccellenzia s’è mandati piú conestabili de’ migliori e da fare fatti al Borgo e negli altri luoghi; e tuttavolta si pensa fare qualche dimostrazione che darà reputazione a Sua Eccellenzia, e sicurtà a noi.

[7] Circa a’ casi nostri particulari, Deus testis che io v’amo e stimo piú che fratello; e perch’io so aresti voglia d’esserci a questa cerimonia del gonfaloniere nuovo, ne farò pruova, ma non riuscirà, perché lui etiam non se ne accorda molto. [8] Bastavi in coscienzia non s’è mancato seco di fare l’officio per voi, e satisfare alla verità; e per la fede è fra noi, io in particulare ne ho parlato seco due volte a lungo, in modo credo che d’amico vi sia diventato amicissimo. [9] Quello desiderate in secondo luogo non vi doverrebbe essere dinegato, ma questi nostri collegi sono in modo attraversati non abbiamo mai possuto farne fare loro nessuno; non restereno d’aiutarne, e voi e gli altri. [10] Né piú per fretta, se none sono sempre a’ piaceri vostri.

[11] Cristo vi guardi. Addí 23 d’ottobre 1502.

[12] Nicolò Valori in Palazzo

38

Domenico Lioni a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 26 ottobre 1502)

[1] Domino Nicolò Machiavelli, a Imola. † Iesus. Al nome di Dio, addí xxvi d’ottobre 1502

[2] Esendo che per lo passato non m’è accaduto lo scrivere, benché stimo che poca condizione abbiate di me, salvo solo se già non avessi inteso che Giovanni Vernacci vostro nipote stia meco a bottega, ed essendoci stato Totto vostro fratello è piú giorni, v’arei fatto scrivere, e non essendo tornato da voi piclierò sicurtà a voi di darvi briga e pregarvi ched e’ vi piaccia voler dimandare al signor duca la ristituzione di balle x de’ panni forestieri che furon tolti a Urbino e distribuiti a 6 de’ suo cortigiani, e’ quali panni el dí dell’acquisto d’Urbino erono a Castel Durante, presso a Urbino a 7 miglia; e portando le chiavi quelli di detto Castello, o vero dandosi, fu promesso loro salvo la vita e le persone di tutti, e comprendo in capo di due giorni fu mandato per dette robe e muli, e fatti venire a Urbino in casa Corborano, e quivi divisi le robe e ’ muli, come intenderete da Trincasso Lietti, che si truova di costí, che ancora lui non può riavere e’ muli. [3] E parmi intendere che questa divisione si sia fatta sanza saputa del duca, e son certissimo che se ne parlerete alla Sua Signoria comanderà ched e’ sieno ristituiti, perché sempre ha detto di suo bocca che vuole che tutto sia renduto e che non si vòle ch’e’ mercatanti perdino nulla. [4] E pertanto vi prego ched e’ vi piaccia che, con piú destro modo vi parrà, di domandare dette robe alla Sua Signoria, che le faccia restituire, che vedrete ve lo concederà, perché sono state tolte contro a ragione e giustizia, e ancora certamente contro alla sua volontà. [5] E ottenendo questo, non per premio né per prezzo, ma per parte di beveraggio, vi si donerà ducati quindici d’oro, a cagione ne possiate stare a qualche disagio per riaverli: e se none e’ panni, per non si trovare in essere, almanco la valuta. [6] appiate che in dette x balle erono pezze 71 di mezzi panni colorati di Linguadoca, che furon canne 420 di nostra misura, e piú canne 20 di frigio per involture, che almeno valevon danari 1 ½ danaro la canna; sicché, avendone a essere rifatti del prezzo, fate lo meglio potete [7] E non vi sia grave di dare aviso per le prime vostre di quello seguite o sperate seguire.

[8] Quelli che divisono dette robe in casa Corborano furon detto Corborano, Simone Micheli, monsignore della Motta maestro di sala, il Bianchino da Pisa, Manzollo da Perugia e Marco capo delle bandiere, e loro se le mandorono alle stanze loro, e cosí 5 muli che le portavono. [9] Tutto per vostro aviso.

[10] Èssi comesso a Marco Salviati che ancora lui ne parli; parendovi di conferirlo con lui, lo fate, e massime stimando che gli abbia a giovare.

[11] Per questo non piú. [12] A’ comandi vostri. Iddio vi guardi. [13] Vostro

Domenico Lioni in Firenze

39

Iacopo Salviati a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 27 ottobre 1502)

[1] Magnifico domino Niccolao de Machiavellis apud illustrem ducem Valentinensem. A Imola. † Iesus. Addí xxvii d’ottobre 1502

[2] Magnifice vir etc., io ho la vostra de’ xxiii, per la quale resto avvisato a quanto vi trovate d’accatto, e il desiderio avete di ricuperarlo, per soprire a’ vostri affari. [3] All’entrata del futuro mese, e a pochi dí di quello, se ne riscuoterà lo viiio, el rimanente dipoi subcessive per e’ tempi correranno. [4] E perché desidero compiacervi, e soprire possiate a’ comodi vostri, sono parato servirvi sino a detta somma di mio, non per ritragli di detto assegnamento, ma in presto. [5] Accadendovi, avvisate, e pagherogli a chi commetterete, quando cosí v’attagli. [6] E per questa non accade altro. [7] Sono a’ piaceri. Cristo vi guardi.

[8] Delle nuove, accetto la deliberazione n’avete presa, e quella commendo.

[9] Iacopo Salviati in Firenze

40

Antonio Giacomini Tebalducci a Niccolò Machiavelli

(Arezzo, 27 ottobre 1502)

[1] Magnifico viro Nicolao Machiavello secretario tanquam fratri etc.

[2] Magnifice tanquam frater carissime, voi sapete quanto questi marchesi dal Monte Santa Maria sieno affezionati alla città nostra; però meritano nelle occurrenzie loro essere aiutati. [3] Accade mo’ che ’l signor Francesco, nipote al marchese Carlo, desiderería stare cum cotesto signore, e non avendo mezzo, sapendo che siamo amici e che siate costí, el prefato marchese Carlo mi ha richiesto che io vi scriva in raccomandare detto suo nepote, quale facciamo fede essere valentissimo omo della persona, fidelissimo e ubbidiente. [4] Manda el presente latore instruito di che ricerca, el quale favorirete e per amore del pubblico e per amore nostro. [5] Né altro, salvo offerirvi che possa Cristo essere cum voi.

[6] Ex Aretio, 27 Octobris 1502.

Antonius Thebalduccius etc.

41

Luigi della Stufa e Ugolino Martelli a Niccolò Machiavelli

(Lione, 27 ottobre 1502)

[1] Spectabili viro Niccholao de Machiavellis secretario et mandatario Florentino apud ducem Romandiole nostro etc.

[2] Spectabilis vir etc., poi che noi intendemo che voi eri suto mandato da’ nostri eccelsi Signori alla Eccellenzia del duca di Romagna, cosí come ne avemo sommo piacere, cosí vi aremo ancora scritto qualche volta se ci fussi suto la commodità di mandare le lettere a salvamento; e ora, intendendo che monsignore d’Arli, oratore della Santità del papa appresso a questa Cristianissima Maestà, manda di verso el prefato duca uno omo in poste, e giudicando che le lettere abbino avere buono ricapito, non abbiamo voluto mancare di farvi intendere, per conforto della Eccellenzia di cotesto signore e vostro, come questa Cristianissima Maestà e il reverendissimo legato non si potrieno mostrare di miglior voglia e piú pronti in aiutare Sua Eccellenzia a destruggere li Orsini e loro collegati. [3] E a noi hanno fatto intendere quello si è scritto a’ nostri eccelsi Signori del piacere prese Sua Maestà e Reverendissima Signoria per l’amorevole demostrazione delle loro eccelse Signorie verso Sua Eccellenzia, in avervi prima mandato a quella per la cagione nota a Sua Eccellenzia, dipoi fatto la condotta del marchese di Mantua e offerto qua e costí ogni loro facultà per conservazione delli amici di Sua Maestà; tale che si può sperare che se la Eccellenzia di cotesto Signore con la sua solita prudenzia e sapienzia considera il buono fine che potrebbe uscire di questo principio, e’ non mancherà dal canto suo di riconoscere la buona disposizione de’ nostri eccelsi Signori verso Sua Eccellenzia, con favorirli e farli favorire e dal pontefice e dalli altri amici suoi in tutto quello che occorressi loro. [4] Sua Eccellenzia potrà sperare che questa amicizia abbi ad essere uno fermo e stabile sostegno di tutti li stati che Sua Eccellenzia ha vicini alle loro eccelse Signorie, per le ragioni che voi intendete per voi medesimo. [5] Circa la qual cosa non ci occorre dire altro, sappiendo che voi con la solita destrezza vostra non mancherete di pensare al continuo e mettere innanzi tutte quelle cose che possino profittare e essere a benefizio della vostra commissione. [6] E questo solo si dice perché intendendo da Firenze, e qui per mezzo del prefato monsignore d’Arli, che ancora la Eccellenzia di cotesto Signore mostra essere bene disposta a favorire questo principio de’ nostri eccelsi Signori, ci è parso, con farne fede che le loro eccelse Signorie seguitano nella medesima volontà, sperando trovare correspondenzia nel prefato duca cosí come la truovano nella buona mente di questa Cristianissima Maestà e del reverendissimo legato, eccitarla piú a favorire questa opera: della quale si può sperare uno comune bene dell’una e dell’altra parte, che a Dio piaccia concedere di sua grazia.

[7] Di voi aremo qualche compassione, che avete lasciata la donna e la casa come noi, se non giudicassimo che la profondità delle faccende di là vi debbino avere oggimai infastidito, e che volentieri relassiate lo animo e riposiate il corpo: ché il mutare aria e vedere altri volti, e massime di cotesta qualità, suole assottigliare la mente, e però ce ne rallegriamo con voi, e vi confortiamo che, avanzandovi tempo, non vi rincresca scriverci qualche cosa.

[8] Bene vale. Lugduni, die xxvii Octobris mdii.

[9] Vostri Luigi della Stufa oratore e Ugolino Martelli mandatario, fiorentini

42

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 28 ottobre 1502)

[1] Nicolao Maclavello suo plurimum honorando. In Imola

[2] Niccolò, ancora che voi siate savio e prudente, e che la mia sia presunzione a volervi ricordare come abbiate a scrivere, e di quelle cose massime che a onni ora vedete in viso, tamen io vi dirò brevemente quello mi occorre, nonostante che qui io abbi fatto il debito mio in tutti quelli luoghi e con tutti quelli che vi avessino volsuto dare carico. [3] E prima vi ho a ricordare lo scrivere piú spesso, perché lo stare 8 dí per volta a venire quaggiú vostre lettere non passa con vostro onore, né con molta satisfazione di chi vi mandò; e siatene stato ripreso da’ Signori e dalli altri, perché, sendo coteste cose della importanzia sono, qui si desidera assai intendere spesso in che grado si truovino. [4] E nonostante che voi abbiate scritto largamente le genti che si truova cotesto principe, e li aiuti in che li spera, e il pronto animo suo a defendersi, e che voi abbiate benissimo dichiarato e le forze sua e quelle delli inimici, e messole avanti alli occhi, tamen voi fate *una conclusione troppo gagliarda* quando voi scrivete che *li nimici non possono oramai nuocere molto a cotesto signore;* e a me pare, non che di questo ne abbiate avuto carico che io sappia, che voi non ne possiate fare giudizio cosí resoluto, perché costí ragionevolmente, e secondo avete scritto, non si debbano pubblicare li progressi delli inimici e che forze si abbino cosí a punto, da che ha a nascere il giudizio vostro. [5] *E qui per diversi avvisi si intende le cose della lega essere gagliarde, e non si fa molto buono giudizio delle cose di cotesto signore;* sicché, come voi avete fatto, e prudentemente discorso che avete, particularmente tutto quello ritraete, *del giudizio rimettetevene a altri;* e cazzovi nel forame. [6] E non me ne rispondete cosa alcuna.

[7] La lettera al Salviato si presentò, e lui ve ne responde. [8] E scrivendomi voi che, riscotendo, vi mandi la berretta, non avendo riscosso, non credo la vogliate; volendola a onni modo, avvisate, che la comperrò del mio, e con piú rispiarmo potrò. [9] Le altre vostre a Niccolò e Albertaccio similmente si presentorono; e io di bocca feci lo officio da amico con Piero Soderini leggendoli la vostra, perché nell’ultimo, dove voi chiedete licenzia o etc., lui rise, e io seguitai con dire che mi avate scritto che se non eri provvisto ve ne verresti, perché avate inteso che qui non si stanziava se non alli eletti per li 80, e che voi non volavate consumarvi. [10] Ridendo mi rispose, e disse: « Elli ha ragione, ma li scrive troppo di rado ». [11] E cosí finirono li nostri ragionamenti. [12] E io vi conforto a non addormentarvi, perché voi non ritrarresti mai il servito: governatevi ora come meglio vi pare. [13] Èssi ordinato il vostro stanziamento, ma non credo ne sia nulla, che Dio vi benedisca e facci grande.

[14] Le cose tra ser Antonio e ser Andrea si comporranno, e ser Andrea s’è molto confortato, avendo inteso il remedio a ripararsi che ser Antonio non li entri sotto, che se gnene appicca un tratto, per Dio non vi si ficcherà piú. [15] Dell’arco non ne vuole fare nulla: accordavasi piuttosto al baleno. Facc’elli. [16] Voi vedrete per la inclusa di Iacopo Salviati quello vi risponda circa etc.; avvisatemi quello abbi a fare, e farassi. [17] Il Signore Niccolò Valori mi ha fatto fare dua lettere in nome vostro, una al Signore Luigi Venturi, e l’altra al Signore Giannozzo, pregandoli vi provvegga: e in effetto mi hanno promesso lo faranno. [18] Io ci uso onni estrema diligenzia, e credo bucherare tanto ve li manderò.

[19] Nec plura. Florentiae, die 28 Octobris 1502.

Blasius

43

Niccolò Valori a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 28 ottobre 1502)

[1] Prestanti viro Nicolao Machiavelli segretario degnissimo. Al duca Valentino

[2] Nicolò mio carissimo, noi siamo tanto occupati ch’io v’ho trattato male, e, quod peius, non so se con fatti vi potrò trattare meglio: potete bene essere certo non mancherò per poca diligenzia. [3] Gli avvisi vengano da voi non potrebbano essere piú approvati; ma, a parlare come sogliamo, si desiderrebbe scrivessi piú spesso, ancora si pensi non sia sanza ragione. [4] Noi qui abbiamo da Roma come il papa è a strette pratiche d’accordo con tutti questi collegati, e iersera ce ne fu qualche riscontro e avviso da Cortona di ragunate e ristrignimento di gente, e che si taglierà in sul nostro, sí che si vorrebbe questa cosa scoprilla piú che vi sarà possibile, e avvisarne il nostro gonfaloniere, quale è tutto vostro; e a me non rispondere, perché sarò fuora di qui e non voglio attendere a stato. [5] Potendo, si pagheranno i ducati a Biagio per voi: e perch’io sono chiamato, non vi dirò altro se none sono vostro, come vi sapete.

[6] Che Iddio sano vi conservi. [7] Addí 28 d’ottobre 1502.

[8] Nicolò Valori in Palazzo

44

Niccolò Valori a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 31 ottobre 1502)

[1] Prestanti viro Nicolò Machiavelli segretario degnissimo. In Imola

[2] Carissime tamquam frater, noi abbiamo dato per conto vostro a Biagio ducati 40, che meglio non s’è possuto fare per dua cagione: l’una per la scarsità e miseria in che ci troviamo, l’altra mi riserberò nella penna. [3] Se io ho mancato di satisfarvi con i ducati, Deus testis, ho sopperito e in pubblico e in privato di fare cognoscere le opere vostre, quae, nihilominus per se luceant, non è fuora di proposito scoprille; e in verità e con i Signori nuovi e ’ Dieci ne ho satisfatto a me medesimo. [4] E veramente queste due ultime lettere ci avete mandate, v’è suto tanto nervo e vi si mostra sí buono giudizio vostro, che le non potrebbano essere sute piú approvate. [5] E in spezie ne parlai a lungo con Piero Soderini, che non giudica si possa a nessuno modo rimuovervi di costí, e io non mancai fargli intendere quello bisognava fare, e vedrete lo troverrete favorevolissimo alle domande vostre. [6] Confortovi a pazienzia e fare come solete, che doverranno essere piú cognosciute le opere non sono sute sino qui. [7] E se io posso nulla per voi, poi non ho fratelli, fo pensiero non vi avere e non mi abbiate in altro luogo che di fratello. [8] E questa vi vaglia in luogo di contratto.

[9] Cristo vi guardi. Addí 31 d’ottobre 1502. [10] Non entro in nuove, perché etiam non ne voglio da voi.

[11] Vostro Nicolò Valori in Palagio

45

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 1 novembre 1502)

[1] Niccolò Machiavelli in Imola suo plurimum honorando. Imola

[2] Niccolò mio, io non responderò alla vostra de’ 27 a lungo, per non avere tempo. [3] Solo vi dirò che io ho lasciato indrieto me per voi, e ho tanta importunità usata e sollicitudine col Signore Niccolò Valori, che ieri sgallinai per voi ducati trenta d’oro in oro, e holli in mano, e per questo non li mando, per non sapere come si venissino securi respetto a coteste gente franzese: io espetto commissione da voi di quello volete facci, e se volete li mandi a vostro ristio per il primo, e tanto farò. [4] Scrivetemene largo e chiaro, e in modo che se disgrazia avvenissi, non vi sia tenuto io. [5] Sovvi bene dire che io non so come lo stanziamento si abbi a vincere; pure arete un tratto danari: bastivi che io li ho in mano e poteteli spendere; e ho fatto quello che persona non stimava, per insegnarvi come si serve.

[6] Al Zerino fu tolto alla porta il velluto: vedrò di riaverlo; e madonna Lessandra mia farà il bisogno se la potrà, perché la vuole per comare e io voi per compare, e non spenderete, cazzo d’asino. [7] Intendete se costí messer Alessandro accettassi una lettera da’ Salviati di pagarvi 30 ducati, e io li darei loro qui, e farei farmene lettera di cambio, ma venendo sicuramente in contanti, sarà meglio; avvisate. [8] L’amico non andò in Francia, e Piero è in Palazzo, e voi staresti meglio qua: perdonatemi, che l’affezione mi fa parlare. [9] Io mando a madonna Marietta questo cavallaro a sapere se la vuole nulla, e a voi mi raccomando.

[10] Florentiae, die prima Novembris 1502.

[11] Il salvocondotto non vi si manda stasera perché ser Andrea ha giucato tutto dí a sbaraglino; ma li è deliberato, e per il primo verrà.

Blasius

46

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 3 novembre 1502)

[1] Nicolao Malclavello suo plurimum honorando etc.

[2] Niccolò, io vi scrissi per Carlo cavallaro brevemente, non avendo tempo, e per quella vi detti avviso come per il mezzo del signore Niccolò Valori e mia sollicitudine cavamo dal camarlingo delle prestanze ducati 30, li quali io ho nelle mani a vostra instanzia, ma non li mandai per Carlo, non sapendo come si venissino sicuri. [3] Per questa vi dico il medesimo, che io non li manderò, se non ho da voi espressa commissione: però me ne rispondete chiaro, etc. [4] Il velluto lo riebbi, e manda’lo a casa vostra. [5] Il gonfaloniere vi scrive la alligata: vedete sia servito, e di fare onore alle commissioni sua, e ingegnatevi di tornare.

[6] Nec plura. Raccomandomi a voi. [7] Florentiae, die iii Novembris 1502.

Frater Blasius

Antonio Canigiani

Niccolò Capponi

Zanobi Carnesecchi

Ugo della Stufa

Piero di Brunetto

Antonio Benozzi

Tommaso Girardi

Tinoro Bellacci

Piero Soderini gonfaloniere.

47

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 3 novembre 1502)

[1] Nicolao Malclavello suo honorando. Imola

[2] Niccolò mio, perché costà non venga uomo sanza mia lettere, vi fo questi pochi versi, avendovi scritto oggi insieme con una del gonfaloniere, il quale poi che intrò in Palazzo, pare si sia onni cosa cominciata ad indirizzare; e di già ha dato principio di volere che le faccende si faccino a buon’ora, perché la mattina a 18 ore, e la sera a 3 onniuno sbuca. [3] E questa sera ha fatto imbasciadore in Francia il vescovo de’ Soderini suo fratello, con tanto favore che è stata cosa mirabile; e ha parlato, poi che fu fatto, alli 80, e detto che, benché abbi ad essere al vescovo cosa grave, pure lui farà ultimum de potentia che vi vadia; e di certo vi andrà, e con lui Alessandro Nasi. [4] Èssi oggi cominciato ad assettarli la audienzia de’ Dieci nel modo sapete; e la nostra cancelleria per ora servirà a’ Dieci, e la sala a noi: e questo vi basti, cazzo infreddato.

[5] Io vi ho scritto avere li 30 ducati, né volere mandarli sanza vostra commissione; sí che avvisate, e tanto farò. [6] Il capitano che pagò il fante ritenne li 30 soldi: faròmmeli dare, se vorrà; se non, arò pazienzia; e di tutto arete buono conto.

[7] La Lessandra non è ita alla Marietta, perché la non si parte di casa Piero del Nero, e lei non sapeva la casa; manderòvvela come prima potrà. [8] Io vi manderò la berretta di velluto, se voi non scrivete in contrario.

[9] Nec plura.Florentiae, die iii Novembris 1502.

Blasius

[11] Giovambattista Soderini si raccomanda a voi.

48

Piero Soderini a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 3 novembre 1502)

[1] Spectabili viro Nicolao Malclavello mandatario Florentino apud illustrem ducem Romandiolae. Imolae

[2] Niccolò, elli è stato qui a me uno messer Marino da Ricanati, giudice e auditore qui della Ruota nostra, il quale ha certe sua robe in Pesero, donde desidera trarle per potersene servire, etc.; pertanto elli è necessario che vegga di trarre una lettera dalla Eccellenzia di cotesto principe in favore del detto messer Marino, per la quale lui possa conseguire il desiderio suo, e demum farli onni favore. [3] Lui manda costí uno suo uomo, il quale sarà esibitore della presente: udira’lo, e ti ingegnerai sia compiaciuto.

[4] Alle dua tua, per essere occupato, non responderò di presente, rimettendomi a farlo piú lungamente per altra mia.

[5] Bene vale. Ex Palatio Florentino. [6] Die iii Novembris mdii.

[7] Petrus Soderinus Vexillifer etc.

49

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 5 novembre 1502)

[1] Nicolao Maclavello suo plurimum honorando

[2] Niccolò mio, chi giudica le cose troppo presto, spesso si ha a ridire, come di presente avviene a me. [3] *Il nuovo gonfaloniere comincia a rassettare la città dal volere scemare li salari a’ cancellieri,* e ha fatto di avere in nota tutti li ordinari e il salario loro, in modo che se questa cosa si desta, farà dua cattivi effetti: l’uno della diminuzione, l’altro che non otterrà nessuno. [4] E io vi avevo scritto mirabilia, parendomi pure il principio buono: non errerò piú, perché mi governerò dí per dí, e anche mi parrà lungo tempo, e piú tosto farò ora per ora. [5] Voi medesimo conoscete l’importanzia della cosa, e quello faccino di malo effetto simili rumori; però non ve ne scriverrò altrimenti a lungo. [6] Io con ser Antonio Vespucci ho fatto una diligenzia (ma, a dire meglio, ho voluto fare) che mi pareva ci avessi a giovare assai; e questo era che in sulla nota si mettessi il salario riscuotavamo a punto il mese, acciò si vedessi dove battevano le centinaia, e che le non tornavono nulla: non credo si facci anche questo. [7] E cosí onniuno s’arrovescia, *e il gonfaloniere* lo fa sanza saputa nostra; ma perché io vi ho detto non volere giudicare piú sí presto, di questo ancora fo il simile, per non mi avere a ridire, perché potrebbe essere che cosí come elli ha volsuto in nota e’ tavolaccini, e’ cavallari e onni altro, volessi questo per il medesimo effetto, cioè per vedere e sapere una volta quanti ministri abbi. [8] Arei caro fussi a questo fine, benché il rumore sia in contrario, e parlisi di quello vi ho detto di sopra. [9] Stareno a vedere, e pregherreno Dio ci aiuti. [10] El tempo della rafferma ne viene forte, e io non piglierò già cura per voi di andare a dire dello arbero e de’ frutti, e della mula e della merda, perché non lo farò per me, e anche non satisfarei. [11] Pensate a questo, che importa.

[12] Scrivendo, ho ricevuto la vostra de’ iii, e benché io sia in faccende, e perciò, Niccolò mio, disperato, sendomi fatto forza ad ire in Francia con questi oratori, che sono il vescovo de’ Soderini e Alessandro, come vi scrissi, pure ho lasciato stare o, a dire meglio, lascerò, e farò quanto mi dite; e in Francia mi lascerò prima impiccare che andare. [13] El drappo l’acconcerò in modo non si guasterà, e avvertirò il cavallaro come avvisate.

[14] Dello accatto voi intendesti quello vi scrisse il Salviato, e il medesimo mi ha confermato dipoi, dicendomi vi servirà di suo, ma non in su quello assegnamento, volendo, perché non si può trarre la cosa dell’ordinario; e di quello ve ne avete a rimborsare ora, lo dirò al Guidotto, e farò quello mi dirà. [15] Il velluto lo riebbi, e andò a casa. [16] A Lorenzo ho dato ducati 29; e’ mi manderà il drappo, e scriverràvvi, secondo mi ha promesso, del costo e di onni altra cosa, sicché io me ne rimetto a lui. [17] Scrivendo, Lorenzo è stato a me, e mi dice che, per non avere in bottega raso nero che sia cosa da servirvi, bisogna lo comperi, e che per essere tardi e cattivo tempo, a volere servirvi bene, bisogna differisca a lunedí; e io, che vorrei fussi contento e avessi onore, non me ne sono curato.

[18] Li ambasciadori vanno via domani, e io credo mi sgabellerò al certo, e portano seco lettere di cambio di x mila scudi per la paga, etc. [19] E se l’amico fussi vivo, rinnegherebbe Dio, perché Monsignore, subito che accettò, disse era a cavallo, e sollicitò Alessandro, e cosí col nome di Dio andranno. [20] Né altro di presente mi accade. [21] La lettera alla Marietta mandai subito, e cosí manderò l’altra ad Andrea.

[22] Florentiae, die iiiii Novembris mdii.

Frater Blasius

50

Marcello Virgilio Adriani a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 7 novembre 1502)

[1] Spectabili viro Nicolao Malchiavello secretario et mandatario Florentino apud illustrissimum ducem Romandiole etc., tanquam fratri. A Imola

[2] Spectabilis vir etc., il gonfalonieri stamani mi ha detto che non li pare a verun modo che tu ti parta, per non li parere ancor tempo, e lasciare cotesto luogo vacuo di qualche segno di questa città; per avervi a mandare un altro, non sa chi si potessi essere piú a proposito, respetto a molte cose. [3] Però mi ha detto ch’io ti scriva cosí, e ti avvertisca a non partire; e se io lo fo volentieri, Dio lo sa, che mi truovo con le faccende mie, con le tue, e con la lezione addosso. [4] E se tu arai a seguire il duca o non, andando a Rimine, per la pubblica ti si dirà piú a punto.

[5] Vale. Ex Palatio Florentino, die vii Novembris mdii.

[6] Tuus Marcellus Virgilius

51

Antonio Mellini a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 7 novembre 1502)

[1] Spettabili viro Nicolao Malchiavello secretario et mandatario Florentino apud illustrissimum ducem Romandiole, etc.

[2] Spettabilis vir honorande carissime, occorremi darvi briga. [3] Tommè del Solleva da Sughereto, castello sotto il dominio di Biombino, tenne di mio un tempo fa vacche per circa a ducati mille. [4] E capitando l’anno ’97, qui non ne potendo avere né conto né ritratti, lo feci pilliare, e in prigione saldò meco, e, per obbligo confermato per sentenzia, alla quale rettificò, mi restò debitore di ducati 230 d’oro, che il resto mi pagò allora. [5] Dettili certo tempo a pagarmi detto resto, nel quale si morí e lasciò 3 filiuoli e molti beni. [6] Ho ricerco tutti e’ modi che creda m’abbino a pagare, e, per non ne uscire del tinitoro di Piombino, ho perduto il tempo e la spesa. [7] E a volere ritrarli mi sarebbe necessario d’avere lettere della Eccellenzia di cotesto Signore al suo governatore o capitano di Piombino che, sendo il credito mio liquido, sommariamente mi facessi pagare, per presa delle persone de’ detti filiuoli o d’uno di loro, o in quello modo giudicassi avessi avere il mio. [8] Il perché vi prego a essere operatore di farmi spedire detta lettera, che intendete mellio di me di che qualità ha ’ essere, che come dico il credito è liquido. [9] Scrivone 2 versi a Raffaello de’ Pazzi, che parlandoliene se ne adoperrà volentieri, sí per l’affinità e ancora per l’amicizia. [10] E vi prego di novo a mandarmela con prestezza, ofrendomi vostro in quello possa; e raccomandomi a voi.

[11] Che Iddio sano vi conservi. [12] In Firenze, addí 7 novembre 1502.

Vostro Antonio Mellini

52

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 12 novembre 1502)

[1] Niccolao Malclavello maiori suo honorando etc.

[2] Niccolò onorando, io vi scrissi iersera per Carlo cavallaro, e non vi pote’ mandare quelli danari, che ne ho avuto dispiacere grandissimo per vostro amore, e cosí la berretta, la quale, benché avessi nello scannello acconcia, non me ne ricordai. [3] Questa mattina dipoi Lorenzo è stato a me, e hammi portato li 29 ducati che io li avevo dati, e cosí per il presente cavallaro, che sarà un cazzo, ve li mando, e con essi la berretta, la quale vi costa uno ducato, che per essere colore vario non ho possuto fare meglio. Abbiate pazienzia.

[4] A Lionardo ho dato la polizza, che riscuota quelli 2 fiorini vi toccano ora dello accatto; e, avendoli, li manderò a madonna Marietta o li farò scrivere a lui a vostro conto; cosí li 30 soldi, che ancora non li ho riscossi, ma sono in buono luogo; e volendo altro, avvisate, che volentieri farò onni cosa.

[5] Di quello vi scrissi dello scemare etc., non se n’è sentito altro; ma c’è chi dice che non è necessario farlo solamente de’ salari, ma ancora delli uomini. [6] Dio lasci seguire il meglio. [7] E io vi credo ne siate stucco, e che non vi abbi a dare molta briga; e doverresti fare onni instanzia di tornare, come avete fatto infino a qui. [8] Are’vi a scrivere parecchi cose *da pazzi* che ha fatto il nostro *Riccio in questo suo offizio del collegio,* ma lo farò a bocca, stimando non abbiate a soprastare di costà molto tempo. [9] Non voglio lasciare di dirvi che di quelli 150 gnen’è *rimasti in mano dieci,* e vorrebbe *li fussino lasciati, per avere speso; ma non ne sarà nulla.*

[10] Florentiae, die xii Novembris 1502.

Frater Blasius etc.

53

Francesco Cei a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 12 novembre 1502)

[1] Spectabili viro domino Niccholao Machiavello, amico suo precipuo. Imole

[2] Carissime tanquam frater honorande, etc., perbenché io sappia che siate occupatissimo, non lasserò pertanto di darvi un poco d’affanno della inclusa al mio caro e diletto Agostino, la quale desiderrei che in sua mano facessi dare; e, dandovi risposta, per sicuro modo me la mandassi, con offerirvene ristoro con tutta quella chiacchiera che per me si sappia o possa al vostro ritorno, che al presente piú che mai n’abbondiamo. [3] Né dirò altro, se non che ’l Pulcio si dice essere risucitato: gran segno della fede nostra! [4] Pensiate se ci ha a mancare materia! [5] E per-ché questa penna non mi rende, a voi me reccomando.

[6] A Dio. Ex Florentia, die xii Novembris 1502.

Vester Francischus Ceus

54

Piero Soderini a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 14 novembre 1502)

[1] Spectabili viro messer Nicolò Machiavelli tanquam fratri carissimo, mandatario Florentino apud illustrissimum ducem Romandiolae. Imola

[2] Niccolò carissimo, io ho ricevuto 2 vostre ultimamente, alle quali prima non ho fatto risposta per le occupazioni del Palazzo, le quali ci sono grandissime. [3] Èmmi piaciuto intendere quanto avete scritto in pubblico e in privato: cosí seguiterete frequentemente e diligentemente di scrivere, perché assai si desidera intendere che cotesto illustrissimo Signore sia presto a ordine per potere incontrare li inimici sua; e voi ci significherete che gente a piè e a cavallo si truovi, e ne manderete lista. [4] Noi abbiamo trovato la città molto disordinata di danari, di assegnamenti e di molte altre cose, come vi può benissimo essere noto: attendesi a pensare di riordinare tutto, e di già si è fatto la paga a Lione al Re Cristianissimo, e dato danari a tutte le nostre genti d’arme a cavallo e a parte delle fanterie. [5] Ora si attende a pensare di fare el pagamento a Milano della paga de’ Svizzeri, che corre per tutto dí 20 di questo. [6] Li assegnamenti furono consumati mesi sono; attendesi a pensare di farne di nuovo, ma le difficultà ci sono grandissime; tuttavolta non si perde tempo e speriamo presto tirare avanti qualche cosa al proposito, per potere essere buoni e per noi e per altri, che insino a qui è stato el contrario. [7] La città tutta è ben disposta verso la Eccellenzia di cotesto signore, e io particularmente non sono per mancare di fare tutte quelle cose che sieno a utilità di questa Repubblica e contento della Sua Eccellenzia; e presto credo potreno fare intendere che noi siamo per fare altro che parole. [8] Monsignor di Volterra è ito oratore al Re Cristianissimo con commissione di non operare altrimenti per la Eccellenzia di cotesto signore che per la Repubblica nostra; e benché la Sua Eccellenzia non abbi bisogno di favori appresso quella Maiestà, perché lei è per favorire altri, nihilominus, per non mancare in tutto quello che a noi sia possibile, è per spendere el nome pubblico e privato, sempre che intenda cosí desiderarsi dalla Eccellenzia sua, alla quale mi offerite iterum atque iterum.

[9] Da Martino Scarfi mi è stato raccomandato uno Iacopo Brinciassi da Legnaia, al quale fu tolto 6 muli, immo 5, in Urbino o lí intorno. [10] Parlatene e raccomandate, che ve ne prego. [11] Per questa non dirò altro. [12] Ricordovi quello vi ha scritto Tommaso mio della sua faccenda di Roma, la quale l’importa assai; e io desidero che lui ne sia satisfatto.

[13] xiiii Novembris.

Petrus Soderinus Vexillifer perpetuus Reipublicae Florentinae

55

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 15 novembre 1502)

[1] Nicolao Malclavello suo plurimum honorando. Imolae

[2] Niccolò onorando, poi che io ebbi scritto la alligata, comparse la vostra de’ x, e dipoi una delli 8, venuta per uno vetturale (che vi venga il cacasangue!), e, scrivendo, la vostra de’ xiii. [3] E circa a quello ne ricercate per la preallegata de’ dieci, di intendere se io sono ito in Francia e in che modo me ne liberai, in primis vi respondo che io mi credo essere in Firenze. [4] Potrebbe essere me ne ingannassi, perché, considerato la calca me ne fu fatto, mi pare ancora essere in compromesso; né altro mi liberò da tale gita che una estrema diligenzia usata dalli amici, e con lo avere fatto io intendere chiaramente lo animo mio al vescovo; il quale, benché ancora insieme con Alessandro me ne riscaldassi, pure, mónstroli che io ero per sopportare onni pena piuttosto che andare, mi promisse di aiutarmene, e cosí fece. [5] La cagione che ha mosso Monsignore ad andare cosí presto non è stata ad altro fine che per amore del fratello, e per credere al certo avere a fare là qualche buono frutto, per essere là appresso la Maestà del re la città in buona grazia, e avere tal sicurtà del nuovo gonfaloniere, che non li sarà dato cagione di alterarla, perché non se li mancherà, de’ pagamenti debiti, di uno dí solo; e ora hanno portato seco li x mila ducati, e onni bene che ha ad avere la città, e onore che ha ad avere il fratello, ha a dependere dalla Maestà del re, dove, per fare e l’una e l’altra cosa, è ito volentieri, e con animo li abbi a riuscire, secondo mi disse al partire suo: e io, conosciutolo, ne sto di bonissima voglia. [6] Hallo mosso ancora la necessità, perché li pareva si fussi troppo indugiato a mandarvi oratori, come pareva ancora a voi quando eravate qui; e lui è uomo resoluto. [7] E dello aumento non ha parlato, ma sí bene Alessandro, il quale per la auttorità del gonfaloniere ne è stato contento, benché nel favorirlo il gonfaloniere promettessi al collegio che per l’avvenire non se ne parlerebbe piú.

[8] Di quello vi scrissi dello scemarci etc. non s’è poi altrimenti parlato, né anche credo se ne abbi a parlare; e dello ambulare io ne sto di buona voglia, perché la disposizione universalmente è buona; pure, li appetiti sono varii. [9] E voi staresti meglio qua che costà, e credo desideriate di tornare, ma voi vedete quello vi fa scrivere il gonfaloniere: governatevene in quel modo che voi crediate ottenere il desiderio vostro, e anche non li dispiacere.

[10] Il presente apportatore vi porterà la berretta e li danari, e sarà Carlo, e vengono a vostro ristio; arò caro venghino a salvamento, che cosí piacci a Dio e a’ ladri. [11] Mandai la vostra alla Marietta, e le raccomandazione e ambasciate ho fatte a tutti, e di piú raccomandatovi a Giovambattista Soderini, che li parlo onni mattina allo Studio. [12] E tornate, per l’amore di Dio, che io non posso contentare *Piero Guicciardini,* benché quasi abbi preso la piega. [13] Diguazzomi il meglio posso, e duro troppa fatica, ma voi me la etc. [14] A questi Signori pareva che voi indugiassi a scrivere, perché una allegata da voi de’ dí 5 non comparse mai, né voi forse la scrivesti; e quel cazzo del Totto penò 8 dí a giugnere, e Carlo ora ha servito benissimo.

[15] El Guidotto ha la polizza di quelli 2 ducati: non so se li ha riscossi; ricorderògnene, in malora. [16] Io non scriverrò già a ser Ottaviano, che li venga prima il cacasangue: commettetemi altro. [17] Dove si acconci per il gonfaloniere ve l’ho scritto diffusamente, e di lui non vi ho da dire altro, se non che onni dí li cresce la reputazione, e lui se la saprà mantenere. [18] Niccolò, voi berrete bianco, perché credesti *fare costí qualche conclusione che piacesse a cotesto Signore,* e questa risposta *la intorbida,* e siate uno cazzo, se voi credessi che noi voliamo *comperare tanto, o p*unto *penitere.*

[19] Mandovi in uno legato 29 ducati (25 scempi e 2 doppioni) e la berretta. [20] Avvisate della ricevuta, e non guardate se non fussi cosí bello oro, che mi parve fare un mondo ad averli cosí. [21] Vorrei scrivessi a Niccolò Valori, e lo ringraziassi della opera fece per voi, perché è uomo che per natura è tirato a servire li amici.

[22] Bene valete. Florentiae, die xv Novembris 1502.

Frater Blasius

56

Francesco Machiavelli a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 15 novembre 1502)

[1] Spectabili viro Nicolò di messer Bernardo Machiavelli, mandatario fiorentino appresso alla signoria del duca di Valenza. † Al nome d’Iddio, addí xv novembre 1502

[2] Spectabilis vir et maior honorande, etc., poi siate stato appresso a cotesta Signoria, non v’ho scritto per non essere accaduto, che lo arei fatto, come al presente, e con fede e affezione. [3] E della presente è causa che e’ Mariscotti da Marradi sono sempre stati molto fedeli a questa città e buoni servidori in pubblico e in privato; onde io, per questo rispetto e per la amicizia tengo con qualcuno di loro, sono forzato alle giuste loro domande non mancare, e per loro intercedere dove stimi giovalli. [4] Egli hanno avuto, è circ’ad anni 3, una briga con uomini dello contado di Bresighella che si chiamano e’ Zaccherini, de’ quali già fu mòrtone uno molto innocentemente e contro alla voglia di detti Mariscotti; e dapoi che furono cosí in briga, questi Mariscotti non hanno mai aúto da loro alcuno accordo, se none per via dello capitano di Bresighella. [5] Desiderrei che, per amore mio, voi ottenessi dal duca una lettera al prefato capitano di Bresighella che tra loro facessi, se none una buona pace, almeno uno accordo per qualche anno; sarete causa di qualche grande bene, e questi Mariscotti vi ne resteranno ubbrigati sempre. [6] Altra volta ne scrisse da Roma la Signoria del duca, e la cosa fu interrotta; ora spero, mettendoci voi le mani, la condurrete in ogni modo, che è cosa molto onesta. [7] Di questi Mariscotti n’è costà parecchi nello campo dello duca, credo a Santo Arcangiolo. [8] E io non voglio piú tediarvi, salvo vi raccomando di nuovo detta opera; e delle cose vostre non vi dirò nuova alcuna, che stimo ogni dí n’abbiate nuove, che stanno tutti bene. [9] E io mi raccomando a voi sempre.Che Cristo etc.

[10] Vostro Francesco Machiavelli in Firenze

57

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 18 novembre 1502)

[1] Nicolao Malclavello suo honorando. Imolae

[2] E’ bisogna che io mi adiri con voi in onni modo, perché voi mi scrivete per questa vostra de’ xiiii come se da me venissi lo avere differito a mandarvi li danari, e non da voi, che avete tanta fermezza che non vi basta una ora a stare in uno proposito. [3] Voi sapete che ’ danari io li aveo dati a Lorenzo, e bisognommi poi, avendo voi mutato sentenzia, espettare Lorenzo, che era in villa, a poterveli mandare; e se io ho differito qualche poco, è stato per il desiderio avevo di contentarvi, e quando io vi offersi de’ mia, che di nuovo lo raffermo, non aveo ancora ritratti de’ vostri. [4] E basterà solo uno cenno, quando ne vogliate, che io non sono come voi, che vi venga 40 mila cacasangui, che voi avete tanta paura di non avere a spendere 20 soldi, poi vi richiesi per compare, che io non vi potevo scrivere peggio, che si disdirebbe a me, avendo avuto per maestro uno che era principe delli avari: andate a recere. [5] E il volere ora cosí a punto intendere della mancia mi chiarisce piú che doverresti a simili cose minime non pensare,sicché voi la avesti, col malanno che Dio vi dia; che io non ho procurato per voi, qui in questa vostra assenzia, li casi vostri, come facesti voi nella mia; e il provveditore non è in Firenze, ma a Arezzo. [6] E se voi non volete vi scriviamo piú la festa de’ Magi, scriverrenvi quella dell’asino, e fareno in modo che vi contentereno;e cazzo nel forame a voi e le comare.

[7] D’i Dieci non si ragiona per ancora, e di onni altra cosa vi ho scritto abbastanza. [8] Lionardo Guidotti riscosse quelli dua ducati dello accatto, e halli messi a vostro conto, come mi ordinasti. [9] Se altro vi accade, scrivete. [10] Le vostre si dèttono.

[11] Florentiae, die xviii Novembris mdii.

Frater Blasius

58

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 26 novembre 1502)

[1] Nicolao Malclavello. In Imola

[2] Niccolò, le lamentazioni toccherebbono a farsi a voi questo tratto se io non fussi stato, perché iersera si propose il vostro stanziamento, e non si vinse: cosí quello di Francesco della Casa e quello di ser Alessandro Bracci, tanta buona grazia avete, che vi venga il cacasangue a tutti a tre; e, se si propone piú, io andrò a piagnere per voi, se bisognerà, ma non credo che giovi. [3] Sí che state ora a sgallinare a vostro modo, e se voi volete che io possa piagnere, fate di provvedermi di cento di coteste cipolle, che per Dio dua collegi stamani mi pregorono che io vi scrivessi che per il primo ne mandassi qualcuna. [4] Se voi lo farete, le presenterò loro per vostra parte; e questo vi dico sanza burlare, e farete piacere a piú di uno vostro amico.

[5] Domani si faranno ’ Dieci, li nomi de’ quali vi manderò per il primo; e cosí se altro ci sarà di nuovo. [6] Èssi scoperto il parentado delle 2 sorelle di Giovambattista Soderini, una a Giovanni Mannelli, l’altra a Lodovico de’ Nobili:alla barba vostra. [7] Madonna Marietta è arrabbiata, e non vi vuole scrivere. [8] Non posso fare altro.

[9] Florentiae, die xxvi Novembris 1502.

Frater Blasius

59

Piero Soderini a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 28 novembre 1502)

[1] Nicolao Maclavello secretario Florentino

[2] Spectabilis vir etc. Niccolò, io ho ricevuto a’ dí passati piú tue, alle quali per me non si è resposto per le molte occupazioni in le quali sono stato e di presente sono, come puoi stimare; solo mi occorre per la presente significarti che non ti parta, perché quando fia tempo della licenzia, io mi ricorderò di te: e stanne di buona voglia. [3] In questo mezzo scriverrai spesso, ritraendo di coteste cose il piú ti fia possibile, come infino a qui hai fatto; di che io, insieme con questi altri Signori, mi tengo satisfattissimo: e quando ti accade cosa alcuna, me lo farai intendere.

[4] Bene vale. Ex Palatio, die xxviii Novembris mdii.

[5] Petrus de Soderinis Vexillifer Iustitiae

60

Piero Soderini a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 4 dicembre 1502)

[1] Viro Nicolao de Maclavellis, mandatario Florentino apud illustrissimum ducem Romandiolae etc. Imolae

[2] Spectabilis vir, etc., poi ti scrissi, ho due tue, all’usato gratissime,alle quali non mi occorre altro che commendarti, e confortarti, mentre stai di costà, seguire de’ progressi occorrenti tenermene ragguagliato, oltre a quello scriverai a’ signori Dieci. [3] Preterea, che non cessi mantenermi nella grazia di cotesto illustrissimo Signore; e io farò diligenzia che presto te ne possi tornare.

[4] Bene vale. Ex Palatio Florentino, iiii Decembris mdii.

[5] Petrus de Soderinis, Vexillifer Iustitiae perpetuus populi Florentini

61

Totto Machiavelli a Niccolò Machiavelli

(Roma, 5 dicembre 1502)

[1] Egregio viro Nicolao Machiavello horatori Florentino apud illustrissimum Valentie ducem. † Iesus. Al nome di Dio, addí v di dicembre 1502

[2] Honorande frater etc., questa per farvi intendere come io fu’ qui ieri [. . .]rno, e le cose essere passate del tutto bene e credo sanza [. . .] alcuno, che non solo non ci aremo danno, ma torneremo in su [. . .] con utile di piú che ducati 100 d’oro, e in brieve tempo, ché, secondo ci scrive, Filippo doverrà essere qui co’ ritratti prima che mezzo gennaio. [3] E pertanto vorrei mi avvisassi, ponendo a Rimini o Pesero le robe nostre, se le sono per venire sicure da quivi a questa via, [. . .] quale di questi due luoghi giudicate piú sicuro al condurle qui.

[4] Ancora vorrei per ogni modo che voi traesse dalla eccellenzia del duca uno salvocondotto per robe di Piero del Nero e compagnia, e di Filippo Rucellai e compagnia, con una patente che a detto Filippo, el quale sarà conduttore di dette robe, li sia fatto onore e riguardato dove la presenterà in nelle terre e luoghi di Sua Signoria; e mandatemela quanto prima potete, perché credo Filippo sia a questa ora a Raugia, e quivi ha commissione da me di fermarsi tanto che io gli mandi questa [. . .] patente vi domando; e di quella ne pigliate copia, pure di mano del suo cancelliere.

[5] A Vinegia io feci pigliare li ordini al nostro nipote, come rimanemo si facessi a Bologna, e ne ho la fede episcopale autentica. [6] Ora ci resta, quando e’ sia tempo di poterli fare qualche bene, di farlo, e, per essere voi in luogo che sarebbe facile cosa li potessi giovare, ve lo ricordo, pure che si spenda poco oltre alle bolle; e avendosi a spendere, che noi lo intendiamo, e quanto e in che cosa, imperocché, per via di spendere, egli ha uno che gli parrà buono partito: ma, per quello io abbia inteso, voi avete costí Alessandro Spannocchi, che è molto vostro, e può ogni cosa in nel duca. [7] E per questo noi speriamo che per suo mezzo facciate in questo caso qualche buona opera.

[8] Andrea di Mariotto di Parigino sarà il presente apportatore, el quale vi raccomando quanto posso, perché è mio amico. [9] Della causa sua vi ragguaglierà lui di bocca; priegovi [. . .] quanto per mia cosa propria.

[10] Né altro.Iddio vi guardi.

[11] Vostro Totto Machiavelli in Roma

62

Piero Soderini a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 7 dicembre 1502)

[1] Spectabili viro Nicolao de Malclavellis, mandatario Florentino apud illustrissimum ducem Romandiolae. Imolae

[2] Nicolò carissimo, questa sera ho avuto una vostra de’ ii, e resto avvisato quanto mi scriviate; e mi piace assai intendere la buona disposizione di cotesto Signore, della quale io per me non ho mai dubitato, per sapere molto bene quanto la Sua Eccellenzia sia stata sempre di buona volontà verso la nostra republica, e etiam quanto quella sia stata amata da tutti li uomini che desiderano ’l bene vivere di questa città; e spero a ogni modo abbi a seguire in tra noi congiunzione, di natura che ciascuna delle parti ne farà bene, perché le amicizie ad invicem non possono essere piú a proposito. [3] E sebbene noi siamo in parte diminuti dello stato nostro e ancora disordinati e aggravati forte dalle superflue spese sopportate anni 9 continui, nientedimanco speriamo, mediante la divina grazia e la diligenzia che noi mettereno nel riordinarci, presto potreno essere tali che noi sareno buoni e utili non solamente per le cose nostre proprie, ma etiam potreno fare di quelle che aranno a dare consolazione e piacere ad altri.

[4] Il vescovo di Urbino ne ha molto stretto, e in pubblico e in privato, di volere concessione di potere dimorare nel nostro dominio: èssi recusato farlo, e si recuserà e a lui e ad altri di quello stato di maggior qualità, per fino che non s’intendessi la mente della Eccellenzia di cotesto signore, perché questa repubblica è consueta, quando ella volta il viso in una parte, a procedere con sincerità d’animo e con vera benivolenzia in ogni sua azione di momento. [5] Né si troverrà mai con verità, da poi che io sono montato in questo Palazzo, che si sia o detto o fatto alcuna cosa d’altro sapore o tenore che di quanto sopra si dice; e cosí è la verità, e cosí potete asseverare meo nomine a cotesto illustrissimo Signore.

[6] Di quella faccenda di che ne scrivete, per altra vi risponderò in maiori otio. [7] Io vi scriverrò una lettera in favore di Pagolo Rucellai di Roma per causa di allumi. [8] Benché sia molto calda, non uscirete de’ termini convenienti, e che voi vedrete di non vi avere a provocare la Eccellenzia di cotesto Signore. [9] Il tornare vostro sarà presto, come desiderate.

[10] Bene valete. Ex Palatio Florentino, vii Decembris mdii.

[11] Petrus de Soderinis Vexillifer Iustitiae perpetuus populi Florentini

63

Buonaccorso Rinuccini a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 15 dicembre 1502)

[1] Spectabili viro Nicolò Machiavelli, oratore fiorentino in campo dello illustrissimo duca di Romagna. † Addí 15 di dicembre del 1502

[2] Al mio carissimo compare salute etc. [3] Dipoi vi partisti, piú volte ho domandato di Vostra Umanità, e questo lo sa messer Marcello e Biagio e tutti. [4] è ben vero non ho scritto, per non m’essere accaduto; ora per questa m’accade il richiedervi, e strettamente e con averne risposta del seguíto. [5] E questo è, compar mio caro, ch’e’ Mariscotti da Marradi sono sempre stati molto fedeli a questa città e buon’ servidori in pubblico e in privato, onde io, per questo rispetto e per l’amicizia tengo con qualcuno di loro, sono forzato alle loro giuste domande non mancare, e per loro intercedere dove io stimi giovarli. [6] Egli hanno aúto, è circ’ad anni 3, una briga con gli uomini del contado di Berzighello che si chiamano e’ Zaccherini, de’ quali già fu mòrtone uno molto innocentemente e contro alla voglia de’ detti Mariscotti; e da poi che furono cosí in briga, questi Mariscotti non hanno mai aúto da loro alcuno accordo, se none per via del capitano de Berzighello. [7] Desiderrei che per amor mio voi ottenessi una lettera dal duca al prefato capitano de Berzighello, che tra loro facessi, se none una buona pace, almeno un accordo per qualche anno: sarete causa di qualche gran bene, e questi Mariscotti ve ne resteranno ubbrigati sempre. [8] Altra volta ne scrisse da Roma la Signoria del duca, e la cosa fu interrotta, eora spero, mettendoci voi le mani, la condurrete in ogni modo, ch’è cosa molta onesta. [9] Di questi Mariscotti n’è costí parecchi nel campo del duca, credo a Santo Arcangiolo. [10] Sicché, caro mio compare, come di sopra vi priego di nuovo quanto so e posso mi consoliate di questo, che ho speranza la Signoria del duca, quando voi lo richiederete d’una tal cosa, vi servirà; e pertanto io spero esserne grato.

[11] E non mi accade per questa altro, se none il dirvi ch’el figlioccio sta bene, e alla tornata vostra vi verrà a vedere. [12] E io a voi mi raccomando, e non mi dimenticate, che io non mi dimentico voi. [13] Iddio di mal vi guardi. [14] Per lo vostro compare

Buonaccorso Rinuccini in Firenze

64

Piero Soderini a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 21 dicembre 1502)

[1] Spectabili viro Nicolao de Malclavellis mandatario Florentino apud illustrissimum ducem Romandiolae etc.

[2] Spectabilis vir, etc., io ho ricevuto dua tua, alle quali responderò brevemente, e perché e’ mi pare sia piú necessario provvederti che altro, ho ordinato di presente ti sia mandato quella somma di danari che tu vedrai: e tu seguirai nello officio tuo di vegghiare bene le cose di costà e scrivere spesso, e, quando si vedrà che volta abbino preso coteste gente, non ti si mancherà di licenzia, e si ordinerà chi abbi in tuo luogo a venirvi, avendo disegnato tenere appresso a cotesto illustrissimo Signore uno nostro segno. [3] Tu in questo mezzo non mancherai della diligenzia la quale infino a qui hai usato.

[4] Ex Palatio, die xxi Decembris mdii.

[5] Petrus de Soderinis Vexillifer Iustitiae etc.

65

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 21 dicembre 1502)

[1] Nicolao Maclavello suo plurimum honorando

[2] Io vi vorrei scrivere uno guazzabuglio di cose, che se io lo facessi vi farei spiritare; però me la passerò di leggeri, e Totto vi ragguaglierà della opera che io ho fatto col gonfaloniere, che voi siate provvisto; e se la ha avuto buono fine, il provvedimento ve lo dimonstra, e della licenzia voi vedrete per la alligata quello vi scriva lo illustrissimo gonfaloniere nostro. [3] Bastavi che per le cose vostre ho avuto una buona fortuna; non so come io avessi fatto nelle mia, ma io dubito che la mancia vostra non vadi a sacco, perché qui si grida tra questi cancellieri che voi siate una cheppia, e non facesti mai loro una gentilezza. [4] E io, che desidero purgare onni infamia che vi venissi addosso, la riempierò loro alle spese e barba vostra; e andate a recere, se voi non ve ne contentate, che cosí ha ad ire. [5] Po’ che la orazione di ser Antonio etc. ha fatto sí buona opera, ne sono molto lieto, e se voi non mi scrivavate che la vi avessi menato sí bene, io vi mandavo la mia; ma per paura non cachiate il cuore, non lo farò, perché sarebbe facile cosa, avendovi quella smosso, che sopraggiungendo quest’altra la vi facessi uno cattivo scherzo: e anche avendola ad operare, non me ne voglio sgraticolare.

[6] Messer Federigo Folchi s’è morto, abbiate pazienzia, e Carlo Bonciani si morí; e se voi farete quella consolatoria quaggiú, voi riarete il cambio in costà, perché ci è chi vi ha pensato. [7] Hovvelo scritto con le lacrime in sulli occhi; pure, cacciatevi di drieto questa cura, e lasciate pensarvi a altri, e io vi andrò provvedendo di mano in mano. [8] Ser Antonio della Valle è impacciato, perché madonna Gostanza sua è pregna, e quelli sua figliuoli dicono non esser suo, e lui se ne dispera; e hannola rimessa ne’ frati di Santo Filice, e hanno sodo amendua le parti di starne al giudicato; e l’abate li ha voluto toccare il corpo, e infino ad ora le cose vanno assai bene: intenderete il successo.

[9] Totto è stato meco oggi 4 ore con una chiacchiera serrata, che mi è presso avvenuto quel medesimo che a ser Raffaello quando parla con Luca: pure mi sono in modo adiutato che io ho detto le ragioni mia al pari di lui; ma un’altra volta io mi armerò in modo che io li farò cacare il sangue. [10] E’ mi ragionava di Vinegia e io di Francia, e per questa volta la si posò bene; ma io li detti la giunta in su’ casi di *Lucca,* che vi so dire lo feci stare un’ora trasognato.

[11] Dalla corte non c’è ancora lettere, cioè da Monsignore, da una breve letteruzza in fuora da Lione; ma bene c’è oggi lettere in privato dalla corte proprio, e danno nuove dello arrivare suo là, e dicono esserli stato fatto onore grandissimo, e visto tanto volentieri quanto uomo che vi andassi mai: intenderete quello seguirà. [12] Ma io vi espettavo in queste belle stanze a fare buona cera, e per avventura, avanti torniate, chi ambulerà qua e chi là: Dio ci aiuti. [13] Io governo in buona parte questo officio al comando vostro, e cosí mi vo diguazzando, e espettovi, per Dio, con grande desiderio, e non credo vedere l’ora; e madonna Marietta rinniega Dio, e parli avere gittato via le carne sua e la roba insieme. [14] Per vostra fé, ordinate che l’abbia le dotte sua come l’altre sua pari, altrimenti non ci si arà pazienzia.

[15] De’ mogliazzi ci si sono fatti di nuovo vi ho scritto abbastanza; e il vostro Albertaccio Corsini è delli Otto nuovi.

[16] Io sono successo nel luogo vostro quando questi Dieci fanno certe cenuzze, e ser Antonio sta intozzato, tal sia di lui; e le cipolle vi ricordo, che, sendo ora al fuoco, mi sono sute ricordate da quelli dua *collegi* parte si vengano a scaldare; fate voi, *e andate a recere, e cazzovi ’n culo.*

[17] Florentiae, die xxi Decembris mdii.

Frater Blasius

66

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 22 dicembre 1502)

[1] Nicolao Malclavello, fratri suo honorando

[2] Cazzovi ’n culo, che noi vi mandiano danari e drappo e ciò che voi chiedete, e madonna Marietta è disperata, e io ho speso 44 soldi di bianchi della vostra mancia in una tassa per una lettera per Totto vostro a Prospero Colonna. [3] Abbiate pazienzia, e io mi vi raccomando, e il gonfaloniere mi dice stasera di nuovo vi darà presto licenzia.

[4] Non altro.Florentiae, die xxii Decembris mdii.

Frater Blasius

67

Alamanno Salviati a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 23 dicembre 1502)

[1] Spectabili viro Nicolao de Malchiavellis secretario et mandatario Florentino apud illustrissimum ducem Romandiolae. A Cesaena vel ubi sit

[2] † Carissimo Niccolò mio, io ho avuta la vostra sutami carissima, e con essa la listra, che m’è suta grata, e veramente è uno essercito da uno signore di cotesta qualità, il quale piaccia a Iddio illuminare secondo il bisogno di Sua Eccellenzia e della città nostra, quali, secondo il poco giudizio mio, sono facili a conoscere, perché quello fa per sua Eccellenzia che fa per questa città, e quello fa per noi che per Sua Eccellenzia, e tanto piú è facile al fare favore l’uno all’altro. [3] Con questo apportatore credo arete qualche numero di ducati, pure pochi rispetto a quello vi sapete: abbiate pazienza. [4] E alsí vi si manda il domasco per la cancelleria; fatelo servire a l’obbrigo vostro.

[5] Toccante la licenzia vostra, non credo ne siate compiaciuto per al presente. [6] La causa v’intendete benissimo, che questi Signori non sono per lasciare cotesto Signore sanza uno loro uomo, e l’essere voi assente non credo abbia a tôrvi favore per la vostra rafferma, sí perché e’ portamenti vostri sono suti e sono de qualità che piú presto avete a essere pregato che pregare altri, e tanto piú quanto siate fuori per cosa pubblica e in luogo di non poca importanza. [7] Io ne sto di buona voglia per le cagioni dittovi, e noi ne abbiamo a fare ogni opera e buona diligenzia, e in ispezie io, che non potrei piú desiderare ogni vostro bene non altrimenti che se a me proprio toccassi. [8] Altro non ho che dirvi, salvo sono vostro tutto, quale Iddio piaccia mantenere sano e nella Sua grazia.

[9] In Firenze, addí xxiii di dicembre 1502.

Vostro Alamanno Salviati

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Pier Francesco di Corbizzo a Niccolò Machiavelli

(Castrocaro, 23 dicembre 1502)

[1] Magnifico domino Nicolao Machiavello, dignissimo secretario excellentissimi domini mei [. . .] Florentini Cesene, maiori meo singularissimo

[2] Magnifico misser Nicolò mio singularissimo, ebi risposta de vostra magnificenzia, e per quela intendo quanto abiate operato con la eccellenzia del duca del nostro Salvestro di Bosi; è ultima sua volontà che, faciendo acordo li Bosi con li Naldi, subito lo farà estrare de presóne. [3] Il che, in risponsiva a quella di vostra magnificenzia, io mando ser Bertolomeo Mazuolo da Bertinoro attinento di li Bosi, presento esibitore. [4] Esso a boca ne farà intendere quello n’è seguito, che da li Bosi non è mancato e non manca, e quello si bisognaría operare per condure tale opre. [5] Prego essa li dia quela indubitata fede che a mi proprio, con pregando con ogni mie forze, e se io debo mai aver grazia, voglia operare in metere tutto el suo favor aciò tal acordo si faci, che quelo poverelo de Salvestro sia cavato de tanta calamità, che sta molto male rispetto a questi crudeli fredi, sí che tuto lo riputerò a mi proprio, e per una grazia non potria aver la magior, e io non posso piú pregare. [6] E, quando li paresse se avesse a fare una previsione piú che una altra, lo farà intendere, e tanto si farà. [7] A la quale del continuo me ricomando.

[8] In Castracaro, addí xxiii decembre 1502.

[9] Vostro Piero Francesco de Corbizzo

69

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 9 gennaio 1503)

[1] Nicolao Maclavello suo plurimum honorando

[2] Niccolò, io non so quale sia stato maggiore, o il carico che avate del non ci arrivare vostre lettere, o il contento che dipoi si è avuto, visto per queste vostre che siate vivo; perché qui non se ne stava sanza sospetto, veduto che da 8 dí che era seguíto il caso non ci era vostre lettere, e pure da onni banda e da onni altri ci piovevano li avvisi. [3] Arrivò ieri la vostra dell’ultimo di dicembre, scritta in sulla presura di coloro, la quale fu data in quello di Urbino a uno viandante, e quello che voi spacciasti fu svaligiato e qui non comparse mai. [4] E la lettera capitò al Borgo a Giovanni Ridolfi, il quale per tutte sua lettere si rimetteva de’ particulari a voi; e visto quella breve lettera, si immaginò quello che in fatto era, cioè che da voi non si era mancato di diligenzia, scrivendo queste formali parole, ché s’è portato amorevolmente verso di voi. [5] Le altre vostre del primo e de’ dua sono arrivate oggi, che siamo a’ dí 9, e cosí abbiamo avuto cattiva fortuna in questi vostri avvisi di questa cosa, benché di assai luoghi sempre abbiamo avuti li particulari, e assai veri. [6] Doverrete ora poterle mandare piú facilmente, avendo piú luoghi de’ nostri vicini dove fare scala, e non se ne perdere piú, ché, da quella dell’ultimo dí in fuora e queste dua, non ci è capitato altre lettere. [7] Subito che arrivò ieri quella prima, mandai uno correndo alla Marietta, acciò non stessi piú sospesa; e oggi sono stato col Signore Domenico Stradi che fa lo officio del dipositario, e hammi promesso di rimborsarmi de li 5 ducati, li quali manderò subito alla Marietta vostra. [8] Hovvi scritto piú volte a questi dí, e datovi molti avvisi, e cosí molte chiacchiere; arò caro intendere se le avete avute.

[9] Bene valete. Florentiae, die viiii Ianuarii mdii.

Frater Blasius

70

Niccolò (e Battista?) Machiavelli a Totto Machiavelli

(Firenze, 24 gennaio-23 ottobre 1503)

[1] Carissime frater, sabato fece 8 dí ti si scrisse, dandoti notizia come e’ ci pareva da pensare di fare San Piero in Mercato litigioso, come aúto da messer Baldassarre per simonia, perché ’l piovano vecchio non volle mai cedere alla renunzia se non aveva cento ducati da Pero, e di questo ce ne è tanti testimoni e sí autentichi e sí disposti al provare, che se questa cosa si dà in accomandita a chi voglia la golpe, el priore ci ha una speranza grandissima, e crede che sia costí chi ci attenderà. [2] Messesi innanzi messer Piero Accolti o el cardinal di San Piero in Vincula o messer Ferrando Puccetti. [3] A me pare che tu t’ingegni di tôrre uomo che non solum sia atto a favorire la causa, ma ancora a spendere di suo, e che dal canto nostro non corra spesa; e piú tosto convenire con lui grassamente, purché e’ titoli una volta rimanghino: dell’altre cose [. . .] mettile a tuo modo, perché la spesa si lievi da dosso a noi, e che altr [. . .] [. . .]a colli favori e con la ’ndustria e co’ danari. [4] Dal canto nostro puoi offerire la simonia certa, la contentezza de’ ⅔ de’ padroni, la possessione facile, le pruove della simonia vere e autentiche, le quale son tutte cose da farci correre un di cotesti cortigiani, che non sogliono attendere ad altro che a simile imprese, quando e’ ne possono avere. [5] E tu sai che per la soddomia, che è causa piú ingiusta, sono molti che hanno e’ benifizi litigiosi, e assai li hanno perduti. [6] è costí messer Giovanni delli Albizzi, che è uomo d’animo: penserai se a questo tu potessi valertene in cosa alcuna. [7] Niccolò nostro ci farà tutti quelli favori che saranno possibili, e parli mill’anni vedere el fummo di questo fuoco. [8] Le altre lettere ti si mandorno per la via dello ’mbasciatore, e arai ricevuto la cifera, con la quale ora ti scrivo. [9] Di nuovo ti ricordo el mettere in questa impresa uomo che spenda e abbi favori da sé. Vale.

71

Niccolò Machiavelli Ad Antonio Giacomini Tebalducci

(Firenze, 19 maggio 1503)

[1] Magnifico viro Antonio Tebalduccio dignitissimo generali commissario Cascinae et benefactori suo precipuo

[2] Magnifice vir, Bastiano da Castiglione, presente apportatore, e uno delle lance spezzate deputate da questi Signori, è mio amico, e ha voluto che io ve lo raccomandi. [3] Io lo ho fatto volentieri, perché so che voi etiam lo amerete, quando arete fatto esperienza di lui; né ha voluto che io vi scriva altro, se non che io vi preghi che voi lo adoperiate e mettiate a quelli periculi e fazioni che occorreranno: e dalle opere sua vuole essere giudicato, e io di tanto vi priego, raccomandandomi a voi infinitissime volte.

[4] Die xviiii Maii mdiii.

[5] Vostro deditissimus Niccolò Machiavegli, cancellieri in Firenze

72

Ludovico Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 30 ottobre 1503)

[1] Spettabili viro domino Niccolò di messer Bernardo Machiavelli in Roma, amico carissimo. † Iesus. Addí 30 d’ottobre 1503

[2] Spectabili viro etc., e’ non m’è accaduto, dipoi la partita vostra di qui, lo scrivervi, e la cagione di questa si è, come intenderete per la lettera de’ nostri signori Dieci, egli è suto preso costí da cotesti Orsini e, per quanto intendo, è nelle mani del signore Giulio, el mio fratello carnale Guglielmo di Niccolò Bonaccorsi, già contavolo del signore duca e vostro conoscente pe’ tempi passati. [3] Di che vi voglio pregare, per l’amicizia avete a me, insieme operare con gli amici vostri e cosí co’ reverendissimi nostri cardinali e altri nostri amici che costí sono, a cui abbiamo piú lettere di favore che sono intercluse in questa vostra, pregandovi che, per mezzo d’essi e con l’usata vostra prudenzia, vogliate adoperare s’abbi la liberazione di detto Guglielmo: alla quale e lui e tutti noi altri frategli ve ne restereno obbrigatissimi in sempiterno, sempre parati a’ piacer’ vostri. [4] E, sanza fare altre profferte, a voi mi raccomando. [5] Non vi sarà grave darmi avviso l’openione n’avete, addrizzando le lettere a’ signori Dieci; e ne sarà fatto buono servigio.

[6] Cristo di male vi guardi. [7] Vostro

Lodovico di Niccolò Bonaccorsi, in Firenze

73

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 2 novembre 1503)

[1] Nicolao Maclavello secretario Florentino, Romae, suo maxime honorando. In casa il reverendissimo cardinale de’ Soderini

[2] Spectabilis vir etc., questa mattina ho ricevuto la vostra de’ xxx per le mani di Nicolò del Bene, dal quale si è avuto lo avviso della nuova elezione del pontifice, che a Dio piacci sia secondo el desiderio e bisogno non solo nostro, che lo sapete a punto, ma di tutta Italia: e èmmi suto grato avere inteso la ricevuta delle mia dua. [3] E perché voi monstrate desiderio intendere quello sia successo del caso del *Godi,* ancora che io dubiti non mi trattiate come quello della paglia quando era a Samminiato, pure ve lo dirò: *colui con grande demonstrazione è stato preso e piú dí sostenuto in camera del capitano, e dua dí fa è stato libero sanza lesione alcuna: là universalmente la cosa non poteva dispiacere piú, e se ne faceva romore grande,* in modo che *lo amico ha fuggito le mosse, ma non ha* avuto *grado alcuno, e forse si pente di tale imprese.* [4] E per ora la cosa ha avuto il fine suo, e, secondo si giudicava, buono.

[5] Le vostre alligate alla mia le detti a Niccolò, il quale volse li leggessi la vostra, e hanno avuto ottimo ricapito. [6] Voi avete posto l’occhiolino in su quelli pochi danari de’ salvocondotti: sia nel nome di Dio, voi sarete satisfatto, e li altri si gratteranno il culo; e la vostra buona fortuna vince onni difficultà. [7] Io supplisco al tutto alla provincia vostra, *e lo amico se ne passa di leggeri,* e per infino ad ora la cosa va molto quieta e d’accordo; e chi governa lo ufficio si chiama infino ad ora satisfatto: non mi scrivete di questo niente.

[8] La Marietta per ancora non ha partorito; e se non che il mio fanciullo è stato malissimo e ancora non leva capo dal primaccio, vi arei mandato la donna: andràvvi subito potrà, e di tutto sarete avvisato. [9] Perché vi s’è scritto copiosamente tutto quello che è occorso, per la presente non vi dirò altro. [10] Raccomandomi a voi, e vi prego quanto so e posso mi raccomandiate al mio reverendissimo patrone: e ricòrdovelo acciò non facciate all’usato, e il desiderio mio, di che piú volte vi ho parlato, ancora vi sia a mente: e ricordatevi delli amici vostri. [11] Florentiae, die ii Novembris mdiii.

Uti frater Blasius

74

Agnolo Tucci a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 8 novembre 1503)

[1] Spectabili viro Niccolao de Machiavellis, secretario et mandatario Florentino Rome etc.

[2] Spectabilis vir etc., in questa sarà una lettera diritta al reverendissimo cardinale de’ Soderini ad instanzia di frate Raffaello di Francesco Tucci, frate osservante di san Francesco, per la quale si ricerca che Sua Signoria sia mezzo a fare dare dalla Santità del papa la auttorità episcopali al prefato frate Raffaello; e, come si scrive al detto reverendissimo cardinale, crediamo basterebbe solamente el sí a bocca, sanza fare altra spesa. [3] E però mi sarà grato ricordiate questa cosa a Sua Signoria, e che veggiate che, potendosi averla sanza spesa, si facci, che ne farete anche cosa grata al magnifico nostro gonfaloniere: e quanto prima si può ne aspetto risposta.

[4] Nec alia. Bene valete. [5] Die viii Novembris.

Angelus Tuccius, unus ex magnificis Dominis

75

Battista Machiavelli a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 9 novembre 1503)

[1] Egregio viro Nicolao Machiavello reipublice Florentine oratori honorando. Rome

[2] † Egregie orator etc., compare mio onorando, voi avete avuto uno bello e visto figliuolo, el quale questo dí s’è battezzato onorevolemente, come richieggono le qualità vostre; che Dio ce lo preservi di buona mente e di corpo valido. [3] Per questa m’occorre poco che dire; so che Totto v’ha dato utimamente informazione di dua badie: l’una si chiama Santo Zeno, che è in Pisa e è del vescovo di Pistoia e è dell’ordine di Camaldoli, rende l’anno fiorini cento d’oro; l’autra si chiama Santo Giusto, pure dell’ordine di Camaldoli, diocesi volterrana, e del medesimo vescovo di Pistoia. [4] Quando dètti questo avviso a Totto, non dissi che v’avvisasse che voi avvertissi che San Giusto era del cardinale de’ Medici, e che credevo che ’l cardinale, quando gliene dètte, s’avesse servato el rigresso, e cosí credo. [5] Dànnovisi questi avvisi perché è d’età d’anni 64. [6] E in fatto è suo anche Santo Pagolo di Firenze: rende fiorini 120 d’oro; credo che ’l cardinale detto v’abbia rigresso. [7] Per una altra mia vi dètti avviso di Santo Pulinari qui di Firenze, el quale è di messer Isac figliuolo dell’Argirolopo greco. [8] Era familiare di Santo Cremente; so cercava farne partito; rèpricolo, se non avessi avuto la lettera.

[9] Oggi ho avuto informazione d’una pieve che si chiama Santo Piero a Sillano, diocesi volterrana, che rende piú di fiorini 100: è el prete vecchio d’anni sessantaotto o piú, sono patroni e frati di Badia, che si diroga facilmente a’ religiosi; ha nome el rettore donno Andrea. [10] Per ora non ho circa a questo altro che dirvi; raccomandatemi al Minerbetto. [11] Vorrei m’avvisassi se è vero che ’l nostro arcivescovo abbia fatto partito, o sia per fare, dello arcivescovado, e in chi.

[12] Die 9 Novembris 1503. [13] Vostro parente

Battista in Firenze

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Luca Ugolini a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 11 novembre 1503)

[1] Spectabili viro Nicholao de Machiavellis, secretario et mandatario Florentino. Romae. † Iesus. A dí 11 di novembre 1503

[2] Compare carissimo, profizio! [3] E veramente madonna Marietta vostra non v’ha ingannato, ché tutto sputato vi somiglia: Lionardo da Vinci non l’arebbe ritratto meglio. [4] Compare, le mie lettere dovettono fare poco frutto, o forse rimasono in sulla cassa; dubito che lo ’ntenerire facesti colla comare non le mettessi in oblivione. [5] Insomma, io non ho né da voi né da monsignor de’ Pucci né da messer Giorgio avuto risposta. [6] Prego mi rispondiate uno verso come la fanno, e se vicitasti messer Lorenzo Pucci, e cosí se avete visto messer Giorgio. [7] Se non lo fate, dirò che siate uno compare o volete di paglia o volete di cazzo, e farenvi il simile dalle bande di qua anche a’ casi vostri, e le lettere e ogn’altra cosa andrà a traverso. [8] Doverresti per uno centesimo d’ora porre le girandole e ’ mulini da canto, e darvi agli amici, massime a chi ha dato la fede a chi n’aveva bisogno.

[9] I’ ho scritto a messer Giorgio mio che, quando scrive, vi dia le lettere, che verranno salve, e sarà chiaro non andranno in cancelleria; e voi ancora, quando lo vedete, gli ricordate el fare bene e scrivere spesso; e, scadendoli e’ favori vostri, trattatelo da amico. [10] Questo umido grande ha ingrossate le fave e ristretto e’ buchi, di natura che qui s’arma ’ lenni dalla cintola in giú con uno diamitro condecente. [11] Avete passata una gran fortuna, trovandoti costí.

[12] Compare, a voi mi raccomando, e degnateci. [13] Vostrissimo

Luca Ugolini, capitano

77

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 15 novembre 1503)

[1] Nicolao Maclavello secretario Florentino Romae, suo honorando

[2] Niccolò, elli è comparsa questa mattina la resposta vostra alla nostra delli 8, spacciata a posta, per le cose di Romagna, dove voi discorrete coteste cose lungamente, e massime di quello si possa sperare costà, che in fatto saranno provvisioni da fare poco frutto. [3] E qui si è fatto tutto il possibile, e pare a ognuno che qui la città, oltre allo interesse suo, abbi ancora operato in beneficio di cotesta Santa Sede, tanto da averne qualche grado. [4] E presto si vedrà che ’ Viniziani non fanno questo per odio del duca, ma per loro sfrenata cupidità e ambizione, etc. [5] Io non voglio mancare di farvi intendere in privato ancora, benché per la nostra di ieri lo arete possuto vedere, che *qui è tanto in odio cotesto nome solo del duca, che ogni volta che gli è ricordato in una lettera, non pare che vi possi essere cosa piú accetta. [6] E vògliovi dare questo segno di questa cosa: che, proponendosi ieri per via di parere nelli Ottanta e buon numero di cittadini se si aveva a dare il salvacondotto o non, quelli che non volevano furono circa novanta, e quelli del sí circa venti. [7] E qui* è ferma oppinione che *il papa voglia levarselo presto dinanzi, e a questo fine dica di mandarlo in Romagna, e non per altro; e voi nello universale ne siate uccellato,* scrivendo ora *di lui gagliardo. [8] Né è chi manchi di credere che voi anc*ora *vogliate cercare di qualche mancia, che non è per riuscirvi,* perché qui non bisogna *ragionarne,* ma sí bene di qualche cosa che *gli avessi a nuocere.* [9] Hovvi voluto fare intendere questo a vostra informazione.

[10] Il vostro figliuolo e la Marietta sta bene, e cosí tutti li altri vostri, e qua vi desiderano. [11] Pregovi che venendovi alle mani una plasma, ma vorrei fussi piccola, la togliate a mia instanzia, e io rimborserò chi ordinerete: io non vi scrivo questo perché creda ne abbiate ad usare una minima diligenzia, ma perché io non sono chiaro ancora affatto di voi, e sono un pazzo. [12] Florentiae, die 15 Novembris 1503.

Frater Blasius

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Piero di Francesco Del Nero a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 16 novembre 1503)

[1] Egregio viro Nicolao Maclavello, secretario ac mandatario Florentino Romae, apud Pontificem Maximum. Romae

[2] † Tanquam fili carissime, ispiacemi assai la mala vostra contentezza, ma poco manco o molto piú la causa d’essa. [3] E a conforto vostro io vi dico che io, che non sono mai uscito delle mani della mamma (che sono 4 anni ch’ella morí), che se quelle volte che io ho parlato, mangiato, dormito con morbati, 20 volte sarei morto. [4] Verrebbemi voglia di dire che voi non fusse Niccolò, essendovi in tanto prosternato e invilito per una cosa che avviene a ogn’omo 100 volte in vita. [5] In e’ casi simili, chi è piú diligente fa uno poco di purgagione accomodate, e poi vi pensa tanto quanto basta. [6] Non vorrei in vostro servigio Totto m’avessi mostrata la vostra, né ancor voi areste voluto; ma lui ha fatto l’ufficio in questo di savio, a fine che io possa ammonirvi come si conviene, che avete aúto uno figliuolo (che a me in questo anno possa avvenire non credo cosa, non sendo di molto peso, m’abbi a turbare!) che non fu mai il piú bello naccherino, né il piú vivo. [7] Motteggio con voi, che n’avete bisogno, e fate che io non abbi a dire, come disse Cesare a Dolobella: « Bellum profecto consulem haberemus », etc. [8] Fate d’essere uomo. [9] La Marietta sta benissimo, né le manca o mancherà nulla. [10] Né per questa altro.

[11] Iddio vi guardi. In Firenze, addí xvi di novembre 1503.

[12] Vostro Piero di Francesco del Nero

79

Totto Machiavelli a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 17 novembre 1503)

[1] Egregio viro Nicolao Machiavello, secretario ac mandatario Florentino apud Pontificem Maximum. Rome. † Iesus. Al nome di Dio, addí xvii di novembre 1503

[2] Honorande frater etc., iarsera ebbi una vostra, per la quale io ho inteso da voi el pericolo in che siate stato, che invero non si può dire che non sia stato grande. [3] Nondimeno, questi sono casi che, in nel conversare con gli altri uomini, avvengono ogni anno qualche volta a chi va attorno; e, se a voi non è avvenuto piú, avete grande ventura. [4] Ma io vi fo intendere che l’anno passato a Vinegia in nelle medesime barche fumo piú volte persone insieme, che infra 3 o 4 dí poi si morirono di peste. [5] E che piú?E’ nostri giovani che sono al paese di Levante passono a ogni ora di Pera in Gostantinopoli con le medesime barche che passono e’ morti di morbo, e in fatto a qualcuno s’appicca, e muore; ma de’ 10 anni un tratto ne muore uno de’ nostri mercanti, che in tanto tempo vi sono passati parecchi migliaia di volte, e pertanto non ne fanno riguardo veruno. [6] Ma per questo io non dico che non sia bene riguardarsi, ma non si disperare però d’un caso che avvenga come è avvenuto a voi, ma stare di buono animo, e fare pensiero di non avere per nessuno modo avere male: e chi fa a questo modo e riguardasi, per nessuno modo è da pensare che gli abbia male veruno. [7] E però state di buono animo, che lo invilire è cosa da fanciulli o da donne.

[8] Né altro.Iddio vi guardi.

[9] Vostro Totto, in Firenze

80

Piero Soderini a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 17 novembre 1503)

[1] Spectabili viro Nicolao de Machiavellis secretario Florentino apud Summum Pontificem

[2] Spectabilis vir etc., alle tue ultime non farò altra risposta, se non che continui, come per altra ti dissi, giorno per giorno, che mi fia oltre a modo grato, e piú particularmente puoi, delle cose del Reame; e sappi ti farai onore di qua.

[3] Bene vale. Ex Palatio Florentino, die xvii Novembris mdiii.

[4] Petrus de Soderinis, Vexillifer Iustitiae populi Florentini

81

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 17 novembre 1503)

[1] Nicolao Maclavello secretario Florentino Romae, suo honorando. Romae

[2] Questa mattina ho ricevuto la vostra delli xi, col postcritto de’ xiii, che dovesti ricordarvi di me appunto quando andavate al cesso, poiché voi la trovasti tra li scartafacci, cercando di qualcosa per uno paragone, all’usato; e basti. [3] Voi doverresti essere chiaro che nelle cose che vi importano, io non le ho altrimenti mai avuto a cuore che le mie proprie; e però, se vi scrissi del fanciullo mastio, vi scrissi la verità, e di piú vi dico che la Marietta l’ha dato a balia qui in Firenze, e lui e lei sta bene, grazia di Dio. [4] Vero è che la vive con grandissima passione di questa vostra assenzia, né vi è remedio; e quando la Lessandra potrà andarvi, non ne mancherà, che pure domenica vi fu. [5] E lei e io pensiamo sempre a farvi piacere; cosí pensassi voi a me. [6] Io vi scrissi ultimamente, non mi ricordo già del dí, tutto quello mi occorreva, che vi fu qualcosa da averlo caro; se voi arete fatto all’usato, non lo arete letto: vostro danno. [7] Né io vi scrivo con altro animo; dal canto mio non si mancherà mai del debito, benché alle volte mi adiri, e a ragione.

[8] Piaceràmmi abbiate aggiunto alla lettera mia al cardinale quello dite: di che ne dubito; non dubito già della ricevuta, perché ne ho da lui resposta. [9] Voi sapete il desiderio mio; e buscando per voi, ricordatevi che io sono qui in tanta fatica e servitú quanto posso, con quello emolumento vi è noto. [10] Li ambasciatori per costí s’apprestano, e hanno il tempo assignato tutto dí 25 di questo, Niccolò Valori ancora presto ne andrà in Francia.

[11] Erami scordato respondere alla domanda vostra delli altri compari, che furono messer Battista Machiavelli, messer Marcello, Lodovico, il capitano Domenico e io, di bella brigata; e démovi tutti grossi nuovi.

[12] Bene valete. Florentiae, die xvii Novembris mdiii.

Uti frater Blasius

82

Totto Machiavelli a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 21 novembre 1503)

[1] Egregio viro Nicholao Machiavello secretario ac mandatario Florentino apud Pontificem Maximum. † Al nome di Dio, addí xxi di novembre 1503

[2] Honorande frater etc., dipoi ebbi la vostra de’ 13 non ho da voi lettera; non ho ancora inteso voi aviate scritto in altri: pertanto, con desiderio aspetto avviso da voi, e come per altra vi ho detto, se voi volete che io venga costà, avvisate, che non arò rispetto a morbo né a cosa veruna, e sarò sempre a’ vostri bisogni. [3] Vi debbe essere stato scritto come Piero del Nero è stato fatto de’ Dieci, che è cosa molto a proposito vostro, e ancora è stato tratto de’ 6 della Mercatanzia; e sono dua mesi e non piú che si levò da specchio, sí che vedete se gli è riuscito quello voi stimavate se si levava da specchio.

[4] Per altre circa a’ benefici, dove si avesse a fare riserba, vi dicemo abbastanza circa a quello si poteva avvisarvi insino a ora, e messer Batista dice sarebbe una ottima cosa avere una aspettativa per la somma di fiorini 500 o 600 in questi dua vescovadi, cioè Firenze e Fiesole. [5] Ancora si intende che il vescovado di Pesero l’ha aúto messer Simone Rucellai, e per questo il suo canonicato viene a vacare, perché è di quelli del papa. [6] Poterete intendere se il pontefice l’ha servato a sé, e vedere se vi pare da farne impresa.

[7] Né altro.Iddio vi guardi.

[8] Vostro Totto Machiavelli in Firenze

83

Agnolo Tucci (?) a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 21 novembre 1503)

[1] Nicolao Machiavello mandatario Florentino. Rome

[2] † Nicolò mio, voi intenderete per le pubbliche in che termine si reduchino le cose di Romagna, e dallo essemplo di Faenza si può facilmente fare giudizio dell’altre cose, e ogni altro luogo farà meno retta che non ha fatto Faenza [3] Noi ne abbiano pagato piú che il debito, e con favorirle e tenerle vive e preservarle, e chi doveva e posseva tenerne piú cura non ha fatto e si può credere non abbi a fare altrimenti del restante, in modo che noi siàno per essere piú savi per l’avvenire, e imparare d’altri, e fare piú tosto di acquistare qualche grado con chi diventa grande, che di opporci noi soli, etc. [4] Che successo ne abbi a seguire, si giudicherà dagli effetti.

[5] Noi non possiàno credere che queste cose non procedino di conscienzia e consentimento del pontefice, sí per non vederlo niente risentire in fatto, come per non potere credere che ’ Viniziani procedessino tanto scopertamente e senza alcuno colore a occupare quello della Chiesa; e però è bene vedere di scoprire questa parte, e non restare di farsi intendere e mostrare che noi, non vedendo altro provvedimento, ci ingegnereno a non essere li ultimi e acquistare grado di questi progressi, poi che altro rimedio non abbiàno.

[6] Delle cose de’ Franzesi stiamo con desiderio intendere e’ progressi, e’ quali anche doveranno volere riparare a tale dí a questi disordini, che non potranno; e vedranno come sieno per tenere le cose di Lombardia, quando Romagna sia in mano de’ Viniziani, e crederanno alla esperienzia quello che non hanno voluto credere alle ragioni, che non solamente non ci hanno volsuto pensare, ma, acciò che noi non ci possiàno ovviare per noi medesimi, ne hanno menato le gente d’arme nostre; le quali se fussino state da queste bande, indubitatamente e’ non seguiva tanto inconveniente. [7] Insomma, questa Italia si riduce a discrezione etc., e noi ne abbiàno per ogni via pagato el debito, né possiàno sostenere el cielo con le spalle. [8] Fallo bene intendere dove bisogna, e massime che a questa cosa bisogna altro rimedio che noi fareno, perché e’ Viniziani saranno prima signori di tutta Romagna e in meno tempo che non hanno messo e’ Franzesi a passare el Garigliano. [9] Tu se’ prudente, etc.

[10] Vale. Florentia, die 21 Novembris 1503

Ag

84

Marietta Corsini a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 24 novembre 1503)

[1] Spettabili viro Nicolò di messer Bernardo Machiavelli. In Roma. Al nome di Dio, addí 24

[2] Carisimo Nicolò mio, voi mi dilegiate, ma non n’avete ragione, che piú rigollo arei se voi fusi qui, voi che sapete bene come io sto lieta quando voi no siete quagiú; e tanto piú ora che m’è stato deto costasú è sí gran morbo, pensate come io sto contenta, che non trovo riposo né dí né note. [3] Questo è la letiza ch’i’ ho del bambino;però vi prego mi mandiate letere un poco piú speso che voi no fate, che no n’ho aute se non tre. [4] Non vi maravigliate se io non v’ho scritto, perché non ho potuto, ch’ho aúto la febre insino a ora; no sono adirata. [5] Per ora el bambino sta bene, somiglia voi: è bianco come la neve, ma gl’ha el capo che pare ’l velluto nero, ed è peloso come voi, e da che somiglia voi, parmi bello, ed è visto che pare che sia stato un ano al mondo; e aperse li ochi che non era nato, e mese a romore tuta la casa. [6] Ma la bambina si sente male. [7] Ricordovi el tornare.Non altro. [8] Idio sia con voi, e guardivi.

[9] Mandovi farseto e dua camice e dua fazoleti e uno sciugatoio, che vi ci cucio queste cose.

[10] Vostra Marieta in Firenze

85

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 4 dicembre 1503)

[1] Nicolao Maclavello mandatario et secretario Florentino tanquam fratri honorando. Romae

[2] Compare onorando, questa mattina ho ricevuto dua vostre de’ 29 e 30, e mi maraviglio non abbiate ricevuto mie lettere da’ 21 in qua, che pure vi ho scritto dua o 3 volte, e ultimamente per le mani di Bolognino, quale venne in costà con danari del re, la quale mi sarà caro intendere abbiate ricevuto, perché per vostro amore ne desidero resposta, acciò si mitigassi il Signore Agnolo Tucci, il quale, come per quella arete visto, era alterato gravissimamente contro di voi, per non li avere mai resposto, che dice avervene fatto scrivere dal gonfaloniere e da quanti cancellieri è in questo Palazzo. [3] Scrissivi qualcuna delle parole che in presenzia di tutti ’ Signori aveva usato contro di voi, che invero *furono di mala natura,* e tutti li altri Signori *stettano ad udire, che chi per una passione e chi per un’altra non si ebbono per male; e alla tornata vostra vi ragguaglierò di cose che non le giudico da scrivere. [4] Bastivi che ci è di maligni cervelli, e a chi dispiace scriviate bene del Volterra e a chi un’altra cosa; e cosí altri con poco suo grado si affatica, e con mettervi del suo.* [5] Se voi fussi stato presente alla resposta, aresti giudicato vi amo piú che me medesimo. [6] Non mi sforzerò già di persuadervelo altrimenti, perché un dí arete tanti riscontri di questo, che lo crederrete, e forse userete verso di me altri termini non avete fatto fino qui; e dove io possa farvi onore, o di parole o di fatti, sanza respetto la do per il mezzo, né sono per mutarmi mai di questo animo, ancora che poco vi possa fare. [7] Chi vi scrive che troviate altro essercizio non vi vuole bene, perché io non veggo altro pericolo ne’ casi nostri che il consueto.

[8] Il Vespuccio una volta ha carpito il tordo, che buon pro li facci, e anche a noi altri, se ci riuscirà. [9] Credo abbiate speso assai e spendiate ancora: non so già come qui abbiate ad esserne satisfatto. [10] Una volta li ambasciatori verranno, fra 4 o 5 dí, e voi arete subito licenzia; e io non so per ancora niente di venire, né qui si pensa a questo. [11] Verranno onorevolissimamente ad ordine, e massime il Girolamo e Matteo Strozzi, che si fanno vesti e altre cose suntuosissime, e credo areno onore; e se avete avuto voglia di venire costà, credo vi costerà qualcosa, se già certo indizio che mi è venuto alli orecchi non vi aiutò, *perché intendo che il gonfaloniere pensa mandarvi con Roano verso Alamagna, per essere là a questo loro parlamento.* [12] Se fa per voi, bene quidem; se no, ordinate li defensori; *ma questo sia secreto, che mi faresti danno assai.*

[13] La Marietta non ha possuto fino qui scrivere per essere stata in parto: credo lo farà per lo avvenire, e pure ieri vi andò la Lessandra, e per Dio non è possibile farla acquiescere che stia in pace. [14] Duolmi delli affanni vostri, e a Lodovico Morelli farò l’ambasciata. [15] Sarà in una polizza in questa quello desideri per il fratello quello de’ Tucci, e dice che, spendendo, vi rimborserà; pregovi ne riscriviate una sola parola.

[16] Bene valete. Florentiae, die 4 Decembris mdiii.

Frater Blasius

86

Niccolò Machiavelli Ad Agnolo Tucci (?)

(Roma, 5-17 dicembre 1503)

[1] Magnifice vir etc., ho ricevuta la vostra de’ 21, ancora che io non intenda la soscrizione, ma parmi riconoscervi alla mano e alle parole; pure, quando m’ingannassi, el risponderne a voi non sarà male allogato, né fuora di proposito. [2] Voi mostrate el periculo che porta el resto di Romagna, sendo perduta Faenza; accennate che vi bisogna pensare a’ casi vostri, non si provvedendo altrimenti per chi può o doverrebbe; dubitate che ’l papa non ci sia consenziente; sète in aria nello evento delle cose franzesi; ricordate che si ricordi e che si solleciti, etc. [3] E benché tutte queste medesime cose mi sieno sute scritte dal pubblico, e che si sia risposto sí largamente che voi in sullo scrivere fatto vi potete consigliare, tamen per non mancare dello offizio ancora con voi, avendomene invitato, vi replicherò el medesimo, e parlerò in vulgare, se io avessi parlato con l’offizio in grammatica, che non mel pare avere fatto. [4] Voi vorresti una volta che ’l papa e Roano rimediassino a’ casi di Romagna con altro che con parole, giudicando che le non bastino a’ fatti che fanno e hanno fatto e’ Viniziani, e ci avete fatto sollecitare l’uno e l’altro in quello modo che voi sapete, di che ne son nate quelle resoluzioni che vi si sono scritte, perché el papa spera che ’ Viniziani abbino a compiacerlo, e Roano crede o con pace o con tregua o con vittoria essere a tempo a ricorreggere; e stanno ciascun di loro sí fissi in su queste opinioni, che non vogliono porgere orecchio a nessun che ricordi loro alcuna cosa fuora di questo.

[5] E perciò vi si può fare questa conclusione: che di qua voi non aspettiate né genti né danari, ma solo qualche breve o lettera o ambasciata monitoria, le quali fieno anche piú e meno gagliarde che saranno piú o meno potenti e’ rispetti che debba avere el papa o Francia. [6] E’ quali quanto e’ possino o debbino essere, voi lo potete giudicare benissimo, guardando Italia in viso, e pensare dipoi a’ casi vostri, veduto e essaminato quello che si può fare per altri in securtà vostra, e inteso quello che si può sperare di qua; perché, quanto a quello che si può sperare al presente, non si può piú replicarlo che io lo ho già detto. [7] Soggiugnerò solo questo: che se altri ricerca da Roano o le vostre genti, o potersi servire di Giampaulo, bisogna mostrare di volerle o per difendere lo stato vostro (e di questo non se li può ragionare, che si altera come un diavolo, chiamando in testimonio Iddio e li uomini che è per mettersi l’arme lui, quando alcuno vi torcessi un pelo), o per volere aiutare che Romagna non pericliti; e a questo pensa essere a tempo, come è detto. [8] Questo è in sustanza quello che vi si può scrivere delle cose di qua, né credo per chi vi ha a scrivere el vero vi si possa scrivere altro.

1504-1505

87

Francesco Soderini a Niccolò Machiavelli

(Roma, 24 marzo 1504)

[1] Spectabili viro Nicolao Maclavello secretario Florentino compatri nostro carissimo

[2] Franciscus de Soderinis tituli Sancte Susanne presbyter cardinalis Volateranus

[3] Spectabilis vir noster carissime, qui è stato ser Mariano Mori, e de’ casi sua per conto e rispetto vostro non aviamo in modo alcuno voluto fare cosa veruna, volendo correspondere alla fede avete in noi, e satisfare a tutta la casa e famiglia vostra, alla quale portiamo affezione.

[4] Ben vi diciamo che si turpitudo est in re aliqua, comunis est, e per questo vi confortiamo esortiate el priore vostro ad standum promissis et servandum datam fidem, e vedere che d’accordo la cosa e differenzia si possi sanza trassinarla o sforzarla altrimenti. [5] Pure noi, come vi dicemo, contro al vostro priore non siamo per fare cosa veruna e, sempre che intendiamo abbiate qualche interesse nelle cose che da noi dependeranno, siamo per averne in ogni nostra deliberazione quel respetto che merita la fede avete in noi.

[6] Vale. Rome, xxiiii Martii mdiiii.

88

Giorgio Dell’Antella a Niccolò Machiavelli

(Roma, 20 aprile 1504)

[1] Domino Niccolò di messer Bernardo Machiavelli, in Firenze. † Addí xx d’aprile 1504

[2] Carissimo Niccolò,io ho la vostra de’ 13 di questo, e altra dell’arcidiacano e del nostro messer Battista Machiavelli, contenente tutte d’una medesima materia, e con esse una della casa vostra a Monsignore reverendissimo, al quale prima che questa mattina non l’ho possuta dare, per essere Sua Signoria stato in questi dí a piacere. [3] Presenta’liene, come vi dico, e lui, vistola, mi rispose essere contentissimo di far quanto voi altri desideravi, e che fino a ora non ha preso alcun partito del benifizio, per averlo tenuto a stanza della casa vostra, dapoi che è suto in sua potestà el poterne disporre. [4] Siamo rimasti che della prossima settimana si farà fare la suppricazione e tutt’altro, secondo la informazione che n’ha data messer Francesco Minerbetti. [5] Attenderocci volentieri e con diligenzia, e, spedita che fia del tutto, ve la manderò. [6] E in che altro posso son parato a’ piaceri vostri, e a voi non sarà fatica dire a messer Battista che altrimenti non rispondo alla sua, per non li avere a dire altro che in questa si contenga; e a voi e a lui mi raccomando.

[7] Che Iddio vi guardi.

[8] Vostro Giorgio dell’Antella, in Roma

89

V. a Niccolò Machiavelli

(Roma, 24 aprile 1504)

[1] Egregio domino Nicholao Maclavello honorando etc. † Iesus. Addí xxiiii d’aprile 1504

[2] Niccolò mio caro, io ho a fare risposta a dua vostre de’ 13 e 20, e per ora sarò brieve, che, partendo questo fante per Lione, m’è paruto farvi un verso, e tempo non mi avanza. [3] E’ non fu a tempo la lettera de’ 13, per la quale mi ordinavi che io parlassi col Bertolino, perché io la trovai in Roma venerdí, venendo da Bracciano, nel quale dí trovai Lionardo poco fuori di Roma, che cavalcava in costà, in modo che non se li parlò etc.: e se in simil causa ho a fare altro, ditemelo. [4] Le lettere al cardinale di Volterra si son date oggi in mano di messer Ramondo.

[5] Piaciuto m’è di quelle stanze che voi dite avere fatte, e se non fussi che lo scrivere è pure fastidioso, e a voi, per le continue faccende, incomodo, e massime nelle chiacchiere, giudicherei avessi fatto bene a mandarmele; securamente riserberenci a la voce viva e a la ribeca.

[6] Al Serristoro vi ho raccomandato, e è tutto vostro: mai sí che io volgo largo, e massime ne’ ragionamenti disputativi. [7] Raccomandatemi agli amici tutti.

[8] Dio vi guardi. Per

vostro V. in Roma

90

Francesco Soderini a Niccolò Machiavelli

(Roma, 29 maggio 1504)

[1] Spectabili viro Nicolao de Malchiavellis, compatri nostro carissimo

[2] Franciscus de Soderinis tituli Sancte Susanne, presbiter cardinalis Volaterranus

[3] Compater carissime, abbiamo visto cum assai piacere la vostra de’ xxiiii, né bisogna circa il comparatico ce diciati altro, perché vorremmo fare per voi altre demonstrazione, e speramo anche un dí poterle fare. [4] Non ve escusati su altri del non ce scrivere; ma sappiàti le vostre ce sono gratissime, massime in questi tempi, che se desiderano avvisi distinti e veri. [5] La scusa dell’Ordinanza non è bona in re tam necessaria et salubri, né si pò suspettare de vi, que non paretur ad commodum privatum sed publicum: non restate, che forsi un dí serà data la grazia, che non se dà l’altro.

[6] Areti costí Aloys d’Ars, che torna in Franza: rescaldatilo, che quelle cose ne hanno bisogno, massime se li apparecchi de’ quali se minaccia andasseno innanzi, facendo bene intendere che chi vòle venire alle estremità se inzegna a nettare tutto il cammino de mezzo; e chi considera bene, troverà che la inimicizia non è cum voi, ma cum loro.

[7] Benché se dicano e minacciano molte cose, non di meno se crede siano piú presto diversione che altro, e se crede non abbiati avere tale impedimento, che volendo fare il debito, vivamente non possiati sforzare Pisa, essendo redutta al termine che è; fati pur de non mancare a voi medesimi. [8] Li portamenti de’ vicini non hanno bisogno de aruspici per interpretarli: pare sia necessario avere pazienzia per non fare pezo, ma recordarsene al tempo; e certamente nelli stati e nelle repubblice la troppo pazienzia dà animo a’ tristi, dovunque si trovono e qualunque siano.

[9] Bene valete, e sappiàti essere amato a nobis unice. [10] Rome, xxix Maii mdiiii.

91

Niccolò Machiavelli a Giovanni Ridolfi

(Firenze, 1 giugno 1504)

[1] Magnifico generali commissario in Romandiola Ioanni Rodulfo patrono suo. Castrocaro

[2] Magnifice vir, io mi riserberò a scrivervi quando ci sarà cosa di momento, e che il pubblico non ve ne avvisi. [3] Qui è nuova come a’ 25 del passato Bartolomeo d’Alviano partí da Napoli con 250 uomini d’arme e 3 mila fanti, e ne viene alla volta di Roma per scendere in Toscana e assaltare Firenze: e dice che è ordine di Consalvo, per mutare questo stato e condurre Toscana a divozione di Spagna. [4] Giudicasi che Sanesi e Lucchesi concorrino a questa cosa, e ci mettino de’ loro danari; e se ne vede segni da non dubitarne. [5] Giudicasi questa cosa variamente: chi crede siano spaventacchi, e chi crede che sia vero. [6] Tuttavolta la tiene la città sospesa, e non si delibera a fare la impresa di Pisa, come la farebbe se non fussi questo rispetto. [7] Ma quando bene Bartolomeo venissi qua, e qui si tenessi el capo fermo, non sono genti da far male, massime se e’ verrà in Lombardia gente franzese per tutto questo mese, come scrive Niccolò Valori.

[8] L’impresa di Librafratta riuscí prospera, e Antonio Giacomini promette la vittoria certa quando si vadia innanzi. [9] Credo vi addormenterete, o per temer troppo o per non poter piú.

[10] Valete. Florentie, die prima Iunii 1504.

[11] Vester Niccolò Machiavegli cancellieri

92

Bartolomeo Vespucci a Niccolò Machiavelli

(Padova, 4 giugno 1504)

[1] Egregio viro domino Niccolao Maclavello, cancellario populi Florentini sibi plurimum honorando. Florentiae

[2] Bartholomeus Vespuccius Niccolao Maclavello salutem. [3] Litteris tuis perquam suavissimis acceptis, quantam oppido letitiam animo conceperim, vix lingua exprimere aut calamo exarare valeo: tua namque omnibus nota humanitas in illis solis luce clarior apparet; ornatus, lepores salesque non desiderantur, adeo quod his perlectis responsum dare cum voluerim, lingua obmutire, calamus hebescere, manus vero torpescere ceperint. [4] Tot enim ac tantas in me laudes ingeris, ut si vel minimum illarum in me esse cognoscerem, vitam vel cum summo quopiam rege commutare grave mihi utique videretur: verum non quod ita sit, sed iuxta illud vulgatum, virtutem crescere laudatam, hec te mihi attribuere iudicavi, ut ad bonas artes meus animus alacrius accendatur. [5] Pro quo tibi gratias innumeras ago, quod mihi tale calcar iniunxeris; cum enim ab huiusmodi viro me laudari cognovero, omnibus viribus in talem virum evadere intendam, ut opinioni sue aliqua ex parte respondere valeam. [6] Laudes astronomie, quamque humano generi utilitatem tribuat, melius est sicco pede transire, quam imo gurgite mergi. [7] Sat est quod sententia tua verissima dicenda est, cum omnes antiqui uno ore clament sapientem ipsum astrorum influxus immutare posse: non illorum, cum in eternis nulla possit cadere mutatio, sed hoc respectu sui intelligitur, aliter et aliter passum ipsum immutando atque alterando. [8] Sed ne ultra quam par sit nostra vagetur oratio, tuam petitionem implebo; verum quoniam usque ad 18am augusti diem continuis lectionibus et quippe difficillimis urgemur, cum semper (ut vulgo fertur) cauda venenum servet, idcirco post illud tempus tibi omnino inserviam. [9] Hoc tantum me piget, quod te mihi parum fidere demostras, cum a patre mihi litteras hac eadem super re dare feceris, cum tui solius minimo nutui parere omnino paratus essem, quem in omnibus parentis secundi loco habere non dubitarem: alias igitur audentius me meam operam rogabis, eumque erga te Bartholomeum cognosces quem erga parentem suum esse credis.

[10] Vale. ii Nonas Iunii 1504, Patavii.

[Traduzione]

[2] Bartolomeo Vespucci saluta Niccolò Machiavelli. [3] A stento riesco a esprimere a voce o a scrivere con la penna quanto grande sia la gioia che ho concepito nell’animo una volta ricevuta la tua graditissima lettera: e in verità la tua cultura, ben nota a tutti, in quella si manifesta piú chiara della luce del sole, né mancano gli ornamenti, le piacevolezze e i detti arguti, al punto che, benché io, letta e riletta l’epistola, volessi rispondere, la lingua cominciò ad ammutolire, la penna a infiacchirsi, la mano a intorpidirsi. [4] Infatti tu mi ricopri di tante e tanto grandi lodi, che, se riconoscessi di possederne anche solo una minima parte, mi parrebbe assolutamente gravoso scambiare la mia vita persino con quella di un altissimo re: in verità, ho giudicato che tu me le attribuissi non perché sia cosí, ma in conformità con quel modo di dire a tutti noto, secondo cui la virtú lodata cresce, affinché il mio animo si infiammi con maggior ardore alle arti liberali. [5] Di questo ti ringrazio moltissimo, del fatto cioè che mi hai imposto un tale sprone; sapendo infatti di essere lodato da un uomo di tal genere, con tutte le forze mi impegnerò a diventare come lui, per riuscire a corrispondere in qualche parte alla sua opinione. [6] Piuttosto che tuffarsi in un mare tanto profondo, è preferibile oltrepassare a piedi asciutti le lodi dell’astronomia, e quanta utilità essa arrechi al genere umano. [7] Basti dire che la tua opinione deve essere definita verissima, giacché tutti gli antichi proclamano a una sola voce che il sapiente può modificare gli influssi degli astri: intendendo ciò in relazione non a questi ultimi, dal momento che nelle cose eterne non può intervenire alcun mutamento, ma a sé stesso, cioè variando e modificando il proprio passo ora in un modo e ora in un altro. [8] Ma affinché il mio discorso non sia piú vago di quanto convenga, soddisferò la tua richiesta; tuttavia, dal momento che fino al 18 di agosto sarò pressato da lezioni continue e invero difficilissime (poiché sempre, come si dice comunemente, il veleno sta nella coda), per questo motivo sarò a tua completa disposizione dopo quella data. [9] Questo soltanto mi rincresce, che mostri di avere poca fiducia in me, visto che mi facesti mandare da mio padre una lettera su questo stesso argomento, pur essendo io pronto a obbedire in tutto e per tutto al minimo cenno di te solo, che io non esitavo a considerare in tutte le cose un secondo padre; un’altra volta richiederai dunque la mia opera con piú coraggio, e vedrai che Bartolomeo è verso di te quello che tu ritieni sia verso suo padre. [10] Sta’ bene. Padova, 4 giugno 1504.

93

Francesco Soderini a Niccolò Machiavelli

(Roma, 27 agosto o 27 settembre 1504)

[1] Spectabili viro, domino Nicolao Malchiavello, compatri nostro carissimo

[2] Franciscus de Soderinis tituli Sancte Susanne presbiter cardinalis Volaterranus

[3] Spectabilis vir, amice nostre carissime, avemo recepute le vostre, che ce sono state molto grate, e delli avvisi vi ringraziamo, confortandovi a continuare, perché non ce potreste fare maggiore piacere. [4] Il desegno che ce aveti mandato, assai ce piace.

[5] Bene valete. Rome, xxvii mdiiii.

[6] Non abbiamo tempo di respondere alle parti: alias, in maiori ocio. [7] Bene vale, et Marcellum saluta.

[8] Compater Franciscus de Soderinis, cardinalis Vulterranus

94

Totto Machiavelli a Niccolò Machiavelli

(Roma, 26-28 settembre 1504)

[1] Egregio viro Nicolao Machiavello secretario Florentino. Florentie. † Iesus. Al nome di Dio, addí xxvi di settembre 1504

[2] Honorande frater etc., da poi che io ho tolto a risucitare un morto, cioè fare che uno mercatante ricco non rovini, el quale non solo è per essere utile a sé e gli amici suoi, ma a tutta la città in universale, e vuole rovinare per ogni modo (che al vituperio e danno della città basta quello s’infornò la settimana passata, sanza impastare degli altri ogni dí), fate d’avere da voi, a casa Piero del Nero, Marco della Palla, e fategli intendere, e Piero e voi, che quando uno è pazzo in pigliare un tristo partito, bisogna sia savio a tôrsi da quello con meno danno che è possibile, e si guardi altra volta di non pigliare de’ simili, e fare conto che l’utile abbia fatto in tale fazione sia l’essere piú cauto, altra volta, nello sperimentare la fede degli uomini, e fattolo prudente, che in sua faccende non togga a domare puledri, che uno se ne truovi spiacevole, come sarebbe questo verso di lui, e atto a fare rompere el collo a ogni buon cavalcatore.

[3] A Marco pare, per aversi sborsati e’ sua danari in fare la compera con Giovanni, che non sia possibile potergli perdere, e non sa bene che chi è creditore d’altri ha sempre fatto el medesimo di lui. [4] Io non ho dubbio alcuno che quelli hanno cambiato con Battista Dini, e sono sua creditori di conto, non se ne pigliassino soldi xv per lira, per tempo di dua anni, con buono mallevadore; Giovanni de’ Nobili, che fu sí stretto, se n’arebbe tolto soldi 12 per lira, quando e’ Capponi si scopersono rovinati; e cosí tutti gli altri che hanno male disposte le loro facultà, sempre se ne sono presi volentieri parte, sanza andare drieto a contenzione. [5] Marco, quando la penserà bene, ha el suo in peggiore luogo che chi è creditore d’uno fallito, perché el creditore d’uno fallito non può perdere se non la quantità creduta, o di quella avere piccola parte; ma chi ha el suo in mano d’uno che ha seco scritto d’obbligo di compera, può non solo perdere quello che gli ha messo in nelle mani, ma quello lo strignessi la scritta della compera a mettergli, e inoltre le spe-se è per fare drieto a tale piato, che non sarà bastante una buona parte del mobile di Marco, quando n’avessi piú che non ha.

[6] E però confortatelo a pigliare frutto d’una estrema diligenzia e arte ho usato per suo amore, in tenere disposto Giovanni al credere che per lui faccia finire questa compera per via di staglio; e intenda bene Marco questo: che non mi resta piú a che appiccarmi per ritenere questo, se per Marco, o per lui, si scorre piú là, sí che gli bisogna essere prudente a risolversene subito, perché costui mi comincia a nicchiare tra mano, e in nel suo discorso veggo che gli spicca da sé questi danari arà a dare a Marco, come se gli spiccassi l’anima dal corpo. [7] E dicemi pure: « Non vedi tu che io resto in sulla spesa qui con pochi danari, faccendo l’accordo con Marco? »; d’un modo che, se la cosa va punto piú là, sarà tanto possibile trarre da lui per via d’accordo cosa alcuna, quanto trargli un occhio d’accordo ».

[8] Se Marco dicessi: « Per essere piú possente di lui, io la straccherò in nel piato », non lo pensi, perché, per ogni ducato spenderà Giovanni, a Marco ne bisognerà spendere sei, tanti sono e’ mezzi che ha Giovanni in questa corte; e infine, in diebus illis, quando gli avessi tutte le sentenzie per lui, sarebbe creditore d’uno che non potrebbe né vorrebbe pagarlo; e in questa terra è ogni dí chi pone giú la faccia, e chi vuole fare cosí qui non paga mai. [9] Io non so se gli è la disgrazia di Marco che non abbi creduto a dua volte ho scritto a Piero apertamente che gli faccia intendere con chi gl’ha a fare e in che pericolo gli entri, o se e’ giudica che di tale cosa io non intenda abbastanza; ma, per non volere restare io a fare cosa alcuna di fare l’offizio dell’amico, voglio autenticare el giudizio mio con el giudizio di dua uomini da fare fede a maggior cosa e piú importante di questa: l’uno, el magnifico oratore fiorentino Giovanni Acciaiuoli; l’altro, Giovanni di Simone Folchi, e’ quali da piè della presente lettera di loro mano si soscriveranno.

[10] Ma per cagione che ciascuno di loro, e io in proprietà, non vogliamo per alcun tempo a piazza s’intenda che noi parliamo o scriviamo d’altri piú licenziosamente che el convenevole, vogliamo che voi, Niccolò, serbiate la presente lettera appresso di voi, né che la lasciate a Marco, né altri ne possa pigliare copia, perché non vogliamo in gnun modo, per fare bene ad altri – il che ci muove buona nostra natura e il desiderio di mantenere l’amico – s’abbia a intendere alle piazze scriviamo cosa non conveniente di noi; e, se pure Marco è ostinato a volere dare del capo nel muro per ogni modo, faccia quello gli piace: faccia el parere suo sanza allegare avviso aúto da noi, e massime questo e gli altri, che io ho avvisato a Piero che tenga a sé, sanza darne copia, come vi dico della presente.

[11] Siamo addí xxviii, e, perbenché insino a questo dí io sia ito drieto

con quanta industria ho saputo per ritenere Giovanni in sullo accordo, non ho possuto ridurlo, e in modo è ingagliardito che io veggo el suo animo in tutto essere di non si trarre un grosso di mano di quello ha preso: piú presto è per ingegnarsi d’avere il resto del corpo che Marco è tenuto per la scritta. [12] E pertanto, dapoi che Marco non prese e’ buoni ricordi datili da me e a tempo per mano di Piero, ditegli pilli questo, se non vuole logorarsi in questa causa, e questo è che bisogna che soldi costí e’ piú intendenti procuratori vi è (e cosí uno dottore o dua de’ primi), e facci vedere bene gl’istituti e ordini del Comune di Firenze, e faccia venir su qualunque legge fa per lui in dovere risolvere o fermare l’agitazione della causa sua a Firenze, costino questi giudici e avvocati quello che si voglino, se gli costassino bene le centinaia de’ fiorini, pure che questo effetto segua, che la causa si fermi costí; perché, venendo ad agitarsi qua, che gli spenderebbe col tempo le migliaia, e alfine vi rovinerebbe sotto, perché qui le ragioni non sarebbono per essere per lui, se gli avessi piú ragione che non ha. [13] Sí che confortatelo a fare e’ rimedi presti, e non stia a spidocchiarla, perché sono per valergli piú cento ducati spende costí, in ordinarsi presto e fermàgli l’agitazione della causa costí, che mille ne ispendessi in brieve spazio di tempo a venire ad agitare la causa sua qua. [14] Pigli questi buoni ricordi, e non ci alleghi, perché alla causa sua non gioverebbe cosa alcuna, e a noi ne farebbe dispiacere. [15] Quando io scrissi addí 26, credevo potere avere Giovanni a qualche accordo; dipoi andai drieto per vederne effetto, e insomma non ci veggo ordine alcuno; e però bisogna Marco s’armi in nel modo detto, perché, poi che si saranno scardassata molto bene la lana, e Marco volessi per alcuno tempo me n’adoperassi, sendo sospetto, non lo potrei aiutare, né parlarne in conto veruno.

[16] Né altro; Iddio vi guardi. [17] Se io avessi possuto condurre la cosa dello accordo, arei fatto soscrivere la lettera alla magnificenzia dell’oratore, per sturare bene gli orecchi a Marco non istesse a cavallo in su una piccola cosa, ma sia savio a pigliare questa cosa bene; e, se non basta soldare dua dottori, sòldine tre de’ primi della terra, pure che la causa si riduca costí; e, se voi mi riscrivete di questa cosa, mettete sotto lettera dello imbasciadore, e cosí dite a Marco e a Piero, o Piero e Marco, perché non gli sarebbe a proposito lo vedessi Giovanni.

[18] Vostro Totto in Roma

95

Francesco Soderini a Niccolò Machiavelli

(Roma, 26 ottobre 1504)

[1] Spectabili viro domino Niccolao de Machiavellis compatri nostro carissimo

[2] Franciscus de Soderinis tituli Sante Susanne presbiter cardinalis Vulterranus

[3] Spectabilis vir, compater carissime, assai c’è doluto che in quelle acque si sia preso tanta fallacia, che ci pare impossibile sia stata sanza colpa di quelli maestri, che si sono ingannati sí in grosso: forse anche che piace cosí a Dio, a qualche miglior fine incognito a noi altri. [4] Se lo accordo di Francia va avanti, bisogna partorisca grandi effetti, benché la negligenzia delli òmini sia tale quale s’è provata piú volte, perché chi considera la giustizia divina potrà credere che vogli usare questo instrumento a fare de’ sua effetti.

[5] Udiremo volentieri delle cose di costí: pure ci satisfacciamo assai del bene, quale piaccia a Dio augumentare, che ci pare sia molto a proposito. [6] Circa el deletto siamo nella medesima opinione, ma dubitiamo che chi dite essersi raffreddo non lo abbi fatto per levare occasione a chi vuol dire e fare male, e interpetrare che il ben pubblico sia ben privato.

[7] Intendemo del figliuolo, e ci piace fussi essequita la commissione nostra. [8] Dio vi conservi quello, e vi dia delle altre consolazione, come desiderate voi medesimo.

[9] Bene valete. Rome, xxvi Octobris 1504.

96

Totto Machiavelli a Niccolò Machiavelli

(Roma [?], 30 dicembre 1504)

[1] Egregio viro Nicholao Machiavello secretario Florentino. Florentie. † Iesus. Al nome di Dio, addí xxx di dicembre 1504

[2] Honorande frater etc., hovvi scritto addí primo e addí 10 e 11 e 14: di nessuna da voi ho risposta. [3] Scrissivi quanto accadeva fare di Giovanni nostro nipote, e che la staffetta soprastie ore tre, che voi vedessi valervi di qualche cosa. [4] Ricordate a Battista el fare seminare dimolte fave, e cosí della scandella assai, che v’ha tempo da farne seminare assai; quando ve ne mancassi della scandella, fatene comprare qualche staio.

[5] Né altro per questa; Iddio vi guardi.

[6] Dissivi la pezza de’ castagni si vendé fiorini 22 di suggello.

97

Niccolò Valori a Niccolò Machiavelli

(Parigi, 22 gennaio 1505)

[1] Prudentissimo ac doctissimo viro Niccolao Maclavello magnificorum Decemvirum secretario dignissimo, compatri honorando. Florentie.

[2] Messer Marcello, in sua assenzia apritela, e mandate la inclusa.

[3] Compare onorando, e’ mi pare che noi abbiamo fatto di questo nostro comparatico una inimicizia, dove io pensavo che alli interessi nostri fussi aggiunto, si quid addi poterat. [4] Sed ut serio loquamur, io penso che voi siate suto assente, e che questa sia suta la causa che voi non mi abbiate risposto a piú mie. [5] Come e’ si sia, mi basterà intendere che voi stiate bene e che voi operiate costà che io me ne venga. [6] Io non sarei alieno dal tenerci qualche mese piú tosto un omo di cervello e di non molte dimostrazioni, che uno che fussi qua nuovo e avessici a stare come si conviene a uno ambasciatore; e ne ho scritto e al Giacomino e al gonfaloniere. [7] E perché a loro è bastato dire le cagione che mi moverebbono, non è necessario replicarle cum voi. [8] Son bene venuto insino a ricordar loro che vivamente siate per monstrare le cose a costoro e difendere le giustificazioni nostre. [9] Non so che partito si piglieranno; so bene che io desidererei che come voi ci venisti alla venuta mia, cosí ci tornassi alla tornata; e forse non sarebbe male che e’ monstrassino costí avere piú gusto che noi non abbiamo monstro avere insino a qui. [10] E’ sono savi, e io non credo potere errare, massime in privato come io ho fatto, ad avere scritto quello che mi è occorso.

[11] Quando voi avete nulla di nuovo di costà, fatecene parte, che un mese intero è che noi non abbiamo lettere da voi. [12] E cosí mandate questa per persona fidata, ché importa. [13] Raccomandatemi alli amici, e se vi accade nulla, sappiate che io sono tutto vostro.

[14] Cristo vi guardi. In Parigi, die xxii Ianuarii 1504.

Niccolaus Valorius orator

98

Totto Machiavelli a Niccolò Machiavelli

(Roma, 15 marzo 1505)

[1] Egregio viro Nicolao Machiavello secretario Florentino. Florentie. † Al nome di Dio, addí xv di marzo 1504

[2] Honorande frater etc., io ebbi la vostra de’ 12 e le due alligate in favore di messer Batista: di tutto l’ho servito come ne ordinasti.

[3] Della cosa di che mi sollecitasti per l’altra, vi scrissi quanto avevo ordinato: dipoi, quando s’arà aùto el bisogno, ve n’avviserò, e manderòvene copia; e state di buono animo, ché non mangeranno altri, e, nonché mangino, non clamabunt in gutture suo, si sensim ambulabimus.

[4] Avvisa’vi che mi occorreva una cosa di profitto, e cosí vi replico, e pertanto fate quello vi avvisai, che fia piú d’utile che un canonicato, e di piú onore; pure tuttavolta io intrattengo messer Latino, el quale mi ha detto che questa settimana voleva scrivere allo arcidiacono.

[5] Né altro per questa. Iddio vi guardi.

[6] Vostro Totto Machiavelli in Roma

99

Totto Machiavelli a Niccolò Machiavelli

(Roma, 29 marzo 1505)

[1] Egregio viro Niccolò Machiavelli, secretario Florentino. In Firenze. † Iesus. Al nome di Dio, addí xxviiii di marzo 1505

[2] Honorande frater, etc., l’apportatore di questa è uno frate Cherubino, el quale farà intendere a uno vostro mandato le condizioni della propositura di Santa Maria a Cigoli, la quale ha, secondo ne riferiscono, terreni per paia undici di buoi e piú molte terre spezzate, e perché la è d’uno cortigiano lombardo, el quale non fu mai in tal luogo se non per passo, e, per essere forestieri, e’ villani gli hanno preso animo addosso; il perché se la mangiono in nella metà o piú. [3] Ma el frate presente apportatore dice che, se la si valessi di quello se gli aspetta, se ne trarrebbe ducati 300 d’oro l’anno. [4] Il perché io desidero che voi mandasse uno uomo con questo frate ad intendere le facultà di detta propositura: vorrebbesi fusse uno uomo da bene, che andassi con detto frate sotto protesto di volere acconciargli (cioè e’ contadini) con detto frate, el quale per lo adrieto è stato fattore in detto luogo. [5] Giudicherei che fussi bene vi andassi Filippo Rucellai, al quale io ne scrivo uno verso, e, per essere lui intendente, sarà per fare tale ritratto gentilmente. [6] Pure avvertitelo che lo faccia con buono protesto, cioè come quello che ne sia pregato dall’oratore si truova qui che in servizio di messer Girolamo, al presente possessore, si faccia tale diligenzia d’acconciare detti villani con detto frate Cherubino.

[7] Parlatene con messer Batista e fate questo effetto segua, cioè che voi mi rispondiate le condizioni di detta propositura, perché la ho ferma per lo amico nostro, cioè che la sarà promutata in lui, piacendoci le sua condizioni; le quali se si potessino intendere sanza avere a mandare lassú sarebbe il meglio e meno dimostrazione. [8] Rispondetene quanto piú presto meglio, e fate *. . .*.

[9] Né altro per questa. Iddio vi guardi.

[10] Vostro Totto Machiavelli, in Roma

[12] Se la cosa vi pare a proposito, rimettete a cavallo per qua detto frate Cherubino, il quale è mezzo a tale effetto.

[13] E da lui di bocca intenderete e’ bisogni sua circa a questa cosa, e ordinerete che sia servito.

100

Totto Machiavelli a Niccolò Machiavelli

(Roma, 5-11 aprile 1505)

[1] Egregio viro Niccolao Machiavello, secretario Florentino. Florentie. In mano propria. † Iesus, 1505

[2] Honorande frater, etc., ho la vostra de’ v del presente: intendo come avete mandato Filippo, il che mi piace. [3] Attendo risposta e farò quanto ne consigliate, pure che la cosa sia quale ha dimostro el frate; quando la non fusse cosí appunto, gli ha el medesimo padrone non so che altro benefiziotto m’è suto detto. [4] Domandatene el frate, e da lui o da altri con destro modo intendete le condizioni d’esso, pure destramente, perché intendo vi è dentro âffitto, o come si sia, non so che nostro cittadino, secondo mi è suto referito. [5] E questo frate è buono strumento con costui, cioè col padrone. [6] Però o uno solo o tutt’a dua per sua mano condurremo per ogni modo.

[7] Ordinate sino a ducati dugento per ogni modo; e se Giovanni M. non vi reggesse alla somma, e’ vi reggerà a 50 o 60 ducati per ogni modo.

[8] Né altro per questa. Iddio vi guardi.

[9] Vostro Totto Machiavelli, in Roma

101

Totto Machiavelli a Niccolò Machiavelli

(Roma, 12 aprile 1505)

[1] Egregio viro Nicolao Machiavello secretario Florentino. Florentie. Iesus. Al nome di Dio, addí xii d’aprile 1505

[2] Honorande frater, etc., per altra vi scrissi in risposta della vostra de’ iiii quanto all’andata di Filippo e fra Cherubino abbastanza; il che sta bene, e vedreno quello ne arà Filippo inteso. [3] Ricordovi che ordiniate sino a ducati 200 per ogni modo.

[4] Quanto a’ frati di Santa Croce, gli hanno âvere da noi fiorini 3 di suggello l’anno, che sono ducati dua d’oro larghi incirca. [5] Datene loro uno, e l’altro dite darete loro a mia tornata; e se pure voi gli pagate tutta a dua, fate d’averne polizza soscritta dal guardiano e da Giovan Maria loro sindaco.

[6] Né altro per questa. Iddio vi guardi.

[7] Vostro Totto Machiavelli, in Roma

[12] Questo uffizio che costui vuole vale 1150 ducati, sí che intendete di quello altro benefiziotto che gli ha costí, acciò che altri possa convenire con lui, perché a questo sarebbe troppo dargli in promutazione uno tale offizio. [13] Pure faremo o d’uno modo o d’uno altro di convenire con lui, e quando non si convenissi con lui, si converrà con altri; ma non lascerò rompere questa in veruno modo.

102

Totto Machiavelli a Niccolò Machiavelli

(Roma, 3 giugno 1505)

[1] Egregio viro Nicolò di messer Bernardo Machiavelli, in Firenze. Data a bottega di Piero del Nero. Iesus. Al nome di Dio, addí iii di giugno 1505

[2] Honorande frater, etc., per frate Cherubino vi scrissi che facessi opera che el frate avessi un tavolaccino della Signoria che pigliassi le ricolte e tenessile a stanza della Signoria. [3] Io ne ho dipoi parlato col cardinal di Volterra: dice che questo è buono modo e che si vuole fare intendere alla Signoria che e’ rovina la chiesa e ciò che vi è, e con queste opposizioni si terrà facilmente fuori di possessione. [4] E quando e’ si farà a questo modo, gli arà di grazia pigliare accordo con esso noi, e alla ingiuria ci ha fatta gli pare che se gli converrebbe se lo perdessi interamente. [5] Con queste opposizioni e con altre, quali piú giudicherete messer Batista e voi sia meglio, adoperate che la possessione si tenga per la Signoria di Firenze, e che una volta costui si truovi fuori di possessione. [6] El frate è suo procuratore, e può fare assai in pregiudizio di questo messer Girolamo, e mi ha promesso fare ogni opera per noi: sicché in tutti e’ modi si può si vuole nuocere a costui, e confermare la possessione fuora di sua mano.

[7] El cardinal ne scriverà al gonfaloniere che ne presti ogni favore, e poi, quando la tenuta fia fuori di sua mano, adopererò me ne facci provvedere, e impetreréglielo. [8] E a questo modo dice el cardinal che s’arà con lui buoni patti e farassegli el dovere.

[9] Areno per noi qui fede del danno e ingiuria fatta ci ha detto messer Girolamo dallo imbasciadore, da el cardinale, da messer Lorenzo Pucci e messer Raffaello Calvo e 6 uomini da bene di questa corte, costí noti, la quale ci servirà sempre costí con la Signoria a giustificarci che, se lo abbiamo assaltato, ce n’ha data cagione.

[10] E’ gli pende ancora una lite, la quale avamo ordinato si spegnessi, quando la cosa fusse venuta per noi; ora, lui non la cura. [11] Io ne trarrò informazione di tale lite, la quale aveva costí con uno frate d’Ognissanti, el quale si è morto.

[12] Né altro per questa. Iddio vi guardi. [13] S’arà forse – e il cardinale lo crede al certo – lo entrare per questa via che altrimenti con esso lui.

[14] Vostro Totto Machiavelli, in Roma

103

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 24 luglio 1505)

[1] Nicolao Maclavello tanquam fratri suo honorando. Senis etc.

[2] Carissimo compare, le faccende non sono tante né di qualità che io non vi avessi possuto scrivere per ogni staffetta; ma dua cose mi hanno ritenuto: l’una che in simile officio da amico io ho pochi obblighi con voi, l’altra perché io non sapevo come le lettere si fussino secure, né lo so ancora. [3] Pure, quomodocunque sit, io vi scriverrò questi pochi versi per farvi intendere come qui s’è cominciato vivamente a fare provvisioni di natura da fare pensare ancora a qualcun altro a’ casi sua; e forse che chi cerca d’accendere fuoco, ne potrebbe trovare acceso tanto che non sarà a tempo a spegnerlo.

[4] Noi qui ci troviamo di presente, sanza quelle che sono ordinate, e tante forze e tanti danari che non doverremo patire molto, non si scoprendo altro; e chi pensa con la necessità indurci a’ desideri sua l’erra grandemente, perché simili modi sono oramai venuti in tanto fastidio che prima si consentirebbe perdere Firenze che calare. [5] E’ s’è mandato buona parte dell’imprestanza al marchese, e a questa ora debbe essere là, e subito verrà insieme con le gente sua, ché ha in condotta da noi la compagnia franzese che ha dal Re.

[6] A Ciamonte s’è chiesto qualche numero di lance, quali ancora in brevissimi dí saranno a camino, e ieri si condusse 500 fanti sotto quelli capi che sapete sono stati qui un pezzo; e tuttavolta se ne fa delli altri. [7] Cosí non si mancherà di ordinarsi dell’altre cose, in modo da potere monstrare e’ denti e mordere ancora, bisognando, chi volesse mordere noi.

[8] Io sono ito a procurarvi con lo illustrissimo Gonfaloniere e la licenzia e ’ danari, e cosí ho quattro ducati in mano di vostro, li quali venendo in costà persona fidata li manderò, altrimenti no.

[9] Bene valete. Florentie, die 24 Iulii 1505.

Vester Blasius

104

Niccolò Machiavelli Ad Antonio Giacomini Tebalducci

(Firenze, 27 agosto 1505)

[1] Magnifico viro Antonio Thebalduccio, Generali Commissario in castris, patrono suo. In campo

[2] Magnifice vir, tenete secreto quello che io vi scrivo. [3] La pratica ha deliberato questa mattina di dare el bastone a messer Ercole, ma vogliono differire un dí o dua a significarlo, per vedere come gli hanno a satisfare a Marco Antonio, dubitando che non facci el diavolo. [4] Sarebbe bene fare dua cose: l’una, che ’l signore Iacopo e messer Annibale mandassino qui a fare intendere come la gloria della rotta non è tut-ta sua, perché lui ha mandato piú dí fa a chiedere e bandire le sua valentie; l’altra, che voi scrivessi a qualche amico qui d’altorità e li mostrassi che Marcantonio non è per dividere el campo, né è per essere seguitato dal signore Luca, né dal signore Iacopo, come e’ credono; perché tale credenza ha fatto piú tarda la deliberazione in favore di messer Ercole.

[5] Insomma, la onestà del signore Iacopo e di messer Annibale ha fatto insolente troppo quel terzo e li ha dato troppa reputazione. [6] Voi vi potete rimediare. [7] E stracciate questa lettera.

[8] Die xxvii Augusti 1505.

[9] Servitor Nicolò Machiavegli Secretarius

105

Niccolò Machiavelli Ad Antonio Giacomini Tebalducci

(Firenze, 23 settembre 1505)

[1] Magnifico Generali Commissario Antonio Thebalducio patrono suo observandissimo. In Cascina

[2] Magnifice vir, io vi prego per lo amore d’Iddio che voi siate contento stare costí tutto questo mese, come vi commettano e’ Dieci; e dovvi la fede mia che voi non vi starete piú una ora, perché Piero Bartolini si espedirà subito; e di questo io ve ne impegno la fede. [3] E di nuovo vi prego non partiate, per questo poco di tempo, sanza licenza, per non dare appicco a questi traditori di questi invidi che si sono raccheti, e non vorrei avessin causa di latrare di nuovo. [4] E’ sono pochi dí, e lo avere simili pazienzie fa che in una repubblica li uomini che vagliono sgarono ciascuno.

[5] Raccomandomi a voi. Die 23 Septembris 1505.

[6] Vester Nicolò Machiavegli in Firenze

1506-1507

106

Marcello Virgilio Adriani a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 6 febbraio 1506)

[1] Spectabili viro Nicolao Maclavello secretario Florentino tamquam fratri. Al Ponte a Sieve

[2] Carissime, il signor gonfaloniere mi ha commesso ti facci intendere per risposta di una tua a Sua Eccellenzia che in Romagna non si è mandato né tutti né parte de’ fanti di Mugello, né si manderebbono, per non gli saggiare in cosa sí vile. [3] Dispiaceli la difficultà che tu mostri in quelli di Dicomano. [4] Loda nondimeno la deliberazione tua, e parli a ogni modo buon numero, ché se quelli di Scarperia e Barberino vanno a questo segno, non sarà disutil banda; e ti conforta ad usare diligenzia, perché qui ogni dí la cosa viene in migliore oppinione. [5] E io ti fo intendere che Bastiano è stato qui tre dí, e tanto stimato che le bandiere del Borgo e di Vicchio si metteranno ad ordine di berretta, giubboni, calze e scarpette; e Simon Banchi ci è stato ancora lui, né ha durato fatica assai: e Bastiano ci ha promesso mostrarceli in questo carnasciale, e dice sarà bel vedere.

[6] Ser Antonio della Valle rimase del tutto in terra, e questo carnesciale non si sente se non sospiri di gravezze; doverrai ancor tu avere avuto la parte tua, e me hanno messo in sul palco delle mele. [7] Le altre cose si stanno qui all’usato.

[8] Bene vale. Florentiae, die vi Febbruarii 1505.

Tuus Marcellus Virgilius

107

Leonardo Bartolini a Niccolò Machiavelli

(Roma, 21 febbraio 1506)

[1] Spectabili viro, domino Nicolao Machiavello, tanquam fratri onorando. Florentie

[2] Onorando compare, una vostra lettera, receputa due giorni sono, me ha dato tanta consolazione che ne starò bene tutto quest’anno, massime avendo inteso l’arrivata costà a salvamento del nostro Filippo, aggiuntovi le laude che immeritamente da lui mi sono sute date; che mi pare, secondo il vostro scrivere, che sieno di natura ch’esse li rimarranno addosso, perché alla sperienza non m’accosterò a tal segno a gran lunga. [3] Ma, come che si sia, mentre che Filippo c’è stato, abbiàn fatto buonissima cera, e duolmi assai che in sul meglio della festa s’abbi aúto a partire; di che n’ho aúto dispiacere assai, perché a lui e a me ha tolto un singulare sollazzo. [4] Tuttavolta, me conforto che un giorno ce restaurereno tanto, con certo disegno abbiamo fatto, che vivereno poi sempre contenti, sí come vi sarà fatto intendere a tempo e a loco.

[5] Della nuova milizia mi piace assai che riesca con quella qualità che altre volte me disegnaste; e se sarà aiutata come si debba, giudico riuscirà cosa mirabile, che molto me allegrerrò, quando la vedrò a perfezione, sí per il bene del pubblico, e etiam per essere invenzione vostra. [6] Piacemi che, oltre alli fanti, abbiate ancora pensato a’ conestaboli, che non sono di minore importanzia che la fanteria; e io, per molti conti, accelererò la venuta mia, come mi scrivete.

[7] Di qua non c’è da conto, se non che Consalvo in nelle demostrazione si va apprestando per andare in brevi dí in Ispagna; tuttavolta, c’è qualcheduno che stima non ne farà nulla. [8] Presto ne saren chiari. [9] El papa continue accumula danari quanto può e ha gran disegni alle mane per edificare, e etiam di quelli composti dalla natura, e se ne serve in vari modi, e in ultimo nichil est, ché di lui è da averne poca speranza e manco paura.

[10] Se osserverete il boto, l’arò carissimo, dico del venirne a ’ncontrarmi sino a Panzano, dove sono quelli buon’ vini; e perché lo possiate fare con vostro comodo, io farò intendere al padre Filippo che giorno sarò lí. [11] E a voi mi raccomando; simile a Giovan Battista Soderini e al Folco.

[12] Valete. Rome, die xxio Februarii 1505.

Vester Leonardus Bartolinus

108

Ercole Bentivoglio a Niccolò Machiavelli

(Cascina, 25 febbraio 1506)

[1] Spectabili viro amico et tamquam fratri carissimo Nicolò de Machiavelis excelsae Reipublice Florentine secretario

[2] Spectabilis vir, amice carissime, a questi dí ho riceuto con la vostra lettera li vostri versi, breve istoria delli dieci anni passati; ne li quali avendo visto con quanta eleganzia brevemente avete tutte le cose in quel tempo fatte discorso, non posso se non summamente ammirare e commendare l’opera fatta. [3] Ne la quale, oltre l’altre cose da esser commendate, si vede tanto gran numero d’efetti, che una istoria longhissima dificilmente potria esprimere, essere in pochissimi versi talmente ristretta che una cosa longhissima è diventata brevissima, senza patire l’istoria, per la brevità, alcuno mancamento, talmente che chi lege non desidera né gli bisogna per sua satisfacione gli sia agionto cosa alcuna.

[4] Ringraziove summamente me abbiate mandato tal cosa, qual me ha summamente delettato, ma molto piú ve ho obligo che me abbiate iudicato tale che desideriate intenderne mio iudicio. [5] Confortove a seguitare, perché se bene questi tempi sono stati e sono tanto infelici che el ricordargli rinova e acresce a noi altri dolori non picoli, pur c’è gratissimo che queste cose scritte in verità pervengano a chi verrà doppo noi, sí perché cognoscendo la mala sorte nostra de questi tempi non ce imputino intieramente che siamo stati cativi perservatori dello onore e reputacione ittalica, como eziandio a ciò che de la nostra e lor disgrazia insieme con noi piangano, cognoscendo da che felicissimo stato in poco tempo in tanta miseria siamo devenuti; ché non vedendo loro questa istoria, sariano constretti non credere in che prosperità era prima Ittalia, per parere impossibile che in sí pochi dí abbiano le cose nostre fatto sí gran ruina. [6] La quale, benché a me summamente doglia, pur me afflige piú el timor de peggio, parendome che a questa ultima ruina quel poco che ci resta concorra como a cosa desiderata: e certamente, per quanto porta l’umano iudicio, non si pò sperare altro che male, se quello che salvò el populo d’Israel de le man de Faraone non ce apre in mezzo questo fluttuante mare inopinata via a salvarse, como fu quella.

[7] Nec plura. A voi me raccomando e offero.

[8] Cascine, die xxv Februarii 1506.

[9] Hercules Bentivolus excelsae Reipublicae Florentinae armorum capitaneus generalis

109

Battista Machiavelli a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 2 marzo 1506)

[1] Magnifico viro Nicholao de Malchiavellis, secretario et commissario honorando

[2] Honorande frater, etc., io parlai con Batista vostro e, circa al bosco comune con voi e con Piero del Rosso, dice non se n’è preso né piglierà partito che voi ci sarete. [3] Appresso gli dissi che facesse d’assicurassi coll’oste di tutto quello v’era debitore, e cosí per lo avvenire disse di fare quello poterebbe, e, per quanto da lui ritrassi, non vi vede modo, e dice non avere avuto altro che nove lire della pigione; e anche ha fatto peggio, perché dice gli ha dato staia 14 di grano e che non ne può ritrarre danaio. [4] Sí che pare anche a lui d’assicurarsi, potendo. [5] Hogli detto faccia scrivere e staggire ciò che ha in casa. [6] Non so se lo farà; ricorderogliene di nuovo.

[7] Francesco del Nero ha lettere da Totto de’ 12 del preterito, che dicono: « Io mi parto domattina dalla Velona per la via d’Ancona »; sí che potrebbe giugnere a ogni ora.

[8] Filippo Machiavelli è stato fatto potestà di Pistoia.

[9] L’apportatore di questa è Brunaccino [. . .]to da Romena, el quale è mio amicissimo, ed è uomo d’animo e anche di cervello e di buono parentado, e so ha ragionevole credito. [10] Lui desiderrebbe la bandiera, quando voi non l’avessi data, e credo sia sufficiente a questo e a ogni cosa. [11] Voi intenderete anche di costassú le qualità sua, e, se pure avessi data la bandiera, fategli quello onore potete per mio amore, e fate in modo conosca che voi mi siate affezionato, che tutti e’ piaceri farete a lui reputerò avergli avuti io; e se avete bisogno che lui v’accompagni di su e giú, o di qua o di là, sarà presto a tutti e’ comandi vostri. [12] So non bisogna vi raccommandi le cose mie; e circa el modo d’avere fanti di costí, m’ha conferito un modo non mi dispiace. [13] Parleranne con voi e farete quello vi parrà piú espediente.

[14] Voi siate a Pratovecchio: visitate madonna per mia parte, e cosí la mia nipote, e offeritevi a madonna in quello potete e datemi avviso se ho a far nulla per voi.

[15] Che Dio vi guardi. [16] Die ii Martii 1505.

[17] Frater Batista Machiavelli. Florentiae

110

Francesco Soderini a Niccolò Machiavelli

(Roma, 4 marzo 1506)

[1] Spectabili viro domino Nicolao Malchiavello compatri nostro carissimo

[2] Franciscus de Soderinis tituli Sancte Susanne presbiter cardinalis Vulterranus

[3] Spectabilis vir, compater noster amantissime, salutem. [4] Quanto la vostra lettera è suta piú copiosa, tanto piú ci ha dato piacere, perché abbiamo inteso chiaramente come procede el principio militare, che corresponde alla speranza nostra pro salute et dignitate patriae. [5] Né se vole credere che le altre nazione a questi tempi siano superiore al nostro peditato se non perché loro retengono la disciplina, quale già gran tempo è sbandita de Italia. [6] E non debbe essere poca la contentezza vostra, che per vostre mano sia dato principio a sí degna cosa: vogliate perseverare e condurla al desiato fine.

[7] Saviamente scrivete che a questo principio soprattutto bisogna la giustizia, cosí nella città come nel contado. [8] E benché lo Illustrissimo Signor Confaloneri intenda la necessità pubblica e a quella dia ogni opera, pure, eccitati dal scrivere vostro, al presente recordamo e non cessaremo per lo avvenire de recordare quanto ne scrivete, che ancora noi stimiamo sia necessario.

[9] Le cose scritte da voi sono de natura che le pò leggere ogni castigato giudizio; e se in ciò non avete posto ogni vostra industria, come voi dite e noi crediamo, pensate de che prestanzia saranno le cose alle quale metterete tutta la forza dell’ingegno e dottrina vostra. [10] Al che vi confortiamo quanto sia possibile, e preghiamo che alla giornata ne fate participe de le vostre lucubrazione.

[11] Bene valete.Rome, iiii Martii mdvi.

111

Agostino Vespucci a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 14 marzo 1506)

[1] Spectabili viro Nicolao Malclavello secretario et commissario Florentino suo etc. A Poppi

[2] Nicolò, mio caro maestro, parte mi dilettorono, parte m’innanimirono all’opera, alla qual attendevo tuttavia, le vostre giocondissime lettere: eram enim ad ostium Octo virorum Custodiae cum mihi allatae sunt, circiter primam noctis horam, ob tuam causam occupatus, quamquam etiam nostra intersit. [3] Questo fu iersera, per non aver possuto espedirmi, non ierlaltro: nunc rem percipe.

[4] Trovando io, e con fatica, che uno Andrea da Pistoia avea fatto ristampare el vostro compendio, cursim et properanter andai ad el luogo ubi imprimebantur, menando etiam meco Tommaso Balducci comandatore; non uscii di quivi che ne avemo una, che non vi starò a dire la ribalda cosa che le sono: al tutto alla giuntesca, sanza spazi, e’ quinternucci piccin piccini, sanza bianco dinanzi o drieto, lettera caduca, scorretta in piú luoghi, come in questa metterò una notula, e notativi dentro tutti gli errori.

[5] Entrai alli Otto con fare querela grande, et meo et tuo nomine, diversis de causis: di me, del danno a ristamparmeli addosso dentro a 20 giorni (ma questo non stimavo molto, per non esser suto el primo mio obietto di guadagnare); ma circa a voi, feci grande insistenza e querela audacter fortasse nimis, servato tamen decoro, monstrando alla presenzia questa cosuzza ristampata notandovi a uno a uno li errori; conchiudendo loro che a voi era suto fatto villania e iniuria grande, ac si filiolus vere tibi fuerit sectus et laceratus; raccomandandovi loro assai et ex corde, e che lo onorevole era aiutare chi compone, e dar loro animo, e destruere e’ maligni e tristi uomini, come si vede chiaro in questa cosa.

[6] Fummi risposto dal proposto gratamente, e data commissione fussi citato el sopradetto Andrea. [7] Non si potea trovarlo; ma qui usai arte, e detti bando a due grossoni, che furon causa che appunto alle 2 ore lui comparí. [8] Fumo ammessi: esposi tutto in coram hominis, al qual mancando la risposta, gli Otto gli comandorono che non dessi fuora questa stampatura per cosa del mondo sanza el loro partito e vostro ritorno, e che se voi dessi licenza si vendessino, e lor farieno el simile. [9] E perché costui allegò uno ser Antonio Tubini cappellano alla Misericordia suo compagno a mezzo, iermattina di buon’ora andai al vicario. [10] Fecelo, detto fatto, comparir lí, e li fe’ tal rabbuffo e li comandò portassili in camera sua tutta la sua parte, a pena di 50 ducati; e di lí non si trarranno senza il vostro consenso.

[11] La cosa è qui, e state di buona voglia, ché non se ne venderà nissuna, ché mi ha detto el vicario che io tenga qualche spia per saperli dire di certo se se ne vende, perché vorrebbe castigare questo prete e farlo riconoscere anche d’altri suoi vizi. [12] Èmmi amico, messer Donato vicario, e so non mi burlerebbe; e io vi attenderò, ma non ne ho verun dubbio.

[13] Non voglio ommetter dirvi come el vostro Gian Domenico ha concorso a qualcosa in questa stampatura, sciagurato ch’egli è: e io, con questa che ho, gli ho fatto vedere li errori vi sono dentro, e ricordatovi quanto noi stimavamo che nelle mia vi stessi male solo una o due A. [14] E’ sa già degli Otto e del vicario etc.

[15] Occorrerebbemi che voi o alli Otto o una particulare a Lattanzio Tedaldi, qui navavit bonam operam in hac re, scrivessi 4 versi in quel modo saprete, o ringraziarlo sí come vi pare. [16] Lessi dentro iersera loro quello voi mi scrivete toccante a ciò, che fu molto al proposito, e vollon vedere la vostra mano e la data: dissonmi che io vi dovevo ad ogni modo voler bene, accennandomi che qualcheuno di loro non avea ancor vista questa vostra cantafavola. [17] Io in questo punto, che sono le 12 ore, esco di casa con dieci Decennali meco: farògli rassettare e legare galantemente, e li voglio donare a loro tutti, e inoltre a ser Alfonso e a ser Francesco. [18] E tutto, cosí questi dieci come li 2 grossi per far trovare quell’Andrea, metterò a vostro conto in sul mio libro, e stamani darò commissione al cartolaio dia le operette a dua quattrini bianchi l’una. [19] Non fo come l’amico che è a Roma di gittare in grado etc., per che, se non trovate riscontro da quanto vi scrivo, sim apud te mendax. [20] Anderò a casa vostra prima vadia in cancelleria, e prima chiugga questa dirò della brigatina vostra quello ne sia.

[21] A Biagio farò il bisogno per la prima li scriverrò: manda’vi due dí fa una sua con una del reverendissimo Soderino. [22] Riscossi il vostro resto, e servo tutto insin qui in casa.

[23] Son tornato in questo punto da casa vostra e ho a punto essequito quello per la vostra mi commettete; e stanno tutti bene, benissimo, e ha aúto caro la Marietta vi siate ricordato di lei e di que’ bimbi, e’ quali tutti, ut supra, stanno bene: solo Bernardo un pocolino chioccia, non ha però febbre né altro male.

[24] Ho trovato sul Ponte Vecchio quel ser Antonio che stampa, e mi ha detto che vi ha fatto scrivere in modo e da tale persona che voi sarete per darli licenza facci quanto li parrà e delli stampati e delli altri che lui dice voler far di nuovo. [25] Per avviso, e voi siate prudente: parlate chiaro in tal cosa, e fatevi intendere.

[26] Non so altro che mi vi dire, se non che ho donati quelli dieci Decennali, come dissi: son lor suti grati.

[27] Valete e godete. Florentiae, xiiii Martii 1505.

[28] Raccomandatemi a ser Giovanni Rilli, se vi è; se no, a Niccolò suo padre, veggendolo.

Augustino vostro etc.

[31] Qui la lega di nuovo s’incaviglia.

[32] La differenza che venne fra loro

[33] Al cavallo sfregiato ruppe el freno

[34] La parte ispana fe’ el sangue avverso

[35] la Puglia etc.

[36] Non dico qui come abbia a dire, sappiendovel voi.

112

Totto Machiavelli a Niccolò Machiavelli

(Roma, 25 maggio 1506)

[1] Egregio viro Nicolò Machiavelli secretario fiorentino. In Firenze. † Iesus. Al nome di Dio, addí xxv di maggio 1506

[2] Honorande frater etc., da Ronciglione vi scrissi quanto accadeva, e vi ricordai la faccenda di Girolamo Gaddi; ora di nuovo quanto piú posso ve ne stringo, a fine che lui possa fermarsi qui durante questi sua piati o dispareri ha col fratello, ché sanza dubbio la discomodità non li potrebbe essere maggiore; e però e voi e Piero è bene non lasciate a fare cosa alcuna di lasciarla in tutto terminata.

[3] A Girolamo Gaddi è suto scritto da Giuliano Parigi, ch’è degli Otto, che se l’assoluzione sua fussi stata dimandata, si sarebbe auta; e però non lasciate passare tempo, ogni volta che voi vediate l’occasione di potere fare l’effetto che per noi si desidera.

[4] Dissi con Girolamo di quella cosa del Riacino e lascia’gli la nota, e cosí gli die’ la nota di tutte le cose di Valdifina. [5] Il perché c’è parso che si vegga d’avere insieme con questo Riacino quella altra possessione si chiama Machiesti, e massime se la si può usare al presente.

[6] Dice ’sti Machiesti avere staiora 4000 in tre partite: poggio, piano, paschiciuolo; del poggio s’aveva sacca 200 di grano e 40 lire, del paschiciuolo ducati 35 d’oro; el piano si faceva a terratico e dàvasene, a denari 4 l’uno, sacca 400 di grano.

[7] Se questa possessione fusse a frutto, giudichiamo sarebbe a proposito pigliarla insieme col Riacino, a fine che si mettessi uno pregio intra tutt’a dua, e che non avessi âpparire uno feudo minimo di lire 20 l’anno.

[8] Avvisate con diligenzia Girolamo o di questo di Machiesti o di qualche altro luogo dell’arcivescovado che fussi appresso a questo Riacino.

[9] Né altro per questa. Dio vi guardi.

[10] Vostro Totto Machiavelli in Roma

[11] Lo inchiuso contratto date a messer Batista, e diteli non ho fatto quello voleva perché non c’era la potestà del sustituire.

[12] Fui con messer Lorenzo, el quale non appruova quella cosa, sí come a lungo intra via gli scriverò.

[13] Dite a messer Batista che Girolamo farà opera per lui con lo Stiattese.

113

Niccolò Machiavelli a Giovanni Ridolfi

(Firenze, 12 giugno 1506)

[1] Magnifico viro Johanni de Rodulfis Generali Commissario contra Pisanos patrono et benefactori precipuo

[2] Signor Commissario, se io non vi ho scritto nuove per lo addreto, questa e quelle che dopo questa vi scriverrò vi ristorino.

[3] E’ ci è lettere di Francia de’ dí 15 infino a’ dí 30 del passato: contengono come lo imperadore e l’Unghero sono d’accordo, e che lo imperadore non attende ad altro che ad espedirsi per venire in Italia; e tutto el suo essercito lo desidera, che sono ix mila pedoni e 4 mila cavalli; e come lui ha mandato a Trento buona parte delle artiglierie vuole condurre seco; e di piú ordina mandare a Consalvo 4 mila uomini di piè.

[4] L’arciduca è d’accordo con el re di Ragona, perché sono convenuti in Galizia insieme, e fra loro si vede unione grandissima: il che è contro alla espettazione de’ Franzesi, che se ne mostrono male contenti.

[5] El re d’Inghilterra è d’accordo con lo arciduca, perché in questa sua gita in Spagna lo ha servito di danari e di dumila fanti. [6] E’ baroni del reame di Napoli che sono in Spagna, cioè quelli baroni fuoriusciti che credevono secondo le convenzioni fra Francia e Spagna riavere li stati, non li riavendo, hanno mandato uno loro uomo ad el re di Francia per nuovi favori. [7] E el duca Valentino, prigione in Spagna, ha anch’egli mandato in Francia per favori; e el re ha mandato là un suo oratore, con commissione favorisca lui e quelli altri.

[8] El papa cerca di soldare Svizzeri e chiede gente d’arme a Francia, e dice voler fare la ’mpresa di Bologna e Perugia. [9] E’ Franzesi, quando e’ soldi pochi Svizzeri, e quando e’ vogli lasciare stare Bologna, li promettono favore per Perugia, perché vorrebbono vendicarsi anche con Pandolfo Petrucci; ma quando e’ voglia soldare assai Svizzeri, sono e’ Franzesi per impedirlo iusta posse, perché credono che la sia altra cosa che Bologna e Perugia, e dubitono che non voglia costoro per favorire lo imperadore.

[10] El re di Francia ha mandato, o egli è per mandare, uno ambasciadore a’ Svizzeri, chiamato el giudice maggiore di Provenza, con commissione che di quivi vada a Vinegia e dipoi in Ungheria per tenere fermi e’ Svizzeri a non pigliare danari se non da el re, e a tenere fermi e’ Viniziani in loro favore, e a sturbare la pace dello Unghero e dello imperadore.

[11] È tornato in corte el baglí di Digiuno, dove ha assai favore, e si dice per sapere lui bene le cose tedesche.

[12] Manda monsignore d’Argentone con 4 gentili uomini alli confini della Magna per trarre di sotto allo imperadore certe leghe todesche, le quali non servino né di uomini né di danari lo ’mperadore.

[13] Non osserva el re di Francia le convenzioni allo imperadore dello accordo passato che fece Roano, perché uno ambasciadore che, piú tempo è, venne in corte a domandare danari e gente secondo l’obbligo, non li ha dato né l’uno né l’altro, ma lo ha licenziato e detto che manderà sua oratori allo imperio a farli intendere, etc.

[14] Ha el re di Francia data la sua figliola per donna a monsignore d’Angolemme, e fatto giurare a tutti e’ signori del regno fedeltà a detto Angolemme, dopo la morte sua sanza figlioli maschi. [15] Halli dato in dota el contado di Bles e 100 mila ducati; e la reina li ha dato 100 mila ducati e il ducato di Brettagna, morendo sanza figlioli maschi. [16] Infra e’ Viniziani e il re non è seguito altro accordo nuovo, ma buon viso si fanno, e stanno in su el vecchio.

[17] Ha dato el re di Francia commissione a monsignore di Cisteron, che è suto oratore del papa e torna in Italia, che viciti Ferrara, Mantua, Bologna e Firenze, e prometta loro per parte sua maria et montes, e tengali bene disposti seco in questa passata dello imperio, quando pure passassi.

[18] Questi avvisi non bastono, se io non vi scrivo el commento che vi fanno su questi cittadini, e de’ piú savi; e bene che voi, savio, potessi commentarli come loro, so che vi sarà grato el loro discorso.

[19] Stando fermi questi avvisi, e’ pare loro da credere piú presto ch’el re de’ Romani passi in Italia che altrimenti, e discórrolla cosí. [20] Quando e’ si vuole giudicare se uno ha a fare una cosa, e’ bisogna vedere prima se e’ ne ha voglia, dipoi che favori lui abbia e che disfavori a farla. [21] Se lo imperadore ha voglia o no di passare in Italia, tutte le ragioni voglion di sí. [22] La prima è el desiderio che ragionevolmente debbe avere di coronarsi per onore suo e per prorogare quella degnità nel figliolo; l’altra è per valersi delle iniurie ricevute dalli Italiani e riacquistare lo onore che lui nella venuta in Toscana perse. [23] Credesi dunque che ne abbi voglia. [24] Ora, a vedere chi lo possa ritenere o favorire, bisogna considerare chi lui ha in casa e intorno. [25] Quelli di casa non s’intendono bene qua; pure si crede che sia piú potente che per il passato, avendo domo el conte Palatino e essendosi già tassate le terre e li signori in quello debbono provvederlo per il passare suo in Italia. [26] Quelli che lui ha d’intorno sono arciduca, Francia, Inghilterra. [27] Quelli che sono in Italia, dove e’ vuole venire, sono papa, Viniziani, Spagna, Fiorentini e altri spicciolati.

[28] Sendo veri quelli avvisi, si vede che sono d’accordo arciduca, Spagna e Inghilterra; e essendo d’accordo insieme, conviene che convenghino con lo imperadore, sendo l’arciduca suo figliolo, e trattandosi una cosa comune a tutti a dua. [29] El papa, ancora che pratichi con Francia di avere sua gente, si vede che lui è piú vòlto alle cose dello imperio, e la ragione lo vuole; perché la fortuna di Francia è stracca, massime in Italia per le cose seguite, e questa dello ’mperadore fia nuova, e questo pontefice debbe disegnare fare quello con lui che Alessandro fece con Francia. [30] Delli spicciolati d’Italia, accordati li altri, non bisogna ragionare. [31] Restaci solo, delle potenzie maggiori, malcontenti di questa sua passata, Franzesi e Viniziani, e’ quali insieme potreno opporsi, ma ognuno di loro vi andrà respettivo, né si fideranno l’uno dell’altro. [32] E considerasi che possono ostare allo imperadore con forza o con arte, e credesi che non mancheranno di usare ogni arte e industria per sturbarla, come si vede fare a Francia, secondo li avvisi auti; ma non si crede che questa arte basti, e che avendosi a venire alla forza non lo voglin fare, perché non si crede ch’el re di Francia contro alla voglia d’Inghilterra, arciduca e Spagna si metta a fare guerra allo imperadore; né si crede che ’ Viniziani, avendosi a fare la guerra in su el loro, ve la voglino, perché dubiterebbono sempre che ’ Franzesi in su el bello non li lasciassino.

[33] Sí che per questo si crede che, non giovando loro el tenerlo con la industria, penseranno di lasciarlo venire, e ognuno di guardare bene le cose sue; e se pure aranno ad appiccarsi seco, farlo passato che fia, come feciono el duca di Milano e ’ Viniziani ad el re Carlo.

[34] Lo ’mperadore, dall’altra parte, sarà contento ad essere lasciato entrare sanza contesa, perché e’ si farà piú per lui fare la guerra poi, che prima. [35] La cagione è che dua cose lo fanno venire in Italia: el volere la corona e il vendicarsi delle iniurie. [36] Se e’ facessi la guerra avanti che fussi coronato e lui la perdessi, mai poi potrebbe sperare della corona; ma faccendo la guerra coronato che fia, etiam che la perdessi, non li potrebbe essere tolta la corona, e ritornere’ne sempre con manco vergogna. [37] Né a lui fa molto el fare la guerra o dalla banda di là o di qua, avendo el papa amico e tutti li altri che colla autorità sua si avessi tirati dreto.

[38] Io so che io v’ho tolto el capo: perdonatemi; e sono a’ comandi vostri. [39] E se voi ne volete piú di queste bibbie, avvisate.

[40] xii Iunii mdvi.

Niccolò Machiavegli secretario

114

Giovanni Ridolfi a Niccolò Machiavelli

(Cascina, 13 giugno 1506)

[1] Spectabili viro Nicolao Malclavello secretario Florentino tanquam fratri honorande

[2] Spectabilis vir, tanquam frater honorande etc., cum piacere grandissimo ho questa sera ricevuta e letta la vostra di ieri per le nuove si contengano in essa, e dipoi il comento; di che summamente vi ringrazio, e vi prego seguitiate, ché non può se non giovare al pubblico il sapere tutto che va attorno, chi si trova in questi luoghi. [3] Non ho da rendervi cambio se non quello scrivo a’ signori Dieci alla giornata, che so vedete e intendete tutto: però farò sanza piú dire. [4] Sono a’ piaceri vostri. Dio vi conservi.

[5] Cascine, xiii Iunii mdvi.

[6] Arei creduto fussi stato tempo a fare e’ fatti nostri, sendo implicati li animi delle potenzie maggiori che ci potevano noiare nelle girandole grande che vanno attorno; tamen me ne rimetto a quello che è parso e parrà alli piú savi di me.

Iohannes Rodulphus Commissarius

115

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 1 settembre 1506)

[1] Nicolao Maclavello secretario Florentino apud Summum Pontificem suo plurimum honorando etc. Alla corte

[2] Niccolò honorando, io ho ricevuto la vostra de’ 30 e mandato le chiavi alla Marietta, con farli intendere quanto mi ordinastiil simile farò domani de’ danari della staffetta, benché non vegga modo a mandarveli securi, e però vorrei ve ne valessi costí o da Monsignore reverendissimo o da qualcuno altro, e me li traessi qui, dove súbito li pagherei. [3] Espetteronne una risposta, dipoi ne farò quanto mi imporrete.

[4] Le cose de’ fanti vanno per quello ordine desiderate; e cosí feci pagare quelli 4 conestabili mi lasciasti in nota. [5] E se nulla mi mancava, questo rifiorisce: che voi non fusti partito di dua dí, che io ero per Palazzo con tre drieto; e questa mattina n’ho rimandato il Tedesco, che volse ire in quello di Pisa a vedere il paese. [6] State di questo con lo animo posato, perché sendo rinfrescati qui quelli medesimi avvisi della passata dello imperatore che scrivete voi, tra li primi ragionamenti in su tale accidente fu che le ordinanze si tenessino di presso, come cosa piú salutifera e piú importante per ogni respetto. [7] Né vo’ mancare di dirvi che, avendo fatto mettere drento allo officio Bastiano da Castiglione, capo di quelli del Valdarno di sotto, per lo effetto sapete, e essendo domandato come avea li òmini ad ordine, respose: « Io ve ne darò in 4 hore 700, e tutti òmini da ogni fazione ». [8] In sulle quali parole si maravigliorono, gustandole come cosa di grande momento; e cosí fu espedito di ciò che desiderava. [9] Hovvi volsuto dire queste poche parole di questa materia, a vostra satisfazione, stimando vi abbino ad esser grate. [10] Le altre cose tutte vanno per l’ordine loro.

[11] Se io dicessi non vi avere invidia, non vi confesserei la verità; e, per la fede mia, non per altro se non per la continua conversazione arete col nostro reverendissimo Monsignore, la quale sono certo vi riuscirà tra le mani d’una gran lunga meglio non ve la avevo dipinta. [12] Raccomandatemeli, ve ne prego, quando vi viene bene. [13] Con le altre Dio vi dia migliore fortuna non dètte a noi, ché credo le faccende vi adiuteranno assai, quale fanno destare li òmini e mutare di natura.

[14] Io non so che altro mi vi scrivere. [15] Messer Giustiniano vi si raccomanda, e io fo il simile.

[16] Addio. Florentiae, die prima Septembris 1506.

Vester Blasius

116

Francesco Del Nero a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 2 settembre 1506)

[1] Egregio viro Nicolao de Maclavellis segretario Florentino apud Pontificem Maximum. Al nome d’Iddio, addí ii di settembre 1506

[2] Tanquam pater honorande, io arrivai qui addí xxx del passato a buon salvamento, e dètti nuove di voi alla Marietta vostra, che gli fu grato intendere come voi eri sano; el simile sta lei e tutta la brigata, a Iddio grazia. [3] Appresentai ancora la lettera del Gran Capitano al magnifico gonfaloniere, della quale ve ne mando copia qui a piè.

[4] Eccelso Signor, inteso quanto Vostra Signoria me ha scritto per la sua dell’ultimo del passato della violenzia usata per le due galere veneziane a Francesco del Nero, mandato dalla Velona in Leccio per Totto Machiavelli, cittadino fiorentino, in lo porto della torre de Santo Cataldo, ne ho preso recrescimento assai, certo non altrimenti che se fussi stato commesso il danno in persona de qualsivoglia bon suddito del Cattolico re mio signore; e inteso lo desiderio de Vostra Signoria, ho scritto in ottima forma alla illustrissima Signoria de Venezia, perché provveda che sieno integramente restitute. [5] E bisognando dal canto mio farsene altra provvisione, lo farò volentieri, cosí come lo facessi per li sudditi de detta Maestà, e come la Signoria Vostra medesima lo facessi, per lo desiderio tengo di compiacerla per la buona amicizia tiene con la prefata Maestà. [6] E se in altro posso servirla, lo farò volentieri, e ad essa continuo me offero.

[7] Neapoli, xxii Augusti 1506.

[8] Io, come vedete, ve ne ho mandata la copia, acciò, avendosi âdoperare per voi favore nel ricuperare le robe perse, possiate sapere quello abbia scritto il sopraddetto Gran Capitano al magnifico gonfaloniere. [9] El simile e le medesime profferte dice nella lettera a Nicolò del Nero.

[10] Per questa non mi accade dirvi altro, salvo che, se per voi posso alcuna cosa, mi comandiate, e vostro sono.

[11] Iddio vi guardi.

Francesco del Nero, in Firenze

117

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 5 settembre 1506)

[1] Nicolao Maclavello secretario Florentino apud Sumum Pontificem maiori plurimum honorando. Alla corte

[2] Niccolò carissimo, io vi ho scritto piú volte, e la prima vostra doverrà dirne la ricevuta: cosí vi ho mandato per Michelagnolo scultore quelli danari della staffetta in uno legatuzzo, che furono quelli medesimi riscossi. [3] Dissemi sarebbe costí domenica prossima e vi troverrebbe, avendolo anche a fare per sua faccende. [4] Non vi sarà grave ancora di questo dirne una parola.

[5] Credo si manderà a Livorno 200 fanti di quelli del Mugello: intenderetelo.

[6] Aragona s’aspetta a ogni ora a Piombino, ché imbarcò fino a’ 22 del passato, e qui per ancora non s’è fatto ambasciatori: *andrà questo come l’altre.*

[7] La brigata vostra sta bene, e qui non è altro di nuovo, dalla passata dello imperatore in fuora, quale riscalda ogni dí piú; le altre cose vanno per l’ordinario.

[8] Ier sera giunse qui Nerbona, che non si seppe mai la venuta sua se non quando fu all’osteria. [9] Èssi onorato quanto s’è potuto, e subito fu levato dall’osteria e messo in casa Tornabuoni, e fatto verso di Sua Reverenda Signoria tutte le demonstrazione che si aveano a fare alla venuta. [10] Partirassi oggi dopo desinare per all’Ancisa, dove sarà onorato ancora.

[11] Non altro. Florentiae, die 5 Septembris mdvi.

Frater Blasius

118

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 6 settembre 1506)

[1] Nicolao Maclavello secretario Florentino apud Sumum Pontificem maiori honorando. Alla corte, in casa Monsignore reverendissimo di Volterra

[2] Niccolò onorando, io vi ho scritto a questi dí piú volte e déttovi della ricevuta delle chiavi, e come s’eron mandate a madonna Marietta, e dell’origine a punto del tumulto di Casentino, e ciò che altro s’intendeva di nuovo, e di piú quello che si pensassi. [3] E perché io stimo pure che a quest’ora le arete ricevute, non le replicherò altrimenti, perché, quando bene volessi, non potrei, ché non mi ricordo di quello feci due ore fa. [4] Inoltre arete, per mano di Michelagnolo scultore, ricevuto li denari della staffetta, di che espetto intenderne qualcosa per la prima vostra.

[5] Ieri dipoi mi furono presentate l’ultime de’ dua e de’ 3, alle quali non mi accade che dire, perché non ho udito brontolare persona, né reprendervi in cosa alcuna. [6] Delle altre cose sapete ne sono del medesimo animo di voi, avendovi, alla tornata mia di cotesta corte, assai bene espresso el modo del vivere e le qualità e condizioni di ciascuno. [7] A Alessandro farò l’ambasciata, e con quelli altri non arò a durare molta fatica, perché non ce ne conosco troppi. [8] Cosí voi farete per me l’officio d’amico col Monsignore reverendissimo di Volterra.

[9] Oggi è stato al magistrato de’ Dieci uno Iacopo Doffi nostro cittadino, omo sensato e di bonissimo cervello, quale 3 dí sono tornò di Alamagna; e delle cose dello imperatore referisce quanto vi dirò appresso. [10] E prima, di averlo lasciato qualche 5 giornate di qua da Auspruc, verso el Friuoli pure, dove attendeva a fare buona cera e alle cacce; e le gente sue essere tutte alle stanze, quali (quando le avea insieme) non erano, tra òmini a piè e cavallo, 4 mila; e quivi ragionarsi poco del passare, ancora che abbi comandato tutte quelle città che li hanno a dare aiuti che stieno ad ordine con essi; e in effetto esservi poca preparazione al passare, e massime di danari, ché dice non ha uno soldo. [11] In Auspruch era il Consiglio suo e buono numero d’artiglierie, ma movimento alcuno non vi si vedeva. [12] E che del passare suo non ha udito, se non poi che fu in su quel de’ Viniziani, quali ne parlavono assai e mandavono ancora qualche forza verso quelli confini, ma poche: e lui avea trovati quando 50 e quando 100 fanti; altre provvisioni no. [13] A Venezia era 3 sua ambasciatori, quali non avevono, tra tutti tre, 12 cavalli; e la esposizione loro non si ritraeva. [14] In modo che, udito costui, persona sensata, io credo certo che queste nuove della passata sua non sieno da’ Viniziani tratte fuora ad altro fine che quello scrivete voi.

[15] Altro non ho da dirvi stasera, se non che di ora in ora si espetta el Cattolico a Piombino; e qui non s’è ancora fatto ambasciatori in alcuno luogo.

[16] Sarà con questa una di Cisteron al papa, fatela dare subito. Non altro.

[17] Florentiae, 6 Septembris 1506.

Frater Blasius

119

Bartolomeo Ugolini a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 7 settembre 1506)

[1] Spectabili domino messer Nicolò Machiavelli maiori honorando in corte. Iesus. Addí 7 di settembre 1506

[2] Onorando messer Nicolò, e’ si condusse qui Francesco del Nero, e, quanto alle robe prese, non aveva altro, salvo che lettere del Gran Capitano alla Signoria di Vinezia e al Doge, che le lasciò a Roma a Girolamo Gaddi, e una qui alla eccellenzia del signore gonfaloniere nostro, risponsiva alla che si li fece scrivere, come sapete, la quale è tanto grata quanto dire si può, contenente in breve questo tinore: che il caso li dispiace quanto se fussi ne’ propri sudditi della cattolica maestà e che n’ha scritto alla Signoria di Vinezia in ottima forma, e, bisognando altro, si gliene dia avviso; sí che a me pare che egli stimi la cosa e disideri farne grazia.

[3] Io dissi al gonfaloniere che a me pareva, quando alla Signoria Sua paressi, che egli scrivessi un’altra lettera ringraziandolo di che s’era fatto e pregandolo che volessi seguitare insino al fine: il che rispose di fare a piacer nostro, e che cosí li piaceva. [4] E oggi si farà fare, e manderassi, se non prima, sabato.

[5] Appresso scriverrò di nuovo a Girolamo Gaddi e, a Napoli, a Salvadore Billi quanto mi parrà di bisogno per questa opera; e se in principio si fussi levato uno omo a parte per a Vinezia dal Gran Capitano, crederrei che a questa ora si fussi aúto la liberazione, perché il tutto importa che a Vinezia sia chi solleciti la cosa. [6] Non ho mancato di ricordarlo al Gaddi, né mancherò, benché, se il Gran Capitano dirà daddovero, sendo a Napoli lo imbasciadore di Vinezia, potrà in persona fare quel medesimo con esso imbasciadore. [7] Ma a Vinezia, a mio opinione, uno omo come dico saria suto meglio, per essere in sul fatto e non avere a giostrare le lettere innanzi e indreto, dove, avanti si conduchino, mille volte si mutono gli animi.

[8] Ora, io non mancherò, come dico, di ricordare per tutto quello mi parrà a proposito, e cosí conforto voi; e potendo fare nessuno favore o aiuto, non ne mancate, ancora che questo sia superfluo, per toccare piú a voi che a noi. [9] Pure, secondo dice Francesco, ci arà danno ogni uno, che tanto fia piú sopportabile a omo per omo. [10] Insomma, faccisi per ciascuno quel che si può di bene.

[11] Né altro per questa. [12] Facendo cosa alcuna intorno a ciò, datene avviso.

[13] Iddio vi guardi.

Vostro Bartolomeo Ugolini, in Firenze

120

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 9 settembre 1506)

[1] Nicolao Maclavello secretario Florentino apud Sumum Pontificem tanquam fratri honorando

[2] Carissimo Niccolò, due ore fa vi si scrisse per la via di Cortona, e perché io ero occupato non vi pote’ fare uno verso come arei desiderato: non so però come voi ve ne curiate, pure io mi ingegnerò che costà non venga persona sanza mie lettere, credendo farvi piacere.

[3] La vostra de’ 6 ebbi aperta, e con Giustiniano farò quanto mi ordinate, benché prima l’avessi fatto e sempre da vostra parte; ma ora che *io veggo che questa cosa vi cuoce* ci userò piú diligenzia; *non dovete avere trovato costí meglio:* cercate, che troverrete.

[4] Le nuove dello imperatore ogni dí rinfrescano qui, e l’ultime che ci furono per quello Iacopo Doffi venuto di là per l’ultima mia vi scrissi particularmente, quale portò el canonico de’ Serristori con molte altre e pubbliche e private: rinvenitele. [5] Tamen, perché la cosa importa quanto sapete, e lo aversi a fondare in su avvisi incerti e confusi è periculoso, vi si manda Bernardo de’ Ricci con salario di dua fiorini larghi di grossi el dí; e alla mano ha avuto 150 ducati. [6] Doverranne fare meglio di voi; *e chi lo ha messo innanzi ha fatto per risucitarlo e darvi uno contrappeso: è omo che si saprà accomodare meglio di voi*. [7] Dio li dia buona fortuna e li altri non dimentichi, se li piace, che ce n’è bisogno, anzi necessità. [8] La commissione sua è rappresentarsi a quello principe, e in nome di questa Signoria offerirli come buoni figliuoli tutti li loro favori etc. con parole larghe e generali. [9] Ma il fine della mandata è per avere certa notizia di questa passata e potersi meglio deliberare a quello che si avessi a fare etc.

[10] Oggi si faranno ambasciatori per a Napoli, per onorare el Cattolico; e se toccherà Piombino, vi si manderà messer Giovanvittorio, Alamanno, el Gualterotto e Niccolò del Nero per riceverlo e onorarlo ancora in quello luogo. [11] Sono òmini di assai qualità e che lo sapranno fare, e quella Maestà doverrà restarne satisfatta.

[12] Delle ordinanze non vi ho da dire altro, se non che Bastiano da Castilione, che sta a San Miniato, 8 dí sono fece il battaglione generale, dove si trovò el Signore di Piombino che tornava da’ bagni, ad instanzia di chi fu fatto, e molti altri di quelli di Cascina: satisfece assai, secondo mi scrive Bastiano. [13] Ma questa voce di darsi danari a Bologna e in Romagna ha fatto che qualcuno di quelli del vicariato di Firenzuola vi sono andati. [14] Èvvisi riparato, in modo non si doverrà partire da casa persona.

[15] La vostra brigata sta bene: cosí stessi la mia, ché io a ogni modo ho a girare, in modo sono trafitto. [16] E avvisate se avesti da Michelagnolo quelli danari.

[17] Ringraziovi dell’offerta facesti, ché, ancoraché io sia in estrema necessità, so che a voi costí non avanza, e aresti bisogno di molti piú.

[18] Non altro. Florentiae, die viiii Septembris 1506.

Frater Blasius

[19] Bernardo Nasi è de’ Dieci in cambio del Guicciardino.

121

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 11 settembre 1506)

[1] Magnifico secretario Florentino Nicolao Maclavello apud Summum Pontificem

[2] Niccolò carissimo, io vi ho scritto piú volte a’ dí passati sotto lettere pubbliche, e poiché voi non accusate alcuna per questa vostra ultima de’ 9, doverranno essere capitate in qualche machia, e ritroveretele a bell’agio.

[3] Quando io credevo che Michelagnolo vi avessi dato quelli danari, per uno suo omo mi furono riportati, dicendomi che era ritornato indietro per buona cagione: vedo che io non veggo modo di mandarli securi, se non vien qualche fidato a posta: avvisate quello volete facci, che non so come ne patite bisogno.

[4] Oggi sono partiti di qui li oratori per a Piombino, benissimo ad ordine e con facultà di onorare quella Maestà.

[5] Florentiae, die xi Septembris.

Frater Blasius

122

Giovan Battista Soderini a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 12 settembre 1506)

[1] Nicolao Maclavello secretario Florentino apud Summum Pontificem tanquam fratri. A Perugia o dove sia

[2] Spectabilis maior honorande, se la affezion che io vi porto non mi transportassi a far con voi molte altre cose sanza proposito, io mi scuserei con voi di scrivervi, o io piglierei qualche scusa di occasione. [3] Io non ho che dirvi, né voglio che mi rescriviate niente. [4] La inclusa potevo mandare sotto altre lettere, raccomandarmivi per la via di Biagio e insomma, ciò che mi scadeva, per ora far sanza scrivervi; ma ho voluto seguitar l’ordine del fare infinite cose sanza proposito. [5] Io non vi potrei dire la voglia che abbiamo Filippo di Banco e io di andare fino a Piombino, ma se l’uno tiene la stella, e l’altro il sole, in modo che vi va piú gente che a Siena, e dubito di noi.

[6] Se soprastate a tornare infino a gennaio, arem di voi in un tratto lo scoppio e il baleno, e pur si vorrebbe scendere a scaglione a scaglione. [7] Noi siamo sani e Filippo d’ora in ora aspetta una sentenzia contro: vedrem che seguirà. [8] A voi mi raccomando.

[9] Addí xii di settembre 1506.

Iohannis Baptista

123

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 19 settembre 1506)

[1] Nicolao Maclavello suo honorando

[2] Niccolò, io non vi posso scrivere come vorrei, sendo tardi e infaccendato. [3] Dètti la vostra a Bernardo Nasi, aggiunsi qualcosa ancora, ebbela carissima: fa il dovere circa l’Ordinanza, ché non bisognava manco, tante querele ci viene ogni dí.

[4] El Tedesco, tanto ho fatto s’acconciò a’ 15 ducati, che anche a questo non è bisognato poca industria.

[5] E’ danari vi manderò per il primo, che sono ancora legati come erano.

[6] Li vostri stanno bene, e delle nuove ve ne dà el pubblico.

Vester Blasius

[7] Florentie, die 19 Settembris 1506.

124

Niccolò Machiavelli a Giovan Battista Soderini

(Perugia, 13-21 settembre 1506)

[1] Ghiribizzi scr[itti a] Pe[ru]gia al Soderino

[2] Una vostra lettera mi si presentò in pappafico, pure [dop]o dieci parole la riconobbi. [3] E veramente io cr[edo] la frequenzia di Piombino, per conoscervi, e delli impedimenti vostri e di Filippo son certo, perché io so che l’uno è offeso da el poco lum[e] e l’altro da el troppo.

[4] Gennaio non mi dà noia, pure che febbraio mi regga fra le mani. [5] Dolgomi del sospetto di Fi[li]ppo, α e suspeso ne attendo el fine.

[6] Fu la vostra lettera breve, e io rileggendo la feci lunga. [7] Fummi grata, perché mi dette occasione a fare quello che io dubitavo di fa[re] e che voi mi ricordate che io non faccia; e solo questa parte ho riconosciuta in lei sanza proposito. [8] Di che io mi maraviglier[ei], se la mia sorte non mi avessi mostr[o] tante cose e sí varie che io sono constretto a maravigliarmi poco o confessare [non] l’avere gustate né leggendo, né praticando le azioni delli uomini e e’ modi del procedere loro. [9] Conosco voi e la bussola della navigazione vos[tra], e quando potessi essere dannata, che non può, io non la dannerei, veggendo a che porti vi abbi guida[to], e di che speranza vi possa nutrire. [10] Donde io credo, non [per] lo specchio vostro, dove non si vede se non prudenzia, ma per quello de’ piú, che si abbi nelle cose a vedere el fine, e non el mezzo, α vedendosi con vari governi conseguire una medesima cosa, e diversamente [op]erando ave[re] uno medesimo fine. [11] E quello che mancava a questa opinione, le azioni di questo p[on]tefi[c]e e li eff[e]tt[i] loro vi hanno aggiunto.

[12] Annibale e Scip[ione],β oltre alla disciplina militare, che nell’uno e nell’altro eccelleva equalmente, l’uno con la crudeltà, perfidia, irreligione mantenne e’ suoi esserciti uniti in Italia e fecesi admirare da’ popoli che per seguirlo si ribellavano da e’ Romani, l’altro con la pietà, fedeltà e religione in Spagna ebbeγ da quelli popoli el medesimo seguito; e l’uno e l’altro ebbe infinite vittorie. [13] Ma perché non si usa allegare e’ Romani, Lorenzo de’ Medici disarmò el popolo per tenere Firenze, messer Giovanni Bentivogli per tener Bologna loδ armò; e’ Vitelli in Castello e questo duca d’Urbino nello stato suo disfeciono le fortezze per tenere quelli stati, el conte Francesco in Milano e molti altri le edificorno nelli stati loro per assicurarsene; Tito imperadore quel dí che non benificava uno credeva perdere lo stato, qualcheunaltro lo crederrebbe perdere el dí che facessi piacere a qualcuno.

[14] A molti, misurandoε e ponderando ogni cosa, riescono e’ disegni suoi; questo papa, che non ha né stadera né canna in casa, a caso conseguita e disarmato quello che con l’ordine e con l’armi difficilmente li doveva riuscire. [15] Sonsi veduti o veggonsi tutti e’ soprascritti, e infiniti altri che in simili materia si potrebbono allegare, acquistare regni, o domarli, o cascarne secondo li accidenti; ζ e alle volte quello modo del procedere che acquistando era laudato, perdendo è vituperato; e alle volte, dopo una lunga prosperità perdendo, non se ne incolpa cosa alcuna propria, ma se ne accusa el cielo e la disposizione de’ fa-ti. [16] Ma donde nasca che le diverse operazioni qualche volta equalmente giovino o equalmente nuochino, io non l[o] so, ma desiderrei bene saperlo; pure, per intendere l’opinione vostra, io userò prosunzione a dirvi la mia.

[17] Io credo che come la natura ha fatto all’uomo diverso volto, cosí li abbi fatto diverso ingegno e diversa fantasia. [18] Da questo nasce che ciascuno secondo lo ingegno e fantasia sua si governa. [19] E perché dall’altro canto e’ tempi sono vari e li ordini delle cose sono diversi, a colui suc[c]edono ad votum e’ suoi desideri e quello è felice che riscontra el modo del procedere suo con el tempo, e quello per opposito è infelice che si diversifica con le sua azioni da el tempo e dall’ordine delle cose. [20] Donde può molto bene essere che dua, diversamente operando, abbino uno medesimo fine, perché ciascuno di loro può conformarsi con el riscontro suo, perché e’ sono tanti ordini di cose quanti sono province e stati. [21] Ma perché e’ tempi e le cose universalmente e particularmente si mutano spesso, e li uomini non mutono le loro fantasie né e’ loro modi di procedere, accade che uno ha un tempo buona fortuna e uno tempo trista. [22] E veramente chi fussi tanto savio che conoscessi e’ tempi e l’ordine delle cose, e accomodassisi a quelle, arebbe sempre buona fortuna, o e’ si guarderebb[e] sempre dalla trista, e verrebbe ad essere vero che ’l savio comandassi alle stelle e a’ fati. [23] Ma per[ché] di questi savi non si truova, avendo li uomini prima la vista corta, e non potendo poi comandare alla natura loro, ne segue che la Fortuna varia e comanda agli uomini e tiegli sotto el giogo suo. [24] E per verificare questa opinione, voglio che mi bastino li essempli soprascritti sopra e’ quali io la ho fondata, e cosí desidero che l’uno sostenga l’altro.

[25] Giova a dare reputazione ad uno dominatore nuovo la crudeltà, perfidia e irreligione in quella provincia dove la umanità, fede e religione è lungo tempo abbundata, non altrimenti che si giovi la umanità, fede e religione dove la crudeltà, perfidia e irreligione è regnata un pezzo. [26] Perché come le cose amare perturbano el gusto, e le dolci lo st[ucc]ano, cosí li uomini infastidiscono del bene, e del ma[le] si dolgono. [27] Queste cagioni, infra le altre, aperson[o] [I]talia ad Annibale e Spagna a Scipione, e cosí ognuno riscontrò el tempo e le cose secondo l’ordine del procedere suo. [28] Né in quel medesimo tempo arebbe fatto tanto profitto in Italia uno simile a Scipione, né uno simile ad Annibale in Spag[na], quanto l’uno e l’altro fece nella provinzia sua.

[Chiose]

α. Chi non sa schermire ravviluppa chi sa di scherma.

α. Perché ciascuno secondo la su[a] fantasia si go[v]erna.

β. Infine [no]n [con]s[i]gliar persona, né [pigliar] consiglio da persona, [eccetto] un consiglio generale che ognun f[acc]i quello che li detta l’animo e [. . .] audacia.

γ. [E li huomini] s’infastidiscono del b[ene] e del male si dolga[no]. L’amaro turba [el g]usto, el dolce lo stucca.

δ. Tentare la Fortuna, che la è amica de’ giovani, e mutare secondo e’ te[m]-pi; [ma] non si può avere le fortezze e non le avere, non si può essere crudele e pio etc.

ε. [Co]me la Fortuna si s[t]racca, cosí si ruina l’uomo, la famiglia, la città. Ognuno ha la fortuna sua fondata in sul modo del procedere suo, e ciascuna di loro si stracca, e quando la è stracca bisogna racquistarla con un altro modo.

ζ. La comparazione del cavallo, del morso circa le fortezze.

125

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 21 settembre 1506)

[1] Nicolao Maclavello secretario Florentino apud Sumum Pontificem tanquam fratri honorando

[2] Niccolò onorando, dua dí sono vi scrissi brevemente, e vi dissi della ricevuta della vostra per le mani del Tedesco, e come avevo operato tanto, e con la Eccellenzia del gonfaloniere e con questi signori Dieci, che il caso suo s’era fermo a 13 ducati el mese con l’obbligo ne ricordasti; né di questo accade dirvi altro. [3] Promettovi bene questo, che io non sono già per pigliare in collo questa cosa come voi e farmene scudo, perché ci viene a ogni ora dodici querele, che in fatto non vagliono nulla; *e queste brigate ne fanno un romore come se le importassino qualcosa*, ma vi so bene dire che *Bernardo Nasi si porta* francamente e molto piú che non vi promisse, che veramente è omo da bene e vi ama non poco, e se voi ne farete capitale, farete il debito e cosa che vi sarà utile.

[4] Qui non è cosa alcuna di nuovo né dello imperatore, né del re di Aragona: li ambasciatori sono a Bibbona con le provvisioni per onorarlo, luogo commodo da transferirsi e a Livorno e a Piombino, dove non si sa certo qual di questi dua luoghi abbi a toccare; e a Napoli furono eletti per oratori Iacopo Salviati e il Gualterotto. [5] Stimasi saranno disposti allo andare: per ancora non se ne parla.

[6] Dua dí sono vennono qui in Firenze circa dodici fanti di quelli del Valdarno di sotto, e andando la sera all’oste vi feciono certo insulto, per il che ne fu dallo officio delli Otto preso uno, e la mattina a buona ora, avanti si sapessi, toccò 4 strappate di corda; e oltr’a questo lo aveano confinato a Livorno, pure si operò che tale confino non andò innanzi. [7] Di Bastiano da Castiglione ancora, quello che sta a San Miniato, ci è stato a questi dí parecchi querele, in modo che è stato forza farlo venire qui per tirarli li orecchi etc. [8] *Ma Bernardo ripara a tutto e con prudenzia*.

[9] Tre dí sono, si vinse una provvisione per 18 mesi, in modo che, non nascendo nuovi accidenti, la città è ordinata per ditto tempo, laudato Dio. [10] In questo mezzo si penserà a qualche buona cosa; e noi in sulle rafferme non doverreno avere questo intoppo, che non sarà poca ventura.

[11] El duca di Ferrara a’ 14 dí fece mozzare la testa al conte Albertino e al genero di ditto conte e a un altro staffiere di don Ferrante, quale è sostenuto in Castello; cosí don Giulio, quale ha avuto dal marchese di Mantova, dove s’era fuggito.

[12] Con messer Giustiniano ho fatto e fo in nome vostro lo officio d’amico. [13] Non altro. Li vostri stanno bene, che 3 dí sono me lo disse el vostro lavoratore, che venne a me per sapere nuove di voi. [14] E a ser Agostino feci l’ambasciata: se non vi manderà quelli Decennali, ve li manderò io.

[15] Florentiae, die xxi Septembris 1506.

Vester Blasius

126

Gli Operai di Santa Maria Dei Servi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 25 settembre 1506)

[1] Spectabili viro Niccolao de Maclavellis secretario Florentino apud Pontificem concivi charissimo etc.

[2] Spectabilis vir, el cardinale di Colonna, protettore dello Ordine de’ Servi, piú volte ci ha richiesti dare suvvenzione a uno fra Zaccheria confinato dalli Otto per ordine delli eccelsi Signori per avere lui rubato la Annunziata, e sempre se li è denegato, con dire quello che è el vero, che di ciò che si trovò qui di suo, ancorché tutto si dovessi ragionevolmente restituire a detta Annunziata, tamen, per misericordia, parte se ne concesse a lui, e il restante, per ricoprire la vergogna di quello convento e sua, si dispensò, secondo l’ordine che gran tempo avanti aveva dato detto frate, in una tavola d’altare, in modo che né in detto convento ne è pervenuto uno soldo, né in mano nostra ne resta uno quattrino, e quando bene ce ne fussi, per non uscire dello ordine de’ prefati nostri eccelsi Signori, non gnene mosterremo una maglia. [3] E per tal cagione, dubitando che lo animo del prefato Reverendissimo di Colonna non se ne perturbi, li scriviamo la alligata in risposta della sua ultima. [4] La copia delle quali fieno con questa, e cosí scriviamo al reverendissimo Soderino una credenziale in voi, e desideriamo che tra Sua Reverendissima Signoria e voi veggiate di posare lo animo di detto Reverendissimo di Colonna, e che per questo conto non si abbi piú a faticare in scrivercene, ma pensi che quello non si fa, massime respetto alla Sua Signoria Reverendissima, è per non si potere fare altro. [5] El perché el nostro illustrissimo gonfaloniere ci ha promesso scriverne al suo reverendissimo fratello, e confidando noi nella prudenzia e sollecitudine vostra, el quale reputerete la cosa, come è in fatto, causa pubblica, perché procurata dalli inimici della città, ci farete drento el possibile, e cosí vi confortiamo.

[6] Bene valete. Ex hedibus Dive Marie Servorum. [7] Florentie, die 25 Septembris mdvi.

[8] Operari Sancte Marie Servorum, Florentie

Appendice

I

[1] Copia di lettera del reverendissimo cardinale di Colonna alli magnifici Operai de’ Servi de’ xxv di settembre 1506

[2] Magnifici viri etc., per altre nostre vi avemo scritto ed esortatove assai volessi provvedere alla esecuzione di quanto fu concluso e determinato dal Capitolo generale e diffinitori circa el fatto de frate Zaccheria, e che, non essendo fino a qui mandato ad effetto, ci semo indutti di nuovo replicare el medesimo. [3] Vogliate senza piú dilazione dare ordine che lui sia effettualmente satisfatto secondo è stato una volta deliberato per el detto Capitolo; e avvegna in li dí passati a questo diffusamente per vostre lettere ci replicasse con dire che detto fra Zaccheria è impudente e tristo frate, e che si doverria contentare di quello li fu dato per elemosina al partire suo di Firenze, tamen per essere, come avemo detto, già stato ordinato cosí da detti diffinitori e Capitolo, ci pareria co-sa inconveniente e ingiusta non si esequisse, ché da onestà e ragione credemo se movessero loro a fare tale ordine e deliberazione. [4] Sicché iterum vi esortamo vogliate senza altra replica con effetto farlo, e non dare causa che per tale materia ve ne abbia piú a scrivere, che invero levarce da questa cura e fastidio ce ne farete piacere molto grato e accettissimo; e speriamo e confidiamo el farete sanza mancare.

Perusie etc.

II

[1] Copia della risposta

[2] Noi desiderremo grandemente o potere satisfare alla Signoria Vostra Reverendissima nella sua domanda per fra Zaccheria, o potere persuadere a lui che non affaticassi piú quella in scrivercene: la prima parte ci è impossibile respetto al pubblico e privato, perché, come si è replicato per piú nostre lettere, la relegazione di fra Zaccheria procede dallo stato.

[3] Li beni che egli aveva tolti alla Nunziata si sono dispensati secondo l’ordine suo, e, non bastando al principio fatto da lui, accresciutovi buona somma di danari e messo in qualche disordine l’officio nostro. [4] El convento non ne ha aúto uno soldo, in mano delli Operai non è venuto uno quattrino, né ce ne è piú o ci resta a riscuotere un bagattino da poterlo voltare a detto frate. [5] Noi siamo fatti Operari e conservatori de’ beni della casa de’ Servi per autorità di papa Eugenio Quarto data alli nostri eccelsi Signori, e non possiamo o dobbiamo uscire dello officio nostro e dare quello d’altri, e faccendolo ne potremo essere corretti; e dall’altro canto veggiamo sí difficile el posare detto frate, che ci pare impossibile farlo sanza danno e vergogna nostra.

[6] E però ci resta solo el disporre la Signoria Vostra Reverendissima a volere tenere piú conto di questa città che di quello avessi fatto ingiustamente uno Capitolo sanza coscienzia d’essa città, significando alla Signoria Vostra Reverendissima che la cura del temporale per autorità delle bolle di detto papa Eugenio 4 appartiene solo allo officio nostro, né altri se ne ha ad intromettere; e nondimanco ciò che si è fatto fino a qui contro a detto frate è stato fatto con participazione e licenzia del Generale e altri prelati di quello Ordine. [7] Né noi abbiamo in questa parte coscienzia che ci remorda, ma ci resta solo lo stimulo del desiderio veggiamo nella Signoria Vostra Reverendissima, alla quale ci duole non potere satisfare, sappiendo quanto ella è amata e stimata da tutta questa città e stato. [8] Per il quale amore, a ciò che si mostri ancora in questa cosa come nelle altre reciploco, la Signoria Vostra Reverendissima sia contenta posare lo animo in questa parte e pigliare da noi quello si può, aspettando in tutte le altre cose sue e de’ suoi quelle significazioni di devozione e amore che si richieggano a’ meriti della prefata Signoria Vostra Reverendissima, alla quale del continuo ci offeriamo e raccomandiamo.

127

Giovan Battista Soderini a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 26 settembre 1506)

[1] Spectabili viro domino Nicolò Machiavegli, amico honorando

[2] Spectabilis plurimum honorande, scrissivi a’ dí passati, e perché in quel tempo andò male certe lettere, penso che fussin con esse le mia. [3] Se fu, l’ho molto caro; se non, abbiatemi per scusato. [4] Quando scrivete a Biagio o a Filippo, non v’incresca avvisare se fin costà fussi bella gita, perché ci è chi ne ha pensiero per vedere il paese, per fare il debito verso ’ sua e per irsi a spasso, in modo che bisognere’ forse poco zimbellare.

[5] A me non scade se non ricordarvi da parte di Filippo che cotesta è molto sottile aria: asciugatevi bene la testa, che a ogni modo tornerete impedito, se li offici sono del medesimo valore in absentia. [6] Questo enigma non lo intende se non lui, che ne sta angustiato, e pensa che per il romore non possiate stare al fuoco.

[7] Qui si dice per noi altri che Consalvo dovea giugnere in Piombino fino a’ 24; l’altre nuove son piú a fondo che io non pesco. [8] E’ battaglioni stanno bene, massime quelli di Scarperia, ché il vicario fa lor mille vezzi, e quando vi capita un forestiero, per onorarlo, liene spiega un tratto sulla campagna. [9] Noi siamo sani e ci raccomandiamo una gran brigata a voi, che Dio di mal vi guardi.

[10] Addí 26.

Iohannis Baptista

128

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 30 settembre 1506)

[1] Nicolao Maclavello secretario Florentino apud Pontificem suo maxime honorando. Alla corte

[2] Niccolò onorando, io ho paura di non diventare con li amici un poco transcurato come voi. [3] Dicovi questo perché mi pare un anno che io non vi scrissi, e solo è accaduto per infingardaggine, a chiamarla per il nome suo. [4] Dua dí fa riceve’ la vostra, credo de’ 26, con la alligata a Francesco, quale si mandò fidatamente. [5] E io, per respondervi al quesito, credo possiate domandare danari al pubblico securamente, perché *delli ambasciadori fatti non verrà nessuno, né vi si pensa piú per ora,* e però credo la cosa sia per durare ancora qualche dí, non si mutando vento; e voi non lo dovete avere per male, perché le faccende non vi assassinano.

[6] Dicovi bene questo: che le due vostre de’ 25 e 26 giunsono a tempo, perché *di già Iacopo Ciacchi diceva: « Si vuole farlo tornare, poiché non vi fa niente », con altre parole delle sua, quali furono ribattute da Bernardo Nasi vostro amico*; sí che scrivete piú spesso, se vi pare. [7] Al Soderino lessi quanto mi scrivete; credo vi riscriverrà di nuovo, e voi farete quanto vi parrà.

[8] A Napoli andranno li dua ambasciatori, cioè messer Francesco Gualterotti e Iacopo Salviati, e sarà bella legazione, e per la qualità delle persone, e per la compagnia de’ giovani si dice andranno con loro: che tutto sarà a proposito, perché questo Cattolico re, che dua dí fa era a Savona, viene con tanta pompa di abbrigliamenti e di ogni altra cosa, che chi vi andrà bene ad ordine li bisognerà a volervi comparire.

[9] Consalvo a’ dí 27 fu a Livorno, che andava incontro al suo re, e dal commissario nostro di detto luogo fu visitato e presentato, in modo se n’andò satisfattissimo, con dire che Italia riceverà molti beni per la venuta del suo re, e che Firenze ne arà la parte sua, escusandosi delle cose di Pisa con dire che quelli tempi ricercavono cosí, ma che per l’avvenire farà in modo che la città conoscerà che ne fa capitale. [10] Fu a Piombino, dove erano ambasciatori pisani; e nonostante lo pregassino ad ire in Pisa, absolute lo recusò.

[11] Le cose di Genova al continuo sono peggiorate per li gentili òmini, quali tutti sono fuora; e di già hanno tolto tutte le terre teneva messer Gianluigi nella Riviera di Levante, o buona parte di esse; *e il re tiene da chi vince, allo usato suo.*

[12] Questa mattina, per avvisi privati da Lione de’ 23 dí, s’intendeva esservi stato lo omo di Ays, che veniva di corte con commissione del Re a Ciamonte che dessi a Nostro Signore, per la impresa di Bologna, quelle tante lance vorrà. [13] Cosí andrà l’impresa avanti a ogni modo, po’ che costí si va di buone gambe.

[14] Qui non è altro di nuovo, e io non so che mi vi dire piú, se non che la brigata vostra sta bene, e li danari della staffetta sono in quel medesimo legato, ché non seppi la venuta di Giuliano Lapi. [15] Credo domani adoperarne uno ducato, che ve lo riporrò fra pochi dí, che ne ho preso securtà in sulle parole vostre.

[16] Nec plura.Florentiae, die xxx Septembris hora 4 noctis 1506.

Quem nosti Blasius

[17] Respondete della ricevuta almeno.

129

Antonio Giustiniani e un “Compagno” a Niccolò Machiavelli

(Imola [?], 1 ottobre 1506)

[1] [. . .] Generoso domino Nicolao patri honorando

[2] Li vostri servitori Iustiniano e el compagno vostro in Imola, già con el quondam venerabile Zoan Lorenzo, salutem et apostolicam benedictionem. Primo octobris mdvi

[3] Magnifico patron nostro singularissimo, puoi che qua se intende el vostro buono e lieto stato cum satisfazione ottima di Vostra Magnificenzia, in tanto onore, dignità, conversazione deletevole con chi è – e sonno apropriate e conforme a la natura vostra, dove non è penuria, anci fertili abondanzia –, e che da quelli siate ben visto, amato e acarezzato; [4] sí ancora per el vostro suntuoso vivere de cibi delicatissimi, sani e sinceri e digestibili al stomaco vostro (dato che ne pigliasti on vero prendete piú ch’el solito, atento, non siate in queste aere sutile di qua, ma in quelli de là, sutilissimi e palpabili, ameni e suavi, sí como dal vostro magnifico e onorando mazor consozio abiamo inteso); [5] non potemo se non, da uno lato, congratularsi e averne somo piacere per vostro amore (non imperò senza qualche invidia, per non averne noi conforme a vostra natura), da l’altro lato dubitiamo per tanta presa farete de questo aere e gustevoli piaceri e ameni frutti non ve abiate tanto ad impregnarve e impirve che non ve domentichiate de noi, come avete fatto sin qui, e de ritornare a la patria, et, quod peius foret, non abiate a pretare, e farve al tutto moderno curiale eclesiastico. [6] Idio sia quello vi prosperi e tenga la mano in cavo, e vi contenti de bene in meglio.

[7] Siamo desiderosi de intendere de nove comunicabile de teste parte, e quali è meglior vitanda de là, o le vitelle de late o li capreti alpestri e montagnuoli, reduti a la domestica; e de quello è desideroso un de noi sapere de le cose de Pesaro.

[8] Di qua non c’è altra nova, se non che Arno va a l’inzò como andava.

[9] Valete. Ne racomaliamo a Vostra Magnificenzia per infinita secula seculorum. Amen.

130

Pier Francesco Tosinghi a Niccolò Machiavelli

(Castrocaro, 2 ottobre 1506)

[1] Spectabili viro Niccolao Maclavello secretario et mandatario Dominorum Florentinorum apud Summum Pontificem carissimo. A Cesena

[2] Spectabilis vir etc., in questo punto, che siamo ad ore 18, ho ricevuto una vostra con uno pacchetto di lettere a’ signori Dieci con ordine che subito per omo a posta le mandi a Firenze. [3] E cosí si è fatto e si farà ogni volta ce lo ordinerete, e questo e ogni altra cosa; e voi preghiamo ci diate qualche nuova delle cose che dí per dí occorrono. [4] Io non enterrò in darvi nuove, perché sono certo le arete dalla fonte. [5] Né altro mi occorre, salvo offerirmi a voi.

[6] Cristo vi guardi. Ex Castracaro, die iia Octobris mdvi.

[7] Petrus Franciscus Thosinghus Commissarius Generalis Florentinus

131

Pier Francesco Tosinghi a Niccolò Machiavelli

(Castrocaro, 4 ottobre 1506)

[1] Spectabili viro Niccolao Maclavello mandatario et secretario Dominorum Florentinorum suo carissimo, apud Summum Pontificem

[2] Spectabilis vir, amice carissime etc. [3] In questo punto, che siamo ad ore 18, ho avuto una vostra di ieri, e con essa uno pacchetto di lettere per a Firenze, le quali subito si sono mandate; e questa mattina ne abbiamo addiritto una de’ Dieci a voi a Furlí al vescovo de’ Pazzi, stimando che lui avessi commodità di mandarla. [4] Ho ordinato al presente apportatore che li facci motto nel suo ritorno, e non la avendo lui mandata, se la facci dare. [5] Non accade fare scusa meco del non avere addiritto le lettere a me, perché voi sapete che io so quanta affezione mi portate. [6] Intendo che noi areno il pontefice vicino di prossimo, e quanto li è gagliardo nella impresa, che ho tanta voglia che facci qualche fatto rilevato, che io sono tardi al crederlo. [7] Aspettovi che voi vegnate a riposarvi qualche dí qui, che fareno buona cera.

[8] Né altro mi occorre, se non offerirmi in ogni occorrenza a voi. [9] Che Dio di male vi guardi.

[10] Ex Castracaro, die iiiia Octobris mdvi.

[11] Petrus Franciscus Thosinghus Commissarius Generalis

132

Francesco Soderini a Niccolò Machiavelli

(Cesena, 6 ottobre 1506)

[1] Spectabili viro domino Nicolao Maclavello secretario Florentino compatri nostro carissimo

[2] Franciscus de Soderinis tituli Sanctae Susannae praesbiter cardinalis Vulterranus

[3] Spectabilis vir, compater carissime, come sapete, dovavamo partire domattina per Furlí; ora si è mutato proposito, e domani sarà consistorio, né si vede altra causa d’importanzia che lo essaminare el modo delle censure contra Bononienses.

[4] In questo punto, lo ambasciadore del re di Castiglia ha significato alla Santità di nostro Signore come quella Maestà è morta in Burgos di quelle febbre che in Italia si chiama mazzucco; e perché questa morte potria causare o la ritornata del re Ferrando, o altri moti di importanzia, e li vostri eccelsi Signori non ne avere sí presto notizia, ci è parso mandarvi questo a posta, acciò lo facciate subito intendere alla Signoria, ché questa morte darà la sentenzia del re de’ Romani e molte altre cose.

[5] Questa Santità oggi ha fermo Ramazzotto con 750 fanti e Nanni Morattini con 300, e dato ordine d’averne fino in cinque o sei milia a sua posta, e mille sono li feltreschi, e li Franciosi ne mêrranno seco da 4 in cinque milia.

[6] Questi Bolognesi hanno mosso qualche pratica e chieggono si mandi dua cardinali a vedere e reformare; ma nostro Signore è nella sentenzia lo lasciasti.

[7] Dicesi partiremo domani dopo desinare, il che a noi pare difficile, ma l’altro dí doverrà esser a ogni modo.

[8] Avvisateci come trovasti le cose a Furlí e come le troviate costí.

[9] Bene valete. Cesene, vi Ottobris 1506.

133

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 6 ottobre 1506)

[1] Nicolao Maclavello secretario Florentino apud Pontificem maiori suo observando. Alla corte

[2] Niccolò onorando, io non ho dato a Piero del Nero quelli danari, e la causa fu perché io sono sí bene âgio che non pote’ valermi d’uno fiorino per rimettervi quello ne aveo cavato. [3] E poiché non volete gnene dia, non lo farò; anzi, per il primo cavallaro che verrà a Castracaro li manderò al Ruffino, con ordine ne segua l’ordine vostro. [4] Né di questo accade parlare piú.

[5] Questi signori Dieci, in sulla domanda vostra di qualche danaio, dissono: « Elli è ben ragione, noi lo faremo ad ogni modo »; e stamani mi disse el gonfaloniere che voi gnene scrivevi per quella li dètti, e che oggi li parlassi, e cosí farò. [6] E credo sanza manco per il primo mandarvi qualche provvisione; e statene sopra di me, ché il chiedere non mancherà.

[7] A Giovambattista Soderini leggerò quel capitulo, come feci l’altro; ma voi vi volete scusare sempre, o con la trascurataggine o con le faccende, e questo non basta alli amici, perché vogliono essere riconosciuti per tali. [8] E io sono in modo fracido a fare scuse per voi, che se vo’ fussi mie padre arei piú d’una volta detto: « Vadi a recere ». [9] Scrivete una volta se voi desti la lettera d’Alessandro a San Giorgio, o se mai lo rivedesti poi dal primo avviso me ne desti. [10] Se voi sapessi quanto v’è amico, ne terresti altro conto; ma voi siate un cazzellone, e chi vi vuole, vi trassini col bastone.

[11] Io non voglio mancare di dirvi, benché lo potessi differire alla tornata, che per chi vi fu presente, e piú d’uno, che *Alamanno, sendo a Bibbona a tavola con il Ridolfo, dove erano ancora molti giovani, parlando di voi disse: « Io non commissi nulla a cotesto ribaldo, poi che io sono de’ Dieci »*, seguitando el parlare in questa sentenzia, o meglio. [12] Notate questo, se voi non fussi bene *chiaro dello animo suo affatto*; e ingegnatevi di esserci avanti le rafferme. [13] Potre’vi scrivere molte altre cose, sed coram copiosius.

[14] Questa mattina ci sono suti avvisi in questi Uguccioni della morte dell’arciduca, in 4 dí, di riscaldato e raffreddato: cosa veramente di grandissimo momento, perché si tiene per certo, e a quest’ora ne è l’avviso costí. [15] Non si stima però che abbi tale nuova a fare ritornare indrieto el re d’Aragona, che per li ultimi avvisi s’aspettava a Genova; perché quelli baroni di Castiglia hanno el suo figliolino nelle mani, e vorranno governarlo a loro modo, come feciono ’ Fiamminghi del padre; né anche si fiderebbono di lui, per essersi una volta inimicati etc. [16] E però, vedendo Sua Maestà la cosa incerta, e sendo oramai vicino a Napoli, che è suo certo, e da non lo stimare manco che la Castiglia, si fa giudizio verrà avanti: che Dio lo voglia, per il bene di Italia. [17] Se pure tornassi indrieto, ci sarà pure questo bene: che li ha seco Consalvo, e non lo doverrà ragionevolmente volere piú nel Regno. [18] È giudicata questa cosa molto a proposito del Cristianissimo, e il contrario de’ Viniziani, che non potranno piú usare la maschera dello imperatore, né lui passare in Italia; e li dua re sopradetti sanza respetto procedere all’acquisto di quello tengono di loro. [19] Perché, mancando questo sospetto al Cristianissimo della passata del re de’ Romani, mancheranno quelli respetti che lo facevano tanto intrattenerli; e il papa ancora doverrà piú liberamente e piú animosamente cercare il suo. [20] Sono cose che bisogna, a non volere ingannarsi, rimettersene al successo.

[21] Per lettere di Francia de’ 25 s’intende il medesimo che scrivete voi della larga e onorevole concessione fatta al papa delle gente, e di piú una caldezza oltr’a misura del legato in favore di Sua Santità. [22] Ma la condotta di Giampaulo è dispiaciutali fino alla anima, perché nel parlare Sua Signoria disse: « El papa ci dovea adiutare castigare quello mecciante, che ci fece etc. [23] Ma avanti che ’l giuoco resti, noi ci varreno ad ogni modo: indugi quanto può, che non la camperà ». [24] Danno al Papa 550 lance, e di piú messer Mercurio greco con cento cavalli leggieri, 8 cannoni grossi e piú altri pezzi d’artiglierie, e Ciamonte per capo. [25] E hanno ordinato che il conte Lodovico della Mirandola sia tratto di stato, e messovi el conte Giovanfrancesco.

[26] El re d’Inghilterra non ha volsuto pubblicare el mariaggio di madama Margherita, perché pare che il duca di Savoia perissi di mal franzese e che lei ne patissi; e in su questo sospetto sta sospeso. [27] Di che ’ Franzesi hanno pensato valersi con tenere pratica di darli la damisella d’Angoleme, *non per concludere, ma per tenerlo sospeso* e farlo ire rattenuto nello adiutare l’arciduca contro a Ghelleri.

[28] El Cristianissimo è partito da Bles e viene verso Borges, e, non passando l’imperatore, si tornerà indrieto con animo resoluto venire a primavera in Italia. [29] Quivi non era ancora avviso della morte dell’arciduca; e di piú hanno ordinato di guadagnarsi el duca di Savoia per piú respetti. [30] Le vostre lettere mandai a bottega di Piero del Nero.

[31] Addio. Florentie, die 6 Octobris 1506.

Quem nosti Blasius

[32] Non rispondete dello avviso vi do di quello ragionamento *fatto a Bibbona*

134

Piero di Francesco Del Nero a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 6 ottobre 1506)

[1] Nicolao Maclavello, secretario Florentino. Alla corte del Papa

[2] Tanquam fili, scrissivi sabato, che sarà comparsa, e per essa intenderete Francesco essere alla volta di Napoli per ricatto delle robe tolteci, che crediamo là ci sarà fatto piú in fatto giustizia che a Vinegia, e massime essendone quasi suti invitati dal Gran Capitano: che è ragionevole, perché la ingiuria è suta fatta a loro, perbeneché il danno a noi.

[3] I Viniziani sono donatori de’ buon giorni; nientedimeno, si scriverrà Âlessandro de’ Nerli adoperi il bisogno, che per questo non manchi. [4] Francesco dovrà essere infra 2 dí a Napoli: quando abbiàno qualcosa, vi se ne dirà, e avendo bisogno piú d’uno favore che uno altro, oltre a quegli s’hanno costí, vi si farà intendere.

[5] Totto potrebbe, per lettere abbiamo, a ognora essere in Ancona: Iddio per tutto lo salvi. [6] I ducati x di camera s’è ordinato si paghino, che a questa ora debbe essere fatto; e si mandò la lettera al dipintore; e s’è mandato la lettera alla Marietta, che sta bene con la brigata in villa. [7] Né per questa altro. Iddio con voi.

[8] In Firenze, addí 6 d’ottobre 1506.

[9] Arete inteso la morte del re Filippo di Spagna, che debbe essere per guastare ’ disegni.

[10] Vostro Piero di Francesco del Nero

135

Pier Francesco Tosinghi a Niccolò Machiavelli

(Castrocaro, 6 ottobre 1506)

[1] Spectabili viro Niccolao Malclavello secretario et mandatario Florentino apud Summum Pontificem suo carissimo. Alla corte

[2] Niccolò carissimo, questa per fare coverta ad uno vostro pacchetto di lettere avute da’ signori Dieci.

[3] Aspettianvi ad ogni ora dalla banda di qua, perché voi vegnate a riposarvi qualche dí con esso noi. [4] Non enterrò in darvi nuove, perché da Firenze so ne sarete ragguagliato. [5] Queste vi mando per mano del vescovo de’ Pazzi, al quale accade mandare costí ad ogni ora. [6] Piacciavi farci parte delle nuove di costà, che so state in mare magnum.

[7] Né altro mi occorre, salvo offerirmi a voi. Che Dio vi guardi.

[8] Ex Castracaro, die vi Octobris mdvi.

[9] Petrus Franciscus Thosingus Commissarius etc.

136

Pier Francesco Tosinghi a Niccolò Machiavelli

(Castrocaro, 9 ottobre 1506)

[1] Spectabili viro Niccolao Maclavello secretario et mandatario Florentino apud Summum Pontificem carissimo

[2] Spectabilis vir carissime etc., poi vi partisti di qui non vi ho scritto, né ho vostre. [3] E questa perché in questo punto ho avuto da Firenze uno pacchetto di vostre lettere, le quali vi mando per il presente latore che le ha portate qui. [4] E cosí ho avuto uno summario di nuove, con ordine che io lo legga e dipoi lo leghi sotto le vostre; e cosí ho fatto.

[5] Né altro mi occorre, salvo offerirmi a voi, pregandovi ci facciate parte delle nuove di corte.

[6] Ex Castracaro, die ix Octobris mdvi, hora 23 diei.

[7] Petrus Franciscus Thosinghus Commissarius Generalis

137

Ottaviano Da Ripa a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 9 ottobre 1506)

[1] Spectabili viro Niccolao de Machiavellis patri honorando etc.

[2] Spectabilis vir etc., li Operai vi ringraziano assai e tengansi satisfattissimi della opera vostra, e se altro accadrà ve ne scriverranno. [3] Sa bene loro male che il Colonna non si contenti dello onesto; sperano che dipoi la lettera del gonfaloniere al reverendissimo Volterra arà giovato, sí che Sua Signoria Reverendissima lo abbi a posare.

[4] Iacopo Ciacchi vi ringrazia ancora lui assai; Andrea Cambini attende risposta; e io sono a’ piaceri vostri, e vi priego mi raccomandiate infinitamente al reverendissimo padrone mio e compare vostro.

[5] In Firenze, addí 9 di ottobre 1506.

[6] Vester Ser Ottaviano Ripa

138

Pier Francesco Tosinghi a Niccolò Machiavelli

(Castrocaro, 10 ottobre 1506)

[1] Spectabili viro Niccolao Malclavello secretario et mandatario Florentino apud Summum Pontificem carissimo. Forlivii

[2] Spectabilis vir, amice carissime etc., oggi vi scrissi e vi mandai per il Mancino corriere uno piego di lettere avute da Firenze. [3] Dipoi ho la vostra per lo arciprete, e con essa una a’ Dieci, la quale ho mandata, e credo vi sarà domandassera. [4] Ho inteso dal detto arciprete el pericolo ha portato el nostro reverendissimo Monsignore, che mi ha dato spavento; pure, per grazia di Dio, non ha impedimento. [5] Mando con questa uno mio servidore con una al prefato Reverendissimo, el quale prego indirizziate a sua Reverendissima Signoria, e a quella vi piaccia raccomandarmi e offerirmi.

[6] Io sono stato con questi uomini, e dispostili in modo che credo che domenica infallanter faranno parte di loro debito. [7] Arei caro conducessi el Reverendissimo qua, ancora che non ci sia modo ad onorarlo come richiederebbe la sua Reverendissima Signoria, alla quale iterum vi prego mi raccomandiate. [8] Né altro mi occorre. [9] Piacciavi farci parte delle nuove avete costà.

[10] Ex Castracaro, xa Octobris mdvi.

[11] Petrus Franciscus Thosingus Commissarius etc.

139

Pier Francesco Tosinghi a Niccolò Machiavelli

(Castrocaro, 10 ottobre 1506)

[1] Spectabili viro Niccolao Maclavello secretario et mandatario Florentino apud Summum Pontificem suo carissimo. Forlivii

[2] Spectabilis vir etc. Niccolò mio, e’ bisogna che voi adoperiate con il reverendissimo cardinale di Volterra che io, per mezzo di Sua Reverendissima Signoria, ottenga una grazia dalla Santità di Nostro Signore, ma vorre’la gratis e sanza spesa. [3] E questo è che io ho uno mio figliolo, che all’ultimo di questo fornisce xxii anni, el quale vorrei fussi dispensato in potere tenere benefici curati, perché messer Niccolò mio fratello li vorrebbe renunziare uno de’ sua, e io non vorrei avere a spendere. [4] E però vi prego ne parliate con il Reverendissimo, e facciateli fe-de che e’ farà questo beneficio ad omo che farebbe per lui e per la casa sua ogni cosa, e voi lo sapete. [5] Vorrei nella medesima supplicazione fussi ancora a duobus incompetibilia. [6] Io ho fatto segnare piú volte questa supplicazione medesima, ma per non spendere non la ho mai tratta.

[7] Io non voglio mancare di dirvi che quando io tornai di Francia io trovai la Santità del papa in Asti, che era cardinale, el quale mi onorò e fecemi grandissime profferte etc. [8] E credo, quando Sua Santità intenderà che tale grazia abbi a servire a me, conscenderà piú facilmente. [9] Io vi raccomando questa cosa, e pregovi facciate per me quanto io farei per voi.

[10] Questo commune farà domani parte di suo debito, e anche ho fatto qualche opera col comune di Modigliana. [11] Se voi avete nulla di nuovo che si possa dire, vi prego ce ne facciate parte, e non dimenticate el venirci a rivedere. [12] Né altro, salvo offerirmi a voi.

[13] Dio vi guardi. Ex Castracaro, die xa Octobris 1506.

[14] Petrus Franciscus Thosingus Commissarius etc.

140

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 11 ottobre 1506)

[1] Niccolao Maclavello secretario Florentino apud Sumum Pontificem suo maxime observando. A Furlí, o dove diavolo elli è

[2] Compare onorando, io vi arei da scrivere uno mondo di cose, e perché io non so donde mi cominciare, tutto serberò a bocca; benché, non mi avendo resposto ancora all’ultima (credo fussi de’ 6 dí), almeno della ricevuta, potrei sanza carico dare una passata. [3] Non lo vo’ fare per non imparare da voi, che mi avete fatto il medesimo servizio di una di Luigi della Stufa che facesti di quelle di Iacopo Ciacchi l’altra volta fusti a Roma, che andava a Giovanfrancesco Martelli. [4] E se voi dicessi: « E’ non ci è », vi respondo che la dovavate rimandare in qua, e non stimare sí poco le cose come voi fate. [5] Honne becco una canata, ma la fia l’ultima, perché ma’ piú accetterò lettere che mi sieno date che io vi mandi, in modo mi trattate. [6] Fate danno a voi e a me ancora, oltre al dispiacere, che non è piccolo; di questo non se ne parli piú, ché, se nessuno ha ad essere ripreso, tocca a me, che vi conosco, e pure mi vi rificco.

[7] La Eccellenzia del gonfaloniere mi disse che sabato passato chiedessi danari per voi a Francesco Davanzati: non lo feci perché non pote’. [8] Hollo fatto stamani; arò stasera venti ducati, e li manderò a Pierfrancesco Tosinghi a Castracaro, e s’i’ potrò accattare quello fiorino ho speso di vostro, vi manderò anche quello; se non, indugerò a un’altra volta, stimando non vi sia disagio, mandandovi li venti ducati. [9] E se li accadessi mai che io fussi mandato fuora, per compagnia del manigoldo almeno, usate el simile officio per me, se la natura vostra lo comporta.

[10] Voi desti un poco di sevo alla galea nelle cose de’ fanti per quella de’ 5: fu notata e conosciuta. [11] Avete ad intendere che non fu stato Bernardo in officio sei dí, che si fe’ una deliberazione in favore dell’Ordinanza che vi satisfarà: e cosí la cosa va con assai buon favore. [12] Ma le querele ogni dí sono infinite, pure si va riparando.

[13] El Pepe credo verrà presto costí, se si vincerà lo stanziamento, che li danno 3 ducati el dí, e di piú li 200 ducati, e 300 gnene prestono per tre anni; e voi doverrete tornarvene, che lo desidero tanto che non ve lo potrei dire, per fuggire questa briga e starmi in uno cantone a ghiribizzare.

[14] Voi non mi avete ditto cosa alcuna del periculo che portò el nostro Reverendissimo di Volterra, che quando vi penso, per Dio ne triemo ancora: sono frutti che si cavono del seguitare gente d’arme; e quella mula la farei impiccare a ogni modo. [15] Scrissemelo el Ruffino, e fu a proposito, perché ce n’era qualche notizia, e non si sapeva la verità del fine: abbisi cura, per l’amore di Dio, perché saremo privi d’una grandissima speranza.

[16] Questa mattina in Santo Giovanni stetti due ore con Antonio Giacomini: parlamo d’infinite cose e in ultimo di voi; commissemi vi salutassi e ve li raccomandassi, e cosí fo; e andate a recere. [17] La Marietta vostra è in villa, e sta bene con tutta la brigata.

[18] Florentiae, die xi Octobris mdvi.

Vester Blasius

141

Lattanzio Tedaldi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 11 ottobre 1506)

[1] Nobili viro domino Nicolò Machiavelli secretario Florentino apud Pontificem. Iesus Christus. Die xi octobris 1506

[2] Sotto questa sarà una al cardinale Soderino: priegoti la dia per mia parte, e in tempo che la possa leggere bene; e domanda la risposta, e sollecitala e mandamela, che di cosí umile mente ti priego. [3] Appresso, occorrendo (che occorrerà), fara’li intendere quanta senserim de Pontifice, come piú volte ne ho parlato teco; similiter quid de cometa publice in consilio locutus fuerim. [4] Et vale, et me illi commenda. [5] Lattanzio Tedaldi in Firenze

142

Pier Francesco Tosinghi a Niccolò Machiavelli

(Castrocaro, 12 ottobre 1506)

[1] Spectabili viro Niccolao de Maclavellis secretario et mandatario Florentino apud Summum Pontificem carissimo. Forlivii

[2] Spectabilis vir, amice carissime, per la vostra di ieri restai ragguagliato e satisfatto della opera e diligenzia avevi usato appresso il Reverendissimo di Volterra circa quanto desideravo ottenere: di che vi ringrazio, e vi prego, quando ne avete occasione, liene ricordiate, e mi raccomandiate a Sua Reverendissima Signoria. [3] E voi, quando avete qualche nuova, fatecene partecipe come mi promettesti, che delle cose della corte ne siamo molto asciutti, e da Firenze, da quel summario in qua, non ho nuove. [4] Mandovi uno piego di lettere vostre per il medesimo che da Firenze le ha portate con una al Reverendissimo di Volterra: presenteretela. [5] E altro non mi occorre, se non di nuovo mi raccomandiate a Sua Reverendissima Signoria. E vostro sono. [6] Christo vi guardi. Ex Castracaro, die xii Octobris mdvi.

[7] Petrus Franciscus Thosinghus Commissarius etc.

143

Pier Francesco Tosinghi a Niccolò Machiavelli

(Castrocaro, 14 ottobre 1506)

[1] Spectabili viro Niccolao Maclavello secretario et mandatario Florentino apud Summum Pontificem suo carissimo. Forlí

[2] Spectabilis vir carissime noster etc. [3] Niccolò, io ho inteso dallo arciprete di qui che il Reverendissimo di Volterra ha voglia di venire domattina a desinare con noi, che mi sarebbe somma grazia; pregovi lo persuadiate al venire, e, sebbene non aremo da onorarlo come merita la Sua Reverendissima Signoria, non mancheremo di farli una buona cera. [4] Iterum, vi prego ce lo conduciate, ché lo porrò appiè delli altri obblighi ho con voi; e per el presente apportatore vi piaccia risponderne. [5] Mandavisi piú lettere in un piego al Reverendissimo prefato e a monsignor lo governatore, come vedrete. [6] Presenteretele, e avvisate cosí quello avete di nuovo, e quando stimate parta el papa. [7] Le vostre lettere a Firenze si mandòro prestissimo; e, come scrivesti, scrissi a messer Francesco Gualterotti. [8] Alia non occurrunt. Cristo con voi. [9] Ex Castracaro, die xiiii Octobris mdvi. [10] Petrus Franciscus Thosinghus Commissarius etc.

144

Francesco Pepi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 19 ottobre 1506)

[1] Spectabili viro Niccolò de Machiavellis excelse Reipublice Florentine secretario tamquam fratri

[2] Caro Niccolò mio, poi che la mia trista sorte vuole che io abbi a fare quello che io non voglio e che mi dispiace e fammi male, mi bisogna avere pazienzia e ubbidire. [3] Io credo esser costí sabato o domenica infallanter per essere a’ piè de Nostro Signore in nome della città; e a me, oltra ad il male che io ci ho, mi fa paura – e non poca – el sinistro in che io intendo dovere essere chi sta dirieto alla corte. [4] E per questa cagione io vi scrivo questa, e pregovi che quella provvisione che si può fare per voi in cotesti luoghi a beneficio mio perché io alloghi meno sinistramente, che voi non manchiate di farla per me né per denari, né per fatica, perché a me ha a giovare piú lo stare agiato con ogni spesa che evitare ogni danno e avere sinistro. [5] E però voi userete ogni diligenzia che a me non manchi quel bene che si può avere di alloggiamento, con quella provvisione piú che si conviene e al luogo e al tempo che vi si avesse a stare; e io tutto pagherò al giungere mio, secondo l’ordine vostro.

[6] Arò dodici cavalli tra io e la famiglia, 2 staffieri, 3 muli e 2 vetturali; e pregovi quanto so e posso che operiate che io non stenti, massime di alloggiamento. [7] E se la corte dà agli altri oratori alloggiamento, voi arete rispetto non manchi a me per quello medesimo ordine; cosí etiam in nel mio giugnere tutte quelle ceremonie che fussino convenienti o consuete che cen dessino, facendosi ad onore e non faccendosi a carico della città, vi sieno in cura. [8] E io ve ne prego assai, e raccomandomi a Monsignor reverendissimo di Volterra, ad quale scrivo brievemente significandoli la venuta mia, e pregandolo facci adiutarmi che io non stenti. [9] Il che tutto ripongo in voi, e pregovene assai; e sono vostro.

[10] Valete. Florentie, die xix Octobris 1506.

[11] Franciscus de Pepis doctor

145

Francesco Pepi a Niccolò Machiavelli

(Firenzuola, 25 ottobre 1506)

[1] Spectabili viro Niccolao de Malclavellis mandatario Florentino apud Summum Pontificem uti [. . .] etc. Imole

[2] Carissimo Niccolò, io ebbi una vostra ieri di là dal Giogo, che se bene io parti’ giovedí di Firenze, qualche sinistro caso avvenutomi per via mi ha fatto ritardare, perché volevo iersera esser costí. [3] Parto in questa ora di qui di Fiorenzuola, che è levata di sole, e mando il cavallaro con questa. [4] Voi in primis mi raccomanderete a Monsignor reverendissimo di Volterra, e scusatemi del non risponderli, e ringrazieretelo assai della umanità sua e della lettera e delli avvisi, e io manco di scriverli perché mi manca tempo. [5] E questa leggerete a Sua Signoria reverendissima. [6] Io non vorrei allo entrare mio né cerimonie né pompa, quando el luogo ne faccia scusa e conservi la dignità della città, perché a me gioverà piú uno buon fatto per li miei eccelsi Signori che mille demonstrazioni; e crederrei bastassi che costí s’intendessi publice che restassi da me. [7] Nondimeno, io sono per accomodarmi a tutto quello che parrà a Monsignor reverendissimo, perché in minimis et maximis ne ho a seguitare el giudizio e consiglio suo, e con questo animo sono uscito di Firenze. [8] Se paressi che io entrassi stasera solo con uno famiglio, lo farei di notte, perché cavalcherei e lascerei indrieto gli altri tutti, ovvero ch’io soprasegga a Tossignano con tutta la famiglia, perché quando verrò costí solo, sarà come se io non vi fussi. [9] Io ho 8 famigli a cavallo, el figliuolo e il genero, uno spenditore, ser Augustino e io, con 2 staffieri e il cavallaro, e tutti bene ad ordine e bene a cavallo, e ho con meco 4 altri cavagli di uno de’ Peruzzi e di uno de’ Venturi, quali hanno qualche faccenda costí alla corte. [10] Partiron meco, son venuti con me e hanno viso continuare la stanza: questo dico perché intendiate che alloggiamento mi bisogni. [11] E io, poi che ebbi scritto a Monsignor reverendissimo e a voi da Firenze, intendendo io messer Alessandro Neroni esser preposto a cotesta cura dello alloggiare, li scrissi da Firenze pregandolo di bono alloggiamento, perché è coniunzione fra noi. [12] Io desinerò stamani a Piancaldoli, e ’l cavallaro verrà a distesa. [13] Voi lo rimanderete indrieto, e io soprastarò a Tossignano per seguire poi l’ordine che mi darete, communicato arete tutto con Monsignor reverendissimo. [14] Dite a l’archidiacono che io non rispondo altrimenti alla sua, perché non scade, e lo farò di bocca. [15] Raccomandatemi a lui; e bene valete. [16] Ex Florenzuola, die xxva Octobris 1506 hora 13a.

[17] Franciscus de Pepis doctor orator

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Agostino Vespucci a Niccolò Machiavelli

(Bologna, 12 novembre 1506)

[1] Spectabili viro Nicolò Malchiavegli cancellario etc. In Firenze

[2] Niccolò maestro mio etc., iersera messer Francesco mi commisse che io vi scrivessi suo nomine, e che in primis lui vi ringraziava della stanza datali in Imola, dove, oltre all’esser lei umidissima e pericolosa di rimanere alla stiaccia, come sapete, li fu detto e fattoli toccare con mano, il dí davanti che lui partissi di lí per venire qui a Bologna, come, dove lui teneva il capo suo quando giaceva nel suo lettino, avea disopra dal capo nel muro uno braccio di terreno posticcio nel cortile drietoli al muro della camera; e fu veduto con esperienza che quel muro etiam di camera sudava un certo liquore, il quale crede che nel dormire li sia entrato addosso e lo abbi fatto cacare il sangue, sí che 8 dí fece ieri sia giaciuto continue cosí con gotta come etiam con febbre. [3] E il maestro che lo medicava lo affermava, e però non ha voluto passare che voi sappiate il tutto, e che voi volessi una stanza per lui simile a quella avevi trovata per voi. [4] La qual, cosí fatta, li costò 40 lire in xv dí che l’abitò. [5] E però, Nicolò, se voi non mi rispondete, purgandovi in quel modo so saperrete, Sua Magnificenzia rimane con un poco di ruggine con voi. [6] Fatelo, e come vi parrà: non enim deest ingenium. [7] Baccio di Ruffino fu in Imola, e, per quanto mi disse, torneria volentieri costí; e io, che so da uno di Modigliana, per nome ser Zoanni Antonio, che lui ha fatto bene in quegli luoghi e’ fatti suoi e che passa xx ducati di straordinari, non gliene credo. [8] Pur voi, avendone bisogno, scrivete e allegatemi del suo desiderio, e non arete a cacare il sangue voi, o Biagio, o ser Luca.

[9] Non so che altro dirmi per questa, se non che per altra scriverrò di questa magna entrata pontificale qui in Bologna. [10] Son vostro, e raccommandatemi a messer Marcello e a Biagio, a ser Luca, al provveditore, e sotto.

[11] Addio. In Bologna, xii Novembris 1506.Augustino etc.

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Buonaccorso Pepi a Niccolò Machiavelli

(Bologna, 13 novembre 1506)

[1] Spectabili viro Nicolao de Maclavellis secretario fiorentino suo honorando etc. Florentie

[2] Niccolò onorando, io amo l’abbate Bassilio che è qui in questa corte, e voi ho in luogo di maggior fratello; e però, richiesto da esso abbate, includerò in questa mia una sua a don Piero monaco in San Felice in Piazza, la qual lettera lui stima assai sia data fedelmente, onde io per obbedire alla paternità sua vi ricordo che detta lettera non vi si smarrisca addosso: e di quanto averrete essequito mi darete avviso, cioè per chi, come e in che luogo e in mano di chi sia suta presentata, acciò io satisfaccia al compagno vostro diletto, e tanto piú quanto l’umidità del luogo dove voi contraesti la compagnia ricerca che il d si transmuti in l, perché dall’umido comunemente germina qualche cosa corrotta, ma dalla umilità nasce tutta grazia, iusta illud « exaltabit humiles », perché io desidererei che ogni azione di quel prete venerabile e vostra fusse commendabile apud Deum et homines. [3] E cosí ha fatto messer mio padre della stanza umile li lassasti, e lui e io assai ci raccomandiamo a voi; e Bernardo Peruzzi in nel partire da Immola ha aúto a pagare non so che nostro debito, secondo lui dice, ma non mi ha voluto dire chi sia, né per che conto. [4] Io ve lo scrivo per lo onore vostro, e perché siate cauto con chi voi facciate conscio delle cose vostre; e io lo ho confortato a non si dolere, ma piú tosto a ordinarsi a una seconda di piú conto e miglior piatto. [5] E qui sono piú belle fantesche che patrone a Immola. [6] Per avviso. Valete. Ex Bononia, die xiii Novembris 1506.

[7] Deditissimus Bonacursius de Pepis, raptim

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Giovanni Da Empoli a Niccolò Machiavelli

(Bologna, 16 novembre 1506)

[1] Egregio viro domino Nicolao Maclavello, secretario Florentino maiori honorando etc.

[2] Egregie vir maior honorande etc. [3] E vi ringrazio che mi diate ogni dí di queste brighe di dare lettere in propria mano etc., come ho fatto questa: tutto però per servire a voi.

[4] A messer Raimondo pare che indugiate troppo a dare effetto al comparatico, e quando pure indugiate ancora assai, vorria sapere di chi si ha a dolere; pregovi che non li facciate torto.

[5] Potreno fare sanza li vostri fogli e la vostra salina, e infine noi non aviamo bisogno di persone tanto savie, eperò voi ci volete tornare poche volte. [6] La procura verrà come noi siamo fermi, che ancora siamo in aria, e doverremo oramai stare qui un pezzo. [7] A voi mi raccomando.

[8] Bononie, xvi Novembris 1506.

[9] Vester Iohannes de Emporio, Camerarius cardinalis Vulterrani

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Carlo Degli Albizzi a Niccolò Machiavelli

(Bologna, 25 novembre 1506)

[1] Magnifico domino Nicholao de Machiavellis Reipublicae Florentinae cancellario dignissimo plurimum honorando. Florentiae

[2] Magnifice vir et plurimum honorande, salutem. [3] Addí passati ho receputo una lettera de Vostra Magnificenzia a me molto grata, per la quale intendo il nostro reverendo arcidiacono essersi confidato con voi di quella faccenda della quale ancora aveva parlato al reverendissimo Monsignore nostro de Volterra; il quale li ave promisso de aiutarlo. [4] Intendo quello mi avvisa Vostra Magnificenzia circa il parlare io a Monsignore mio reverendissimo de Pavia, che lo farò; e quando di costà intendessi cosa alcuna, vi prego non vi incresca darne avviso, perché piú presto riuscirà a me che a nessuno altro, e di questo vi resterò sempre obligatissimo. [5] E accadendo che diate presto avviso circa provedere il figliuolo vostro di qualche beneficio, farò tale opera che da me vi terrete satisfato. [6] Item, quando vostra donna si apresserà allo partorire, mi farete singulare piacere avvisarmene, acciò, non ci essendo, possa ordinare uno in mio loco; e di questo ve prego, perché, non me lo scrivendo, mi terria ingiuriato da voi. [7] Né altro. Ad Vestram Magnificentiam, quae bene valeat. [8] Bononiae, die xxiiiii Novembris mdvi.

[9] Eiusdem Vestrae Magnificentiae servitor Carolus de Albizis

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Francesco Soderini a Niccolò Machiavelli

(Bologna, 15 dicembre 1506)

[1] Spectabili viro domino Nicolao Maclavello secretario Florentino compatri nostro carissimo

[2] Franciscus de Soderinis tituli Sancte Susanne presbiter cardinalis Vulterranus

[3] Spectabilis vir, compater carissime, per la vostra de’ x ci raccomandasti il vetturale, per il quale aviamo fatto e faremo ogni cosa possibile, e già le cose loro sarebbono espedite bene, se non si fussino a Roma avviluppati e messisi in mano di ribaldi e inimici di cotesta città.

[4] Parci veramente che cotesta Ordinanza sit a Deo, perché ogni dí cresce, nonostante le malignità etc. [5] Aviamo aúto singulare piacere del nuovo magistrato, e preghiamo Dio che la elezione sia tale che ne seguiti uno solido fundamento, perché noi non veggiamo che cotesta città da un tempo in qua abbi fatto cosa tanto onorevole e sicura quanto questa, sendo bene usata; in che e’ buoni debbono mettere ogni loro studio, e non se ne lasciare menare da chi per altri disegni non amassi il bene di cotesta città quanto si conviene in questa sua nuova libertà, dono divino e non umano, nisi corrumpatur malitia aut ignoratione. [6] E voi che ci avete tanta parte, non mancate in alcuna cosa, nisi velitis habere Deum et homines iratos.

[7] Bene valete. Bononie, xv Decembris mdvi.

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Agostino Vespucci a Niccolò Machiavelli

(Bologna, 28 dicembre 1506)

[1] Spectabili viro Niccolò Machiavegli secretario fiorentino suo honorando etc. In Firenze

[2] Niccolò mio onorando, a ciò possiate satisfare a quel vostro parente creditore di Giovan Marco gioielliere, di quanto io ho raccolto di lui vi fo questa. [3] La vigilia di Natale lo ’mbassatore nostro ebbe una lettera dal detto Gian Marco de’ 18 dí, data in Rimino, e dicevali di certe cose sue particulari, e massime di una casa che ci appigionò; e dove prima gli avea dato intenzione non se ne aver a pagare pigione etc., res postea aliter se habet, e lo ’mbassatore, per non gli satisfare molto, iterum cerca di altra abitazione, ancor che mal volentier ci se ne truova.

[4] Intendo che Gian Marco non ha niente di immobile, e qui in Bologna avea una casa, e essendoli suta già ingarbugliata, non la può riavere: lui volea riscuotere 2 mila lire di bolognini diceva aver âvere per conto de’ Bentivogli, e non ne è stato nulla; e non solo non gli ha riscossi, ma non può stare in Bologna, e la causa non intendo ancor bene, etiam che l’abbia sottilmente investigata. [5] Questi due suoi cuccioloni vanno aiolle come tordi balordi, e la moglie di Gian Marco si sta in un monasterio, per non voler stare in una casipola hanno tolta a pigione: vivono di non so che gioie ha di Gian Marco uno ebreo, che è poca cosa. [6] Insomma, se non si cominciassi a piatire e voler entrare in quella casa che è in dubbio se ha ad essere sua o no, qui non è, per quanto intenda io, molta grascia.

[7] Intendo, per ricordi di un vostro e mio amorevol amico, come quelli Nove aranno ad avere, oltre al cancelliere, uno coadiutore o piú: pregovi mi vogliate in questi casi avere per raccomandato, e, veggendo voi sia il bisogno mio piú sicuro che dove io sono, operiate sí e in tal modo che io sia uno di quelli coadiutori, cum pro certo habeam fore ut tu sis Cancellarius illorum Novem, ni locum tuearis quo nunc frueris, quod Deus avertat.

[8] Lo abate Basilio, facto noviter maestro di casa del nostro reverendissimo Vulterrano, si raccomanda a voi et gratulatur tibi de nova militia etc., e dice vi offerisca suo nomine una proda di letto, ma che non vi si potrà menare quel fatto: questo dice sopra el dirgli el Pepe voler chiedere licenza e creder l’abbia ad avere, e voi a venire qua.

[9] Qui non è di nuovo, e dell’imperadore, ancor che ’ Veniziani ne iattino, nondimeno di casa il cardinale tedesco non esce se non che sia o per starsi di là da’ monti o venirsi tutto tutto del papa. [10] E da Napoli non ci è similmente nuove, non ci sendo uomo di quella Cattolica Maestà, di che questo Beatissimo rinniega Dio; e di Francia non ci è se non zucchero e mèle: e aspettacisi in calendimaggio el Cristianissimo.

[11] Dell’avere dato e’ confini questo papa a certo numero di bolognesi non rilieva molto, sendo, ancor che cittadini, cagnotti e emissari di messer Giovanni.

[12] Non dirò altro per questa, se non che mi raccomando a voi ex corde, e voi mi raccomandate a messer Marcello e a Biagio, e salute alquanta al Nobile, a ser Luca e tutti.

[13] In Bologna, addí xxviii Decembris 1506.

Vostro Augustino cancellarius

[14] A Biagio non scrivo, per averli scritto ieri; aspetto ben da voi 2 versi in risposta di questa, e pregovene, o mi fate rispondere a Biagio, casu quo non possiate farlo voi.

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Giovanni Ridolfi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 20 aprile 1507)

[1] Spectabili viro Nicolao Machiavello secretario Florentino tanquam fratri

[2] Spectabilis vir, etc., sarà delle presenti esibitore Antonio di Michele di Giusto dalla Castellina di Chianti, amico mio, il quale pare che voi abbiate scritto e messo in lista insieme cum Michele suo figliolo. [3] E perché Antonio per la età sua non è atto all’armi, e Michele, per essere calzolaio e quello che governa la bottega, non la può lasciare sanza grandissimo incommodo e danno, però vi prego siate contento per amore mio levare l’uno e l’altro di lista e lasciarli indrieto, acciò possino attendere alli loro essercizi, che me ne farete singulare piacere, offerendomi paratissimo a’ vostri beneplaciti. [4] Che Dio vi conservi.

[5] Florentiae, xx Aprilis mdvii.

Johannes Rodulphus

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Lorenzo Berardi a Niccolò Machiavelli

(Cigliano, 14 giugno 1507)

[1] Domino Nicolò di messer Bernardo Machiavegli in Firenze

[2] Nicolò carissimo, per lo Ispratichino e per atri avétte inteso come el Gazza ha fatto mazzi de’ sua salci, che era da alzare le mane al cielo, dapoi era venuto da lui l’andarsene. [3] Sendo istasera a Santa Andrea col prete, ci capitò alle mani dua o tre lavoratori, de’ quali ci siàno risolutti di dàlo a lo aportatore di questa, che sono tre frategli e hano una sirochia, che ve n’è dua da 20 anni, e là è l’atro per guardare le bestie, e sono buone persone e stanosi benisimo, da non vi dare disagio d’acatare nula da voi, e faranoci onore. [4] Ora, el prette, intendendo ch’egli era venuto costí a voi un certo Vetorio che sta a pigione in San Casciano, non ci pare sia el bisogno vostro, perché è piú tosto per atendere a mercatare che a lavorare; e rimane che io vi scrivési, a ciò che voi non vi lasciate inganare da persona, e lui dise che vi iscriverebe. [5] Anch’egli saràvi domatina, e verò a trovarvi, e verà a la ventura anche el prete, e rimareno a questa cosa, sí che intendete da l’aportatore un poco el bisogno vostro di quelo hane a fare, e poi ci risolvereno.

[6] El prete dicce che voi non pensiate a nula, ché ha già ogi fatto segare uno mezzo campo, el resto ha come alogato, e ogni cosa andrà bene, sí che non bisogna che di questo ci pensiate punto, perché hane buono amore a le cose vostre. [7] Non dirò atro. Saròvi domatina e rivedrenci da prèso.

[8] Cristo di male vi guardi. [9] Addí 14 di giugno 1507.

[9] Vostro Lorenzo de’ Berardi, a Cigliano

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Berto da Filicaia a Niccolò Machiavelli

(Pescia, 15 giugno 1507)

[1] Spectabili viro Nicolò Machiavegli, segretario de’ nostri Signori † Al nome d’Iddio, addí 15 di giugno 1507

[2] Carissime etc., iersera a ore una di notte ebbi la vostra, per la quale disiderate intendere se è capitato qua Batista di maestro Iacopo da Bologna, che sta a Buggiano; appresso, se con lui è venuto uno giovene del Gazza, vostro lavoratore e debitore di lire 200. [3] Per avviso, come si mandò a fare el ragionevole servigio, e per non essere lungo, ho quivi nella prigione detto lavoratore vostro (el quale ha la donna e 2 figliuoli a Buggiano), per seguirne l’ordine vostro. Però avvisate. [4] Lui dice essere debitore, ma che ha lasciato tanto che si può pagare, e che s’è partito per non potere pagare el camarlingo e non volere stare per le prigioni. [5] Né altro v’ho da dire.

[6] Vostro sono. Cristo vi guardi. [7] In Pescia,

Berto da Filicaia, vicario e commissario

[8] El bolognese non è in paese, e, secondo uno suo fratello che è comparso quivi, dice lui essere a Bologna. Per avviso.

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Filippo Casavecchia a Niccolò Machiavelli

(Fivizzano, 30 luglio 1507)

[1] Spectabili domino Nicolao Macravello dignissimo secretario apud dominos Novem Militiae Reipublicae Florentinae

[2] « Se io mi dolsi, e ora mi ridolgo », quando io pensavo che tre uomini della qualità vostra avessino ad esser le grucce e il sostegno della vita mia e de risolvermi e’ mia dubbi, e che ora me usciate addosso con sí fatte cose, le quali mi paiono come addimandare quale fu prima, o la macchina del cielo o l’astrologia, o quale sia piú densa, o l’acqua o ’l globo della terra, o qual sieno piú perfette, o le figure triangulate o ’ circuli tondi. [3] Or non sapete voi che poche poche amicizie sono state quelle che in processo di tempo non diventino il suo contrario? [4] E come l’omo innella sua giovanezza, o per me’ dire infanzia, se deletta di mano in mano di mutare le vestimenta e di vari colori, cosí medesimamente si mutano le amicizie? [5] E venendo poi nell’età piú matura, chi per defetto de compressione e chi oppresso da una sordida e meschina povertà, cosí ancora da emulazione di stati e da vari sdegni, fanno tutte queste cose con lunghezza di tempo diventare li uomini, d’amici, innimicissimi? [6] Or non sapete voi che lo imperio e grandezza di Roma fu difatto per conto delle amicizie infinitissime volte? [7] O chi furono maggiori amici che Collatino e ’l figliuolo di Sesto Tarquineo? [8] Per la qual cosa ne venne la ruina de’ regi e totalmente di quella famiglia. [9] E discendendo poi a’ tempi di Mario e Silla, la quale confederazione non fu mai pari, e finalmente ne seguitò la perturbazione di quel pacifico e populare governo di quella città. [10] O non v’è elli noto la fratellanza e cognunzione di Giulio Cesare e ’l magno Pompeo? [11] E cosí ancora de el triumvirato, cioè Antonio e Ottavio e Lepido, che non solamente messono in ruina la patria loro, ma quasi tutto ’l circulo della terra? [12] E se non che l’ora è pure tarda, io empierei una lisima di fogli de esempri ebrei e greci e latini. [13] Ma che bisogna ricercare le cose antiche, quando ne’ tempi nostri moderni, e noi con li nostri occhi, abbiamo piú e piú volte veduto per simili effetti la patria nostra in grandissima ruina e angustia? [14] Dove fu maggiore familiarità e amicizia che infra Dietisalvi e Piero di Cosimo, e cosí ancora poi infra Giuliano e Francesco de’ Pazzi? [15] E vedete che iscelerato fine n’è seguíto.

[16] Ma e’ mi pare de continuo sentire qualcuno di voi che leggendo questa lettera non ischignazzi, e che non dichi: « O queste cose non seguitorno quando l’amicizia durava, ma dipoi che fatti furono inimici! ». [17] E io rispondo che tutti li effetti sono generati dalle cause loro, e però si può dire giustificatamente che quasi pro maiori parte tutte le ruine delle città sieno causate e generate dalle intrinseche e cotidiane amicizie, le quali generono col tempo, e massime nelli òmini grandi, pelle ragioni preallegate di sopra, simili e cotali effetti.

[18] E però, carissimi amici, io ve esorto e conforto e imo priego a volere usare infra voi moderatamente e civilmente, prima perché io giudico sieno piú per durare, e etiam per evitare tutte le suspizioni e gelosie le quali sogliono nàsciare in simile città.

[19] Ma perché questa mia lettera non diventassi cantafavola, farò fine al mio sermone, ricordandovi solamente una cosa: e questo è a pazienzia circa al trionfo di Germania, e chi si fa bello d’avervelo impedito, non ha e non trionferà però dell’Asia, e di coteste cose non v’hâ mancare se non quelle non vorrete.

[20] Nec alia. Ex Fivizana, die xxx Iulii mdvii.

[21] Io ve priego che e’ non vi incresca raccomandarmi al magnifico gonfaloniere quando capitate su; ma questa parola bisognerebbe fussi in sur uno pungetto che aggiugnessi insino a costí, e a mala pena lo facessi; ma io sono chiaro d’una cosa: che voi metterete un dí in oblivione voi medesmo, e basti.

[22] Voi me avvisate che state tutti coll’arco teso che Gigi Mannelli non venga: se voi l’avete a scoccare, scoccatelo nel forame a Masino del Tovaglia. [23] Fatevi con Dio, e attendete a stare lieti; e raccomandatemi a Paolo, a Giovan Batista, a Luigi, a messer Francesco, a Tomaso del Bene, e basti.

[24] Vostro Filippo Casavecchia Commissario

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Alessandro Nasi a Niccolò Machiavelli

(Cascina, 30 luglio 1507)

[1] Spectabili viro Nicolao de Machiavellis secretario Florentino amico precipuo. Florentiae

[2] Machiavel gentile e non sciagurato, che ne sei guarito interamente, avendo per la tua de’ xxiii discorso in modo che sono illuminato di molte cose, alle quale non voglio fare replica, perché el tempo non serve e anche chi scrive ha preso poco foglio, piacemi che ti cacassi la imperial commissione, poi che sei sanificato in tutto, e credo sia molto al proposito, massime tuo, trovarti piú presto a Firenze che in Todescheria, come discorreremo una volta quando saremo insieme.

[3] Le cose si ristringano, e interverrà a molti come a’ fanciulli, che sono qualche volta lasciati fare corpacciate da’ padri o dalle madre di cose che loro ne hanno gran contento, e poi quello è il propio mezzo a tôrli loro. [4] Però chi si trova d’uno buono animo, retto e a Iddio e al ben comune, ragionevolmente in tutti li eventi si può fare giudizio si abbia meglio a resolvere, e sia ricco o povero, o di qualità o non qualità, come si voglia.

[5] Lo amico napoletano interpetra sí bene spesso le cose al contrario, che se commentò quella male, non fu gran fatto: ho molto caro, acciò che tu conosca gli òmini, che interpetrassi a quel modo, e tu lo abbi saputo.

[6] Quando sarà piovuto e rinfrescato, vi aspetto a ogni modo, cioè Alessandro, Biagio e tu; e se alle volte in questo mezzo tu scrivessi, non sarebbe però peccato mortale. [7] Se el battaglione non è in altro termine che tu mi dica, posso farne buon giudizio e vero.

[8] Nec alia. Raccomandandomi a te e al Zampa.

[9] Cascinae, die xxx Iulii mdvii.

[10] Alexander Nasius Generalis Commissarius

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Miguel De Corella a Niccolò Machiavelli

(Firenzuola, 3 agosto 1507)

[1] Magnifico domino Nicolao de Machiavellis secretario dominorum Novem ordinum militie Rei Publice Florentine meo observandissimo. Florentiae

[2] Magnifice vir, per venire lí il conestabile di Firenzuola, non me distenderò a lungo. [3] Solo ho a dire a Vostra Magnificenzia de aver visto tutti li battaglioni, eccetto quelli de Valdelsa, e per quanto ho visto, non è cosa me sia piaciuto piú de questo, e cum altro ordine che li altri, che giuro a quella che òmini già stati in nel misterio venti anni non me ariano potuto meglio soddisfare, senza tumulto e cum una ubbidienzia mirabile, quale non credía, essendo le genti in modo sa Vostra Magnificenzia.

[4] Pertanto, essendo detto conestabile a voi amicissimo, non me acade recomandarlo a quella; solo, avendosi a fare cosa alcuna, prego se vogli de lui servire, perché è per fare onore a quella, alla quale suplico me vogli tenere per ricomandato allo illustrissimo gonfaloniere e a’ nostri signori Nove, li quali dalli retóri de’ lochi delli portamenti mei se poteranno informare.

[5] Nec alia. Ex Florentiola, iii Augusti 1507.

[6] De Vostra Magnificentia piú che suo, don Michel de Corella mano propia

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Miguel De Corella a Niccolò Machiavelli

(Galeata, 12 agosto 1507)

[1] Magnifico domino Nicolao de Machiavellis secretario dominorum Novem ordinum militie Rei Publice Florentine meo observandissimo.Florentie

[2] Magnifice vir, trovandomi qua in Romagna cum tutta la compagnia in sulle osterie, dove non veggo modo il potermi sostentare se Vostra Signoria non me aiuta, pertanto me ocorre a quella recordare e etiam pregare voglia operare che la paga venga, ché soprastando alcuno giorno non veggo commodità il potere vivere. [3] Sicché prego quella non me voglia abandonare, alla quale de continuo me ricomando.

[4] Nec alia. Ex Galeata, xii Augusti 1507.

[5] De Vostra Magnificenza piú che servo, don Michel de Corella man propia

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Miguel De Corella a Niccolò Machiavelli

(Firenzuola, 15 settembre 1507)

[1] Al magnifico messer Nicolò Machiavelli secretario de li magnifici signori Novi mio onorando. In Fiorenze

[2] Magnifico messere Nicolò mio, ho riceputo una lettera fatta a’ 10 di setembre: del che sto el piú spantato omo del mondo, a dirmi che si dice che io sia diventato partigiano. [3] È ben verro che io so’ partigiano di aquelli che serveno la eccelsa Signoria vostra, e che sonno obidienti.

[4] A la parte che Vostra Signoria mi scrive che vole intendere che io volevo pigliare uno di que’ del Bello, ché averà caro sapere la cosa come passò, la cagione si è questa, che, asentato al palazzo de la porta del

capitano de Castrocara, viene a me una povera donna, dicemi: « Signore, vi voría dir diece parrolle per l’amor di Dio ». [5] Di che io m’apartai con essa da uno canto per intenderla. [6] Come fu’ apartato con esso lei, s’inginochiò e cominciò a piagnere, cridando: « Misericordia, iustizia, iustizia! ». [7] Dimandai: « Che cossa hai, bona donna? leva su, leva su ». [8] Disce: « Signore, c’è uno magnano forestiere che m’ha tolto una mia figliola per forza, vergine, e ha fatto quel ch’ha voluto con lei; e mo ricerca di portarmene una altra ». [9] Io li dissi: « Bona dona, è costui in la terra? ». [10] Disce: « Signore sí; datemi due o tre fanti, che io insegnerò chi è ». [11] Allorra ci donai tre fanti, e essa donna mandò uno suo parente con quelli fanti a insegnarcelo. [12] Li dui fanti piglioro per una strada, che furro bene informati che veste portava costui, e l’altro andò con el garzon per una altra strada. [13] Quello ch’andò con el garzon si scontrò con questo magnano, e aveva commessione da me de pigliarlo e menarlo al palazzo, dinanzi al capitano e a me, che l’aspetavamo al palazzo.

[14] In questo darli di picca per menarlo, che esso comincia a fare resistenzia, per modo che stando apresso a una cassa di uno di questi del Bello, o di Pier Francesco, ché io ho poca pratica in quelle casse, entrò dentro, e el fante dirieto, cridando l’uno e l’altro. [15] Sentendo il romor, mi levai da sedere e corsi là. [16] Entrai dentro la cassa, trovai lí Achille del Bello, con uno mezzo lancione in mano, adosso a quello fante mio, discendo che non lo meneria, che s’andasse con Dio, si non, che faria e diria. [17] Io in questo stante, dissemi el fante: « Signore, in questa cambera sta el magnano ». [18] Allorra dissi: « Achille, dàinolo; si non, ch’i’ farò qualche pazzia ogi ». [19] E mi disse che potia fare, che non era per darmello, e non volia che si cavasse di·llà.

[20] Io allor li comandai, per quanto aveva car la grazia de’ nostri eccelsi Signori, ch’andasse in palazzo. [21] Lui mi disse che non ci voleva andar. [22] Allor lo préssi per el petto per menarlo via. [23] In questo giunse el fratello e piú di quaranta òmini di Cicugiano armati. [24] Io allor, vedendo questo, andai di fora, e préssi una rotella e fei armare la compagnia, e ritornai a entrare dentro, deliberando o di aver costui intro le mani o morir, per modo che el capitan medessimo di Castricara venne a lí; e per tanta la furia che c’era, io non lo vidi mai, e tornosene a iscire. [25] Di poi tornò per me, e loro m’impromisseno di menare quello magnano in palazzo, e venire lorro ancorra. [26] E cossí m’iscii de la cassa, e anda’mene in palazzo insieme con el capitan; e di poi a uno poco menarro el malfattorre, e lorro ancora s’apresentorro dinanzi a la Signoria del capitano e a me.

[27] Quando furro a lí, io dissi al capitano: « Ecco qua el malfattore »; e a costorro: « Adesso che so’ dinanzi a la Signoria Vostra, io non me ne voglio piú impaciare; basta che io ho fatto quello che ogni bon servitore della eccelsa Signoria deve farre ». [28] El capitano e uno ser Bacio e uno ser Giovàni che mi sonno amici, e lorro ancora mi sonno amici, ma in quello stante mi tocava piú la camiscia che il giubone, mi pregaron che fascesemo pace insieme, e che io non scrivessi di questa cossa a Fiorenze né farne iscrivere; e cosí l’impromissi di fare, e che io non erro costumato di scrivere né fare iscrivere di queste frascarie. [29] E cosí una matina c’invitorro a desinare a la Signoria del capitano e a me, e desinamo tutti insieme.

[30] Si ve par che in questa parte io abi pecato di Spirito Santo, prego la Signoria Vostra che dica a quessi tali che v’hano contato questo casso che insieme con la Signoria Vostra mi dieno quella penitenzia che pare a lor Signorie, si li par che io abi peccato di Spirito Santo, como ho ditto di sopra: ché io doveva fare altra cossa che io non feo, ché tutti son grandissimi servitor’ di Marzoco di parolle e gran merzé al capèllo, di Castricar e di Modigliana e di Maradi, che vedreben la fedelità dove sta.

[31] Un dí serò con la Signoria Vostra, e vi conterò cosse e faròvi tocar con mano che vi farò spantare, che non le uso iscriverre; ché io ho servito in questo mondo qualche re e dui pontifici, come la Signoria Vostra sa, e non li scrissi mai che non si degnassen di farmi far la risposta, e massime in cosse che fusse in servizio de Lor Santitate e di Lor Signorie. [32] E di quante volte ho scritto a la eccelsa Signoria e al Confalonieri, mai ho aúto risposta, di uno ano e mezzo che io sto con lor Signorie. [33] Ma credo che sia l’usanza del paese cossí; perciò non mi maraviglio.

[34] Io avevo promisso di non scriver di questa cossa, ma m’è stato forza di darne ragion a la Signoria Vostra, che so mi ama e volmi bene; non n’averia scritto per cossa nisiuna a persona del mondo. [35] El capitan di Castricarra passato è meglio informato che non so’ io, e esso potrà dire el tutto a la Signoria Vostra. [36] E credo che lorro non abino scritto di questa cossa niente a Fiorenze perché io apria el sacheto poi, quando credessi avessino scritto niente.

[37] A la parte che dite che io so’ diventato parzial de l’arciprete, non voglio altro testimon si non el capitan di Castricara, che per infin al primo giorno li dissi che seria el meglio che si levassi e l’arciprete e alcuno altro di Romagna, de li quali ne mandai la lista per ser Apardo mio cancilier a la eccelsa Signoria; e tutti li retóri si acardaro con me che ’l si levaseno di Romagna per alcuno anno; e uno ce n’è costà che non bisogna mandarlo, el quale è l’arciprete. [38] Guardate si io l’erro parziale, che dite che io vo con li suoi sequaci. [39] Chi l’ha ditto a la Signoria Vostra ne mente falsamente per la gola, ché io non praticavo con altri si non con uno vechio che si domanda Giorgio de la Golfaia, che pagheria la metà de la roba sua e stare’ in pace; e esso mi prestò uno letto in che io dormissi.

[40] A la parte di Matteo Facenda, fo intendere a la Signoria Vostra ch’e’ v’han ditto la magior falsía del mondo, ché da poi so’ stato in Castricara, non è mai stato in su el tenitorio de’ Fiorentini. [41] E ci hano rotto la testa al capitan di Castricarra e a me che lo volessemo fidare per venire a parlare con esso noi a dire la ragion soia. [42] Noi non l’aviem mai volsuto fare né sentito mentovare, e trovavassi allora a Biagno a Cavallo. [43] E di questo ne serà bon testimonio el capitan di Castricara. [44] E perché cognasciate voi le tristíe di quelli che vogliano macular l’onor d’uno gentilomo, perbenché di queste cosse non me ne curro niente, ne starò al paragon dinanzi a Dio, non tanto a li òmini del mondo, ché dice el proverbio: « Piscia chiaro e incàcane el medico ». [45] Che ho ancora le struzione che Vostra Signoria mi dè già uno ano e mezzo fa, e holle inel core e entro la testa: cioè, che mi disse che io non volessi mangiare mai in cassa di capo di parte, e che non volessi pigliare amicizia con esbanditi che aveseno bando del capo e ribelli della Signoria. [46] È ben verro che in questo tempo ne ho parlato a dui o a tre, che l’ho fidati solamente che mi veniseno a parlare, perché m’avevano promisso di farmi avere de li altri inele mane: de li tre me n’è riescito uno bene.

[47] Preterea, la notte che arivai a la Roca, che veni di Fiorenzola, subito el sepeno a Castricarro; donde ch’andò questo Francisco del Bello, e avisò o fe’ avisare a Matteo Facenda, che stava in la pieve de l’arciprete, come io erra in paesse, che s’andassi con Dio. [48] Donde colui subito cavalcò e misesi in via, donde che ’l diavolo l’aitò, che in questo tempo lui si scontrò con parechi cavalli di Bartalomeo Moratini, inimico suo, che sta in Forlí; de che li deno la cacia per infin a Bagno a Cavallo, e scapò per ugna de cavallo. [49] De che non caveria del capo a Mateo Facenda che costui non l’avesse fatto a posta: de che recerca el ditto Mateo Facenda de far dispiacer a Francesco del Bello, credendo abi fatto ispia a Bartalomeo Moratini.

[50] Come hai saputo tute queste cosse, don Michele? [51] Io vi dirò. Uno povero omo, parente di Mateo Facenda, parlando con esso meco, me dise questa cossa, come Mateo Facenda aveva questo malo animo verso di costui. [52] Di che me n’andai al capitan di Castricara e conta’li questa cossa. [53] Di che mi contò punto per punto come erra verro, che l’aveva saputo ancorra lui; e cosí avisàno che si guardassi el ditto Francesco del Bello. [54] Queste sono le parte che tengo io; si vi pare che sieno parte, giudichelo Vostra Signoria.

[55] A la parte che Vostra Signoria me avisa d’una vigna ch’è d’Anton Corsini, vi rispondo che è ben vero che Feragan di Castricara viene da uno balestier de li mei, solo lui e el figliolo, e pregollo che volesse venir con lui a vendemiar una vigna, la qual vigna erra d’Anton Iacomini; e che certe sbanditi non ce la lasavan vendemiar. [56] De che questo balestrier, esendo stato servitor d’Anton Iacomini, andò con el detto figliol de Feragano (como sai tu questo, don Michele?). [57] Costor si partiro al serar de le porte, e la matina, come viene el giorno, viene uno compagno del ditto balestrieri e dicemi: « El tal se n’è fugito, che se n’andò iersera, e non è piú tornato qua ». [58] Di che io mi levai con furia del letto, venendo con meco molta gente, e cosí scontrai Feragan. [59] Disemi: « Come andate cosí, Signore, infuriato? ». [60] Dico: « Ogni dí mi fa un tristo una burla: me n’è fugito uno balestrieri de li mei. [61] Giuradio, si qualcun me ne capita per le manni, le metterò questa spada a mezzo del core, a ciò che sia sperienzia a li altri ». [62] Disemi Feragan: « Non aviate malinconia, ch’è ito a vendemiar una vigna d’Anton Iacomini con el mio figliolo, che certi sbanditi non la volevan che la vendemiasse ». [63] Dissi allora io: « Come, andare di notte di fora de la terra, senza licenzia mia? Al nome di Dio sia ». [64] Como tornò, ogni omo sa la penitenzia ch’ebe di questo e de l’altre cose triste che lui ha fatto.

[65] Come dite che io cerchi di sadisfar questa cossa, io ne so’ inocente. [66] Feragan viene ogni giorno in Fiorenze: fatelo pigliar e sadisfar a messer Anton Corsini; o vengami una lettera da li signori Otto, e vederà se io li farò pagare piú che non ha pigliato el vino due volte: ché di questa cossa io ne so’ inocente, che non credo che abi condutier la eccelsa Signoria che li vogli meglio che io a messer Anton Corsini. [67] Che si io l’avessi saputo allorra, ce l’averei caciato de li ochi; ma Feragan mi disse che era d’Anton Iacomini. [68] Fatemi venire uno minimo cenno de li signori Otto, e vederete si lo farò sadisfare. [69] Io non voglio mandare la lettera a omo del mondo, si non quando serò a Castricara, che ci serò presto. [70] Manderò per don Nicola, e serà con esso meco: e io serò con el capitan di Castricara, e vederemo achetar questa cossa per modo ch’abi bon fine. [71] Ma si doveria, quando Feragan viene in Fiorenze, che ci viene spesso, farlo pigliare e punirlo molto bene, a ciò che fusse esemplo a li altri, che non andasseno asasinare a questo modo. [72] E di quanto scrivo a la Signoria Vostra ne voglio essere al paragon di Dio e delli òmini del mondo, che io so’ gentilomo e nacqui gentilomo, che non fo cossa che non sia ben fatta e chiarra.

[73] E quando Vostra Signoria sa niente di queste cosse, prego a Vostra Signoria si degni iscrivermi e rispondermi a le lettere che io mando a Vostra Signoria, ché io li scriveria d’ogni cossa quando credessi che la Signoria Vostra mi rispondessi.

[74] Data in Fiorenzola addí 15 di Setembre.

[75] Di Vostra Signoria piú che servo, don Michel de Orella, man propia

[76] Non altro, si no che Cristo conservi a Vostra Signoria in quello stato che essa medesima vole e che voria per la vita mia proprio.

160

Filippo Casavecchia a Niccolò Machiavelli

(Fivizzano, 22 settembre 1507)

[1] Spectabili domino Nicolao Macravello dignissimo secretario dominorum Novem Militiae Reipublicae Florentinae tanquam fratri honorando

[2] Carissimo Niccolò, io ve ho fatto resposta a una vostra pistoletta, la quale in verità m’è parsa piú ammirabile che consolatoria, perché per quella resto piú confuso che mai, e massime intendo non esser l’omo contento in grado nessuno cosí temporale come spirituale. [3] Però non vi dovevi né dovete maravigliare se qualche volta le mia querulante boce alli orecchi vostri trapassano, non trovando requia né tranquillità in questo osceno e pestifero baratro, dove, se bene particularmente ho notato e’ rimedi che in quello si porgono, mi pare che unico sia lasciarsi portare alla iscellerata Fortuna, la quale interamente non apruovo, perché, dilettandosi questa di cose nuove, non vorrei un tratto per mia mala sorta mi conducessi in nel postribulante e publico loco di cotesta città.

[4] Ma se io sapessi dove volgermi colle mie prece, io supplicherei che tutti li mali di questo mondo me venissino prima, in fuora che il pestiferissimo e dispiatatissimo e putrefatto morbo dello omore maninconico, el quale intendo perturbare qualche dilettissimo nostro amico, el quale la natura liberi.

[5] Nec alia. Ex Fivizzano, die xxii Settembris mdvii.

*

Machiavel mio, le tuo buone vivande

benché sien tarde e sanza voglia sia,

pur mi son grate, po’ che tu le mande. 3

E se nuova invenzione o fantasia

ho conosciuto, o ’l tuo divino ingegno,

ribadito per sempre omai mi fia. 6

I’ priego Apollo che mi faccia degno,

con quelle sette suore unite insieme,

ch’i’ gusti el buon licor del dolce legno, 9

e sia capace el vaso del tuo seme,

acciò felice ancor mieta quel frutto

di che l’alma è vivuta in tanta speme. 12

Ma se nascoso el ver m’è pure in tutto,

conosco che sanar mi vuoi la piaga

col male universale e col suo lutto. 15

Ma la moneta tua non ben mi paga,

po’ che non val girare in questa rota,

né l’esser monstro, o quella che par vaga; 18

e s’io ho ben la tua parola nota,

mi par che nulla giovi in questo mondo

né esser Mida o veramente cota. 21

Dunche la mente mia giú nel profondo

di questo batol piú che ma’ si truova,

e non son per trovar ma’ guado al fondo, 24

perché se ’l male o ’l bene altrui non giova,

seguitar vo’ e’ lamenti in ogni loco,

o sie sereno o turbido o se piova. 27

Ma forse s’tu volessi ancora un poco

studiare il testo Di consolazione

sarebbe el mio dolore un po’ men roco, 30

perché si vede con chiara ragione

che quando el mal omor del petto sgombra

salma piú netta vien d’oblivïone. 33

E se ti par ch’i’ non meriti l’ombra

del consacrato legno de’ poeti

dov’ogni alma gentil quivi s’inombra, 36

e ch’i’ non mostri chiari e’ mia decreti,

cagione è ’l tema tuo, che piú confuso

mi fa restare, e beccarmi que’ geti. 39

E già non penso piú, ma forte muso

al cardinale e quel che in Lombardia

di groppa a Peritoo rovinò giuso. 42

E fra me stesso non so qual si sia

el me’ di questo mondo, o lo star lieto

o el lamento far di Geremia. 45

Io non so s’i’ mi parlo o s’i’ sto cheto,

per non legarmi a chieder forse cosa

che a me stesso darebbe divieto. 48

Dunche la fantasia ma’ non si posa,

o ’n su’ gioghi de’ monti o vuoi ne’ piani,

che lassú vento, e l’altra è polverosa. 51

Natura ci fe’ pur al tutto insani

faccendoci infelici, e grande ingiuria

a non ci fare o gatte o topi o cani. 54

Forse la penna qui troppo s’infuria,

ma vacillando seguita la mente

che spennacchiata è ’n sul confin d’Etruria; 57

e d’ogni cosa si pente e non pente:

el mar tranquillo in un punto si turba

e vanne al cielo, e po’ torna nïente. 60

E quando senator, quando di turba,

quando lomblico e quando leofante,

e quando in chiesa e talor ire in furba, 63

non truovo cosa che mi sia costante

a farmi stare in questa gelatina,

o vuoi uom d’arme, o pur semprice fante, 66

o imperadore, o quel del Cavallina.

161

Boccaccino Alamanni a Niccolò Machiavelli

(San Giusto in Salcio, 3 novembre 1507)

[1] Spectabili viro Nicolao de Machiavellis uti fratri carissimo

[2] Tanquam frater amantissime etc., l’apportatore di questa sarà Mariano di Verdiano, quale vi mando, come ragionamo. [3] Pregovi fraternamente operiate ch’e’ resti nel luogo ragionato, ché non mi potresti fare maggior piacere, restandovene obbrigatissimo e mettendolo nel numero degli altri ho con esso voi, offerendomi paratissimo al simile a ogni vostra reghisizione. [4] E diteli di mano in mano quello ha a fare, e tanto farà.

[5] Nec aliud. Ex plebe Santi Iusti, die 3 Novembris 1507.

Vester Bocaccinus A.

162

Alessandro Nasi a Niccolò Machiavelli

(Cascina, 12 novembre 1507)

[1] Spectabili viro Nicolaio de Machiavellis secretario Florentinae Reipublicae et compatri suo. Florentiae

[2] Compare, ieri mi fu presentata una vostra per Matteo da Caprigliola, al quale ho promesso che stia vigilante; e come si darà danari a fanteria, lo faremo mettere in una di queste compagnie; e se veniva prima 4 giorni, entrava innella guardia di Vico sotto Morello da Campo Giallo. [3] Faròlli piacere volentieri, non già per amore vostro, ma per chi ve ne ha richiesto etc.

[4] Se verrete insieme col Granico a starvi x dí farete bene, e allora diventerete el Rosso: lo accomodarsi a’ tempi e a’ luoghi è natura di savio, però non sarà inconveniente al ritorno tornare alla natura del Guicciardino.

[5] La natta dell’imperadore sarà vera, ma al contrario di quello volete dire voi: venga pure, che a ogni modo dal male spero bene, et necesse est ut scandala veniant, vhe autem homini illi etc.

[6] Direte alla Eccellenzia del gonfaloniere che quello Rosato romano si morí 4 dí sono a Lucca, e era omo di mala vita e grande stradaiolo; e però della pratica sua si posseva sperare piú presto bene che male. [7] El frate anche si morí, e non fu a proposito; e se non fu veneno, fu paura.

[8] Aiuti Sua Eccellenzia la pratica d’Alfonso, perché è piú presto da cavare frutto di lui per questo modo che io sento ragionare, che averlo morto, o, quando bene si tenessi vivo, tenerlo disperato. [9] El compare mi ha molto rincorso di questo conte Lodovico, che diavolo sarà! [10] Io ho una volta scritto el vero, e se è dispiaciuto a persona, suo danno, una volta sono di questa natura di camminare con la realità a beneficio del pubblico, sanza alcuno respetto privato, né sono per innamorarmi o fare parentado con nessuno di questi capi, o per fare idoli: sí che chi vuole dire dica, e vadino a recere. [11] Rispondete a questa lettera a ogni modo.

[12] Cascine, die xii Novembris 1507.

[13] Alexander Nasius Comissarius Generalis

[14] Dite al compare Biagio che per la fretta ier mattina lasciai di dirli che al partire in manu propria dètti la sua lettera e il comandamento de’ Dieci; e sarà costí domani, sendo oggi partito. Vale itterum.

163

Roberto Acciaiuoli a Niccolò Machiavelli

(Roma, 4 dicembre 1507)

[1] Al suo onorato secretario delli eccelsi Signori Niccolò Machiavelli carissimo. In Firenzie

[2] Honorande secretarie, per la vostra ho inteso parte di vostro desiderio, ma acciò io possa esplorare cosa e che regga al martello e sia perpetua, bisogna che io abbi piú particular notizia di vostra intenzione e disegno del magistrato, perché voi sapete che hoc nomen bargelli apud strenuos viros odio est, et omnes stomachantur; perché mi pare sia da far differenzia da un bargello a uno disciplinatore per cotesto essercizio. [3] E perciò mi darete nota che grado ha a tenere, che auttorità, che essercizio, che provvisione e che condotta. [4] Et isto interim andrò indagando di omo a proposito nostro, e di tutto vi darò avviso.

[5] Io fo un poco di favore al Sofí, perché io comincio a rintenerir di lui qualche poco, perché questi preti ribaldi m’hanno condotto a quello che io mi acconcerei per le spese con lui volentieri; sicché venga a sua posta, che io non recuserò di andarli oratore. [6] E so che voi non men volentieri ne verrete con meco, iuxta illud disse Rinaldo: « Tu credi che io andassi, che ’l mio Dodon con meco io non menassi? ».

[7] Vale, et cum datur ocium quandoque scribas, Zefiumque nostrum tibi commendo, cum sibi benefitio esse potes, Blaxiumque saluta et Marcello me commenda.

[8] Romae, die iiii Decembris mdvii.

Robertus Acciaiolus orator

1508-1509

164

Niccolò Machiavelli a Piero Soderini

(Bolzano, 17 gennaio 1508)

[1] Illustrissimo domino Petro de Soderinis Vexillifero Iustitiae populi Florentini, domino unico

[2] Illustrissime Domine, Vostra Signoria vedrà quanto si scrive delle cose di qua, che è insomma quanto si può dire volendo porvi innanzi alli occhi queste cose; ciò che altro si dicessi, bisognerebbe entrare in fare giudizio, il che si aspetta a chi è costà piú che a chi è qua. [3] Dico solo questo, che molte cose mi fanno credere e molte non credere, tale che io sono al tutto in aria; pure pendo piú dal sí che dal no, mosso piú tosto dal giudizio de’ piú che dal mio.

[4] Raccomandomi alla Signoria Vostra, e vi fo fede che per uno disperato viaggio egli è quello che io feci, come el Diavolaccio vi potrà referire (el quale vi spedireno quando areno da dire altro), io so che non bisogna pregarvi che voi non mi lasciate qui solo, perché a farlo voi peggioreresti qua vostre condizioni, e costí vi sarebbe carico. [5] Sono bene contento, quando e’ paia costí, starci qualche dí e fare el mero cancellieri di Francesco, né scriverrò piú al pubblico, ma qua farò quel poco del buono intenderò, ancora che la stanza mia qui sia al tutto superflua. Raccomandomi a voi.

[6] Ex Bulsano, die xvii Ianuarii 1507.

[7] Servus Niccolò Machiavegli Secretarius

165

Cesare Mauro a Niccolò Machiavelli

(Colonia, giugno 1508)

[1] Maiori honorando domino Nicolao Malchiavello

[2] Spectabilis maior honorande, tanta rerum copia et quidem ridicularum abundo, ut quid primum mediumve canam prorsus ignorem; proinde silere satius esse duxi quam pauca dicere: id tamen non praetermittens, quod « saepe minus faciunt homines qui magna minantur », quorum ex montibus, magno cum fragore parturientibus, nascitur ridiculus mus. [3] Quo territus, Herculanus ad nos confugit, ubi cachinno pene dirumpitur, quamquam Venafrani misereatur, cui hostilem incursionem evitare vimque repellere non licebit claudicanti, Bartholum, Baldum, Cinum, Joannem de Porco aut de Bella Pertica inter arma alleganti, ubi leges penitus silent. [4] Igitur, ve misero, nisi ab Antimacho nostro nequaquam desperante foveatur, quoad subsidia solito more accurrerint ad arcendos hostes qui finitima aucupantur in dies oppida, venantibus aliis! [5] Sed de his hactenus.

[6] Chartas de quibus me in tuo digressu allocutus es, etsi accuratissime quaesivi, nusquam tamen potui adhuc invenire, quod equidem non parum miror, praesertim quom in aliquot inclitis urbibus, ubi litteratoria vigent gymnasia, scrutari apud bibliopolas non desierim. [7] Si aliubi forte reperero, te habiturum puta; non enim tui sum immemor, cui et animum et corpus et tenue peculium dedicavi.

[8] Interim recte vale, et me tibi summopere commendatum commendes, quaeso, magnifico domino Francisco nostro, quem Deus sospitem conservet. [9] Citius ad vos redire non potuit cursor honesta de causa, quam ipse coram latius explicabit.

[10] Ex Colonia, die [. . .] Junii 1508.

[11] Filius Caesar Maurus cancellarius etc.

[]

[1] Al mio maggiore onorando messer Niccolò Machiavelli

[2] Spettabile maggiore onorando, abbondo di cosí tante cose, e davvero ridicole, che non saprei proprio quale raccontare per prima e quale per seconda; perciò ho ritenuto che fosse meglio tacere piuttosto che dire poco, non tralasciando questo, tuttavia, e cioè che spesso meno fanno proprio gli uomini che profferiscono grandi minacce, dai monti dei quali, che partoriscono con grande fracasso, nasce un ridicolo topo. [3] Spaventato da questo, Ercolano si è rifugiato presso di noi, dove quasi scoppiamo dal ridere, benché si abbia compassione del Venafrano, il quale, claudicante, non potrà – anche se allega in mezzo alle armi Bartolo, Baldo, Cino, Giovanni di Porco o di Bella Pertica – evitare l’attacco dei nemici e respingere il loro assalto, in un luogo in cui le leggi tacciono del tutto. [4] E allora, ahi, misero lui, se non fosse stato sostenuto dal nostro Antimaco – che invano si dispera – fino al momento in cui non fossero giunti, al solito, i rinforzi per tenere lontani i nemici che di giorno in giorno perlustrano le città vicine, mentre gli altri vanno a caccia! [5] Ma di questo basti quanto già detto.

[6] Pur avendo cercato con la massima attenzione, non sono riuscito a trovare da nessuna parte, per adesso, quegli scritti dei quali mi hai parlato quando sei partito; del che in verità resto non poco stupito, soprattutto perché non ho trascurato di esplorare le librerie di diverse celebri città, dove sono attive scuole di grammatica. [7] Se per caso li trovassi altrove, tieni per certo che te li farò avere: infatti non mi sono scordato di te, al quale ho consacrato l’anima, il corpo e i miei scarsi averi.

[8] Nel frattempo, stai bene, e ti prego di raccomandare me, che ti sono sommamente raccomandato, al nostro magnifico messer Francesco, che Dio lo conservi salvo. [9] Il messo non è potuto tornare prima da voi per una valida ragione, che lui stesso vi spiegherà piú distesamente di persona.

[10] Da Colonia, [. . .] giugno 1508.

[11] Vostro figlio Cesare Mauro cancelliere ecc.

166

Roberto Acciaiuoli a Niccolò Machiavelli

(Roma, 1 luglio 1508)

[1] Spectabili viro Niccolao de Machiavellis secretario excelsorum Dominorum, amico carissimo. Florentiae

[2] Spectabilis vir, etc., in questo punto mi è suto presentata la vostra, spacciata a posta; e di quanto ne avvisate per essa se ne seguirà el disegno e ordine vostro, e non se ne parlerà insino che per altra ne sarà commesso. [3] Della de’ Ruscellai non ho ancora notizia, ma vo conietturando qualche mala spesa; e volessi Iddio che noi cominciassimo un dí a riconoscere e’ buoni da’ cattivi.

[4] Delle cose di Alamagna voglio ci riserviamo in Santa Liperata col Casa, la quale desidero e spero sarà presto, che mi pare proprio materia da pancacce.

[5] Vale. Rome, die prima Iulii, hora vero ante primam, mdviii.

Robertus Acciaiolus orator

167

Roberto Acciaiuoli a Niccolò Machiavelli

(Roma, 5 luglio 1508)

[1] Al suo onorando secretario delli eccelsi Signori Niccolò Machiavelli. In Firenzie

[2] Carissime noster, etc., questa mattina è comparsa quella delli nostri eccelsi Signori col comandamento a Mariotto, el quale súbito si fece darli in sua mano, come per la della Signoria vedrete. [3] E vi ricordo che fondiate bene le cose vostre, perché lui è molto gagliardo e di lettere di man di Totto e di altri riscontri. [4] Pure, voi siate prudenti e essaminerete ben tutto. [5] Io li feci una fede, come per altra vi dissi, che io non li avevo offerto farli el pagamento io di quello avessi aver da Totto, ma che Totto era parato a contar seco e pagarlo, se avessi aver da lui; el che dà poca noia, e lui pensava che li servissi a non venire a Firenzie. [6] Duolsi ancora di me, che io dètti l’interrogatori a Lorenzio Machiavelli, perché dice che io li dovevo mandare alla Signoria suggellati; pure questo dà poca noia, perché io non penso che ci si abbia ad usare drento se non verità, e per piú sua cautela e non si possa dolere, ne ha copia ancor lui, e io ancora me l’ho serbata, sicché, venendo e dolendosi di questo termine, saprete che non può allegarvi a sospetto.

[7] Io vorrei che voi raccomandassi al magnifico Signore Gianfilippo Bartoli, e per vostra parte e per mia, una causa d’una sorella di messer Iacopo Salvestri, el quale è omo da bene e dissimile a molti fiorentini che ci sono, nelle cose della città. [8] E perché ha aúto in questa causa tutte le sentenzie in favore, li avversari son ricorsi altre volte alla Signoria, e son suti sempre licenziati; e per trovarsi de’ Signori messer Giovanni Buongirolami avvocato contrario, ve l’ha di nuovo rappiccata. [9] E però vi priego liene raccomandiate, acciò non sia sforzato.

[10] Altro non accadendo, bene valete; e per la lettera della Signoria vedrete la risposta di Mariotto.

[11] Romae, die v Iulii mdviii.

Robertus Acciaiolus orator

Appendice

[1] [. . .] Io gli feci intendere tutto che s’era fatto, e come a Firenze s’era fatte sicurtà di ducati 700 in nome di Leonardo Pitti sopra panni, thalisee e drappi sua e di sua amici, e che si voleva fare tal sicurtà in tale modo; però lo dicemo insieme a Mariotto d’Amerigo, el quale Mariotto per avere inteso che e’ se n’era fatta a Firenze disse: « Datemi la scritta di Firenze; io vi farò su e’ ducati 400, e farò una scritta di nuovo del ritorno poi per la somma che voi vorrete ». [2] Onde da noi gli fu dato la scritta, e il detto Mariotto ne dette ducati 50 a Piero del Bene. [3] E perché tali sicurtà erono a nome di Leonardo Pitti, come s’è detto, però subito andorno parole attorno che tale faccende erano per conto di Girolamo Gaddi, il perché Taddeo, che era allora a Roma, si risentí grandemente; onde Girolamo mi disse che per cosa alcuna non voleva che tale nome di Leonardo andasse piú attorno, e che tutto si facesse a mio nome, e che Leonardo Pitti non si nominasse piú in cosa alcuna, massime a Roma e in queste parte di qua. [4] Di che fermamo che e’ ducati 2000 di sicurtà si dovevano fare per ritorno si facessino a nome di Totto Machiavelli e Francesco del Nero. [5] Allora Mariotto disse: « Io ne voglio dare domani a Gherardo Gherardi genero di Taddeo ducati 200 d’oro, a ciò che lui vegga che queste faccende si fanno a nome d’uomini le possono fare ». [6] Dipoi, avendo io ricerco di lettere di credito insino alla somma di ducati 2000 a Girolamo per tale conto, lui me ne fece fare per mezzo di Mariotto ducati 1000 di soldi da Leonardo Rabia in Tomeo di Nibia, e una lettera fece lui in Iacopo de’ Rossi. [7] De’ detti danari, parte dovevano servire per il resto di quello avevo a tenere fermo di Girolamo, e il resto per dare per aumento per finire e’ panni all’incontro di cere in fiera di Lanciano, o la piú parte d’essi, iusta mio potere, le quali cere faccendo eravamo rimasti che io ne mandassi a Roma tante che Girolamo rifacesse e’ danari che io avesse ricevuti piú, e il resto si mandassi a Firenze a Zanobi di Francesco di Bartolo, el quale le desse in Firenze per avere a essermi pagate in Turchia tanti danari contanti per potere fare le incette. [8] E quando io ricercai a Girolamo Gaddi tali lettere di credito per fare tale effetto, lui mi disse: « Domanda quella somma che accade, e governa la cosa come ti pare e piace, e in quel modo che tu giudicherai fia piú al proposito; e sappia che se tu non domandi, io non so quello che accaggia ». [9] E perché Girolamo non voleva che il nome si scoprissi, cioè il nome suo, in cosa alcuna, ci ordinamo in questo modo: cioè che, accadendo nulla, quello che accadesse noi lo facessimo intendere a Mariotto d’Amerigo, e, accadendo rimettere roba a Roma, noi le indirizzassimo a Bernardo Bini sanza dirgli cosa alcuna per tale lettera di quello che gli avessi a seguire, e che l’una cosa e l’altra fusse come se io scrivessi o rimettessi a Girolamo proprio. [10] E fermo che noi avemo tutto, a’ dí 26 di maggio, poi che noi avemo desinato, io non volevo cavalcare se prima non vedevo fatta tale sicurtà del ritorno; onde io fui spinto da detto Girolamo, perché il tempo della fiera di Lanciano correva, el quale principia l’ultimo giovedí di maggio e dura dí 8. [11] E perché io avesse cagione d’andare, da Girolamo Gaddi mi fu detto: « Va’ sopra di me, che la sicurtà si farà domani per ogni modo; va’, e tienla per fatta », le quali parole disse presente Francesco del Nero e Mariotto d’Amerigo e Leonardo Pitti, e Bernardino Tucci era in luogo che intese alcuna cosa. [12] Andàmone a Lanciano, e per non vi potere venire quell’anno la nave raugea per rispetto di dua galee de’ Veniziani, che stettono tutta quella fiera in porto, nella quale nave raugea vengono le cere, e con e’ mercatanti di tale legno speravo finire parte de’ panni con aggiugnervi e’ danari avevo a ordine per lettere di credito se mi fusse accaduto, onde non venendo tale nave, non adoperai dette lettere, e trassi e’ danari mancava a mettere Girolamo in Filippo del Bene pure sotto el nome di Mariotto d’Amerigo, come eravamo rimasti, e passai di là tutti e’ panni e altre mercatanzie. [13] E perché in detta fiera non si finí panni per nessuno o pochi, trovandovisi Bartolomeo Ugolini che n’aveva somma, volle che io gli pigliasse da lui in credito, e, non gli volendo io, volle che ne pigliasse provvisione; onde io tirai drieto tutto a benifizio comune, e in e’ ragionamenti avemo insieme el detto Bartolomeo e io gli dissi che mi trovavo fatto a Roma la somma di danari 2000 di sicurtà per ritorno di Grecia in Italia.

[14] Non pigli ammirazione alcuno che io non facesse in sul libro né altrove in tal tempo ricordo di quello eravamo convenuti insieme Girolamo e io, perché io fui pregato da detto Girolamo, sí come ho detto nel ricordo, che per cosa alcuna io non ne facessi intendere alcuna cosa a persona, mostrando che non voleva s’intendesse rispetto a Taddeo suo fratello e in quello tempo compagno; ma si vede dall’effetto che e’ fu per ingannarmi, sí come si vede di presente espressamente, perché lui non vuole confessare gli obblighi ha con esso meco, ovvero che noi abbiamo insieme. [15] Ma perché quanto è scritto nel ricordo è la propria verità, io Totto Machiavelli lo ho scritto di mia propria mano, e sono per starne alla ripruova con Girolamo Gaddi o Leonardo Pitti, e qual di loro dua voglia.

168

Roberto Acciaiuoli a Niccolò Machiavelli

(Roma, 29 luglio 1508)

[1] Spectabili viro domino Niccolò di messer Bernardo Machiavelli honorando secretario della Signoria. In Firenzie

[2] Honorande, etc., io mi trovavo a sorte con monsignore de’ Pazzi, quando io ebbi la vostra, e li dissi quanto mi scrivevi, domandandoli se era vero che avessi scritto etc. [3] Di che si maravigliò assai, e mi disse che non era vero e che, non che altro, non conosce Mariotto e non sa niente di questa cosa. [4] E ritrovando che fu messer Lionardo, liene gridò e ebbelo assai per male; sí che escusatene Monsignore con chi ha interesse, perché lui non ha saputo niente, né messer Lionardo sapeva contro a chi si tornassi questa cosa, ché, sendo richiesto da Mariotto e non sapendo etc., non li disse di no.

[5] Dipoi è stato a me Mariotto, e mi ha letta una lettera del fratello che lo avvisa di certa agitazione fatta davanti alla Signoria, e dove pare che li vostri abbino allegato molte cose; di che lui si duol di me e, infra l’altre, d’una fede del cancelliere, che dice che lo aggrava assai, e d’una lettera che Lorenzio Machiavelli ebbe da me, per la quale dice che io li ho scritto che io avevo offerto a Mariotto di pagarlo, se mi dava la scritta. [6] E si duol di me e dice che io non li offersi mai el pagamento: di che dice el vero, perché non lo arei fatto; ma, se mi è venuto scritto a Lorenzio, è stato per errore, ma me ne maraviglio, perché solo credo che io li scrivessi che li avevo offerto di renderli la scritta, e che, avendo Totto a darli niente, che era parato di stare a buon conto. [7] Di che mi ha richiesto fede, e io, perché non creda che io ci abbi passione, li n’ho fatta; e perciò vi prego che quello si ha da monstrare di me non esca de’ termini ragionevoli e veri. [8] E arò caro mi mandiate pel primo una copia di quella lettera che io scrissi a Lorenzio Machiavelli, perché voglio vedere se io son uscito di quanto detto Lorenzio mi commisse.

[9] Della lettera responsiva alla Signoria se ne farà quanto scrivete, e sarà con questa. [10] Ma sarà ben presentarla súbito, perché non sta bene in man della parte, e potete poi trarla facilmente.

[11] Avvisatemi se ’l Vettorio è tornato, e quello voi fate di tanti imbasciatori costí, ché ’l popoletto ne debbe aver boria e ringalluzzar crudelmente.

[12] Vale. Romae, die xxviiii Iulii mdviii.

Robertus Acciaiolus orator

169

Francesco Soderini a Niccolò Machiavelli

(Roma, 3 agosto 1508)

[1] Spectabili viro Nicolao Machiavello compatri nostro carissimo etc. [. . .] Florentiae

[2] Franciscus de Soderinis tituli Sanctae Susannae presbiter Cardinalis Vulterranus

[3] Spectabilis vir, compater carissime, cum la vostra de’ xxii abbiamo el sunto mandatoci, quale avendo avuto oggi non abbiamo ancora potuto visitare; pensiamo bene che serà tale che ci diletterà assai, il che vi significheremo quando lo aremo visto, e siate certo che sarà da noi be-ne usato.

[4] Messer Ramondo sarà stato di costà; e ci sarà grato abbiate parlato insieme, che dell’altre nominate non voliamo dir nulla; parci bene che non bisogni oggi molta interpretazione, quia opera ipsa per se loquuntur.

[5] Non accade ringraziarci del bono animo abbiamo verso Totto, perché lo amiamo non solum propter vos et familiam, sed propter se ipsum, quia sic meritus.

[6] Se per lo avvenire farete di non vi avere a escusare del silenzio, ci piacerà, benché ancora in quello non vi accuseremo.

[7] Salutate el nostro messer Marcello, del quale voi non mi avete attenuto la promessa.

[8] Romae, iiia Augusti mdviii°.

170

Piero Soderini a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 26 agosto 1508)

[1] Amico nostro carissimo Nicolao de Machiavellis secretario et officiali Florentino in felicibus castris Florentinis contra Pisanos. In campo

[2] Niccolò carissimo, qui alla brigata pare che questo guasto proceda molto freddamente; però ci è parso scriverti la presente e confortarti a sollecitare si dia, e in modo che alli inimici restino manco biade si può, e con quanto piú prestezza si può, di che sarete di costà assai commendati. [3] Qui si è detto che li inimici ne avevono seminate in tanta quantità, che se si permetteva loro il riporle, arebbono sentito poco il guasto dato a’ grani. [4] Fate addunque affatto il piú si può, intendendo sempre non vi mettiate in luogo che si corra pericolo di coteste nostre gente.

[5] Bene vale. Ex Palatio Florentino, die xxvi Augusti mdviii.

[6] Petrus de Soderinis Vexillifer Iustitiae perpetuus populi Florentini

171

Giannessino da Sarzana a Niccolò Machiavelli

(Castel San Niccolò, 4 settembre 1508)

[1] Al mio onorando patrone Nicollò Macchiavello, in Fiorenzia. Iesus

[2] Magnifice me honorande etc., a questi iorni io fo’ in Fiorenzia, e Vostra Magnificenzia era in campo; ebe dispiacere di non videre quella; niente di manco, basta la bona volontade verso di quella etc.

[3] Io fo’ con Filipo di Banco, e dísigi come a nome vostro io ho alevato uno orso che al presente è pezi 3, e è tanto dimestico quanto sia posibile. [4] Niente di manco, non lo pote’ condure in Fiorenzia a vostra instanzia. [5] Ora vi fo intendere, se avete modro fallo vinire, vi ne fo uno prezente, e, acetandollo o no, aria a caro intèndrello, aciò non avesse a ire a malle: basta, etc.

[6] Io ho recevuto una da’ signori Nove in revedere queste bandiere, e ciscaduna da sper sé; e spero in Dio avere onore, perché questi òmini si contenteno d’i fati mei, e io de’ loro; el è ben vero che fra loro hanno di multe brighe, niente di manco duro ogni inzegno e fatica per tenirli in pace etc. [7] Item, averia a caro avere una poca di porvere, overo salnitrio per questi schiopeteri, perché insegneria fare loro la porvera fina, e per amaistralli, ma la voria presto, ché vernardí presente, il dí de la Dona, comencerò a vedere una bandiera, e cossí ogni festa le altre, fine che arò misso a ’zequicione la volontade de’ nostri signori Nove etc.

[8] Altro al presente non mi ocore, se non che vi recordo eservi servitore, e di continuo a Vostra Magnificenzia mi recomando. [9] Ancora vi prego mi diate resposta de l’orso, aciò non si perda etc.

[10] A Castello San Nicollò, addí 4 di settembre 1508.

Ianesinus Serzane servitor

[11] Vi prego mi recomandiate a Filipo, e, sempre che piace a quella, le stanzie sonno a vostro comando.

172

Francesco Miniati a Niccolò Machiavelli

(Poggio Imperiale, 28 settembre 1508)

[1] Spetabili viro et maiori honorando messer Niccolò Machiavelli, secretario in palazzo de’ Signori. In Firenze

[2] Spetabilis et maiori honorando, questo dí ho riceuto una vostra de’ dí xviii, per la quale intendo quanto dite intorno alle legne di Giovanpagolo. [3] Lui è piú mesi m’ha voluto vendere dette legne; sempre gli ho dato la lunga per averlo basso col pregio; ora, intendendo la volontà vostra, sono per fare ogni opera. [4] Trovando da fornirmi d’altri boschi, faròllo, e se altro posso per voi, sono a’ vostri piaceri.

[5] Bene valete. Al Poggio Imperiale, addí xxviii di settembre 1508.

Vostro Francesco Miniati

173

Andrea Carducci a Niccolò Machiavelli

(Bientina, 23 novembre 1508)

[1] Spectabili viro Niccolò Machiavegli, in Firenze, honorando. Iesus

[2] Onorando e magiore mio etc., per questa vi mando una aquila grosa di librate 5, la quale sarete contento di mangiarla per mio amore. [3] A me, per adeso, non acade niente, salvo che io vi prieco mi vogliate bene come vostro servitore e che voi mi comandiate, ricordandovi quando Lorenzo Nerli, zio mio e parente vostro, era de’ Signori, vi chiamò ne la sua camera e racomandòmivi. [4] E cosí vi prieco vi sia racomandato. [5] Che Dio vi mantenchi in filicità.

[6] In Bientina, addí 23 novembre 1508.

Servitore Andrea Carducci

174

Niccolò Serristori a Niccolò Machiavelli

(Roma, 7 dicembre 1508)

[1] Carissimo mio e onorando etc., domenica passata riceve’ una vostra de’ xxiii del passato, e perché la riceve’ domenica, prima non v’ho fatto risposta: duolmi non essere stato Giona. [2] Quanto al negozio vostro, ho fatto cercare: dico aver fatto cercare, e non cercato, per la causa che di sotto vi dirò, piacendo a Dio. [3] Trovasi l’amico avere fatte segnare due commessione e averle riscosse da’ cursori, e ciascheduna diritta all’auditore di Camera, ma di queste una sola se n’è trovata presentata, la quale s’è avuto modo di vederla e leggerla, benché sia cosa estraordinaria a chi non ha procura, e non tocca a voi, ma è certa lite per conto di certa donna e dote. [4] L’altra stimo non abbi fatta ancora presentare, come quello non è resoluto bene per ancora de’ casi sua: farò di continuo attendere al séguito e daròvvi avviso, e diròvvi el parere mio, ancora che non lo ricerchiate, perché con Totto non bisogna che io meni cosí e’ colpi a punto. [5] Tutto, dico, se altro troverrò che segua.

[6] Quello che io vi prometto di sopra dire è questa galanteria che voi intenderete: disegnavo dirvela cosí in somma, ma mi muto e narrerovvi tutto el caso, a fine che con lo essemplo mio vi certifichiate meglio quanto è gran pazzia usare con li òmini bestiali e con loro parlare, ché chi è bestiale infine è una bestia in ogni cosa e fa restare da bestia chi si degna di guardarlo, non che altro.

[7] Parlavamo, circa tre mesi sono, Piero del Bene e io sul banco suo, cioè fuori, dove si siede; passeggiava per lí Antonio Segni: invitamolo a sedere, io m’allargai, gli accettò, mettemolo in mezzo. [8] Ecco che Piero del Bene cava fuori uno quattrino stampato da’ nuovi zecchieri, che dovete sapere come e’ Fuccheri hanno la zecca, e non piú Antonio Segni, e quello loda; e poi che Antonio ha detto all’uno e l’altro di noi, domandanti piú cose concernente el mestiero delle monete, fa una digressione che e’ pontefici, o per troppa santità o maggiore occupazione, non pensono all’utile o danno de’ popoli. [9] E io dicendo: « Forse non vogliono pensare all’utile, ma sí al contrario », e lui dicendo che non era el fatto del pontefice, e io, parlando in terzia persona, dicendo: « Altri sono in contraria opinione », lui mi provoca ad ascoltare le ragione per le quale io vedrei che questi tali erano in errore; e io risposi che ascolterei volentieri.

[10] Lui fece uno argumento assai acconciamente, io lo lodai e dettivi risposta; lui replicò, io dètti di nuovo risposta alla sua replica; lui triplica, io rispondo pure, sempre parlando in terzia persona, cioè « e’ dicono etc. ». [11] Allora lui, sorridendo, disse: « El fatto è se la considerazione di questi tali è buona: queste non sono cose di registri e giudizi ». [12] Io risposi che e’ registri e li giudizi sono un’arte come l’altre, e che io non parlavo secondo quelli, ma secondo che io ritraevo dagli uomini che fanno professione di simili cose e che ne intendono, e che io avevo ancora io parlato con la parte mia, e che non pensavo che e’ registri togliessino el cervello. [13] E queste cose ancora io dissi sorridendo, e lui, pure sorridendo, disse, quanto a quello che io dissi avere parlato con la parte mia etc.: « El tutto è se voi vel date ad intendere ». [14] Al fatto de’ registri e del cervello, disse: « Anzi lo tolgono, che ho cognosciuto una dozzina di giudici, avvocati e procuratori capassoni ». [15] Io dissi che non pensavo che cosí fussino tutti, perché io avevo cognosciuti altritanti di mercanti divenuti sensali, e pure a tutti e’ mercanti non era intervenuto questo. [16] Allora lui, pure dolcemente, disse: « Cosí ’ sensali sanno piú di voi altri ». [17] Io dissi: « Antonio, non facciamo inimicizia di questo: voi dell’arte vostra, della quale fate professione, vi intendete bene; quello che io mi intenda della mia, o me ne paia intendere, a voi non toglie e non dà: basta che quello io vi parlo non fondo sull’arte mia ». [18] Risposemi che della sua e della mia s’intendeva meglio di me. [19] Io, per tagliare e’ ragionamenti e non parere che io mi partissi sdegnato, dissi che io non gli parlavo né coll’arte sua né con la mia, ma col cervello mio, e che, del cervello, ognuno reputa averne d’avanzo, e che io mi stimavo averne portato dal ventre tanto quanto lui; e cosí monstrai di pensare ad altro, pure sedendoli appresso.

[20] Stante cosí uno poco, e guardando io verso el ponte, e avendo volto verso di lui collottola, mi senti’ dare d’un pugno nella guancia. [21] Volta’mi stupefatto, e vidi che era stato Antonio, perché ancora era in piè, e che mi voleva monstrare che almanco, poiché io mi ero messo con uno bestiale, dovevo con un buon mostaccione fare el dovere alle sue parole bestiale, che se l’arebbe alla fine avuto, e non volere considerare che si dirà egli. [22] Onde io scesi del muricciolo per mandare lui in Santo Celso; sí che missi mano per uno mio coltello panesco, un poco però grandetto; lui, accorgendosene, si fuggí ’n una bottega accanto a’ Benci, dove sta uno maestro di cinti, e prese un marmo da soppressare per sua difesa; il che io gli sbatte’ di mano, e finalmente, poi che si fu un poco aggirato in uno cantone della bottega, el presi per el petto per ucciderlo, e in quello che diserro el colpo e di già el ferro era al giubbone fui preso di dreto sopra le braccia da uno e ritirato, e un altro mi prese la mano del coltello, tale che con esso non ci era ordine che io mi valessi. [23] In modo che io, dubitando che Antonio non mettessi mano per arme, quale stimavo avessi (e fece monstra sul principio volerla trarre fuori, e non potere per la prestezza e impeto che io usai), o pigliassi qualche altro ferro di bottega, mi tirai dreto Antonio cosí per el petto, tanto che, cosí stretto, lo strinsi al muro, e lui per lo spavento gittò le mani sul coltello, e dicono si tagliò un poco, ché el coltello non tagliava bene.

[24] Poi che fumo stati un pezzo appiccati e stretti, visto che io ero troppo crudelmente tenuto da quelli dua, presi partito fare forza di spiccarmi, sicché, tra che io spignevo e ero tirato, cosí stretto e prigione, col coltello in mano usci’ di bottega, e lui vi si restò: sicché, per paura che la corte non mi stringa a piú che io mi voglia, non esco di franchigia, tanto che, assettate certe cosette, me ne venga a Firenze, dove voglio stare alquanto tempo; e, se non fussi stata questa cosa, dua mesi fa sarei arrivato.

[25] A voi mi raccomando, a messer Niccolò, al priore et complicibus, se bene el nome è vizioso, ché colli òmini da bene e’ vocaboli mutono significato o modo di significare.

[26] Romae, die 7 Decembris 1508.

[27] Vester Nicolaus de Serristoris

175

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 20 febbraio 1509)

[1] Nicolao Maclavello secretario Florentino suo plurimum honorando

[2] Magnifice Generalis Capitanee etc., io non vi scriverrò piú se voi non dite almanco della ricevuta, che avendo costí 4 cancellieri lo doverresti pure fare. [3] El papa ha mandato per semila Svizzeri, e ancora lui comincia a spendere, e questo stoppino lavora da ogni lato. [4] E’ Viniziani fanno el simile, e aiutonsi con le messe e ’ paternostri, e hanno mandato costà, come arete visto per le lettere vi si mandorono, per Tarlatino e Romeo; vedete dove si fondano e’ casi loro. [5] L’imperadore, per quanto si ritrae di queste ultime lettere di Francia, non pare abbi a passare questo anno in Italia: pure s’intende si prepara e di gente e di danari; ma di questo con voi non bisogna troppo parlare, sapendo meglio di noi quello può fare. [6] Spagna, come vi dissi, manda in Puglia gente e artiglierie per la impresa delle sua terre: vedreno che seguirà.

[7] Qui non si pensa ad altro che ad ultimare le cose di Pisa, e non si guarda a spesa alcuna; e el ponte, avanti passi 4 dí, sarà in opera, ché s’è mandato di qui Antonio da Sangallo con assai maestri per questo conto: cosí si è spinto in giú legname assai, e ogni cosa vola. [8] Abbiate cura costí che a uno temporale tristo, ancora che l’armata sia ritirata, non si mettessino ad intrare etc., ché tutta l’acqua d’Arno non vi laverebbe.

[9] Quello vento ch’ i’ vi dissi s’era levato, e non aveva avuto forza, di nuovo cominciò a trarre, e ebbe el medesimo fine, e arà, se altro non nasce; e cicali chi vuole.

[10] El commissario di Cascina scrive che quelli poveri scoppiettieri, cosí mal guidati da quel traditore ribaldo ubriaco come furono, amazzorono 13 cavalli alli inimici e 5 òmini, e feríronne assai, che ha turato la bocca a chi si faceva uomo alle pancacce, e hanno dimonstro essere òmini come li altri. [11] Qui s’ordina di riscattarli ad ogni modo, e fare loro qualche altro bene, per inanimire li altri per lo avvenire.

[12] Scrivete a Niccolò Capponi, che bofonchia e duolsi non li avete mai scritto, e dite a quel cazzo di ser Battaglione che vadi adagio e non si assicuri piú, ché la scusa del piè non varrà sempre, e ricordateli che facci fare prima la credenza alla mano, innanzi che vadi piú là; e raccomandatemi al Baldovino, che ancora elli è uno cazzelloncello. [13] L’amico non ho visto da parecchi dí in qua, perché non ho potuto, e anche le faccende assai che li ha in questo carnesciale non patiscono se li dia molta briga: farenlo in questa quaresima. [14] Avvisate se volete facci altro.

[15] Parlai al Fantone di quello vi scrissi ieri: dissemi che vi era surto 4 altre querele, e che non dubitassi che vi arebbe avvertenzia.

[16] Florentie, die Carnescialis 1508.

Quem nosti

176

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 21 febbraio 1509)

[1] Niccolao Maclavello secretario Florentino suo plurimum honorando. In castris

[2] Niccolò mio onorando, io vi respondo poche parole alla parte toccante el caso del Commissario verso di voi, il che non è punto piaciuto allo uffizio: pure e’ piú potenti sempre hanno ad aver ragione, e a loro si ha ad avere respetto. [3] Voi solete pure essere paziente e sapervi governare in simili frangenti, benché questo fia di poco momento, avendo a stare discosto: e se una o dua lettere lo hanno a contentare, sarà poca fatica. [4] E superius, con chi parlai iersera lungamente di questo, mi commisse ve lo scrivessi, e che io vi confortassi per suo amore ad aver pazienzia, con altre parole da averle care e stimare assai.

[5] Della licenzia non bisogna ragionare per ora, e questo monstra se satisfate o no; ché pure stamani, nel ricercare che voi fate di tenere uno in Mutrone, qualcuno arebbe volsuto vi fussi transferito fino a Lucca a domandare questa cosa; tamen la gelosia che costí non si stessi sanza voi possé piú, e si risolverono tentarla per altra via.

[6] Una cosa vi vo’ ricordare, e questo è, quando scrivete, diciate ogni minimo accidente che segua cosí costí come in Pisa, perché questi particulari satisfanno e empiono la brigata assai, e sono quelli che vi porteranno in cielo: quando vi paia altrimenti, me ne rimetto a voi.

[7] Stasera, da questa ultima in fuora, si leggeranno nelli 80 e pratica tutte le vostre lettere, e cosí si seguiterà, sí che mandatecene qualcuna di quelle che voi solete. [8] Se voi non volete rimandare ser Francesco, respondete di averne bisogno, e farassene quello che voi vorrete. [9] El ponte si sollicita per tutt’i versi, né si può fare piú di quello si sia fatto.

[10] Scrivete ancora qualche volta a’ Nove, perché ognuno vuole essere dondolato e stimato, e pure bisogna farlo chi si truova dove voi; e quattro buone parole con dua avvisi satisfaranno, e parrà sia tenuto conto di loro: fatelo, ve ne prego.

[11] Di nuovo non ho da dirvi cosa alcuna, perché da poi vi scrissi non è innovato nulla. [12] Ieri andai per visitare l’amico: non era in casa, se mi fu detto el vero, che ne dubito; pure, sendo il dí che era, non me ne maraviglio: spero che ora arà piú agio.

[13] Qui si dice che a ser Battaglione è stato rotto el culo e ch’el Baldovino è crepato: avvisate quello che ne sia, che ne stiamo in gelosia grande; e amendua le donne loro fanno mille pazzie. [14] Quel matto di ser Antonio dalla Valle ha fatto uno modello d’uno ponte e vuol fare uno ponte levatoio sopr’Arno, e non se li può cavare del capo, in modo dubito non c’impazzi su: rimediate, se voi potete.

[15] Florentiae, die prima Quaresimae 1508.

Quem nosti

[16] Confortate, vi prego, messer Bandino a rendere quelle bestie sanza andare piú oltre, che non è cosa l’abbi arricchire, e faranne piacere a piú d’uno.

[17] Postscripta. Ho ricevuto la vostra de’ 20, e circa li scoppiettieri io ho fatto el debito in questo, come nell’altre cose vostre; ma bisogna scriviate quanti ne sono presi, quanti morti, e come la cosa stia, ché qui si spasima. [18] La mancia andrà domattina a casa, e con lo amico farò el debito, che fino a qui non ho potuto; e quell’altra faccenda non è ancora giudicata: non so quello ne abbi ad essere.

177

Piero Soderini a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 22 febbraio 1509)

[1] [. . .] amico nostro domino Nicolao de Machiavellis, scribae et secretario Florentino [. . .]item Sergii in [. . .] Florentinis

[2] Nicolò carissimo, abbiamo ricevuto due vostre, alle quali brevemente rispondereno, ricordandovi che il naturale di questo mondo è ricevere grande ingratitudine delle grandi e buone operazioni, non però appresso ciascuno. [3] Fate bene come avete fatto insino a qui, e prima nostro signore Iddio, dipoi qualche persona vi aiuterà.

[4] Il danaio per le fanterie si manderà, cioè sabato o domenica, perché si dia al tempo conveniente e non prima, ché sapete hanno ad avere uno 3° di paga per volta e servire xxxvi giorni, e cosí tornerà loro ragguagliato quando staranno in campo [*. . .*].

[5] Operate che ’ Pisani si tenghino ristretti, e soprattutto che non entrino vittuvaglie né per acqua, né per terra.

[6] Bene valete. Ex Palatio Florentino, die xxii Februarii mdviii.

[7] Petrus de Soderinis, Vexillifer Iustitiae perpetuus populi Florentini

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Giovanni da Poppi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 23 febbraio 1509)

[1] Spectabili viro Nicolao Maclavello secretario etc. maiori honorando in castris. In campo

[2] Spectabilis vir et maior honorande etc., comparse la vostra contenente quello che voi sapete. [3] E sono dipoi stato con l’amico e referitoli la commissione vostra, e quanto al volere delle cose mi disse volervi aspettare, e che in questo mezzo ne compererà e farà il meglio potrà; e li è suta tanta grata questa cosa quanto è possibile, e volle vedere la lettera vostra, e vedutola non la volle rendere. [4] Ragiona’li dipoi se disegnava cansarsi all’uscita di colui. [5] Respose: « Noi vedreno come la cosa terminerà; e secondo che ci sarà detto mi governerò, il che mi sarà fatto intendere e da Biagio e da altri ». [6] Io approvai tutto, offerendoli, in caso del cansarsi, le cose mie e sue per l’ordinario, e l’accettò in tal caso. [7] Lui si raccomanda a noi, confortandovi a manco disagi che potete etc.

[8] E’ Nove si ragunorono ieri, e si è fatto qualche provvedimento di polvere, di lance e d’altre cose necessarie al conestabile di Poppi messer Giovanni Tedesco, quali dicevono averne mancamento e averne domandato piú volte, e che ora, sendo comandati da’ signori Dieci di stare a ordine, non vorrebbono aversi a levare e sprovvisti.

[9] Fu de’ maestri chi borbottò, come intenderete un’altra volta, dicendo: « E’ gl’interverrà di questi che si levassino come di quelli scoppiettieri di Sesto, che vanno in terra de’ nimici senza munizione » etc. [10] Vennesi poi al leggere di certe lettere, e fu chi disse: « Leggi prima quella del Machiavello »; e dicendo io non ne avere, si respose: « credolo », etc. [11] E per questo io vi conforto scrivere loro qualche volta, dando loro notizia particularmente delle cose, e perché ad ogni modo lo sanno, e dicono loro non essere stimati. [12] Voi siate prudente, e intendete a punto.

[13] Arete inteso come Francesco Pandolfini ne va ambasciatore a Milano fra pochi dí; e noi godereno Fiesole. [14] E addio: dell’altre cose vi ragguaglierà Biagio, e però io non dirò altro.

[15] Florentie, die xxiii Februarii 1508.

[16] Ser Giovanni da Poppi

179

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 1 marzo 1509)

[1] Al suo onorando Niccolò Machiavelli. In campo

[2] Niccolò, io vi scriverrò questo verso solo, sendo tardi e occupato, e domani lo farò a lungo. [3] Diròvvi questo, che ci sono le risposte di Francia, e potete tenere le cose ferme e assettate al certo, sendoci differenzia di dua parolette, che in fatto non importano molto, e qui si consentano e dàssi commissione d’appuntare, e tutto è fermo, grazia di Dio. [4] Di nuove non dicono cosa alcuna, se non Consalvo e uno suo nipote essersi ritirati in Portogallo, e quello re essere venuto a Burgus, e el Cristianissimo sollicitare in modo la venuta che a Pasqua sarà in Italia. [5] El Rucellaio e Giuliano si diguazzeranno invano a Mantova e a Milano, ché non attendano ad altro; e Antonio Francesco delli Albizzi dice è ito a questa dieta loro e non a Roma: cose da ridersene, e tanto piú ora.

[6] Parlai oggi con superius: monstrai mi scrivessi della perdita del danaio e che ne avessi gran dispiacere etc. [7] Respose che stessi di bo-na voglia, e che non ci avate da fare etc.

[8] La cosa di Piombino non è da sprezzare, perché ha fondamento grande. [9] Non posso né voglio dire piú oltre, non avendo da potere scrivere securamente.

[10] L’amico sta bene, e si raccomanda centomila volte a voi. Avvisate della ricevuta.

[11] Florentiae, die prima Martii 1508.

Quem nosti

180

Lattanzio Tedaldi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 5 giugno 1509)

[1] Spectabili viro Nicolò di messer Bernardo Machiavelli. In campo. Iesus Christus, die 5 Iunii 1509

[2] Nicolò, fratello carissimo, salutem etc. [3] Io vorrei che tu dicessi a’ commessari che, avendo a pigliare giovedí la possessione di Pisa, che in nessuno modo essi entrino avanti le 12 ore e ½, ma, se possibile è, entrino a ore 13 passate di poco poco, che sarà ora felicissima per noi. [4] E se giovedí non s’avessi a pigliare, ma sia venerdí, medesimamente a ore 13 e uno poco poco poi, e non avanti le 12 ½; simile sabato mattina, quando non s’avessi el venerdí. [5] E quando non si possa osservare né tempo né ora, faccisi e piglisi quando si può, in nomine Domini. [6] E questo dirai per mia parte ad Antonio da Filicaia. [7] E a te mi raccomando.

[8] Che Cristo di mal ti guardi. Vale.

[9] Lattanzio Tedaldi. In Firenze

181

Agostino Vespucci a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 8 giugno 1509)

[1] Spectabili viro Niccolò Machiavelli secretario Florentino suo honorando. In Pisa

[2] Nicolò onorando, o io m’inganno, o la lettera venuta per il Zerino fu vostra. [3] Qui non è possibile potere esprimere quanta letizia, quanto giubilo e gaudio tutto questo popolo abbi preso della nuova della ricuperazione di cotesta città di Pisa: ogni uomo quodammodo impazza di esultazione, sono fuochi per tutta la città, ancor che non sieno le 21 ore: pensate quello si farà stasera di notte.

[4] Io torno a dirvi che non mancherebbe se non che il cielo dimonstrassi qualche letizia lui, non sendo possibile li uomini, e grandi e piccoli, posser monstrarne piú. [5] Prosit vobis lo esservi trovato presente ad una gloria di questa natura, et non minima portio rei.

[6] Quando vi degniate di rispondermi 2 versi di vostra mano dati in Pisa, nil mihi erit iucundius nilque acceptius.

[7] Vale. Florentie, 8 Iunii 1509.

[8] Tuus, si suus, Augustinus

[9] Postscripta. Nisi crederem te nimis superbire, oserei dire che voi con li vostri battaglioni tam bonam navastis operam, ita ut non cunctando sed accelerando restitueritis rem Florentinam. [10] Non so quello mi dica, giuro Dio tanta è la esultazione aviamo, che ti farei una tulliana, avendo tempo. Sed deest penitus.

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Niccolò di Alessandro Machiavelli a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 9 giugno 1509)

[1] Onorando Nicolò Machiavelli dignissimo commissario. In Pisa. † Addí 9 di giugno 1509

[2] Onorando etc., e’ sarà apportatore di questa Allessandro di Dino, uomo da bene e amico nostro, e da adoperarlo in ogni fazione. [3] Priegovi, se si gli può dare avviamento alcuno, si facci; e, bisognando dirne una parola con Alamanno per parte mia, lo fate. [4] E facciasigli quanto di buono si può, perch’è da fare onore in ogni conto, e io n’arò singulare piacere.

[5] Né altro m’accade. [6] Iddio di mal vi guardi.

[7] Vostro Nicolò Machiavelli in Firenze

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Filippo Casavecchia a Niccolò Machiavelli

(Barga, 17 giugno 1509)

[1] Spectabili viro domino Nicolò Machiavelli dignissimo comessario in Pisa honorando. In Pisa o in Firenze

[2] Magnifice vir et maior frater honorande, salute etc. [3] Io credo, carissimo mio, che appresso di voi abbi acquistato nome di negrigente ovvero straccurato o di qualche altra cattiva cosaccia, respetto allo avermi voi scritto piú giorni sono, quando le cose erono dubbie, che, in verità, ne ebbi grandissimo piacere, e per due vi feci risposta: l’uno non vi trovò mai, l’altro dice che vi vide al Ponte ad Era con Alamanno e con l’imbasciadori pisani, e non li bastò l’animo di appresantarvi la mia. [4] Pertanto mi rendo certo queste giustificazioni doveranno esser abbastanza nel cospetto vostro, e basti.

[5] Mille buon pro’ vi faccia del grandissimo acquisto di cotesta nobile città, che veramente si può dire ne sia suto cagione la persona vostra in grandissima parte, non però per questo biasimando nessuno di cotesti nobilissimi commissari né di prudenzia né etiam di sollecitudine. [6] E benché io ne abbia preso un conforto mirabile, e pianto e stramazzato e fatte tutte quelle cose che fanno li uomini composti e rifatti di pecore vecchie, tamen avendo dipoi ripreso vigore la ragione, ne sto con grandissima gelosia e non posso per nessun modo pensare né essermi capace che le cose gravi non corrino al centro e le cose suttili alla superficie.

[7] Nicolò, questo è un tempo che se mai si fu savio, bisogna esser ora. [8] La vostra filosofia non credo che abbi a esser mai capace a’ pazzi, e ’ savi non son tanti che bastino: voi m’intendete, benché non abbi sí bello porgere. [9] Ogni in dí vi scopro el maggiore profeta che avessino mai li Ebrei o altra generazione. [10] Nicolò, Nicolò, in verità vi dico che io non posso dire quello vorrei; però siate contento, per quella buona amicizia auta insieme, né vi paia fatica, per giorni quattro venirvi a stare con esso meco, e, oltre al ragionamento nostro, vi serbo un fossato pieno di trote e un vino non mai piú beuto. [11] Questo mi sarà un piacere che mi farà dimenticare tutti li altri. [12] Deh, Nicolò mio, compiacetemi in questo utimo solamente per dí 4, significandovi che non venendo sarete cagione che viverò malcontento: questa non è però sí gran cosa che io non meriti el non esser compiaciuto; o meriti o no, io vi pongo questa taglia. [13] E verrete in un giorno, perché non ci è se non 26 miglia piana; e avvisatemi del quando, e disponetevi di consolarmi, perché, non venendo, mi metterei a venire a trovar voi e sarebbe la ruina mia, perché le legge non mi promettono di potermi partire della provincia sotto la pena di fiorini 500; e basti: non vi dirò altro.

[14] Ricomandatemi al [. . .] commessario Nicolò Capponi, e diteli che non ha fatto quello li scrissi, ma che lui sarà el primo a pentersene, e basti. Bene valete.

[15] Ex Barga, die xvii Iunii mdviiii.

[16] Philippus de Casavetere Comissarius

184

Filippo Casavecchia a Niccolò Machiavelli

(Barga, 2 luglio 1509)

[1] Spectabili viro Nicolò Machiavelli degnissimo secretario de’ Nove de la Milizia della città di Firenze onorando. In Firenze o dove fussi

[2] Carissimo Nicolò, io v’ho cerco per lettere tutto questo mondo e quell’altro: ora per trovarvi ho mandato a Pisa e a Firenze, e trovandovi questa, vi priega, come per altre vi s’è scritto, che siate contento e non vi incresca di venirvi a stare con esso meco 4 giorni, perch’io son chiaro non ve ne pentirete, rispetto allo avere ordinato una fornace intera di calcina che tiene moggia 40, che incalcineremo el fiume, ché el manco piglieremo libre 2000 di pesce cor un grandissimo piacere; significandovi che a’ giorni passati ci è stato Francesco Capponi, Giovanni Bartolini, Lorenzo Strozzi, Lorenzo Segni, e non se ne sono iti punto male contenti, sí per l’aria, quanto pe’ vini, che hanno capitolato esser e’ migliori che fieno in Toscana. [3] E in effetto, Nicolò, se voi non venite, io son per fare qualche grande pazzia, che in fatto ne sarete malcontento e voi e tutti li altri amici. [4] Che diavol sarà! quando vegnate, non credo però perdiate lo stato; significandovi che, benché non sapessi in questo San Giovanni dove vi fussi, la prima cagione del non vi avere mandato pesce si è la voglia che vegnate qui, che ve ne porterete una soma intera di trote. [5] E è ordinata la pescheria all’utimo di questo mese, e piú e manco quando verrete.

[6] Nicolò, siate contento di contentarmi e di lasciare indrieto ogni rancore, se ce ne fussi punto, che non lo credo e non lo crederò mai. [7] Deh, Nicolò, venite e mandatemi ovvero scrivetemi 2 versi del quando e dove vi trovate; e se siate per istare fermo in quel loco, del tutto mi avvisate. [8] E a voi mi raccomando.

[9] Nec alia. Ex Barga, die ii Iulii mdviiii.

[10] Philippus de Casavetere Comissarius

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Pietro Tiberio Corella a Niccolò Machiavelli

(Pisa, 17 luglio 1509)

[1] Spectabilis viro Nicolò Machiavelli patrone mio onorando, in Fiorenza. Yesus

[2] Magnifico singior mio, già ripieno di molte e molte cose, e pure stavo a vedere altri avese a dirne e anche operarne, secundo la ragione voleva, per esere io persona poca disiderosa del malle di nisuno. [3] Ora, forsato, e non potere’ piú soportare, fastidioso di abundanzia d’ocasione, m’è parso scriverne alla Singioria vostra la vita del mio capitano di bandiera, e quello ultimamente ha fato qui, sollo per la frega e ribalderia di venirsene a casa, ma al pigliare danari prontisimo per fare le sue vetine, o volete orce e embrici, e non farsi un paio di calze per suo logoro.

[4] E benché di tuto saria fastidioso darvi ragualgio, non mi distenderò tropo oltre, se non in qualche coseta, e del tuto dal mio canceliere sarete piú a pieno informato.

[5] La Singioria vostra sa che io veni a Firenze, e non fui partito di qui di dua dí, lasandolli carico della compangia, che lui andò da’ comesari e domandolli licenzia per venirsene a casa a vedere la morosa, sanza considerazione della mia partita o di nulla, come un bue sciagurato che lui è. [6] Dove e’ mia comesari li diseno tanta vilania che non si direbe a un asino, e caciònnollo via; trovando scusa aveva un angio, che, quando fuse stato con la candella alla boca, doveva aspetare a me. [7] E stetesi qui sbracato, come credo vedrete che cosí va sempre, e scalzo come un proprio orciaio. [8] Io giunsi qui da Firenze; subito giunto mi domandò licenza, ché voleva venirsene a casa; io sí li risposi che servisi, e poi se ne venise. [9] Lui sí mi dise che non lo farebe Dio che lui non venise a casa. [10] Io sí mi steti cheto, e sanza dirmi altro si partí, e andosene Ânziano a una fornace del fratello, e lí se stete tre dí, e tornosene ridendo. [11] Quando io lo vidi, lo ripresi, e lui trovò la scusa del da poco, e io me ne pasai di legiere.

[12] Ora, ogi che n’abiamo sedici del presente mese di lulgio, esendo io in casa, costui con uno altro da Santa Maria Impruneta se ne vene da me furioso, e contòmi aveva roto el viso e la testa a uno pistolese sopra certa mercatanzia d’embrici e d’orce: che se mi disiderate fare grazia, fatevi contare la mociconeria sua e la poltroneria che usò e superchieria, che lui medesimo se ne acusa come da poco, contandollo. [13] E vene da me, e bravava che aveva fato arotare lo spiedo per far malle, e che era usato stare sempre in costione e in guera, e che poi che ebe la bandiera era diventato frate. [14] E domandòmi consilgio della ribalderia aveva fata; di modo li disi si ritraese e lasasi fare a me. [15] E subito e’ comesari mandonno per me; e io con quelle parolle si convenivano risposi a loro Singiorie, e che loro Singiorie intendesino l’una parte e l’altra, che io non volevo se non quello era ragione; e che chi erava fusi punito. [16] El poveromo con la testa rota e col viso enfiato, e è una persona da bene. [17] Cosí mi parti’ da’ comisari, e quasi mezzo li placai, aspetando riducere ongi cosa a buono fine.

[18] El mio buono capitano di bandiera, sanza dirmi altra cosa alcuna, la sera se n’era ito e aveva preso la bandiera, e aveva ordine, la matina, venirsene con Dio con esa, e lasarmi come una bestia. [19] E davami a intendere starsi in casa el singiore Bandino, tanto la cosa si pasàsi. [20] Ora, come la Singioria vostra sa, ci è chi acusa tutavia le cose. [21] Io fui informato di tuto, e subito rinveni la bandiera e porta’mella a casa, come quello che l’ho a tenere apreso di me, e che n’ho âvere custodia, e riputarmi onore e disonore a me piú che a nisuno altro. [22] El buono omo, intendendo questo, ebe a dire che io avevo saputo piú che lui; e che volse fare la cosa el dí, e non aspetare la sera, e che el diavollo l’aveva inganato, e che la bandiera era sua, e che la voleva portare dove li pareva sanza licenzia di Cristo e d’omo del mondo; e io ci ero per una bestia.

[23] Insoma, la sequente matina l’amico Calcangio, sanza altra licenzia o altro, e cosí el suo compangio, e e’ se n’è venuto costí. [24] M’è parso darvene aviso, a ciò che, se costí verà, la Singioria vostra di tuto sia informata. [25] E se ragualgio piú a minuto volési dare a quella, come bisongiando darò a lui sciagurato, e dinanzi a’ mia Singiori e di chi bisongerà, come sanza maculla nisuna di malivolenza che con lui abia, ma per la verità, come in me sempre troverete e non altrimenti, come publico sa tuta la conpangia: ché non è omo che non l’abia piú in odio che el malle del capo, e che non li volgia malle di morte. [26] Misero come un pidochio, che avendo a entrare in Pisa, entrò con uno paro di calze rote fracide; che piú di venti ribufi li feci di dete calze, ma lui la vinse, che entrò con ese. [27] E parlate con eso lui: none stima Cristo, e che non laserebe di dire e di fare per e’ mia singiori Nove né per Cristo publico trenta volte l’ha deto, qui e in campo.

[28] Sa bene lui, el ribaldo, che inanzi pigliasi danari, li disi a lui e a tuti che chi non faceva pensiero di stare qui, non tocase danari. [29] Ma lui, per la codigia ribalda di quelli denari della paga intera che l’ebe, li parevano asai, la pigliò, la qualle non facendongiene restituire, si farà un gran male, benché quelle sono padroni.

[30] E perché quella a pieno sapia l’animo mio, arò caro e’ mia Singiori, parendo a quella, sentino la presente letera e siano informati di quello io scrivo: e fone una a loro Singiorie, che, capitando costí el mio capitano di bandiera, loro intenderanno dalla Singioria Vostra el tuto, none scrivendo a loro Singiorie tanto lungo, per non esere proliscio. [31] Sí che, bisongiando o parendo a quella di darla a loro Singiorie, quella per mio amore lo farà.

[32] Pregando la Singioria vostra si ricordi di me, e quanto piú bene mi farà, serà a uno suo bono servitore; e che di continovo farò pregare Idio per quella alla mia brigata sopra tute l’altre. [33] Dicendovi che molto milgiore omo e piú da bene e bene istante ci è che potrà portare questa bandiera, quando quelli vorano. [34] E se a me non si darà fede, troverete e tocherete con mano che ciò che io dico sarà l’Evangellio; e al tempo lo vedrete e sarete informato, quando a questo s’abia a venire. [35] E non per nimicizia, ma per verità ciò che io parlo: se non, Dio non mi aiuti a me.

[36] Altro non acade. Son sempre parato a ubidire quella come buono servitore, pregando Idio vi conservi in sanità.

[37] In Pisa, die diciasete di lulgio. Manu propria.

[38] Della Singioria Vostra ubidiente servo Pietro Tiberio Corella conestavolle

[39] Se m’avesi chiesto licenzia lo lasavo venire, e con la bandiera e con ciò che voleva.

[40] Sapia quella che de’ compangi n’ho piú che io non volgio, e honne qui dieci de l’Ordinanza che aspetano d’avere lugo, e sonsi molto ben vestiti.

186

Filippo Casavecchia a Niccolò Machiavelli

(Barga, 25 luglio 1509)

[1] Spectabili domino Nicolao Macravello secretario dignissimo Novem Militiae Reipublicae Florentine tanquam fratri honorandissimo. Florentiae

[2] Spectabilis vir et tanquam maior frater honorande, avendo a’ giorni passati consolatoci alquanto lo spirito e non bastando questo, secondo la benedetta anima di messer Cristofano da Casale, ché ancora bisogna che in parte la fragelità della carne abbi la parte sua, però vi mando queste poche trote acciò che la sensualità si pasca e lo spirito di poi sia piú pronto alle cose di questo mondo, le quali in questi tempi son tante grande che in esse mi pasco. [3] Restami solo intendere per una vostra le cose di Gallia Cisalpina o vero Transpadana in che termine sono, che per sentirne di qua confusamente ne ho maggior desiderio d’intenderne la verità: non però un discorso tale qual fa l’utima, perché quasi mi giudico indegno, ma qual si conviene a un dell’ordine plebeo e al tutto ignorante, restandovene all’usato, significandovi che non altrimenti e’ frati dicono l’uffizio sera e mattina che io mi legga la vostra, che di già la credo sapere tutta a mente.

[4] Non vi dirò altro, se non le trote ve le mando con questo legame, che el mio Nero da Ghiacceto venga a desinare o a cena con esso voi, che mi sarà somma grazia; e del continuo a voi e a lui mi offero e raccomando.

[5] Bene valete. Ex Barga, die xxv Iulii mdviiii.

[6] Philippus de Casavecchia comissarius

187

Niccolò Machiavelli Ad Alamanno Salviati

(Firenze, 28 settembre 1509)

[1] Magnifico viro Alamanno de Salviatis dignissimo Capitaneo Pisarum patrono honorando etc. Pisis

[2] Magnifice vir etc., perché io non credo possere farvi presente piú grato che darvi avviso delle cose di Padova e dello imperadore, vi scriverrò in qual termine si truovino e che giudizio si facci, o possa fare, dello essito e fine loro. [3] E se conoscerete nel giudicare mio alcuna prosunzione, la lascerò escusare alla Vostra Magnificenzia, presupponendosi che io parli seco familiarmente.

[4] Trovavasi lo ’mperadore a’ dí x del presente con lo essercito suo nel borgo di Santa Croce, propinquo a Padova a uno miglio, e desiderando porsi in luogo piú facile a battere la terra e commodo ad impedire e’ sussidi che venissino da Venezia, e bisognandoli per questo girare la terra largo per evitare certi paduli, fece uno alloggiamento a Bovolento sul fiume di Bacchillone, discosto da Padova vii miglia, dove svaligiorono e ammazzorno assai villani rifuggiti con bestiame.

[5] Fece dipoi uno altro alloggiamento a Stra, palazzotto posto dove si congiugne Bacchillone con la Brenta, discosto 4 miglia da Padova. [6] Di quivi si accostò alla terra e a’ xxi dí cominciò a batterla.

[7] Tiene lo essercito suo dalla porta al Portello fino alla porta che va a Trevi, che dicono essere una lunghezza di 3 miglia, e per larghezza occupa uno miglio. [8] Dicono esser questo suo essercito 30 mila pedoni, che ve ne è xvii alamanni; gli altri sono gente conduttavi da Ferrara, papa e Francia. [9] Dicono bene che tutto giorno vi vengon nuove fanterie tedesche senza avere altri danari che l’utile della preda presente e speranza della futura. [10] Sonvi dipoi xii mila cavalli o piú, la metà borgognoni e tedeschi, gli altri tutti italiani e franzesi. [11] Ha 40 pezzi d’artiglierie grosse e fino in 100 fra mezzane e minute.

[12] Arrivorno li ambasciadori vostri in campo a’ dí 21, e le lettere loro sono de’ 24. [13] Avvisono avere in questo tempo piantato la maggior parte della sua artiglieria e avere già in terra tanto muro quanto è da Santo Stefano a Mercato Nuovo, e che certe artiglierie grossissime ha di tirata di 300 libbre di ferro fanno passate mirabili, e che non è riparo vi regga, e, per chi era uscito di Padova, s’intendeva aveano morte dimolte gente, tra ’ quali diceano essere il Zitolo e messer Peretto Còrso.

[14] Avvisono lo ’mperadore esser di fermo animo di espugnarla e fare buono ufficio di capitano e di soldato, e che il campo sta unitissimo e abbundantissimo di vettovaglie.

[15] Non scrivono li ’mbasciadori vostri delle cose di dentro alcuno particulare, salvo che e’ traggono al campo continuamente e gli fanno assai danno, e che messer Luzio Malvezzi andò per danari a Venezia con buona scorta, e ritornò in Padova salvo sanza molto impedimento.

[16] Questo è ciò che avvisono li oratori vostri. [17] Èssi inteso bene da uno frate venuto di Padova da viii dí in qua gli ordini e difese loro di dentro, quale dice esser queste: avere prima ripieno e’ fossi d’acqua intorno alla città e aver fatti certi bastioni intorno alle mura per defendere i fossi e le mura di fuori; dipoi essere il muro dentro, al quale, intorno intorno, hanno fitti alberi distanti 4 braccia dal muro, e dall’uno albero all’altro incatenato con travi e legnami a uso di chiudenda; e hanno quello spazio che resta fra detta chiudenda e il muro ripieno di terra, quale hanno pillata e stivata iuxta il possibile. [18] Dopo questo, pur dal lato di dentro, hanno fatto uno fosso cupo ad uso franzese 14 braccia incirca, dopo al quale hanno poi fatto uno riparo alto viii braccia sopra il fosso, el quale dalla parte di dentro è in modo pianato ch’e’ cavalli vi possono correre sopra. [19] Hanno drieto a questo riparo fatte piazze grande perché ’ cavalli possino maneggiarvisi.

[20] Riferisce questo frate un nugolo di munizioni e di artiglierie distese su pe’ ripari e nelle casematte di detti fossi; dice esservi x mila fanti pagati, 4 mila cavalli, x mila uomini tratti di Vinezia e piú di 4 mila contadini, tutti uniti e disposti alla difesa e che monstrono non dubitare di cosa alcuna, sperando e nelle provvisioni fatte e nel tempo, che diventa contrario al campeggiare.

[21] Truovonsi, come vedete, le cose in questi termini, e qui si disputa prima se Padova si debbe perdere o no, e dipoi se, perdendosi o non si perdendo Padova, si ha a temere che lo imperadore travagli per ora le cose di Toscana o di Roma.

[22] Io lascerò quello si dica della perdita di Padova o no, perché non veggo parlarne all’uomo che se ne intenda, e ciascuno ne parla secondo l’affezione propria; ma disputereno solo se se ne debba temere o no in qualunche de’ predetti 2 eventi.

[23] Una volta per la maggior parte di chi è qui se ne dubita assai, o pigliandola o no, perché – dicono – se la piglia, e’ sarrà in tanta reputazione che Francia starà seco, e ne verrà per la corona sanza ostaculo, e noi e tutto questo restante di Italia fia a sua discrezione; se non la piglia, e’ si accorderà con Venezia a danno di noi altri e farà il medesmo, perché, trovandosi lui sull’arme e unendo li esserciti insieme, non ci si vede resistenza per alcuno.

[24] Ma io sono di contraria opinione, e non lo temo, pigli o non pigli Padova. [25] Et primum dico: se non la piglia, conviene che facci una delle 3 cose: o che si ritiri nella Magna e lasci queste cose di qua a discrezione d’altri; o si ritiri in Vicenza e Verona alleggerendosi della spesa, in gran parte, delle fanterie, e attenda con lo aiuto franzese a fare questa vernata co’ Veniziani una guerra guerriabile; o veramente ch’egli accordi co’ Veniziani.

[26] In quelli primi 2 casi non bisogna temerlo, e quanto al 3°, che è l’accordare con Veniziani, bisogna tale accordo sia o con consentimento de’ collegati, o contro alla voglia di tutti o di parte. [27] Nel primo caso non è da temerne molto, perché e’ collegati sono per regolarlo, e doverranno voler salvare loro in tutto e gli amici loro almeno in parte; se lo fa contro alla voglia de’ collegati, io non veggo che male ci possa fare, né anche veggo come tale accordo possa stare che vi sia dentro il suo e quello de’ Veniziani, perché a voler vedere se uno accordo debba seguire bisogna essaminare prima quali cagioni abbino a muovere le parti, e, se le vi sono, allora crederlo. [28] Le cagioni hanno a muovere lo ’mperadore sono dove vegga onore e utile; quello ha a muovere i Veniziani è dove vedessino guadagnare tempo, evitando ora quelli pericoli che alla lor libertà soprastanno, e vedessino alleggerirsi di spesa. [29] Ora io non veggo che accordo possa nascere infra costoro contra alla voglia de’ collegati che facci per ciascuno di loro e che vi sia questi due fini predetti.

[30] E prima, a volere che lo ’mperadore ci abbi dentro l’utile e l’onor suo, bisogna o ch’e’ Veniziani li dieno Padova, o che gli dieno tanti danari che possa ire con lo essercito suo ad uno acquisto che risponda alla ’mpresa che lasciassi di Padova. [31] In qualunche di queste due cose mi pare ch’e’ Veniziani non avanzino né tempo né danari, perché do-ve e’ gli hanno, si può dire, uno inimico addosso, n’aranno tre, ché Francia, Ispagna e papa, quali hanno quasi rimessa la spada dentro, la trarranno fuora; sí che tale accordo non li cava di pericolo, né etiam gli libera da spesa, anzi la raddoppia loro, perché, oltre a’ danari assai arebbono a dare allo ’mperadore, arebbono anche a continuare di pagare el loro essercito si truovono ora, per non rimanere a discrezione sua, del quale non si possono fidare.

[32] Dunque io non so come o perché e’ si abbino a fare uno accordo con uno imperadore che non possi pigliare Padova per duplicare spesa e rimanere in maggior guerra che prima. [33] Tanto che, concludendo, io non veggo prima come questo accordo possa farsi contro alla voglia de’ collegati, e, quando pur fussi fatto, non veggo come se ne abbia da temere. [34] Né mi pare etiam si possi fare col consenso di parte di detti collegati, non faccendo per Francia, né per Ispagna, né per il papa la grandezza dello imperadore in Italia, per le cagione che sono sí note, che le non hanno bisogno di commento. [35] Sí che, non pigliando Padova, o accordi o no, non è da temerlo.

[36] Né anche è da temerlo se la piglia, perché lo ’mperadore, presa Padova, ha a fare una delle 2 cose: o a stare in sullo accordo fatto a Cambrai, o a romperlo. [37] S’egli starà sullo accordo, bisognerà che ante omnia e’ convenga co’ collegati quid agendum de Venetiis, e porre fine alla guerra veniziana, o con convenzione con loro, o con totale destruzione di essi Veniziani. [38] La destruzione pare difficile, l’una perché parte de’ collegati desiderano che Vinegia rimanga cosí, et massime Ispagna e papa, a’ quali due parrà sempre con quella tenere uno stecco nell’occhio allo ’mperadore e a Francia; l’altra difficultà è la stagione, che non patisce maneggiare acque, e lo esser risolute l’armate, onde è necessario si voltino ad uno appuntamento ch’e’ Veniziani si stieno là et vivant suis legibus e, fatto questo, pensi poi al suo passare per la corona, el quale, quando fia regolato, non è da temerne molto, come di sopra si disse.

[39] Se non vorrà stare sullo accordo di Cambrai, e’ si troverrà prima manco il terzo dello essercito che ha ora, perché, considerato lo essercito suo, il terzo di esso non è suo, tanta gente vi ha Francia, papa e Ferrara, le quali genti, dopo la presa di Padova, si ristrignerebbono insieme, perché e’ padroni loro diventeranno subito gelosi della grandezza di costui, non tornando a proposito quella, come ho detto, ad alcuno di loro. [40] E i Franzesi sono, si può dire, in sull’armi, per esser con le genti d’arme presti e col danaio, e avere e’ Svizzeri vicini, di modo che lo ’mperadore arà tanto da fare, innanzi venga ozioso in Toscana, ch’e’ passerà molto tempo, perché non veggo come possa passare oltre e lasciare lo stato preso, se non ha prima posate tutte le cose all’intorno; e il posarle per forza non vuole né poco tempo, né poca spesa. [41] E sanza dubbio, come lo ’mperadore si trovassi solo sanza suvvenitori e fussi punto temporeggiato da chi potessi spendere, in pochissimo tempo rimarrebbe senza essercito; il che gli è in molte imprese sua molte volte intervenuto. [42] E chi dicessi e’ Veniziani lo suvvenirebbon di danari, me ne riderei, perché la lor ferita ha gittato tanto sangue, che quando e’ l’aranno in parte ristagnata e’ parrà loro rimanere sí deboli, che non la vorranno riaprire piú, se le ferite dolgono loro come agli altri.

[43] Io la ’ntendo adunque cosí, e vivendo tutti questi principi, non temo molto, ancor che questo sia contro alla commune opinione. [44] E desideroso di intendere la vostra, e parte pascervi con questo badalucco, mi son mosso a scrivervi.

[45] Valete. Florentiae, die xxviii Septembris mdix°.

[46] Servitor Niccolò Machiavegli secretario

188

Alamanno Salviati a Niccolò Machiavelli

(Pisa, 4 ottobre 1509)

[1] Al mio caro Nicolò Machiavelli. In Firenze. † Yesus

[2] Carissimo Nicolò, io ho la tua, sutami carissima, massime che veggo ti sono nel cuore, perché spesso ti ricordi di me; di che ti resto obbligatissimo. [3] E per essa ho visto in che ordine si truova Padova e di dentro e di fuori, che assai m’è piaciuto. [4] Il discorso tuo è bellissimo, quale io ho mostro a questi signori condottieri e signori consoli, quia omnes homines scire desiderant, e da tutti è stato assai commendato.

[5] Io non lo posso né approbare né riprobare, perché qui siamo suti abbandonati dal padre e dalla madre e da tutti e’ parenti e amici, perché non intendiamo cosa alcuna, salvo da qualche smarrito che venga del campo di 15 giorni o uno mese: e però male ne possiamo fare qui giudizio, non intendendo qualche particulare come voi costí qualche volta intendete. [6] Io ho bene qualche volta domandato questi signori condottieri che giudizio faccino della espugnazione d’essa, quali unitamente s’accordono che per forza Padova non si possa perdere, assegnandone buone ragioni, in modo che, prestando loro fede, io inclinerei a quella oppinione volentieri. [7] Ma me ne ritrae alquanto lo essere fratesco, ché volentieri mi aderisco a tale oppinione, massime vedendone e’ successi in buona parte; e ci s’arroge il vedere e’ tempi disporsi totalmente contro ad essi Viniziani, adeo che credo sia cosa miracolosa, piú presto che naturale.

[8] Quomodocunque sit, credo che l’offizio nostro sia piú presto ricorrere a Iddio, e pregarlo che lasci seguire il meglio, che poterne fare altro giudizio, ancora che io non sappia come questa conclusione t’abbia molto a satisfare, non perché io creda che tu manchi di fede, ma sono certo non te n’avanza molta.

[9] Ricordovi bene fate ogni diligenzia di mantenere insieme il Cristianissimo, la Santità di Nostro Signore e il Cattolico, e avvertite che una desperazione non facessi fare di quelle cose a qualcuno di che nascessi la totale rovina d’Italia, che quello essercito franzese non resti totalmente a discrezione d’altri, che importerebbe troppo.

[10] Io arò caro averti satisfatto, e in quello che io mancassi lascerò supplire al mio dottore.

[11] Ricordoti sono tuo, e a te mi raccomando. Iddio ti guardi.

[12] In Pisa, addí iiii d’ottobre 1509.

[13] Tuo Alamanno Salviati Capitano

189

Bartolomeo Ruffini a Niccolò Machiavelli

(Roma, 3 novembre 1509)

[1] Spectabili viro domino Niccolao Maclavello cancellario Florentino patrono suo observandissimo. Florentiae

[2] Spectabilis vir, patrone honorande etc., io ho ricevuta una vostra con la informazione etc., e inteso la causa e quanto ne commettete e in che modo io abbi a procedere; per il che subito trovai messer Tommaso da Prato e li detti la sua lettera, e nel volerli raccomandare la causa mi si scoperse esser proccuratore della parte avversa, e per questo non li essere lecito travagliarsene. [3] Monstrò li dolessi non potere servirvi, rispetto a chi li scriveva.

[4] Trovai subito Ruberto da Pescia, quale voi mi scrivete che si adoperi per instrumento, e, tutto conferitoli, monstrò per vostro amore dovere fare ogni cosa, e cosí sino ad oggi si è travagliato in questa cosa, e mi dice che è stato con e’ proccuratori, e tutti si accordano che il breve non si potrà avere, attento che non è stato appellato dall’ordinario. [5] Userassi ogni diligenzia e farassi la supplicazione perché passi per breve, e se non per breve, il che non si crede per niente, si farà diligenzia passi per querela, usando tutti e’ termini e ’ modi possibili, e secretamente. [6] E prima che martedí futuro non si può espedire cosa alcuna, per non esser prima cancelleria. [7] In questo mezzo non si mancherà di fare quello che si può fare per non perdere tempo, e allora non si mancherà. [8] E Ruberto, che è stato con questi delle contradette, dice liene è stato dato speranza che passerà per via di querela, e cosí dice che io vi scriva, e che non mancherà in cosa alcuna piú che se fussi sua causa propria, e veggo che lo fa.

[9] Voi scrivete quello vi occorre, e in modo chiaro, che non si possa errare, perché io non ho e’ termini, né pratica in queste simili cose, e sarebbe bene ne scrivessi al detto Ruberto, che dice esser sollecitatore e le intende benissimo. [10] Io per il debito mio non resterò fare tutto quello che intenderò, ma non bastando, non vorrei che voi ne avessi a patire. [11] Il tentare la cosa per via di querela, dice Ruberto, non si sborserà, se non si ottiene, se non 2 o 3 carlini, e ottenendola si farà l’ordinario.

[12] Questo è quanto io ve ne posso dire; ora avvisate voi quello vi occorre, se avete tempo. [13] Io non ho presentata la lettera a’ Boni per li danari; quando sarà tempo lo farò, ché questo non debbe pregiudicare a nulla.

[14] Ricordovi che li avversari vostri hanno preso tutti e’ passi e pensato ad ogni cosa, sí che bisogna industriare; tamen Ruberto ci ha buona speranza, e crede con destrezza ottenere per via di querela, per breve non punto. [15] Lo ambasciatore è per fare ogni cosa quando accaggia, ma sono cose che vanno per lo ordinario. Altro non occorre.

[16] Valete. Romae, die 3 Novembris 1509.

[17] Vostro Baccio di Ruffino

190

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 20 novembre 1509)

[

[1] Nicolao Maclavello secretario Florentino. In Verona o dove sia

[2] Niccolò onorando, io riceve’ la vostra de’ 18 da Mantova, e intendo la suspensione dello animo vostro etc.; di che mi maraviglio, avendo avuto alle mani altre cure di molto maggiore importanzia e a pigliare partiti piú periculosi che andare fino a Verona. [3] Bisogna, se mai usasti diligenzia in avvisare, lo facciate ora, a volere *turare la bocca a le pancacce. [4] Feci la ambasciata al gonfaloniere: respose attendessi a scrivere sollecitamente*.

[5] Oggi andrò a trovare l’amico, che ha mandato per me, e farò el bisogno. [6] Nuove non ci sono, che tutte dependono di costà. [7] Fecionsi tutti e’ Nove, cosí quelli cinque che mancavono come li altri 4 che hanno ad intrare a gennaio. [8] Hanno di già casso Francesco da Cortona, che è stato buona spesa. Non altro.

[9] Florentiae, die 20 Novembris 1509.

Quem nosti

191

Francesco del Nero a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 22 novembre 1509)

[1] Egregio viro Nicolao Maclavello segretario dignissimo apud Maximianum. † Al nome di Dio, addí xxii di novembre 1509

[2] Nicolò carissimo, io ho la vostra de’ dí xviii, e per quella intendo quanto dite, ché tutto si farà nel modo scrivete. [3] A Totto Machiavelli scrissi appunto nel modo avvisate. [4] Messer Giovanvettorio non si risolveva, però ho fatto scrivere a messer Antonio circa alla causa principale; e in la incompetenzia scrisse ancora messer Antonio, e messer Giovanvettorio m’ha promesso di soscrivere. [5] Oggi ho âvere da messer Giovanvettorio soscritta la incompetenzia e da messer Antonio la causa principale, e subito la farò soscrivere alli altri avvocati vostri, e manderolle a posta a messer Antonio come ne ordinasti.

[6] Da me non si manca di sollecitarla, di modo sono piú ripreso d’importunità che di negligenzia, ché ogni dí sono quattro volte almanco al Palagio del Potestà. [7] Accordo non ci spero alcuno, perché non ho mai inteso cosa alcuna. [8] Andai al magnifico gonfaloniere, ricordandogli la causa vostra, e come io era procuratore a potere obbligarvi; quando gl’intendessi cosa alcuna, Sua Magnificenzia si degnassi farmelo intendere. [9] Dissemi che Francesco del Pugliese gli aveva a rispondere e che manderebbe per me, quando avessi nulla.

[10] Io, come v’ho detto, con ogni favore, diligenzia e sollecitudine attendo a questa vostra causa; e oggi mando al giudice messer Francesco Nelli e Piero; e quando il giudice arà la causa principale, vi manderò e’ parenti e amici vostri, e ser Giuliano. [11] Io scrissi in vostro nome e feci scrivere da Giovanni Battista Soderini a Monsignore reverendissimo, e dètti a ser Filippo del Morello ducato uno, e di mano in mano lo terrò contento.

[12] Giovanni Uguccioni mi disse il conto nostro esser del pari, e che non aveva denari: però mi sono fatto servire de’ denari ho auti di bisogno da Lorenzo Machiavelli; ha mostrato di farlo volentieri. [13] Non giudicherei fussi fuori di proposito voi gli scrivessi un verso, ringraziandolo; e inoltre, perché io non so come mi bisognerà spendere, dirgli che quello m’accade me ne serva: lui ne ha posto debitore voi. [14] Se io potrò avere quelli da Giovanni Uguccioni, non bisognerà gli dia noia.

[15] Col priore si farà quanto scrivete, e quando io abbia da dirvi circa al piato, lo farò sempre. [16] Sono a’ comandi vostri.

[17] Francesco del Nero in Firenze

192

Niccolò Machiavelli a Luigi Guicciardini

(Verona, 29 novembre 1509)

[1] Spectabili viro Luigi Guicciardini come fratello carissimo in Mantova. Data in casa Giovanni Borromei

[2] Carissimo Luigi, io ho aúto oggi la vostra de’ 26, che mi ha dato piú dispiacere che se io avessi perduto el piato, intendendo a Iacopo essere ritornata un poco di febbre: pure, la prudenzia vostra, la diligenzia di Marco, la virtú de’ medici, la pazienza e bontà di Iacopo mi fa stare di buona voglia, e credere che voi la caccerete come una puttanaccia miccia, porca sfacciata che la è; e per la prima vostra aspetto intendere ne siate iti, a dispetto suo, tutti allegri alla volta di Firenze.

[3] Io sono qui in isola secca come voi, perché qui si sa nulla di nulla; e pure, per parere vivo, vo ghiribizzando intemerate che io scrivo a’ Dieci, e mandovi la loro lettera dissuggellata; la quale, letta a tutti, la darete a Giovanni la mandi per la prima staffetta che ’l Pandolfino scrive, o come a lui parrà. [4] E me li raccomanderai, dicendogli che io mi sto qui con el suo Stefano, e attendo a godere.

[5] Sarei ito alla corte, ma el Lango non vi è, a chi ho la lettera di credenza; e allo ’mperadore non ho lettere, sí che io potrei essere preso per spia; dipoi ogni dí si è detto che viene qui, e tutti questi mammalucchi che seguitono la corte sono qui.

[6] Ho caro abbiate mandate quelle fedi a Firenze, di che meritate una grande commendazione appresso Dio e li uomini del mondo.

[7] Se voi scrivete a messer Francesco vostro, ditegli che mi raccomandi alla combriccola. [8] Sono vostro, vostrissimo; e quanto al comporre, io penso tuttavia ciò. Addio.

[9] Addí 29 di novembre 1509. Veronae.

[10] Uti frater Niccolò Machiavegli Secretarius apud Cesarem

193

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 30 novembre 1509)

[1] Nicolao Maclavello secretario Florentino tanquam fratri honorando. In Verona

[2] Niccolò onorando, io vi scrissi pochi dí sono brevemente, perché non ci era cosa alcuna di nuovo da darvene avviso, e manco ci è di presente: sí che, in questo caso, se allora fu’ breve, ora sarò brevissimo. [3] *Filippo Strozzi arà l’ali unte a venire in Firenze*, e benché molti chiacchieroni cavassino fuora che fussi stato *contro alla voglia del gonfaloniere*, non è vero nulla, *anzi lui la domandò e la condusse non so a che fine*. [4] Dio voglia *le pigli bene*.

[5] Dissivi ancora come avevo visitato l’amico e datoli uno ducato, el quale mi ha renduto Francesco del Nero, perché ne avevo necessità; e li dissi avervi mandato certe zacchere mi avevi chiesto. [6] Sonvi ritornato dipoi: hollo trovato che il male di che dubitava era chiaro, e voleva ire a Prato in casa lo amico; avevasi tagliato e’ capelli. [7] Non so come si farà, che bisogna pazienzia, e qui non è punto: e chi ne vuol guarire presto, ne guarisce piú tardi. [8] Èlli avvenuto quello mi ho sempre pensato.

[9] Attendete a scrivere nuove assai, e fareteci piacere. [10] Non altro. A voi mi raccomando.

[11] Florentiae, die 30 Novembris 1509.

Quem nosti

[12] El libro riarò oggi e renderollo etc.

[13] Nuovi Dieci:

Lanfredino

† Giovanni Ridolfi Antonio di Sasso

Miniato Busini

Agnolo Miniati

Giovambatista Bartolini

Scolaio Spini

Bartolo Tedaldi

Lorenzo delli Alessandri.

194

Niccolò Machiavelli a Luigi Guicciardini

(Verona, 8 dicembre 1509)

[1] Spectabili viro Luigi Guicciardini in Mantova tamquam fratri carissimo

[2] Affogaggine, Luigi; e guarda quanto la Fortuna in una medesima faccenda dà agli uomini diversi fini. [3] Voi, fottuto che voi avesti colei, vi è venuta voglia di rifotterla e ne volete un’altra presa; ma io, stato fui qua parecchi dí, accecando per carestia di matrimonio, trovai una vecchia che m’imbucatava le camicie, che sta in una casa che è piú di mezza sotterra, né vi si vede lume se non per l’uscio. [4] E passando io un dí di quivi, la mi riconobbe e, fattomi una gran festa, mi disse che io fussi contento andare un poco in casa, che mi voleva mostrare certe camicie belle, se io le volevo comperare. [5] Onde io, nuovo cazzo, me lo credetti, e, giunto là, vidi al barlume una donna con uno sciugatoio fra in sul capo e in sul viso, che faceva el vergognoso e stava rimessa in uno canto. [6] Questa vecchia ribalda mi prese per mano e, menatomi a colei, disse: « Questa è la camicia che io vi voglio vendere, ma voglio la proviate prima e poi la pagherete ».

[7] Io, come peritoso che io sono, mi sbigotti’ tutto; pure, rimasto solo con colei e al buio (perché la vecchia si uscí súbito di casa e serrò l’uscio), per abbreviare, la fotte’ un colpo. [8] E benché io le trovassi le cosce vizze e la fica umida e che le putissi un poco el fiato, nondimeno, tanta era la disperata foia che io avevo, che la n’andò. [9] E fatto che io l’ebbi, venendomi pure voglia di vedere questa mercatanzia, tolsi un tizzone di fuoco d’un focolare che v’era e accesi una lucerna che vi era sopra; né prima el lume fu appreso, che ’l lume fu per cascarmi di mano. [10] Omè! i’ fu’ per cadere in terra morto, tanta era brutta quella femmina. [11] E’ se le vedeva prima un ciuffo di capelli fra bianchi e neri, cioè canuticci, e benché l’avessi el cocuzzolo del capo calvo, per la cui calvizie allo scoperto si vedeva passeggiare qualche pidocchio, nondimeno pochi capelli e rari le aggiugnevono con le barbe loro infino in sulle ciglia; e nel mezzo della testa piccola e grinzosa aveva una margine di fuoco, che la pareva bollata alla colonna di Mercato. [12] In ogni punta delle ciglia di verso li occhi aveva un mazzetto di peli pieni di lendini; li occhi aveva uno basso e uno alto, e uno era maggiore che l’altro, piene le lagrimatoie di cispa, e e’ nipitelli dipillicciati. [13] Il naso li era confitto sotto la testa arricciato in su, e l’una delle nari tagliata, piene di mocci. [14] La bocca somigliava quella di Lorenzo de’ Medici, ma era torta da uno lato, e da quello n’usciva un poco di bava, ché, per non avere denti, non poteva ritenere la sciliva. [15] Nel labbro di sopra aveva la barba lunghetta, ma rara; el mento aveva lungo, aguzzato e torto un poco in su, dal quale pendeva un poco di pelle che le aggiugneva infino alla forcella della gola. [16] Stando attonito âmmirare questo mostro, tutto smarrito, di che lei accortasi volle dire: « Che avete voi, messere? »; ma non lo disse, perché era scilinguata. [17] E come prima aperse la bocca, n’uscí un fiato sí puzzolente che, trovandosi offesi da questa peste due porte di dua sdegnosissimi sensi, li occhi e il naso, e’ m’andò tale sdegno allo stomaco, che, per non potere sopportare tale offesa, tutto si commosse, e commosso operò sí, che io le rece’ addosso. [18] E cosí pagata di quella moneta che la meritava, mi parti’, e per quel cielo che io darò, io non credo, mentre starò in Lombardia, mi torni la foia. [19] E però voi ringraziate Iddio della speranza avete di riavere tanto diletto, e io lo ringrazio che ho perduto el timore di avere mai piú tanto dispiacere.

[20] Io credo che mi avanzerà di questa gita qualche danaio, e vorre’ pure, giunto a Firenze, fare qualche trafficuzzo. [21] Ho disegnato fare un pollaiolo; bisognami trovare uno maruffino che me lo governi. [22] Intendo che Piero di Martino è cosí sufficiente vorrei intendessi da lui se ci ha el capo; e rispondetemi, perché, quando e’ non voglia, io mi procaccerò d’uno altro.

[23] Delle nuove di qua ve ne satisfarà Giovanni. [24] Salutate Iacopo e raccomandatemi a lui; e non sdimenticate Marco.

[25] In Verona, die viii Decembris 1509.

[26] Aspetto la risposta di Gualtieri alla mia cantafavola.

Niccolò Machiavegli

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Francesco del Nero a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 9 dicembre 1509)

[1] Spectabili viro Nicolao Maclavello, segretario dignissimo apud Maximianum

[2] Tamquam pater, etc. Sei giorni sono vi scrissi l’ultima, dipoi non ho vostre: e questa per farvi intendere come noi abbiamo maritata la Sandra, Dio lodato, a Giovan Luigi Arrighetti, un giovane molto da bene, il quale si raccomanda a voi. [3] E delle cose nostre arete inteso come e’ Sei furono giudicati giudici competenti, ma e’ Pitti perciò non hanno seguitato altro alla Mercatanzia: credo diffidino delle poche ragioni loro. [4] Messer Antonio Strozzi e messer Antonio da Venafro scrissono, e molto elegantemente; e messer Giovanvettorio m’ha promesso di soscrivere, né l’ha per ancora fatto.

[5] Io ritrovai la lettera avevo perduta del ricevuto de’ ducati dugento, e, perché accordo alcuno non seguí, feci il bisogno coram, quoniam adest. [6] Lettera dal cardinale non venne; Giovan Batista m’ha detto avere lettera dal fratello come Monsignore scrisse: debbe esser ita male. [7] Gli amici vostri si mêrranno a’ giudici, come ne avvisasti, et nos iudicium expectamus. Vale.

[8] Ex Florentia, dí viiii° Decembris.

Franciscus

196

Pigello Portinari a Niccolò Machiavelli

(Verona, 12 dicembre 1509)

[1] Magnifico ac prestanti viro domino Nicolao de Machiavellis, excelse Reipublice Florentine secretario et commissario. Mantue

[2] Magnifice vir, salutem. Intendo esser alcune lettere a voi da Firenze, le quale Stefano del Benino vi manda. [3] Arò caro le abbiate per consolazion vostra, e, se alcuna ne serà a me, vi prego me le mandate. [4] Arei caro, e mi pare serebbe a proposito della città, che voi vi trovassi qui, intendendo che la Caesarea Maestà se approssima qua. [5] Stimo a questa ora sia a Trento; tuttavolta, fate come vi pare: occorrendo cosa in che io possa, significate.

[6] El reverendissimo Monsignore el locotenente caesareo me ha commesso in nome di Cesare di star qui alli servizi di sua Maestà; e, credetemi, non sto ozioso, né ho tempo di andare a spazzo.

[7] Con questa serà una a mio fratello. [8] Mi serà piacere la mandiate per il primo vi occorre. [9] Nec plura in presentiarum.

[10] Bene valete. Ex Verona, xiia Decembris 1509.

[11] Non dimenticate di operar che io abbi quello m’è dovuto, e ridunderà alli servizi, etc.

Vester Pigellus, etc.

197

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 28 dicembre 1509)

[1] Nicolao Maclavello tanquam fratri honorando etc. Ubi sit

[2] Niccolò onorando, io mi sono mosso a scrivervi la presente perché el caso che sarà narrato da piè è di tanta importanzia che non può essere maggiore; e non ve ne fate beffe e non lo transcurate, e non uscite di quello che io vi dirò per cosa del mondo, perché e’ sarà uno de’ potissimi remedi a riparare alla ruina vostra e di altri; e a questo fine ho prevenuto col mandarvi allo incontro.

[3] E’ farà domani otto dí, che uno turato con dua testimoni andò a casa el notaio de’ Conservatori, e, presente loro, li dette una notificazione, con protestarli se non la dava etc., conteneva che per esser nato voi di padre etc. non potete a modo alcuno essercitare lo officio che voi tenete etc.

[4] E benché la cosa sia stato in fatto altra volta e che la legge sia in favore quanto la può, nientedimeno la qualità de’ tempi, e uno numero grande che s’è levato a bociare questa cosa e gridarla per tutto e minacciare se non è fatto etc., fa che la cosa non è in molto buon termine e ha bisogno d’uno grande adiuto e di una delicata cura: intorno a che io, fino a questo punto dall’ora che mi fu da’ nostri amici fatto intendere, non ho lasciato indrieto cosa alcuna, e di dí e di notte; in modo che io ho mollificato assai li animi di qualcuno.

[5] E dove la legge era da chi cerca disfavorire etc. stiracchiata per mille versi e datoli sinistre interpetrazioni, è un poco posata; nientedimeno li avversari sono assai e non lasciono a fare nulla; e il caso è pubblico per tutto, fino pe’ *borde*gli, in modo si può fare alla scoperta, e è aggravato da infinite circunstanzie. [6] E prestatemi fede, Niccolò, che io non vi dico la metà delle cose che vanno attorno, e avanti che io producessi la legge, era messa per cosa giudicata.

[7] Io l’aiuto per tutti ’ mezzi: cosí fa Piero del Nero, al quale io fo ora per ora intendere tutto, perché è fatto el medesimo a me da chi non vuole lasciare ruinare *e voi e me.*

[8] Sono stato sollicitato questo punto da chi vi ama, e è persona che voi ne fate capitale, a scrivervi che voi soprastiate dove vi trovate e non torniate per nulla, perché la cosa si va mitigando, e sanza dubbio arà migliore fine non ci sendo voi che essendoci, per piú conti; e poi io fo delle cose che non faresti voi, e pure sono necessarie, perché tutti li òmini vogliono essere riconosciuti e onorati e pregati, ancoraché le cose sieno chiare, e pare conveniente che chi serve ne sia ringraziato, e pregato prima e ripregato: a che quanto voi siate atto, lo lascio giudicare a voi.

[9] Insomma, uno de’ potenti remedi a questo male, che è tanto grande che vi farebbe paura, è lo stare assente qualche dí, tanto se ne vegga el fine; e perciò vi mando la presente, sollicitatone da altri, pure persone private, ma di tante qualità che si può manco errare a fare cosí che altrimenti.

[10] Li altri vostri compagni sono pronti alla difesa, se basterà: ché a’ dí passati, in uno altro caso simile, *non è giovato, che è quello che ha fatto risuscitare questo*. [11] Se io vi dicessi non avere mai dormito poi accadde questo, crediatemelo, *perché voi ci avete tanto pochi che vi voglino aitare, e io lo pruovo,* non so donde venga.

[12] Di nuovo vi dico facciate quanto siate consigliato, e non uscite, e fate uno presupposto che io non aombri scuro, come voi solete dire, ma che sia molto piú: *e avendoci io interesse mi doverresti credere, perché tocca piú a me che a voi*. Non altro.

[13] Die xxviii Decembris, hora secunda noctis, 1509.

Quem nosti

1510-1511

198

Francesco Soderini a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 28 giugno 1510)

[1] Spectabili viro domino Nicolao Machiavello pro excelsa Republica Florentina apud Christianissimum Regem compatri nostro carissimo. Alla corte

[2] Franciscus de Soderinis Basilicae xii Apostolorum presbiter Cardinalis Xanctonius

[3] Spectabilis vir compater carissime, per rispetto del pubblico e privato nostro molto ci fu grata la deliberazione di mandarvi costà, sappiendo la destrezza e prudenzia vostra, e quanto possiate essere utile ad ogni cosa. [4] Abbiate pazienzia se è cum qualche vostro privato sconcio.

[5] Circa le cose pubbliche non abbiamo che dire, sappiendo avete bona instruzione e siate savio. [6] Confortiamovi, oltre allo offizio che farete per la patria, usare onni diligenzia che si tenga in buona unione cotesto principe colla Santità del Papa; il che non solo è per giovare a loro, ma a noi e a tutta Italia. [7] E noi reputiamo sia necessario, né si possino partire l’uno dall’altro, benché qualche volta venga de’ dispareri. [8] Avete in corte lo arcivescovo oratore pontificio, uomo prudentissimo e che vale assai: simo certi vi vederà volentieri, e per nostro amore, perché è amicissimo, conservatevelo, che ne farete capitale, e ne caverete frutto assai e aiuterete l’uno l’altro al bene comune.

[9] Non vi raccomandiamo le cose nostre, perché simo certi le reputate vostre; e Giovanni Girolami sarà onni dí cum voi, che farà intendere quello che occorre alla giornata.

[10] Se fussimo a Roma, poteremovi aiutar di qualche cosa; e accadendo, non mancheremo anche farlo di villa.

[11] Florentiae, xxviii Junii mdx.

[12] Compater vester Franciscus Cardinalis Vulterranus

199

Bartolomeo Panciatichi a Niccolò Machiavelli

(Lione, 26 luglio 1510)

[1] Spectabili viro domino messer Nicolò Machiavelli, segretaro fiorentino. In corte. Iesus, addí xxvi di luglio 1510

[2] Onorando e caro messer Nicolò, raccomandomi a voi. [3] Disivi avere avute le vostre de’ 18 e 22, e quela sera spaciato súbito el Targa, che pel Ferarese doveva pigliare el camino, capitando a Barga andare a Firenze: è persona pratica, e sto di bona voglia arà saputo ben procedere. [4] Dipoi venono, come dissi, le vostre de’ xxi, le quali sono ancor qui: andrano per lo primo; e in questo punto è comparsa la vostra de’ xxii con altre per Firenze, che alsí manderò per lo primo. [5] In questa medesima ora è arivato da Roma fante, cioè Piero Porco, con vantaggio a molti, e prima da Roma n’era partito un altro fante a’ 13, che s’intende da Piagenza fu mandato a Milano: stimasi avessi lettere del papa, ché di mercanti non levò lettere; questo sopratenerlo denota portassi d’importanza. [6] Questo, venuto questo dí, ha portate, sotto una mia coverta de’ signori Dieci, la incrusa vostra e quella de lo Aciaiuolo per voi: furnoli aperte a Piagenza e molti altri luoghi, e mi dice el coriere che a Piagenza liene fu ritenute alcune ch’erono nel mazzo de’ Dieci. [7] Stimo fussi quella de la cifera, che come non l’arano intesa, aran preso sospeto, e la manderano a Milano. [8] Maravigliomi tocchino le lettere della Signoria: non si maraviglino se voi non darete loro de li avisi. [9] Forse vi sarà mandata da Milano, non accadendo sospetto con li amici. [10] A Bologna non dicon niente a’ corieri, si non al pasar di questo: potreb’esere lo farebono per lo avenire. [11] Queste vostre manderò per lo miglior modo potrò. [12] Questo fante mi dice di bocca aver visto el marchese di Mantova a Bologna desinare con el legato: comentate or voi. [13] Mando queste alla posta: stimo ve ne sarà fatto servizio meglio che in Lombardia.

[14] Pregovi mi raccomandiate a Giovanni Girolami, e che io li raccomando quella lettera di naturalità. [15] Raccomandomi a voi per centomila volte, ringraziandovi delle nuove. [16] Ho fate le vostre raccomandazioni; rendovele dupricate. [17] Antonio Tadei ha tolto per donna la figlia di Galeazzo Sasetti. [18] Iddio vi dia quel disiderate.

[19] Bartolomeo Panciatichi in Lione

200

Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 3 agosto 1510)

[1] Spectabili viro Nicolao de Maclavellis secretario Florentino apud Christianissimum Regem Franciae

[2] Compare mio caro, io ho pregato Ruberto che vi rimandi presto, perché almeno, perdendo lui, riabbiam voi; e per questo state contento, poi che lui è giunto, tornarvene presto, ché Filippo e io vi chiamiamo tuttodí. [3] Poi che vi partisti, che fu il dí di San Giovanni (se bene ho inteso, ché non c’ero), sono stato del continuo malato e ho creduto a ogni modo passare nell’altro mondo: pure da 15 dí in qua mi sono riavuto in modo che ora sto bene, ma intendo tante cose a un tratto che m’aggirano il cervello, perché avendo avuto male, non l’ho potute intendere dí per dí, come hanno fatto gl’altri. [4] E prima Marcantonio Colonna con 150 cavalli e 500 fanti essere ito per ordine del pontefice a rivoltare Genova e essersi condotto là presso, e mancando di speranza essere stato forzato a montare in sull’armata de’ Veniziani che girava là intorno per questo medesimo effetto, avervi messo su qualche cavallo e parte della compagnia, el resto aver lasciato a discrezione. [5] Io avevo Marcantonio, per relazione di molti, per uomo di gran giudizio e buon discorso, e molto cauto nelle imprese sue; né mi posso persuadere qual sia stata sí potente causa che l’abbi constretto con sí poca gente a mettere in pericolo la compagnia, l’onore suo, quale stimava tanto, e ancora la vita, perché, se veniva in mano de’ Franzesi, non credo l’avessino salvato. [6] Lasceròvvi un poco pensare ancora a voi, e alla tornata vostra ne parleremo.

[7] Ma vegnamo al pontefice, el quale non si può dire che, poi è in quel grado, el governo suo sia stato di matto, e in quello ha avuto a fare pare sia ito ancora assai cautamente; nondimeno, piglia una guerra col re di Francia, né si vede per ancora che abbi in compagnia altri che e’ Veniziani, mezzi rovinati e disperati, e comincia in modo a offendere il re da non doverne seguire pace presto, perché prima piglia come un ladro monsignore d’Aus, el quale el re faceva dimonstrazione stimare assai; dipoi cerca con parole e con fatti farli ribellare Genova, e innanzi vi mandi armata o altro, pubblica per tutto che Genova si volterà, che non è se non dire al re: « Guardala »; e poi che la prima volta non li è riuscito, dice volerla tentare la seconda. [8] Assalta le cose del duca di Ferrara in Romagna, e per essere mal guardate, ne piglia parte; restava la fortezza di Luco, che si bombardava: uscirono di Ferrara forse 600 cavalli franzesi, e al sol grido tutte le gente del papa si missono in fuga e lascioron l’artiglierie, e ’ Franzesi ripresono tutte le terre che avevono prima tolto a Ferrara. [9] In conclusione, io non intendo questo papa: come sia possibile che lui solo e Veniziani voglin pigliare la guerra contro a Francia. [10] Dice Giovanni Canacci che gli pare che ’l papa abbi fatto come chi giuoca a flussi o primera, e vuole cacciare e ha fatto del resto, e che il re sta dubbio di tenerla, dicendo fra sé: « Se lui non avessi buono, e’ non legherebbe sí gran posta »; ma se il re la tiene – che si conoscerà come comincia a muovere gagliardo contro a Bologna –, el papa allora tenterà di farne accordo. [11] E io vi dirò il vero: vorrei che il re pigliassi Bologna, seguissi la vittoria, cacciassi il papa di Roma e che uscissimo di lezi, e seguitassi poi quel che volessi. [12] Restaci ora a vedere se il papa ha lo imperadore e Spagna con lui, come molti giudicono. [13] Io mi potrei ingannare, ma credo di no: credo bene che lo imperadore, quando avessi e’ patti che lui volessi dal papa, si volterebbe contro al re, perché ha il cervello, come sapete, vòlto a non si fermare; ma sarebbono tali e tanti, che il papa rimarrebbe sanza danari e dubiterebbe di non perdere la guerra col re, e, se la vincessi, di non avere a temere piú lo imperadore che ora non fa il re. [14] Ispagna, sanza lo ’mperadore li parrebbe essere debole; con esso, dubiterebbe che, se vincessi, avere a perdere non solo il Reame, ma la Castiglia e l’Aragonia, per le ragioni v’ha su il nipote.

[15] Compare, io ho fatto conto parlare con voi, e delle cose drento non vo’ dir niente, perché Ruberto vi ragguaglierà. [16] L’amico è nelle mani del beccaio, come era alla partita vostra. [17] Né altro. A voi mi raccomando.

[18] Francesco, in Firenze, addí 3 d’agosto 1510

201

Antonio Della Valle a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 5 agosto 1510)

[1] Egregie vir maior honorande etc., iarsera vi si scrisse in fretta, e non vi si poté significare quello che per la presente vi si dirà. [2] Per altre avete inteso che la condotta di Marco Antonio fu a mezzo maggio, e, volendo lui o titolo o augumento di condotta, li fu negato, e per rispetto delli altri condottieri, e *per i pagamenti che ne corrono ogni fiera a Lione e per conto de’ due re e per i donativi;* essendoli denegato lo aumento e il titolo, lui, come quello che doveva avere prima pratiche colla Santità del papa, si gittò in quello di Lucca, né mai s’intese di chi lui fussi soldato, se non quando il papa ne richiese del passo per a Bologna, il quale passo per a Bologna fu conceduto. [3] Volle dipoi il papa particularmente intendere il cammino che aveva a fare, e li fu risposto che era per la Val di Nievole, per il contado di Pistoia e per la via della Sambuca, che riesce ad Alberga e al Sasso, in quello di Bologna. [4] Lui finse di volere andare a campo a Massa, de’ marchesi Malespini. [5] Questo secreto di volere andare alla impresa di Genova a noi non fu mai noto, *ma dubitandone lo amico nostro, vi scrisse e di questo e d’altro sino a’ dí ventisei de giugno; ma ’ Lucchesi dovevano sapernelo intero, che ci feciono avanti la partita di Marcantonio minacciare dal papa delle cose di Barga, e besognòcci provvedere quello luogo in buona forma.* [6] Il cammino suo fu per il Lucchese, per le terre del marchese di Massa, il quale non poteva ostare, e per i terreni di Serzana, dove, passato la Magra, se ne andò alla Spezia; dipoi stemo piú giorni non potemo avere lingua con verità del progresso suo. [7] L’armata de’ Viniziani comparí in uno tratto, né mai se ne seppe niente, in modo che se noi non avamo provvisto Livorno bene e Pisa (dove avamo messo prima md delle bandiere), il forte di Pescia e Santo Miniato, non saremo stati sanza grande pericolo, *perché poi che l’armata fu passata Sua Santità ebbe a dire che se non voltava Genova verrebbono a Pisa e Livorno; e questo perché, volendo mandare nuove fanterie drieto a Marcantonio e richiedendone del passo (perché venendo da Roma bisognava toccassino il dominio nostro), noi glielo negamo assolutamente, rispondendogli che, se noi avamo conceduto il passo a Marcantonio per a Bologna, lo avemo fatto perché reputavamo andassi per defensione delle cose della Chiesa, ma domandandolo per andare in Genovese, che era contro alle cose del Cristianissimo, né per queste né per altre gente non pensassi che noi avessimo a dare passo per quella via. [8] E cosí li togliemo la facultà di potere rinfrescare Marcantonio di gente; il quale Marcantonio, se andava diritto alle porte di Genova sanza fermarsi, e che l’armata si fussi presentata a una medesima ora,* vi diciamo *con certitudine che Genova voltava: e questo abbiamo da persona prudente, amicissimo nostro, che era in sul luogo.*

[9] Questo vi si significa non per *essaltare le cose di Marcantonio o del papa, ma perché voi avvertiate il Cristianissimo e Robertet del pericolo che si è portato, acciò che si provveghi per una altra volta, confortandoli a fare quelli provvedimenti* che abbino a *tenere ferma quella terra, che bisognano grandi, mentre che il papa sta in questa fantasia;* e il piú *importante provvedimento che si possa fare,* come per la aggiunta iarsera vi si scrisse, *è mandarvi subito uno nuovo governatore,* il quale sia *buono e prudente, e sia per tenervi le fanterie che sono pagate da quella terra,* e per non fare di quelle cose che *vi si fanno. [10] E se non fussi una singulare affezione che noi portiamo al Cristianissimo, non si metterebbe la falce nella biada di altri; ma li vogliamo avere fatto intendere quello che forse non hanno inteso ma’ da altri. [11] Del governatore passato Genovesi si laudano,* e vorrebbe essere *lui o uno altro simile a lui che fussi per amministrare giustizia, e ricordate faccino presto; se piace a Cristianissimo e Robertet, lo tenghino secreto, per non nuocere ad altri sanza profitto alcuno.* [12] Ma se ricercheranno, troverranno questa essere la verità. [13] *Nel ritornarsene, Marcantonio mandò qui a domandare il passo, e essendoli negato si misse ad imbarcarsi.* [14] Di quelle poche gente aveva Marco Antonio a cavallo, imbarcò cavalli buoni da 120 in 130, delli altri ne venderono una parte 2 o 3 ducati l’uno; e avendo cominciato ad ammazzare quelli che avanzavano, domandandoli in dono alcuni fanti li donò loro, de’ quali quelli che sono arrivati nel dominio nostro sono stati tutti isvaligiati, benché fussino ronzini deboli e di poca qualità; èssi inteso che il signor Muzio ne ha recuperati qualche uno, come per altra vi si è scritto. [15] Marco Antonio per mare isboccò a Porto Baratto, e alla vista della armata franzese si levò e andossene in quello di Siena sotto Massa, a uno luogo detto Pecora Vecchia; lui per staffetta se n’è andato a Roma, *donde s’intende che Sua Santità sta in opinione volere rifare la impresa de Genova.* [16] Il capitano delle galee viniziane che sono a Civitavecchia se truova a Roma, *e dice aspettare altri legni per detta impresa di Genova, dove dice che hanno a calare e’ Svizzeri per la via di Savoia e di Savona, de’ quali Sua Santità aveva chiesti semila. [17] Loro hanno detto che volevano essere ottomila, e ultimamente hanno fatto intendere che vogliono essere diecimila almeno, e Sua Santità si dice avere mandato là il danaio per altanti:* se è vero o non, di costà se ne debba avere piú certa notizia. [18] Questo *è quanto a Marcantonio e alle cose di Genova.*

[19] Quanto alla causa del non avere *dato notizia a buona ora etc.,* quello che si poté *indovinare si scrisse sino al tempo di Alessandro Nasi e a Francesco Pandolfini, appresso il quale ne può essere testimone; ma si scriveva per coniettura.* [20] Quando si sarebbe potuto, *Sua Santità non ha lasciato venire li avvisi prima da Roma e dipoi da Bologna.* [21] Circa alla causa perché lo oratore non è stato in corte, se ne può assegnare molte. [22] Prima, Alessandro era stato di costà piú di due anni e desiderava estremamente tornare, e se cotesta Maestà non se ne contentava, stava a lei il dargli licenzia; lui sanza licenzia di costà non sarebbe tornato, e di qua si scontrorono le elezioni qualificate a non fare sí lungo viaggio. [23] Venne di poi la elezione in Ruberto Acciaiuoli, il quale per non essere di molto gagliarda complessione non è potuto venire in questi caldi, ma infra due giorni partirà infallanter, *e non ci è stato artificio di alcuna ragione.* [24] Questa cosa adunche *non debba ombreggiare,* essendovi massime *stato voi, che sète secretario della Signoria,* e per altri tempi *vi conoscono.* [25] Qui non è stato *mai uomo che abbi pensato di partirsi dalle obbligazioni* etc., se non fussimo *in modo forzati che non avessimo rimedio;* e quando questo si pensassi fare *da altri, doverrà Sua Maestà Cristianissima ancora lei provvedere che noi possiamo persistere in fede,* come è *lo animo nostro. [26] E a’ casi di Robertet* si è pensato, e dato tale ordine *a Ruberto, che Sua Signoria vedrà* che non ha avuto *da dubitare della fede di qua di persona, perché noi ci guardiamo dallo impromettere; quando le promesse sono fatte, non troverranno nel mondo una fede tanto stabile e tanto ferma quanto quella de qua.* [27] Non si è differito di dare ordine *alli affari suoi per stare a vedere quello che segue* etc., perché avendo una volta *fermo di stare in confederazione con il Cristianissimo,* sappiamo molto bene quanto tempo è che *Robertet è stato il primo secretario, e prima del re Carlo e dipoi di cotesta Maestà Cristianissima. [28] Conosciamo la prudenzia sua, la pratica grande che ha de cotesti maneggi, lo ingegno elevato e la cognizione che tiene delle cose de Italia,* et finaliter *quanto sia amato da cotesto Cristianissimo;* e però non sia alcuno che esistimi che noi abbiamo *immaginato o sognato, nonché pensato, che la autorità sua non venga a crescere in dies, perché cosí meritano le sue virtú e* cosí è desiderato grandemente da noi; e però chi avessi *pensato simile cose si sarebbe partito molto dalla verità.* [29] È parso di onorare Ruberto nel venire suo, che porti *la mente e ordine di quello che si ha a fare; verrà Roberto, e* cosí seguirà e sarà cosa che *lui riconoscerà la fede di ciascheduno di qua, e basti.* [30] Restami a farvi intendere che *indebitamente è stato dato carico a monsignore di Volterra che lui sia venuto dal canto di qua per operare che la città si disponga alla voglia del papa. [31] Chiamiamo Iddio in testimone che questa opinione è falsissima, perché né lui enterrebbe in maneggio che tornassi contro Sua Maestà, e qui si ne sarebbe udito,* certificandovi che *Sua Santità nuovamente lo chiama a Roma, forse per dubbio che lui si pigli qualche altro cammino,* etc. [32] Fate fede di costà della verità, *che certo le opere sue non meritano queste sinistre opinioni. [33] Lui partí da Roma indispositissimo, macilento che non si reggeva a cavallo, e però in lettiera venne dal canto di qua, dove si è sempre stato in Casentino e in Mugello, né qui è mai comparso, per non trovarsi in disposizione potere negoziare; pure speriamo in Dio che il male terminerà presto.* [34] Vorremo che di costà si credessi che *lui non pensò mai di fare cosa che tornassi disonore o danno al Cristianissimo, ma sí bene utilità e onore;* e sempre che *lui lo possa fare sanza incorrere nella indignazione di Sua Santità, non porta uomo cappello in testa che lo facci piú francamente e piú volentieri.* [35] Se sarà creduto cosí, sarà creduto la verità, sin minus, *arà pazienzia, seguiterà di fare bene, sperando che se non lo conosceranno li uomini, non mancherà di conoscerlo quello che vede tutto;* e quelle verità che non appariscono in uno tempo, non manca che si manifestano in uno altro. [36] Non *fu mai piú bella cosa: noi dal papa siamo tenuti franzesi naturali e stietti, e per questo si è pensato da Sua Santità delle cose che non sono state né belle né buone per noi; e i Franzesi dubitano della fede nostra.* [37] Questo ho voluto scrivervi per satisfare a me medesimo, *e perché ne diciate di costà tutto o parte, secondo vi parrà conveniente; tutto reputate scrittovi dallo amico nostro, e cosí l’usate.* [38] La brigata vostra sta bene; scrivetele che, bisognando cosa che io possi, facci meco con ogni sicurtà, e bene valete.

[39] In fretta. Ex Florentia, die vta Augusti mdx.

[40] Vester Antonius Johannis della Valle notarius etc.

202

Francesco del Nero a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 6 agosto 1510)

[1] Spectabili viro Nicolao Maclavello apud Christianissimum Al nome di Dio, addí vi d’agosto 1510

[2] Spectabilis vir et maior honorande, ieri ebbi la vostra de’ dí xxv del passato, e per quella intendo quanto dite che io v’avvisi del retificare di Totto: il che arei fatto per me medesimo, quando lui avessi risposto, ma e’ c’è lettere per mano del nipote di prior Battista, il quale è tornato in sopraccarico di certi oli che Totto ha mandati in Ancona con condizione che detti oli si barattino a panni, e màndinsegli là in Puglia. [3] Dello accordo non ne scrive, perché non sapeva ancor nulla; ma dipoi io ho parlato a un vetturale, il quale andò a Leccio 8 dí dipoi che l’accordo fu fatto, e portò a Totto una mia procura; e è tornato, e dice che Totto sta bene. [4] Ma da Totto non c’è un verso. [5] Ora, fatene il giudizio voi: se Totto retificherà, io farò quanto voi m’imponete.

[6] Alla Mercatanzia non s’è fatto retificare e’ ducati 200, perché quando non ho trovato il Ponentino, e quando è stato feria. [7] Farollo súbito che escono; perbenché Totto non abbia altro creditore che Girolamo, pure, per ogni rispetto, si farà. [8] Piero mio padre dice che vorrebbe, capitando voi a Lione in casa Martino Martini, che v’è un figliuolo d’Andrea Guidotti che ha nome Antonio, che voi lo confortassi a far bene e al guardarsi dal male, e lo raccomandassi a’ detti Martini come vostro cognato, etc.

[9] Né altro per questa. Sono vostro.

[10] Francesco del Nero in Firenze

203

Giovanni da Poppi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 17 agosto 1510)

[1] Spectabili viro Nicolò Machiavelli

[2] Tre dí fa vi dissi quanto mi occorreva: tutti li avvisi e nuove ci sono di poi, vi si dicono per una piccola pubblica. [3] E altro non ho che dirvi, *salvo ci pare che Ferrara sia cominciato a lasciare quasi in preda: donde nasca non so. [4] Se cotestoro si facessino innanzi, non dubito che non facessino rinculare altri e chi ancora teme; ma ci pare la paura sia divisa, cercandosi accordo. [5] Ma le forze del Papa sono piccole, e pure è temuto; vedréno che seguirà. [6] Papa dice avere lo accordo in mano e non volerlo, e sempre minaccia.*

[7] L’amico sta bene: è in favore del cielo e delle ben nate alme.

[8] E addio. In Firenze, addí xvii Augusti 1510.

Vester amicus

204

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 22 agosto 1510)

[1] Nicolao Maclavello secretario Florentino suo plurime honorando. In corte del Cristianissimo Re

[2] Niccolò, io vi ho scritto oggi uno verso, dictante domino Marcello, come vedrete. [3] E se io non vi ho scritto e non vi scriverrò, non ve ne maravigliate, che li tanti affanni in che mi truovo mi cavono del cervello. [4] Come sapete, la mia donna era malata al partire vostro; e finalmente mi è stata lasciata per morta da ogni uno, e se Dio non mi porge la sua grazia, non la troverrete viva. [5] E sono condotto a tale termine che io desidero piú la morte che la vita, non vedendo spiraglio alcuno alla salute mia, mancandomi lei. [6] Spendo ogni dí poco meno d’uno fiorino; e cosí rimarrò abbandonato, sanza compagnia e sanza roba. [7] Non altro. Raccomandomi a voi; e pregate Dio vi dia migliore fortuna che non fa a me, che forse lo merito piú di voi.

[8] Florentie, die xxii Augusti 1510.

Vester Blasius

205

Antonio Della Valle a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 22 agosto 1510)

[1] Egregio maiori meo plurimum honorando Nicolao Machiavello, secretario et mandatario Florentino apud Christianissimam regiam Maiestatem

[2] Egregie vir maior plurimum honorande, etc., *per il pubblico vi si scrive delle cose di Modana e di Ferrara, le quali sono tali, per la celerità della revoluzione di Modana, che fanno dubitare che possa essere vero del resto; e, veduto come quello signore è stato abbandonato, spaventa ciascuno che avessi ad avere bisogno di aiuto, e però è necessario che voi parliate in quella forma che ricercano i presenti tempi, e che si pensi a tutto quello che potessi succedere in queste presenti occorrenzie.*

[3] Bene valete. Ex Florentia, die xxii Augusti mdx.

[4] Vester Antonius della Valle notarius etc.

206

Bartolomeo Panciatichi a Niccolò Machiavelli

(Lione, 24 agosto 1510)

[1] A monsignor lo segretario della Signoria di Firenze, Nicolò Machiavelli. In corte. Iesus, addí xxiiii d’agosto 1510

[2] Monsignor lo segretario, racomandomi all’usato. [3] Ebbi la vostra de’ 18, e visto non si spaciare fanti per Roma, o pochi, mi deliberai, come ordinasti, di mandarla a Milano a lo ambasciadore Francesco Pandolfini, che a quest’ora vi debono esere, e di qui dipoi non è partito nesuno per Italia. [4] In questo punto, che siamo a note, è arivato un coriere da Roma, che partí a’ 12 e da Firenze a’ 14: di vostre non ha portate, che sapi, altro che una, che sarà con questa; venne sotto una mia coverta, sanza soscrizione. [5] Intendo che in Lombardia le lettere della Signoria non son piú toche, purché sieno conosciute, e questo so certo per certe lettere della Signoria che venivano a me, che per poca avertenza di chi le portava, che non sepe dire che le fusino della Signoria, furno aperte, e súbito conosciute dal commesario, non le legié, anzi présse molte scuse, e disse avere commesione lasarle pasare. [6] Cosí debono avere li altri. [7] Qua si dice di Modona, Carpi e altre case esere diventate papaliste: di costí se ne saprà la verità. [8] Domatina a desinare, che sareno a domenica, s’aspetta el nuovo ambasciadore. [9] Idio lo meni a salvamento.

[10] E’ bisogna che voi ci mandiate la licenzia da posere riscuotere, pacare e cambiare, perché e’ mercanti han piú paura che non bisogna, e masime d’alcuni ufizieri che hanno e’ denti lunghi, che già di cotesti di costí non è da temere d’insolenzia: questi di qui ci fan paura, e son certo che cotestoro non la ’ntendano per modo rigoroso, né nel modo che alcuni la ’nterpetrano. [11] A loro basta che di qui non vadi danari a Svizeri, come non è per andare né per farsi per la nostra nazione, cossí che torni in progiudizio della corona, che sarebbe el nostro. [12] Per vostra fé, vedete abiàn licenza, e, se vogliono ecetuare Roma del cambiare, lo facino, e pensino che, se noi non riscotiamo, non paghereno loro, che io li ho a riscuotere, quelli ho a dare, per la Signoria, etc. [13] Piaciavi farne, e el prima posétte. E addio. [14] El Girolamo si condusse pure a Firenze, Idio lodato.

[15] Vostro Bartolomeo Panciatichi, in Lione

207

Giuliano Della Valle a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 25 agosto 1510)

[1] Spectabili mandatario Florentino apud Christianissimam Maiestatem, Nicolao Maclavello suo amatissimo

[2] Mandatarie dilectissime, per non ci essere ser Antonio, supplirò in luogo suo con questi due versi: rispondendo a ser Antonio, verrete a rispondere a me. [3] Io ho visto la vostra de’ 13, e il guadagno sapete che mi piace; ma la spesa mi dà noia, e piú li pericoli che si corrono ad intrare in simili mercanzie in questi tempi, e’ quali sono molto forti, adeo che chi conserverà il suo, non che cerchi di guadagnare, non farà poco. [4] Perché si vede questo pontefice ogni dí piú accendersi alla guerra, e ha fatto a Civitavecchia una grossissima armata, e ha soldato iii o iiii mila fanti; e si persuade, secondo il parlare suo, dovere conseguire la impresa. [5] Ma la città qui è intrata in grandissimo sospetto di Piombino, della Maremma nostra, di Vada, di Livorno e di Pisa; e hanno questi nostri Signori mandato in quelle maremme tutte le loro genti d’arme, e gran somma di fanterie, in modo che sono intrati in una spesa grandissima. [6] Inoltre, si è messo buona somma di fanti in Volterra, al Poggio Imperiale e in Arezzo, per rispetto che a Castello hanno ridotto li usciti d’Arezzo, e il signore Marcantonio si truova tra Chiusi e Sartiano, Giovan Capoccia è a Montepulciano, e danno danari, e fanno cavalli e fanti quanti ne possono prendere. [7] Giovan Paulo Ballioni si truova in Perugia, e va facendo pratiche continuamente in sul nostro, in maniera che questi nostri Signori stanno con gran sospetto e dispiacere, e sono intrati, come ho detto, in una grandissima spesa, e molto maggiore che non era quella di Pisa: e Iddio voglia che questa non abbi ad essere una mala guerra.

[8] Da altra parte s’intende Svizzeri essere alla montagna di San Bernardo, e volere scendere ad ogni modo; e il papa fa caricare la sua galeazza di frumento a Civitavecchia, cosí molti altri navili, che si vede vuole adoperare detti frumenti per le vittuarie di essi Svizzeri; e si crede, se l’armata sua fia piú potente, se ne verrà a Savona o a Villafranca o a Nizza, o in qualche porto sopra a Savona. [9] Dell’armata di Genova non s’intende ancora bene il particulare. [10] Ancora s’intende che le genti de’ Veniziani hanno ripreso tutto il Pulesine, e se a Lignago non fia la gente molto grossa, se ne verranno a passare il Po dirimpetto a Carpi o alla Mirandola, e venendo ii o iii mila cavalli leggeri con qualche somma di fanterie, se verranno co’ Rossi insino in parmigiano: e hannosi levato la guerra da dosso e di casa, e ora la metteranno in Lombardia, se non truovono grosso e forte riscontro. [11] Nostro Signore Iddio proveda a tutto, e soprattutto aiuti questi nostri eccelsi Signori, e’ quali sono in grandi affanni. [12] Per fretta non dirò altro. [13] La brigata vostra sta bene, et vos bene valete.

[14] Ex Florentia, die xxv Augusti mdx.

[15] Vester Ser Julianus Vallensis

208

Giovanni da Poppi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 29 agosto 1510)

[1] Spectabili viro Nicolò Machiavelli, etc.

[2] Carissimo Nicolò, questi di cancelleria non hanno paura d’una penna, ma l’arebbono bene d’uno remo; e se non ti hanno ragguagliato del termine in che si truovono tutte le cose tue, è stato perché nessuno vuole fare quello che non se li appartiene. [3] Mogliata è qui, e è viva, e ’ figliuoli vanno al lor piede; della casa non si è visto il fine, e al Percussino sarà magra vindemmia: e questo è dove tu ti truovi. [4] I’ ho oggi mandato duo volte per il nipote tuo: non ci è venuto anchora; debbe forse essere fori alla villa. [5] Domani farò di vederlo, e li dirò il bisogno. [6] La festa e questo subito spaccio ha fatto che li 50 ducati non ti si sono potuti rimettere: piglieronne il carico io, e pensa che per la prima che si scriverrà a Lione, vi si scriverrà il bisogno.

[7] *Le tue lettere hanno fatto di qua sbadigliare ognuno; e pensa e ripensa, e poi non si fa nulla. [8] Tu ci puoi vedere fino di costà, che si faccia e che si dica; e insomma noi siamo òmini che il caldo ci stempara e il freddo ci rannicchia. [9] Insomma, a noi ha a intervenire come a quelli di chi diceva Quinzio: « Sine gratia, sine honore, premium victoris erimus ». [10] Questa chiesta delle genti ci conduce in loco, do-ve forse ancora non si vede. [11] Io, per me, la veggo farci scala a un altro appuntamento con grande iattura nostra, perché noi manchiamo dell’obbligo, e bisognerà rattopparlo forse con piú panno che non saria stato tutta la vesta. [12] Cosí interviene a chi non prevede; e sare’ bene che chi fu causa della partita di Marcantonio provvedessi ora a questo disordine, il quale con molti altri nasce da quella lasciata. [13] Ma gli è un bene, o per meglio dire, manco male, ché se queste cose vanno avanti, noi faremo un brodetto d’ogni cosa. [14] Io, per me, credo che gli arà a onni mo’ a intervenire del papa e della Chiesa come intervenne di Venezia, che tanto pinse che vi entrò. [15] Io non so che mi ti dire altro.*

[16] Bene vale. Florentiae, die 29 Augusti 1510.

Compater vester

[17] *Non parlate con altri di questi mia ghiribizzi.*

209

Francesco Pandolfini a Niccolò Machiavelli

(Gallarate, 30 agosto 1510)

[1] Magnifico viro Nicolao Machiavello, secretario e mandatario Reipublicae Florentinae apud Christianissimam Maiestatem. A Bles. † Jesus

[2] Tanquam frater etc., iersera per un corriere aúto da Firenze ricevetti la inclusa vostra, quale mi fu mandata aperta perché la leggessi e, risuggellata, dipoi ve la mandassi; e cosí fo. [3] Voi non tenete quel conto che si conviene *di Ferrara,* e nasce perché *filate de’ Svizzeri. [4] Il duca* pare si sia *ritirato dentro con tutte le genti in Ferrara, quale resta sanza pericolo,* altro non si faccendo; *e questo moto de’ Svizzeri proibisce farlo. [5] El papa arà le 300 lance dal re di Spagna,* e questo principio col tempo sarà causa *di produrre diffidenzia e inimicizia fra re di Francia e re di Spagna. [6] El re vòle le 300 nostre lance* ad ogni modo, *e la commissione* debbe *nascere di costí.*

[7] Io vi mandai ieri, sotto lettere del Panciatico, con una coverta però de’ Dieci, vostre lettere. [8] Né altro per al presente mi accade. [9] Se Ruberto fusse ancora comparso, direi che per mia parte lo salutassi. [10] Il mondo s’avviluppa, e il Frate s’apporrà, che Dio vi renda el credere.

[11] A Galeratis, xxx augusti mdx.

[12] Quando vedete monsignor Robertet, raccomandatemi infinite volte a Sua Signoria.

Franciscus Pandulphinus, orator

210

Bartolomeo Panciatichi a Niccolò Machiavelli

(Lione, 1 settembre 1510)

[1] Al mio onorando messer Nicolò Maclavello, mandataro della Signoria di Firenze al cristianissimo re. Alla corte. † Jesus

[2] Monsignor lo segretaro, scrissivi l’utima per Giovanni Girolami; questa mattina ebbi la vostra de xxvii passato, e quella per Firenze al magistrato de’ signori Dieci si manderà: non avendo altro modo, si farà per mani delle poste fino a Milano, diritte all’oratore Pandolfini, dal quale s’è avuto in questo punto lo presente piego molto racomandato. [3] E, sendo partito stamattina l’oratore Acciaioli, a voi si mandano, come porta l’ordine. [4] Avisate dell’avuta, e, davanti la partita dell’oratore, come detto, questo giorno li referi’ quanto scrivesti; e di costà sarete presto insieme. [5] Iddio l’acompagni per tutto, che veramente la sua qualità merita lalde. [6] Piaccia a Dio la sua venuta sia a benificio suo e della patria, e quelli nostri vicini a Pisa vi sieno racomandati.

[7] Ringraziovi delle nuove n’avete dato, e referito súbito a questi della nazione sopra la facenda de’ cambi, di che s’è aúto licenza; e duole e grava a tutti li mercanti questi trambusti e modi di messer lo papa, che sarà causa di rovinare la corte romana. [8] Iddio provega al bisogno. [9] Né altro per questa.

[10] A voi mi racomando, Iddio pregando di mal vi guardi.

[11] A Lion, alli primo di settembre mdx.

[12] Io, Luigi Cei, alla vostra bona grazia mi racomando; a Raffaello Milanesi ho scritto sopra la facenda, iusto l’ordine.

Vostro Bartolomeo Panciatichi

211

Francesco del Nero a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 12 settembre 1510)

[1] Spectabili viro Nicolao Maclavello, segretario dignissimo. In Bles. Al nome di Dio, addí xii di settembre 1510

[2] Spectabilis vir, questa mattina c’è lettere da Totto, per le quali mi pare che retifichi a quanto per voi si fece. [3] Hanne mandato contratto a prior Batista, e lettere e instruzione; che, per esser prior Batista a Montespertoli, ho dato tutto a messer Giovan Piero, e dettogli che mandi per detto messer Batista, acciò che infra el tempo si possa fare gl’atti della retificazione. [4] E si vede che Totto s’è dibattuto un pezzo, che a me lo scrive, e dice in buona parte le persuasioni mie sono state causa dello averlo fatto retificare; e a voi non c’è lettere, ma dice vi si dica che è sano: non v’ha scritto per sapere voi non ci siate.

[5] La brigata vostra tutta sta bene.

[6] Francesco del Nero in Firenze

212

Giovanni Girolami a Niccolò Machiavelli

(Tours, 21 settembre 1510)

[1] Spectabili viro, domino Nicholò Machiavegli, in Lione

[2] Spectabili viro e magiore mio onorando, quanto posso e di buon cuore a voi mi raccomando. [3] Chi crede da queste generazione cavare profitto alcuno, sarà bene aventurato se la indovina: vogliono el loro per loro, e quelo d’altri a comune. [4] Dopo molte chieste della vostra lettera di passo, mi fu data da uno suo costatore, el quale mi domandò per sua pena di scritto e cartepecore danari 2; fui per lasciarla, tuttavolta l’ho presa, e ancora non li ho dato nulla, e, se non fussi che ho avere a fare di loro, li mostrerei el culo. [5] Se potrò iscobelarmene, lo farò; quanto no, dirò a Nicolò Alamanni che lo contenti. [6] Avuta che l’ebi, trovai meser de la Tremoglia per sugelarla, che tiene el sugelo secreto. [7] Lasciò istare tutto e véne, e spaciòmi súbito sanza legere né vedere che fussi, e mi usò queste parole formale: « Io amo tanto e’ Fiorentini tutti, e te in particularità, che non mi sarà mai fatica fare cosa che vi piaccia ». [8] Rincrazia’lo quanto si conveniva.

[9] Con questa sarà e la lettera de l’ambasciadore a’ 10 e Lorenzo Martelli, e la lettera di passo, e el dopio delli articoli dati al concilio per questa Maestà. [10] Altro non ho da dirvi di nuovo. [11] La conclusione si farà lunedí: intendendosi, e io giudichi potere avisarvene, lo farò. [12] Berlincozzi caldi caldi: la vicina de l’ambasciadore è buona compagna; la Giana a Lione so tutta vostra, e però li lascerete, piacendovi, una lettera, che me la dia a la mia prima venuta.

[13] Altro non mi accade. [14] Priegovi, quando sarete a Firenze, raccomandarmi a chi sapete, e vogliatemi bene, che io sonno tutto vostro.

[15] A Torsi, addí 21 di settembre 1510.

[16] Per lo tutto vostro Ioanni Girolami

213

Roberto Acciaiuoli a Niccolò Machiavelli

(Blois, 7 ottobre 1510)

[1] Spectabili viro Niccolò Maclavello secretario Florentino compatri carissimo. In Florentia

[2] Spectabilis compater, io ebbi l’ultima vostra da Lione, e mi son riservato risponderli per espettare lo arrivar vostro in Firenzie, dove io penso che, per grazia di Dio e poi della Gianna, vi siate condotto salvo, e allo arrivar di qua arete forse rivisto la Riccia.

[3] La lettera del tesaurier Robertet credo fussi pagata alla prima dimanda da quel de’ 500; e’ quali se non fussin ben chiari, io son chiaro io assai bene che è buon mezzano, a venderci ogni volta che trovassi comperatore. [4] Non so se e’ vostri metterà nel conto de’ 500; credo di no, per non guastare el numero. [5] Monsignor di Cuattrefoys attende a scoprir paesi e far scorrerie; e perché io mi sono impancato in su quel Gian di Ponte, me l’ho tirato di qua di riviera, per darli piú lunga corsa. [6] L’imbasciatore di Mantova alla barba vostra comperò di sua mano a queste mattine certi pescion’ da una bella figlia, e dice lo fece per farvi dispetto; e io vedendo chi vende, appruovo per ben fatto, e el primo venerdí liene calo anch’io; ma non lo dite a Nencio, che griderebbe com’un pazzo, e crederebbe che io avessi un bel tempo. [7] Delle condotte nostre intenderetene la riuscita allo arrivar vostro. [8] E come Piggello è venuto per consiglio, vedete se l’amico ha poca faccenda, e come può mai far nulla, quando va per consiglio a chi non resolve nulla: che non può calzar meglio questa cosa, che un che non fe’ mai nessuno effetto si consigli con chi ancora non ne fa mai alcuno; sopra che mi pare che lo abbiamo trattato secondo la natura sua e nostra.

[9] E’ mi pare vedere el Casa e Francesco e Luigi venirvi a trar di casa appresso lo arrivar vostro, e menarvi a un solino o in Santa Maria del Fiore per votarvi, e intendere tutte le cose di qua. [10] Ricordovi che quanto piú vi terrete in reputazione, piú vi stimeranno, sicché datele loro a spizzico e beccatelle. [11] E raccomandatemi talvolta a loro, e dite al mio compare Casa che m’abbi per raccomandato in questa solitudine; se non, che io non mi ricorderò di lui, se noi passereno e’ monti, e che io li farò saccomannare quello spedaluzzo di fava. [12] Delle cose di qua, sendovi comune le pubbliche, non dirò altro; e a voi mi raccomando.

[13] Vale. Ex Blesis, die vii Octobris mdx.

[14] Dice monsignor di Quattrofoys che li facciate buono uno ducato che ha pagato per la lettera, che l’ha fatto buono al granattiere.

[15] Compater Robertus Acciaiolus orator

214

Roberto Acciaiuoli a Niccolò Machiavelli

(Blois, 10 ottobre 1510)

[1] Spectabili viro Niccolao Maclavello, secretario excelsi populi Florentini compatri carissimo. In Florentia

[2] Compare carissimo, io vi scrissi vi giorni sono; dipoi, come per le publiche vedete, el favore che si chiese *al re per avere uno condottiere si mette di qua a entrata, perché, sollicitato da qualche uno di qua, desidera si tolga messer Teodoro. [3] E voi, ora che non avete piú paura, non vi ricordate di quello si richiese el re, che fu di potere trarre col suo favore uno condottiere di Lombardia. [4] Lui ve l’ha dato, e voi lo lasciate in secco; e però non vi maravigliate se voi non siate adoperati a nulla. [5] Voi vorresti uno che non dependessi né da Francia né dal Papa né da Spagna né da’ Viniziani né dallo ’mperadore: mandate pel Soffí o al Turco per un bascià, o pel Tamburlano, che vi venga* – dice monsignore di Cattrofoys – *el canchero!* [6] Sicché io vi ricordo, messer Ercole, che ’l fare e non fare non sta insieme; il volere consiglio e favore di qua, e chiederlo e non lo accettare, non sta insieme. [7] Io vi dico che se *voi non tôrrete qualche uno in Lombardia, voi resterete in mala grazia, perché io so che ’l re ha dato intenzione che farà voi tôrrete messer Teodoro.* [8] Fatelo intendere a chi vi pare, e uscite di questa pratica, che non pare si possa far niente senza mala grazia e dispiacere di tutto el mondo.

[9] Altro non accadendo, mi raccomanderete alla Eccellenzia del gonfaloniere e li amici.

[10] Valete. Ex Blesis, die x Octobris mdx.

Manum agnoscis

215

Roberto Acciaiuoli a Niccolò Machiavelli

(Blois, 21 ottobre 1510)

[1] Spectabili secretario Excelsae Reipublicae Florentinae Niccolao Maclavello compatri carissimo. In Florentia

[2] Spectabilis compater, io vi scrissi a’ dí passati un’altra lettera, la quale io credo che arete aúto allo arrivar vostro. [3] Di poi è occorso quello che per le pubbliche arete inteso circa *le condotte: che la venuta del signor Gian Giacomo è per dare avviamento a questi tutti, messi di qua in suspetto del principe di Melfi.* [4] E voi ne sète suti causa, con lo indugiar tanto; e quello che muove l’amico, se noi vogliàn dire el vero, non è sanza ragione, per esser suto richiesto d’un condottiere italiano, perché li pare li facciate ingiuria a non tôrre quello che vi ha provvisto, e di chi lui vi consiglia. [5] E benché l’uom non chiedessi piú un che un altro, liene chiedesti uno italiano; del quale non li faccendo onore, credo li paia restar deriso, e massime che lui ne scrisse alle persone proprie, le quali sendo postposte ad altri restono malcontenti, parendo metterci dell’onore, sendo stati richiesti e dipoi rifiutati.

[6] E dubito che, poiché mi ebbon commesso per la de’ xxviiii d’agosto di quanto si aveva a ricercare el re, non paressi loro avere aúto troppa paura, e commessoci una richiesta che dipoi è parso loro troppa: e veggo che si spaventorno tanto del papa in quelli giorni, che giudicorno non avere altro rimedio, che gittarsi di qua per una subita provvisione; e ivi a poco, cessate le paure, non si son ricordati di quello che si commesse di qua. [7] El che fu che, visto tanti pericoli e minacci, e trovandosi disarmati, ci consigliassimo col re, e dipoi si ricercassi che ci accommodassi d’un condottiere italiano per potersene servire infra un mese, e lo ricercassimo instantemente; e non dice « c’indirizzassi », ma che ci accomodassi e servissi; e dice « con instanzia », da servirsene infra un mese. [8] Queste circunstanzie monstrono che voi volevi un di quelli che fossi a’ soldi sua, e avessi la compagnia parata; e però lui, per farvi servizio, ha fatto contento l’amico, e ora che la voce è sparsa, voi non liene facciate onore: credo che dall’uno e l’altro ne arete mal grado.

[9] E però quando destramente monstriate come da voi costí a qualcuno questo disordine e errore, non sarebbe fuor di proposito, perché io non posso né debbo consigliarli. [10] E mi penso che abbin l’occhio a tutto; tamen, io ne lascerò a voi el pensiero, e a me non ne va altro che starmi un poco addrieto. [11] Ma mi sa mal che noi non facciamo mai cosa che non ci acquistiamo qualche inimico. [12] Iddio v’inspiri a pigliar buon partito. [13] Raccomandatemi al Vettorio et aliis amicis di piazza.

[14] Vale. Ex Blesis, die xxi Octobris mdx.

Robertus Acciaiolus orator

[15] Io desinai a queste mattine con Finale, e domandommi del Valori. [16] E se voi ci fussi stato, aremo fatto una comunella per le sua vendette; vostro danno, ché io non voglio esser solo a que’ guadagni.

216

Il Signor di Quatrefois a Niccolò Machiavelli

(Blois, 22 novembre 1510)

[1] Spectabili viro Niccolò Machiavelli, secretario Reipublice Florentine, amico carissimo. Florentie

[2] Messer Nicolò mio onorandissimo, io mi raccomando a voi con tutto el cuore, e se, dipoi la partita vostra, non v’ho iscritto, molte sono istate le cagione: la prudenzia vostra tutte le intende per discrizione, e basti.

[3] Sono istato nel Loreno, per dare fine a qualche faccenda del mio reverendissimo padrone: ho fatto per quello andai, e credo che Sua Signoria reverendissima si contenterà di me quanto a quella parte. [4] Di già sono 15 giorni sono tornato, e ho inteso delle cose assai, e poche sono quelle che mi sono piaciute; e perché io non posso rimediarvi, né saprei trovare altra via che la pazienza, m’accordo con quelle e sto a udire.

[5] Messer Nicolò, io ho già udito dire che chi promette e non attiene, el diavolo lo piglia, e sen riesce a tutti quegli che mancono di fede: credo che sia per e’ grandi crocioni che portono addosso, e quelli li difendono; ma quelle persone che non possono portare, per la debolezza loro, se non una croce di paglia, el vento ne la può portare, e lui si truova in bocca all’orco. [6] Ma è ben vero che, quando una persona è istata malata gran tempo, se poi comincia e pigliare qualche miglioramento, per la lunga malattia che ha avuta gli pare che quel poco di migliore li sia una forza di gigante, e vuole fare di quelle medesime pruove che fa un corpo forte e netto di malattia; e se ricade non è da maravigliarsene, e se se ne muore, ogni uno se ne ride, etc.

[7] Di qua si dice delle cose assai, ma perché non è mia arte a pensare a cose di stato, me ne passerò, massime venendo tutte le importante di costà. [8] Attendete a fare buona cera fino a la venuta delli amici, che sarà in ogni modo, e di questo siatene sicuro, e in questo mezzo vedete di cacciare da voi queste farnesie, che sono proprio de’ cervegli sanesi.

[9] Altro non mi accade; sono tutto vostro, o vogliate o non. [10] Priego Iddio che di male vi guardi.

[11] A Blès, addí 22 di novembre 1510.

[12] Vostro servidore e amico, el signore di Quatrofuoys

217

Alessandro Nasi a Niccolò Machiavelli

(Pisa, 30 aprile 1511)

[1] Al mio compare Nicolò Machiavelli, segretario delli nostri eccelsi Signori. In Firenze

[2] Machiavello, non mi parve da scrivere al gonfaloniere ne’ dí santi, né anche nelle feste di Pasqua, perché tu non se’ stato a Firenze. [3] Penso che tu sia tornato per amore delle armeggerie ordinarie e straordinarie. [4] Però ho scritto una buona lettera al gonfaloniere sopra a quella materia, e cosí ne ho scritto una diritta a Piero Guicciardini e a Francesco d’Antonio di Taddeo. [5] Porgi l’orecchio e aiuta, poi avvisa come la sia suta presa, benché per me non ci si può piú fare nulla; e se ti parrà (e di questo ti prego), fara’mi un discorso delle cose di fuora, faccendo uno epilogo di tutte. [6] Similmente vi aggiugnerai el giudizio tuo, discorrendo del presente e del futuro. Alia non occurrunt.

[7] Raccomandomi a te, e a Dio.

[8] Da Pisa, addí xxx d’aprile 1511, per Alessandro Nasi, etc.

[9] Sarà con questa una mia al gonfaloniere e una altra mia a Piero Guicciardini, la quale ha a essere comune a Francesco d’Antonio di Taddeo. [10] Saranne apportatore uno staffiere del signore Iacopo, e tu le farai dare, quella di Piero Guicciardini massime, per altre mane che per le tua a Piero Guicciardini. Aiuta e rispondi. [11] Insegna a questo apportatore dove sta Ruberto Nasi e dove sta Andrea Tedaldi e dove sta Bernardo Corsellini, cioè l’anima di Giano.

218

Giovanni Negroni a Niccolò Machiavelli

(Genova, 12 giugno 1511)

[1] Spectato viro tanquam fratri honorando, domino Nicolao Malchiavello, excelse Florentinorum Reipublice cancellario dignissimo. Florentiae

[2] Messer Nicolao mio como fratello onorando, perché Alessandro Salvaigo è andato in Franza con lo illustre nostro gubernatore, me ha lassato certe lettere dirrette a voi, quale vi mando. [3] Preterea, mi rendo certo che areti fatto bona opera de la cosa mia con quella eccelsa Republica e con lo illustre confaloniero, e arò a caro essere avvizato da voi de quanto areti fatto e di che speranza ne posso vivere, e cosí ve prego. [4] Il prefato nostro gubernatore, quale si è partito ogi, me ha ditto maravigliarsi che non abia ancora avuto resposta de le sue lettere, e in mia presenzia ha lassato ordine al suo locotenente che, se averà la resposta, me ne debia far notizia, a ciò che sapia el tutto. [5] Et ulterius mi ha promesso, quando sarà in corte, de far bone opere con l’ambasiator vostro, el quale etiam lo scriverà a Fiorenza. [6] E però ve piacerà de operare che la prelibata vostra comunità e lo confaloniero respondeno al prefato gubernatore, drizando le lettere qua, perché cossí è l’ordine. [7] Io sto con speranza che la cosa debia aver effetto, e in parte ne resterò a voi obligatissimo, offerendomi paratissimo sempre per voi. [8] Ve piacerà etiam darme avvizo del tempo che si arà a fare la elezione, perché mi sarà molto a proposito saperlo.

[9] Il capitanio de la Scala, quale etiam è andato con lo prefato gubernatore, me ha lassato vi voglia scrivere che, se voleti facia qualche cosa in corte per voi, ge lo debiati scrivere, e drizar le lettere a lo ambasiator vostro, con lo quale fa rasone de far bona cera, reputandosi lui tutto fiorentino. [10] Cosí vi dico per parte soa. [11] Arò a caro che, acadendoge voi scrivere, li faciati intendere come ho fatto l’officio in scrivervi quanto mi ha pregato. [12] Non acade dir altro per questa, se non che a voi mi racomando e offero, aspettando da voi resposta.

[13] Bene valete. Genue, die 12 Iunii 1511.

[14] Vester Joannes Nigronus, Servitor Vestrae Dignitatis

1512-1513

219

Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 27 agosto 1512)

[1] Nicolao Maclavello secretario Florentino patrono suo. In campo

[2] Niccolò onorando, chi voi sapete vuole che io vi facci intendere che voi sollicitiate costí a fare qualche provedimento, ché questo venire el campo nimico stasera a Campi per alloggiarvi non li piace punto, e maravigliasene. [3] Addio. Fate quello buono potete, che il tempo non si perda in pratiche.

[4] In Palatio, die xxvii Augusti 1512, ora 22.

Frater Blasius

220

Niccolò Machiavelli “a una Gentildonna”

(Firenze, 17-30 settembre 1512)

[1] Illustrissima Domina

Poiché Vostra Signoria vuole, illustrissima madonna, intendere queste nostre novità di Toscana seguite ne’ prossimi giorni, io liene narrerò volentieri, sí per satisfarle, sí per avere e’ successi di quelle onorati li amici di Vostra Signoria Illustrissima e patroni miei; le quali dua cagioni cancellano tutti li altri dispiaceri auti, come nello ordine della materia Vostra Signoria intenderà. [2] Concluso che fu nella dieta di Mantova di rimettere e’ Medici in Firenze, e partito el Viceré per tornarsene a Modona, si dubitò in Firenze assai che ’l campo spagnolo non venissi in Toscana; nondimanco, non ce ne essendo altra certezza, per avere governate nella dieta le cose secretamente, e non potendo credere molti che ’l papa volessi che l’essercito spagnolo turbassi quella provincia, intendendosi massime per lettere di Roma non essere intra li Spagnoli e il papa una gran confidenza, stemo con lo animo sospeso sanza fare altra preparazione, infino a tanto che da Bologna venne la certezza del tutto. [3] E essendo già le gente inimiche propinque alli confini nostri ad una giornata, turbossi in uno tratto di questo subito assalto e quasi insperato tutta la città; e consultato quello che fussi da fare, si deliberò con quanta piú prestezza si potessi, non possendo essere a tempo a guardare e’ passi de’ monti, mettere in Firenzuola, castello in su’ confini tra Firenze e Bologna, 2000 fanti, acciò che li Spagnoli, per non si lasciare addietro cosí grossa banda, si volgessino alla espugnazione di quello luogo, e dessino tempo a noi d’ingrossare di gente e potere con piú forze ostare alli assalti loro. [4] Le quali gente si pensò prima di non le mettere in campagna, per non le giudicare potente a resistere alli inimici, ma fare con quelle testa a Prato (castello grosso e posto nel piano, nelle radice de’ monti che scendono dal Mugello, e propinquo a Firenze a dieci miglia), giudicando quello luogo essere capace dello essercito loro e potervi stare securo, e, per essere propinquo a Firenze, potere ogni volta soccorrerlo, quando li Spagnoli fussino iti a quella volta.

[5] Fatta questa deliberazione, si mossono tutte le forze per ridurle ne’ luoghi disegnati; ma el Viceré, la intenzione del quale era non combattere le terre, ma venire a Firenze per mutare lo stato, sperando con la parte posserlo fare facilmente, si lasciò indreto Firenzuola, e passato l’Appennino scese a Barberino di Mugello, castello propinquo a Firenze a 18 miglia, dove sanza contasto tutte le castella di quella provincia, sendo abbandonate d’ogni presidio, riceverno e’ mandamenti suoi, e provvedevono el campo di vettovaglie secondo le loro facultà. [6] Sendosi intanto a Firenze condotto buona parte di gente, e ragunati e’ condottieri delle gente d’arme, e consigliatisi con loro le difese contro a questo assalto, consigliorno non essere da fare testa a Prato, ma a Firenze, perché non giudicavono possere, rinchiudendosi in quello castello, resistere al Viceré, del quale non sappiendo ancora le forze certe, possevono credere che, venendo tanto animosamente in questa provincia, le fussino tali che a quelle el loro essercito non potessi resistere; e però stimavono el ridursi a Firenze piú securo, dove con lo aiuto del popolo erano sufficienti a defendere quella città, e potere con questo ordine tentare di tenere Prato, lasciandovi uno presidio di 3 mila persone.

[7] Piacque questa deliberazione, e in spezie al gonfaloniere, giudicandosi piú securo e piú forte contro alla parte, quanto piú forze avessi drento appresso di sé. [8] E trovandosi le cose in questi termini, mandò el Viceré a Firenze suoi ambasciadori, e’ quali esposono alla Signoria come non venivono in questa provincia inimici, né volevono alterare la libertà della città né lo stato di quella, ma solo si volevono assicurare di lei che si lasciasse le parti franzesi e aderissesi alla Lega; la quale non giudicava possere stare secura di questa città né di quanto se li promettessi, stando Piero Soderini gonfaloniere, avendolo conosciuto partigiano de’ Franzesi, e però voleva ch’e’ deponessi quel grado, e che ’l populo di Firenze ne facessi uno altro come li paressi. [9] A che rispose el gonfalonieri che non era venuto a quel segno né con inganno né con forza, ma che vi era stato messo dal popolo, e però, se tutti e’ re del mondo raccozzati insieme li comandassino lo deponessi, che mai lo deporrebbe; ma se questo popolo volessi che lui se ne partissi, lo farebbe cosí volentieri, come volentieri lo prese, quando sanza sua ambizione li fu concesso. [10] E per tentare l’animo dello universale, come prima fu partito lo ’mbasciadore, ragunò tutto el Consiglio e notificò loro la proposta fatta, e offersesi, quando al popolo cosí piacesse e che essi giudicassino che della partita sua ne avessi a nascere la pace, era per andarsene a casa. [11] La quale cosa unitamente da ciascuno li fu denegata, offerendosi da tutti di mettere infino alla vita per la difesa sua.

[12] Seguí in questo mezzo che ’l campo spagnolo s’era presentato a Prato, e datovi uno grande assalto; e non lo potendo espugnare, cominciò Sua Eccellenzia a trattare dello accordo con lo oratore fiorentino, e lo mandò a Firenze con uno suo, offerendo d’essere contento a certa somma di danari, e de’ Medici si rimettessi la causa nella Cattolica Maestà, che potessi pregare e non forzare e’ Fiorentini a riceverli. [13] Arrivati con questa proposta li oratori, e referito le cose delli Spagnoli debole, allegando ch’e’ si morieno di fame e che Prato era per tenersi, messe tanta confidenza nel gonfaloniere e nella moltitudine con la quale lui si governava, che benché quella pace fussi consigliata da’ savi, tamen el gonfaloniere l’andò dilatando tanto, che l’altro giorno poi venne la nuova essere perso Prato, e come li Spagnuoli, rotto alquanto di muro, cominciorno a sforzare chi difendeva e a sbigottirli, in tanto che dopo non molto di resistenza tutti fuggirno, e li Spagnoli, occupata la terra, la saccheggiorno, e ammazzorno li uomini di quella con miserabile spettacolo di calamità. [14] Né a Vostra Signoria ne referirò li particulari, per non li dare questa molestia d’animo: dirò solo che vi morirno meglio che 4 mila uomini, e li altri rimasono presi e con diversi modi costretti a riscattarsi; né perdonarono a vergini rinchiuse ne’ luoghi sacri, i quali si riempierono tutti di stupri e di sacrilegi.

[15] Questa novella diede gran perturbazione alla città; nondimanco, il gonfaloniere non si sbigottí, confidatosi in su certe sue vane oppenioni, e pensava di tenere Firenze e accordare gli Spagnuoli con ogni somma di danari, pure che si escludessero i Medici. [16] Ma andata questa commessione, e tornato per risposta come egli era necessario ricevere i Medici o aspettare la guerra, cominciò ciascuno a temere del sacco, per la viltà che si era veduta in Prato ne’ soldati nostri; il qual timore cominciò ad essere accresciuto da tutta la nobiltà, che disideravano mutare lo stato, in tanto che il lunedí sera addí 30 d’agosto, a dua ore di notte, fu dato commessione alli oratori nostri di appuntare con il Viceré ad ogni modo. [17] E crebbe tanto il timore di ciascuno, che il Palazzo e le guardie consuete che si facieno dalli uomini di quello stato, le abbandonarono, e rimaste nude di guardia, fu costretta la Signoria a relassare molti cittadini, i quali, sendo giudicati sospetti e amici a’ Medici, erano suti a buona guardia piú giorni in Palazzo ritenuti; i quali, insieme con molti altri cittadini de’ piú nobili di questa città, che disideravono riavere la reputazione loro, presono animo, tanto che il martedí mattina vennono armati a Palazzo, e occupati tutti i luoghi per sforzare il gonfaloniere a partire, furno da qualche cittadino persuasi a non fare alcuna violenza, ma a lasciarlo partire d’accordo. [18] E cosí il gonfaloniere, accompagnato da loro medesimi, se ne tornò a casa, e la notte venente con buona compagnia, di consentimento de’ Signori, si condusse a Siena.

[19] A questi magnifici Medici, udito le cose successe, non parve di venire in Firenze se prima non avieno composte le cose della città con il Viceré, con il quale doppo qualche difficultà feciono l’accordo; e entrati in Firenze, sono stati ricevuti da tutto questo popolo con grandissimo onore, e reintegrati in tutti li onori e gradi de’ loro antenati. [20] E questa città resta quietissima, e spera non vivere meno onorata con l’aiuto loro che si vivesse ne’ tempi passati, quando la felicissima memoria del magnifico Lorenzo loro padre governava.

[21] Avete adunque, Illustrissima Madonna, il particulare successo de’ casi nostri, nel quale non ho voluto inserire quelle cose che la potessero offendere, come miserabili e poco necessarie; nell’altre mi sono allargato quanto la strettezza di una lettera richiede. [22] Se io arò satisfatto a quella, ne sarò contentissimo; quando che no, priego Vostra Signoria Illustrissima mi abbia per scusato, que diu et felix valeat.

Appendice

[1] Essendosi in quel tanto in Firenze fatto certo nuovo ordine di governo (nel quale non parendo al Viceré che vi fosse la sicurtà della casa de’ Medici né della Lega, significò a questi Signori essere necessario ridurre questo stato nel modo era vivente il magnifico Lorenzo), disideravano li cittadini nobili satisfare a questo, ma temeano non vi concorresse la moltitudine; e stando in questa disputa, come si avessono a trattare queste cose, entrò il legato in Firenze, e con Sua Signoria vennono assai soldati, e massime italiani. [2] E avendo questi Signori ragunato in Palazzo addí 16 del presente piú cittadini (e con loro era il magnifico Giuliano), e ragionando della riforma del governo, si levò a caso certo romore in piazza, per il quale Ramazzotto con li suoi soldati e altri presono il Palazzo, gridando « palle! palle! »; e subito tutta la città fu in arme, e per ogni parte della città risonava quel nome, tanto che i Signori furono constretti chiamare il popolo a concione – quale noi chiamiamo “parlamento” –, dove fu promulgata una legge per la quale furono questi magnifici Medici reintegrati.

221

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

(Firenze, 13 marzo 1513)

[1] Magnifico viro Francisco Victorio oratori Florentino dignissimo apud Summum Pontificem. Rome

[2] Magnifice vir, come da Pagolo vostro arete inteso, io sono uscito di prigione con la letizia universale di questa città, nonostante che per l’opera di Pagolo e vostra io sperassi il medesimo; di che vi ringrazio. [3] Né vi replicherò la lunga istoria di questa mia disgrazia, ma vi dirò solo che la sorte ha fatto ogni cosa per farmi questa ingiuria; pure, grazia di Iddio, ella è passata. [4] Spero non ci incorrere piú, sí perché sarò piú cauto, sí perché i tempi saranno piú liberali, e non tanto sospettosi.

[5] Voi sapete in che grado si truova messer Totto nostro: io lo raccomando a voi e a Pagolo generalmente. [6] Desidera solo, lui e io, questo particulare, di essere posto intra i familiari del papa, e scritto nel suo rotolo, e averne la patente; di che vi preghiamo.

[7] Tenetemi, se è possibile, in memoria di Nostro Signore, che, se possibile fosse, mi cominciasse a adoperare, o lui o ’ suoi, a qualche cosa, perché io crederrei fare onore a voi e utile a me.

[8] Die 13 Marzii 1512.

[9] Vostro Niccolò Machiavelli in Firenze

222

Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

(Roma, 15 marzo 1513)

[1] Al mio caro compare Nicolò di messer Bernardo Machiavelli. In Firenze

[2] Compare mio caro, da otto mesi in qua io ho avuto e’ maggiori dolori che io avessi mai in tempo di mia vita, e di quelli ancora che voi non sapete; nondimeno non ho avuto il maggiore, che quando intesi voi essere preso, perché subito giudicai che sanza errore o causa avessi avere tortura, come è riuscito. [3] Duolmi non vi avere potuto aiutare, come meritava la fede avevi in me, e mi dette dispiacere assai quando Totto vostro mi mandò la staffetta, e io non vi pote’ giovare in cosa alcuna. [4] Fecilo come fu creato il papa, e non li domandai altra grazia che la liberazione vostra, la quale ho molto caro fussi seguita prima. [5] Ora, compare mio, quello vi ho a dire per questa è che voi facciate buon cuore a questa persecuzione, come avete fatto all’altre vi son sute fatte, e speriate che, poi che le cose sono posate e che la fortuna di costoro supera ogni fantasia e discorso, di non avere a stare sempre in terra; e che poi siate libero da tutti e’ confini, se io arò a stare qui, che non lo so, voglio vegnate a starvi qua a piacere, quel tempo vorrete. [6] Scriverrovvi quando arò l’animo posato, se ci ho a stare, di che dubito, perché credo saranno uomini d’altra qualità non sono io che ci vorranno stare, e io arò pazienzia a tutto.

[7] Filippo nostro è giunto qui oggi, che è venuto in poste da Poggibonzi in quattro dí, stracco, rotto, rovinato, e questa sera non è suto possibile entri dal papa, perché messer Giovanni Cavalcanti non l’ha lasciato.

[8] Né ho a dire altro che raccomandarmi a voi.

[9] Franciscus Romae, die 15 Martii 1512

223

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

(Firenze, 19 marzo 1513)

[1] Magnifico viro Francisco Victorio oratori Florentino apud Summum Pontificem. Rome

[2] Magnifico oratore, la vostra lettera tanto amorevole mi ha fatto sdimenticare tutti gli affanni passati; e benché io fussi piú che certo dell’amore che mi portate, questa lettera mi è suta gratissima. [3] Ringraziovi quanto posso, e priego Iddio che con vostro utile e bene mi dia facultà di potervene essere grato, perché io posso dire che tutto quello che mi avanza di vita riconoscerlo dal magnifico Giuliano e da Pagolo vostro. [4] E quanto al volgere il viso alla fortuna, voglio che abbiate di questi miei affanni questo piacere, che gli ho portati tanto francamente, che io stesso me ne voglio bene, e parmi essere da piú che non credetti; e se parrà a questi patroni nostri non mi lasciare in terra, io l’arò caro, e crederrò portarmi in modo che gli aranno ancora loro cagione di averlo per bene; quando e’ non paia, io mi viverò come io ci venni, che nacqui povero, e imparai prima a stentare che a godere. [5] E se vi fermerete costà, mi verrò a passar tempo con voi, quando me ne consigliate. [6] E per non essere piú lungo, mi raccomando a voi e a Pagolo, al quale non scrivo, per non sapere che me gli dire altro.

[7] Io communicai il capitolo di Filippo a certi amici comuni, quali si rallegrorno che fosse giunto costí a salvamento. [8] Dolsonsi bene della poca estimazione o conto ne tenne messer Giovanni Cavalcanti, e, pensando donde questo caso potesse nascere, hanno trovato che il Brancaccino disse a messer Giovanni che Filippo aveva in commessione dal fratello di raccomandare alla Santità del papa Giovanni di ser Antonio, e per questo non lo volle ammettere: e biasimorno molto Giuliano che avesse messo questo scandolo, quando non fosse vero; e se gli era vero, biasimono Filippo che pigliasse certe cure disperate: sí che avvertitelo che un’altra volta sia piú cauto. [9] E dite a Filippo che Niccolò degli Agli lo trombetta per tutto Firenze, e non so donde si nasca; ma, sanza rispetto e sanza perdonare a nulla, gli dà carico in modo, che non è uomo che non se ne maravigli. [10] Sí che avvertite Filippo che, se sa le cagioni di questa inimicizia, la medichi in qualche modo; e pure ieri mi trovò, e aveva una listra in mano, dove erano notate tutte le cicale da Firenze, e mi disse che le andava soldando che dicessino male di Filippo, per vendicarsi. [11] Io ve ne ho voluto avvisare, acciò che ne lo avvertiate, e mi raccomandiate a lui.

[12] Tutta la compagnia si raccomanda a voi, cominciandosi da Tomaso del Bene, e andando insino a Donato nostro; e ogni dí siamo in casa qualche fanciulla per riavere le forze, e pure ieri stemo a vedere passare la processione in casa la Sandra di Pero; e cosí andiamo temporeggiando in su queste universali felicità, godendoci questo resto della vita, che me la pare sognare.

[13] Valete. In Firenze, addí 19 di marzo.

Niccolò Machiavelli

224

Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

(Roma, 30 marzo 1513)

[1] Compare mio caro, poi che fu creato questo nuovo pontefice, ho avuto 2 lettere da voi e una da messer Totto vostro, el quale mi richiede di quello voi m’avevi ricerco pella prima vostra, che io operassi che lui fussi scritto in sul ruotolo tra e’ familiari del papa. [2] La qual cosa da Sua Santità avevo ottenuta; ma per il numero grande n’aveva presi, né lui né infiniti altri son suti approvati dalla Camera, perché dicono e’ cherici che si guastano gl’uffici, ché tanto numero di familiari, e’ quali tutti possano espedire e’ benefici sanza pagamento, fa che gl’uffici non rendono. [3] Nondimeno, passata questa furia che si fa in principio, tenterò di nuovo, e ci farò quella opera mi fia possibile. [4] Son certo, compare, che tra voi medesimo direte che io mi sia assai dibattuto, trovatomi poi per sorte, alla creazione d’un papa fiorentino, imbasciadore, e non abbi tanto caldo che io possa fare scrivere un familiare. [5] Il che confesserò esser vero, e procedere in gran parte da me, che non so essere in modo impronto da fare utile a me e alli altri. [6] Questa mia imbasceria cominciò avere infortunio alla porta, dove voi fusti presente. [7] Per il cammino sempre stetti in sospetto che papa Giulio non morissi, e avere a esser fatto prigione e rubato. [8] Giunsi qua e lo trovai in termine da non li potere parlare, perché lui non voleva. [9] Morí; fu creato papa Leone, cosa per la città in pubblico, e in particulare pe’ cittadini d’essa, da dovere essere onorevole e utile. [10] Nondimeno, a me fia di spesa al certo, e credo, quando crederrò rifarmi, che un altro resterà in questo luogo; e cosí io ci arò messo d’onore, e ducati 500 di capitale. [11] Nondimeno, come sapete, a ogni cosa mi accommodo; e sempre mi sforzerò di fare bene a ogni uomo, e segua poi che vuole; e ancora che non abbi imparato da giovane a stentare, da vecchio m’assetterò a quello potrò.

[12] Io son di quelli che, ancora che vi confortassi a volgere il viso alla fortuna, nondimeno lo so meglio persuadere a altri che a me medesimo, perché nella prospera fortuna non mi lievo, ma nell’avversa mi avvilisco e d’ogni cosa dubito; e se vi parlassi, crederrei farvi capace dubitare con ragione. [13] A me pare che, di questo pontificato, la città abbi tratto questo, che doverrà stare sicura drento e fuori. [14] E cosí m’ho acconcio questo giuoco nel cervello; e, come vi ho detto qualche altra volta, io non voglio andare piú discorrendo con ragione, perché spesso mi son trovato ingannato, e ora piú che mai nella elezione di questo nostro papa, nella quale andavo discorrendo, cardinale per cardinale, chi lo dovessi fare, e ne trovavo tanti pochi, chi per un conto e chi per un altro, che mi pareva impossibile a pensare potessi riuscire. [15] Oltre a questo, giovane, povero, con parenti assai, con uno stato in mano da esser formidabile, parevami che Ispagna avessi a volere un papa piú debole; lo imperadore il medesimo. [16] Consideravo esser stato eletto Giulio per danari, nondimeno vile e con pochi parenti; Siena per vecchiaia; non aver voluto in quel tempo Napoli, ancor che fussi vecchio, perché aveva troppi parenti.

[17] Nondimeno, tutti questi mia discorsi e ragione mi sono fallite: è creato papa col consenso di tutti e’ cardinali, con approvazione dell’oratore cesareo, spagnuolo e veneto, e’ quali si vedevano rallegrarsi da cuore, con letizia universale di tutto il popolo romano, con unione e buona grazia d’Orsini e Colonnesi; e dopo la elezione 4 giorni, per fare le sua felicità piú cumulate, gli dà in mano Santa Croce e Santo Severino, capi del concilio; e oltre a questo s’intende, per lettera di Ruberto, il Cristianissimo essersene rallegrato grandemente e aver detto che, sendo eletto questo papa buono, darebbe opera che le cose si quietassino, e lui non mancherebbe in cosa alcuna dalla parte sua. [18] Sí che, Nicolò mio, vedete quello fa la buona sorte, della quale chi manca, come fo io, bisogna facci poche imprese, o per meglio dire nessuna; la qual regola ho usato seguitare, ma qualche volta da altri sono constretto a fare quello che per me medesimo fuggirei. [19] Spero non star molto a rivedervi, e fo pensiero consumare questo resto del tempo mi avanza in villa, dalla quale confesso essere stato pel passato alieno; ma ora ho disposto fare il contrario. [20] E dove sarò, o in villa, o in Firenze, o qui, sarò, come sono stato, sempre vostro. [21] Duolmi potervi poco offerire, perché non posso né mai pensai avere a potere assai. [22] El cavallo vostro vi pagherò alla tornata, che credo a ogni modo sarà presta.

[23] Raccomandatemi a tutti li amici, e massime a Giovanni Machiavelli e a Donato; né altro per questa. [24] A voi mi raccomando.

[25] Franciscus orator. Rome, die 30 Martii 1513

225

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

(Firenze, 9 aprile 1513)

[1] Magnifico oratori apud Summum Pontificem Francisco Victorio

[2] Magnifice domine orator,

e io, che del color mi fui accorto,

dissi: « Come verrò se tu paventi,

che suoli al mio dubbiare esser conforto? ».

[3] Questa vostra lettera mi ha piú sbigottito che la fune, e duolmi di ogni oppinione che voi abbiate che mi alteri. [4] Non per mio conto, che mi sono acconcio a non desiderare piú cosa alcuna con passione, ma per vostro, priegovi che voi imitiate gli altri, che con improntitudine e astuzia, piú che con ingegno e prudenza, si fanno luogo; e quanto a quella novella di Totto, la mi dispiace, se la dispiace a voi. [5] Per altro io non ci penso, e se non si può rotolare, vòltolisi; e per sempre vi dico che, di tutte le cose vi richiedessi mai, che voi non ne pigliate briga alcuna, perché io, non le avendo, non ne piglierò passione alcuna.

[6] Se vi è venuto a noia il discorrere le cose, per vedere molte volte succedere e’ casi fuora de’ discorsi e concetti che si fanno, avete ragione, perché il simile è intervenuto a me. [7] Pure, se io vi potessi parlare, non potre’ fare che io non vi empiessi il capo di castellucci, perché la Fortuna ha fatto che, non sapendo ragionare né dell’arte della seta né dell’arte della lana, né de’ guadagni né delle perdite, e’ mi conviene ragionare dello stato, e mi bisogna o botarmi di stare cheto, o ragionare di questo. [8] Se io potessi sbucare del dominio, io verrei pure anch’io sino costí a domandare se il papa è in casa; ma fra tante grazie, la mia per mia straccurataggine restò in terra. Aspetterò il novembre.

[9] Io intendo che il cardinale de’ Soderini fa un gran dimenarsi col pontefice. [10] Vorrei che mi consigliassi se vi paressi che fosse a proposito gli scrivessi una lettera che mi raccomandassi a sua Santità, o se fosse meglio che voi facessi a bocca questo offizio per mia parte con il cardinale, ovvero se fosse da non fare né l’una né l’altra cosa; di che mi darete un poco di risposta.

[11] Quanto al cavallo, voi mi fate ridere a ricordarmelo, perché me lo avete a pagare quando me ne ricorderò, e non altrimenti. [12] Il nostro arcivescovo a questa ora debba essere morto; che Iddio abbi l’anima sua e di tutti e’ sua.

[13] Valete. In Firenze, addí 9 di aprile 1513.

[14] Niccolò Machiavelli, quondam segretario

226

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

(Firenze, 16 aprile 1513)

[1] Magnifico viro Francisco Victorio oratori Florentino apud Summum Pontificem, patrono et benefactori suo. Rome

[2] Magnifico oratore, sabato passato vi scrissi, e, benché io non abbia che dirvi né che scrivervi, non ho voluto che passi questo sabato che io non vi scriva. [3] La brigata, che voi sapete quale è, pare una cosa smarrita, perché non ci è colombaia che ci ritenga, e tutti i capi di essa hanno aúto un bollore. [4] Tomaso è diventato strano, zotico, fastidioso, misero, di modo che vi parrà alla tornata vostra trovare uno altro uomo; e vi voglio dire quel che mi è intervenuto. [5] E’ comperò, della settimana passata, sette libbre di vitella, e mandolla a casa Marione. [6] Dipoi, per parerli avere speso troppo, e volendo trovare chi concorresse alla spesa, andava limosinando chi vi andasse a desinare seco; pertanto, mosso da compassione, vi andai con dua altri, i quali gli accattai ancora io. [7] Desinamo, e venendo al fare del conto, toccò 14 soldi per uno. [8] Io non ne avevo allato se non dieci: restò avere da me 4 soldi, e ogni dí me li richiede, e pure iersera ne fece quistione meco in sul Ponte Vecchio. [9] Non so se vi parrà che gl’abbia il torto; ma questa è una favola all’altre cose che fa.

[10] A Girolamo del Guanto morí la moglie, e stette 3 o 4 dí come un barbio intronato: dipoi è rinvizzolito, e rivuol tôrre donna, e ogni sera siamo in sul panchino de’ Capponi a ragionare di questo sponsalizio. [11] El conte Orlando è guasto di nuovo d’un garzone raugeo, e non se ne può aver copia. [12] Donato ha aperto un’altra bottega “del corno”, dove faccino le colombe, e va tutto dí dalla vecchia alla nuova, e sta come una cosa balorda, e ora se ne va con Vincenzio, ora con Piero, ora con quello suo garzone, or con quell’altro; nondimeno io non ho mai veduto che sia adirato col Riccio. [13] Non so già donde questo nasca; alcuno crede che sia piú a suo proposito, alcun altro che la sorte; io per me non ne saprei cavare construtto. [14] Filippo di Bastiano è tornato in Firenze, e duolsi del Brancaccino terribilmente, ma in genere, e per ancora non è venuto ad alcuno particulare: venendovi, ve ne avviserò, acciò possiate avvertirlo.

[15] Però se alcuna volta io rido o canto,

fòllo perché io non ho se non questa una

via da sfogare el mio acerbo pianto.

[16] Se gli è vero che Iacopo Salviati e Matteo Strozzi abbino aúto licenzia, voi rimarrete costí persona pubblica; e poiché Iacopo non vi rimane, di questi che vengono io non veggo chi vi possa rimanere, e mandarne voi; di modo che io mi presuppongo che voi starete costí quanto vorrete. [17] La Magnificenzia di Giuliano verrà costí, e troverretela volta naturalmente a farmi piacere; el cardinale di Volterra, quello medesimo: di modo che io non posso credere che, essendo maneggiato il caso mio con qualche destrezza, che non mi riesca essere adoperato a qualche cosa, se non per conto di Firenze, almeno per conto di Roma e del pontificato, nel qual caso io doverrei essere meno sospetto; e come io sappia che voi siate fermo costí (e a voi paia, ché altrimenti non sono per muovermi), e potendo senza incorrere qua in pregiudizi, io me ne verrei costí; né posso credere, se la Santità di Nostro Signore cominciasse a adoperarmi, che io non facessi bene a me, e utile e onore a tutti li amici mia.

[18] Io non vi scrivo questo perché io desideri troppo le cose, né perché io voglia che voi pigliate per mio amore né un carico, né uno disagio, né uno spendio, né una passione di cosa alcuna; ma perché voi sappiate l’animo mio, e, potendomi giovare, sappiate che tutto il bene mio ha ad essere sempre vostro e della casa vostra, dalla quale io riconosco tutto quello che mi è restato.

[19] Addí 16 d’aprile 1513.

[20] Niccolò Machiavelli in Firenze

227

Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

(Roma, 19 aprile 1513)

[1] Spectabili viro Niccolò di messer Bernardo Machiavegli in Firenze

[2] Niccolò, compar caro, in otto giorni ho avute dua vostre, e ancora che io vi avessi detto non volere piú ghiribizzare né discorrere con ragione, nondimeno questi nuovi accidenti mi avevono fatto mutare di proposito, ma non lo posso fare questa volta, perché sono sollecitato, ché questo fante vuole partire; riserberommi a farlo per altra. [3] Solo vi dirò questo, che se è vera la triegua tra Francia e Ispagna, bisogna di necessità fare conclusione che il re Cattolico non sia quello uomo che è predicato in astuzia e in prudenzia, ovvero che gatta ci covi, e che quello che s’è detto piú volte sia entrato a questi principi nel cervello, e che Ispagna, Francia e lo imperatore disegnino dividersi questa misera Italia. [4] E se qualcuno che trita le cose dicessi non potessi essere, non gli crederrei, e piú presto m’accosterei con chi la misura piú alla grossa, la qual misura s’è veduta piú volte a’ nostri dí riuscire.

[5] Se io non pensassi a’ casi vostri, non penserei a’ mia; e voglio vi persuadiate questo, che quando vi vedessi essere accresciuto in onore o utile, non ne farei manco conto che se in me proprio venissi tale benifizio. [6] E ho rivolto meco medesimo se è bene parlare di voi al cardinale di Volterra, e mi risolvo di no, perché, ancor che lui si travagli assai e sia in fede appresso il papa (per quello apparisce di fuora), pure ci ha dimolti fiorentini contrari, e se vi mettessi avanti non credo fussi a proposito; né ancor so se lui lo facessi volentieri, che sapete con quante cautele procede. [7] E oltre a questo, non so come io fussi atto instrumento tra voi e lui, perché mi ha fatto qualche buona dimonstrazione d’amore, ma non come arei creduto, e a me pare di questa conservazione di Piero Soderini con una parte averne acquistata mala grazia, e con l’altra poco grado; nondimeno, a me basta avere satisfatto alla città e all’amicizia tenevo con lui, e a me medesimo.

[8] Se io mi arò a fermare qui, Pagolo sarà delli Otto: potrete ottenere licenzia di venirci, e vedremo se potreno tanto ciurmare, che ci riesca di menarci in qualcosa; e se non ci riuscirà, non ci mancherà trovare una fanciulla che ho vicina a casa e passare tempo con essa; e questo mi pare il modo s’ha a pigliare, e presto ne saremo chiari. [9] Intendo quanto la nostra compagnia sia sbarattata: tornerà Filippo nostro da Pistoia, vienne la state, e le cose s’ordineranno meglio.

[10] Dite al Casa ch’el Brancaccio torna costí, e che lui potrà venire insieme con esso voi e starsi qui qualche settimana; e che io mi raccomando a lui. [11] A tutta la compagnia mi raccomandate, e massime a Giovanni Machiavelli e a Donato. E sono vostro.

[12] Francesco, oratore in Roma. Addí 19 di aprile 1513

228

Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

(Roma, 21 aprile 1513)

[1] Spectabili viro Nicolò di messer Bernardo Machiavegli. In Firenze

[2] Desta’mi questa mattina a buona ora, e subito cominciai a pensare che 4 fiorini erono suti posti d’arbitrio a noi fratelli e 4 altri a Bernardo nostro erono troppi, massime considerate l’altre poste di maggior ricchezze quanto sieno basse; e essaminando lo stato mio, resto in questa cosa confuso, perché non fo traffico di ragione alcuna, non ho tanta entrata che appena possa vivere, ho figliuole femmine che vogliono dota, nello stato non mi sono essercitato in modo n’abbi tratto, non monstro né in nel vestire né in altre cose apparente suntuosità, ma piú presto meschinità; non si può dire ancora che io sia stretto in modo che per questa via possa congregare danari, perché se ho a pagare uno, non voglio m’abbi a domandare il pagamento, se compero cosa alcuna, sempre la compero piú che li altri. [3] Potrebbemi esser detto che l’hanno posto in su l’oppenione che Bernardo sia ricco e sanza figliuoli, e in sulle faccende veggono fare a’ mia fratelli. [4] Questo per certo non doveva nuocere a me; e molto bene, se avevono questa fantasia, potevono dividere le poste. [5] Io non offesi mai alcuno né in fatti né in parole, né in pubblico né in privato, e in questi ufficiali massime avevo tanta confidenzia, che in ogni cosa mi sarei rimesso al loro giudizio. [6] E risolvomi a questo, che lo essersi impacciato Pagolo a buon fine di trarre il gonfaloniere di palazzo, e io di salvarlo quanto potevo, ci nuoca grandemente, perché tutti quelli che erono amici di quello stato vogliono male a Pagolo, e hanno il torto, quando s’intendessi bene il vero; e tutti quelli che sono amici di questo vogliono male a me, parendo loro che, se Piero Soderini fussi morto, non potessi dare loro mai molestia alcuna; e cosí pensando, mi proponevo, e nelle gravezze e in ogni altra cosa, avere a esser male trattato, in modo che mi spiccai da questo pensiero. [7] E entrai in su queste grande girandole e accordi e triegue che a questi giorni sono seguite, e non me le potevo assettare nel cervello, e facevo questi dua fondamenti: il primo, che e’ Veniziani avessino fatto accordo con Francia d’avere a esser a mezzo maggio a ordine con mille lance, 1200 cavalli leggeri e 10 mila fanti, e il re a quel tempo avessi a mandare in Italia mille lance e 10 mila fanti, far guerra allo stato di Milano, el quale preso, avessi a esser di Francia, e ’ Veniziani avessino Brescia, Crema e Bergamo, e, in cambio di Cremona, Mantova; l’altro, che fussi ferma triegua tra Ispagna e Francia per uno anno solo di là da’ monti, con promessione fatta per Ispagna che Inghilterra e lo imperadore intra dua mesi la ratificheranno.

[8] Stando ferme e vere e la convenzione e la triegua, vorrei potessimo andare insieme dal Ponte Vecchio per la via de’ Bardi insino a Cestello, e discorrere che fantasia sia quella di Spagna, perché per Francia veggo quasi tutto fermo a suo benificio; pe’ Veniziani ancora, sendo ridotti nel termine sono, il medesimo. [9] E benché si potessi dire: « Il re di Francia in questa impresa del ducato di Milano o vincerà o perderà; se perde, e’ Veniziani perderanno con lui, se vince resterà potentissimo, e non avendo osservato loro la fede altra volta, farà il medesimo questa »: a che si risponde che, se perderà, loro si ridurranno a difendere Padova e Trevigi come sono soliti, e presummono riesca loro; se vincerà, forse osserverà loro la fede, e se non l’osserverà, medesimamente da lui difenderanno Padova e Trevigi. [10] Oltre a questo, loro si consumono, e, come diciamo noi, muoiono di tisico; e chi è uso a esser grande, malvolentieri può star basso, e per tornare al grado suo si mette a pericolo. [11] In questo modo sarà facil cosa che in pochi giorni riacquistino e li stati persi e l’onore e la riputazione; e stando con questa febbre, come sono stati già tre anni continui, si conducono a morte. [12] E se il re sarà sí potente che non curi osservare loro la fede, è da presummere che n’andranno accompagnati dal resto di Italia, e questa comune miseria farà la loro piú sopportabile.

[13] Ma veniamo a Ispagna, il quale ha preso tutto il reame di Navarra, difeso Pampalona, e monstro piú presto esser co’ Franzesi superiore, che altrimenti; presa contra loro la guerra in Italia fuori della confederazione, per dubbio, secondo ha detto, che Francia no occupi il regno di Napoli e dopo questo tutta Italia; e nondimeno fa poi una triegua dove per lui non è se non danno, e è pure tenuto uomo esperto e astuto. [14] E perché noi non sappiamo bene, per le lettere rare e avvisi incerti ci vengono, se lui al presente è debole o gagliardo, si può dire che se è gagliardo non giuochi la ragione del giuoco a lasciare crescere il nimico, quando lui lo può ridurre a darli le condizione; se è debole e non può sostenere la guerra, e Inghilterra e lo imperatore li manchino sotto, doveva accordare in tutto e darli lo stato di Milano, el quale, per l’essercito ha in quel luogo, si può dire sia in sua mano, e Francia l’arebbe ricevuto da lui in benificio, e non accadeva convenissi co’ Veniziani, né bisognava mandassi in Lombardia essercito da fare paura al resto d’Italia, né accadeva facessi spesa, davali la fede non proceder piú oltre. [15] Ma a questo modo conduce uno essercito in Italia, piglia lo stato per forza, diventa per la vittoria insolente, non ha obbrigo con lui, ricordasi delle ingiurie, non li ha dato fede, finirà la triegua, e potrallo ragionevolmente offendere, vendicarsi, privarlo del regno di Napoli e dipoi di Castiglia.

[16] Dirà alcuno: « Il re di Spagna ha acquistato in questa guerra il reame di Navarra, cosa che assai desiderava, e che li guarda tutta la Ispagna, e dove prima tutto giorno temeva che e’ Franzesi con quella aderenzia facilmente non li saltassino addosso, ora e’ Franzesi hanno a temere che lui a suo piacere non possa assaltare la Francia; e considerando che lui non è sí potente da potere reggere alle spese d’uno essercito in Francia e l’altro in Italia, ha con questa triegua voluto liberarsi dalla guerra di casa, e tutto quello li bisognava spendere in dua parte, lo farà in una, in modo che l’essercito suo in Italia fia gagliardo. [17] Oltre a questo, il duca di Milano, e’ Svizzeri, il papa co’ suoi aderenti, considerato el pericolo portono se Francia è in Lombardia vittorioso, tutti aiuteranno l’essercito suo e di danari e di gente, in modo che Francia rimarrà con vergogna, e lui in questo mezzo arà solidato il regno di Navarra, e poi verrà a qualche composizione ».

[18] Se il re Cattolico la intendessi a questo modo, io vi confesso che io non lo stimerei di quella prudenzia l’ho giudicato insino a ora, perché e’ può molto bene avere inteso per la esperienzia dell’anno passato che l’essercito suo non è per far giornata con i Franzesi, e massime avendo a’ soldi somma di fanti alamanni, come hanno; può ancora sapere che lo stato di Milano è suto corso, guasto, arso e depredato e da’ Svizzeri e dallo essercito suo; può presummere che in quello li uomini sieno malissimo contenti e desiderino mutazione; può credere che in quello stato sia pochissimi danari per le ragione sopradette, e quelli pochi, che il duca non li possa avere, per esser giovane e, nello stato, nuovo e debole. [19] E’ Svizzeri non si moveranno se non hanno danari. [20] Il papa e altri collegati, intendendo questa triegua, né sappiendo la causa perché è fatta, staranno sospesi e aranno poca fede in sua Maestà, e piú presto cercheranno l’accordo con Francia. [21] E’ Veniziani batteranno quello stato dal canto loro; le buone fortezze si tengono per Francia; Genova sta malcontenta: in modo si può stimare che, come Francia volta il viso inverso Italia, subito al romore e l’essercito spagnuolo s’abbi a partire, e tutte le terre di Lombardia a ribellare, e il nuovo duca a fuggire. [22] Né può ancora far fondamento che lo imperadore abbi a tenere e’ Veniziani, perché ha dato di lui tanti evidenti segni, che non solo il re di Spagna, tenuto tanto sagace, ma ogni ben grosso uomo doverrebbe esser chiaro quello che sua Maestà possa fa-re. [23] E però, compare mio, è necessario che qui sia qualcosa sotto che non s’intende; e io stetti piú che dua ore nel letto oltre all’usato per investigare quello potessi esser, e non mi risolvetti a nulla fermo. [24] Leva’mi e scrissi, perché quando vi viene a proposito mi diciate quello credete sia stata la fantasia di Spagna in questa triegua; e io approverrò il giudizio vostro, perché, a dirvi il vero sanza adulazione, l’ho trovato in queste cose piú saldo che d’altro uomo col quale abbi parlato; e a voi mi raccomando. [25] Questa lettera non ho copiata per non durare fatica, e so leggete tanto bene che la intenderete.

[26] Franciscus Victorius orator Rome. Die 21 Aprilis 1513

229

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

(Firenze, 29 aprile 1513)

[1] [. . .]ori Francesco Victori [. . .]liciter compatri et benefactori. Roma

[2] Magnifice orator mihi plurimum honorande etc., voi vorresti sapere per questa vostra lettera de’ 21 quello io creda abbi mosso Spagna a fare questa tregua con Francia, non vi parendo che ci sia drento el suo da nessun verso, in modo che, giudicando dall’un canto el re savio, dall’altro parendovi abbi fatto errore, sète forzato a credere che ci sia sotto qualche cosa grande, che voi per ora né altri non intende. [3] E veramente el vostro discorso non potrebbe essere né piú trito né piú prudente; né credo in questa materia si possa dire altro. [4] Pure, per parere vivo e per ubbidirvi, dirò quello mi occorre. [5] A me pare che questa dubitazione vostra pro maiori parte sia fondata in sulla prudenza di Spagna; a che io rispondo non potere negare che quel re non sia savio; nondimanco, a me è egli parso piú astuto e fortunato che savio. [6] Io non voglio repetere l’altre sua cose, ma verrò a questa impresa ultimamente fatta contro a Francia in Italia, avanti che Inghilterra fussi scoperto, nella quale impresa a me parse e pare, nonostante che l’abbi aúto el fine contrario, che mettessi sanza necessità a periculo tutti li stati suoi, il che fu sempre partito temerario in ogni uomo. [7] Dico “sanza necessità” perché lui aveva visto pe’ segni dello anno dinanzi, dopo tante ingiurie che ’l papa aveva fatte a Francia, di assaltarli li amici, voluto farli ribellare Genova, e cosí dopo tante provocazioni che lui proprio aveva fatte a Francia, di mandare le genti sue con quelle della Chiesa a’ danni de’ sua raccomandati; nondimanco, sendo Francia vittorioso, avendo fugato el papa, spogliatolo, distrutti e’ suoi esserciti, possendo cacciarlo di Roma, e Spagna da Napoli, non lo avere voluto fare, ma avere volto l’animo allo accordo: donde Spagna non poteva temere di Francia. [8] Né viene ad essere savia la ragione si allegassi per lui, che lo facessi per assicurarsi del Regno, veggendo Francia non ci avere volto l’animo, per essere stracco e pieno di rispetti, e’ quali era per averli sempre, perché sempre el papa non doveva volere che Napoli ritornassi a Francia, e sempre Francia doveva avere rispetto al papa e timore della unione dell’altre potenze: il che sempre era per tenerlo indreto.

[9] E chi dicessi Spagna dubitava che, non si unendo lui con el papa a fare guerra a Francia, el papa non si unissi per sdegno con Francia a fare guerra a lui, sendo el papa uom rotto e indiavolato come era, e però fu constretto pigliare simil partito, risponderei che Francia sempre sarebbe piú presto convenuto in quelli tempi con Spagna che con el papa, quando avessi possuto convenire o con l’uno o con l’altro, sí perché la vittoria era piú certa, e non ci si aveva a menare armi, sí perché allora Francia si teneva sommamente ingiuriato dal papa e non da Spagna, e per valersi di quella ingiuria e satisfare alla Chiesa del concilio sempre arebbe abbandonato el papa; di modo che a me pare che in quelli tempi Spagna potessi essere o mediatore d’una ferma pace, o compositore d’uno accordo securo per lui. [10] Nondimanco, e’ lasciò indreto tutti questi partiti, e prese la guerra, per la quale poteva temere che con una giornata ne andassino tutti li stati suoi, come e’ temé quando e’ la perdé a Ravenna, che subito dopo la nuova della rotta ordinò di mandare Consalvo a Napoli, ch’era come per lui perduto quel Regno, e lo stato di Castiglia li tremava sotto; né doveva mai credere ch’e’ Svizzeri lo vendicassino e assicurassino, e li rendessino la reputazione persa, come avvenne. [11] Talché, se voi considerrete tutti e’ maneggi di quelle cose, vedrete in Spagna astuzia e buona fortuna, piuttosto che sapere o prudenza; e come e’ si vede in uno grande simile errore, e’ si può presummere che ne facci mille, né crederrò mai che sotto questo partito ora da lui preso ci possa essere altro che quello che si vede, perché io non beo paesi, né voglio in queste cose mi muova veruna autorità sanza ragione. [12] Pertanto concludo che possa avere errato, quando sieno veri e’ discorsi vostri, e intesala male e conclusala peggio.

[13] Ma lasciamo questa parte, e facciamolo prudente, e discorriamo questo partito come d’uno savio. [14] Parmi che a volere fare tale presupposto, e rettamente ritrovare la verità della cosa, bisognassi sapere se questa tregua è suta fatta dopo la morte del pontefice e assunzione del nuovo, o prima, perché forse si farebbe qualche differenza; ma poiché io non lo so, presupporrò che la sia fatta prima. [15] Se io vi domandassi addunque quello che voi vorresti che Spagna avessi fatto, trovandosi ne’ termini si trovava, mi risponderesti quello che mi scrivete: cioè che lui avessi in tutto fatto pace con Francia, restituitogli la Lombardia, per obbligarselo e per tôrli cagione di condurre armi in Italia, e per tale via assicurarsene. [16] A che io rispondo che, a discorrere questa cosa bene, si ha a notare che Spagna fece quella impresa contro a Francia per la speranza aveva di batterlo, faccendo nel papa, in Inghilterra e nello imperadore piú fondamento che non ha poi in fatto veduto da farvi: perché dal papa e’ presuppose trarre danari assai, credette che lo ’mperadore facessi una offesa gagliarda verso Borgogna, e che Inghilterra, sendo giovane e danaroso, e ragionevolmente cupido di gloria, qualunque volta e’ fussi imbarcato, avessi a venire potentissimo: talmente che Francia, e in Italia e a casa, avessi a pigliare le condizioni da lui. [17] Delle quali cose non gliene è riuscita veruna, perché dal papa ha tratto danari nel principio e a stento, e in questo ultimo non solum non li dava danari, ma ogni dí cercava di farlo rovinare, e teneva pratica contro di lui; dallo ’mperadore non è uscito altro che le gite di monsignore di Gursa e sparlamenti e sdegni; da Inghilterra, gente debole, incompatibile con le sua, di modo che, se non fussi lo acquisto di Navarra, che fu fatto innanzi che Francia fussi in campagna, e’ rimaneva l’uno e l’altro di quelli esserciti vituperato, ancora che non ne abbino riportato se non vergogna, perché l’uno non è uscito mai dalle macchie di Fonterabi, l’altro si ritirò in Pampalona, e con fatica la difese. [18] Di modo che, trovandosi Spagna stracco in mezzo di questa confusione d’amici, da’ quali non che potessi sperare meglio, anzi temere ogni dí peggio, perché tutti tenevono ogni dí strette pratiche d’accordo con Francia, e veggendo dall’altra parte Francia reggere alla spesa, accordato co’ Viniziani e sperare ne’ Svizzeri, ha giudicato sia meglio prevenire con el re in quel modo ha possuto, che stare in tanta incertitudine e confusione, e in una spesa a lui insopportabile: perché io ho inteso di buono luogo che chi è in Spagna scrive quivi non essere danari né ordine da averne, e che l’essercito suo era solum di comandati, e’ quali anche cominciavono a non lo ubbidire. [19] E credo che ’l disegno suo sia suto con questa tregua o fare conoscere a’ collegati l’errore loro, e fagli piú pronti alla guerra, avendo promessa la ratificazione etc., o levarsi la guerra da casa, e da tanta spesa e periculo; perché se a tempo nuovo Pampalona avessi spuntato, e’ perdeva la Castiglia in ogni modo. [20] E quanto alle cose di Italia, potrebbe Spagna, forse piú che il ragionevole, fondare in sulle sue genti; ma non credo già che facci fondamento né in su Svizzeri, né in sul papa, né in sullo ’mperadore piú che si bisogni, e che pensi che qua el mangiare insegni bere a lui e alli altri italiani. [21] E credo che non abbi fatto piú stretto accordo con Francia di darli el ducato etc. sí per non lo avere trovato seco, sí etiam per non lo avere giudicato utile partito per lui: perché io dubito che Francia non lo avessi fatto per non si fidare né di lui né delle sue armi, perché arebbe creduto che Spagna no ’l facessi per accordarsi seco, ma per guastarli li accordi con gli altri.

[22] Quanto a Spagna, io non ci veggo nella pace per lui, per ora, alcuna utilità, perché Francia diventava in Italia in ogni modo potente, in qualunque modo e’ s’entrassi in Lombardia. [23] E se per acquistarla li fussino bastate l’armi spagnole, a tenerla li bisognava mandarci le sua, e grossamente, le quali potevono dare e’ medesimi sospetti alli Italiani e a Spagna, che daranno quelle che venissino ad acquistarla per forza; e della fede e degli obblighi non si tiene oggi conto. [24] Talché Spagna per questa ragione non ci vedeva securtà, e dall’altra parte ci vedeva questa perdita, perché o e’ faceva questa pace con Francia con el consenso de’ confederati, o no. [25] Volendola fare con el consenso, e’ la giudicava impossibile, per non si potere accordare papa e Francia e Viniziani e imperadore. [26] Avendola dunque a fare contro al consenso loro, ci vedeva per lui una perdita manifesta, perché si sarebbe accostato a uno re, faccendolo potente, che ogni volta ne avessi occasione si sarebbe piú ricordato delle ingiurie vecchie che de’ benifizi nuovi, e irritatosi contro tutti e’ potenti italiani e fuora, perché, essendo stato lui solo el provocatore di tutti contro a Francia, e avendogli poi lasciati, sarebbe suta troppa grande iniuria. [27] Donde, di questa pace fatta come voi vorresti, e’ vedeva surgere la grandezza del re di Francia certa, lo sdegno de’ confederati contro di lui certo, e la fede di Francia dubbia, in sulla quale sola bisognava si riposassi, perché avendo fatto Francia potente e li altri sdegnosi, li bisognava stare seco; e li uomini savi non si rimettono mai, se non per necessità, a discrezione d’altri. [28] Donde io concludo che gli abbi fatto piú securo partito fare tregua, perché con essa e’ dimostra a’ collegati l’errore loro; fa che non si possono dolere, dando loro tempo a ratificarla; levasi la guerra di casa; mette in disputa e in garbuglio di nuovo le cose di Italia, dove e’ vede che è materia ancora da disfare e osso da rodere, e, come io dissi di sopra, spera che ’l mangiare insegni bere ad ognuno. [29] E ha a credere che al papa, allo ’mperadore e a’ Svizzeri non piaccia la grandezza de’ Viniziani e Francia in Italia; e se non fieno bastanti a tenerli che non occupino la Lombardia, giudica che fieno bastanti seco a tenerli che non passino piú oltre, e crede che ’l papa per questo se gli abbi a gittare in grembo, perché e’ può presummere che ’l papa non possa convenire co’ Viniziani né con suoi aderenti, rispetto alle cose di Romagna. [30] E cosí con questa tregua e’ vede la vittoria di Francia dubbia, non si ha a fidare di lui, e non ha da dubitare della alienazione de’ confederati, perché o lo ’mperadore e Inghilterra la ratificheranno, o no: se la ratificano, e’ penseranno come questa tregua abbi a giovare a tutti; se non la ratificano, e’ doverrebbono diventare piú pronti alla guerra, e con altre forze che l’anno passato assaltare Francia; e in ognuno di questi casi Spagna ci ha lo intento suo. [31] Dico di nuovo, addunque, el fine di Spagna essere stato questo: o constringere lo ’mperadore e Inghilterra a fare guerra daddovero, o con la reputazione loro, con altri mezzi che con l’armi, posar le cose a suo vantaggio; e in ogni altro partito vedeva periculo, o seguitando la guerra o faccendo la pace, e però prese una via di mezzo, di che ne potessi nascere guerra o pace.

[32] Se voi avete notato e’ consigli e progressi di questo Cattolico re, voi vi maraviglierete meno di questa tregua. [33] Questo re, come voi sapete, da poca e debole fortuna è venuto a questa grandezza, e ha aúto sempre a combattere con stati nuovi e sudditi dubbi: e uno de’ modi con che li stati nuovi si tengono, e li animi dubbi o si fermano o si tengono sospesi e irresoluti, è dare di sé grande espettazione, tenendo sempre li uomini sollevati con lo animo nel considerare che fine abbino ad avere e’ partiti e le ’mprese nuove. [34] Questa necessità questo re la ha conosciuta e usatala bene; di qui sono nati li assalti d’Affrica, la divisione del Reame e tutte queste altre intraprese varie, e sanza vederne el fine, perché el fine suo non è tanto quello acquisto o quella vittoria, quanto è darsi reputazione ne’ populi, e tenerli sospesi con la multiplicità delle faccende. [35] E però lui fu sempre animoso datore di princípi, a’ quali e’ dà poi quel fine che li mette innanzi la sorte o che la necessità l’insegna; e insino a qui e’ non si è possuto dolere né della sorte né dello animo. [36] Provo questa mia opinione con la divisione fece con Francia del regno di Napoli, della quale doveva credere certo ne avessi a nascere guerra intra lui e Francia, sanza saperne el fine a mille miglia, né poteva credere averlo a rompere in Puglia, in Calavria e al Garigliano; ma a lui bastò cominciare, per darsi quella reputazione, sperando o con fortuna o con arte andare avanti: e sempre, mentre viverà, ne andrà di travaglio in travaglio, sanza considerarne altrimenti el fine.

[37] Tutte le sopra dette cose io le ho discorse presupponendo la vita di Giulio; ma quando egli avessi inteso la morte dell’uno e la vita dell’altro, credo arebbe fatto quello medesimo, perché se in Giulio e’ non poteva confidare, per essere instabile, rotto, furioso e misero, in questo e’ non può sperare estraordinariamente, per essere savio. [38] E se Spagna ha prudenza, non lo ha a muovere l’interessi contratti in minoribus, perché allora egli ubbidiva, ora comanda; giucava quel d’altri, ora giuoca el suo; faceva per lui la guerra, or fa la pace; e debba credere Spagna che la Santità di Nostro Signore non voglia mescolare inter Christianos né sua danari né sua armi, nisi coactus, e credo che ognuno arà rispetto a sforzarlo.

[39] Io so che questa lettera vi ha a parere uno pesce pastinaca, né del sapore vi credevi: scusimi lo essere io alieno con l’animo da tutte queste pratiche, come ne fa fede lo essermi ridutto in villa e discosto da ogni viso umano, e per non sapere le cose che vanno attorno, in modo che io ho a discorrere al buio e ho fondato tutto in sulli avvisi mi date voi. [40] Però vi prego mi abbiate per scusato; e raccomandatemi costà ad ognuno, e in spezie a Pagolo vostro, quando non sia ancora partito.

[41] Florentie, die 29 Aprilis 1513.

Compater Nicolò Machiavelli

230

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

(Firenze, 20 giugno 1513)

[1] Magnifico oratori Francisco Victorio apud Summum Pontificem

[2] Magnifico oratore, io vi scrissi piú settimane fa in risposta di un discorso vostro circa la tregua fatta intra Francia e Spagna; non ho dipoi aúto vostre lettere, né io ve ne ho scritte, perché intendendo come voi eri per tornare, aspettavo di parlarvi a bocca. [3] Ma intendendo ora come il ritornar vostro è raffreddo, e che voi siate per avventura per stare qualche dí costà, mi è parso da rivicitarvi con questa lettera, e ragionarvi con quella tutte quelle cose che io vi ragionerei se voi foste qua. [4] E benché a me convenga scagliare, per essere discosto da’ segreti e dalle faccende, tamen non credo possa nuocere alcuna oppenione che io abbi delle cose, né a me, dicendola a voi, né a voi, udendola da me.

[5] Voi avete veduto che successo ha aúto per ora la impresa che Francia ha fatta in Italia, quale è suta contraria a tutto quello si credeva, ovvero si temeva per li piú; e puossi questo evento connumerare intra le altre felicità grandi che ha avute la Santità del papa e quella magnifica Casa. [6] E perché io credo che l’uffizio di un prudente sia in ogni tempo pensare quello li potesse nuocere e prevedere le cose discosto, e il bene favorire, e al male opporsi a buon’ora, mi sono messo nella persona del papa, e ho esaminato tritamente quello di che io potrei temere adesso, e che rimedi ci farei; i quali vi scriverrò, rimettendomi a quel discorso di coloro che lo possono fare meglio di me, per intendere le cose piú appunto.

[7] A me parrebbe, se io fussi il pontefice, stare tutto fondato in sulla fortuna, insino a tanto che non si fosse fatto uno accordo per il quale le armi si avessino a posare o in tutto o in maggior parte. [8] Né mi parrebbe essere sicuro delli Spagnuoli, quando in Italia loro avessino meno rispetti che non hanno ora; né securo de’ Svizzeri, quando non avessino avere rispetto a Francia o a Spagna; né di alcuno altro che fosse prepotente in Italia. [9] Cosí, per avverso, non temerei di Francia, quando si stesse di là da’ monti, o quando e’ ritornasse in Lombardia d’accordo meco. [10] E pensando al presente alle cose dove le si truovono, io dubiterei cosí di un nuovo accordo, come di una nuova guerra. [11] Quanto alla guerra, che mi facesse ritornare in quelli sospetti ne’ quali si era pochi dí sono, non ci è per ora altro dubbio, se non se Francia avesse una gran vittoria con li Inghilesi; quanto allo accordo, sarebbe quando Francia accordasse con Inghilterra o con Spagna sanza me. [12] E pensando io come l’accordo di Inghilterra sia facile o no, e cosí quello di Spagna, giudico, se quello di Inghilterra fosse difficile, questo di Spagna essere possibile e ragionevole; e se non ci si ha l’occhio, temo assai che insperato e’ non giunga altrui addosso, come giunse la triegua infra loro.

[13] Le ragioni che mi muovono son queste. [14] Io credetti sempre e credo che a Spagna piacesse e piaccia vedere il re di Francia fuora di Italia, ma quando con l’armi sue, e con la reputazione sua propria egli lo potesse cacciare; né credetti mai, né credo che quella vittoria che anno i Svizzeri ebbono con Francia li sapesse al tutto di buono. [15] Questa mia oppenione è fondata in sul ragionevole, per rimanere il papa e i Svizzeri in Italia troppo potenti, e in su qualche ritratto, donde io ho inteso che Spagna si dolse anco del papa, parendoli che gli avesse data a’ Svizzeri troppa autorità; e tra le cagioni che li feciono fare triegua con Francia, credo che fosse questa. [16] Ora, se quella vittoria prima gli dispiacque, questa seconda che hanno avuta i Svizzeri credo li piaccia meno, perché e’ vede sé essere in Italia solo, vedeci e’ Svizzeri con riputazion grande, vedeci un papa giovane, ricco e ragionevolmente desideroso di gloria, e di non fare meno pruova di sé che abbino fatta e’ suoi

antecessori, vedelo con fratelli e nipoti senza stato. [17] Debbe pertanto ragionevolmente temere di lui, che, accostandosi con Svizzeri, e’ non li sia tolto il suo; né ci si può vedere molti ostacoli, quando il papa lo volesse fare. [18] E lui non ci può provvedere piú securamente, che fare accordo con Francia, dove facilmente si guadagnerebbe Navarra, e darebbe a Francia uno stato difficile a tenere, per la vicinità de’ Svizzeri; e alli Svizzeri tôrrebbe l’adito di potere passare facilmente in Italia, e al papa quella commodità di potersi valere di loro: il quale accordo, trovandosi Francia ne’ termini si truova, doverrebbe essere, nonché rifiutato, ma cerco da lui.

[19] Pertanto, se io fussi il pontefice, e giudicando che questo potesse intervenire, io vorrei o sturbarlo, o esserne capo; e pare a me che le cose si truovino in termine che facilmente si potesse concludere una pace tra Francia, Spagna, papa e Viniziani. [20] Io non ci metto né e’ Svizzeri, né lo imperadore, né Inghilterra, perché io giudico che Inghilterra sia per lasciarsi governare da Spagna; né veggo come lo imperadore possa essere d’accordo con i Viniziani, o come Francia si possa convenire con li Svizzeri; e però io lascio costoro, e piglio quelli dove l’accordo resta piú sopportabile. [21] E parrebbemi che tale accordo facesse assai per tutti a quattro costoro: perché a’ Viniziani doverrebbe bastare godere Verona, Vicenza, Padova e Trevigi; al re di Francia la Lombardia; al papa il suo; a Spagna il Reame. [22] E a condurre questo si farebbe solum ingiuria ad un duca di Milano posticcio e a’ Svizzeri e allo imperadore, i quali si lascerebbono addosso a Francia, e lui, per guardarsi da loro, arebbe sempre a tenere la corazza indosso; il che farebbe che tutti gli altri sarebbono sicuri di lui, e gli altri guarderebbono l’un l’altro. [23] Pertanto io veggo in questo accordo securtà grande e facilità, perché infra loro sarebbe una comune paura de’ Tedeschi, che sarebbe la mastrice loro che gli terrebbe appiccati insieme, né sarebbe fra loro cagioni di querele, se non ne’ Viniziani, che arebbono pazienzia.

[24] Ma, pigliandola per altra via, io non ci veggo securtà veruna, perché io sono d’oppinione, e non me ne credo ingannare, che poi che il re di Francia sarà morto, e’ penserà alla impresa di Lombardia, e questo sarà sempre cagione di tenere l’armi fuora; senza che io credo che Spagna la calerà a questi altri in ogni modo; e se la prima vettoria de’ Svizzeri li fece fare triegua, questa seconda li farà far pace, né stimo pratiche che tenga, né cose che dica, né promesse che faccia; la quale pace, quando la facesse, sarebbe pericolosissima, faccendola senza participazione d’altri.

[25] Valete. Florentie, die 20 Iunii 1513.

Niccolò Machiavelli

231

Niccolò Machiavelli a Giovanni Vernacci

(Firenze, 26 giugno 1513)

[1] Domino Giovanni di Francesco Vernacci in Costantinopoli

[2] Carissimo Giovanni, io ho ricevute piú tue lettere, e ultimamente una d’aprile passato, per la quale e per l’altre ti duoli di non avere mia lettere; a che ti rispondo che io ho aute dopo la tua partita tante brighe, che non è maraviglia che io non ti abbia scritto, anzi è piú tosto miracolo che io sia vivo, perché e’ mi è suto tolto l’uffizio e sono stato per perdere la vita, la quale Iddio e la innocenza mia mi ha salvata. [3] Tutti li altri mali, e di prigioni e d’altro, ho sopportato: pure io sto, con la grazia di Dio, bene, e mi vengo vivendo come io posso, e cosí m’ingegnerò di fare, fino che ’ cieli mi si mostrino piú benigni.

[4] Tu mi hai scritto piú volte che io vegga d’acconciare le gravezze del tuo podere; a che ti dico come e’ bisogna che tu ci sia, e non si passa tempo di cosa che si abbia a fare, perché sempre sarai a tempo. [5] La Marietta e tutti noi siamo sani, e tu attenderai a stare sano, acciò possa prevalerti in qualche cosa.

[6] Lorenzo Machiavegli si duole di te, e dice che tu non gli scrivi chiaro, perché della metà de’ panni che ti restano in mano, tu di’ che li hai venduti alla porta e creduti a non so chi, e non gli scrivi e’ pregi, e colui a chi tu scrivi averli creduti dice che non è buona detta; pertanto, io ti prego che tu scriva le cose chiare, e abbonda piú tosto nello scrivere troppo che nel poco, acciò che a ragione e’ non si possa dolere di te.

[7] Saluta el consolo da mia parte, e digli come io ebbi la sua lettera, e che io sono vivo e sano, e non ho altro di buono.

[8] Cristo ti guardi. Addí 26 di giugno 1513.

[9] Niccolò Machiavegli in Firenze

232

Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

(Roma, 27 giugno 1513)

[1] Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

[2] Compare carissimo, io non vi ho risposto a una vostra avuta circa un mese e mezzo fa, perché speravo partirmi di settimana in settimana, e potere parlare con voi alla mia tornata e di quella e di molte altre cose desideravo. [3] Sono ancora in questa sospensione, e conoscerete non mi sono ingannato da quello vi scrissi nel principio che fu creato questo papa. [4] Io mi sono ricordato di voi piú volte, quando parlamo di uno amico nostro, che voi mi confortavi a non avere fede in lui e stare largo quanto io poteva, che forse sarebbe stato a proposito mio averlo fatto. [5] Nondimeno, come voi sapete, e l’avete provato in voi medesimo, è difficile mutarsi di natura; a me sarebbe impossibile fare male a nessuno, e seguane che vuole.

[6] Io starò quassú tanto quanto vorrà il papa: e, quando voglia, piú volentieri tornerò. [7] E infino che Iacopo non ha detto volersi partire, non è mai passata settimana che io non abbia domandata al papa licenzia. [8] Ora che egli dice non ci volere stare (nondimeno non si parte), mi è tagliata la via a domandarla piú, in modo mi sto senza faccenda nessuna, e attendiamo a fare, il Brancaccio e io, come facevo a Trento, e duolmi solo non ci siate voi, ché questo buon tempo non ci sarebbe cavato di corpo. [9] E vinca poi chi vuole, o Franzesi o Svizzeri, e se non basta questo, venga il Turco con tutta l’Asia, e colminsi per un tratto tutte le profezie; che, a dirvi il vero, io vorrei che quello che ha essere fosse presto, e oltre a quello ho visto, vedrei volentieri piú là.

[10] Ma, per tornare una volta alla lettera vostra vecchia, e poi a questa nuova, io confesso che in quella voi vi apponeste e io mi ingannavo, perché io mi persuadeva che Spagna non avesse fatto triegua cosí semplice, ma che ci fosse qualche cosa sotto, e non era però vero, come la esperienzia ha mostro, conforme a quello dicevi. [11] Però la lettera vostra mi piacque allora, e molto piú mi piace ora, e l’appruovo. [12] Conosco ancora discorrete molto bene per questa ultima, e approverrei in tutto la vostra oppinione, se io non stimassi tanto i Svizzeri, quanto io fo; li quali in questa ultima battaglia meco hanno acquistato tanto, che io non so quale essercito si possa loro opporre. [13] Conosco essere vero quello che voi dite, che l’accordo tra Spagna e Francia sarà ora piú facile, perché avendo Francia una sete incredibile di Lombardia, e Spagna un timore grandissimo di non perdere il Regno, e parendo loro che gli Svizzeri siano diventati troppo potenti, e dubitando della grandezza del papa congiunta con la loro, non sarà convenzione che tra loro medesimi non fermino. [14] Ma quando voi congiugnete il papa, Francia, Ispagna e Viniziani, prima si vede il papa dubbio, nell’aversi a fidare di Francia e lasciare li Svizzeri, che loro, indegnati seco, il quale credano sia loro obbligato, non si gittassino in tutto a Francia; e egli, non si curando della fede, come fanno i Franzesi, pensasse con il mezzo loro non solo la Lombardia, ma tutta Italia acquistare. [15] Ma poniamo che della fede non si abbia a dubitare: non vi pare necessario rimuovere il duca di quello stato? [16] A questo non bisognano esserciti, e come i Svizzeri lo intendono, scendono, e difenderannolo da ognuno. [17] Aggiungo ancora che io non fo sí facile, benché segua l’accordo di Francia e di Spagna, quello di Inghilterra, né mi persuado che Spagna ne possa tanto disporre; né ancora quello dello imperatore e Viniziani seguirebbe sí presto, perché egli sta là tra quelli monti, e non dubitando di sé, sempre minaccia altri, e gli accordi suoi gli tiene poco. [18] E se voi mi domandaste: « Che vorresti tu ora facesse il papa? », vi risponderei: « Tutto il contrario di quello fa ». [19] Perché non resta di spendere, e io non vorrei restasse di congregare per ogni via e ogni verso; vorrei tenere ben contenti li Svizzeri in fatti, e gli altri in parole, perché a tutti vorrei usare tanti buoni termini e tante buone parole quanto fosse possibile; se io dubitassi d’accordo tra Francia e Spagna, mi sforzerei romperlo; e infine non vorrei intervenire in accordo alcuno, se non fosse generale. [20] Né questo crederrei fosse molto difficile, perché, dato che Francia non si possa contentare senza la Lombardia, che lo credo certo, si potrebbe concedergliene, e che desse una pensione a’ Svizzeri, che potete pensare che poi hanno cominciato a trarre tributo di quello stato, non vorranno stare pazienti a non l’avere; né penseranno Francia sarà sí grande che non ci osserverà, ancora che prometta, perché hanno preso tanto animo, e tanto confidano nelle forze loro, che pensano potere battere qualunque sorte di uomini e ogni principe; e la esperienzia se ne è vista di qualità, che io non consiglierei mai il papa che facesse accordo senza loro.

[21] Ma, compare mio caro, noi andiamo girandolando tra ’ cristiani e lasciamo da canto il Turco, il quale fia quello che, mentre questi principi trattano accordi, farà qualche cosa che ora pochi vi pensano. [22] Egli bisogna che sia uomo da guerra e capitano per eccellenzia; vedesi che ha posto il fine suo nel regnare, la fortuna gli è favorevole, ha soldati tenuti seco in fazione, ha danari assai, ha paese grandissimo, non ha ostacolo alcuno, ha congiunzione con il Tartaro, in modo che io non mi farei maraviglia che avanti passasse uno anno egli avesse dato a questa Italia una gran bastonata, e facesse uscire di passo questi preti; sopra che non voglio dire altro, per ora.

[23] Ho speranza che non passerà xv giorni che potremo parlare insieme di questa e di molte altre cose; e perché voi e io non aremo faccenda, credo ci rincrescerà il parlarne.

[24] Francesco Vettori oratore in Roma addí 27 di giugno 1513

233

Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

(Roma, 12 luglio 1513)

[1] Spectabili viro Niccolò di messer Bernardo Machiavegli. In Firenze

[2] Compare mio caro, ancora che, come v’ho scritto, mi paia spesso che le cose non procedino con ragione, e per questo giudichi superfluo il parlarne, discorrerne e disputarne, nondimeno chi è assueto in un modo insino in 40 anni mal volentieri si può ritrarre e ridurre a altri costumi e a altri ragionamenti e pensieri; e per tutte le cause, e massime per questa, desiderrei essere con voi, e vedere se noi potessimo rassettare questo mondo, e, se non il mondo, almeno questa nostra parte qua, il che mi pare molto difficile assettare nella fantasia, sí che, quando s’avessi a venire al fatto, crederrei fussi impossibile.

[3] Noi abbiamo a pensare che ciascuno di questi nostri príncipi abbi un fine, e perché a noi è impossibile sapere il secreto loro, bisogna lo stimiamo dalle parole, dalle dimonstrazioni, e qualche parte ne immaginiamo. [4] E cominciando al papa, diremo che il fine suo sia mantenere la Chiesa nella riputazione l’ha trovata, non volere che diminuisca di stato, se già quello che li diminuissi non lo consegnassi a’ sua, cioè a Giuliano e Lorenzo, a’ quali in ogni modo pensa dare stati. [5] Questo giudizio, che lui voglia mantenere la Chiesa nelli suoi stati e preminenzie, lo fo in sulle parole li ho udito dire, lo fo ancora in sulle dimonstrazioni ha fatte; perché, avendo occupato Giulio Parma e Piacenza sanza alcuno giusto titulo, e avendole riprese vacante il pontificato il duca di Milano, non pensò prima a cosa nessuna il papa, poi fu creato, che a riaverle, e secondo il giudizio mio andava a perdere, come li dissi qualche volta; e mi pareva considerarla bene, perché, sendo queste terre sute occupate in sede vacante, a lui non era suto vergogna, ma li sarebbe ben vergogna il ripigliarle e averle dipoi o per forza o per convenzione a restituire, come era conveniente seguissi. [6] E li dicevo: « O la triegua tra Ispagna e Francia è semplice di là da’ monti, come noi intendiamo, ovvero è uno accordo e convenzione d’ogni cosa. [7] Se è convenzione, non può essere altrimenti se non che Francia riabbi il ducato di Milano; e se Ispagna li ha consentito questo senza vostra participazione, è conveniente li abbi acconsentito ancora Parma e Piacenza; e per questo venendo a’ Franzesi, o per forza o per amore l’arete a rendere, perché Ispagna vorrà cosí. [8] Se la triegua è semplice, quando e’ Franzesi verranno, gli Spagnuoli vorranno difendere Milano, e si opporranno. [9] Nell’opporsi, o perderanno o vinceranno: se vincano, rivorranno a ogni modo queste terre, e si terranno male satisfatti di voi, dicendo che, quando il duca era per affogare, li avete posto il piè in sulla gola, e rivolute queste terre, e toltoli la riputazione co’ popoli; se perdono, il re le rivorrà. [10] Se le rendete d’accordo, è vergogna; se le volete difendere, entrate in guerra con Francia, che s’ha a credere non li abbiate a potere resistere ».

[11] Lui udiva queste ragione, nondimeno seguiva nel suo proposito. [12] Che voglia dare stato a’ parenti, lo monstra che cosí hanno fatto e’ papi passati, Callisto, Pio, Sisto, Innocenzio, Alessandro e Giulio; e chi non l’ha fatto, è restato per non potere. [13] Oltre a questo, si vede che questi suoi a Firenze pensono poco, che è segno che hanno fantasia a stati che sieno fermi e dove non abbino a pensare continuo a dondolare uomini. [14] Non voglio entrare in considerazione quali stati disegni, perché in questo muterà proposito secondo la occasione.

[15] Dopo il papa verremo allo imperatore, el quale, ancora che non abbi mai monstro avere gran forza, nondimeno è stato riputato da tutti e’ principi, che a me bisogna in questo caso dare il cervello mio prigione e giudicarne quello che li altri. [16] Dirò adunque che la fantasia di costui e il fine suo sia suto travagliare, e entrare di guerra in guerra, e oggi esser d’accordo con questo e domani con quello altro, favorire il concilio, disfavorirlo, tanto che lui per qualche via, la quale non l’ha determinata, venga al disegno suo di possedere Roma e tutto quello possiede la Chiesa, come vero e legittimo imperatore. [17] E questo giudico dalle parole sue, le quale ha dette me presente e ancora a altri; dalle dimonstrazioni ancora, che si vede ha tentato piú volte il re di Francia di questo; dallo avere nel principio favorito il concilio, e poi, dubitando che Francia non facesse un papa a suo modo, mutato consiglio e accostatosi con papa Giulio. [18] Sí che mi pare di questo suo fine se ne possa dare giudizio quasi resoluto.

[19] Che fine abbi il re di Spagna credo che pochi vi si possino ingannare, perché pensa mantenersi nel governo di Castiglia, pensa assicurarsi che non li possa esser tolto il regno di Napoli; e perché l’una cosa e l’altra non si può fare sanza danari, pensa esser tanto stimato e temuto in Italia, che possa da tutti e’ potentati d’essa trarre danari, per valersene a questo suo disegno. [20] Inghilterra ancora dirò che il fine che l’ha indutto a fare guerra a Francia sia il sospetto non diventassi troppo grande; e poiché l’ha una volta offeso, vorrebbe diminuirlo tanto, che non avessi per tempo alcuno da temerne, e se fussi possibile ne vorrebbe spiccare la Normandia. [21] E’ Svizzeri, e’ quali io stimo sopra tutti e’ re, hanno il fine loro di potere venire in Italia a posta loro, che il duca di Milano stia quasi con loro e trarne ogni anno grossa pensione, e non volere vicini e’ quali abbino a temere, ma piú presto siano per esser temuti loro da’ vicini; e la riputazione e la gloria gli muove assai. [22] Né mi estenderò in monstrare le ragione che mi muovino a credere che Ispagna e Inghilterra e i Svizzeri abbino lo intento dico di sopra, perché è cosa tanto chiara che sarebbe superfluo il parlarne. [23] Veniziani, Ferrara, Mantova, Fiorentini, Sanesi, Lucchesi, tutti questi hanno il fine loro quasi noto, volere mantenere quello hanno, e racquistare quello hanno perduto; ma in fatto possono poco operare.

[24] Ora, compar mio, io vorrei che, stante tutte queste cose, voi m’assettassi colla penna una pace; e so bene che se ciascuno di questi príncipi volessi stare fermo in su quello dico di sopra, che tra loro non concluderebbe accordo altri che Iddio. [25] Ma se qualcuno calassi in una parte, e quello in un’altra, si potrebbe forse trovare qualche modo, nel quale, perché io sono irresoluto, ne domando il parer vostro. [26] E perché potrebbe essere che voi presupponessi il fine di questi príncipi altrimenti non fo io, arò caro ne diciate vostra oppenione; e se vi paressi fatica rispondere in una volta, rispondete in dua o tre, che sempre vedrò volentieri vostre lettere, e con esse passerò tempo: perché avete a pensare che la maggior faccenda che io abbi è lo starmi, perché il leggere m’è venuto in fastidio, ch’ho letto, poi ci sono, tutti e’ libri aveva un cartolaio ben grosso, che me li ha prestati a uno per volta.

[27] Per l’ordinario qui sarà ora per uno imbasciadore poca faccenda, ché prima s’aveva a intrattenere molti cardinali, e ora non fia necessario, perché dal papa s’intenderà quello ti vorrà dire. [28] Oltre a questo, ci sono stati tanti oratori, e ci sono ancora, che a me, sendo il piú giovane, è tocco a stare a vedere quello si fa; e per l’ordinario sapete fuggo le cerimonie quanto posso.

[29] Giuliano ha trovate poi signore assai belle a non molta spesa. [30] Io non vi voglio chiamare qua in questi tempi per la mala aria, ma a Ognissanti, se io ci sarò, voglio a ogni modo vegnate a starvi quassú dua mesi. [31] E’ c’è il vostro Giovanni Folchi, ma ha tante faccende che lo veggo di raro. [32] Il Casa è diventato tanto intento a’ danari, che non s’è mai degnato rispondermi a forse quattro lettere li ho scritte, per le quali non lo richiedevo di cosa alcuna che li avessi a diminuire o d’utile o d’onore; dubito non si partissi di qui male satisfatto di me, ma fateli mia scusa, ché in quel tempo c’era tanta gente e la casa non molto grande, in modo non poteva avervi tutte le sua commodità, che a me fu molesto insino all’anima. [33] Raccomandatemi a Donato merciaio piú che a tutti li altri; e ancora che non mi volessi fare di quelli piaceri lo richiesi innanzi la mia partita, sarà a tempo a farli quando sarò tornato.

[34] Né altro. A voi mi raccomando.

[35] Franciscus Victorius orator. Die 12 Iulii 1513

234

Niccolò Machiavelli a Giovanni Vernacci

(Firenze, 4 agosto 1513)

[1] Domino Giovanni di Francesco Vernacci in Levante

[2] Carissimo Giovanni, io ti scrissi circa uno mese fa, e dissiti quanto mi occorreva, e in particulari la cagione perché non ti avevo scritto per lo addreto; credo la arai auta, però non la repricherò altrimenti. [3] Ho dipoi auta un’altra tua de’ dí 26 di maggio, alla quale non mi occorre che dirti altro, se non che noi siamo tutti sani; e la Marietta fece una bambina, la quale si morí in capo di 3 dí, e la Marietta sta bene.

[4] Io ti scrissi per altra come Lorenzo Machiavegli non si teneva satisfatto di te, e in particulare delli avvisi, perché diceva lo avevi avvisato di rado e suspeso, da non cavare delle tue lettere nessuna cosa certa. [5] Confòrtoti pertanto a scrivere a quelli con chi tu hai a fare in modo chiaro, che, quando eglino hanno una tua lettera, e’ paia loro essere costí, in modo scriva loro particularmente le cose: e quanto al mandarti altro, mi ha detto che, se non sbriga cotesta faccenda in tutto e se ne riduce al netto, che non vuole intraprendere altro.

[6] Egli è venuto costà uno Neri del Benino, cognato di Giovanni Machiavegli, al quale Giovanni ha dato panni; e però non ci è ordine che facessi con altri. [7] E Filippo li vuole vendere in sulla mostra.

[8] Attendi a stare sano, e bada alle faccende, ché so che se tu starai sano, e farai tuo debito, che non ti è per mancare cosa alcuna. [9] Io sto bene del corpo, ma di tutte l’altre cose male; e non mi resta altra speranza che Iddio che mi aiuti, e infino a qui non mi ha abbandonato affatto.

[10] Raccomandami alla magnificenzia del consolo Giuliano Lapi mille volte, e digli che io sono vivo. [11] E non mi resta altro. Cristo ti guardi.

[12] Addí 4 di agosto 1513.

[13] Niccolò Machiavegli in Firenze

235

Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

(Roma, 5 agosto 1513)

[ [

[1] Domino Niccolò di messer Bernardo Machiavelli in Firenze

[2] Se io serbassi copia delle lettere scrivo, subito, compare mio caro, che io ebbi la vostra, sarei corso a guardare l’essemplo, e stato maravigliato d’essere suto tanto smemorato, che nella principal cosa dovevo scrivere abbi mancato; e mi ricordo avermi distinto nel cervello el fine di tutti questi principi cristiani che travagliono, e dato a Francia il medesimo che voi, e ordinatone la ragione, che piú volte che avea potuto a suo piacere occupare tutta Italia, non l’avea fatto. [3] Donde sia proceduto questo, o da mala fortuna sua, o da poca diligenzia mia, o da poco cervello, credo a voi non l’avere scritto; e siamo d’accordo che il fine suo sia di riavere la Lombardia, e poi posare. [4] E in verità e’ discorsi vostri sono tanto ordinati e tanto prudenti, quanto essere potessino; e l’accordo che voi dite mi piacerebbe assai, e crederrei che tra il papa, Francia e Ispagna si potessi concludere, e ancora con Veniziani. [5] Ma vedo difficultà grande in Inghilterra, né posso credere che un re giovane, animoso, ricco, abbia fatto una impresa sí grande, condotta tanta gente di qua dal mare, speso e in fanti e in navili somma grossa di danari, e poi per le persuasioni del papa e d’Ispagna s’abbi a ritirare con vergogna con una pensione. [6] Crederrei bene che quando Ispagna gnene facessi intendere da vero, mostrandoli, quando non si ritirasse, averli a esser inimico, che allora lui cederebbe. [7] Ma non credo già che Ispagna sia per fare questo, perché, sendo intercesse tante grave inimicizie tra Ispagna e Francia, non vorrà mai il Cattolico spiccarsi in tutto da Inghilterra, perché non si fiderà di Francia, né confiderà che la potenzia e la autorità del papa sia tanta che lo possa difendere dalla potenzia di Francia, aggiunto massime che potrebbe cascarli qualche sospetto nella mente che il papa non aspirassi al Reame, e stimassi condurlo col favore di Francia.

[8] E andando bene considerando questa materia, non truovo chi sia per fare ritirare gl’Inghilesi, e’ quali hanno il modo a campeggiare que-sto anno, questo altro, e poi quell’altro, se non e’ Svizzeri, e loro credo sarebbono per scoprirsi in favore di Francia ogni volta che lui volessi lasciare la Lombardia; perché non fa per loro distruggere in tutto un reame di Francia del quale hanno tratto tanta commodità, e sono per trarre. [9] E quando fussino d’accordo il papa, Francia, Ispagna e Svizzeri, Ispagna si verrebbe a scoprire manco contra a Inghilterra, perché e’ Svizzeri soli basterebbono; e sendo ancora in compagnia de’ Svizzeri, gli parrebbe essere piú sicuro di Francia e ancora del papa, perché parrebbe e’ Svizzeri dovessino essere il temperamento tra loro di chi non volessi stare a’ termini. [10] E’ Veneziani ancora, se riavessino Brescia e Bergamo, resterebbono piú che contenti; allo imperatore rimarrebbe Verona, e restando solo, né avendo dove gittarsi, bisognerebbe stessi paziente. [11] Il duca di Milano riarebbe tutte le terre sue, ancora Piacenza e Parma, e simile il duca di Ferrara; né bisognerebbe temere de’ Svizzeri, e’ quali arebbono dall’un canto e’ Franzesi, dall’altro tutta Italia e gli Spagnuoli che ci fussino, de’ quali è forzato il re Cattolico tenerci sempre buon numero, rispetto alla volubilità de’ popoli del Regno. [12] Né è da dubitare di quello mi scrive il Casa, essere vostra fantasia ch’e’ Svizzeri non si unischino col resto de’ Tedeschi, perché – lasciamo andare la inimicizia è tra loro, poniamo da parte le offese hanno fatto alla Casa d’Austria – loro hanno tanto cervello che conoscono benissimo la grandezza dello imperatore, e mai acconsentiranno farlo maggiore; né è d’avere dubbio abbino a mettere colonie, perché non sono in tanto numero, come sapete, da poterlo fare: a loro basta dare una rastrellatura, toccare danari e ritornarsi a casa.

[13] E se voi mi dicessi: « E’ si potria mutare imperatore, e i Svizzeri imparare alle spese d’altri a governarsi meglio », ve lo confesserei; ma le cose del mondo sono poco stabile, e io vorrei pensare a una pace per qualche anno e non lunga, perché non ci riuscirebbe. [14] Diretemi ora quello che io credo, che Francia non è per lasciare Milano: a che io vi rispondo che gl’Inghilesi non sono per lasciarlo riposare, e i Svizzeri il medesimo, e Spagna ancora sotto acqua lavorerà; né il papa, che adopererà quello potrà di bene, arà modo a rimediarci. [15] E in conclusione, se ’l re Cristianissimo fussi contento a lasciare Lombardia, veggo tutta Italia in pace, e alla morte del re Cattolico tornare il Regno in un figliolo del re Federigo, e ridursi Italia ne’ primi termini; sanza questo modo, non so trovare stiva che Francia e Italia non patischino assai. [16] E temo che Iddio non voglia gastigare noi miseri cristiani, e in mentre ch’e’ principi nostri sono tutti irritati l’uno contro all’altro, e modo nessuno si veda a comporli, che questo nuovo signore Turco non ci esca addosso e per terra e per mare, e facci uscire questi preti di lezi e li altri uomini di delizie; e quanto piú presto fussi, tanto meglio, che non potreste credere quanto malvolentieri m’accomodo alle sazievolezze di questi preti, non dico del papa, el quale, se non fussi prete, sarebbe un gran principe.

[17] Io non vi voglio dire altro per questa, che raccomandarmi a voi e pregarvi mi scriviate; e ogni novellaccia vostra mi piacerà. [18] Iddio v’aiuti.

Franciscus Victorius orator Rome die 5 Augusti 1513

236

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

(Sant’Andrea in Percussina, 10 agosto 1513)

[1] Magnifico oratori apud Summum Pontificem Francisco Victori patrono suo

[2] Signore ambasciadore, voi non volete che questo povero re di Francia riabbi la Lombardia, e io vorrei. [3] Dubito che ’l vostro non volere e il mio volere non abbino uno medesimo fondamento d’una naturale affezione o passione che facci a voi dire no e a me sí. [4] Voi adonestate il vostro no col mostrare esserci piú difficultà nel condurre la pace, quando il re abbi a tornare in Lombardia; io ho mostro, per adonestare il mio sí, non essere cosí la verità, e dipoi che la pace presa per quel verso che io dico sarà piú secura e piú ferma.

[5] E venendo di nuovo a’ particulari, per rispondere a questa lettera vostra de’ cinque, dico come io sono con voi, che ad Inghilterra arà sempre a parere strano essere venuto in Francia con tanto apparato, e aversi a ritirare; e’ conviene pertanto che questo ritiramento sia fondato in su qualche necessità. [6] Io giudicavo che la fussi assai necessità quella a che lo potessi costrignere Spagna e il papa, e giudicavo e giudico che, trovando Inghilterra dall’un canto la impresa difficile, dall’altro veggendo la volontà di costoro, che fusse facil cosa disporlo; e se ne restassi mal contento, mi pareva a proposito, perché tanto piú veniva o verrebbe a restare debole el re di Francia, el quale, essendo intra gl’Inghilesi e ’ Svizzeri inimici o sospetti, non potrebbe pensare ad occupare quel d’altri, anzi arebbe a pensare che altri avessi a mantenerli el suo. [7] E il re di Spagna arebbe in questo caso la intenzione sua fornita, perché io credo che oltre all’assicurarsi de’ suoi stati, egli abbi pensato come l’armi sue possino restare il gallo d’Italia; e in questo modo resterebbono, perché non possendo Francia, rispetto a’ sospetti d’Inghilterra e la inimicizia de’ Tedeschi, mandare grossa gente in Lombardia, li converrebbe adoperare l’armi spagnole in ogni modo. [8] Né veggo perché e’ Svizzeri soli sieno quelli che possino costringere l’Inghilesi a cedere, perché io non credevo né che possino né che voglino servire Francia se non come stipendiari, perché, sendo poveri e non confinando con Inghilterra, conviene a Francia pagarli, e dimolto; perché e’ può soldare lanzichinet e trarne quella medesima utilità; e Inghilterra ne ha avere la medesima paura. [9] E se voi mi dicessi che Inghilterra può fare ch’e’ Svizzeri assaltino Francia in Borgogna, rispondo che questo è un modo che offende Francia; e a volere che Inghilterra cali, bisogna trovare un modo che offenda Inghilterra. [10] Né voglio già che Spagna e il papa muovino l’armi cóntroli, ma voglio che l’abbandonino dall’un canto, dall’altro li mostrino che la cagione perché si faceva guerra a Francia era rispetto alla Chiesa, e ora che si è per desistere da offenderla, che non sono per offendere lui. [11] E crederrei al tutto che senza medicina piú gagliarda e’ fussi per ritirarsi, avendo massime trovato, come io ho detto piú volte, e trovando la ’mpresa di Francia dubbia; e ha Inghilterra a pensare che, se viene a giornata e pèrdela (che potrebbe essere), che ne potrebbe cosí perdere el regno come Francia. [12] E se voi mi dicessi: « E’ manderà danari grossamente a’ Tedeschi e farà assaltare Francia da un’altra banda », rispondo a questo con la oppinione che è stata sempre, che vorrà, e per superbia e per gloria, spendere e’ sua danari nelle sua genti: e dipoi quelli che mandassi a lo imperadore sarebbano gittati via, e e’ Svizzeri ne vorrebbono troppi. [13] Credo ancora che la confidenza infra Spagna e Francia possa nascere facilmente, perché per Spagna non fa distruggere el re di Francia per questa via, e Francia ne ha veduto un saggio, che nel mezzo de’ sua maggiori pericoli egli è cessato dall’armi; e tanto piú ne confiderebbe Francia, quando per opera sua si vedessi restituito in Lombardia; e e’ benefizi nuovi sogliono fare sdimenticare le ingiurie vecchie. [14] Dall’altra parte, non arebbe da temere Spagna d’un re vecchio, stracco, infermiccio, posto tra gl’Inghilesi e ’ Tedeschi, l’un sospetto e l’altro nimico; né arebbe bisogno che solo l’autorità del papa lo difendessi, perché li basterebbe tenere nutrita quella nimicizia. [15] Pertanto io non veggo, volendo condurre questa pace per quel verso che io vi scrissi, maggiori difficultà che per quel verso che scrivete voi; anzi, se vantaggio ci è, io veggo vantaggio nella mia. [16] D’altro canto, io non veggo nella parte vostra alcuna sicurtà, ma nella parte mia se ne vede qualcuna, di quelle però che si possono trovare in questi tempi.

[17] Chi vuol vedere se una pace è o duratura o secura, debbe intra l’altre cose esaminare chi restono per quella malcontenti, e da quella mala contentezza loro quello che ne possa nascere. [18] Considerando pertanto la pace vostra, veggo rimanere in quella malcontenti Inghilterra, Francia e imperadore, perché ciascuno non ha di questi adempiuto il fine suo. [19] Nella mia rimane malcontento Inghilterra, Svizzeri e imperadore, per le medesime cagioni. [20] Le male contentezze della vostra possono causare facilmente la rovina d’Italia e di Spagna, perché, subito che questa pace è fatta, nonostante che Francia l’abbi approvata e Inghilterra non l’abbi ributtata, l’uno e l’altro di questi dua remuteranno fine e fantasia, e dove Francia desiderava tornare in Italia, e quell’altro domare Francia, si volgeranno alla vendetta contro a Italia e contro a Spagna; e la ragione vuole che faccino un secondo accordo fra loro, dove e’ non aranno veruna difficultà in cosa che voglino fare, quando Francia si voglia scoprire, perché l’imperadore col favore d’Inghilterra e di Francia salta l’altro dí in Castiglia, passa in Italia a sua posta, facci ripassare Francia: e cosí in un súbito questi tre insieme possono turbare e rovinare ogni cosa. [21] Né l’armi spagnuole e svizzere, né i danari del papa sono bastanti a tenere questa piena, perché quelli tre arebbono troppi danari e troppe armi. [22] E è ragionevole che Spagna vegga questi pericoli, e che gli voglia evitare in ogni modo, perché Francia in questa pace non ha cagione veruna d’amarlo, e occasione grande d’offenderlo, la quale occasione Francia non sarebbe per lasciarla in alcun modo; e però, se Spagna ha punto d’occhio di provvedere le cose discosto, non è per consentirla né per praticarla, tanto che la verrebbe ad essere una pace che susciterebbe una guerra maggiore e piú pericolosa. [23] Ma, facendosi una pace come io vi scrissi, dove rimanessino malcontenti Inghilterra, imperadore e Svizzeri, non potreno questi malcontenti, o uniti o di per sé, con facilità offendere li altri collegati, perché Francia, e di qua e di là da’ monti, resterebbe come una sbarra, e farebbe, con il favore degl’altri, tale opposizione, che ’ collegati resterebbano sicuri, né quell’altri si metterebbono a fare alcuna impresa, veggendovi difficultà; e non rimarebbe cosa alcuna per la quale e’ collegati avessino a dubitare l’uno dell’altro, per avere, come io vi ho scritto piú volte, ciascuno di loro la intenzione sua fornita, e l’inimici sí potenti e sí pericolosi, che li terrebbono incatenati insieme.

[24] Vedesi nella pace vostra un altro pericolo gravissimo per la Italia, el quale è che, ogni volta che si lascerà in Milano un duca debole, la Lombardia non fia di quel duca, ma de’ Svizzeri; e quando mille volte quelli tre malcontenti della vostra pace non si muovessino, mi pare che questa vicinanza de’ Svizzeri importi troppo, e meriti d’esser meglio considerata, che la non si considera. [25] Né credo, come voi dite, che non sieno per muoversi perché li arebbono rispetto a Francia, perché gl’arebbono el resto d’Italia contro, e perché basti loro dare una rastrellata e andare via: prima, perché Francia, come di sopra dissi, arà desiderio di vendicarsi, e avendo ricevuto ingiuria da tutta Italia, arà caro di vederla ruinare, e piú tosto sotto il mantello darà loro danari e accenderà questo fuoco, che altrimenti. [26] Quanto alla unione delli altri Italiani, voi mi fate ridere: prima, perché non ci fia mai unione veruna a fare ben veruno (e se pure e’ fussino uniti e’ capi, e’ non sono per bastare), sí per non ci essere armi che vagliono un quattrino, dagli Spagnuoli in fuora, e quelli per essere pochi non possono essere bastanti; secondo, per non essere le code unite co’ capi; né prima moverà cotesta generazione un passo per qualche accidente che nasca, che si farà a gara a diventare loro.

[27] Quanto al bastar loro dare una rastrellata e andar via, vi dico che voi non vi riposiate né confortiate altri che si riposi in su simile oppinioni, e vi prego che voi consideriate le cose degl’uomini, come l’esser creduto, e le potenzie del mondo, e massime delle repubbliche, come le creschino: e vedrete come agl’uomini prima basta potere difendere sé medesimo e non esser dominato da altri; da questo si sale poi a offendere altri e a volere dominare altri. [28] A’ Svizzeri bastò prima difendersi da’ duchi d’Austria, la quale difesa li cominciò a fare stimare in casa loro; dipoi bastò loro difendersi dal duca Carlo, il che dette lor nome fuora di casa loro; dipoi è bastato loro pigliare li stipendi da altri, per mantenere la giuventú loro in sulla guerra, e onorarsi. [29] Questo ha dato loro piú nome, hagli fatti piú audaci per aver considerato e conosciuto piú province e piú uomini, e ancora ha misso loro nell’animo uno spirito ambizioso e una volontà di volere militare per loro. [30] E Pellegrino Lorini mi disse già che quando si vennono con Beumonte a Pisa, spesso avieno ragionamento seco della virtú della milizia loro, e che l’era simile a quella de’ Romani, e quale era la cagione che non potessino fare un dí come e’ Romani; vantavansi d’aver dato a Francia tutte le vittorie aveva aute fino a quel dí, e che non sapevano perché e’ non potessino un giorno combattere per loro propri. [31] Ora è venuta questa occasione, e loro l’hanno presa, e sono entrati in Lombardia sotto nome di rimettervi questo duca, e in fatto son duca loro: alla prima occasione e’ se ne insignoriscono in tutto, spegnendo la stirpa ducale e tutta la nobiltà di quello stato; alla seconda scorreranno tutta Italia per loro, faccendo el medesimo effetto. [32] Pertanto io concludo che non sia per bastar loro dare una rastrellata e tornarsene, anzi si ha da temere maravigliosamente di loro.

[33] Io so che a questa mia opinione è contrario uno naturale difetto degl’uomini: prima, di voler vivere dí per dí; l’altra, di non credere che possa essere quel che non è stato; l’altra, far sempremai conto d’uno ad un modo. [34] Per questo non fia nessuno che consigli che si pensi di cavare e’ Svizzeri di Lombardia per rimettervi Francia, perché non vorranno correre e’ presenti pericoli che si correrebbe a tentarlo, né crederranno e’ futuri mali, né penseranno di potersi fidare di Francia. [35] Compar mio, questo fiume tedesco è sí grosso, che gl’ha bisogno d’un argine grosso a tenerlo. [36] Quando Francia non fussi mai stato in Italia, e che voi non fussi freschi in sulla insolenzia, sazievolezza e taglia franzese, le quali son quelle che vi sturbano questa deliberazione, voi saresti già corsi in Francia a pregarlo che venissi in Lombardia; perché e’ remedi a questa piena bisogna farli ora, avanti che si abbarbino in questo stato, e che comincino a gustare la dolcezza del dominare. [37] E se vi si appiccheranno, tutta Italia è spacciata, perché tutti e’ malcontenti li favoriranno e faranno scala alla loro grandezza e alla ruina d’altri; e ho paura di loro soli, e non di loro e dello imperadore, come vi ha scritto el Casa, ancora che sarebbe facil cosa che s’unissino, perché cosí come l’imperadore è stato contento che corrino la Lombardia e diventino signori di Milano (che non pareva ragionevole in verun modo, per le medesime ragioni che voi mi scrivete), cosí, nonostante quelle, potrieno loro contentarsi che lui facessi in Italia qualche progresso.

[38] Signore ambasciadore, io vi scrivo piú per satisfarvi, che perché io sappia quello che io mi dica; e però vi prego che per la prima vostra voi mi avvisiate come stia questo mondo, e quel che si pratichi e quel che si speri e quel che si tema, se voi volete che in queste materie gravi io possa tenervi el fermo: altrimenti voi beccherete un testamento d’asino, o qualcuna di quelle cose simili al Brancaccino.

[39] Raccomandomi a voi. Addí x d’agosto 1513.

[40] Niccolò Machiavelli in villa

237

Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

(Roma, 20 agosto 1513)

[1] Spectabili viro Niccolò di messer Bernardo Machiavelli

[2] Compare mio caro, ancora che d’ogni materia che scriverrete sempre m’abbi a dilettare, o grave o giocosa che la sia, nondimeno, per satisfarvi, comincerò a rispondere all’ultima parte della vostra lettera, nella quale mi ricercate vi scriva come sta questo mondo, quello si pratichi, e quello si speri o tema; e vi dirò come le cose al presente stanno, benché, se voi andate qualche volta a San Casciano ora che siete in villa, lo dovete intendere quivi. [3] Diròvi ancora quello tanto che io saprò si pratichi; quello si speri o tema lascerò da parte, perché una cosa temo o spero io, un’altra voi, un’altra Filippo, e cosí credo faccino e’ principi, e di questo non si possa dare resoluto giudizio.

[4] Comincereno adunque al papa, e direno quello lui facci e pratichi. [5] L’officio suo è non si intricare in guerre, ma mettersi di mezzo a comporre e sedare quelle che sono nate tra ’ principi, e questo lui ha fatto dal principio che fu eletto insino a ora; e se Francia avessi voluto fare con le parole quello ha fatto co’ fatti, il papa, non che altro, arebbe proceduto con le censure contro a chi l’avessi voluto offendere. [6] Ma Francia ha mandato qua per l’espedizione de’ benifici; dall’altro canto non ha mai cerco l’assoluzione, né detto volere rinunziare al concilio pisano e accostarsi al lateranense, in modo che, qualunque volta il papa ha voluto parlare di lui, sempre tutti questi cardinali, tutti questi oratori hanno reclamato e detto che, insino che il re è scismatico, non è conveniente si tratti nulla in suo favore, e che loro hanno preso la difesa della Chiesa, e meritono essere aiutati, a volere dare essemplo che quella truovi altra volta, accadendo, chi la voglia difendere. [7] Il papa a questo non ha possuto replicare, e ora non fa altro con questo imbasciadore che è qui, se non sollecitarlo che segua questo effetto, per potere aiutare che quel regno non vadi sottosopra. [8] Ha fatto ancora e fa opera che i Veniziani faccino triegua con lo imperatore, acciò che in Italia l’arme si posino, e che il duca di Milano, sendo sicuro per ora da’ Franzesi, e per la triegua non temendo e’ Veniziani, ne potessi lasciare ritornare gli Spagnuoli nel Reame; ma questo effetto non li è ancora riuscito, e lega nessuna non ha fatta, né intelligenzia, se non che, veduti e’ Svizzeri sí potenti, séguita nel dare loro 20 mila ducati l’anno, come faceva papa Giulio.

[9] Il re di Spagna, dopo la triegua fatta con Francia, dall’un canto ha avuto paura che Francia non torni grande in Italia; dall’altro, che Inghilterra e Svizzeri non faccino progresso in Francia, e avendoli abbandonati in sulla importanzia, non avere a stare sicuro di loro. [10] E per queste cause non rimosse gli Spagnuoli di Lombardia quando veniva l’essercito franzese, e ha sempre detto volere rompere a Francia, e che la triegua non dura, perché Francia è suto il primo a romperla; e se le cose de’ Franzesi vanno al di sotto, sarà possibile muova qualche piccola cosa per tornare in fede, massime con Inghilterra. [11] Il re di Francia ha contro uno essercito di 40 mila Inghilesi, li quali assediono Tarroana, e lui non ha ordine di soccorrerla, perché non ha insieme il terzo di gente che gli Inghilesi, e non vuole commettere alla fortuna uno regno, e fidasi nel tempo. [12] Dall’altra parte e’ Svizzeri, a’ 20 di questo, si partono in numero ventimila per assaltare o verso Borgogna o verso Lione; hanno artiglierie assai e 1000 cavalli dallo imperatore. [13] Francia pratica con loro accordo con promettere le fortezze di Milano, e per ancora non vogliono udire niente; confidasi in lasciarli scorrere e’ campi e difendere le terre, ché gente non ha da opporre loro. [14] E’ danari con che si pagono escono dall’imperatore, el quale ha avuto questo anno da Inghilterra, in una lega feciono, ducati 135 mila per fare rompere a Francia.

[15] Inghilterra non perdona né a spesa, né a fatica; e è a Terroana in persona, e non pratica altro se non volere distruggere Francia. [16] E’ Svizzeri hanno decapitati forse quattordici che tenevono la parte di Francia, e forse 30 ne sono fuggiti, le case de’ quali hanno arse, e confiscati e’ beni; e vedesi che come hanno predata Italia, vogliono ancora predare parte di Francia. [17] Hanno pensione ordinaria ducati 60 mila da Milano e 20 mila dal papa. [18] L’imperatore fa come suole, di guerra in guerra, e di pratica in pratica; al presente vuole riavere la Borgogna, e manda sua gente contra Francia. [19] Voleva ancora pigliar Padova, dove, come sapete, è stato Gurgense e il Viceré qualche giorno per accamparsi; e visto la difficultà, non l’hanno fatto, e si partono, e forse vi lasceranno del pelo. [20] Fanno conto fermarsi per un tempo a Vicenza. [21] Pratica nondimeno d’accordo con Francia e con Veniziani; e, come vi dico, è suo costume muovere una guerra, e coll’inimico appiccare pratica d’accordo e d’amicizia. [22] Il duca di Milano, se ha punto di cervello, credo li paia essere come e’ nostri re delle feste, che pensono la sera aversi a tornare quelli uomini erono prima; pure, si lascia portare da questa sua fortuna a balzelloni, e aspetta quello fanno li altri. [23] Pensa ora che il papa li renda Parma e Piacenza; il duca di Ferrara pensa riavere Reggio dal papa; e’ Fiorentini Pietrasanta da’ Lucchesi: e circa queste cose ogni uomo si industria, pratica e si becca il cervello. [24] Questo è quanto io so, e se in nulla mancassi, lo ingegno vostro supplisca, che son certo m’avete ricerco di questo non perché non sappiate il medesimo, ma per vedere se si riscontra.

[25] Dopo questo, compare, vi voglio rispondere alla prima parte della lettera, nella quale voi monstrate dubitare che una naturale affezione o passione possa fare ingannare o voi o me. [26] A che io vi rispondo che non ho affezione alla parte contro a Francia, né passione alcuna che mi muova, e sapete che avanti si ragionassi del concilio a Pisa, che io sempre tenevo la parte franzese, perché credevo che con quella Italia avessi a far meglio, e la città nostra s’avessi a riposare; il che ho sempre preposto a ogn’altra cosa, perché sono uomo quieto di mia piaceri, di mia fantasie, e, tra li altri piaceri piglio, questo è il maggiore, di vedere la città nostra star bene. [27] Amo generalmente tutti li uomini di quella, le legge, e’ costumi, le mura, le case, le vie, le chiese, il contado, né posso avere il maggiore dispiacere che pensare quella avere a tribolare, o queste cose che di sopra dico andare in ruina. [28] E però, vedendo poi come ci governammo in quella materia del concilio, e quanto e’ Franzesi si partirono male satisfatti, cominciai a dubitare che la vittoria loro non avessi a essere la ruina nostra, e che non pensassino trattare noi come una Brescia; e monsignor di Fois, giovane e crudele, mi faceva piú paura, e per questo mi rivolsi. [29] Nondimeno, sempre che si ragionava d’accordo con loro, perché mi pareva ci assicurassimo da quel pericolo, lo consentivo e confortavolo. [30] Sono successe poi le cose come sapete; e vi potrei monstrare uno scritto feci a papa Leone dopo pochi dí fu eletto, nel quale concludevo che la maggior sicurtà potessi avere Italia, e la piú certa pace, era lasciare ripigliare lo stato di Milano a’ Franzesi, e lo confortavo a farci ogni opera. [31] Sí che l’oppenione mia non è fondata in su passione, né ancora credo sia la vostra, perché vi ho visto sempre non stare ostinato, ma cedere alla fortuna, cedere alle ragione. [32] E se voi mi dicessi: « Se tu eri 4 mesi fa in una oppenione, perché se’ poi mutato? », vi direi che allora non avevo visto e’ Svizzeri in ogni modo volere difendere quello stato, non avevo visto Inghilterra muovere contro a Francia con tanto essercito e tanta spesa quanto ha fatto poi, e cosí molte altre cose sono seguite. [33] Né mi pareva allora fermare Italia in tutto bene, ma vedevo in quel partito manco male; cosí anche ora non crediate che mi paia colla mia pace assettare in tutto queste nostre cose, ma mi pare fermarle un poco.

[34] E, per venire alle ragioni vostre, voi dite che crederresti che Inghilterra dovessi cedere alla autorità del papa e di Spagna, quando li monstrassino cosí essere a proposito; il che io vi cederei, se la guerra ch’esso fa a Francia fussi aiutata da nessun di questi; ma faccendola per sé solo, perché vorresti voi che l’autorità di questi l’avessi a rimuovere dalla impresa? [35] Un principe che fa una guerra può esser fatto desistere da essa in dua modi: prima, quando e’ compagni l’abbandonono; secondo, quando non solo lo lasciono, ma gli sono contro, e vogliono essere in favore dello inimico. [36] Inghilterra non ha per compagni in questa guerra Ispagna e il papa, ma ha l’imperatore e ’ Svizzeri; e però, se Svizzeri il lasciassino, la impresa sua diventerebbe difficile, e per questo se ne potrebbe tôrre giú; se non solo lo lasciassino, ma ancora li fussino contro, sarebbe forzato a ritirarsi nell’isola. [37] E per questo Francia altro frutto farebbe de’ Svizzeri che da’ lanzchinek, perché, oltre allo avere soldati, leverebbe e’ compagni al nimico. [38] Né vi confesso però che lui possa avere tanti alamanni quanti voi credete, perché l’imperatore il proibisce, in modo che i signori della Magna, e cosí le terre franche, si guardono lasciarvi andare loro uomini. [39] E che sia vero, in tanti sospetti e fatti che ha avuto Francia, che crediate ha voluto spendere, non ha potuto congregare piú che x mila fanti, e di quelli vi sono pochissimi alamanni, e quelli pochi sono del Paese Basso, che non hanno quelli medesimi ordini né quelle medesime forze che ’ lanzchinet. [40] E crediatemi, che questo re giovane, che gli pare muovere guerra giusta, non si ritrarrà da questa impresa con parole, el quale ha preso tanto animo, che a questi giorni, quando venne di Calese per congiugnersi coll’essercito suo a Terroana, avendo in compagnia fanti 8000 e 1500 cavalli e non piú, passò presso all’essercito franzese a 3 miglia, ch’erono fanti x mila e lance 1500, e li mandò a invitare a battaglia, e loro ricusorno, ché, come sapete, è gran cosa aver la guerra in casa: ogni piccolo movimento ti fa perdere l’animo e t’avvilisce, come la esperienzia ogni giorno monstra. [41] E sebbene, come dite, una giornata gli potessi far portare pericolo del regno suo, lui stima che la medesima gli potessi fare in gran parte acquistare quel di Francia; e ancora che forse s’inganni, pure si vede è in questa ostinazione, né perdona però a danari, e sta in sulla superbia di volere spendere il suo da sé, perché [. . .] e offerisce dopo quelli darne delli altri a’ Svizzeri. [42] Né mi pare che Ispagna in modo niuno si possa fidare di Francia, e restare solo in sul dire: « Io li ho fatti benefici di sorte, che le iniurie passate debbono esser dimenticate »; perché se li potessi fare benifíci sanza offendere altri, ne verrei con voi, perché arebbe amici e lui e li altri; ma offendendo, nel rimetterlo in Lombardia, Inghilterra, Svizzeri e lo imperatore, non veggo modo avessi sicurtà alcuna. [43] E quando bene Francia non lo offendessi, non si curerrebbe fussi offeso da altri, e li piacerebbe indebolissi per potersi ripigliare Napoli, che crediate li duole, né arebbe per male ancora si disordinassi in Castiglia.

[44] Sono nella medesima oppenione che voi, che chi vuole vedere se una pace è o duratura o secura, debbe esaminare, intra le prime cose, chi resta di quella malcontento, e considerare quello possa seguire dalla mala contentezza. [45] A me pare che, nella pace disegnavo io, potessino restare meno mali contenti che nella vostra, e potessino fare manco alterazione, perché ancora che Inghilterra non avessi avuto il fine suo interamente, nondimeno l’aveva in parte; e un giovane che stima assai nella prima espedizione la gloria, gli sarebbe paruto cosa egregia che si fussi detto che avessi constretto Francia a cedere la Lombardia, la quale monstrava avere tanto a cuore quanto Parigi. [46] E per questo mi persuado che mai sarebbe potuto accordarsi con Francia contro a Italia, perché, oltre al non essere malcontento, quando bene fussi, non fa per lui, perché, sendo posto là fuori del mondo, sa bene che il congiugnersi con Francia non sarebbe altro che farlo grande, e a lui non potrebbe toccare parte; e quando bene volessi, non li saria comportato da’ sua, per la inimicizia naturale tra l’una e l’altra nazione; e vedemmo, anno, non potersi comportare con li Spagnuoli, co’ quali non hanno tanta inimicizia. [47] E da questo si può considerare come si comporterieno con Franzesi.

[48] Restano dunque soli mali contenti di questa pace mia il re di Francia e lo imperatore: il re, se non vecchio, infermo, e per l’avversa fortuna invilito; lo imperatore instabile, sanza danari e con poca reputazione. [49] E benché abbi questa fantasia del temporale della Chiesa, nondimeno non gli sarebbe sí facile a succedere che fussi da temerne molto, ancora che Francia lo volessi aiutare, il quale s’ha a pensare che ha speso tanto, che durerebbe fatica a provvedere a’ danari ha bisogno l’imperatore a questa impresa. [50] Sarebbonci poi i Svizzeri, gli Spagnuoli, questo resto d’Italiani, e’ quali, sebbene qualche volta hanno fatto cattiva pruova, la potrebbono ancora far buona, perché queste cose non stanno ferme, e abbiam visto le gente franzese in Italia, tanto ardite e invitte, nondimeno in questa ultima rotta fuggire, e sanza combattere, e ora temere gl’Inghilesi, che sono venticinque anni non ebbono guerra, e loro sono stati venti anni in sull’arme. [51] Sono ora [. . .] Ferrara, Mantova, Bartolomeo d’Alviano, questi Colonnesi e [. . .]nari non sono questi Italiani da mettere in tutto per ferri rotti. [. . .] considerare assai la cosa de’ Svizzeri, [. . .] il ducato di Milano, posto che loro gnene lasciassono [. . .] che [. . .] sarà mai, per questo fussi riparato alla inundazione loro. [52] Ma [. . .] veduti e’ Franzesi sí straccurati, tanto mali trattatori di popoli, ancora [. . .] che nella maggiore grandezza loro, da 20 mila Svizzeri sanza danari sono stati cacciati di quello stato.

[53] Io sono di quelli che temo e’ Svizzeri grandemente, ma non fo già conto possin diventare altri Romani, come parlorono con Pellegrino, perché, se voi leggerete bene la Politica e le republice che sono state, non troverrete che una republica, come quella, divulsa, possa fare progresso; e mi pare se ne sia veduto di loro l’essemplo, che ora facilmente potevono pigliare tutta Lombardia, non l’hanno fatto, perché dicono non fa per loro, perché, come vedete, quelli hanno presi insino a ora li hanno fatti compagni, e non sudditi. [54] Compagni non vogliono piú, perché le pensione non vogliono avere a dividere in piú parte; sudditi non fa per loro tenere, perché sarieno in discordia del governarli, e oltre a questo li arieno a guardare con spesa, e per questo vogliono piú presto pensione. [55] Vedesi ancora tra loro esser cominciata disunione, come ho scritto di sopra. [56] Nondimeno, compare, non è per questo mio dire che io non dubiti assai di loro, perché le cose non mi riescono secondo la ragione, ma non ci so già vedere il rimedio, se il tempo già non lo tira seco; e interviene molte volte che una republica, quando è piccola, è unita, cresciuta poi, non è quella medesima.

[57] E per concludere, tutto quello vi scrivo lo fo solo perché abbiate causa rispondermi, e mi duole non ne potere parlare a bocca, come desiderrei; e non ho altro che dire, se non raccomandarmi a voi.

[58] Addí 20 d’agosto 1513.

Franciscus Victorius orator

238

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

(Firenze, 25 agosto 1513)

[1] Magnifico oratori Florentino Francisco Vectorio apud Summum Pontificem

[2] Magnifico oratore, perché io so quanto voi amate Donato nostro del Corno, e anche lui lo sa, ci siamo resoluti insieme con sicurtà darvi un poco di briga, per vedere se per il mezzo del signore Giuliano si potessi satisfarli in questa imborsazione che si ha a fare dello squittino. [3] Voi sapete con quanto favore Donato fu abilitato dal detto signore Giuliano a quello li bisognava a potere ire a partito, il che fu quodammodo con ammirazione di ciascuno: il che convenne nascessi da grande affezione che Giuliano li porta o da gran merito; e circa questo merito io ne so qualche cosa, il quale è suto di sorte, che si può con piú securtà e per voi e per ciascuno ricordare la causa di Donato a Sua Signoria. [4] E perché e’ non si è fatto nulla se non si ordina che sia imborsato e dipoi veduto, ci pare per ora, sendo li accoppiatori in sullo ’mborsare, di cercare che Donato sia imborsato. [5] E però Donato scrive l’alligato a Sua Signoria, e ricordali semplicemente el caso suo, rimettendosi a voi a bocca: sí che noi vi preghiamo siate contento dare a Sua Signoria di vostra mano l’alligata lettera, e dipoi ricercarli che scriva e commetta a uno o dua degli accoppiatori che imborsino Donato ad ogni modo. [6] Io dicevo dua acciò che s’intendessi piú ferma la sua volontà; ma in qualunque modo li scrive, conviene che la lettera sia espressa comandatoria che voglia cosí, perché sapete gente schizzinosa che ci è, e se la non è calda noi ce n’andremo in repliche, e Donato ci rimarrebbe con vergogna e danno. [7] E perché Donato confida in messer Francesco Pepi, potrete ordinare che un de’ dua a chi le scriva sia messer Francesco; e le lettere manderete a Donato, acciò che lui le usi a piú suo vantaggio. [8] Se io non sapessi quanto voi sète offizioso e affezionato agli amici, io durerei fatica in pregarvi, e cosí farebbe Donato. [9] Bastivi che lui dice che riconoscerà in maggior parte questo benifizio da voi. [10] Sono alli vostri comandi.

[11] Addí 25 d’agosto 1513.

[12] Niccolò Machiavegli in Firenze

239

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

(Firenze, 26 agosto 1513)

[1] Magnifico viro Francisco Victorio oratori Romae apud Summum Pontificem

[2] Signore ambasciadore, questa vostra lettera de’ 20 mi ha sbigottito, perché l’ordine di essa, la moltitudine delle ragioni e tutte le altre sue qualità mi hanno in modo implicato, che io restai nel principio smarrito e confuso; e se io non mi fossi nel rileggerla un poco rassicurato, io davo cartaccia, e rispondevovi a qualche altra cosa. [3] Ma nel praticarla mi è intervenuto come alla volpe, quando la vidde il leone, che la prima volta fu per morire di paura, la seconda si fermò a guardarlo drieto ad un cespuglio, la terza gli favellò; e cosí io, rassicuratomi nel praticarla, vi risponderò.

[4] E quanto allo stato delle cose del mondo, io ne traggo questa conclusione: che noi siamo governati da cosí fatti principi, che hanno, o per natura o per accidente, queste qualità: noi abbiamo un papa savio, e per questo grave e rispettivo; uno imperadore instabile e vario; un re di Francia sdegnoso e pauroso; un re di Spagna taccagno e avaro; un re di Inghilterra ricco, feroce e cupido di gloria; e’ Svizzeri bestiali, vittoriosi e insolenti; noi altri di Italia poveri, ambiziosi e vili; gli altri re io non li conosco. [5] In modo che, considerato queste qualità con le cose che di presente corrono, io credo al Frate, che diceva « Pax, pax, et non erit pax », e cedovi che ogni pace è difficile, cosí la vostra come la mia. [6] E se voi volete che nella mia sia piú difficultà, io sono contento; ma io voglio che voi ascoltiate pazientemente dove io dubito che voi vi inganniate, e dove e’ mi pare essere certo che voi vi inganniate.

[7] Dove io dubito è, prima, che voi facciate questo re di Francia nonnulla troppo presto, e questo re di Inghilterra una gran cosa. [8] A me non pare ragionevole che Francia non abbia piú che diecimila fanti, perché del paese suo, quando non abbia tedeschi, ne può fare assai, e se non sono pratichi come i tedeschi, sono pratichi come gli inghilesi. [9] Quello che me lo fa credere è che io veggo questo re di Inghilterra, con tanta furia, con tanto essercito, con tanta voglia di sbarbicolarlo (come dicono i sanesi), non avere ancora preso Tarroana – un castello come Empoli – in sul primo assalto, e ne’ tempi che le genti procedono con tanta furia: questo solo a me basta a non temere tanto Inghilterra, e non stimare sí poco Francia. [10] E penso io che questo procedere lento di Francia sia elezione e non paura, perché gli spera, non pigliando Inghilterra piede in quello stato, e venendone il verno, che sia forzato o a tornarsi nell’isola, o a stare in Francia con pericolo. [11] Sento che quelli luoghi sono paludosi e senza uno arboro, di modo che debbono di già patire assai; e però credevo io che non fosse tanta fatica al papa e a Spagna disporre Inghilterra. [12] Appresso, non avere voluto Francia renunziare al concilio mi fa stare in quella oppinione di sopra detta, perché, se fosse tanto afflitto, egli arebbe bisogno di ognuno, e vorrebbe star bene con ognuno.

[13] Delli danari che Inghilterra ha mandato a’ Svizzeri, io lo credo, ma per le mani dello imperadore io me ne maraviglio, perché io crederrei che gli avessi voluti spendere ne’ sua, e non ne’ Svizzeri; e non posso assettarmi nel capo come questo imperadore sia sí poco considerato, o il resto della Magna sí straccurato, che possino patire che li Svizzeri venghino in tanta reputazione. [14] E quando io veggo che gli è in fatto, io triemo a giudicare una cosa, perché questo interviene contro ad ogni giudizio che potesse fare uno uomo. [15] Non so anco come possa essere che i Svizzeri abbino potuto avere il castello di Milano, e non lo voluto, perché a me pare che, avendo quello, egli avessino la intenzione loro fornita; e che dovesse piú tosto fare quello, che andare a pigliare la Borgogna per lo imperadore.

[16] Dove io credo che voi vi inganniate al tutto, è ne’ casi de’ Svizzeri, circa il temerne piú o meno, perché io giudico che se ne abbia a temere eccessivamente. [17] E il Casa sa, e molti amici mia con i quali soglio ragionare di queste cose sanno, come io stimavo poco e’ Viniziani, etiam nella maggior grandezza loro, perché a me pareva sempre molto maggior miracolo che eglino avessino acquistato quello imperio e che lo tenessino, che se lo perdessino; ma la rovina loro fu troppo onorevole, perché quello che fece un re di Francia arebbe fatto un duca Valentino, o qualunque capitano esistimato che fosse surto in Italia e avesse comandato a 15 mila persone. [18] Quel che mi moveva era il modo del proceder loro, senza capitani o soldati propri; ora, quelle ragioni che non mi facieno temere di loro, mi fa temere de’ Svizzeri. [19] Né so quello si dica Aristotile delle republiche divulse: ma io penso bene quello che ragionevolmente potrebbe essere, quello che è e quello che è stato, e mi ricorda avere letto che i Lucumoni tennono tutta Italia insino all’Alpe, e insino che ne furono cacciati di Lombardia da’ Galli. [20] Se gli Etoli e gli Achei non fêrno progresso, nacque piú da’ tempi che da loro, perché gli ebbono sempre addosso un re di Macedonia potentissimo, che non gli lasciò uscire del nidio, e, doppo lui, e’ Romani; sí che e’ fu piú la forza d’altri che l’ordine loro, che non li lasciò ampliare. [21] Or e’ non vogliono fare sudditi, perché non vi veggono dentro il loro: dicono cosí ora, perché non ve lo veggono ora, ma, come io vi dissi per l’altra, le cose procedono gradatim, e spesso gli uomini si inducono per necessità a fare quello che non era loro animo di fare, e il costume delle populazioni è ire adagio. [22] Considerato dove la cosa si truova, eglino hanno già in Italia tributari un ducato di Milano e un papa; questi tributi e’ gli hanno messi ad entrata, e non ne vorranno mancare, e quando e’ venga tempi che uno ne manchi, la reputeranno ribellione, e fieno di fatto in sulle picche, e vincendo la gara, penseranno d’assicurarsene, e, per far questo, metteranno piú qualche briglia a chi gli aranno domo, e cosí a poco a poco vi entrerrà tutto.

[23] Né vi fidate punto di quelle armi che voi dite che in Italia potrebbono pure un dí fare qualche frutto, perché questo è impossibile: prima, rispetto a loro, ché sarebbono piú capi e disuniti, né si vede che si potesse dare loro capo che gli tenesse uniti; secondo, rispetto a’ Svizzeri. [24] E avete a intendere questo, che gli migliori esserciti che sieno sono quelli delle populazioni armate, né a loro può ostare se non esserciti simili a’ loro. [25] Ricordatevi delli esserciti nominati: troverrete Romani, Lacedemonî, Ateniesi, Etoli, Achei, sciami d’oltramontani, e troverrete coloro che hanno fatto gran fatti avere armati le popolazioni loro, come Nino gli Assiri, Ciro i Persi, Alessandro i Macedoni. [26] In essempli ritruovo solo Annibale e Pirro che con esserciti collettizi feciono gran cose: il che nacque dalla eccessiva virtú de’ capi, e era di tanta reputazione, che metteva in quelli esserciti misti quel medesimo spirito e ordine che si truova nelle popolazioni. [27] E se voi considerate le perdite di Francia e le vittorie sue, voi vedrete lui avere vinto mentre ha avuto a combattere con Italiani e Spagnuoli, che sono stati esserciti simili a’ suoi; ma ora che li ha a combattere con le popolazioni armate, come sono li Svizzeri e li Inghilesi, ha perduto, e porta pericolo di non perdere piú. [28] E questa rovina di Francia per li uomini intendenti sempre si è vista, giudicandola da non avere lui fanti propri e avere disarmati i suoi popoli: il che fu contro ad ogni azione e ogni instituto di chi è stato tenuto prudente e grande. [29] Ma questo non è stato defetto de’ reali passati, ma del re Luigi, e da lui in qua; sí che non vi fondate in su armi italiane, che non sieno o semplice come le loro, o che, miste, faccino un corpo come il loro.

[30] E quanto alle divisioni o disunioni che voi dite, non pensate che le faccino effetto in mentre che le loro leggi si osserveranno, che sono per osservarle un pezzo; perché quivi non può essere né surgere capi che abbino coda, e li capi senza coda si spengono presto e fanno poco effetto. [31] E quelli che gli hanno morti, sarà stato qualcuno che in magistrato o altrimenti arà voluto per modi estraordinari favorire le parti franzesi, che sieno suti scoperti e morti; che non sono là di altro momento nello stato, che qua quando si impicca parecchi per ladro. [32] Io non credo già che faccino uno imperio come e’ Romani, ma io credo bene che possino diventare arbitri di Italia, per la propinquità e per li disordini e cattive condizioni nostre; e perché questo mi spaventa, io ci vorrei rimediare, e se Francia non basta, io non ci veggo altro rimedio, e voglio cominciare ora a piangere con voi la rovina e servitú nostra, la quale, se non sarà né oggi né domane, sarà a’ nostri dí; e l’Italia arà questo obbligo con papa Giulio e con quelli che non ci rimediono, se ora ci si può rimediare.

[33] Valete. Addí 26 d’agosto 1513, in Firenze.

Niccolò Machiavelli

240

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

(Firenze, agosto-settembre 1513 [?])

[1] Io non voglio lasciare indreto di darvi notizia del modo del procedere del magnifico Lorenzo, che è suto infino a qui di qualità, che gli ha ripieno di buona speranza tutta questa città, e pare che ciascuno cominci a riconoscere in lui la felice memoria del suo avolo: perché Sua Magnificenzia è sollecita alle faccende, liberale e grato nella audienza, tardo e grave nelle risposte; el modo del suo conversare è di sorte, che si parte dagli altri tanto che non vi si riconosce drento superbia, né si mescola in modo che per troppa familiarità generi poca reputazione; con e’ giovani suoi equali tiene tale stilo, che non gli aliena da sé, né anche dà loro animo di fare alcuna giovinile insolenzia. [2] Fassi in summa e amare e reverire, piú tosto che temere, il che, quanto è piú difficile a osservare, tanto è piú laudabile in lui.

[3] L’ordine della sua casa è cosí ordinato, che ancora vi si vegga assai magnificenza e liberalità, nondimeno non si parte dalla vita civile, talmente che in tutti e’ progressi suoi estrinseci e intrinseci non vi si vede cosa che offenda o che sia reprensibile; di che ciascuno pare ne resti contentissimo. [4] E benché io sappia che da molti intenderete questo medesimo, mi è parso di scrivervelo, perché col testimone mio ne prendiate quel piacere che ne prendiamo tutti noi altri, e’ quali continuamente l’osserviamo, e possiate, quando ne abbiate occasione, farne fede per mia parte alla santità di Nostro Signore.

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Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

(Roma, 23 novembre 1513)

[1] Spectabili viro Nicolò di messer Bernardo Machiavelli. In Firenze

[2] Compar mio caro, io ho usato con voi tanta sobrietà col calamo, come dice Cristofano Sernigi, che io non ho tenuto a mente dove io ero. [3] Vuolmi bene ricordare che l’ultima ebbi da voi cominciava dalla novella del lione e della golpe, della quale ho ricerco un poco tra le mie lettere, e non la trovando presto, ho pensato non ne cercare piú. [4] Perché, in verità, io non vi risposi allora perché dubitai non intervenissi a voi e a me come è intervenuto qualche volta a me e al Panzano, che abbiamo cominciato a giucare con carte vecchie e triste, e mandato per le nuove; e quando el messo è tornato con esse, a l’un di noi dua sono mancati danari. [5] Cosí noi parlavammo di comporre e’ príncipi, e loro del continuo giucavano: in modo che dubitai che, mentre consumavammo le lettere nel comporli, a qualcuno di loro non mancassino e’ danari. [6] E poi che fermammo lo scrivere, s’è visto qualcosa: e ancora che la festa non sia finita, pure pare un poco ferma; e io credo che sia bene, insino ch’ella non si strigne, non ne parlare.

[7] E per questa lettera ho fatto pensiero scrivervi qual sia la vita mia in Roma, e mi par conveniente farvi noto, la prima cosa, dove abito, perché mi sono tramutato, né sono piú vicino a tante cortigiane, quanto ero questa state. [8] La stanza mia si chiama San Michele in Borgo, che è molto vicina al Palazzo e alla piazza di San Piero; ma è in luogo un poco solitario, perché è inverso il monte chiamato dalli antiqui el Gianicolo. [9] La casa è assai buona e ha molte abitazioni, ma piccole; e è volta al vento oltramontano, in modo ci è una aria perfetta. [10] Della casa s’entra in chiesa, la quale, per essere io religioso come voi sapete, mi viene molto a proposito; è vero che la chiesa piú presto s’adopera a passeggiare che altro, perché non vi si dice mai messa né altro divino ufficio, se non una volta in tutto l’anno. [11] Della chiesa s’entra in uno orto, che soleva essere pulito e bello, ma ora in gran parte è guasto; pur si va del continuo rassettando. [12] Dell’orto si saglie in sul monte Gianicolo, dove si può andare per viottoli e vigne a sollazzo, sanza esser veduto da nessuno; e in questo luogo, secondo li antiqui, erono li orti di Nerone, di che si vedono le vestigie. [13] In questa casa sto con nove servidori, e oltre a questi il Brancaccio, un cappellano e uno scrittore, e sette cavalli, e spendo tutto il salario ho largamente. [14] Nel principio ci venni, cominciai a volere vivere lauto e delicato, con invitare forestieri, dare 3 o 4 vivande, mangiare in argenti e simil cose; accorsimi poi che spendevo troppo, e non ero di meglio niente, in modo che feci pensiero non invitare nessuno e vivere a un buono ordinario. [15] Li argenti restitui’ a chi me li aveva prestati, sí per non li avere a guardare, sí ancora perché spesso mi richiedevono parlassi a Nostro Signore per qualche lor bisogno: facevolo, e non erono serviti, in modo diterminai di scaricarmi di questa faccenda e non dare molestia né carico a nessuno, perché non avessi a essere dato a me.

[16] La mattina, in questo tempo, mi lievo a 16 ore, e, vestito, vo insino a Palazzo; non però ogni mattina, ma, delle due o 3, una. [17] Quivi, qualche volta, parlo venti parole al Papa, dieci al cardinale de’ Medici, 6 al magnifico Giuliano, e se non posso parlare a lui, parlo a Piero Ardinghelli, poi a qualche imbasciadore che si truova per quelle camere, e intendo qualcosetta, pure di poco momento. [18] Fatto questo, me ne torno a casa, eccetto che qualche volta desino col cardinale de’ Medici; tornato, mangio con li mia, e qualche volta un forestiero o dua che vengono da loro, come dire ser Sano, o quel ser Tommaso che era a Trento, Giovanni Rucellai o Giovan Girolami. [19] Dopo mangiare giucherei, se avessi con chi, ma non avendo, passeggio pella chiesa e per l’orto; poi cavalco un pochetto fuori di Roma, quando sono belli tempi; a notte torno in casa. [20] E ho ordinato d’avere istorie assai, massime de’ Romani, come dire Livio con lo epitoma di Lucio Floro, Sallustio, Plutarco, Appiano Alessandrino, Cornelio Tacito, Svetonio, Lampridio e Sparziano e quelli altri che scrivono delli imperatori, Erodiano, Ammiano Marcellino e Procopio, e con essi mi passo tempo; e considero che imperatori ha sopportati questa misera Roma che già fece tremare il mondo, e che non è suta maraviglia abbi ancora tollerati dua pontefici della qualità sono suti e’ passati. [21] Scrivo, de’ 4 dí una volta, una lettera a’ signori Dieci, e dico qualche novella stracca e che non rilieva, ché altro non ho che scrivere, per le cause che per voi medesimo intendete; poi me ne vo a dormire, quando ho cenato e detto qualche novelletta col Brancaccio e con messer Giovambattista Nasi, el quale si sta meco spesso. [22] Il dí delle feste odo la messa, e non fo come voi, che qualche volta la lasciate indrieto. [23] Se voi mi domandassi se ho nessuna cortigiana, vi dico che da principio ci venni n’ebbi, come vi scrissi; poi, impaurito dell’aria della state, mi sono ritenuto: nondimeno n’avevo avvezza una, in modo che spesso ci viene per sé medesima, la quale è assai ragionevole di bellezza, e nel parlare piacevole. [24] Ho ancora in questo luogo, benché sia solitario, una vicina che non vi dispiacerebbe; e benché sia di nobil parentado, fa qualche faccenda.

[25] Nicolò mio, a questa vita v’invito, e se ci verrete mi farete piacere, e poi ce ne torneremo costí insieme. [26] Qui voi non arete altra faccenda che andar vedendo, e poi tornarvi a casa, a motteggiare e ridere; né voglio crediate che io viva da imbasciadore, perché io volli sempre esser libero. [27] Vesto quando lungo e quando corto, cavalco solo, co’ famigli a piè, e quando con essi a cavallo; a casa cardinali non vo mai, perché non ho a visitare se non Medici, e qualche volta Bibbiena, quando è sano. [28] E dica ognuno quello che vuole, e se io non li satisfò, rivòchinmi; che in conclusione io me ne voglio tornare a capo uno anno, e esser stato in capitale, venduto le veste e ’ cavalli, e del mio non ci vorrei mettere, se io potessi. [29] E voglio mi crediate una cosa, che la dico sanza adulazione: ancor che qui mi sia travagliato poco, nondimeno il concorso è sí grande, che non si può fare non si pratichi assai uomini; in effetto a me ne satisfanno pochi, né ho trovato uomo di migliore giudizio di voi. [30] Sed fatis trahimur: che quando parlo a lungo a certi, quando leggo le lor lettere, sto da me medesimo ammirato sieno venuti in grado alcuno, che non sono se non cerimonie, bugie e favole, e pochi ne sono che eschino fuori dell’ordinario. [31] Bernardo da Bibbiena, ora cardinale, in verità ha gentile ingegno, e è uomo faceto e discreto, e ha durato a’ suoi dí gran fatica; nondimeno, ora è malato: è stato cosí tre mesi, né so se sarà piú quel soleva. [32] E cosí spesso ci affatichiamo per posarci, e non riesce: e però stiamo allegri, e segua che vuole. [33] E ricordatevi che io sono al piacere vostro, e che mi raccomando a voi, a Filippo e Giovanni Machiavelli, a Donato, a messer Ciaio.

[34] Non altro. Cristo vi guardi.

[35] Franciscus Victorius orator, die 23 Novembris 1513. Rome

242

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

(Firenze, 10 dicembre 1513)

[1] Magnifico oratori Florentino Francisco Vectori apud summum Pontificem, patrono et benefactori suo. Romae

[2] Magnifico ambasciadore, « tarde non furon mai grazie divine »: dico questo perché mi pareva aver perduta no, ma smarrita la grazia vostra, sendo stato voi assai tempo senza scrivermi, e ero dubbio donde potessi nascere la cagione. [3] E di tutte quelle che mi venivono nella mente tenevo poco conto, salvo che di quella quando io dubitavo non vi avessi ritirato da scrivermi perché vi fussi suto scritto che io non fussi buono massaio delle vostre lettere; e io sapevo che, da Filippo e Pagolo in fuora, altri per mio conto non l’aveva viste. [4] Honne riauto per l’ultima vostra de’ 23 del passato, dove io resto contentissimo vedere quanto ordinatamente e quietamente voi essercitate cotesto offizio pubblico; e io vi conforto a seguire cosí, perché chi lascia e’ sua commodi per li commodi d’altrui, so perde e’ sua, e di quelli non li è saputo grado. [5] E poiché la fortuna vuol fare ogni cosa, ella si vuole lasciarla fare, stare quieto e non le dare briga, e aspettar tempo che la lasci fare qualche cosa agl’uomini; e allora starà bene a voi durare piú fatica, vegghiare piú le cose, e a me partirmi di villa e dire: « Eccomi! ». [6] Non posso pertanto, volendovi rendere pari grazie, dirvi in questa mia lettera altro che qual sia la vita mia; e se voi giudicate che sia a barattarla con la vostra, io sarò contento mutarla.

[7] Io mi sto in villa, e poi che seguirno quelli miei ultimi casi, non sono stato, ad accozzarli tutti, 20 dí a Firenze. [8] Ho infino a qui uccellato a’ tordi di mia mano: levàvomi innanzi dí, impaniavo, andàvone oltre con un fascio di gabbie addosso, che parevo el Geta quando e’ tornava dal porto con e’ libri d’Anfitrione; pigliavo el meno dua, el piú sei tordi. [9] E cosí stetti tutto novembre: dipoi questo badalucco, ancora che dispettoso e strano, è mancato con mio dispiacere, e qual è la vita mia vi dirò. [10] Io mi lievo la mattina con el sole, e vòmmene in un mio bosco che io fo tagliare, dove sto dua ore a rivedere l’opere del giorno passato, e a passar tempo con quegli tagliatori, che hanno sempre qualche sciagura alle mane, o fra loro o co’ vicini; e circa questo bosco io vi arei a dire mille belle cose che mi sono intervenute, e con Frosino da Panzano e con altri che voleano di queste legne. [11] E Fruosino, in spezie, mandò per certe cataste senza dirmi nulla, e al pagamento mi voleva rattenere 10 lire, che dice aveva avere da me quattro anni sono, che mi vinse a cricca in casa Antonio Guicciardini. [12] Io cominciai a fare el diavolo; volevo accusare el vetturale, che vi era ito per esse, per ladro; tandem Giovanni Machiavelli vi entrò di mezzo, e ci pose d’accordo. [13] Battista Guicciardini, Filippo Ginori, Tommaso del Bene e certi altri cittadini, quando quella tramontana soffiava, ognuno me ne prese una catasta; io promessi a tutti, e manda’ne una a Tommaso, la quale tornò in Firenze per metà, perché a rizzarla vi era lui, la moglie, le fante e ’ figliuoli, che paréno el Gabburra quando el giovedí con quelli suoi garzoni bastona un bue. [14] Di modo che, veduto in chi era guadagno, ho detto agl’altri che io non ho piú legne, e tutti ne hanno fatto capo grosso, e in spezie Battista, che connumera questa tra l’altre sciagure di Prato.

[15] Partitomi del bosco, io me ne vo a una fonte, e di quivi in un mio uccellare. [16] Ho un libro sotto, o Dante o Petrarca o un di questi poeti minori, come Tibullo, Ovvidio e simili; leggo quelle loro amorose passioni e quelli loro amori, ricordomi de’ mia, godomi un pezzo in questo pensiero. [17] Transferiscomi poi in sulla strada nell’osteria, parlo con quelli che passono, dimando delle nuove de’ paesi loro, intendo varie cose e noto vari gusti e diverse fantasie d’uomini; vienne in questo mentre l’ora del desinare, dove con la mia brigata mi mangio di quelli cibi che questa povera villa e paululo patrimonio comporta. [18] Mangiato che ho, ritorno nell’osteria: quivi è l’oste, per l’ordinario, un beccaio, un mugnaio, dua fornaciai; con questi io m’ingaglioffo per tutto dí giuocando a cricca, a tricche-tracche, dove poi nascono mille contese e infiniti dispetti di parole ingiuriose, e il piú delle volte si combatte un quattrino, e siamo sentiti nondimanco gridare da San Casciano. [19] Cosí rinvolto entra questi pidocchi traggo el cervello di muffa, e sfogo questa malignità di questa mia sorta, sendo contento mi calpesti per questa via, per vedere se la se ne vergognassi.

[20] Venuta la sera, mi ritorno in casa e entro nel mio scrittoio, e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali, e rivestito condecentemente entro nelle antique corti delli antiqui uomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli delle ragione delle loro azioni, e quelli per loro umanità mi rispondono, e non sento per 4 ore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro. [21] E perché Dante dice che « non fa scienza, sanza lo ritenere, lo avere inteso », io ho notato quello di che per la loro conversazione ho fatto capitale, e composto uno opusculo De principatibus, dove io mi profondo quanto io posso nelle cogitazioni di questo subbietto, disputando che cosa è principato, di quale spezie sono, come e’ si acquistono, come e’ si mantengono, perché e’ si perdono. [22] E se vi piacque mai alcuno mio ghiribizzo, questo non vi doverrebbe dispiacere, e a un principe, e massime a un principe nuovo, doverrebbe essere accetto; però io lo indirizzo alla Magnificenza di Giuliano. [23] Filippo Casavecchia l’ha visto; vi potrà ragguagliare in parte e della cosa in sé, e de’ ragionamenti ho aúto seco, ancorché tuttavolta io l’ingrasso e ripulisco.

[24] Voi vorresti, magnifico ambasciadore, che io lasciassi questa vita e venissi a godere con voi la vostra. [25] Io lo farò in ogni modo, ma quello che mi tenta ora è certe mia faccende che fra 6 settimane l’arò fatte; quello che mi fa stare dubbio è che sono costí quelli Soderini, e’ quali io sarei forzato, venendo costí, vicitarli e parlar loro. [26] Dubiterei che alla tornata mia io non credessi scavalcare a casa, e scavalcassi nel Bargello, perché, ancora che questo stato abbi grandissimi fondamenti e gran securtà, tamen egli è nuovo, e per questo sospettoso, né ci manca de’ saccenti che per parere, come Pagolo Bertini, metterebbono altri a scotto e lascerebbono el pensiero a me. [27] Pregovi mi solviate questa paura, e poi verrò infra el tempo detto a trovarvi a ogni modo.

[28] Io ho ragionato con Filippo di questo mio opusculo, se gli era ben darlo o non lo dare; e, sendo ben darlo, se gli era bene che io lo portassi, o che io ve lo mandassi. [29] El non lo dare mi faceva dubitare che da Giuliano e’ non fussi, non ch’altro, letto, e che questo Ardinghelli si facessi onore di questa ultima mia fatica. [30] El darlo mi faceva la necessità che mi caccia, perché io mi logoro, e lungo tempo non posso star cosí che io non diventi per povertà contennendo; appresso, el desiderio arei che questi signori Medici mi cominciassino adoperare, se dovessino cominciare a farmi voltolare un sasso. [31] Perché, se poi io non me gli guadagnassi, io mi dôrrei di me; e per questa cosa, quando la fussi letta, si vedrebbe che 15 anni che io sono stato a studio all’arte dello stato non gl’ho né dormiti né giuocati, e doverrebbe ciascheduno aver caro servirsi d’uno che alle spese d’altri fussi pieno di esperienzia. [32] E della fede mia non si doverrebbe dubitare, perché, avendo sempre osservato la fede, io non debbo imparare ora a romperla, e chi è stato fedele e buono 45 anni, che io ho, non debbe potere mutare natura; e della fede e della bontà mia ne è testimonio la povertà mia. [33] Desidererei adunque che voi ancora mi scrivessi quello che sopra questa materia vi paia, e a voi mi raccomando.

[34] Sis felix. Die x Decembris 1513.

[35] Niccolò Machiavelli in Firenze

243

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

(Firenze, 19 dicembre 1513)

[1] Magnifico oratori Francisco Victori Reipublice Florentine apud Summum Pontificem

[2] Magnifico oratore, io vi scrissi 8 o 10 dí sono, e risposi alla vostra de’ 23 del passato, e dissivi, circa al venir mio costà, quello che mi teneva sospeso; attendo la oppinione vostra, e dipoi seguirò quello che da voi sarò consigliato. [3] La presente vi scrivo per conto di Donato nostro del Corno. [4] Voi sapete e’ casi sua come stanno, e la lettera che nel principio trasse dalla Magnificenzia di Giuliano ad el magnifico Lorenzo; morí dipoi messer Francesco Pepi, che aveva presa in collo questa causa, onde restò Donato quasi che privo di speranza. [5] Pur, per non si abbandonare, noi andamo, Donato e io, a trovare Iacopo Gianfigliazzi, el quale ci ha promesso gagliardamente di non lasciare a fare cosa alcuna; e pure dua dí fa, con la lettera che voi gli scriveste di questa materia, li riparlamo, e lui ci promesse meglio che prima, e ci concluse che per di qui a mezzo gennaio non ci si penserebbe, per aversi a fare l’altre imborsazioni prima. [6] E domandandogli noi se li pareva che si traessi di nuovo lettere da Giuliano, disse che non sarebbe se non bene, ma che si voleva indugiarla all’ultimo per averla in sul fatto, perché, avendosi ora, la sarebbe al tempo vecchia, e bisognerebbe rifarsi da capo. [7] Pertanto e’ bisognerà fare di avere al tempo questa lettera; e quando voi non avessi tratto quella di che voi scrivesti ultimamente a Donato, la potrete lasciar passare. [8] Quando fussi tratta, bisognerà pensare poi in sul fatto che si avessi a fare.

[9] A noi pare, fondati in sulla sperienza di quella che si trasse in prima, che una lettera, senza che ci sia chi ricordi, sia un favore morto. [10] Però noi giudicavamo necessario che si operassi costí, quando fussi possibile, che ser Niccolò Michelozzi avessi questa commissione da Giuliano qui: lo ricordassi a Lorenzo, o per lettera che Giuliano li scrivessi, o per lettere che e’ gli scrivessi Piero Ardinghelli in nome di Giuliano, perché ogni scusa che avessi ser Niccolò, se li farebbe ricordare ne’ debiti tempi questa materia. [11] E perché noi pensiamo che a Piero Ardinghelli fussi facile condurre questa cosa, vi facciamo intendere che voi ce lo affatichiate dietro, con prometterli che n’escirà di meglio quello che voi giudicherete bisogni offerirli; e Donato ve ne farà onore. [12] E a questo non mancherà modo, perché lui sa come la Magnificenzia di Giuliano ha fatto a favorire maestro Manente, e qualcuno altro che Giuliano vuole che sieno serviti; e cosí bisogna che e’ favori di Donato naschino, e se Piero vorrà, credo si possa aver tutto. [13] Pertanto a noi pare che si usi questa medicina di Piero, e che tutti e’ favori che hanno a venire venghino dalli 8 a’ 15 di gennaio, perch’è Lorenzo in sul fatto, per le cagioni dette. [14] E perché voi sappiate ogni cosa, e veggiate se Donato merita di essere messo nel numero delli affezionati servitori della illustrissima Casa de’ Medici, sappiate che circa uno dí poi che furno tornati in Firenze, Donato portò alla Magnificenzia di Giuliano cinquecento ducati se li era prestato gratis, e senza esserne richiesto, de’ quali ne è ancora creditore. [15] Questo non vi si dice perché voi lo diciate ad alcuno, ma perché, sapendolo, voi pigliate questa impresa con piú animo.

[16] Donato e io non facciamo forza di affaticarvi e riaffaticarvi in questa cosa, perché, sapendo quanto siate officioso amico, crediamo, richiedendovi, farvi piacere; e però lui ad un tratto vi si raccomanda e scusa, quando pure bisognassi, e ciò che vi si scrive vi si dirà per nostra opinione, ma sempre si approveranno tutti e’ modi che da voi saranno presi come piú prudenti.

[17] Quelli quattro versi che voi scrivete del Riccio nel principio della lettera di Donato, noi li dicemmo a mente a Giovanni Machiavelli, e in cambio del Machiavello e del Pera vi annestamo Giovanni Machiavelli. [18] Lui ne ha fatto un capo come una cesta, e dice che non sa dove voi avete trovato che tocchi, e che ve ne vuole scrivere in ogni modo; e per un tratto Filippo e io ne avemo un piacere grande.

[19] E’ si trova in questa nostra città, calamita di tutti i ciurmatori del mondo, un frate di San Francesco che è mezzo romito, el quale, per aver piú credito nel predicare, fa professione di profeta, e ier mattina in Santa Croce, dove lui predica, disse multa magna et mirabilia: che avanti che passassi molto tempo – in modo che chi ha 90 anni lo potrà vedere – sarà un papa ingiusto, creato contro ad un papa giusto, e arà seco falsi profeti, e farà cardinali, e dividerà la Chiesia. [20] Item, che il re di Francia si aveva annichilare, e uno della casa di Raona a predominare Italia; la città nostra aveva a ire a fuoco e a sacco, le chiese sarebbono abbandonate e ruinate, i preti dispersi, e tre anni si aveva a stare senza divino offizio; moria sarebbe e fame grandissima: nella città non aveva a rimanere 10 uomini, nelle ville non arebbe a rimanere dua. [21] Era stato 18 anni un diavolo in uno corpo umano, e detto messa. [22] Che bene dua milioni di diavoli erano scatenati per essere ministri della sopra detta co-sa, e che egli entravano in dimolti corpi che morivano, e non lasciavano putrefare quel corpo, acciò che falsi profeti e religiosi paressono fare resuscitare ’ morti, e essere creduti. [23] Queste cose mi sbigottirono ieri in modo, che io aveva andare questa mattina a starmi con la Riccia, e non vi andai; ma io non so già, se io avessi aúto a starmi con il Riccio, se io avessi guardato a quello. [24] La predica io non la udi’, perché io non uso simili pratiche, ma la ho sentita recitare cosí da tutto Firenze.

[25] Raccomandomi a voi, il quale saluterete il Casa da mia parte, e ditegli che se non tiene altri modi che si abbia tenuti qui, ch’e’ perderà il credito con cotesti garzoni, come e’ l’ha perduto con questi.

[26] Valete. Addí 19 di dicembre 1513.

[27] Niccolò Machiavelli in Firenze

244

Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

(Roma, 24 dicembre 1513)

[1] Spectabili viro Niccolò di messer Bernardo Machiavelli. In Firenze. † Addí 24 di dicembre 1513

[2] Compar mio caro, se io non ho risposto presto a una vostra de’ 10, e forse non rispondo ora cosí a proposito, ne sono causa il Casavecchia e il Brancaccio, che ogni dí mi perturbano la mente in ricordarmi la degnità della città e quello si convegna all’ufficio mio. [3] Voi sapete che io mi diletto un poco delle femmine, e piú per stare a cianciare con esse che ad altro effetto, perché sono oramai tanto oltre che poco altro posso fare che parlare. [4] Sapete ancora quanto Filippo abbi l’animo alieno da esse: e avanti che lui ci venissi, perché l’abitazione mia è alquanto fuori di mano, spesso qualche cortigiana veniva a vicitarmi per vedere la chiesa e l’orto appiccati colla casa dove abito. [5] Non mi accorsi, quando Filippo gionse, mandare a significare loro che non fussino tanto ardite che ci capitassino, in modo che, dua giorni appresso lo arrivare suo, appunto in sull’ora del desinare, ne capitò una in camera, che da’ famigli, secondo il consueto, era stata lasciata venire liberamente, e giunta quivi si pose a sedere come se fussi in casa sua, in modo che io non la seppi licenziare né ricoprire la cosa con Filippo, el quale gl’aperse addosso un paio d’occhi ammirativi e sdegnosi. [6] Ponemmoci a tavola, e lei al luogo suo; desinammo, parlammo, e dopo il mangiare lei, secondo il consueto, per l’orto a spasso se n’andò. [7] Restammo Filippo e io, il quale mi volle cominciare a fare una orazione colle parti sua, e in questo modo aperse la bocca: « Voi non arete per male, magnifico oratore, che sendo io insino da puerizia . . . »; ma io, cognoscendo che l’orazione aveva a esser lunga, e vedendo quello voleva dire, lo interroppi con dire che in quelle poche parole avevo compreso la intenzione sua, e che non volevo giustificarmi né udire sua correzione, perché ero vissuto insino a qui libero e sanza respetto alcuno, e cosí volevo fare questo resto del tempo che ci avevo a vivere. [8] In modo che, pur malvolentieri, ha acconsentito che le femmine ci venghino a lor piacere.

[9] Ma ora vi voglio dire la perturbazione m’ha dato il Brancaccio. [10] Credo vi sia noto quanto Iacopo Gianfigliazzi mi sia amico, e per molti respetti ho causa non solo d’amarlo, ma d’osservarlo. [11] Quando lui fu qui imbasciadore, mi commisse certa sua causa, la quale non accade dirvi, e stimando forse avessi piú faccenda non ho, commesse a ser Sano che me la ricordassi; lui per questo quasi ogni settimana è venuto per parlarmi di questa materia, e qualche volta a desinare meco. [12] Giuliano, poi che ha visto venirlo una volta e 2 e tre, m’ha cominciato a dire che ser Sano è uomo infame e che in Banchi li è suto domandato da qualche mercante di buona fama che pratica io abbi con esso, e che io mi doverrei guardare da simili pratiche: in modo che, a volermi escusare, sono stato forzato a narrarli per ordine tutta la trama tra Iacopo Gianfigliazzi e lui. [13] Sí che, compar mio, vedete dove io mi truovo, e come ho a rendere ragione di ciò che parlo e d’ogni uomo che mi viene a parlare: e voglio che mi diciate vostra oppenione, chi vi pare che mi riprenda con piú ragione, o Filippo o Giuliano, e’ quali nondimeno ho cari; e con tutte le loro monizioni e reprensioni, non resterò che non faccia quello mi verrà a proposito.

[14] Voi mi scrivete, e ancora Filippo me l’ha detto, che avete composta certa opera di stati. [15] Se voi me la manderete, l’arò cara, e ancora che non sia di tanto giudizio che sia conveniente giudichi la cosa vostra, nondimeno, in quello mancarà la sufficienzia e il giudizio, supplirrà l’amore e la fede; e quando l’arò vista dirò mia oppenione del presentarla al magnifico Giuliano o no, secondo mi parrà.

[16] El respetto che voi avete a venire qui mi pare facile a resolvere, perché se voi andrete a vedere una volta il cardinale de’ Soderini, non vi sarà posto cura. [17] Piero ha fermo l’animo suo, né credo avessi caro esser vicitato e massime da voi, e se voi no ’l vicitassi non credo vi fussi imputato a ingratitudine; perché sono ito essaminando, né truovo che lui o ’ suoi v’abbino fatto tale beneficio che abbiate loro avere obbligo, se non ordinario. [18] L’ufficio non l’avesti da loro, cominciasti a essere adoperato tre anni avanti che lui fussi gonfaloniere: in quello poi vi adoperò lo servisti con fede, né di quello ricevesti altro premio che ordinario. [19] E però, quando abbiate a venire, non voglio che simil respetto vi ritenga, perché d’una semplice vicitazione non sarete notato, e, quando ve n’astenessi, non sarete da nessuno reputato ingrato.

[20] E per la lettera vostra e da Filippo intendo che voi, sendo assueto a faccende e a guadagnare, con difficultà vi riducete a starvi e logorarvi le vostre poche entrate, perché avete pure ancora qualche voglia, come io. [21] Siamo iti essaminando, e qui a Roma non troviamo cosa a proposito vostro. [22] È stato qualche ragionamento che ’l cardinale de’ Medici abbi a essere fatto legato in Francia, sopra che ho pensato, quando sia fatto, parlare, per esser voi stato là e avere qualche pratica in quella corte e notizia de’ costumi loro. [23] Se riuscirà, col nome di Dio; se non riuscirà, non aremo perduto cosa alcuna. [24] Come voi m’arete mandato quello trattato, vi dirò se mi pare vegnate a presentarlo.

[25] Ora vegnamo a Donato, el quale desidero assai sia compiaciuto, e questo non credo durar fatica a farlo credere a voi e a lui. [26] Come io li scrissi, chiesi lettera, e fuori del generale, a Giuliano per lui, e me la promisse largamente; e perché Piero non è molto presto allo scrivere, per le occupazioni assai che ha, vi tenni uno che vi stette tanto la scrisse, e perché spacciava una staffetta feci fare una coverta a Donato in mio nome, e ordinai la lasciassi a Piero, che la mandassi. [27] Maravigliomi non sia venuta; parleronne di nuovo a Giuliano, e entrerrò in quel modo mi dite con Piero, ma non vorrei che per Donato arrogessimo danno a danno, cioè che avessi a donare e non li riuscissi, perché io non so che modo aremo a chiarirci che lui sia imborsato.

[28] Datemi notizia come è ita la cosa di maestro Manente, acciò possa richiedere Giuliano e Piero di simil modo; e pensate che io non ho a restare a fare cosa alcuna, pure che io li possa giovare. [29] Raccomandatemi a Filippo, a Giovanni Machiavelli, e li fate mia scusa che qualche volta, per assettare un verso, s’esce qualcosa della verità; né credetti li avessi a tornare alli orecchi, e se l’ho offeso gnene domando perdono.

[30] El Casa è qui nella provincia sua, e credo farà qualche utile per la scarsella e ancora pel corpo, perché con tre carlini condurrà di buone cose; hanno spesso differenzia lui e il Brancaccio, e io ho a mettermi di mezzo a comporli.

[31] Del romito non v’ho a rispondere, perché, come dite, Firenze è fondato sotto un planeta che simili uomini vi corrono, e sonvi uditi volentieri.

[32] Né altro v’ho a dire per questa, che raccomandarmi a voi. Cristo vi guardi.

Franciscus Victorius orator

1514-1515

245

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

(Firenze, 5 gennaio 1514)

[1] Magnifico oratori Florentino apud Summum Pontificem Francisco Victorio benefactori suo osservandissimo

[2] Magnifico oratore, egli è per certo gran cosa a considerare quanto gli uomini sieno ciechi nelle cose dove e’ peccono, e quanto e’ sieno acerrimi persecutori de’ vizi che non hanno. [3] Io vi potrei addurre in exemplis cose greche, latine, ebraiche, caldee, e andarmene sino ne’ paesi del Sofí e del Prete Ianni, e addurre’veli, se li essempli domestichi e freschi non bastassino. [4] Io credo che ser Sano sarebbe possuto venirvi in casa dall’un giubbileo all’altro, e che mai Filippo arebbe pensato che vi desse carico alcuno: anzi, gli sarebbe parso che voi dipigneste ad usar seco, e che la fosse proprio pratica conforme ad uno ambasciadore, il quale, essendo obbligato ad infinite contenenze, è necessario abbia de’ diporti e delli spassi; e questo di ser Sano gli sarebbe parso che quadrasse appunto, e con ciascuno arebbe laudato la prudenza vostra, e commendatovi insino al cielo di tale elezione. [5] Dall’altro canto, io credo che se tutto il bordello di Valenza vi fosse corso per casa, non sarebbe stato mai possibile che il Brancaccio ve ne avesse ripreso, anzi vi arebbe di questo piú commendato, che se vi avesse sentito innanzi al papa orare meglio che Demostene.

[6] E se voi avessi voluto vedere la ripruova di questa ragione, vi bisognava, senza che loro avessino saputo delli ammonimenti l’uno dell’altro, che voi avessi fatto vista di credere loro e volere osservare i loro precetti. [7] E serrato l’uscio alle puttane, e cacciato via ser Sano, e ritiratovi al grave e stato sopra di voi cogitativo, e’ non sarebbono a verun modo passati quattro dí, che Filippo arebbe cominciato a dire: « Che è di ser Sano? Che vuol dire che non ci capita piú? Egli è male che non ci venga; a me pare egli uno uomo dabbene: io non so quel che queste brigate si cicalano, e parmi che egli abbia molto bene i termini di questa corte, e che sia una utile bazzicatura; voi doverreste, ambasciadore, mandare per lui ». [8] Il Brancaccio non vi dico se si sarebbe doluto e maravigliato della assenzia delle dame; e se non ve lo avessi detto mentre che egli avessi tenuto vòlto il culo al fuoco, come arebbe fatto Filippo, e’ ve lo arebbe detto in camera da voi a lui. [9] E per chiarirvi meglio, bisognava che in tal vostra disposizione austera io fussi capitato costí, che tocco e attendo a femmine: subito, avvedutomi della cosa, io arei detto: « Ambasciadore, voi ammalerete; e’ non mi pare che voi pigliate spasso alcuno: qui non ci è garzoni, qui non sono femmine; che casa di cazzo è questa? ».

[10] Magnifico oratore, e’ non ci è se non pazzi; e pochi ci sono che conoschino questo mondo, e che sappino che chi vuol fare a modo d’altri non fa mai nulla, perché non si truova uomo che sia di un medesimo parere. [11] Cotestoro non sanno che chi è tenuto savio il dí, non sarà mai tenuto pazzo la notte, e che chi è stimato uomo da bene e che vaglia, ciò che e’ fa per allargare l’animo e vivere lieto gli arreca onore e non carico, e in cambio di essere chiamato buggerone o puttaniere, si dice che è universale, alla mano e buon compagno. [12] Non sanno anco che dà del suo e non piglia di quel d’altri, e che fa come il mosto mentre bolle, che dà del sapore suo a’ vasi che sanno di muffa, e non piglia della muffa de’ vasi.

[13] Pertanto, signore oratore, non abbiate paura della muffa di ser Sano, né de’ fracidumi di mona Smeria, e seguite gli instituti vostri, e lasciate dire il Brancaccio, che non si avvede che egli è come un di quelli forasiepi, che è il primo a schiamazzare e gridare, e poi, come giugne la civetta, è il primo preso. [14] E Filippo nostro è come uno avvoltoio, che quando non è carogne in paese vola cento miglia per trovarne una; e come egli ha piena la gorga, si sta su un pino e ridesi delle aquile, astori, falconi e simili, che, per pascersi di cibi delicati, si muoiono la metà dell’anno di fame. [15] Sí che, magnifico oratore, lasciate schiamazzare l’uno, e l’altro empiersi il gozzo, e voi attendete alle faccende vostre a vostro modo.

[16] In Firenze, addí 5 di gennaio 1513.

Niccolò Machiavelli

246

Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

(Roma, 18 gennaio 1514)

[1] Spettabili viro Nicolò Machiavelli. In Firenze

[2] Compare carissimo, io lodai sempre lo ingegno vostro e approvai il giudizio e nelle piccole cose e nelle grande; ma il discorso che mi fate per questa ultima lettera sopra Filippo e il Brancaccio m’è in pochi giorni riuscito in fatto, perché, come voi m’avete conosciuto, io credo piú a altri che a me medesimo, e sempre voglio prima contentare ogni altro che me. [3] E per questo, mosso dalle persuasioni mi facevono, come vi scrissi per l’altra lettera, mi disposi a credere loro, e feci intendere in buon modo a ser Sano che quando Iacopo Gianfigliazzi mi scrivessi piú cosa alcuna manderei per lui, e che non durassi fatica a venirmi a trovare; in modo che lui, che è in queste cose astuto assai, conobbe molto bene quello volevo dire. [4] Cosí ordinai a dua femmine che ci solevono venire spesso che non venissino se non le facevo chiamare, perché c’era venuto un mio parente al quale portavo reverenzia, né volevo le vedessi.

[5] Stetti in questo modo circa otto giorni, che qui non capitava se non qualche uno per sua faccende e uno Donato Bossi, che fa professione di grammatico, con un viso austero e strano, e mai parla d’altro se non donde è detto un vocabolo o donde si forma un nome e se il verbo s’ha a mettere in principio della clausula o in fine, e di simil’ cose di poco momento e che danno fastidio assai a chi le ode: e io non facevo altro che domandarlo di queste favole, acciò avessi causa parlarne piú liberamente. [6] E ancora che tal vita mi rincrescessi, la sopportavo il meglio potevo, perché Filippo e Giuliano s’accorgessino dell’errore loro; la qual cosa intervenne presto, ché una sera, standoci al fuoco, Giuliano cominciò a dire che io doverrei invitare una certa vicina ho qui, e che il non la chiamare una sera a cena dimonstrava salvatichezza, la quale da molti è interpetrata in mala parte, e li uomini che stanno tanto in sul tirato sono tenuti strani e fantastichi.

[7] Ma è necessario vi narri la condizione di questa donna, perché possiate considerare a che fine l’uno e l’altro di loro mi confortavano a invitarla. [8] Come altra volta v’ho scritto, l’abitazione mia, ancor sia molto vicina al Palazzo, è un poco fuor di mano e in via non molto frequentata e con vicini di bassa sorte: pure, accanto a essa, in una casa assai conveniente, abita una donna vedova, romana e di buon parentado, che è stata e è buona compagna. [9] E benché sia oltre d’età, ha una figlia di circa anni 20 la quale è bella per eccellenzia, e ha fatta e fa qualche faccenda; ha ancora un figlio d’età d’anni 14, polito e gentile, ma di buon’ costumi e onesto, come si conviene a quella etate. [10] E perché le case son vicine e li orti entrono l’uno nell’altro, non s’è possuto fare non si pigli qualche pratica con detta donna, pure al largo; e spesso è venuta a ricercarmi di favore col papa o col governatore, e io in quello ho possuto l’ho aiutata, perché alle vedove e pupilli siamo tenuti. [11] Questa dunque vedova mi persuadeva Giuliano che io dovessi chiamare a cena; e Filippo rispetto a quel fanciulletto ribadiva, allegando l’essemplo d’Alessandro Nasi, che altra volta che fu a Roma lo vicitava spesso, e sempre la sera d’invernata lo trovava accompagnato da qualche vicino, e con piú altre ragione, come sapete usa fare. [12] Tanto mi seppe e lui e Giuliano dire, che io acconsenti’ facessino quello paressi loro.

[13] Erano, quando facemmo tale ragionamento insieme, circa a ore dua di notte, né credetti però che chiamassino la sera questi vicini; e però quando loro si partirono da me, mi posi a scrivere una lettera a’ Signori Dieci, e ero in su fantasia per ordinarla in modo, che io non scoprissi però loro tutti e’ disegni di Nostro Signore, perché non sapevo se li piaceva, e ancora non volevo fussi tanto asciutta che loro giudicassino o che io qua fussi poco diligente o di poco ingegno, ovvero non tenessi quello conto di loro che s’appartiene, massime sendo loro per ogni qualità e’ primi uomini della città nostra. [14] E mentre ero in su questo ghiribizzo, comparse la vicina colla figlia e ’l figlio, e davvantaggio un fratello d’essa che veniva quasi per custode di questa brigata. [15] La quale, come ebbi veduta, ricevetti con quello piú piacevole modo mi concede la natura, ché vi potete esser accorto che simili accoglienze liete e parole adulatorie non cascono in me; pure mi sforzai, e fini’ la lettera in brieve conclusione, col dire bisognava, a volere fare giudizio, aspettare la resoluzione de’ Svizzeri della dieta della Epifania.

[16] Cosí Giuliano colla figlia femmina si messe a cianciare, e Filippo col maschio, e io per dare loro piú commodità chiamai la vedova e il fratello da canto e li cominciai a domandare di certo piato hanno, acciò che, occupati in questo parlare, dessino tempo a coloro, e intanto ancora fussi l’ora della cena. [17] Né potevo però fare che qualche volta non porgessi l’orecchio a quello diceva Giuliano alla Constanzia, che cosí ha nome, ch’erano le piú suave parole che voi udissi mai, lodandola della nobiltà, della bellezza, del parlare e di tutte le parte si può lodare una donna. [18] Filippo ancora col maschio non si stava, con certe parolette accomodate, col domandare se studiava, se avea maestro, e, per entrare piú a drento, interrogava se dormiva con esso, in modo che spesso il vergognoso fanciullo abbassava il viso sanza risponderli. [19] Venne il tempo della cena, la quale facemmo allegramente; dopo essa ci ponemmo al fuoco, dove consumammo il tempo in dir novelle, in fare a’ propositi, in bisticci, o a che è buona la paglia. [20] Ma aresti riso, ché, poco avanti cena, per interrompere non dirò la nostra ma la loro quiete, ci capitò Piero del Bene, el quale arei desiderato non fussi entrato in camera; ma non so dispiacere né simulare, in modo che lui entrò, ma, accortosi essere raccolto da Filippo e Giuliano con mala cera, stette poco a partirsi. [21] Passammo questa sera dolcemente, e circa a mezza notte le vicine si partirono, e noi, restati, n’andammo a dormire.

[22] Ma, Niccolò mio, non posso fare non mi dogga con esso voi, che per volere contentare li amici sono diventato quasi prigione di questa Costanzia. [23] Prima veniva quando una femmina e quando un’altra, e io non ponevo loro affezione; nondimeno, con esse passavo fantasia. [24] È venuta questa, che ardirò di dire che voi non vedesti mai piú bella femmina colli occhi, né piú galante, la quale avevo ben veduta prima, ma discosto; ma sendosi poi appressata, m’è tanto piaciuta che non posso pensare a altri che a lei. [25] E perché ho veduto qualche volta innamorato voi e inteso quanta passione avete portata, fo quanta resistenzia posso in questo principio; non so se sarò tanto forte, e dubito di no, e quello seguirà in questo caso vi scriverrò.

[26] Ho visto e’ capitoli dell’opera vostra, e mi piacciono oltre a modo; ma se non ho il tutto, non voglio fare giudizio resoluto. [27] A Donato scrissi della settimana passata quanto mi occorreva sopra il caso suo: nondimeno, se li accade altro, non mancherò. [28] È ben vero che il caso di maestro Manente è piú facile, perché lui vinse nello squittino, e questo è certo. [29] Filippo non appruova che voi diciate si getti alle carogne, perché dice sempre aver volute cose perfette, e che voi siate quello che vi mettete ogni cosa avanti sanza distinzione. [30] Avevo pensato far questa lettera piú lunga, ma per fretta l’ho abbarlonzata, ché leggo tanto volentieri le vostre lettere, che mi par ogni dí mille di rispondervi per averne da voi, al quale mi raccomando.

[31] Cristo vi guardi.

Francesco Vettori in Roma oratore, addí 18 di gennaio 1513

247

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

(Firenze, 4 febbraio 1514)

[1] Magnifico oratori Florentino Francisco Victorio apud Summum Pontificem benefactori suo

[2] Magnifico oratore, io tornai ieri di villa, e Pagolo vostro mi dette una vostra lettera de’ 18 del passato, che rispondeva ad una mia di non so quando: della quale io presi gran piacere, veggendo che la Fortuna vi è suta tanto amorevole, che l’ha saputo sí ben fare, che Filippo e il Brancaccio siano diventati con voi una anima in due corpi, ovvero due anime in un corpo, per non errare. [3] E quando io penso dal principio al fine di questa loro e vostra istoria (che in verità, se io non avessi perduto le mie bazzicature, io l’arei inserta infra le memorie delle moderne cose), e’ mi pare che la sia cosí degna di recitarla ad un principe, come cosa che io abbia udita questo anno. [4] E’ mi pare vedere il Brancaccio raccolto in su una seggiola a seder basso per considerar meglio il viso della Gostanza, e con parole e con cenni, e con atti e con risi, e dimenamento di bocca e di occhi e di spurghi, tutto stillarsi, tutto consumarsi e tutto pendere dalle parole, dallo anelito, dallo sguardo e dallo odore e da’ soavi modi e donnesche accoglienze della Gostanza.

[5] Volsimi da man destra, e viddi il Casa

che a quel garzone era piú presso al segno,

in gote un poco, e con la zucca rasa.

[6] Io lo veggo gestire, e ora recarsi in su un fianco e ora in sull’altro; veggolo qualche volta scuotere il capo in sulle mozze e vergognose risposte del giovane; veggolo, parlando seco, ora fare l’uffizio del padre, ora del precettore, ora dello innamorato; e quel povero giovinetto stare ambiguo del fine a che lui lo voglia condurre: e ora dubita dell’onore suo, ora confida nella gravità dell’uomo, ora ha in reverenzia la venusta e matura presenzia sua. [7] Veggo voi, signore oratore, essere alle mani con quella vedova e quel suo fratello, e avere uno occhio a quel garzone (il ritto però) e l’altro a quella fanciulla, e uno orecchio alle parole della vedova e l’altro al Casa e al Brancaccio; veggovi rispondere generalmente loro, e all’ultime parole, come Ecco, e infine tagliare e’ ragionamenti, e correre al fuoco con certi passolini presti e lunghi un dito, un poco chinato in sulle reni. [8] Veggo, alla giunta vostra, Filippo, il Brancaccio, il garzone, la fanciulla rizzarsi, e voi dire: « Sedete, state saldi, non vi movete, seguite i vostri ragionamenti »; e doppo molte cerimonie, un poco domestiche e grassette, riporsi ognuno a sedere, e entrare in qualche ragionamento piacevole. [9] Ma sopra tutto mi pare vedere Filippo, quando Piero del Bene giunse; e se io sapessi dipignere, vel manderei dipinto, perché certi atti suoi familiari, certe guardature a traverso, certe posature sdegnose non si possono scrivere. [10] Veggovi a tavola, veggo gestire il pane, i bicchieri, la tavola e i trespoli, e ognuno menare ovvero stillare letizia, e infine traboccare tutti in un diluvio d’allegrezze. [11] Veggo infine « Giove incatenato innanzi al carro », veggo voi innamorato; e perché quando il fuoco si appicca nelle legne verdi egli è piú potente, cosí la fiamma essere in voi maggiore, perché ha trovato maggiore resistenza. [12] Qui mi sarebbe lecito esclamare, come quel terenziano: « O celum, o terram, o maria Neptunni! ». [13] Veggovi combattere infra voi, et quia

non bene conveniunt, nec in una sede morantur

maiestas et amor,

vorresti ora diventare cigno per farle in grembo uno uovo, ora diventare oro perché la vi se ne portasse seco nella tasca, ora uno animale, ora uno altro, pure che voi non vi spiccasse da lei.

[14] E perché voi vi sbigottite in sullo essemplo mio, ricordandovi quello mi hanno fatto le frecce d’Amore, io sono forzato a dirvi come io mi sono governato seco. [15] In effetto io l’ho lasciato fare, e seguitolo per valli, boschi, balze e campagne, e ho trovato che mi ha fatto piú vezzi che se io l’avessi stranato. [16] Levate dunque i basti, cavategli il freno, chiudete gli occhi, e dite: « Fa’ tu, o Amore, guidami tu, conducimi tu; se io capiterò bene, fiano le laude tue, se male, fia tuo il biasimo; io sono tuo servo: non puoi guadagnare piú nulla con straziarmi, anzi perdi, straziando le cose tue ». [17] E con tali e simili parole, da fare trapanare un muro, potrete farlo pietoso. [18] Sí che, padron mio, vivete lieto: non vi sbigottite, mostrate il viso alla fortuna, e seguite quelle cose che le volte de’ cieli, le condizioni de’ tempi e degli uomini vi recano innanzi, e non dubitate, che voi romperete ogni laccio e supererete ogni difficultà. [19] E se voi gli volesse fare una serenata, io mi offero a venire costí con qualche bel trovato per farla innamorare.

[20] Questo è quanto mi occorre per risposta della vostra. [21] Di qua non ci è che dirvi, se non profezie e annunzi di malanni: che Iddio, se dicono le bugie, gli facci annullare; se dicono il vero, gli converta in bene. [22] Io quando sono in Firenze mi sto fra la bottega di Donato del Corno e la Riccia, e parmi a tutti a due essere venuto a noia, e l’uno mi chiama impaccia-bottega, e l’altra impaccia-casa. [23] Pure con l’uno e con l’altro mi vaglio come uomo di consiglio, e per insino a qui mi è tanto giovato questa reputazione, che Donato mi ha lasciato pigliare un caldo al suo focone, e l’altra mi si lascia qualche volta baciare, pure alla sfuggiasca. [24] Credo che questo favore mi durerà poco, perché io ho dato all’uno e all’altro certi consigli, e non mi sono mai apposto, in modo che pure oggi la Riccia mi disse, in un certo ragionamento che la faceva vista di avere con la sua fante: « Questi savi, questi savi, io non so dove si stanno a casa; a me pare che ognuno pigli le cose al contrario ».

[25] Oratore magnifico, vedete dove diavolo io mi truovo; vorreimi pure mantenere costoro, e per me non ci ho rimedio: se a voi, o a Filippo, o al Brancaccio ne occorresse alcuno, mi sarebbe grato me lo scrivessi.

[26] Valete, alli 4 di febbraio 1513.

[27] Niccolò Machiavelli in Firenze

248

Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

(Roma, 9 febbraio 1514)

[1] † Addí 9 di febbraio 1513

[2] Compar mio caro, non risponderò in questo principio all’ultima ho da voi, ma seguirò dove io lasciai, che credo fussi in sul repugnare all’amore quanto potevo; né credete pensassi che « non bene conveniant maiestas et amor », perché a me pare avere piú maiestà quando sono Francesco in Firenze, che ora qui sendo oratore. [3] Ma consideravo che ho 40 anni, ho donna, ho figliuole maritate e da marito, non ho però roba da gittare, ma che sarebbe ragionevole che tutto quello potessi rispiarmare lo serbassi pelle figliuole; e quanto vile cosa sia lasciarsi vincere alla voluttà, e che costei era qui vicina, e che in essa spenderei, e ogni giorno n’arei mille fastidi; oltre a questo, per essere bella e giovane e galante, avevo a pensare che, come piaceva a me, piacerebbe ancora a altri e d’altra qualità non sono io, in modo la potrei godere poco e ne starei in continua gelosia. [4] E cosí andandomi raggirando questi pensieri pel capo, fermai il proposito levarmela in tutto dall’animo, e in questa fantasia stetti dua giorni, e già mi pareva essere confirmato in modo da non esser rimosso di mia oppenione. [5] Accadde che, il terzo giorno, la madre venne a parlarmi, da sera, e menò seco la figlia:

e io, ch’arei giurato

difendermi da uom coperto d’arme,

con parole e con atti fu’ legato.

[6] La madre parlò di sua faccende, poi s’uscí di camera, e me la lasciò sola al fuoco, né io potetti fare non parlassi seco e li toccassi le mani e ’l collo: e mi parve sí bella e sí piacevole, che tutti e’ propositi avevo fatto m’uscirono del capo, e deliberai darmi in preda a essa, e che mi governassi e guidassi come li pareva. [7] Né vi voglio dire quello sia successo poi: basta che mi è accaduto e fastidi e gelosia piú non stimavo. [8] La spesa è bene insino a qui stata minore, ma l’animo è stato sempre in angustia, e quanto piú li parlo, piú li vorrei parlare, e quanto piú la veggo, piú la vorrei vedere. [9] Pure mi è venuto a proposito che Piero, mio nipote, ci sia venuto, perché prima veniva in casa a cena come li pareva, ora non vien piú; e potrebbesi ancora spegnere il fuoco, che non credo però sia appiccato in modo che questa acqua non lo debba estinguere. [10] Ma, Niccolò mio, voi non vedesti mai colli occhi la piú bella cosa: grande, ben proporzionata, piú presto grassa che magra, bianca, con un colore vivo, un viso non so se è affilato o tondo, basta che mi piace; galante, piacevole, motteggevole, sempre ride, poco accurata di sua persona, sanza acque o lisci in sul viso. [11] Dell’altre parte non voglio dire nulla, perché non l’ho provate quanto desiderrei.

[12] Né crediate però che in su questo non abbi avuto da Filippo e Giuliano qualche riprensione o vogliam dire amorevole monizione; e io ho risposto loro quello mi par sia vero, che mai è da riprendere uno quando tu pensi che lui conosca d’errare, perché questo non è altro che accrescerli passione, né per quello si ritrae o rimuove dall’errore. [13] E è appunto occorso che Filippo è incappato in quello reprendeva me, ma il suo è un fattore d’uno orafo, che a suo giudizio mai fu visto simil cosa: ma è segnato per l’oste, cioè pel maestro della bottega; pure, Filippo ha dato intorno alle buche e tentato il guado. [14] E io che so che sono questi romani, mi sono sforzato, avanti vada molti passi in là, ritrarlo, né ho possuto, insino ch’el maestro l’ha minacciato; e li arebbe fatto male, se non che lui, impaurito, non che guardi piú il fanciullo, ma appena passa per Banchi, dove è la sua bottega. [15] E’ bisognarà metta il campo a rocca piú debole e che abbi manco guardia, e per questo è di continuo alle mani con ser Sano, in modo che Giuliano, che è schifo di questa cosa, si guarda dall’andare con lui per Roma; e come sono in casa, sempre hanno parole insieme, e eleggono per giudice un mio cancelliere alto quanto Piero Ardinghelli, ma non molto introdotto in simil’ pratiche, perché ha piú presto atteso a essercitare la mano che altro, che è la prima cosa si ricerca in uno scrittore.

[16] A chi vive l’intervengono diversi casi, e però non mi maraviglio che la Riccia sopra ira abbi biasimato il consiglio de’ savi; né credo per questo non vi porti amore, e che non v’apra quando volete, perché la reputarei ingrata, dove insino a ora l’ho giudicata umana e gentile. [17] E son certo che Anton Francesco non l’ha fatta superba; el quale mandò qui un suo frate per un benificio, che m’ha detto che lui non dorme piú a casa sua, ma a uno orto presso a Bernardo Rucellai, che si chiama “La Riccia”, e lo fa per avere piú commodità di studiare. [18] Ma quando la Riccia vi serrassi l’uscio addosso, atterretevi al Riccio di Donato, el quale non si muta colla fortuna, ma ha nervo e schiena, e va piú drieto alli amici bassi che alti.

[19] E per ragionare del Riccio, non voglio dimenticare Donato. [20] Io sempre sono stato piú rispiarmatore de’ danari d’altri che de’ mia, e però non ho usata la sua commessione. [21] Io vorrei che Donato intendessi da Iacopo Gianfigliazzi se lui crede che Lorenzo lo facci imborsare come mi promisse: se lo crede, non entriàno in spendere piú che quello s’è speso insino a ora; se non lo crede, usereno questi remedi che lui mi scrive. [22] E come fia imborsato, pensereno al farlo vedere; e credo ci riuscirà, sicché pensate se vi piace questo modo, che io farò quello vorrete.

[23] Né altro v’ho a dire per questa. Cristo vi guardi.

[24] Francesco Vettori oratore in Roma

249

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

(Firenze, 25 febbraio 1514)

[1] Magnifico oratori Florentino Francisco Vettorio apud Summum Pontificem suo observandissimo. Rome

[2] Magnifico oratore, io ebbi una vostra lettera dell’altra settimana, e sono indugiatomi ad ora a farvi risposta, perché io desideravo intendere meglio il vero di una novella che io vi scriverrò qui dappiè; poi risponderò alle parti della vostra convenientemente. [3] Egli è accaduto una cosa gentile, ovvero, a chiamarla per il suo diritto nome, una metamorfosi ridicola e degna di essere notata nelle antiche carte; e perché io non voglio che persona si possa dolere di me, ve la narrerò sotto parabole ascose.

[4] Giuliano Brancacci, verbigrazia, vago di andare alla macchia, una sera infra l’altre ne’ passati giorni, sonata l’avemaria della sera, veggendo il tempo tinto, trarre vento e piovegginare un poco (tutti segni da credere che ogni uccello aspetti), tornato a casa si cacciò in piedi un paio di scarpette grosse, cinsesi un carnaiuolo, tolse un frugnuolo, una campanella al braccio e una buona ramata. [5] Passò il ponte alla Carraia, e per la via del Conte de’ Mozzi ne venne a Santa Trinita, e entrato in Borgo Santo Appostolo andò un pezzo serpeggiando per quei chiasci che lo mettono in mezzo; e non trovando uccelli che lo aspettassino, si volse dal vostro battiloro e sotto la Parte Guelfa attraversò Mercato, e per Calimala Francesca si ridusse sotto il Tetto de’ Pisani, dove guardando tritamente tutti quei ripostigli trovò un tordellino, il quale con la ramata, con il lume e con la campanella fu fermo da lui, e con arte fu condotto da lui nel fondo del burrone, sotto la spelonca dove alloggiava il Panzano; e quello intrattenendo e trovatogli la vena larga e piú volte baciatogliene, gli risquittí dua penne della coda, e infine, secondo che gli piú dicono, se lo messe nel carnaiuolo di drieto.

[6] Ma perché il temporale mi sforza a sbucare di sotto coverta, e le parabole non bastano, e questa metafora piú non mi serve, volle intendere il Brancaccio chi costui fosse; il quale gli disse, verbigrazia, essere Michele, nipote di Consiglio Costi. [7] Disse allora il Brancaccio: « Sia col buono anno, tu sei figliuolo di uno uomo dabbene, e se tu sarai savio, tu hai trovata la ventura tua: sappi che io sono Filippo da Casavecchia, e fo bottega nel tal lato; e perché io non ho danari meco, o tu vieni o tu mandi domattina a bottega, e io ti satisfarò ». [8] Venuta la mattina, Michele, che era piú presto cattivo che dappoco, mandò un zana a Filippo con una polizza, richiedendoli il debito e ricordandoli l’obbligo; al quale Filippo fece un tristo viso, dicendo: « Chi è costui? O che vuole? Io non ho che fare seco; digli che venga a me ». [9] Donde che, ritornato il zana a Michele e narratogli la cosa, non si sbigottí di niente il fanciullo, ma animosamente andato a trovare Filippo, gli rimproverò i benefici ricevuti, e li concluse che se lui non aveva rispetto ad ingannarlo, egli non arebbe rispetto a vituperarlo; tale che, parendo a Filippo essere impacciato, lo tirò drento in bottega e li disse: « Michele, tu sei stato ingannato; io sono uno uomo molto costumato, e non attendo a queste tristizie; sí che egli è meglio pensare come e’ s’abbi a ritrovare questo inganno, e che chi ha ricevuto piacere da te ti ristori, che entrare per questa via, e senza tuo utile vituperare me. [10] Però farai a mio modo; andra’tene a casa, e torna domani a me, e io ti dirò quello a che arò pensato ». [11] Partissi il fanciullo tutto confuso; pure, avendo a ritornare, restò paziente. [12] E rimasto Filippo solo, era angustiato dalla novità della cosa, e, scarso di partiti, fluttuava come il mare di Pisa quando una libecciata gli soffia nel forame; per che e’ diceva: « Se io mi sto cheto, e contento Michele con un fiorino, io divento una sua vignuola, fommi suo debitore, confesso il peccato, e di innocente divento reo; se io niego senza trovare il vero della cosa, io ho a stare al paragone di un fanciullo, hommi a giustificare seco, ho a giustificare gli altri, tutti i torti fieno i mia; se io cerco di trovarne il vero, io ne ho a dare carico a qualcuno, potrei non mi apporre, farò questa inimicizia, e con tutto questo non sarò giustificato ».

[13] E stando in questa ansietà, per manco tristo partito prese l’ultimo; e fugli in tanto favorevole la fortuna, che la prima mira che pose, la pose al vero brocco, e pensò che il Brancaccio gli avesse fatto questa villania, pensando che egli era macchiaiuolo, e che altre volte gli aveva fatto delle natte, quando lo botò a’ Servi. [14] E andò in su questo a trovare Alberto Lotti, verbigrazia, e narratoli il caso e déttoli l’oppenione sua, e pregatolo avesse a sé Michele, che era suo parente, vedesse se poteva riscontrare questa cosa. [15] Giudicò Alberto, come pratico e intendente, che Filippo avesse buono occhio, e, promessoli la sua opera francamente, mandò per Michele, e abburattatolo un pezzo, li venne a questa conclusione: « Darebbet’egli il cuore, se tu sentissi favellare costui che ha detto di essere Filippo, di riconoscerlo alla boce? ». [16] A che il fanciullo replicato di sí, lo menò seco in Santo Ilario, dove e’ sapeva il Brancaccio si riparava, e faccendogli spalle, avendo veduto il Brancaccio che si sedeva fra un monte di brigate a dir novelle, fece che il fanciullo se gli accostò tanto, che l’udí parlare; e girandosegli intorno, veggendolo il Brancaccio, tutto cambiato se li levò dinanzi: donde a ciascuno la cosa parse chiara, di modo che Filippo è rimaso tutto scarico, e il Brancaccio vituperato. [17] E in Firenze in questo carnasciale non si è detto altro, se non: « Se’ tu il Brancaccio, o se’ il Casa? »; « et fuit in toto notissima fabula celo ». [18] Io credo che abbiate aúto per altre mani questo avviso; pure io ve l’ho voluto dire piú particulare, perché mi pare cosí mio obbligo.

[19] Alla vostra io non ho che dirvi, se non che seguitiate l’amore totis habenis; e quel piacere che voi piglierete oggi, voi non lo arete a pigliare domani; e se la cosa sta come voi me l’avete scritta, io ho piú invidia a voi che al re di Inghilterra. [20] Priegovi seguitiate la vostra stella, e non ne lasciate andare un iota per cosa del mondo, perché io credo, credetti e crederrò sempre che sia vero quello che dice il Boccaccio, che gli è meglio fare e pentirsi, che non fare e pentirsi.

[21] Addí 25 di febbraio.

[22] Niccolò Machiavelli in Firenze

250

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

(Firenze, 16 aprile 1514)

[1] Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

[2] Sarà egli però, doppo mille anni, cosa reprensibile che io vi scriva altro che favole? [3] Credo di no; e però a me pare, posposto ogni rispetto irragionevole, da pregarvi che voi mi sviluppiate una matassa che io ho nella testa. [4] Io veggo il re di Spagna – il quale, poi che egli entrò in Italia, è stato sempre il primo motore di tutte le confusioni cristiane – posto in mezzo, al presente, di molte difficultà. [5] Parmi, prima, che non faccia per lui che Italia stia con questo viso, e che non possa comportare in essa tanta potenza e della Chiesa e de’ Svizzeri, parendoli avere piú timore dello stato di Napoli ora, che quando ci erano i Franzesi: perché tra Milano e Napoli era allora il papa, il quale non dovea lasciare insignorire del Reame i Franzesi, per non rimanere in mezzo; ma ora intra il papa, Svizzeri e lui non ci è mezzo veruno. [6] Parmi, ancora, che stando le cose di là da’ monti in guerra non faccia per lui, perché sempre non può riuscire la guerra tavolata, come l’anno passato, e sarebbe a lungo andare necessario che il re di Francia o vincesse o perdesse. [7] Nell’uno e nell’altro di questo non vi è la securtà di Spagna; e quando non nascesse una terza cosa, che si straccassino, potrieno voltarsi tutti a’ danni della cagione del loro male, perché è da credere che ’ suoi tranelli sieno conosciuti, e che gli abbino cominciato a generare fastidio e odio nelli animi delli amici e de’ nimici.

[8] Concludo adunque, le cose nello essere presente non faccendo per lui, conviene si ingegni variarle; a volere variare quelle di Italia con sua maggiore securtà, conviene che cavi li Svizzeri di Milano, e non vi metta Francia. [9] In questo egli ha due difficultà: l’una, come senza Francia egli ne possa cavare li Svizzeri; l’altra, chi egli v’abbia a mettere. [10] Perché, considerato il primo caso, io non credo che Francia convenga mai di venire con tutte le sue forze in Lombardia, se non ne ha a rimanere patrone; e quando e’ patti fossero pure che vi venisse o per darlo al secondo figliuolo del re Filippo, come suo genero, o ad altri, non so, trovandosi piú potente di forze (se non fosse sempre un babbione), come se lo osservasse, né so come Spagna si possa fidare di questa promessa. [11] Ch’e’ Svizzeri se ne possino cavare senza Francia, io credo che ciascuno dirà di no, perché, considerato chi e’ sono, dove e’ sono, quanti e’ sono, e l’animo che gli hanno preso, giudicherà senza le forze di quel re che sia impossibile trarnegli. [12] La seconda difficultà, del darlo, alla Chiesa non credo lo dia, a’ Veniziani tanto meno, per sé proprio non può pigliarlo. [13] Potrebbelo dare, come si dice, al nipote, che è piú ragionevole; tamen non vi è veruna sicurtà sua, perché viene per ora a darlo allo imperadore, e come lo imperadore si vedesse governatore di Milano, li verrebbe subito voglia di diventare imperadore di Italia, e comincerebbesi da Napoli, dove e’ Tedeschi ebbono prima ragione che gli Spagnuoli.

[14] Dipoi ci veggo, quando si pigli per lo arciduca contro alla voglia de’ Svizzeri, difficultà nel tenerlo, e massime senza l’armi di Francia, perché se ’ Svizzeri non potranno sostenere la piena quando la verrà, la lasceranno passare, e subito che la sia passata vi rientrerranno, perché sanno che se un duca non vi tiene sempre 20 mila fanti e 6 mila cavalli almeno, non vi starà mai sicuro da loro; e a tenere questi, Spagna e lo imperadore non bastano. [15] Di qui nasce ch’e’ Svizzeri, nonostante le pratiche che sentono tenersi che si abbi a dare quel ducato all’arciduca, stanno duri contro a Francia, e di queste pratiche non mostrano curarsi, perché gli stimano che altri che Francia non possa tenere quel ducato contro alla loro voglia; e però si oppongono a Francia, e delli altri si fanno beffe. [16] Vorrei pertanto, signore oratore, che voi in prima mi rispondessi se questi mia presupposti vi paiono veri, e quando vi paino, che voi me gli risolviate; e se voi vorrete intendere la resoluzione mia, ve ne scriverrò a lungo molto volentieri.

[17] Sono offiziali di Monte il magnifico Lorenzo, Lorenzo Strozzi, Lorenzo Pitti, Ruberto de’ Ricci e Mattio Cini. [18] Non hanno fatto uffiziali di vendite; resta la composizione a loro, e io ho a capitare loro alle mani con nove fiorini di decima e quattro e mezzo d’arbitrio, che me ne va l’anno in 40 fiorini, e ne ho 90 d’entrata o meno. [19] Io mi arrabatto qua il meglio che posso; se a voi paresse di scrivere una lettera ad alcuno di questi uffiziali, e fare loro fede della mia impossibilità, me ne rimetto a voi. [20] Al Magnifico non bisogna scrivere, perché non vi si raguna; basta a uno o dua di quelli altri.

[21] Addí 16 di aprile 1514.

[22] Niccolò Machiavegli in Firenze

Appendice

[14] Pertanto, considerato tutto, a me pare che Spagna non possa sopportare che Italia stia cosí, né possa con sua securtà mutarla. [15] Quanto alle cose di là da’ monti, gli conviene a fare loro mutare viso, che tramuti la guerra . . . [16] A questo gli bisogna avere questa avvertenza, che la guerra si lievi da Francia, ma non il sospetto della guerra, perché ogni volta che quel re sia di là da’ monti senza guerra e senza sospetto di essa, egli rimarrà sí gagliardo, che non potrà né tenerlo né regolarlo. [17] Come questo si possa fare, io non lo so, e veggoci drento infinite difficultà, perché a volere far questo bisognerebbe avere legato per un filo Francia, imperadore e Svizzeri, e tutti allentassero quando egli dicesse: « Allenta! », e tirassono quando e’ dicesse: « Tira! ». [18] Ora, se alcuno mi domandasse: « Come credi tu che e’ la pigli? », io li risponderei che non lo sapessi, e se io mi immaginassi qualche cosa, che non gliene volessi dire.

251

Niccolò Machiavelli a Giovanni Vernacci

(Firenze, 20 aprile 1514)

[1] Domino Giovanni di Francesco Vernacci. In Pera

[2] Carissimo Giovanni, io ho dua tue lettere in questo ultimo, per le quali mi commetti vegga di ritrarre quelli danari della monaca dal Monte, a che, come prima si potrà, attenderò; perché, se non passa l’ottava di Pasqua, non posso attendere, per non si potere andare a’ munisteri. [3] Attenderovvi poi, e del seguíto te ne darò notizia.

[4] Io vedrò con Lorenzo e con altri se io ti potrò indirizzare faccenda alcuna; e potendosi, lo intenderai. [5] Egli è uno artefice ricchissimo, che ha una sua figliuola un poco zoppa, ma bella per altro, buona e d’assai; e secondo li altri artefici è di buone genti, perché ha li uffizi. [6] Io ho pensato che quando e’ ti desse dumila fiorini contanti di suggello, e promettésseti aprirti una bottega d’arte di lana e farviti compagno e governatore, per avventura sarebbe el bisogno tuo pigliandola per moglie, perché io crederei che ti avanzassi 1500 fiorini, e che con quelli e con lo aiuto del suocero tu potessi farti onore e bene. [7] Io ne ho ragionato cosí al largo, e mi è parso scrivertene a ciò che tu ci pensi, e per il primo me ne avvisi, e parendoti me ne dia commissione.

[8] Cristo ti guardi. In Firenze, addí 20 d’aprile 1514.

Niccolò Machiavegli

[9] Potrebbesi fare che tu stessi due o tre anni a menarla, se tu volessi stare qualche tempo di costà.

252

Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

(Roma, 16 maggio 1514)

[1] Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli, addí 16 di maggio 1514

[2] De’ presuppositi che voi fate ne appruovo qualcuno in tutto, e qualcuno varia un poco dalla mia fantasia. [3] Appruovo il primo: che il re di Spagna, poi che entrò in Italia, sia stato causa al tenerla sempre in guerra, e questo abbia fatto perché, parendoli avere il regno di Napoli in puntelli, come ci ha veduto alcuno piú grande di lui, ha temuto che non li tolga quello stato e ha messo sospetto ad altri, per avere compagni ad abbassare quello che ha veduto grande. [4] Non mi pare già che egli abbia avere quel medesimo o maggior sospetto al presente del papa e de’ Svizzeri, che aveva de’ Franzesi, perché i Franzesi erono in sull’arme gagliardi, e stàvonvi sempre; aveano parte nel Regno; egli l’aveva loro usurpato con fraude e tranelli, e poteva pensare che di continuo pensassono al riaverlo, ancora che il papa fosse in mezzo, per il quale non si faceva che il regno di Napoli e il ducato di Milano fosse in mano di un medesimo. [5] Potevasi presupporre che il papa era desideroso di acquistare alla Chiesa imperio, e segni se ne sono visti, in modo che facilmente poteva nascere convenzione tra i Franzesi e il papa, che gli aiutassono pigliare quel regno; e l’odio avevano i Franzesi contro gli Spagnuoli era tale da credere vi avessino a prestare orecchi. [6] Ora il papa non può cacciare gli Spagnuoli del Regno per sé medesimo, ma ha bisogno de’ Svizzeri, i quali vogliono assai danari; hagli a condurre dal principio di Italia nella fine di essa, e bisogna che la preparazione si vegga; non ha parte nel Regno; è uomo disideroso di quiete; non ha l’arme in mano da sé, ma bisogna si fidi di altri. [7] Ancora che abbia il magnifico Giuliano, egli non è sino a qui esperto, non ha soldati propri, e bisogna adoperi de’ soldati condotti: se saranno Colonnesi, non gli tôrranno mai quello stato, perché non vorranno; se saranno Orsini, i Colonnesi (che combatteranno per la fazione) gli faranno tale resistenzia, che sarà impossibile faccia progresso. [8] E per questo concludo che Spagna aveva piú paura di Francia quando era signore di Milano, che non ha al presente del papa con i Svizzeri.

[9] Vengo bene nell’oppenion vostra, che per Spagna non faccia la guerra di là da’ monti tra Francia e Inghilterra, e che disideri posarla per le ragioni ne dite, le quali mi satisfanno assai. [10] Credo ancora che vorrebbe le cose di Italia variassero, massime quelle di Milano, e che vorrebbe trarne il presente duca di stato, che sarebbe trarne i Svizzeri, e non vi mettere Francia; e credo che egli non vorrebbe venire a rottura con li Svizzeri, né vorrebbe entrare in possessione con l’aiuto di Francia, perché dubiterebbe di quello che dite voi, che Francia, venendo gagliardo in pigliare quello stato, non lo ritenesse poi per sé. [11] Né è da credere voglia che questo stato venga in mano della Chiesa, né in mano de’ Viniziani, né che pensi poterlo pigliare e tenere per sé; non che non vi fosse la volontà, ma sa che arebbe contro i Svizzeri, lo imperatore e tutti i popoli. [12] Ma egli fa un conto, che il re dia la sua secondagenita a Ferrando suo nipote, e per dote le ragioni di Milano, e che si obblighi con tante genti aiutarne cacciare il presente duca; e questo pensa abbia acconsentire lo imperatore, e credo li riuscirà. [13] Disegna poi che come questo accordo si scuopre, che il presente duca impaurisca, e che ’ suoi governatori, i quali sono tutti imperiali, li persuadino a pigliare accordo, e che egli, senza aspettare guerra e senza che genti abbiano a venire di Francia, abbia a consegnare le fortezze in mano a Ferrando detto, e che li popoli abbiano accettare le genti sue, e cosí senza guerra diventare signore di quello stato; e assai diventa egli, quando lo pigli il nipote, che ha x anni, e egli lo ha allevato e assueto sotto uomini spagnuoli, e pensa averlo a governare, massime insino che arà 20 anni. [14] E credo che cosí come il presente duca contenta i Svizzeri con danari, ancora egli farà il medesimo, e che questo giovane abbia avere favorevole la parte guelfa, avendo le ragioni di Francia e la figlia per moglie, e la parte ghibellina, essendo nipote dello imperatore. [15] E benché conosca l’animo dell’imperatore vòlto a guerra e instabile, e sappia che se governasse Milano gli verrebbe voglia di pigliare Napoli, non crede che questo possa seguire, perché pensa avere egli a governare questo putto; e essendo nutrito appresso di lui, pare conveniente che abbia ministri spagnuoli, i quali, insino non si saprà governare da sé, lo manterranno in questa oppenione; né teme de’ Svizzeri, i quali accorderà con danari. [16] Oltre a questo, quello stato arà in favore Francia, che gli è vicina, e quella parte di Alamagna che tiene lo imperatore. [17] Ora, compare mio, se voi mi domandassi se queste cose che Spagna si persuade sono ragionevoli, vi direi di no; nondimeno, come voi mi scriveste anno, che me ne ricordo, questo Cattolico, con tutti i gran progressi che gli ha fatti, io lo tengo piú presto fortunato che savio; e perché meglio questo si possa vedere, essamineremo un poco le azioni sue pubbliche, e lasceremo quelle ha fatte in Spagna e contro a’ Mori, perché di queste non ho vera notizia: parleremo di quello che voi e io ci ricordiamo.

[18] Nel ’94, egli, per riavere Perpignano, s’accordò con il re Carlo, non curò il parentado, non curò l’onore che la Casa d’Aragona perdesse un regno, non pensò che accrescendo il re di Francia di uno stato sí grande come il regno di Napoli era facil cosa diventasse tanto gagliardo da poterli ritôrre Perpignano, e dell’altre cose. [19] Avveddesi poi dell’errore che aveva fatto, e non curando della fede, poi che Francia ebbe preso Napoli, si accordò con l’imperatore e con il papa, con Milano e Viniziani, né pensò a quello che accadde, che questi altri si accorderebbono e la guerra rimarrebbe addosso a lui, come gli intervenne; ma l’aiutò la fortuna, ché il re Carlo morí. [20] Seguí il presente re, volle venire a pigliare Milano, che era pigliare una porta del Regno: egli non lo impedí, né lo proibí pure con parole. [21] Prese Milano, e facilmente poteva pigliare Italia; egli non si impacciò di niente, né quando il papa tiranneggiava Roma, né quando il Valentino distruggeva e saccheggiava Italia. [22] Venne volontà al re di Francia pigliare Napoli, e egli si accordò di averne la metà, e poteva pensare che essendo i Franzesi sí forti in Italia, l’avessero a cacciare di quella parte che gli toccava. [23] Il mal governo de’ Franzesi e la prudenzia di Consalvo fece che riuscí il contrario; e con arte, inganni e promesse fece al re di Francia quello che non seppe fare a lui. [24] Lasciollo di poi pigliare Genova, nel qual tempo, se voleva seguire, pigliava il Regno e tutto il resto di Italia. [25] Fecesi l’accordo di Cambrai: Spagna acconsentí, e poteva facilmente comprendere che se Francia vinceva, poteva ciò che voleva; se i Viniziani vincevano, era il medesimo, e l’uno e l’altro era per nuocerli. [26] Ma come Francia ebbe vinto, gli parve essere in pericolo, e contro a ragione, perché aveva visto segni che egli non voleva passare i termini suoi; pure seguí in questo suo pensiero, e messe sospetto al papa, e offerse esserli fautore, e cominciò aiutarlo solo con 300 lance; e non contentava il papa, e faceva contro il re. [27] Il papa perdé, e se messer Gianiacopo seguiva la vittoria, il regno di Napoli era perduto. [28] Di nuovo si accordò con il papa, e seguinne la rotta di Ravenna, e allora il regno non aveva rimedio; furonli favorevole la fortuna e le discordie che erono tra Sanseverino e Trivulzio. [29] Nondimeno, non contento a questo, con un capo piú presto da stare in camera che in campo, essendo egli lontano mille miglia, rimesse su il Viceré, il quale gli ha messo due volte quello essercito in sul tavoliere, donde, se era rotto, ne seguiva la perdita delli stati suoi: come quando venne a Firenze, dove portò pericolo, e non faceva per il re rimettere un cardinale, che ha dependere dal papa, in casa; l’altra, questo anno, a Vicenzia, quando si condusse in luogo, che altro che la poca pazienzia di Bartolomeo d’Alviano non lo poteva aiutare. [30] Ma l’anno passato, quando egli fece la triegua, non dette egli un’altra volta in mano al re di Francia Italia? Né gli seppe essere amico, né inimico. [31] Sí che chi considerrà bene le azioni sue lo giudicherà fortunato, e che ogni cosa gli sia successa bene; ma che l’abbi cominciate da prudente, questo nessuno di buona mente potrà giudicare.

[32] Compare mio, io so che questo re e questi principi sono uomini come voi e io, e so che noi facciamo dimolte cose a caso, e di quelle che ci importano bene assai: e cosí è da pensare che faccino loro. [33] Questo re di Spagna ama assai Ferrando suo nipote, e gli vorrebbe dare uno stato in Italia, e la volontà lo traporta in modo, che non vede tutti i pericoli ne’ quali entra; oltre a questo, chi è uso a vincere non li pare mai potere perdere. [34] Sommi ricordato di uno altro suo errore. [35] Egli fece ogni opera che papa Leone fosse fatto papa, e cosí aveva dato ordine alli suoi agenti, quando intendeva che Giulio era ammalato; né avvertiva che faceva un papa de’ piú nobili fosse in corte, di piú stato e di piú riputazione, e che il regno di Napoli sempre era stato molestato da’ pontefici; e si aveva a sforzare fosse eletto un papa della fazion sua, ma debole. [36] E come l’ebbe aiutato farsi papa, fece la triegua con Francia, senza fargliene pure intendere una parola, che non fu altro che cominciare a perdersi il benifizio gli aveva fatto. [37] E cosí, chi andasse essaminando bene ritroverrebbe delli altri, i quali non ho ora in fantasia.

[38] Se io vi ho a dire come la intendo, a me non pare che faccia per Spagna il fare questo parentado. [39] E prima, Spagna non ha in mano lo stato, ma l’ha il presente duca; bisogna dunque che accordi con Francia che egli abbia ad aiutargliene ripigliare, perché per sé medesimo non è atto, essendosi vista la pruova, che i Svizzeri l’hanno difeso da maggiore esercito del suo; né può sperare tale aiuto dallo imperatore, che possa sperare con esso avere a entrare in possessione dello stato, perché egli non ha tanta gente né tanti danari che possa ostare a’ Viniziani sbattuti e rovinati, non che ad aiutare altri. [40] Se Francia l’aiuta, ha la parte nello stato, e ne diventerà signore; e, come voi dite, se non è un babbione lo riterrà per sé, né gli darà noia quello che dicono molti, che per sicurtà Spagna vorrà la figlia in mano, perché saprà bene che a una figlia di cinque anni non li sarà fatto altro che onore e carezze; e vendicherassi di Spagna con quelle medesime arti è stato offeso da lui piú volte. [41] Non fa per Spagna ancora trarre questa voce fuori, di volere fare questo parentado, con il quale impaurisce tutta Italia; e se in essa fosse niente di virtú, non è però sí debole di gente d’arme né di danari, che con condurre 6 mila Svizzeri, che farebbono presto, non si potesse rovinare questo essercito spagnuolo, che non ha in fatti piú che 3 mila a piè e 600 lance; e se l’essercito si rovinasse, sarebbe facile a cacciarlo del Regno, né egli potrebbe a questo fare riparo presto, e Francia, che ha le genti in ordine, starebbe a vedere il giuoco e se ne riderebbe. [42] Vedesi ancora che Spagna ha sempre amato assai questo suo Viceré, e per errore che abbia fatto non l’ha gastigato, ma piú presto fattolo piú grande; e puossi pensare, come molti dicono, che sia suo figlio, e che abbia fantasia lasciarlo re di Napoli. [43] Se mette questo suo nipote in Milano, questo altro suo disegno è rotto, perché egli sarà sí grande, che, non che Napoli, dove arà molte ragioni, gli sarà facile pigliare tutto il resto di Italia. [44] Non voglio parlare se per Francia fa questo parentado o no, perché egli mi pare condotto dalla forza, perché ha avuto già piú anni tante spese e cosí mala sorte, che credo non vegga l’ora da essere fuori di guerra.

253

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

(Firenze, 10 giugno 1514)

[1] Magnifico oratori Florentino Francisco Victorio apud Summum Pontificem. Rome

[2] Magnifico oratore, io ricevei due vostre lettere essendo in villa, dove con la mia brigata mi truovo, che me le mandò Donato da parte del Brancaccio. [3] Feci a quelle quella risposta mi parve conveniente, e circa a’ miei casi privati, e circa lo amore vostro e le altre cose; ma venendo dua dí sono in Firenze, io le sdimenticai, di modo che, parendomi fatica a rescriverle, ve le manderò un’altra volta, e per ora vi scriverrò questa, acciò che sappiate che le vostre sono arrivate salve; e brevemente vi dirò come io non sono venuto costí, tenuto da quelle cagioni che voi ora mi chiarite, le quali mi intendevo prima per me stesso. [4] Starommi dunque cosí tra ’ miei pidocchi, senza trovare uomo che della servitú mia si ricordi, o che creda che io possa essere buono a nulla. [5] Ma egli è impossibile che io possa stare molto cosí, perché io mi logoro, e veggo, quando Iddio non mi si mostri piú favorevole, che io sarò un dí forzato ad uscirmi di casa e pormi per ripetitore o cancelliere di un connestabole, quando io non possa altro, o ficcarmi in qualche terra deserta ad insegnare leggere a’ fanciulli, e lasciare qua la mia brigata, che facci conto che io sia morto; la quale farà molto meglio senza me, perché io le sono di spesa, sendo avvezzo a spendere, e non potendo fare senza spendere. [6] Io non vi scrivo questo perché io voglia che voi pigliate per me o disagio o briga, ma solo per sfogarmene, e per non vi scrivere piú di questa materia, come odiosa quanto ella può.

[7] De amore vestro, io vi ricordo che quelli sono straziati dallo Amore, che quando e’ vola loro in grembo lo vogliono o tarpare o legare; a costoro, perché egli è fanciullo e instabile, e’ cava gli occhi, le fegate e il cuore. [8] Ma quelli che quando e’ viene godano seco e lo vezzeggiano, e quando e’ se ne va lo lasciano ire, e quando e’ torna lo accettono volentieri, e sempre sono da lui onorati e carezzati, e sotto il suo imperio trionfano. [9] Pertanto, compare mio, non vogliate regolare uno che vola, né tarpare chi rimette per una penna mille; e goderete.

[10] Addí x di giugno 1514.

[11] Niccolò Machiavelli in Firenze

254

Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

(Roma, 27 luglio 1514)

[1] Spectabili viro Nicolò Machiavelli etc. † Addí 27 di luglio 1514

[2] Compar mio, non vi maravigliate che io non v’abbi risposto a una vostra de’ 10 di giugno, perché aspettavo quella che voi dicevi aver lasciato in villa, e poi vi volevo rispondere. [3] Oltre a questo, voi in essa mi parevi fuor di modo afflitto, e io non potevo consolarvi come arei desiderato e come desidero, perché non sarebbe carico né fatica né incomodo che per voi non pigliassi. [4] E ancora che per la mia vi dicessi il rispetto avevo avuto a non vi chiamare quassú, vi dico per questa che, quando crediate sia a vostro proposito, non guardiate a quello, e vegnate liberamente, come se venissi in casa vostra. [5] Perché, ancora che a me caschino piú dubbi nella mente che a tutti li altri uomini, nondimeno mi guardo da offendere nessuno; e segua poi che vuole.

[6] Per la vostra de’ 22 di questo intendo quello mi scrivete circa a Donato; però io vi voglio replicare tutto quello ho operato in questo caso, e perché domandavo la lettera de’ cento ducati. [7] Un anno fa Donato mi scrisse che desiderava esser imborsato, e cosí per sua parte ricercai il magnifico Giuliano: lui ne scrisse a Lorenzo, né so che effetto si facessi la lettera, se non che Donato mi ricercava del medesimo, in modo che io, stimando che la lettera di Giuliano non facessi frutto, ne chiesi una al cardinale de’ Medici. [8] Promisse farla; ma intanto Lorenzo venne qui, di dicembre passato, e allora feci che ’l cardinale gnene parlò, e ancora io, e lui promisse liberamente farlo imborsare. [9] Successe poi che Donato e ancor voi pensasti che era meglio far vedere, dicendo che in questo spenderesti ducati cento. [10] Io, che non confidavo in una lettera semplice del cardinale, ne conferi’ con quello amico sapete, dicendoli: « Quando ci riesca, ne caveremo ducati cento ». [11] Lui disse: « Fa’ che ’l cardinale me ne dia commessione, e lascia poi fare a me », in modo che la feci dare, non una volta, ma dua; e allora vi domandai per lettera quando era il tempo che toccassi la minore al nostro gonfalone. [12] Il tempo era lungo, come sapete, in modo che allora non si poté fare niente.

[13] Cominciai dipoi a ricordare e’ Signori, e trovai l’amico non vòlto come prima. [14] Dubitai non diffidassi de’ cento, con pensare che, avendogli avere da me, farei a sicurtà; e però scrissi a Donato che ordinassi ch’e’ danari fussino qui. [15] Né questo feci perché, ancor che io sia povero, non abbi modo a spendere cento ducati per uno amico, ma solo per poterli dire: « Ecco qui la lettera d’avviso al tal banco, che mi paghi e’ danari a posta mia ». [16] E accadde appunto ch’una mattina che l’amico desinava meco, venne una lettera di Donato con una inclusa a Piero del Bene e compagnia. [17] Domandòmi che lettera fussi, e io gnene dissi; e subito mandai uno a portare la lettera a’ Beni, a domandare se me la pagassino quando volessi. [18] Loro risposono che la pagherebbono ogni volta, ma che non volevono stare ubbrigati dua mesi, ma bastava loro stare ubbrigati sei dí. [19] Questa risposta non li satisfece; sebbene io li dissi: « Io mi farò dare ’ danari, e quando la cosa fia condotta, li arete », non li piacque, come quello che non li voleva avere aver da me. [20] E io in fatto non ero per toccare e’ danari insino l’effetto non fussi seguíto, perché non voglio che sia mai uomo che pensi che per simil conto mi voglia valere né far fare nessuno. [21] A me bastava solo ch’e’ Beni dicessino che mi pagherieno e’ cento ducati sempre, intra sei mesi, che io li volessi; e io arei potuto monstrare all’amico mio questo, e forse si saria satisfatto. [22] Ma loro me li volevono dar contanti, il che non era il bisogno. [23] Nientedimeno, il caso è qui. [24] Di nuovo rappiccherò questo filo: se lui vorrà scrivere in nome del cardinale, in buona ora; se non, arò a ogni modo una lettera del cardinale a Lorenzo, e una ne scriverrò io, e vedremo che effetto farà. [25] Non biasimerei però che Donato facessi costí qualche opera col magnifico Giuliano, che crederrei fussi a proposito. [26] E pensate che di quello potrò fare non ho a mancare; e sono tutto vostro e suo.

[27] Cristo vi guardi.

Franciscus Victorius orator. Rome

255

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

(Firenze, 3 agosto 1514)

[1] A Francesco Vettori in Roma

[2] Voi, compare, mi avete con piú avvisi dello amor vostro di Roma tenuto tutto festivo, e mi avete levato dallo animo infinite molestie, con leggere e pensare a’ piaceri e alli sdegni vostri, perché l’uno non sta bene senza l’altro. [3] E veramente la Fortuna mi ha condotto in luogo, che io ve ne potrei rendere giusto ricompenso; perché, standomi in villa, io ho riscontro in una creatura tanto gentile, tanto delicata, tanto nobile, e per natura e per accidente, che io non potrei né tanto laudarla, né tanto amarla, che la non meritasse piú. [4] Arei, come voi a me, a dire i princípi di questo amore, con che reti mi prese, dove le tese, di che qualità furno; e vedresti che le furono reti d’oro, tese tra fiori, tessute da Venere, tanto soavi e gentili, che benché un cuor villano le avesse potute rompere, nondimeno io non volli, e un pezzo mi vi godei dentro, tanto che le fila tenere sono diventate dure, e incavicchiate con nodi irresolubili. [5] E non crediate che Amore a pigliarmi abbia usato modi ordinari, perché, conoscendo non li sarebbono bastati, tenne vie estraordinarie, dalle quali io non seppi e non volsi guardarmi; bastivi che, già vicino a cinquanta anni, né questi soli mi offendono, né le vie aspre mi straccano, né le oscurità delle notti mi sbigottiscano. [6] Ogni cosa mi pare piano, e a ogni appetito, eziam diverso e contrario a quello che doverrebbe essere il mio, mi accomodo. [7] E benché mi paia essere entrato in gran travaglio, tamen io ci sento dentro tanta dolcezza, sí per quello che quello aspetto raro e suave mi arreca, sí eziam per avere posto da parte la memoria di tutti e’ mia affanni, che per cosa del mondo, possendomi liberare, non vorrei. [8] Ho lasciato dunque i pensieri delle cose grandi e gravi: non mi diletta piú leggere le cose antiche, né ragionare delle moderne; tutte si sono converse in ragionamenti dolci, di che ringrazio Venere e tutta Cipri. [9] Pertanto, se vi occorre da scrivere cosa alcuna della dama, scrivetelo, e dell’altre cose ragionerete con quelli che le stimono piú e che le intendono meglio, perché io non ci ho mai trovato se non danno, e in queste sempre bene e piacere.

[10] Valete. Ex Florentia, die iii Augusti 1514.

Vostro Niccolò Machiavelli

256

Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

(Roma, 3 dicembre 1514)

[1] Spectabili viro Nicolò di messer Bernardo Machiavelli. In Firenze † Addí 3 di dicembre 1514

[2] Compar mio caro, non vi maravigliate che, benché siate « spectatus satis, et donatus iam rude, queram iterum te antiquo includere ludo », perché non lo fo se non per provare se vi potessi giovare. [3] Potrestimi dire avere avuto da me da un tempo in qua molte parole, alle quali effetti non sono corrisposti; a che io ho la scusa facile, che non avendo potuto giovare a me, non vi potete giustamente maravigliare non abbi giovato a voi; e credo siate chiaro che la volontà buona non è mancata.

[4] Io voglio al presente mi rispondiate a quello vi domanderò; e prima vi fo questo presupposito: che il papa desidera mantenere la Chiesa in quella dignità spirituale e temporale che l’ha trovata, e in quella giurisdizione, e piú presto accrescerla. [5] Fo poi questo altro: che ’l re di Francia voglia a ogni modo far forza di riavere lo stato di Milano, e che e’ Veniziani sieno collegati con lui in quel modo erono l’anno passato. [6] Presuppongo che lo imperatore e il Cattolico e Svizzeri sieno uniti a difenderlo: ricercovi quello che debbe fare il papa, secondo l’oppenione vostra. [7] Se s’unisce con Francia, quello può sperare da lui, vincendo, e quello può temere, se perde; quello può temere delli avversari, sendo unito con lui; se s’unisce con questi altri, quello può temere da Francia, vincendo, e quello può sperare o temere dagli avversari, se vincono; se sta neutrale, quello può temere da Francia, vincendo, o da questi altri, quando vincessino loro. [8] Se vi pare ancora che, appiccandosi dallo imperatore e Cattolico, che facci per loro ingannarlo e accordarsi con Francia; se giudicheresti, in ultimo, che quando e’ Veniziani lasciassino Francia e s’accordassino con questi altri, che pel papa facessi unirsi insieme con loro, per tenere che Francia non venissi in Italia.

[9] Son certo che la dimanda mia è difficile, e che io l’ho esplicata piú presto confusa che altrimenti; voi, con la prudenzia vostra e ingegno e pratica, saprete meglio intendere quello ho voluto dire, che io non ho saputo scrivere. [10] E vorrei mi discorressi in modo questa materia, che voi pensassi che lo scritto vostro l’avessi a vedere il papa; e non pensate che ne voglia fare onore a me, perché vi prometto monstrarla per vostra, quando giudichi a proposito, né io mi dilettai mai tôrre l’onore e la roba a nessuno, e massime a voi, il quale amo come me medesimo. [11] Avete a intendere, circa questo dico di sopra, che la triegua tra Francia e Ispagna finisce al principio d’aprile, e che ancora che Inghilterra abbi parentado e pace con Francia, pure si può pensare, benché di questo non s’abbi certezza, che la grandezza sua in Italia non li piacerà. [12] Esaminate tutto: e vi conosco di tal ingegno, che, ancora che sieno dua anni passati vi levasti da bottega, non credo abbiate dimenticato l’arte.

[13] A Donato mi raccomandate, e diteli che ’l cavaliere de’ Vespucci spesso m’ha ricordato la faccenda sua, e che io penso provare di nuovo, e se non mi riuscirà, che m’arà per scusato.

[14] Cristo vi guardi. Rispondete, quanto piú presto tanto meglio.

[15] Franciscus Victorius orator Rome

257

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

(Sant’Andrea in Percussina, 4 dicembre 1514)

[1] Francisco Vettorio oratori Florentino apud Summum Pontificem

[2] Magnifice orator, presentium exhibitor erit Niccolaus Tafanus, amicus noster. [3] Causa vie est soror, quam olim cuidam Johanni matrimonio tradidit; qui, licet anuli vinculo etiam astrictus fuerit, tamen omni spreto iuramento spretisque coniugalibus legibus istuc se transtulit, ubi diu commoratus est et moratur, oblitus matrimonii et uxoris. [4] Desiderat igitur hic noster horum alterum: aut Johannes secum ad uxorem huc accedat, aut illam, portione dotis quam accepit restituta, ordine repudiet; existimat enim omnia istic agi facillime posse, ubi vicarius Christi degit. [5] Super hoc igitur opem auxiliumque imploramus tuum, rogamusque ut maritum illum infidum accersas et ea autoritate qua polles cogas, adeo ut duobus Niccolais hoc valde efflagitantibus satisfiat. [6] Movet enim nos cum iustitia, que causam hanc nostram fovet, tum presentis viri totiusque familie alacritas, qua nichil est in hoc nostro rure suavius.

[7] Sed de Tafano satis. [8] Quod autem ad me pertinet, si quid agam scire cupis, omnem mee vite rationem ab eodem Tafano intelliges: quam sordidam ingloriamque non sine indignatione – si me ut soles amas – cognosces. [9] Quo magis crucior atque angor, quod videam ut inter tot tantasque magnifice Domus felicitates et urbis, soli michi Pergama restant.

[10] Ex Percussino, iiii die Decembris 1514.

Nicolaus Maclavellus

[Traduzione]

[2] Magnifico oratore, latore della presente sarà il mio amico Niccolò Tafani. [3] Causa del viaggio è sua sorella, che in passato egli dette in matrimonio a un certo Giovanni; il quale, benché legato anche dal vincolo dell’anello, nondimeno, spregiando il giuramento e le leggi coniugali, si trasferí costà, dove a lungo ha dimorato e dimora, dimentico del matrimonio e della moglie. [4] Questo mio amico chiede dunque una delle due cose: o che Giovanni torni insieme a lui dalla moglie, oppure che la ripudi legalmente, dopo aver restituito la parte di dote che ricevette; ritiene infatti che tutta la questione possa assai agevolmente essere trattata lí, dove risiede il vicario di Cristo. [5] A questo proposito imploro pertanto il tuo soccorso e il tuo aiuto, e ti chiedo di trarre in giudizio quel marito traditore, e, con tutta l’autorità che puoi mettere in campo, di forzarlo fino a che non si dia soddisfazione ai due Niccolò, che sollecitano questo con la massima insistenza. [6] Mi spingono, infatti, tanto la giustizia, che sta dalla parte di questa nostra causa, quanto la solerzia dell’uomo che hai di fronte e di tutta la sua famiglia, di cui niente si trova di piú amabile nelle nostre campagne.

[7] Ma basta del Tafani. [8] Per quanto riguarda me, se hai voglia di sapere che cosa io faccia, dallo stesso Tafani intenderai il genere di vita che conduco: non senza indignazione – se mi ami come eri solito fare – verrai a sapere quanto essa sia vile e oscura. [9] Ciò di cui piú mi cruccio e mi angustio è vedere come, fra tante e tali fortune della magnifica Casa e della città, solo per me Pergamo rimanga in piedi.

[10] Da Sant’Andrea in Percussina, 4 dicembre 1514.

Niccolò Machiavelli

258

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

(Firenze, 9 dicembre 1514)

[1] A Francesco Vettori oratore a Roma addí 10 di dicembre 1514 more Florentino

[2] Voi mi domandate quale partito potessi pigliare la Santità di Nostro Signore, volendo mantenere la Chiesa nella reputazione l’ha trovata, quando Francia con la aderenzia d’Inghilterra e Viniziani volessi in ogni modo recuperare lo stato di Milano, e dall’altro canto e’ Svizzeri, Spagna e imperadore fussino uniti a defenderlo. [3] Questa è in effetto la piú importante domanda vostra, perché tutte l’altre dependono da questa, e di necessità è, declararle volendo, declarare questa bene. [4] Io credo che non sia stato venti anni fa el piú grave articulo di questo, né so cosa delle passate sí difficile ad intendere, sí dubbia a giudicare e sí periculosa a resolvere e seguire: pure, sendo forzato da voi, io enterrò in questa materia, disputandola fedelmente almeno, se non sufficientemente.

[5] Quando uno principe vuole conoscere quale fortuna debbino avere dua che combattino insieme, conviene prima misuri le forze e la virtú dell’uno e dell’altro. [6] Le forze, in questa parte di Francia e d’Inghilterra, sono quelle preparazioni che si dicono fanno quelli re per questo acquisto, come è assaltare e’ Svizzeri in Borgogna con 20 mila persone, assaltare Milano con maggiore numero e con via maggior numero assaltare la Navarra per tumultuare e variare li stati di Spagna, fare una grossa armata in mare per assaltare Genova o el Regno, o dove altrove venga loro bene. [7] Queste preparazioni ch’io dico sono possibili a questi dua re, e a voler vincere necessarie; e però io le presuppongo vere. [8] E benché sia nello ultimo quesito vostro se si potessi pensare che Inghilterra si spiccassi da Francia, dispiacendogli la sua grandezza in Italia, io voglio questa parte disputarla ora, perché quando si spiccassi Inghilterra da lui, sarebbe fornita ogni quistione. [9] Io credo che la cagione perché Inghilterra si rimpiastrassi con Francia fussi per vendicarsi contro a Spagna delle ingiurie fattegli nella guerra di Francia; el quale sdegno è suto ragionevole, né veggo cosa che possa cosí presto cancellare questo, e spegnere l’amore della affinità contratta intra quelli dua re; né mi muove l’antica inimicizia delli Inghilesi e Franzesi, che muove molti, perché e’ populi vogliono quello che e’ re, e non e’ re quello che ’ populi. [10] Quanto a darli briga la potenza di Francia in Italia, converrebbe questo dovessi nascere o per invidia o per timore: la invidia potrebbe essere quando anche Inghilterra non avessi dove onorarsi e avessi a rimanere ozioso; ma potendo anche lui farsi glorioso in Spagna, la cagione della invidia cessa. [11] Quanto al timore, avete ad intendere che molte volte si acquista stato e non forze: e se considerrete bene, vedrete come al re di Francia, nello acquistare terre in Italia (quanto ad Inghilterra) è uno acquistare stato e non forze, perché con tanto essercito potrà egli assaltare quella isola sanza li stati in Italia, quanto con essi; e quanto alle diversioni per avere Milano, ne ha Francia a temere piú, avendo uno stato infido, e non sendo spenti e’ Svizzeri da muoverli co’ danari contro di lui, e’ quali trovandosi offesi da quello, li sarebbono nimici daddovero, e non come l’altra volta. [12] E perché e’ potrebbe anche essere che, acquistando Francia Milano, Inghilterra mutassi lo stato di Castiglia, potrebbe Inghilterra con lo acquisto suo offendere piú Francia, che Francia con lo acquisto di Milano lui, per le ragioni dette. [13] Pertanto io non veggo perché Inghilterra in questo primo impeto della guerra si abbi a spiccare da Francia, e però confermo quelle unioni e preparazioni di forze soprascritte essere necessarie e possibili. [14] Restanci e’ Viniziani, che sono di quello momento alle cose di questi re, che sono le forze di Milano a quell’altra banda, le quali giudico poche e deboli, e da potere essere ritenute dalla metà delle gente che si truovano in Lombardia. [15] Considerando ora e’ difensori di Milano, veggo e’ Svizzeri atti a mettere dua esserciti insieme da potere combattere con quelli franzesi che venissino in Borgogna e con quelli che venissino verso Italia, perché se in questo caso s’uniscono tutti e’ Svizzeri, e che sieno con e’ cantoni e’ Grigioni e e’ Vallesi, possono mettere insieme piú che 20 mila uomini per banda. [16] Quanto allo imperadore, perché io non so quello si facessi mai, io non voglio discorrere quello che ora e’ si potessi fare. [17] Ma raccozzato Spagna, imperadore, Milano e Genova, non credo possino passare 15 mila persone da guerra, non ci potendo Spagna sumministrare nuove forze, aspettando la guerra a casa. [18] Quanto al mare, se non manca loro danari, credo che fra e’ Genovesi e Spagna potranno fare armata da temporeggiare in qualche parte con quella delli avversari. [19] Credo pertanto che queste sieno le forze dell’uno e dello altro.

[20] Volendo al presente vedere donde la vittoria potessi pendere, dico che quelli re, per essere danarosi, possono tenere lungo tempo li esserciti insieme, quelli altri, per essere poveri, non possono, di modo che, considerato l’armi, l’ordine e il danaio dell’uno e dello altro, credo si possa dire che se si viene subito a giornata, la vittoria starà dalla parte di Italia; se si temporeggia la guerra, che la se n’andrà di là. [21] Dicesi, e pare ragionevole, che conosciuta e’ Svizzeri questa difficultà, e per venire a giornata presto, vogliono scontrare li esserciti franzesi in su’ monti di Savoia, acciò che quelli o, volendo passare, sieno forzati azzuffarsi, o, non s’azzuffando, tornare indreto, per la strettezza del sito e penuria di vettovaglie. [22] Se questo può riuscire loro, bisognerebbe, a giudicarlo, essere perito del paese e della guerra; nondimanco dirò questo: che mai nelle cose antiche ho trovato essere riuscito ad alcuno tenere e’ passi, ma ho ben visti molti avere lasciati e’ passi e aspettato e’ nimici suoi ne’ luoghi larghi, giudicando poter meglio difendersi, e con meno disordine esperimentare la fortuna della guerra. [23] E benché ci fussi qualche ragione da mostrare donde questo viene, le vo’ lasciare indreto, per non essere necessario a questo proposito discorrerle. [24] Considerato dunque tutto, veggo per questa banda di qua solo una speranza: venire a giornata presto, la quale anche potrebbono perdere. [25] Per la parte di Francia veggo potere etiam vincere la giornata, e, ducendo la guerra in lungo, non la potere perdere; e veggo per la parte di qua nel maneggio della guerra, intra li altri, dua periculi manifesti: l’uno, ch’e’ Franzesi con l’armata loro o per forza o d’accordo non entrino o nel Genovese o nel Toscano, dove subito che fussino, tutto el paese di Lombardia sarebbe per loro, e dimolti altri, che vivono chi paurosi chi malcontenti, correrebbono loro sotto, di qualità ch’e’ Franzesi, trovando da essere ricevuti, potrebbono dondolare e straccare e’ Svizzeri a loro piacere. [26] L’altro periculo è che quelli cantoni che sono a’ confini di Borgogna, a’ quali toccherà tutto el pondo della guerra che si farà da quella parte, se la veggono durare troppo, non forzino li altri a fare accordo con Francia. [27] Di questo mi fa dubitare assai l’essemplo del duca Carlo, il quale li aveva, guerreggiando e scorrendo da quella parte, in modo stracchi, che li mandorno el foglio bianco, e arebbegli spacciati in tutto, se non si fussi ad un tratto obbligato alla giornata. [28] E perché alcuno spera o teme ch’e’ Svizzeri per poca fede potrebbono voltarsi e accordarsi con el re e dare in preda questi altri, di questo io non ne dubito, perché e’ combattono ora per l’ambizione loro, e se non è ora una delle soprascritte necessità che gli sforzi, credo che saranno nella guerra fedeli.

[29] Se addunque la Santità del papa è forzata a pigliare partito, e pigli questa banda di qua, io veggo la vittoria dubbia per le ragioni dette di sopra, e perché l’accessione sua non li assicura in tutto: perché, se la toglie commodità e reputazione a’ Franzesi, la non dà a quelli altri forze che bastino a potere tenere e’ Franzesi, perché, avendo el re grossa armata in mare, e li Viniziani potendo anche loro armare qualche cosa, arebbe tanto che guardare, e di sopra e di sotto, el papa le sua marine, che le sua gente con le vostre qui a fatica basterebbono. [30] Può bene essere che Sua Santità fugga un periculo presente, quando loro se ne volessino assicurare, e truovi ancora una presente utilità, potendo al presente onorare e’ sua. [31] Se Sua Santità piglia la volta di Francia, quando e’ si faccia in modo cauto che si possa sanza periculo aspettarlo, io ci giudico la vittoria certa, perché, potendo mettere per la via dell’armata in Toscana grossa gente insieme con la sua, farebbe in uno subito tanto tumulto in Lombardia, con le genti ch’e’ Venitiani vi avessino; ne seguiterebbe ch’e’ Svizzeri e li Spagnoli non potreno sostenere dua diversi esserciti da diversi lati, né difendersi dalla rebellione de’ populi, che sarebbe subitanea, in modo che io non veggo chi si potessi per questo tôrre la vittoria al re.

[32] Desiderate, oltre di questo, intendere di chi fussi meno grave al papa l’amicizia, o di Francia o de’ Svizzeri, quando l’uno e l’altro vincessi con l’amicizia sua. [33] Rispondo che io credo che da’ vincitori Svizzeri e loro collegati e amici sarebbe al papa osservata la fede promessa per ora, e li stati dati, ma, dall’altro canto, arebbe a sopportare e’ fastidi del vincitore; e perché io non ci conoscerei vincitore se non e’ Svizzeri, arebbe a sopportare le ingiurie loro, le quali sarebbono subito di dua sorte: l’una è tôrli danari, l’altra amici, perché quelli danari ch’e’ Svizzeri dicono ora di non volere faccendo la guerra, crediate che li vorranno in ogni modo finita che la fia, e comincerannosi da questa taglia, la quale fia grave, e per parere onesta, e per paura di non li irritare in nel principio della caldezza della vittoria loro, non sarà loro negata. [34] Credo, anzi sono certo, che ’l duca di Ferrara, Lucchesi e simili correranno a farsi loro raccomandati; come e’ ne hanno preso uno, actum erit de libertate Italie, perché ogni giorno sotto mille colori taglieggeranno e prederanno e varieranno stati, e quello che giudicheranno non po-ter fare ora, aspetteranno il tempo a farlo. [35] Né si fidi alcuno che non pensino a questo, perché gli è necessario che ci pensino, e quando e’ non ci pensassino, ve li farà pensare l’ordine delle cose, che fa che l’uno acquisto, l’una vittoria dà sete dell’altra. [36] Né si maravigli veruno che non abbino preso Milano apparentemente, e non abbino proceduto piú oltre che potevano, perché el modo del governo loro, come egli è disforme in casa alli altri, cosí è disforme fuora, e ha per riscontro tutte le istorie antiche; perché, se infino a qui e’ si hanno fatto compagni, per lo avvenire e’ si faranno raccomandati e censuari, non si curando di comandarli né di maneggiarli particularmente, ma solo basta che li stieno per loro nelle guerre, e che paghino loro l’annuale pensione: le quali cose e’ si manterranno con la reputazione dell’arme di casa, e con el gastigare chi deviassi da questo. [37] Per questa via, e presto, se tengono questa pugna e’ daranno le leggi a voi, al papa e a qualunque altro principe italiano; e quando voi vedete che pigliono una protezione, sciatis quia prope est estas. [38] E se voi dicessi: « A cotesto fia rimedio, perché tutti ci uniremo contro a di loro », vi dico che questo sarebbe uno secondo errore e secondo inganno, perché l’unione di assai capi contro ad uno è difficile a farla, e poi, fatta che la è, difficile a tenerla.

[39] Dovvi per essemplo Francia, contro al quale aveva congiurato ognuno, tamen subito Spagna fece tregua seco, e’ Viniziani li diventorno amici, e’ Svizzeri lo assaltorno tepidamente, lo ’mperadore non si rivide mai, e infine Inghilterra si congiunse con lui; perché se quello contro a chi è congiurato è di tanta virtú che non ne vadia subito in fumo, come feciono e’ Viniziani, sempre troverrà in molte opinioni remedio, come ha trovato Francia, e come si vedea arebbono trovato e’ Viniziani, se potevono sostenere dua mesi quella guerra. [40] Ma la debolezza loro non potette aspettare la disunione de’ collegati, il che non interverrebbe a’ Svizzeri, e’ quali sempre troverranno, o con Francia o con lo imperadore o con Spagna o con potenti d’Italia, modo o da non li lasciare unire tutti, oppure, unendosi, a disgiungerli. [41] Io so che di questa opinione molti se ne faranno beffe, e io ne dubito tanto e tanto la credo, che se a’ Svizzeri riesce el tenere questa piena, e noi viviamo ancora insieme sei anni, spero ricordarvelo.

[42] Volendo voi dunque sapere da me quello che ’l papa può temere de’ Svizzeri vincendo e sendo loro amico, concludo che può dubitare delle súbite taglie, e in breve tempo della servitú sua e di tutta Italia, sine spe redemptionis, sendo republica, e armata sanza essemplo di alcuno altro principe o potentato. [43] Ma se Sua Santità fussi amico di Francia, e vincessi, credo medesimamente li osserverebbe le convenzioni, quando le fusseno convenienti, e non di sorte che la troppa voglia avessi fatto chiedere troppo al papa, e concedere troppo al re; credo che non taglieggerebbe la Chiesa, ma voi, e doverrebbe avere riguardo a lei rispetto alla compagnia d’Inghilterra, e a’ Svizzeri, che non rimarrebbono morti tutti, e a Spagna, che, quando bene e’ fusse cacciato da Napoli, restando vivo, sarebbe di qualche considerazione. [44] Però parrebbe ragionevole che volessi la Chiesa dal suo riputata e amica, e cosí li Viniziani. [45] Insomma, in ogni evento di queste vittorie, veggo la Chiesa avere a stare a discrezione d’altri, e però io giudico sia meglio stare a discrezione di quelli che sieno piú ragionevoli, e che per altri tempi avessi conosciuti, e non di quelli che, per non li conoscere bene, io non sapessi ancora quello che si volessino.

[46] Se quella banda da chi la Santità di nostro Signore si aderissi, perdessi, io temerei di condurmi in ogni estrema necessità, e di fuga e di concilio e d’ogni cosa di che può temere un papa; e però, quando uno è forzato a pigliare uno de’ dua partiti, debbe, intra l’altre cose, considerare dove la trista fortuna di qualunque di quelli ti può condurre, e sempre debbe pigliare quella parte, quando l’altre cose fussino pare, che abbi el fino suo, quando fussi tristo, meno acerbo. [47] Sanza dubbio meno acerba sarebbe la perdita con Francia amica, che con l’altri amici: perché, se Sua Santità ha Francia amica, e perda, e’ li rimane lo stato di Francia, che può tenere un pontefice onorato; resta con una fortuna che per la potenza di quello regno può resurgere in mille modi, resta in casa sua, e dove molti papi hanno tenuta la loro sede. [48] S’egli è con quelli altri e perda, e’ conviene vadia o in Svizzería a morirsi di fame, o nella Magna ad essere deriso, o in Spagna ad essere espilato: tale che non è comparazione dal male che si tira dreto la cattiva fortuna dell’uno a quello dell’altro.

[49] Lo stare neutrale non credo che fussi mai ad alcuno utile, quando egli abbi queste condizioni: che sia meno potente di qualunque di quelli che scombattono, e ch’egli abbi li stati mescolati con li stati di chi combatte; e avete ad intendere, prima, che non è cosa piú necessaria ad un principe che governarsi in modo co’ sudditi e con li amici o vicini, che non diventi o odioso o contennendo; e se pure egli ha a lasciare l’uno di questi dua, non stimi l’odio, ma guardisi dal disprezzo. [50] Papa Giulio non si curò mai d’essere odiato, purché fussi temuto e reverito; e con quello suo timore messe sottosopra el mondo, e condusse la Chiesa dove la è. [51] E io giudico che chi sta neutrale conviene che sia odiato da chi perde e disprezzato da chi vince; e come d’uno si comincia a non tener conto, e stimato inutile amico e non formidabile inimico, si può temere che li sia fatta ogni ingiuria e disegnato sopra di lui ogni ruina, né mancono mai al vincitore le giustificazioni, perché, avendo e’ suoi stati mescolati, è forzato ricevere ne’ porti ora questo ora quello, riceverli in casa, suvvenirli d’alloggiamento, di vettovaglia, e sempre ognuno penserà d’essere ingannato, e occorreranno infinite cose che causeranno infinite querele; e quando bene nel maneggiare la guerra non ne nascesse alcuna, che è impossibile, ne nasce dopo la vittoria, per-ché e’ minori potenti, e che hanno paura di te, subito corrono sotto el vincitore, e danno a quello occasione d’offenderti. [52] E chi dicessi: « Egli è il vero; e’ ci potrebbe essere tolto questo, e mantenutoci quello », rispondo che li è meglio perdere ogni cosa virtuosamente, che parte vituperosamente, né si può perdere la parte, che ’l tutto non tremi. [53] Chi considera pertanto li stati tutti della Santità di Nostro Signore, e dove sieno, e quali sieno e’ minor’ potenti che ci si includino, chi sieno quelli che combattono, giudicherà Sua Santità essere di quelli che a nessuno modo possa tenere questa neutralità, e che li abbi, pigliando simile partito, a rimanere nimico di chi vince e di chi perde, e che ognuno desideri farli male, l’uno per vendetta, l’altro per guadagno.

[54] Voi mi domandate ancora se, quando el papa s’accordassi co’ Svizzeri, imperadore e Spagna, se facessi per Spagna e imperadore ingannarlo, e aderirsi a Francia. [55] Io credo che l’accordo infra Spagna e Francia sia impossibile, e che non si possa fare sanza consentimento d’Inghilterra, e che Inghilterra non possa farlo se non contro a Francia, e per questo Francia non possa ragionarne, perché, sendo quel re giovane e in sulla boria della guerra, non ha dove voltarsi con l’armi, se non o in Francia o in Spagna; e come la pace di Francia metterà guerra in Spagna, cosí la pace di Spagna metterebbe guerra in Francia. [56] Però el re di Francia, per non si perdere Inghilterra, per non tirare addosso a sé quella guerra, e per avere mille cagioni di odiare Spagna, non è per porgere li orecchi alla pace, che, se Francia o volessi o potessi farla, la sarebbe fatta, tanti partiti a danno d’altri li debbe aver messi innanzi quel re: in modo che, quanto si appartenessi a Spagna, io credo ch’el papa potrebbe ragionevolmente dubitare d’ogni cosa; ma, quanto si appartenessi a Francia, ne possa stare securo. [57] Quanto allo imperadore, per essere vario e instabile, si può temere d’ogni mutazione, o facci o non facci per lui, come quello che sempre in queste variazioni è vissuto e nutrito. [58] Se ’ Viniziani si aderissino a questa parte di qua, sarebbe di gran momento, non tanto per conto della accessione delle loro forze, quanto per rimanere questa banda piú stietta inimica di Francia, a che aderendosi ancora el papa, troverrebbero e’ Franzesi, e nello scendere e nello appiccarsi in Italia, infinite difficultà. [59] Ma io non credo ch’e’ Viniziani piglino questo partito, perché io credo che gli abbino auti migliori patti da Francia, che non arebbono da questi altri; e avendo seguito una fortuna franzese quando la era presso che morta, non pare ragionevole l’abbandonino ora che la è per resurgere, e temo che non dieno parole, come sogliono, alli loro propositi.

[60] Concludo addunque, per venire al fine di questo discorso, che, sendo piú riscontri di vittoria dalla parte franzese che da questi altri; che potendo el papa con la accessione sua dare la vittoria a Francia certa, e non a questi altri; che, sendo meno formidabile e piú sopportabile Francia amico e vincitore, che questi altri; che sendo meno dura la perdita con Francia amico, che con questi altri; che, non potendo securamente stare neutrale, che la Santità di Nostro Signore debbe o aderirsi a Francia, o vero aderirsi a questi altri, quando vi si aderissino ancora e’ Viniziani, e non altrimenti.

259

Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

(Roma, 15 dicembre 1514)

[1] Spectabili viro Nicolò Machiavelli. In Firenze. † Addí 15 di dicembre 1514

[2] Compare caro, dopo un lungo silenzio, in dua giorni passati ho tre vostre: una che mi domandate stamettío azzurro per un paio di calze, el quale vi manderò domani, né ricercherò per chi lo vogliate, ché mi satisfarò del contentarvi; l’altra, latina, me la doveva portare un Tafano, amico vostro, e, donde sia proceduto, non m’è capitato innanzi, ma me l’ha fatta dare a un bottegaio, che la pose in mano a un mio famiglio. [3] Duolmi non l’avere visto, e per aiutarlo per amor vostro, e per intendere il modo del vivere vostro, di che vi rimettete a lui; faronne cercare, e se lo ritroverrò, ancora che sia di poca autorità, gli monstrerò che la vostra lettera gli gioverà. [4] L’altra, che mi risponde a’ quesiti vi feci, ebbi ieri. [5] Ancora non l’ho monstra a monsignor de’ Medici, el quale mi commisse ve li facessi: credo gli satisfarà, perché satisfà ancora a me; quando l’arò monstra, vi risponderò quello mi dirà.

[6] Pluries cum Paulo fratre meo, qui te plurimum diligit, de te loquutus sum; is, ut spero, intra mensem redibit, et ab illo scire poteris quantum tibi tribuam, et quantum de te cogitem. [7] Sed, crede mihi, fatis agimur. [8] Legi superioribus diebus librum Pontani De fortuna noviter impressum, quem ipse ad Consalvum Magnum direxit, in quo aperte ostendit nihil valere ingenium neque prudentiam neque fortitudinem neque alias virtutes, ubi fortuna desit. [9] Rome de hac re quotidie experimentum videmus: aliquos enim cognoscimus ignobiles, sine literis, sine ingenio, in summa esse auctoritate. [10] Tamen acquiescendum est, et presertim tu hoc facere debes, qui malorum non es ignarus, et qui graviora passus es; dabit Deus his quoque finem. [11] Ego hic vivo et valeo, non penitus tamen: strumma quod in collo, ut scis, habeo, in dies crescitur, animique dubius sum an resecandum sit. [12] Pontifici Maximo et reliquis nostris Medicibus sum, meo iudicio, satis gratus; tamen nihil ab illis peto. [13] De salario mihi secundum leges concesso, sumptus facio, et mense finito nihil ex illo mihi reliqui est. [14] Ab amore emancippatus sum: in gratiam cum libris redii, et cum lusoriis cartis.

[15] Ho richiesto il magnifico Lorenzo della faccenda di Donato, che non pensassi, né voi né lui, me l’avessi dimenticato, e lui m’ha promesso, alla tornata, farlo ritirare; e che insino a qui non s’è ritirato alcuno, e che tutti quelli che sono seduti o veduti avéno vinto. [16] Ma voi e Donato mi facesti entrare a promettere a quello amico, che pensa a ogni modo, come la cosa riesce, trarne, ancor che non ci duri fatica, perché le lettere lui l’ha scritte, ma io l’ho domandate, e col magnifico Lorenzo ho fatta l’opera io, e tanto calda quanto ho possuto. [17] Nondimeno, lui sa che io ho quella lettera di Piero del Bene de’ cento frati, perché gnene monstrai, per farlo andare, e sa ch’ella non dura se non sei mesi, che sono presso alla fine; e non vorrei che lui, pensando non avere a esser di meglio, s’ingegnassi guastare, che sapete quanto è facile. [18] Però, quando a Donato paressi farla rifare, me ne rimetto in lui; faccendoli sempre intendere che un quattrino non se ne toccherà insino che l’effetto non è seguito, e anche poi c’ingegneremo rispiarmare, se fia possibile. [19] Ma a non volere che impedisca, bisogna poter monstrare la lettera; ché non è ancora dua giorni me lo ricordò. [20] Vostro danno che ancora non potessi tirar tutto a vostro tempo; pure potevi qualcosa, e vi lasciasti uscire e’ tordi di mano. [21] Né altro v’ho ha dire, se non che mi raccomando a voi e alli altri Machiavelli.

[22] Cristo vi guardi.

Franciscus Victorius orator Rome

[Traduzione (parr. 6-14)]

[6] Piú volte ho parlato di te con mio fratello Paolo, che molto ti ama; come spero, tornerà entro questo mese, e potrai sapere da lui quanto io ti stimi e quanto mi dia pensiero per te. [7] Ma, credimi, siamo trascinati dal fato. [8] Nei giorni scorsi ho letto il De fortuna del Pontano da poco stampato, dedicato al gran Consalvo, nel quale egli mostra chiaramente che l’ingegno, la prudenza, la fortezza e le altre virtú non valgono a niente, se manca la fortuna. [9] Lo constato ogni giorno a Roma: conosco infatti uomini oscuri, privi di cultura e di ingegno, che occupano posti di grandissima importanza. [10] E tuttavia dobbiamo darci pace, e tu in particolare devi farlo, che non sei inesperto delle avversità e ne hai sopportate di piú gravi; anche a queste Dio porrà fine. [11] Io qui sono vivo e sto bene, benché non del tutto: la ghiandola gonfia che, come sai, ho nel collo, si ingrossa di giorno in giorno, e sono incerto se farla incidere o no. [12] Credo di essere abbastanza nelle grazie del Pontefice Massimo e degli altri nostri Medici; nondimeno, non chiedo loro nulla. [13] Spendo tutto il salario che mi viene pagato in base alla legge, e alla fine del mese non mi rimane niente. [14] Dalla schiavitú d’amore mi sono liberato: mi sono riconciliato con i libri e con le carte da gioco.

260

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

(Firenze, 20 dicembre 1514)

[1] Magnifico oratori Florentino Francisco Victorio apud Summum Pontificem. Romae

[2] Magnifico oratore, poiché voi mi avete messo in zurlo, se io vi straccherò con lo scrivere, dite: « Abbimi il danno, che gli scrissi ». [3] Io dubito che non vi paressi, nella risposta che io feci a’ quesiti vostri, che io passassi troppo asciutto quella parte della neutralità, e cosí quella dove io aveva a disputare quello dovessi temere dal vincitore, quando quella parte a chi e’ si aderisse perdesse; perché nell’una e nell’altra pareva da considerare molte cose. [4] Però io mi sono rimesso a riscrivervi sopra quella medesima materia. [5] E, quanto alla neutralità, il quale partito mi pare sentire approvare da molti, a me non può piacere, perché io non ho memoria, né in quelle cose che ho vedute, né in quelle che ho lette, che fosse mai buono, anzi è sempre suto perniziosissimo, perché si perde al certo; e benché le ragioni voi le intendiate meglio di me, pu-re io ve le voglio ricordare.

[6] Voi sapete che l’offizio principale di ogni principe è guardarsi dallo essere odiato o disprezzato, fugere in effetto contemptum et odium: qualunque volta e’ fa questo bene, conviene che ogni cosa proceda bene. [7] E questa parte bisogna osservarla cosí nelli amici come ne’ sudditi; e qualunque volta un principe non fugit saltem contenptum, egli è spacciato. [8] A me pare che lo stare neutrale intra due che combattono non sia altro che cercare di essere odiato e disprezzato, perché sempre uno di quelli vi fia che li parrà che tu sia, per li benefici ricevuti da lui o per antica amicizia tenuta seco, obbligato a seguire la fortuna sua; e quando tu non te li aderisci, concepe odio contro di te. [9] Quello altro ti disprezza, perché ti scuopre timido e poco risoluto, e subito pigli nome di essere inutile amico e non formidabile inimico; di modo che qualunque vince ti offende senza rispetto. [10] E Tito Livio in 2 parole nella bocca di Tito Flamminio dà questa sentenzia, quando disse alli Achei, che erano persuasi da Antioco a stare neutrali: « Nichil magis alienum rebus vestris est: sine gratia, sine dignitate premium victoris eritis ». [11] È necessario ancora che, nel maneggiarsi la guerra infra quelli due, naschino infinite cagioni d’odio contro di te; perché il piú delle volte il terzo è posto in lato, che può in molti modi disfavorire e favorire or l’uno or l’altro. [12] E sempre in poco tempo, dal dí che la guerra è appiccata, tu se’ condotto in termine che quella declarazione che tu non hai voluto fare apertamente e con grazia, tu sei costretto a farla segretamente e senza grado; e quando tu non la faccia, si crede per qualunque di loro che tu l’abbia fatta.

[13] E quando la fortuna fosse tanto prospera in favore del neutrale, che, maneggiandosi la guerra, non nascesse mai cagioni giuste di odio con alcuno di loro, conviene che naschino poi, finita la guerra, perché tutti gli offesi da quello che è suto terzo e tutti i paurosi di lui ricorrendo sotto al vincitore, gli danno cagione di odio e di scandolo seco. [14] E chi replicasse che il papa, per la reverenzia della persona e per l’autorità della Chiesa, è in un altro grado, e arà sempre refugio a salvarsi, risponderei che tal replica merita qualche considerazione, e che vi si può fare su qualche fondamento; nondimanco e’ non è da fidarsene, anzi credo che, a volersi consigliare bene, non sia da pensarvi, perché simile speranza non facesse pigliare tristo partito, perché tutte le cose che sono state io credo che possano essere, e io so che si sono visti de’ pontefici fuggire, esiliare, perseguitare e extrema pati, come e’ signori temporali, e ne’ tempi che la Chiesa nello spirituale aveva piú riverenza che non ha oggi. [15] Se la Santità dunque di Nostro Signore penserà dove sieno posti li stati suoi, chi sono coloro che combattino insieme, chi sieno quelli che possono rifuggire sotto al vincitore, io credo che Sua Santità non potrà punto riposarsi in sullo stare neutrale, e che la penserà che per lei si faccia piú aderirsi in ogni modo; sí che, quanto alla neutralità, a dichiararla piú largamente che l’altra volta, io non vi ho da dire altro. [16] E quanto a quello che potesse temere da chi vincesse e superasse quella parte con chi e’ si accostasse, non ne dirò altro, perché di sopra è detto tutto.

[17] Io credo che vi parrà, per la mia lettera che io vi scrissi, che io abbia penduto da Francia, e che chi la leggesse potrebbe dubitare che l’affezione non mi portasse in qualche parte; il che mi dispiacerebbe, perché io mi ingegnai sempre di tenere il giudizio saldo, massime in queste cose, e non lo lasciare corrompere da una vana gara, come fanno molti altri. [18] E perché, se io ho alquanto penduto da Francia, e’ non mi pare essere ingannato, io voglio di nuovo discorrervi in brievi parole quello che mi muove, che sarà quasi uno epilogo di quello che io vi scrissi. [19] Quando due potenti contendono insieme, a volere giudicare chi debbe vincere conviene, oltre al misurare le forze dell’uno e dell’altro, vedere in quanti modi può tornare la vittoria all’uno e in quanti all’altro. [20] A me non pare che per la parte di qua ci sia se non venire a giornata subito, e per la parte di Francia ci siano tutti li altri maneggi, come largamente vi scrissi. [21] Questa è la prima cagione che mi fa credere piú a Francia che a costoro; appresso, se io mi ho a dichiarare amico dell’uno de’ dua, e io vegga che accostandomi ad uno io gli dia la vettoria certa, e accostandomi con l’altro gliene dia dubbia, credo che sarà sempre da pigliare la certa, posposto ogni obbligo, ogni interesso, ogni paura, e ogni altra cosa che mi dispiacesse. [22] E io credo che, accostandosi il papa a Francia, non ci saría disputa; accostandosi a questi altri, ce ne sarebbe assai, per quelle ragioni che allora scrissi. [23] Oltre di questo, tutti gli uomini savi, quando possono non giucare tutto il loro, lo fanno volentieri, e, pensando al peggio che ne può riuscire, considerano nel male dove è manco male; e perché le cose della fortuna sono tutte dubbie, si accostano volentieri a quella fortuna che, faccendo il peggio che la sa, abbia il fine suo meno acerbo. [24] Ha la Santità di Nostro Signore due case, l’una in Italia, l’altra in Francia: se la s’accosta con Francia la ne giuoca una, se con questi altri, la le giuoca tutte a dua. [25] Se la è nimica a Francia e quello vinca, è constretta a seguire la fortuna di questi altri, e ire in Svizzería o nella Magna a vivere disperato, o in Spagna ad essere espilato e rivenduto; se si accosta con Francia e perda, rimangli Francia, resta in casa sua, e con un regno a sua divozione che è un papato, e con un principe che, o per accordo o per guerra, può in mille modi resurgere.

[26] Valete, e mille volte a voi mi raccomando. [27] Die xx Decembris mdxiiii.

[28] Niccolò Machiavegli in Firenze

261

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

(Firenze, 20 dicembre 1514)

[1] Magnifico oratori Florentino Francisco Vectori apud Summum Pontificem patrono suo. Romae

[2] Magnifice orator, poi che io ebbi scritta l’alligata, ricevei la vostra de’ 15, circa la quale risponderò solo alla parte pertinente a Donato, al quale io lessi el capitolo, e subito si riempié di tanta speranza che la camicia non gli tocca l’anche. [3] E perché lui è deliberato che per ottenere questa grazia non si facci rispiarmo di cosa alcuna, fece rifare la lettera a’ Beni, per la quale fra sei mesi futuri vi sarà pagato a vostra posta cento ducati; e mi ha detto che, oltra a questi, quando bisogni delli altri, che non si rispiarmi cosa alcuna, né si riguardi nulla. [4] Le lettere fieno incluse in questa; varrétevene a’ tempi, e secondo el consueto di ta-li lettere. [5] Circa el rispiarmiarli o no, Donato non voleva che io ve ne scrivessi cosa alcuna: pure io, come da me, ve lo ricordo, massime che mi pare che l’opera dello amico non bisogni piú in alcuna parte, perché non occorrendo avere piú a scrivere in questa materia, mi pareva che non potessi né nuocere né giovare. [6] Pure Donato non vuole che si pensi a questo, né che si guardi a nulla, purché li esca una volta di plebeo.

[7] Io vi ringrazio di nuovo di tutte l’opere e di tutti e’ pensieri che voi avete aute per mio amore; non ve ne prometto ricompenso, perché io non credo mai piú potere fare bene né a me né ad altri. [8] E se la fortuna avessi voluto ch’e’ Medici, o in cose di Firenze o di fuora, o in cose loro particulari o pubbliche, mi avessino una volta comandato, io sarei contento; pure io non mi diffido ancora affatto, e quando questo fussi, e io non mi sapessi mantenere, io mi dôrrei di me. [9] Ma quello che ha ad essere, fia. [10] E conosco ogni dí che gli è vero quello che voi dite che scrive il Pontano; e quando la fortuna ci vuole cacciare, la ci mette innanti o presente utilità o presente timore, o l’uno e l’altro insieme, le quali dua cose credo che sieno le maggiori nimiche abbi quella opinione che nelle mie lettere io ho difesa.

[11] Valete. Die xx Decembris 1514.

[12] Niccolò Machiavelli in Firenze

262

Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

(Roma, 30 dicembre 1514)

[1] Spectabili viro Nicolò Machiavelli. In Firenze. † Addí 30 di Dicembre 1514

[2] Ecce iterum mihi bella movet violenta cupido, compater, ecce iterum torqueor igne novo.

[3] Veramente che Ovidio disse bene che l’amore procedeva da ozio! [4] Io, che non ho faccenda, vorrei fare come Mino da Siena, e sto tanto occupato in questo, che non vi riscrivo come sarebbe il debito mio. [5] L’una e l’altra lettera vostra circa e’ quesiti vi feci hanno visto il papa e il cardinale di Bibbiena e Medici, e tutti si sono maravigliati dello ingegno e lodato il giudizio; e ancora che non se ne cavi altro che parole, e per la mala sorte, e perché io non sono uomo che sappi aiutare gl’amici, nondimeno esser in buona oppenione delli uomini grandi qualche volta vi potrebbe giovare. [6] Io volevo contraddire a qualche ragione delle vostre, per passar tempo e darvi materia di scrivere; ma, occupato come dico di sopra, ho posto da canto lo scritto che avevo cominciato; e forse lo finirò un’altra volta, e manderòvvelo.

[7] Io non so se avesti il panno per le calze, che lo mandai pel procaccio, e ordinai lo lasciassi a casa Simon cavallaro, e poi a Filippo del Benino che ve lo facessi intendere: né da lui ne ho resposta, in modo dubito non l’abbiate avuto; sí che rinvenitelo, che non vorrei per niente, in una cosa m’avete chiesto da cento anni in qua, mancarvi.

[8] Ebbi la vostra sopra il caso di Donato, e la sua a’ Beni, con l’ordine di Piero. [9] Diteli che Lorenzo m’ha promesso, come torna, ritirarlo, e poi farlo vedere; se lo farà, la esperienza lo monstrerrà. [10] A me ha promesso cosí, e, avanti si parta, gnene ricorderò: e perché voi mi conoscete, lo potete far certo, che se non me l’avessi promesso non lo direi, perché mio costume non è empiere li amici di vane speranze. [11] A’ danari con l’amico fareno il meglio potreno: che, ancora non s’abbi adoperare, sendo privato di speranza potrebbe cercare d’impedire; e però lo terrò con qualche appicco, che credo sia cosí a proposito. [12] Né per questa ho da dire altro.

[13] Cristo vi guardi.

Franciscus Victorius orator Rome

263

Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

(Roma, 16 gennaio 1515)

[1] Spectabili viro Nicolò Machiavelli. In Firenze. † A’ dí 16 di gennaio 1514

[2] Caro compare, io non ho lettere da nessuno che io legga piú volentieri che le vostre, e vorrei potere scrivere molte cose, le quale conosco non potersi commettere alle lettere. [3] E’ sono piú mesi che io intesi benissimo in che modo amavi, e fui per dirvi: « Ah, Coridon, Coridon, que te dementia cepit! ». [4] Poi, pensando intra me medesimo che questo mondo non è altro che amore, o, per dir piú chiaro, foia, mi ritenni; e sono ito considerando quanto li uomini in questo caso son discosto col cuore a quello dicono colla bocca. [5] Ha un padre il figliuolo, e dice volerlo nutrire onesto: nondimeno gli comincia a dare un maestro che tutto dí stia con lui e che abbi commodità farne a suo modo, e gli lascia leggere qualcosa da fare risentire un morto. [6] La madre lo pulisce, lo veste bene, acciò che piaccia piú: quando comincia crescere, gli dà una camera terrena, dove sia cammino e tutte le altre commodità, perché possa sguazzare a modo suo, e menarvi e condurvi chi gli pare. [7] E tutti facciamo cosí, e errano in questo piú quelli a’ quali pare essere ordinati: e però non è da maravigliarsi ch’e’ nostri giovani sieno tanti lascivi quanto sono, perché questo procede dalla pessima educazione; e voi e io, ancor che siamo vecchi, riteniamo in qualche parte e’ costumi presi da giovani, e non c’è rimedio.

[8] Duolmi non esser costí, perché potessimo parlare insieme di queste cose e di molte altre. [9] Ma voi mi dite cosa che mi fa stare ammirato: d’avere trovato tanta fede e tanta compassione nella Riccia, che vi prometto li ero per amor vostro partigiano, ma ora li son diventato stiavo, perché il piú delle volte le femmine sogliono amare la fortuna e non li uomini, e quando essa si muta, mutarsi ancor loro. [10] Di Donato non mi maraviglio, perché è uomo di fede, e, oltre a questo, pruova del continuo il medesimo che voi.

[11] Io vi scrissi che l’ozio mi faceva innamorato, e cosí vi raffermo, perché ho quasi faccenda nessuna. [12] Non posso molto leggere, rispetto alla vista per l’età diminuita; non posso ire a sollazzo se non accompagnato, e questo non si può far sempre; non ho tanta autorità né tante facultà che abbi a essere intrattenuto; se mi occupo in pensieri, li piú mi arrecono melanconia, la quale io fuggo assai, e di necessità bisogna ridursi a pensare a cose piacevole, né so cosa che diletti piú a pensarvi e a farlo, che il fottere. [13] E filosofi ogni uomo quanto e’ vuole, che questa è la pura verità, la quale molti intendono cosí, ma pochi la dicano. [14] Fo pensiero a primavera ridurmi a voi, se mi fia lecito, e parleremo insieme di questo e molte altre cose. [15] Raccomandatemi a Filippo, Giovanni e Lorenzo Machiavelli, e a Donato.

[16] Cristo vi guardi.

Francesco Vittori oratore in Roma

264

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

(Firenze, 31 gennaio 1515)

[1] Francisco Victorio oratori. Rome

[2] Avea tentato il giovinetto arciere

già molte volte vulnerarmi il petto

con le saette sue, che del dispetto

e del danno d’altrui prende piacere;

e benché fosson quelle acute e fiere, 5

ch’uno adamante non are’ lor retto,

nondimanco trovâr sí forte obbietto,

che stimò poco tutto il lor potere.

Onde che quel, di sdegno e furor carco,

per dimostrar la sua alta eccellenza, 10

mutò faretra, mutò strale e arco;

e trassene uno con tanta violenza,

ch’ancor delle ferite mi rammarco,

e confesso e conosco sua potenza.

[3] Io non saprei rispondere all’ultima vostra lettera della foia con altre parole che mi paressino piú a proposito, che con questo sonetto, per il quale vedrete quanta industria abbia usato quello ladroncello dello Amore per incatenarmi. [4] E sono, quelle che mi ha messo, sí forte catene, che io sono al tutto disperato della libertà, né posso pensare via come io abbia a scatenarmi; e quando pure la sorte o altro aggiramento umano mi aprisse qualche cammino ad uscirmene, e per avventura non vorrei entrarvi, tanto mi paiono or dolci, or amare, or leggeri, or gravi quelle catene; e fanno un mescolo di sorte, che io giudico non potere vivere contento senza quella qualità di vita. [5] E perché io so quanto tali pensieri vi dilettino, e conoscere simili ordini di vita, io mi dolgo che voi non siate presente, per ridere ora de’ mia pianti, ora delle mia risa; e tutto quello piacere che aresti voi, se ne porta Donato nostro, il quale, insieme con la amica della quale altra volta vi ragionai, sono unici miei porti e miei refugi ad il mio legno già rimaso per la continova tempesta senza timone e senza vele. [6] E manco di dua sere sono, mi avvenne che io potevo dire, come Febo a Dafne:

Ninfa, precor, petreia, mane! Non insequor hostis;

nimpha, mane! Sic agna lupum, sic cerva leonem,

sic aquilam fugiunt penna trepidante columbe,

hostes queque suos.

[7] Et quemadmodum Phebo hec carmina parum profuere, sic michi eadem verba apud fugientem nichil momenti nulliusque valoris fuerunt.

[8] Chi vedesse le nostre lettere, onorando compare, e vedesse le diversità di quelle, si maraviglierebbe assai, perché gli parrebbe ora che noi fussimo uomini gravi, tutti vòlti a cose grandi, e che ne’ petti nostri non potesse cascare alcuno pensiere che non avesse in sé e onestà e grandezza; però dipoi, voltando carta, gli parrebbe quelli noi medesimi essere leggeri, inconstanti, lascivi, vòlti a cose vane. [9] Questo modo di proccedere, se a qualcuno pare sie vituperoso, a me pare laudabile, perché noi imitiamo la natura, che è varia; e chi imita quella non può essere ripreso. [10] E benché questa varietà noi la solessimo fare in piú lettere, io la voglio fare questa volta in una, come vedrete se leggerete l’altra faccia. Spurgatevi.

[11] Pagolo vostro è suto qui con il Magnifico, e intra qualche ragionamento ha avuto meco delle speranze sue, mi ha detto come Sua Signoria gli ha promesso farlo governatore di una di quelle terre delle quali lui prende ora la signoria. [12] E avendo io inteso, non da Pagolo, ma da una commune voce, che egli diventa signore di Parma, Piacenza, Modana e Reggio, mi pare che questa signoria fosse bella e forte, e da poterla in ogni evento tenere, quando nel principio la fosse governata bene; e a volerla governare bene, bisogna intendere bene la qualità del subbietto. [13] Questi stati nuovi, occupati da un signore nuovo, hanno, volendosi mantenere, infinite difficultà; e se si truova difficultà in mantenere quelli che sono consueti ad essere tutti un corpo, come, verbigrazia, sarebbe il ducato di Ferrara, assai piú difficultà si truova a mantenere quelli che sono di nuovo composti di diverse membra, come sarebbe questo del signore Giuliano, perché una parte di esso è membro di Milano, un’altra di Ferrara.

[14] Debbe pertanto chi ne diventa principe pensare di farne un medesimo corpo, e avvezzarli a riconoscere uno il piú presto può; il che si può fare in due modi: o con il fermarvisi personalmente, o con preporvi un suo luogotenente che comandi a tutti, acciò che quelli sudditi, eziam di diverse terre, e distratti in varie oppenioni, comincino a riguardare un solo, e conoscerlo per principe. [15] E quando Sua Signoria, volendo stare per ancora a Roma, vi preponesse uno che conoscesse bene la natura delle cose e le condizioni de’ luoghi, farebbe un gran fondamento a questo suo stato nuovo; ma se e’ mette in ogni terra il suo capo, e Sua Signoria non vi stia, si starà sempre quello stato disunito, senza sua riputazione, e senza potere portare al principe riverenza o timore.

[16] Il duca Valentino, l’opere del quale io imiterei sempre quando io fossi principe nuovo, conosciuta questa necessità, fece messer Rimirro presidente in Romagna, la quale deliberazione fece quelli popoli uniti, timorosi dell’autorità sua, affezionati alla sua potenza, confidenti di quella; e tutto lo amore gli portavono, che era grande, considerata la novità sua, nacque da questa deliberazione. [17] Io credo che questa cosa si potesse facilmente persuadere, perché è vera, e quando e’ toccasse a Pagolo vostro, sarebbe questo un grado da farsi conoscere non solo al signore Magnifico, ma a tutta Italia; e con utile e onore di Sua Signoria potrebbe dare riputazione a sé, a voi e alla Casa sua. [18] Io ne parlai seco; piacqueli, e penserà d’aiutarsene. [19] Mi è parso scriverne a voi, acciò sappiate i ragionamenti nostri, e possiate, dove bisognasse, lastricare la via a questa cosa:

E nel cadere el superbo ghiottone

e’ non dimenticò però Macone.

[20] Donato nostro vi si ricorda. [21] Addí 31 di gennaio 1514.

[22] Niccolò Machiavegli in Firenze

265

Niccolò Machiavelli a Giovanni Vernacci

(Firenze, 18 agosto 1515)

[1] Niccolò Machiavelli a Giovanni Vernacci in Pera

[2] Carissimo Giovanni, se io non ti ho scritto per l’addreto, non voglio che tu ne accusi né me, né altri, ma solamente e’ tempi, e’ quali sono stati e sono di sorte che mi hanno fatto sdimenticare di me medesimo. [3] Non resta però, per questo, che in fatto io mi sia sdimenticato di te, perché sempre ti arò in luogo di figliuolo, e me e le cose mia sempre fieno a’ tuoi piaceri. [4] Attendi a stare sano e fare bene, perché dal bene tuo non può nascere se non bene a qualunque ti vuole bene. [5] La Marietta [. . .] e tutti noi siamo sani, Dio grazia; e quando el paese costà sarà piú securo e piú fermo, potrà ragionare con qualcuno di mandarti qualche cosa, che insino a qui non se ne è possuto ragionare. [6] La Marietta dice che tu li mandi un centinaio d’agora. [7] Altro non mi occorre.

[8] Cristo ti guardi. Addí xviii d’agosto 1515.

[9] Niccolò Machiavegli in Firenze

266

Niccolò Machiavelli a Giovanni Vernacci

(Firenze, 19 novembre 1515)

[1] A Giovanni Vernacci in Pera

[2] Carissimo Giovanni, io ti ho scritto da 4 mesi in qua 2 volte, e duol-mi che tu non le abbi aute, perché penso che tu creda che io non ti scriva per essermi sdimenticato di te. [3] Il che non è punto vero, perché la fortuna non mi ha lasciato altro che i parenti e gli amici, e io ne fo capitale, e massime di quelli che piú mi attengono, come sei tu, dal quale io spero, quando la fortuna ti inviasse a qualche faccenda onorevole, che tu renderesti il cambio a’ miei figliuoli de’ portamenti miei verso di te.

[4] Di Firenze, addí 19 di novembre 1515.

[5] Niccolò Machiavelli in Firenze

1516-1517

267

Niccolò Machiavelli a Giovanni Vernacci

(Firenze, 15 febbraio 1516)

[1] Domino Giovanni di Francesco Vernacci in Pera

[2] Carissimo Giovanni, tu non mi scrivi mai di non avere aute mia lettere, che tu non mi dia d’un coltello; perché da uno anno in qua io ti ho scritto sei volte, e dato le lettere alla Marietta che le mandi ad Alberto. [3] Lei dice averle mandate: tu di’ non le avere aute, di che io ho dispiacere; donde che l’ultima ti scrissi dua mesi sono, te la mandai per Bartolomeo Federichi, che mi disse averla data ad uno che veniva costà.

[4] Io ho inteso per piú tua e’ tuoi travagli: ringrazio Iddio che li hanno posato, in modo che tu rimani vivo, e non doverrai ancora rimanere in trista opinione. [5] E se la morte di coloro ti ha tolto qualche avviamento, lo esserti portato bene te lo doverrà rendere; sí che non perdere l’animo, e sta’ di buona voglia.

[6] Quanto a me, io sono diventato inutile a me, a’ parenti e alli amici, perché ha voluto cosí la mia dolorosa sorte, e non ho, o, a dire meglio, non mi è rimaso altro di buono se non la sanità a me e a tutti e’ mia. [7] Vo temporeggiando per essere a tempo a potere pigliare la buona fortuna, quando la venissi, e, quando la non venga, avere pazienza; e qualunque mi sia, sempre ti arò in quello luogo che io ti ho aúto infino a qui.

[8] Sono tuo. Cristo ti guardi. [9] A dí 15 di febbraio 1515.

[10] Niccolò Machiavegli in Firenze

268

Niccolò Machiavelli a Paolo Vettori

(Livorno, 10 ottobre 1516)

[1] Magnifico viro Paolo Vectorio triremium pontificarum capitaneo dignissimo

[2] Magnifice vir, siamo arrivati qui in Livorno questo dí ad ore 16: il che vi facciamo intendere per Antonio servidore di Vostra Signoria, acciò sappiate di nostro essere, e se avanti lo arrivare vostro qui vi occorressi cosa alcuna che noi facessimo, ce lo possiate significare. [3] Delle galee del Biascia non si intende cosa alcuna. [4] Vincenzio vostro abbiamo condotto qui con dua terzane; e benché li sia uscito una libbra di sanguine del naso, nondimeno le febbre non cessono: se poco alleggeriscano, credo sarebbe bene metterlo in un paio di ceste, mentre che la virtú è ancora galiarda, e condurlo costí. [5] Sí che, avendo a differire el venirci, avvisate quello ne paia a Vostra Signoria, alla quale tutti ci raccomandiamo.

[6] Valete. A dí x di ottobre 1516.

[7] Niccolò Machiavegli in Livorno

269

Niccolò Machiavelli a Giovanni Vernacci

(Sant’Andrea in Percussina, 8 giugno 1517)

[1] Domino Giovanni di Francesco Vernacci, in Pera

[2] Carissimo Giovanni, come altra volta t’ho scritto, io non voglio che tu ti maravigli se io non ti scrivo, o se io sono stato pigro a risponderti, perché questo non nasce perché io ti abbia sdimenticato e che io non ti stimi come io soglio, perché io ti stimo piú; perché degli uomini si fa stima quanto e’ vagliono, e avendo tu fatto pruova d’uomo dabbene e di valente, conviene che io ti ami piú che io non solevo, e abbine, non che altro, vanagloria, avendoti io allevato, e essendo la casa mia principio di quello bene che tu hai e che tu se’ per avere. [3] Ma sendomi io ridutto a stare in villa per le avversità che io ho aute e ho, sto qualche volta uno mese che io non mi ricordo di me; sí che, se io straccuro el risponderti, non è maraviglia.

[4] Io ho aute tutte le tua lettere, e piacemi intendere che tu abbi fatto e facci bene, né potrei averne maggiore piacere; e quando tu sarai espedito e che tu torni, la casa mia sarà sempre al tuo piacere, come è stata per il passato, ancora che povera e sgraziata.

[5] Bernardo e Lodovico si fanno uomini, e spero dare alla tornata tua ricapito a qualche uno di loro per tuo mezzo. [6] La Marietta e tutta la brigata sta bene. [7] E vorrebbe la Marietta le portassi alla tua tornata una pezza di ciambellotto tané, e agora da dommasco, grosse e sottile: e dice che l’hanno a rilucere, ché quelle che tu mandasti altra volta non furno buone.

[8] Cristo ti guardi. A dí 8 di giugno 1517.

[9] Niccolò Machiavegli in villa

270

Giovanni Vernacci a Niccolò Machiavelli

(Pera, 26 ottobre-1 novembre 1517)

[1] Spectabili viro domino Nicolò Machiavegli. In Firenze. † Iesus. Addí xxvi d’ottobre 1517

[2] Onorando in luogo di carisimo padre, doppo le debite racomandazioni, salute infinite etc. [3] Al pasato abastanza, e dipoi non tengo vostra, che per la grazia d’Iddio e de’ mia buon’ portamentti e’ fa piú d’uno anno che di vostro non n’ho aúto uno versso, che veramentte mi dispiace, perché posso giudicare di me piú non avete ricordo come di caro nipote, di che ne sto di mala voglia. [4] Ma da altra banda la fede assai che tengo in voi, piú ch’un buon figlio al padre, quella mi fa isperare che se voi avete persso la penna e ’l foglio allo iscrivermi, non abiate persso l’amore che tantto tempo m’avete portato, non da vostro nipote, e anzzi da caro e buon figliuolo. [5] Che a Dio piacia che cosí sia, e dipoi mi conceda grazia che voi mi vicitiate con dua verssi per darmi alquantto di consolazione, e’ quali atendo con grandissimo disiderio, per intendere di vostro buono essere e di tutta vostra brigata, che Iddio ne facia degni.

[6] E’ s’è mandato a questi giorni un poco di caviale costí a Albertto Canigiani, solo per riconoscere e’ parentti e li amici, che mi paiano avere perssi. [7] Del quale caviale vi se ne fa parte, ché s’è ordinato al detto Albertto ve ne mandi libre ventti; el quale acetterete e vi goderete per mio amore, in questa cuaresima. [8] E non guardate a la qualità del debole presentte, anzzi l’acettate per atto di magiore volonttà e generosità che io vorei mostrare versso di voi. [9] Per aviso vi sia.

[10] Al presentte la fo a l’usato, e sono di qua con poco utile; e bramo in brevità di tempo venire sin costí, di che istimo sarà presto, che Iddio me ne conceda grazia. [11] Io non so che altro mi vi dire, salvo che a voi per infinite voltte mi racomando, e dipoi a la vostra madonna Marietta, a la quale non iscrivo, perché le faciate partte di questa col darlle per mia partte infinite salute, ed alssí al Berna e Lodovico e Guido e alli altri che per nome non so; e’ quali tutti insieme con voi Iddio sempre di mal guardi. Per vostro.

[12] Tenuta sino addí 1° di novembre. [13] Né altro accade, salvo ricordarvi e pregarvi di nuovo che mi faciate 4 verssi, che n’arò piacere.

[14] Valete.

Giovanni Vernacci proprio, in Pera

271

Niccolò Machiavelli a Ludovico Alamanni

(Firenze, 17 dicembre 1517)

[1] Spectabili viro Lodovico Alamanno tanquam maiori honorando. Romae

[2] Onorando Lodovico mio, io so che non bisogna che io duri molta fatica a mostrarvi quanto io ami Donato del Corno, e quanto io desideri fare cosa che li sia grata: per questo so che non vi maraviglierete se io v’affaticherò per suo amore, il che farò tanto piú sanza rispetto quanto io credo con voi posserlo fare, e quanto ancora la causa è giusta, e quodammodo pia.

[3] Donato detto, dopo la tornata de’ signori Medici in Firenze circa un mese, mosso parte dalla servitú aveva con el signore Giuliano, parte dalla sua buona natura, sanza essere richiesto portò al signore Giuliano cinquecento ducati d’oro, e li disse che se ne servissi, e liene restituissi quando ne avessi commodità. [4] Sono dipoi passati cinque anni, e, con tanta fortuna di detti signori, non ne è suto rimborsato; e trovandosi lui al presente in qualche bisogno, e intendendo ancora come ne’ prossimi dí simili creditori sono stati rimborsati de’ loro crediti, ha preso animo di domandarli, e ne ha scritto a Domenico Boninsegni, e mandatogli la copia della cedula si truova di mano di Giuliano. [5] Ma perché in uno uomo simile a Domenico, per la moltitudine delle occupazioni, simili commissione sogliono morire sanza avere da canto particulare favore che le tenga vive, mi è parso pigliare animo a scrivervene, e pregarvi non vi paia fatica di parlarne con Domenico, e insieme esaminare del modo come simili danari si potessino fare vivi; né v’incresca per mio amore mettere questa faccenda intra le altre vostre, perché, oltre allo essere pietosa e giusta, la non vi sarà inutile, e vi prego me ne rispondiate un verso.

[6] Io ho letto a questi dí Orlando Furioso dello Ariosto, e veramente el poema è bello tutto, e in dimolti luoghi è mirabile. [7] Se si truova costí, raccomandatemi a lui, e ditegli che io mi dolgo solo che, avendo ricordato tanti poeti, che m’abbi lasciato indreto come un cazzo, e ch’egli ha fatto a me quello in sul suo Orlando, che io non farò a lui in sul mio Asino.

[8] So che vi trovate costí tutto el giorno insieme con Reverendissimo de’ Salviati, Filippo Nerli, Cosimo Rucellai, Cristofano Carnesecchi e qualche volta Antonio Francesco delli Albizzi, e attendete a fare buona cera, e vi ricordate poco di noi qui, poveri sgraziati, morti di gelo e di sonno. [9] Pur, per parere vivi, ci troviano qualche volta, Zanobi Buondelmonti, Amerigo Morelli, Batista della Palla e io, e ragioniano di quella gita di Fiandra con tanta efficacia, che ci pare essere in cammino, in modo che de’ piaceri vi abbiàno ad avere, li abbiàno già consumati mezzi; e per posserla fare piú ordinatamente, disegnàno di farne un model piccolo, e andare in questo berlingaccio infino a Vinegia; ma stiàno in dubbio se noi anticipiàno e giriàno di costí, o se pure vi aspettiano alla tornata, e andianne poi per la ritta. [10] Vorrei pertanto vi restringessi con Cosimo, e ci scrivessi che fussi meglio fare.

[11] Sono a’ piaceri vostri. Cristo vi guardi. [12] Raccomandatemi a messer Piero Ardinghegli, che m’ero sdimenticato dirvelo.

[13] Iterum valete omnes. Die 17 Decembris mdxvii.

[14] Vestrae amicitiae humanitatisque servitor

Niccolò Machiavegli quondam secretarius

1518-1519

272

Niccolò Machiavelli a Giovanni Vernacci

(Firenze, 5 gennaio 1518)

[1] Domino Giovanni di Francesco Vernacci in Pera

[2] Carissimo Giovanni, io mi maraviglio che tu mi dica per l’ultima tua non avere aúto mie lettere, perché 4 mesi sono ti scrissi e ti feci scrivere a Lodovico e Bernardo, che ti chiesono non so che favole; e dèttonsi le lettere ad Alberto Canigiani. [3] Come io ti dissi per quella, se l’avessi auta, tu non ti hai da maravigliare se io ti ho scritto di rado, perché, poi tu ti partisti, io ho avuto infiniti travagli, e di qualità che mi hanno condotto in termine che io posso fare poco bene ad altri e manco a me. [4] Pur nondimeno, come per quella ti dissi, la casa e ciò che mi resta è al tuo piacere, perché, fuori de’ miei figliuoli, io non ho uomo che io stimi quanto te.

[5] Io credo che le cose tue sieno migliorate assai in questa stanza che tu hai fatta costí; e quando le si trovassino nel termine ho inteso, io ti consiglierei a pigliare donna, e a pigliare una per la quale tu accresceresti el parentado meco: e è bella e ha buona dota, e è da bene. [6] Però vorrei che, avendo a soprastare costí, o tu mi scrivessi, o tu me lo facessi dire ad Alberto Canigiani che opinione è la tua; e avendo animo a tôrne, mi alluminassi in qualche modo dello essere tuo. [7] Noi sià-no sani, e raccomandianci tutti ad te.

[8] Cristo ti guardi. A dí 5 di gennaio 1517.

[9] Niccolò Machiavegli in Firenze

273

Niccolò Machiavelli a Giovanni Vernacci

(Firenze, 25 gennaio 1518)

[1] Domino Giovanni di Francesco Vernacci in Pera

[2] Carissimo Giovanni, forse 20 dí fa ti scrissi dua lettere d’uno medesimo tenore, e le detti a dua persone, acciò ne avessi almeno una; dipoi ho la tua, tenuta a dí 4 di novembre. [3] E duolmi infino a l’anima che tu non abbi aute mia lettere, perché sei mesi sono ti scrissi, e feciti scrivere una lettera per ciascuno a quelli fanciulli; e acciò che tu ne possa avere qualcuna, farò anche una copia di questa.

[4] Come per piú mia ti ho detto, la sorte, poi che tu partisti, mi ha fatto el peggio ha possuto, dimodoché io sono ridotto in termine da potere fare poco bene a me e meno ad altri. [5] E se io sono straccurato nel risponderti, io sono diventato cosí in nell’altre cose: pure, come io mi sia, e io e la casa siamo a tuo piacere, come sono stato sempre. [6] Gran mercé del caviale; e la Marietta dice che alla tornata tua li porti una pezza di giambellotto tané.

[7] Per altra ti scrissi che quando le cose tue fussin migliorate, in nel modo che io intendo e che io mi persuado, io ti conforterei a pigliare donna; e quando ti volgessi a questo, ci è al presente qualche cosa per le mani che tu non potresti fare meglio, sí che io arei caro che sopra questa parte mi rispondessi qualche cosa. [8] Noi siamo tutti sani, e io son tuo.

[9] A dí 25 di gennaio 1517.

[10] Tuo Niccolò Machiavegli in Firenze

274

Francesco del Pugliese a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 15 aprile 1518)

[1] Domino Nicolò Machiavegli, in Genova. † Iesus. A dí xv d’aprile 1518

[2] Carissimo Niccolò, oggi ho la tua, e circa alla cosa di Davit io mi dubito non aver fatto troppo in binificio suo e delle cose sua; e per questo anche non mancherò. [3] Idio ne lasci poi seguire il meglio, e voi ne seguirete quel tanto vi diranno e’ sua procuratori. [4] Avesti del Zelvago ducati xxv, e debitore ne siate.

[5] Sono stato con messere, e móstrogli el vostro iscritto; lui è in su Dioscorido e va vivendo alla giornata, da valente uomo. [6] El Casano vi piace, e anche a noi: è uomo di facende, da buon frate e ottimo secolare, per modo gira la sua mazza per far frutto a ogni qualità di persone, e col buono esempro. Raccomandatemi a lui. [7] Dèttesi la lettera al Mazzingo, e l’altre a’ rede degli Ugolini. [8] Raccomandatemi agli amici, e andate a vedere quel Simone della Mandorla, quando v’avanzi tempo. [9] E vostro sono. A Dio.

[10] Francesco del Pugliese in Firenze

275

Niccolò Machiavelli a Giovanni Vernacci

(Firenze, 9 ottobre 1519)

[1] Domino Giovanni di Francesco Vernacci. In Pera

[2] Carissimo Giovanni, io non ti ho scritto piú mesi sono perché, scrivendo tu per ogni tua lettera di partire, io aspettavo la tornata tua. [3] Ora, veduto che tu non torni, io non voglio mancare di scriverti e dirti come egli è necessario che, se alla ricevuta di questa tu non se’ partito, che tu parta subito e lasci ogn’altra cosa indreto, perché, oltre al piato che ti ha mosso Piero Venturi, come tu a questa ora debbi avere inteso, egli è occorso che Alberto Canigiani è morto; el quale dua mesi sono andò a Napoli, e arrivato là addí 16 del mese passato, ammalò subito, e a dí dua del presente morí, e ieri ne fu qui l’avviso. [4] Ora, sendo lui morto, e non avendo piú qui né chi procuri né chi faccia tua faccende, né chi risponda cosa alcuna, è necessario che tu torni e ti mostri una volta a questi che hanno fatto faccende teco, e che tu vegga in viso le cose tua e le ordini: altrimenti te ne seguiterebbe danno e vergogna; sicché torna. [5] Che Iddio ti conduca.

[6] Vale. A dí 9 di ottobre 1519.

[7] Tuo Niccolò Machiavegli in Firenze

1520-1521

276

Niccolò Machiavelli a Giovanni Vernacci

(Firenze, 15 aprile 1520)

[1] Domino Giovanni di Francesco Vernacci in Pera. † Al nome di Dio. A dí 15 d’aprile 1520

[2] Carissimo etc., poi che io ti scrissi della morte d’Aberto Canigiani io non ho tuo lettere, e ancora io non t’ho iscritto, perché credevo che tu tornassi ognora, ma veggendo che tu non se’ tornato, io mi sono mosso a scriverti questi pochi versi per pagare el mio debito verso di te, veggendo come qua le tuo cose rovinano. [3] Tu sai come Piero Venturi si richiamò di te, donde che tu fusti forzato a rimettere quaggiú e’ suo resti, talmente che te ne resulta un danno di 60 fiorini, secondo che mi dice Piero Corsali. [4] Oltr’a di questo, si vuole richiamar di te Giovan Luigi Arighetti, Giorgio Bartoli e molti altri, i quali tutti ti aranno la sentenzia contro, per non c’essere chi possa né chi sappia risponder loro. [5] Io per me non ci sono buono, perché ti farei danno e no utile, rispetto alle condizione ch’i’ mi trovo. [6] Gli tuoi zii e i tuo cugini di padre non hanno voluto parlare, non ch’altro, a uno de’ Sei; degli amici non ci hai alcuno che possa pigliare questa briga; in modo che, se tu non torni, tu perderai di qua la roba e l’onore. [7] Piero Corsali se n’è iscusato meco, e mi dice avertelo iscritto. [8] Pertanto, Giovanni mio, pensa molto bene qual è, o piú o quanto, perché se tu istai ancora uno anno di costà, tu perderai di qua ogni cosa, e resterai in preda di questi che t’hanno commesso. [9] I’ te lo iscrivo per fare mie debito, e perché tu non possa dire che non ti sie stato iscritto.

[10] Cristo ti guardi.

Tuo Nicolò Machiavegli in Firenze

277

giovanni Battista Della Palla a Niccolò Machiavelli

(Roma, 26 aprile 1520)

[1] Spectabili viro Niccolò Machiavelli suo honorandissimo. In Firenze

[2] Io non ho prima risposto alla vostra de’ xvii del passato, per non vi avere avuto che dire di nuovo. [3] Sono da parecchi giorni in qua ne’ quali sono stato in modo impedito da freddo e catarro, che io non ho potuto fare di me cosa alcuna, non che scrivere. [4] Avete a intendere che in uno partito ho praticato col papa gli ho offerto di soprappiú li 500 ducati da pagarsi a Donato, dicendogli intorno a ciò uno mondo di parole che cocevano, mosso dal rispetto che ho allo onore di Sua Santità e della buona memoria di Giuliano e di tutta la Casa, come loro buono servitore. [5] Mi ha risposto che io dicevo il vero, e per sapere appunto che cosa e’ la è, aveva di già dato ordine che fussi pagato, e che cosí sarebbe sanza manco. [6] E volendogli io dimandare in che modo abbia dato questo ordine, acciò che quella parte che avete disegnato che ve ne tocchi non vi mancassi, mi tirò dua volte tanto discosto con le parole, fra dimandarmi e dirmi, che non mi fu possibile rannestarla; ma penso che questi 500 ducati che io ho offerto di pagare a Donato e’ non gli abbia disegnati di mettergli di soprappiú a una somma che debbo pagare per suo conto, che gli viene molto a proposito; per il che, quando ne verreno alle strette, che spero fia fra tre giorni, mi troverrà sinistrare, e sforzerommi di toccare fondo in che modo egli abbia dato questo ordine che Donato sia pagato. [7] E se io non potrò fare altro, piglierò commissione da Sua Santità a quelli tali a chi io intenderò che sia dato l’ordine di pagare, che lo espedischino con prestezza, e faccino ch’e’ sia de’ primi pagati, etc. [8] E voi dall’altro canto fate intendere di nuovo se Raffaello de’ Medici ha questa commissione, come mi scrivesti già, e avvisatemene subito, acciò che, se pure recuserà che io gli paghi, io, come ha cominciato, avendo piú notizia della cosa, possa meglio operare per il desiderio nostro; ma, come vi dico, scrivete subito, perché non attendo a altro che alla mia espedizione, per venire fra brevi giorni fino costí.

[9] De’ casi della compagnia nostra abbiamo da sperare grandemente, come da Zanobi in parte intenderete, ché gnene ho scritto, e appieno allo arrivare mio, a bocca.

[10] Io ho parlato de’ casi vostri particularmente al papa, e in verità, per quanto apparisce, lo ho trovato ottimamente disposto verso di voi, talmente che io fui tutto tentato, quando parlai del caso di Donato, di dirgli la parte che ve ne doveva pervenire, confidando che per questo rispetto lo avessi avuto a fare molto piú volentieri; pure, me la tacqui. [11] Ho preso commissione di dire al cardinale de’ Medici da parte di Sua Santità, come io sarò costí, che gli fia molto grato che oramai la buona volontà, che ha Sua Signoria reverendissima, di farvi piacere, abbia effetto; e credo dirlielo con tale efficacia, ed essermi in modo creduto, che non sarà stato invano. [12] E questo è intorno a farvi dare una provvisione per scrivere o altro, come s’è ragionato piú dí fa, del che parlai distesamente al Papa, e in su questo presi la soprascritta commissione; e ho parlato ancora di voi con Sua Santità circa al caso della compagnia nostra, dicendogli come noi confidiàno di valerci assai dello ingegno e del giudizio vostro etc. [13] Inoltre ho parlato della vostra commedia, dicendogli come la è in ordine, imparata in tutto da’ sua recitatori, e che io penso l’abbia assai a dilettare etc. [14] Hovvi da dire questo, buono per voi e per qualche cosa: che ciascuno buono stima molto piú che qualche cosa si fussi condotta a Roma per le mani mia, ma non avendo avuto facultà di giovare, mi sono fatto conscienzia di arrisicare di nuocere, benché fino a qui, delle volte da quattro in su, mi sia stato dato occasione per la benignità del patrone di parlare, etc.

[15] A Santa Maria in Porticu feci la imbasciata del suo Calandro e vostro Messer Nicea: risponde cortigianerie, come gli è usato. [16] Ringraziai Salviati della lettera: adirasi che voi usiate seco cerimonie. [17] Al Carnesecco feci la imbasciata de’ pali: non so se per essere prete se ne volessi servire lui di qualcuno, ma sarebbono troppo teneri di 10 anni.

[18] Sono tutto vostro. Dio vi guardi. [19] In Roma, a dí 26 d’aprile 1520.

Battista della Palla

278

Bernardo Machiavelli a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 30 luglio 1520)

[1] Domino Niccolò di messer Bernardo Machiavegli. In Luca. † Iesus. Addí 30 di luglio 1520

[2] Carissimo patre, salute, raccomandazione, etc. [3] Questa per dirvi come noi siàno sani, e cosí isperiamo di voi.

[4] Noi non v’abbiàno iscritto prima, perché ’l tempo non n’ha lacciato fare le colte. [5] El vino che voi ci mandasti a dire che noi vendessimo, noi l’abbiàno allocato a rendere vino per vino.

[6] La Madalena ha fatto una bambina, e hagli posto nome Oretta; la vi manda cento salute. [7] Monna Marietta vi ricorda che voi torniate presto, e che voi gli arecate qualche cosa; e cosí io e Lodovico e gli altri di casa.

[8] Altro non accade dirvi. [9] Cristo di male vi guardi. [10] Fatta in fretta, al lume di lucerna. [11] Io avo una pena che non mi rendeva.

[12] Vostro Bernardo Machiavegli in Firenze

279

Filippo De’ Nerli a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 1 agosto 1520)

[1] Spectabili viro Niccolò Machiavelli come fratello carissimo in Lucca. A Lucca

[2] Carissimo Niccolò, io ho una vostra, la quale, la prima cosa, dice le bugie; perché dite d’essere breve, e poi è dua facce piene di scritto da banda a banda.

[3] La causa perché non s’è prima risposto, ne è suto causa perché la lettera mi trovò fuori di questa terra; e venni con la donna di Lorenzo sino presso a Lucca a tre miglia, con animo di venirvi affrontare; poi pensai, quando ero al Bagno, che a volere tornare da Lucca per fare ritorno a Firenze si rallungava la via ben sedici miglia, che fanno piú di 20 per ritorno; tanto che io giudicai che non fussi da comportare tanto disagio la vostra presenzia. [4] Tornato qui, trovai la vostra lettera con la inclusa al Sibilia; e perché, come detto, ci soprastette per la assenzia mia, gli parrà propio averla avuta per staffetta. [5] Con Zanobi communicai la vostra, e ne facemo quel giudizio che delle cose vostre si fa sempre, per arrecarvi voi queste cose in cazzelleria. [6] Eravamo lui e io in animo questo giorno rispondervi a comune; ma lui ha avuto figliuolo maschio, e per questo io non li ho voluto dare noia. [7] Potrete voi, nello scrivere in qua, rallegrarvene seco, perché lui ne ha preso piacere singulare; perché tanti piú ci nasce maschi, tanti piú provvigionati areno contro al Turco. [8] Voi non pensate a queste cose; le ’mportono piú che voi non credete: ricordatelo, e avvertitene cotesti signori lucchesi che attendino a chiavare assai, per fare fanterie, che saranno loro a proposito quanto e’ fossi e ’ torrioni.

[9] Con Gherardo ho riscorso tutto quello ne dite; io stimo che questa vostra stanzia di costà abbia a essere l’ultimo vostro tuffo. [10] Voi sapete quanto poca grazia voi avevi; e ora che si è rimasto a’ concorrenti e rivali libero il campo, io lascio giudicarlo a voi. [11] E vorrete a otta rimediarvi, ch’e’ rimedi fieno piú scarsi che ’l fistolo. Andate, andate.

[12] Co’ poeti e con le Muse si parlò della lingua molto a lungo: a questo s’è pensato per rassettarvi il gusto come voi tornate, di darvi qualche buono precettore. [13] Erasi pensato al Sernigi; ma poi che lui non c’è, fanno pensiero che usiate a vostro ritorno con Gualtieri Panciatichi, e per vostra lezione usiate ogni giorno leggere dua volte la sua epistola dell’entrata del pontefice in patria. [14] E cosí pensono avervi a rassettare l’orecchie.

[15] Filippo, Giovanni, il Guidetto e questi amici di meriggio tutti si raccomandono a voi, e per loro parte non altr’ho a dirvi. [16] È vero che Girolamo desiderrebbe che voi lo raccomandassi a cotesto contadino, che voi dite che a voi di costà fu di tanto conforto, posto che a lui fussi di danno; e fu tanto liberale che mi commisse vi scrivessi che donerebbe cento ducati a chi lo dessi in mano a uno de’ rettori di questa Signoria. [17] Quando questo vi paressi partito onorevole e che facessi per voi, in voi sta la elezione del prenderlo.

[18] Voi arete inteso come Francesco Vettori è ito a San Leo e Montefeltro, a pigliare il possesso per questa Signoria di quelle province. [19] Voi vi date a ’ntendere che qua si badi a baie; noi vi parremo, a vostro ritorno, piú belli che mai.

[20] Ricordovi come, a vostro ritorno, io ho procacciatovi uno alloggiamento a Pistoia, perché non vi fia Ruberto, che oggi ha finato in quella terra la sua dittatura. [21] Quando sarete alla porta, domandate della casa del Zinzi, e, se lo volete appellare per nome propio, di Bastiano di Possente: sarete ricevuto da lui, per amore della Riccia e mio, e per le vostre buone qualità, molto amorevolmente. Non li mancate.

[22] Donato del Corno si duole molto di voi, e dubito, quando tornerete, che io arò a essere tra voi albitro a ogni modo, ch’i’ so quel ch’i’ mi so, e sento quel ch’i’ mi senta, e lui fa quel che si faccia: ella va mal quant’ella può.

[23] Truovo, in questo che io sono stato fuori, che si può un po’ con piú licenzia, chi è proposto a’ magistrati, cosí fuori come drento, fare qualcosetta di suo mano: truovo che le donne possono con piú licenzia essere puttane, volendo; cosí, chi volessi d’uomini o leggere il Troiano o attendere ad altro, farlo anche piú securamente; chi volessi non credere, o portare piú un abito che un altro straordinario, e sic de singulis, con piú sicurtà fare tutto: perché Dio ha tirato a sé Piero delli Alberti, che se ne andò in Santa Croce con tanta acqua, che parve bene che volessi dare il suo resto, cosí morto, dando tanto disagio a chi l’accompagnò, che fu la vigilia di S. Jacopo. [24] E’ non mi occorre altro per ora, che raccomandarmi a voi. Non piú. Vale.

[25] Di Firenze, addí primo d’agosto 1520.

[26] Vostro Filippo de’ Nerli

280

Zanobi Buondelmonti a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 6 settembre 1520)

[1] Al molto da me onorando compare Nicolò Machiavegli segretario. In Lucca

[2] Onorando compare mio, noi ricevemo la vostra de’ xxviiii del passato insieme con la Vita di Castruccio Castracani composta da voi; la quale, e per essere cosa buona, e per conoscere anche che voi vi ricordate in ogni luogo degli amici vostri, ci è stata tanto cara del mondo. [3] Leggemola e consideramola cosí un poco insieme, Luigi, il Guidetto, il Diaccetino, Antonfrancesco e io, e generalmente ci risolvemo fussi cosa buona e ben detta. [4] Notòssi bene certi luoghi, i quali, sebbene stanno bene, si potrebbono non di meno migliorare; come è quella parte ultima de’ dittèri e de’ tratti ingegnosi e acuti detti del detto Castrucci, la quale non tornerebbe se non meglio piú breve, perché, oltre all’essere troppi quegli suoi detti o sali, ve ne è una parte che è da altri e antichi e moderni savi attribuita; una altra non ha quella vivacità né quella grandezza che si richiederebbe a un tanto uomo. [5] Ma ve ne resta tanti buoni che si possono di lui addurre, che la sua vita ne resta ricca assai. [6] L’altre annotazioni sono piú tosto circa alle parole che circa all’atre parte: delle quali tutte cose ci riserbereno a parlare a bocca con piú piacere assai. [7] Halla veduta e letta Iacopo Nardi e Batista della Palla, il quale è qui e sta bene e desidera assai la presenzia vostra, e lodanla assai. [8] Pierfrancesco Portinari e Alessandro ancora, con i quali ero alla villa quando mi fu portata, l’hanno commendata generalmente: in quello che ciascuno si fermava o dubitava, e circa alla lingua e circa all’istoria, e alla esplicazione de’ sensi e concetti vostri, come ho detto, vi se ne parlerà a bocca.

[9] Pare a tutti che voi vi dobbiate mettere con ogni diligenzia a scrivere questa istoria; e io sopra gli altri la desidero, perché, se bene non intendo quanto ciascuno de’ preallegati, né ne so rendere quelle ragione che si converrebbe, sento che questo vostro modello di storia mi diletta, non altrimenti che si faccino quelle cose dagli uomini di buon giudizio sono tenute buone. [10] E sopra ogni cosa mi pare che vagliate in quella orazione: credo che sia perché vi alzate piú con lo stilo che non fate altrove, come la materia anche richiede. [11] Non ho che dirvi altro circa a questa parte per lettera, perché l’è di troppo lungo, né d’altro ancora ho che vi scrivere, se non pregando sollecitare el partire di costí e tornarvene da noi vostri amici, i quali vi desideriàno assai per l’ordinario, e tanto piú quanto per la venuta di Batista c’è necessario parlare con voi di quella nostra fantasia che sapete: però fate che dal canto vostro non resti di esaudirci, ogni volta che costí o all’utile o all’onore, delle quali due cose vi desiderremo riempire col nostro, non vi importi. [12] A voi sempre ci raccomandiano.

[13] Valete. Addí vi di settembre 1520 in Firenze.

[14] Vostro compare Zanobi Buondelmonti

[15] Post scritta. Ho inteso come di qua vi si manda a dire che a vostra posta torniate, di che ho piacere.

281

Niccolò Machiavelli a Francesco del Nero

(Firenze, 10 settembre-7 novembre 1520)

[1] Onorando cognato Francisco del Nero

[2] Spectabilis vir, la sostanza della condotta sia questa: « Sia condotto per anni ecc., con salario ogni anno ecc., con obbligo che debba e sia tenuto scrivere gli annali o vero le istorie delle cose fatte dallo stato e città di Firenze, da quello tempo gli parrà piú conveniente, e in quella lingua, o latina o toscana, che a lui parrà ».

Nicolò Machiavelli

282

Filippo De’ Nerli a Niccolò Machiavelli

(Roma, 17 novembre 1520)

[1] Spectabili viro Niccolò di messer Bernardo Machiavelli. In Firenze

[2] Niccolò mio onorando etc., da poi che io parti’ non v’ho scritto, ché non mi è occorso. [3] La Vita di Castruccio, che io l’avessi non ne fu altro; e del libro De re militari, ut supra. [4] Sappiate che io leggo la sera a madonna Lucrezia Giustino e Quinto Curzio De rebus gestis Alexandri. [5] È stato un nuovo pesce che gl’ha dato un trattato della vita d’Alessandro, e benché io non l’abbia letto, e’ non mi piace; lei mi richiese che io ve lo mandassi, perché voi lo rassettassi con aggiugnervi di certa parte delle cose sua, come vi paressi. [6] Ora io non l’ho fatto né detto di fare, ma ho fatto Berto, dicendo: « Vedremo », con animo di scrivervene prima, per vedere se voi avessi il capo a questa opera; e quando mi rispondiate di sí, ve lo manderò, e dirò a lei d’averlo fatto, benché credo sarebbe meglio discorrere, secondo Plutarco, della vita d’Alessandro quello ne saprete, piú tosto che vedere altro scritto di questo animale. [7] Farò quanto mi avviserete, e, come ho detto, per insino che voi non mi rispondete di contentarvene, non dirò mai di averne scritto; voglio piú tosto essere io negligente, che voi abbiate a negarlo, non volendo voi durare questa fatica; però me ne rispondete per il primo.

[8] A Zanobi Buondelmonti dite che io mi raccomando a lui, e che si ricordi della promessa del venire; io gli scrissi vie l’altro dí avanti che io andassi in corte, dove sono stato da x giorni tra Corneto e Montalto, e per la via. [9] Il tinore dello scriverli mio fu circa il libro De re militari, che per l’avermi lui detto di mandarlo, mi farà tenere bugiardo a Monsignore reverendissimo, se non lo manda; sí che tra voi e lui fate non mi manchi.

[10] A Donato del Corno e tutta la sua loggia che gl’ha la sera in bottega ancora infinite volte mi raccomanderete, e tutti per mia parte salutate; e per ora non dirò altro. [11] A voi infinitamente e strabocchevolmente mi offero, etc.

[12] Di Roma, addí xvii di novembre 1520.

Filippo de’ Nerli

283

Niccolò Machiavelli a Giovanni Vernacci

(Firenze, 15 febbraio 1521)

[1] Carissimo Giovanni, io sono un poco pigro a rispondere alle tua lettere, perché tu mi scrivi ogni volta: « Io partirò fra uno mese ». [2] Ora, veggendo che tu non torni, io ti scriverrò quello che accade. [3] Io ebbi le tua lettere con la procura; e volendo permutare il Monte acciò che tu ne avessi le paghe intere, io non potetti, perché la procura che tu mi mandasti, a questo fatto del Monte non serviva. [4] Pertanto io ti mando una forma di procura come la debbe stare; fa’ di farla, e io allora farò la permuta del Monte secondo che tu mi scrivi.

[5] Delle cose di monna Vaggia, quel che io so che ti tocchi è questo: 266 fiorini di 7 per cento larghi, 63 fiorini e ⅓, che sono depositati in Badia a tua stanza, e’ quali io vi ho lasciati stare, sperando che tu torni; quando tu non torni, io gli leverò e ne comperrò 7 per cento. [6] Restasi avere certi danari dai Tempi, e a questi giorni se ne riscosse 36 ducati, che se ne pagò 32 a certe fanti che per lascio di monna Vaggia gli avevono a avere. [7] Questi altri che si riscoteranno, si farà equale della parte tua. [8] Sonci ancora parecchi masserizie, e la parte tua è in mano degli esecutori del testamento. [9] Io m’ingegno tenere contento Piero Venturi che pigli l’entrata del podere, ancora che voglia essere pagato; e la entrata di questo anno io gli ho consegnata tutta, dalle vinciglie in fuora.

[10] Le 75 libbre del caviale vennono: pagai per quello lire 9 soldi 7; distribuissi come scrivesti. [11] Noi siàno tutti sani e ti aspettiano; torna, per tua fé, il piú presto che tu puoi.

[12] Cristo ti guardi. A dí 15 di febbraio 1520.

[13] Niccolò Machiavegli in Firenze

284

Piero Soderini a Niccolò Machiavelli

(Roma, 13 aprile 1521)

[1] Al mio carissimo Nicolò Machiavelli. Florentie

[2] Nicolò carissimo, da poi non vi satisfece il partito di Ragugia, ricercandomi el signore Prospero d’uno uomo sufficiente da maneggiare le cose sue, conoscendo la fede vostra e sufficienzia, ve li proposi. [3] Soddisfateli assai, perché ha notizia di voi; hammi commesso ve ne ricerchi. [4] La provvisione sarà 200 ducati d’oro e le spese: pensatela, e satisfacendovi, vi conforterei, senza conferirlo, a essere prima là, che di costà si sapessi la partita; né altro migliore partito mi occorre al presente, il quale giudico molto meglio che stare costí a scrivere storie a fiorini di suggello. Bene valete.

[5] Rome, die 13 Aprilis 1521.

Vester Petrus Soderinus

285

Giovanni Vernacci a Niccolò Machiavelli

(Pera, 8 maggio 1521)

[1] Spectabili viro domino Niccolò Machiavelli. In Firenze. † Iesus. Addí viii di maggio 1521

[2] Onorando in luogo di padre, raccomandazione e salute infinite, etc. [3] Addí 4 di febraio 1520 fu mia ultima; dipoi ho la vostra de’ dí 15 di febraio, vista con piacere. Apresso risposta.

[4] E’ s’è inteso ricevesti la procura, ma dite non ha servito a e’ danari del Monte; e la forma in che modo bisogna detta procura s’è ricevuta in detta vostra, e s’è fatto detta procura formalmente come n’ordinate, e per mano di nostro cancelliere; e vi si manda in questa, a ciò posiate permutare detti danari di Monte in chi a voi piacerà, a cagione s’abia lo intero de le paghe: sí che fatene come di cosa vostra, che Iddio di ben mandi.

[5] Del lascio di monna Vaggia dite mi toca fiorini 266, 13, 4 di 7 per cento larghi, e fiorini 63 ½, che sono dipositati in Badia a mia istanza; e cosí dite si resta avere certi danari da’ Tempi, e non dite quanti. [6] E cosí intendo che certa mia parte è in mano de l’isegutori del testamento: di che vorei che a l’auta di questa faciate d’aver tutto, e cosí li danari che sono in Badia come li altri, e ne fate come se vostri fusino; che tutto terò per benisimo fatto. [7] Quanto a Piero Venturi, s’è inteso lo tenete contento col darlli l’entrata del podere; e dite âúto tutto, salvo le venciglie, che bene avete fatto: e anderete cosí facendo sino al mio ritorno, e a quell’ora ho speranza del tutto valermi.

[8] El caviale s’intese lo ricevesti, e seguitene quanto vi s’è ordinato, che sta benisimo. [9] Per questa non accade dirvi altro, salvo che fra 15 giorni arò sentenzia fra ’l Biliotto e me, e de prima ne verrò al fermo, che Iddio me ne conceda grazia. E basta. [10] A voi di continovo mi racomando. [11] Abiatemi per iscusato se so’ brieve per questa, ché n’è causa ho preso ieri una medicina che m’ha sturbato. [12] Iddio voi e noi di male sempre guardi.

[13] Per vostro Giovanni di Francesco Vernacci in Pera

286

Francesco Guicciardini a Niccolò Machiavelli

(Modena, 17 maggio 1521)

[1] Messer Francesco Guicciardini in Modana a Niccolò Marchiavelli a Carpi, addí xvii di maggio 1521

[2] Machiavello carissimo, buon giudizio certo è stato quello de’ nostri escolendi consoli dell’Arte della Lana avere commesso a voi la cura di eleggere un predicatore, non altrimenti che se a Pacchierotto, mentre viveva, fosse stato dato il carico, o a ser Sano, di trovare una bella e galante moglie a uno amico. [3] Credo gli servirete secondo la espettazione che si ha di voi, e secondo che ricerca lo onore vostro, quale si oscurerebbe se in questa età vi dessi all’anima, perché, avendo sempre vivuto con contraria professione, sarebbe attribuito piuttosto al rimbambito che al buono. [4] Vi ricordo che vi espediate il piú presto che si può, perché nello stare molto costà correte duoi pericoli: l’uno, che quelli frati santi non vi attacchino dello ipocrito; l’altro, che quell’aria da Carpi non vi faccia diventare bugiardo, perché cosí è l’influsso suo, non solo in questa età, ma da molti secoli in qua. [5] E se per disgrazia foste alloggiato in casa qualche carpigiano, sarebbe il caso vostro senza rimedio. [6] Se arete visitato quel vescovo governatore, arete visto una bella foggia d’uomo, e da impararne mille bei colpi.

[7] A voi mi raccomando. [8] Di Modona, addí 17 di maggio 1521.

Vostro Francesco Guicciardini

287

Niccolò Machiavelli a Francesco Guicciardini

(Carpi, 17 maggio 1521)

[1] Magnifico domino Francisco de Guicciardinis, iuris utriusque doctori, Mutine Regiique gubernatori dignissimo suo plurimum honorando

[2] Magnifice vir, maior osservandissime, io ero in sul cesso quando arrivò il vostro messo, e appunto pensavo alle stravaganze di questo mondo, e tutto ero volto a figurarmi un predicatore a mio modo per a Firenze, e fosse tale quale piacesse a me, perché in questo voglio essere caparbio come nelle altre oppinioni mie. [3] E perché io non mancai mai a quella repubblica, dove io ho possuto giovarle, che io non l’abbi fatto, se non con le opere, con le parole, se non con le parole, con i cenni, io non intendo mancarle anco in questo. [4] Vero è che io so che io sono contrario, come in molte altre cose, all’oppinione di quelli cittadini: eglino vorrieno un predicatore che insegnasse loro la via del paradiso, e io vorrei trovarne uno che insegnassi loro la via di andare a casa il diavolo; vorrebbono appresso che fosse uomo prudente, intero, reale, e io ne vorrei trovare uno piú pazzo che il Ponzo, piú versuto che fra Girolamo, piú ippocrito che frate Alberto, perché mi parrebbe una bella cosa, e degna della bontà di questi tempi, che tutto quello che noi abbiamo sperimentato in molti frati, si esperimentasse in uno: perché io credo che questo sarebbe il vero modo ad andare in paradiso, imparare la via dello inferno per fuggirla. [5] Vedendo, oltre di questo, quanto credito ha un tristo che sotto il mantello della religione si nasconda, si può fare sua coniettura facilmente quanto ne arebbe un buono che andasse, in verità e non in simulazione, pestando i fanghi di san Francesco. [6] Parendomi adunque la mia fantasia buona, io ho disegnato di tôrre il Rovaio, e penso che, se somiglia i fratelli o le sorelle, che sarà il caso. [7] Arò caro che, scrivendomi altra volta, me ne diciate la oppinione vostra.

[8] Io sto qui ozioso, perché io non posso eseguire la commessione mia insino che non si fanno il generale e i diffinitori, e vo rigrumando in che modo io potessi mettere infra loro tanto scandolo che facessino, o qui o in altri luoghi, alle zoccolate; e se io non perdo il cervello, credo che mi abbia a riuscire, e credo che il consiglio e l’aiuto di Vostra Signoria gioverebbe assai. [9] Pertanto, se voi venissi insin qua sotto nome di andarvi a spasso, non sarebbe male, o almanco scrivendo mi dessi qualche colpo da maestro; perché se voi ogni dí una volta mi manderete un fante a posta per questo conto, come voi avete fatto oggi, voi farete piú beni: l’uno, che voi mi alluminerete di qualche cosa a proposito; l’altro, che voi mi farete piú stimare da questi di casa, veggendo spesseggiare gli avvisi. [10] E sovvi dire che alla venuta di questo balestriere con la lettera e con uno inchino sino in terra, e con il dire che era stato mandato a posta e in fretta, ognuno si rizzò con tante riverenze e tanti romori, che gli andò sottosopra ogni cosa, e fui domandato da parecchi delle nuove; e io, perché la riputazione crescesse, dissi che lo imperadore si aspettava a Trento, e che li Svizzeri aveano indette nuove diete, e che il re di Francia voleva andare ad abboccarsi con quel re, ma che questi suoi consiglieri ne lo sconsigliano; in modo che tutti stavano a bocca aperta e con la berretta in mano, e mentre che io scrivo ne ho un cerchio d’intorno, e veggendomi scrivere a lungo si maravigliano, e guàrdommi per spiritato, e io, per farli maravigliare piú, sto alle volte fermo su la penna, e gonfio, e allotta egli sbavigliano: che se sapessino quel che io vi scrivo, se ne maraviglierebbono piú. [11] Vostra Signoria sa che questi frati dicono che quando uno è confermato in grazia, il diavolo non ha piú potenzia di tentarlo; cosí io non ho paura che questi frati mi appicchino lo ippocrito, perché io credo essere assai ben confermato.

[12] Quanto alle bugie de’ carpigiani, io ne vorrò misura con tutti loro, perché è un pezzo che io mi dottorai, di qualità che io non vorrei Francesco Martelli per ragazzo; perché, da un tempo in qua, io non dico mai quello che io credo, né credo mai quel che io dico, e se pure e’ mi vien detto qualche volta il vero, io lo nascondo fra tante bugie, che è difficile a ritrovarlo.

[13] A quel governatore io non parlai, perché, avendo trovato alloggiamento, mi pareva il parlarli superfluo; bene è vero che stamani in chiesa io lo vagheggiai un pezzo, mentre che lui stava a guardare certe dipinture. [14] Parvemi il caso suo bene foggiato, e da credere che rispondesse il tutto alla parte, e che fosse quello che paresse, e che la Telda non farneticasse, in modo che, se io avevo a lato la vostra lettera, io facevo un bel tratto a pigliarne una secchiata. [15] Pure non è rotto nulla, e aspetto domani da voi qualche consiglio sopra questi mia casi, e che voi mandiate un di codesti balestrieri, ma che corra e arrivi qua tutto sudato, acciò che la brigata strabilii; e cosí faccendo mi farete onore, e anche parte cotesti balestrieri faranno un poco di esercizio, che per i cavalli in questi mezzi tempi è molto sano. [16] Io vi scriverrei ancora qualche altra cosa, se io volessi affaticare la fantasia, ma io la voglio riserbare a domani piú fresca che io posso. [17] Raccomandomi alla Signoria Vostra, que semper ut vult valeat.

[18] In Carpi, addí 17 di maggio 1521.

[19] Vester observantissimus Niccolò Machiavelli oratore a’ fra minori

288

Francesco Guicciardini a Niccolò Machiavelli

(Modena, 18 maggio 1521)

[1] Al magnifico messer Niccolò Marchiavelli nuntio fiorentino ecc. In Carpi

[2] Non avendo, Machiavello carissimo, né tempo né cervello da consigliarvi, né anche sendo solito a fare tale officio sanza el ducato, non voglio mancarvi di aiuto, acciò che almanco colla riputazione possiate conducere le vostre ardue imprese. [3] Però vi mando a posta el presente balestriere, al quale ho imposto che venga con somma celerità, per essere cosa importantissima, in modo ne viene che la camicia non gli tocca le anche; né dubito che, tra el correre e quello che dirà lui alli astanti, si crederrà per tutti voi essere gran personaggio, e el maneggio vostro di altro che di frati: e perché la qualità del piego grosso faccia fede all’oste, vi ho messo certi avvisi venuti da Zurich, de’ quali vi potrete valere o mostrandoli o tenendoli in mano, secondo che giudicherete piú espediente.

[4] Scrissi ieri a messer Gismondo voi essere persona rarissima; mi ha risposto pregando lo avvisi in che consista questa vostra rarità: non mi è parso replicarli, perché stia piú sospeso e abbia causa di osservarvi tutto. [5] Valetevi, mentre che è il tempo, di questa riputazione: « non enim semper pauperes habebitis vobiscum ». [6] Avvisate quando sarete espedito da quelli frati, tra’ quali se mettessi la discordia o almanco lasciassi tal seme che fussi per pullulare a qualche tempo, sarebbe la piú egregia opera che mai facessi: né la stimo però molto difficile, attesa la ambizione e malignità loro. [7] Avvisate, anzi, potendo, venite.

[8] In Modona, a dí 18 di maggio 1521.

[9] Vester Franciscus de Guicciardinis Gubernator

289

Niccolò Machiavelli a Francesco Guicciardini

(Carpi, 18 maggio 1521)

[1] Io vi so dire che il fumo ne è ito sino al cielo, perché tra la ambascia dello apportatore e il fascio grande delle lettere, e’ non è uomo in questa casa e in questa vicinanza che non spiriti; e per non parere ingrato a messer Gismondo, li mostrai que’ capitoli de’ Svizzeri e del re. [2] Parvegli cosa grande: dissili della malattia di Cesare, e delli stati che voleva comperare in Francia, in modo che gli sbavigliava. [3] Ma io credo, con tutto questo, che dubiti di non essere fatto fare, perché gli sta sopra di sé, né vede perché si abbia a scrivere sí lunghe bibbie in questi deserti di Arabia, e dove non è se non frati; né credo parerli quell’uomo raro che voi gli avete scritto, perché io mi sto qui in casa, o io dormo o io leggo o io mi sto cheto; tale che io credo che si avvegga che voi vogliate la baia di me e di lui. [4] Pure e’ va tastando, e io gli rispondo poche parole e mal composte, e fóndomi sul diluvio che debbe venire, o sul Turco che debbe passare, e se fosse bene fare la crociata in questi tempi, e simili novelle da pancacce, tanto che io credo gli paia mille anni di parlarvi a bocca per chiarirsi meglio, o per fare quistione con voi, che gli avete messo questa grascia per le mani, ché gli impaccio la casa, e tengolo impegnato qua; pure io credo che si confidi assai che il giuoco abbia a durare poco, e però segue in far buona cera e fare i pasti golfi, e io pappo per 6 cani e 3 lupi, e dico quando io desino: « Stamani guadagno io dua giulii »; e quando io ceno: « Stasera io ne guadagno quattro ». [5] Pure, nondimeno, io sono obbligato a voi e a lui, e se viene mai a Firenze io lo ristorerò, e voi in questo mezzo gli farete le parole.

[6] Questo traditore del Rovaio si fa sospignere, e va gavillando, e dice che dubita di non potere venire, perché non sa poi che modi potersi tenere a predicare, e ha paura di non andare in galea come papa Angelico; e dice che non gli è poi fatto onore a Firenze delle cose, e che fece una legge, quando vi predicò l’altra volta, che le puttane dovessino andare per Firenze con il velo giallo, e che ha lettere della sirocchia che le vanno come pare loro e che le menono la coda piú che mai; e molto si dolse di questa cosa. [7] Pure io l’andai racconsolando, dicendo che non se ne maravigliasse, ché gli era usanza delle città grandi non star ferme molto in un proposito, e di fare oggi una cosa e domani disfarla; e gli allegai Roma e Atene, tale che si racconsolò tutto, e hammi quasi promesso; per altra intenderete il seguíto.

[8] Questa mattina questi frati hanno fatto il ministro generale, che è il Soncino, quello che era prima uomo secondo, frate umano e dabbene. [9] Questa sera debbo essere innanzi alle Loro Paternità, e per tutto domani credo essere spedito, che mi pare ogni ora mille, e mi starò un dí con Vostra Signoria, quae vivet et regnet in secula seculorum.

[10] Addí 18 di maggio 1521.

[11] Nicolaus Maclavellus orator pro Republica Florentina ad Fratres Minores

290

Francesco Guicciardini a Niccolò Machiavelli

(Modena, 18 maggio 1521)

[1] Al magnifico messer Niccolò Machiavelli nunzio fiorentino. In Carpi

[2] Machiavello carissimo, quando io leggo e’ vostri titoli di oratore di repubblica e di frati, e considero con quanti re, duchi e principi voi avete altre volte negoziato, mi ricordo di Lisandro, a chi doppo tante vittorie e trofei fu dato la cura di distribuire le carne a quelli medesimi soldati a chi sí gloriosamente aveva comandato; e dico: vedi che, mutati solum e’ visi delli uomini ed e’ colori estrinseci, le cose medesime tutte ritornano; né vediamo accidente alcuno che a altri tempi non sia stato veduto. [3] Ma el mutare nomi e figura alle cose fa che soli e’ prudenti le riconoscono: e però è buona e utile la istoria, perché ti mette innanzi e ti fa riconoscere e rivedere quello che mai non avevi conosciuto né veduto. [4] Di che seguita, in sillogismo fratesco, che molto è da commendare chi vi ha dato la cura di scrivere annali, e da esortare voi che con diligenzia esequiate lo officio commesso: a che credo non vi sarà al tutto inutile questa legazione, perché in cotesto ozio di tre dí arete succiata tutta la repubblica de’ zoccoli, e a qualche proposito vi varrete di quel modello, comparandolo o ragguagliandolo a qualcuna di quelle vostre forme.

[5] Non mi è parso in beneficio vostro da perdere tempo o abbandonare la fortuna, mentre si mostra favorevole; però ho seguitato lo stile di spacciare el messo: il che, se non servirà a altro, doverrà farvi beccare doman da sera davvantaggio una torta. [6] Vi ricordo nondimanco che messer Gismondo è cattivo e uso alle chiacchiere, o, in lombardo, alle berte: però è da andare cautamente, acciò che di pastori non diventassimo aratori. [7] Io li ho scritto con queste che non lo avviso della rarità, perché mi confido alla perspicacia dello ingegno suo, e che vi abbia conosciuto: cosí starà sospeso, e se voi lo tenete in ambiguità col non dare de’ vostri maggiori, concluderà che voi siate uno uccello; e tutto è da tollerare, pure che e’ pasti seguitino allo ordine.

[8] Del Rovaio non mi maraviglio, perché credo, anzi l’ho compreso, non gli gustare el vostro vino; né io commendo la vostra elezione, non mi parendo conforme né al giudizio vostro né a quello delli altri, e tanto piú che, essendo voi sempre stato ut plurimum estravagante di opinione dalle commune e inventore di cose nuove e insolite, penso che quelli signori consoli e ciascuno che arà notizia della vostra commissione espettino che voi conduciate qualche frate di quelli, come disse colui, che non si trovano. [9] Pure è meglio risolvere e questa e la baia della separazione, che ritardare piú la ritornata vostra in qua, dove con sommo desiderio siate espettato.

[10] A voi mi raccomando. [11] Mutine, 18 Maii 1521.

[12] Vester Franciscus de Guicciardinis Gubernator

291

Niccolò Machiavelli a Francesco Guicciardini

(Carpi, 19 maggio 1521)

[1] Cazzus! E’ bisogna andar lesto con costui, perché egli è trincato come il 30 mila diavoli. [2] E’ mi pare ch’e’ si sia avveduto che voi volete la baia, perché, quando il messo venne, e’ disse: « Togli! Ci debbe essere qualche gran cosa; i messi spesseggiano »; poi, letta la vostra lettera, disse: « Io credo che il governatore strazi me e voi ». [3] Io feci “Albanese, messere”, e dissi come io lasciai certa pratica a Firenze di cosa che apparteneva a voi e a me, e vi avevo pregato che me ne tenessi avvisato quando di laggiú ne intendevi cosa alcuna, e che questa era la massima cagione dello scrivere; in modo che il culo mi fa lappe lappe, che io ho paura tuttavia che non pigli una granata e rimandimi alla osteria; sí che io vi priego che domani voi facciate feria, acciò che questo scherzo non diventi cattività. [4] Pure, il bene che io ho avuto non mi fia tratto di corpo: pasti gagliardi, letti gloriosi e simili cose, dove io mi sono già tre dí rinfantocciato.

[5] Questa mattina ho dato principio alla causa della divisione; oggi ho a essere alle mani, domani crederrò spedirla. [6] Quanto al predicatore, io non ne credo avere onore, perché costui nicchia. [7] Il padre ministro dice che gli è impromesso ad altri, in modo che io credo tornarmene con vergogna; e sammene male assai, ché io non so come mi capitare innanzi a Francesco Vettori e a Filippo Strozzi, che me ne scrissono in particulare, pregandomi che io facessi ogni cosa perché in questa quaresima e’ potessino pascersi di qualche cibo spirituale che facessi loro pro. [8] E diranno bene che io gli servo di ogni cosa ad uno modo, perché questo verno passato, trovandomi con loro un sabato sera in villa di Giovan Francesco Ridolfi, mi dettono cura di trovare il prete per la messa per la mattina poi. [9] Ben sapete che la cosa andò in modo che quel benedetto prete giunse che gli avevano desinato, in modo che gli andò sottosopra ciò che vi era, e sèppommene il malgrado. [10] Ora, se in questa altra commissione io rimbótto sopra la feccia, pensate che viso di spiritato e’ mi faranno; pure, io fo conto che voi scriviate loro dua versi, e mi scusiate di questo caso al meglio saprete.

[11] Circa alle storie e la repubblica de’ zoccoli, io non credo di questa venuta avere perduto nulla, perché io ho inteso molte constituzioni e ordini loro che hanno del buono, in modo che io me ne credo valere a qualche proposito, massime nelle comparazioni, perché dove io abbia a ragionare del silenzio, io potrò dire: « Gli stavano piú cheti che i frati quando mangiono »; e cosí si potrà per me addurre molte altre cose in mezzo, che mi ha insegnato questo poco della esperienza.

[12] Addí 19 di maggio 1521.

Vostro Nicolò Machiavelli

292

Giovanni Salviati a Niccolò Machiavelli

(Roma, 6 settembre 1521)

[1] Spectabili viro domino Nicolao de Machiavellis, amico carissimo. Florentie

[2] Messer Niccolò mio, io non ho voluto rispondere alla lettera vostra venuta insieme al vostro libro Dell’arte militare, se prima non ho letto il libro e considerato bene, per dirvene come [. . .] l’opinion mia, e non fare come molti, i quali, ancora che siano piú savi di me, pure in questo io non gli approvo, che nel lodare una cosa seguitano l’opinione de’ piú e non la loro propria: in modo che, essendo i piú degl’uomini ignoranti, molte volte, giudicando secondo quelli, giudicano male. [3] Io adunque, per seguitare la mia consuetudine, ho visto diligentemente el libro vostro, il quale, quanto piú l’ho considerato, tanto piú mi piace, parendomi che al perfettissimo modo di guerreggiare antico abbiate aggiunto tutto quello che è di buono nel guerreggiar moderno, e fatto una composizione di esercito invincibile. [4] A questa mia opinione si è aggiunto, per le guerre che sono al presente, qualche poco di sperienza, avendo visto che tutti i disordini che sono nati o nascono oggi nelli eserciti franzesi o in quelli di Cesare o della Chiesa o del Turco, non per altro avvengono, se non per mancare degl’ordini che sono descritti nel libro vostro.

[5] Ringraziovi adunque molto che, per la comune utilità degl’Italiani, abbiate mandato fuora questo libro, il quale, per li tempi che verranno, sarà almanco, se non opererà altro, buono testimonio che in Italia non è mancato a’ tempi nostri chi abbia conosciuto quale è il vero modo di militare. [6] E non poco obbligo vi ho che subito me lo abbiate mandato, per essere il primo in Roma a vedere tanto bella opera, simile veramente e degna dello ingegno, esperienza e prudenza vostra, cui conforto a pensare e comporre continuamente qualche cosa, e ornar la patria nostra col vostro ingegno. [7] State sano, e ricordatevi che tra le prime cose che io desidero è far qualche cosa che vi piaccia.

[8] In Roma, addí vi di settembre mdxxi.

[9] Ioannis Cardinalis de Salviatis

293

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

(Sant’Andrea in Percussina, 26 dicembre 1521)

[1] Magnifico viro domino Francisco Vectori gonfaloniere di giustizia dignissimo

[2] Signor gonfaloniere, Parigino, presente apportatore, è mio ami-co grande, e dice quando Vostra Signoria si stava a casa che gli fu fatto certo partito addosso perché rinunziasse ad uno piato. [3] Vorrebbe, se fusse possibile, liberarsene, e è ricorso a me perché io ve lo raccomandi: il che io fo con tutto il cuore. [4] Intenderete da lui i meriti della causa, e, parendovi cosa ragionevole, vi prego la aiutiate, raccomandandomi sempre a voi, con il quale io ho tanti obblighi, che Dio il voglia che io possa un dí pagarli con vostra salute e commodo.

[5] Valete. A dí 26 di dicembre 1521.

[6] Obligatissimus Niccolò Machiavegli, in villa

1522-1523

294

Roberto Pucci a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 8 giugno 1522)

[1] Al mio onorevole quanto fratello Niccolò Machiavello. In casa

[2] Onorando mio Niccolò, io sono per dispiacere del nostro messer Totto fuori di me, perché non sono dua altri òmini a chi desideri piú la vita e il bene anzi che a voi e a lui: pure fia necessario accordarsi alla voglia del Signore, che tutto fa a buon fine. [3] Confortovi come prudente al medesimo, pregando Iddio per sua grazia ce lo preservi a ogni modo, e sia per lo meglio. [4] Sarà necessario, se Iddio pure ne disponessi, che quello bene volevo a lui e voi, voglia a voi solo, e cosí versa vice. [5] In quanto a’ benifíci, se li dipositate in mio figliuolo, saranno come nella persona vostra e di vostro figliuolo in tutto e per tutto. [6] Nunc pro oportuna etc. [7] E a voi sempre mi raccomando, e prego di nuovo Iddio ci preservi messer Totto.

[8] Ex Palatio, die viii Iunii 1522.

[9] Avisate per il garzone di Giovanni. [10] Se io fussi mio omo, non mi partirei mai dal cospetto del nostro messer Totto: bisogna voi e lui m’abbi per scusato.

[11] Frater Robertus Puccius, Gonfalonerius

295

Ser Vincenzo a Niccolò Machiavelli

(Sant’Antonio alle Sodera, 30 luglio 1522)

[1] Data a Nicolò di messer Bernardo Machiavelli. In Firenze. Al nome d’Idio, addí 30 di lulio 1522

[2] Onorando e magiore mio etc., io ho riceuto una vostra letera per ser Sansone, la quale mi dice io venda 2 mogia di grano, e díeli 10 ducati: io farò tanto quanto voi m’avete mandato a dire; io vedrò di fare melio potrò. [3] E’ lavoratori di San Chirico hanno batuto infino a qui 54 staia di grano, e non altro; quello di San Vito ha batuto mogia sei e venti staia, venzete staia di grano da seme, 10 staia di vilicchiolo. [4] Io non mi poso partire, perché volio fare e’ fati vostri come si debono fare, e bisogna avere cura a’ mochi. [5] Pertanto e’ m’è ocorso un caso strano. [6] Sapete vi disi ch’io ho a dare certi danari a’ frati di Santo Antonio: l’antro dí mi mandò una richiesta di vescovado, che vorebe 7 ducati, comme quando c’entrai nel principio; loro mi ci tennano un mese e non piú, e poi c’entronno que’ d’Orsino, e mesere Toto me lo fece rendere da quelli d’Orsino; loro non mi dànno niente, se non d’andare acatare; io li promesi di dali una soma di grano; non ho potuto mandàla cosí presto, e lui ha mandato qua su una scumunica; hannomi fato scumunicare; io li mando una soma di grano per mia gentileza, non già che lui posa mostrare scrita nesuna ch’io abia a dàline: setene certo; se non, io vo’ che tu mi dia cosí.

[7] Mesere Totto dise parechie volte: « Si vòle tirarla, dali qualche cosa »; si no, io lasciavo fare a lui. [8] Io vi vo’ pregare non per comandamento, ma per amore di Dio, che voi duriate un po’ di fatica per me, d’andare con mio cherico infino a favelare al fratello del vicario, e che sa bene che dise che mi lascerebe fare la ricolta con questo, io li mandàsi una soma di grano, e che lui venga in vescovado al notaio a farmi mandare per mio cherico l’asulitione, e, se bisogniàsi, parlàsi un poco per me a chi chi sia. [9] Fate per me come io fo per voi, perché volio potere dire mesa, e se io non fo letere di quanto vòle lo paghi, pure non può mostrare niente scritta ch’io li abia dare, se non come ho deto di sopra. [10] Perdonatemi se io vi do tropa noia: ponete una soma a me, e io la porterò per vostro amore. [11] Non altro per ora. [12] Idio di male vi guardi, e conservivi lungo tempo in buono stato.

[13] Vostro ser Vincenzio, a Santo Antonio alle Sodora

296

Niccolò Machiavelli a Francesco del Nero

(Sant’Andrea in Percussina, 14 ottobre 1522)

[1] Spectabili viro Francisco del Nero, cognato onorando. In Firenze

[2] Spectabilis vir, maior honorande, voi intenderete da Grazia quanto bruttamente uno famiglio di Raffaello Girolami abbia fedito uno suo fratello: Raffaello non vi era, che so che gli dispiacerà il caso. [3] Io non ci desidero altro, se non che si posi qui, e che questi miei possino attendere a lavorare. [4] Il modo mi parrebbe che Raffaello per sua umanità chiamassi a sé uno di questi miei e gli dessi 4 buone parole, mostrando che il caso gli dispiaccia; dipoi faccia che quel suo famiglio stia 8 o 10 mesi che non capiti lassú. [5] Pregovi, trovando Raffaello, ne parliate seco, e Grazia consigliate di quello vi pare che faccia. [6] Io verrò costí o domani o l’altro: vorrei pure arrecare trenta tordi, e dubito che non mi riesca. [7] Sono sempre a’ comandi vostri.

[8] Die xiiii Octobris 1522.

[9] Niccolò Machiavegli in villa

297

Ser Vincenzo a Niccolò Machiavelli

(San Quirico alle Sodera, 23 ottobre 1522)

[1] Spectabili vir Nicolò di mesere Bernardo Machiavelli in Firenze. Al nome di Dio, a dí 23 d’ottobre 1522

[2] Onorando e magiore mio, etc., avisovi come io sono stato a vedere se voi venivi qua su; ora, io veggo voi non siate venuto. [3] Ora, arei caro che voi vedesi el mio conto, perché arei caro voi mi mandasi qualche danaio, perché sapete sono pagato al conto che noi facemo per tutto agosto. [4] Ora, io arei avere el servito di dua mesi, cioè settembre e otobre: se io non avesi di nicistà, non ve li manderei a chiedere. [5] Sapete mi dicisti in San Casciano che, saldato che noi avesino el conto insieme e io avesi di bisogno, voi mi serviresti sempremai del salario d’un mese o dua innanzi. [6] Li è ben vero voi dicesti non potevi tenere danari perduti, come faceva messer Totto; ma per un ducato sempremai innanzi mi serviresti. [7] Io uficio in modo le chiese, che né voi né ’ popolani non s’hano da ramalicare di niente. [8] Di quelo mi pregasti, io dicési una domenica del mese a Ortimino, hòvene ubidito, sí che pertanto vi prego quanto so e poso istrettamente che voi mi mandiate quelo mi si viene questo tempo deto di sopra, perché siàno sotto l’Ognisanti; sapete che tutti e’ padroni servono loro garzoni e loro genti. [9] Arei caro, potendo, mi servisi, oltra di questo, del salario d’un mese o dua prosimi a venire; a voi non fa niente o prima o poi, esendo voi servito di man in mano, perché ho a finirmi di piú d’una cosa questo Ognisanti, come s’apartiene a’ nostri pari. [10] Piuttosto, un’altra volta fatemi servire un mese in dono, e sono molto contento. [11] Ancora sòle esere l’usanza la matina d’Ognisanti o de’ Morti di rinovare in sull’atare dua falcole, come sí si vole; ora fate voi, per potere dire el Vespro de’ Morti e quelo s’apartiene alle chiese. [12] Non mi distenderò piú oltre. [13] Se poso niente qua per voi, mandatemelo a dire, e io tanto farò.

[14] Valete.

Per lo vostro ser Vincentio cappelano a San Chirico alle Sodora

298

Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 16 aprile 1523)

[1] Al mio caro [. . .] a Santo Andrea

[2] Ex tuis litteris, mi Nicolae, intellexi te maxime vereri ne novi pecuniarum exactores, qui propediem creari debent, sint in exigendo solito acerbiores, urgente presertim necessitate, rogasque ut tibi apud eos faveam ne cogaris ad maiorem solutionem aureorum duodecim, quam summam anno preterito maxima cum dificultate solvere coactus fuisti. [3] Ego, ut tibi verum fatear, nescio an isti exactionum prefecti cito creandi sint: cardinalis enim cras hinc discedet Romam profecturus, et fortasse hec creatio in reditum suum differetur, qui erit intra mensem. [4] Tibi tamen persuadere potes quod, quandocumque creabuntur, ego tibi defuturus non sim. [5] Audivi quod inter eos erit Laurentius Acciarolus, Roberti nostri frater; de aliis nihil scio. [6] Et de his satis.

[7] Dubitas quod in hac re Francisci Nigri sales tibi nocere possunt, et iure dubitas: cur enim tibi non noceant, qui his proximis diebus etiam illi nocuere? [8] Est in via Sancti Galli, prope portam, monasterium quoddam monialium que dicuntur Sancti Clementis; Franciscus, ut est homo religiosus, cum illis maximam contraxeram familiaritatem, et quia pestis viciniam fere totam occupaverat, sepe monialibus dixerat se rus habere, nescio an nomine Paternum an Villamagna, in quo iunories moniales commode se transferre possent et vicinam contagionem effugere. [9] Crevit adeo pestis, quod moniales quindecim, promissi memores, ad Nigri villam se transferunt, ab agricola claves domus accipiunt, frumentum ad pistrinum mittunt, vinum bibunt, et domo et suppellectilibus et omnibus aliis rebus tamquam propriis utuntur. [10] Agricola, clavis monialibus relictis, Florentiam accedit, Franciscum convenit, que fecerint moniales edocet. [11] Deambulabat tum forte mecum in area Palatina, et, ut agricolam audivit, vidisses hominem clamantem ac per aream, pallio in humeros reiecto, currentem et Augustinum fratrem magna voce sine respectu aliquo appellantem; cui, ad eum accedenti, dicit ut subito sex equos ad vecturam conducat ac rus petat, et de domo moniales etiam invitas educat et equis impositas ad monasterium remittat. [12] Paret frater, et ipsas reluctantes domo eiecit, « et fuit in toto notissima fabula celo ».

[13] Quid mirum, ergo, cum Franciscus moniales ruri habuerit, si Ludovicus, sororis filius, confessorem etiam ruri secum habere velit, cum ad hec non dicam pater Eneas, sed avunculus excitet Hector? [14] Sed, cum in senium vergimus, nimis morosi et, ut sic loquar, scrupulosi sumus, nec recordamur quid adolescentes egerimus. [15] Habet Ludovicus filius secum puerum, cum illo ludit, iocatur, deambulat, in aurem gannit, una cubant. [16] Quid tum? Fortasse etiam sub his rebus nihil mali subest, et eum secum duxit ut pestis contagium evitaret. [17] Nimis te, mi Nicolae, de filiorum moribus crucias et beatos celibes predicas et fortunatos maritos qui masculis filiis carent. [18] Meminisse opportet que ex filiis voluptates, que commoda percipiuntur, nec continuo lamentari si quid deliquerint, si quid contra prescriptum fecerint; si enim sic feceris, nimia cum molestia et anxietate vives.

[19] Tu ruri degis, ego domi delitesco: incidi enim in febriculam quandam levem, cuius dificilis est cura, his presertim temporibus qui-bus medici fere omnes ab urbe absunt. [20] Torqueor autem quod a nonnullis dicitur me valitudinem fingere vitande pestis gratia, et hoc cardinali relatum fuit et fortasse etiam scribetur; et, quamquam adeo me gesserim, ut hoc credi de me non debeat, tamen de his que audiuntur semper aliqua in auribus resident, et sic

dulcis inexpertis cultura potentis amici;

expertus metuit.

[21] Vellem, ut petis, aliquid ad te novi scribere. [22] Venit e Gallia secretarius Alberti comitis Carpi, qui non Gallorum partes sequitur; is retulit regem illi dixisse exercitum decrevisse omnino intra duos menses in Italiam mittere, et propter hoc dedisse Helvetiis summam centum milium ducatorum. [23] Et mercatores nostri et de hac re aliquid scripserunt, et rex ipse per litteras pontifici significavit nolle amplius cum imperatore et rege Anglo pacem aut indutias, nisi illi restituatur ducatus Mediolanensis; tamen hec non creduntur, quia imperator in Hispania validissimum cogit exercitum, et Anglus exercitum et classem parat maximam ut Gallos adoriantur. [24] Imperator misit ex Hispania ad Prosperum Columnam pecunias ut peditibus Hispanis satisfacere possit. [25] De Turco post Rodum captam nihil certi intelligitur. [26] Captus fuit his proximis diebus prope Romam, pontificis iussu, Siculus quidam qui in Galliam profiscebatur ut regem ad invadendam Siciliam sollicitaret, dicebatque coniurasse multos ex insule primoribus ut eam illi traderent; habebat secum licteram cardinalis Soderini super hoc negocio et multis aliis in Gallorum beneficium. [27] Clamant apud pontificem qui Rome pro imperatore agunt: cardinalem accusant tanquam Ecclesie et pontificis et pacis inimicum. [28] Pontifex adhuc nihil deliberavit; Soderinus maxime timet. [29] Aliud quod scribam nihil habeo.

[30] Vale. Florentie, die 17 Aprilis 1523

Franciscus Victorius

[Traduzione]

[2] Dalla tua lettera, Niccolò mio, ho compreso che tu temi soprattutto che i nuovi ufficiali di Monte, che devono essere nominati a giorni, siano piú severi del solito nell’esazione delle tasse, soprattutto a causa del pressante bisogno di denari, e mi chiedi di intervenire a tuo favore presso di loro affinché tu non sia costretto a sborsare piú di dodici fiorini d’oro, somma che l’anno passato fosti obbligato con tua grande difficoltà a pagare. [3] Io, per dirti la verità, non so se questi esattori saranno nominati a breve: il cardinale, infatti, domani partirà da qui per Roma, e forse questa nomina verrà rimandata fino al suo ritorno, che avverrà entro il mese. [4] Puoi comunque stare tranquillo che, in qualunque momento verranno nominati, non mancherò di aiutarti. [5] Ho sentito dire che tra loro ci sarà Roberto Acciaiuoli, fratello del nostro Roberto; degli altri non so niente. [6] Ma basta di questo.

[7] Temi che in questa faccenda ti possano nuocere le spiritosaggini di Francesco del Nero, e a ragione temi: perché in effetti non dovrebbero nuocerti, visto che nei giorni scorsi hanno nuociuto persino a lui stesso? [8] In via San Gallo, nei pressi della porta, si trova un convento di suore dette di San Clemente; Francesco, da uomo religioso qual è, aveva preso con loro strettissima confidenza, e poiché la peste aveva invaso quasi tutto il vicinato, spesso aveva detto alle monache di possedere una villa di campagna (chiamata non so se Paterno o Villamagna) nella quale le piú giovani potevano trasferirsi a loro piacimento e sfuggire al vicino contagio. [9] La peste si diffuse a tal punto che quindici monache, memori di questa promessa, si trasferiscono nella villa di del Nero, prendono dal fattore le chiavi della casa, mandano il grano al mulino, bevono il vino, e si servono della casa, delle suppellettili e di tutto il resto come di cose loro. [10] Il fattore, lasciate alle monache le chiavi, viene a Firenze, va incontro a Francesco e lo informa di ciò che hanno fatto le monache. [11] Lui per combinazione camminava allora insieme a me in piazza dei Signori, e, quando ebbe ascoltato il fattore, lo avresti visto che gridava e correva per la piazza col mantello sulle spalle, e senza alcun riguardo chiamava a gran voce frate Agostino, al quale, appena quello lo incontra, dice di attaccare subito sei cavalli a una carrozza, di andare alla sua villa e di portar via da quella casa le monache anche contro la loro volontà, mettendole a cavallo e riportandole al convento. [12] Il frate obbedisce, e benché esse cerchino di opporsi le scaccia dalla casa, « e la storia corse di bocca in bocca per tutto l’Olimpo ».

[13] Che c’è dunque di strano, giacché Francesco tenne le monache nella sua villa, se Ludovico, figlio di sua sorella, vuol tenere con sé anche in campagna il proprio confessore, visto che a questo lo spinge non dirò il padre Enea, ma lo zio Ettore? [14] Ma noi, invecchiando, siamo diventati troppo brontoloni e, per cosí dire, pedanti, e non ci ricordiamo di che cosa abbiamo combinato da ragazzi. [15] Ludovico ha con sé un fanciullo, gioca, scherza e passeggia con lui, gli mormora nell’orecchio, dormono insieme. [16] E allora? Magari anche sotto tutto questo non c’è niente di male, e lo ha portato con sé perché quello scampasse al contagio. [17] Niccolò mio, tu ti crucci dei costumi dei figli, e chiami beati i celibi e fortunati i mariti che non hanno figli maschi. [18] Ma bisogna ricordarsi quali gioie e quali vantaggi si ricavano dai figli, senza lamentarci di continuo se fanno qualche sciocchezza o qualcosa contro le regole; infatti, se ti comporti cosí, vivrai con troppa pena e preoccupazione.

[19] Tu stai in campagna, io mi rintano in casa; mi sono preso infatti una leggera febbretta, difficile da curare soprattutto in questi tempi, quando quasi tutti i medici sono fuori città. [20] Mi tormento, però, perché alcuni dicono che fingo di essere malato a causa della peste, e questa storia è stata riferita al cardinale e forse gli verrà perfino scritta; e benché io mi sia comportato in modo tale che non si debba credere questo di me, nondimeno delle cose che sempre si ascoltano qualcuna rimane nelle orecchie, e per questo « l’intimità con un amico potente piace agli inesperti, ma chi è esperto la teme ».

[21] Vorrei, come mi chiedi, scriverti qualche novità. [22] È arrivato dalla Francia il segretario del conte Alberto di Carpi, che non segue le parti francesi; riferisce che il re ha detto al conte di aver deciso di mandare in ogni modo il suo esercito in Italia nel giro di due mesi, e di aver dato per questo agli Svizzeri centomila ducati. [23] Anche i nostri mercanti hanno scritto qualcosa a questo proposito, e il medesimo re notificò per lettera al pontefice di non voler piú concludere pace o tregua con l’imperatore e col re d’Inghilterra, a meno che non gli venga restituito il ducato di Milano; tuttavia, a questi non si crede, perché l’imperatore ha radunato un esercito fortissimo in Spagna, e il sovrano inglese prepara un esercito e una flotta imponente per attaccare i Francesi. [24] L’imperatore ha inviato dalla Spagna denari a Prospero Colonna affinché possa pagare i fanti spagnoli. [25] Del sultano turco, dopo la presa di Rodi, non si hanno notizie sicure. [26] Nei giorni passati fu catturato vicino a Roma, su ordine del pontefice, un siciliano che si stava recando in Francia per sollecitare il re a invadere la Sicilia, e diceva che molti nobili dell’isola complottavano per consegnargliela; aveva con sé una lettera del cardinale Soderini riguardo a questa faccenda e a molte altre che si trattano a vantaggio dei Francesi. [27] Gli ambasciatori dell’imperatore a Roma protestano presso il pontefice: accusano il cardinale come nemico della Chiesa, del papa e della pace. [28] Il pontefice ancora non ha preso alcuna decisione; il Soderini è spaventatissimo.

[29] Non ho altro da scriverti. [30] Addio.

299

Niccolò Machiavelli a Francesco del Nero

(Sant’Andrea in Percussina, 31 agosto 1523)

[1] Magnifico viro Domino Francisco Nigro cognato colendissimo. Florentiae

[2] Onorando cognato, quegli beccafichi che noi ci avavamo a godere iarsera se voi venivi, poiché voi non venisti, io ve gli mando, che voi ve gli godiate stamani; e portavegli Lodovico, el quale, in queste nuove faccende, io vi raccomando.

[3] Cristo vi guardi daddovero. [4] A dí 31 d’agosto 1523.

[5] Niccolò Machiavegli in villa

300

Niccolò Machiavelli a Francesco del Nero

(Sant’Andrea in Percussina, 26 settembre 1523)

[1] Magnifico viro et cognato honorando Francisco del Nero. In Firenze

[2] Onorando cognato, pazienza delle brighe che io vi do: le chiese sono scomunicate, come per la inclusa vedrete, e per cagione dello Studio pregovi mi mandiate per il Bologna la liberazione, il quale vi mando a posta; altrimenti io farò rimurare quel cammino, e raccomanderovvi a’ polli.

[3] Vostro sono. A dí 26 di settembre 1523.

[4] Niccolò Machiavegli in villa

1524-1525

301

Ser Piero a Niccolò Machiavelli

(Sant’Antonio a Orbana, 6 agosto 1524)

[1] Domino Niccolò Machiavelli a Santa Andrea in Percussina. † Iesus, addí 6 d’agosto 1524

[2] Onoranddo Nicolò, salute, etc. [3] Questa per darvvi avviso come avete aúto del grano a San Chirico per la partte vostra: èssi aúto moggia cinque e staia 16 ½ di grano per la partte vostra, ché se n’è lacciato staia 23 ⅓ per vostra partte di seme, che resta moggia 4 e staia 16 ½; quello potete levare, e quantto piú tosto, meglio, perché è assai bene calddo. [4] E piú, e’ s’è aúto da’ lavoratori, di grano avevano aúto dal Bottaino, staia 13 da’ Castellini, che se n’è dato uno ½ staio per decima al prete: resta staia 12 ½, che fa tutto moggia 5, staia 4 ½. [5] Come vi dico, sollecitate d’imbucallo.

[6] Io feci la scritta con esso voi di luglio, a quantti dí non mi ricorddo, e che el primo dí d’agosto avevo a comincciare a offiziare le vostre chiese, e cosí ho fatto. [7] Acade che el cappellano, cioè ser Michelagnolo, dice avere a offiziare lui tutto agosto e ha a tirare el salario detto mese, ondde io mi maraviglio assai: non so la cagione, e hammi serrato: non posso avere né calice né paramentti, e piú tosto mi minaccia che altrimentti. [8] Vorei, se voi vi conttenttate che io l’abbia a offiziare o no, per questo apporttatore me ne dessi rissposta, perché disidero istare in pace; e se voi siate mutato d’animo, pensserò a qualche altra cosa, con tutto che mi sarebbe fatto tortto; pure, sia rimessa in voi.

[9] A questi dí anddai a uno offizio a Orbbana, e fémi dire che non voleva che io vi dicessi messa, e io pello meglio me ne venni, e fu causa di farmi perderre quella limosina, e ha fatto che la brigata ha ’uto che dire, sí che per tantto vi prego che voi remediate a questo, a ciò che non ci uscissi isscanddolo, perché non mi fu fatto ma’ piú tantta ingiuria. [10] Ho soporttato e sopportto, aspettanddo vostra venuta o vostro manddato: o vui fate che noi siamo alla vostra presenza e aconciate el caso nostro, in modo che ogni uno sappia quello che gli ha a fare, o almeno, come io vi dissi, isscrivete. [11] Né altro. Iddio sia con esso vo’, e manttenggavi sano. [12] Vostro

ser Piero, a Santa Anttonio a Orbbana

302

Niccolò Machiavelli a Francesco Guicciardini

(Sant’Andrea in Percussina, 30 agosto 1524)

[1] Niccolò Machiavelli a messer Francesco Guicciardini, commessario in Romagna

[2] Ho atteso e attendo in villa a scrivere la istoria, e pagherei dieci soldi, non voglio dir piú, che voi fosse in lato che io vi potessi mostrare dove io sono, perché, avendo a venire a certi particulari, arei bisogno di intendere da voi se offendo troppo o con lo esaltare o con lo abbassare le cose; pure io mi verrò consigliando, e ingegnerommi di fare in modo che, dicendo il vero, nessuno si possa dolere.

[3] Addí 30 di agosto 1524.

303

Filippo De’ Nerli a Niccolò Machiavelli

(Modena, 22 febbraio 1525)

[1] Spectabili viro Niccolò Machiavelli etc.

[2] Niccolò carissimo e come fratello onorando etc., il Fornaciaio e voi, e voi e il Fornaciaio, avete fatto in modo che non solo per tutta Toscana, ma ancora per la Lombardia è corsa e corre la fama delle vostre magnificenzie. [3] Or va’ poi tu, e non ti disperare! [4] Io so dell’orto rappianato per farne il parato della vostra commedia; io so de’ conviti non solo alli primi e piú nobili patrizi della città, ma ancora a’ mezzani e dipoi alla plebe: cose solite farsi solo per li principi. [5] La fama della vostra commedia è volata per tutto; e non crediate che io abbia avuto queste cose per lettere di amici, ma l’ho avuto da viandanti che per tutto la strada vanno predicando « le gloriose pompe e ’ fieri ludi » della porta a San Friano. [6] Son certo che, cosí come non è stata contenta la grandezza di sí gran magnificenzie di restare drento a’ termini di Toscana, ch’è voluta volare ancora in qua, che passerà anche e’ monti, se da questi esserciti, che aranno il capo ad altro che a feste, non è ritenuta; e cosí aranno viso di non mondare nespole. [7] Insomma, Niccolò, per recare le mille in una, e per dire piú tosto zuppa che avere a dire pane e vino, e per abbreviare questa materia, io vorrei che voi mi mandassi, quando prima potrete, questa commedia che ultimamente avete fatta recitare. [8] Fate che per niente voi mi manchiate, per quanto voi stimate la grazia del re di Tunisi, e raccomandatemi a tutta la barbogeria.

[9] Di Modena, addí 22 febbraio 1525.

[10] Uti frater Philippus de Nerlis gubernator

304

Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

(Roma, 8 marzo 1525)

[1] Al mio caro compare Nicolò di Messer Bernardo Machiavelli. In Firenze

[2] Compar mio caro, io non vi saprei consigliare se voi dovete venire con libro o no, perché e’ tempi sono contrari a leggere e donare. [3] E da altra parte el papa, la prima sera giunsi, poi che io li ebbi parlato di qualcosa mi accadeva, mi domandò per sé medesimo di voi, e dissemi se avevi finito la Istoria e se l’avevo veduto; e dicendo io averne veduto parte e che avevi fatto insino alla morte di Lorenzo, e che era cosa da satisfare, e che voi volevi venire a portargnene, ma io rispetto a’ tempi ve n’avevo dissuaso, mi disse: « E’ doveva venire; e credo certo ch’e libri suoi abbino a piacere e essere letti volentieri ». [4] Queste sono le proprie parole m’ha detto, ma in sulle quali non vorrei pigliassi fiducia al venire, e poi vi trovassi con le mani vote; il che, per le mostre d’animo nelle quali si truova el papa, vi potrebbe intervenire. [5] Pure, non ho voluto mancare di scrivervi quanto mi ha detto.

[6] Raccomandatemi a Francesco del Nero, e diteli che vorrei scrivessi al suo Berlinghieri qui che non solo mi pagassi danari per suo ordine, ma mi facessi piacere d’ogni altra cosa lo ricercassi; e cosí mi raccomandate a Donato del Corno.

[7] Iddio vi guardi. In Roma, a dí 8 di marzo 1524.

Francesco Victori

305

Agostino del Nero a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 26 giugno 1525)

[1] Spectabili viro domino Niccolò Machiavegli suo onorando. In Romagna. Iesus. Al nome di Dio, a dí 26 di giugno 1525

[2] Onorando in luogo di padre, questa per fare risposta a una vostra de’ dí 9 di giugno, alla quale farò risposta a quanto accade. [3] Con quella mi mandasti una di Piero del Bene, addiritta a Domenico Giugni e compagni, che mi pacassino scudi 63 d’oro di sole, e’ quali si sono riscossi, e fattosi la quitanza.

[4] E per quella intendo come desideravi gli distribuissi, che tutto ho fatto con quanta diligenzia ho saputo e potuto, come qui da piè vi si dirà. [5] Nella dota della Baccina s’è speso, per quello tempo che voi mi scrivesti, fiorini 52 e lire 5, soldi 12 di piccoli; e nelle gravezze per 4 registri lire 37, 3, 4, che ho veduto di pagarli con quanto vantaggio sia stato possibile; el restante dètti a monna Marietta vostra, che furno lire 21, soldi 14, che tanto m’avanzò.

[6] Maravigliomi assai con meco facciate scusa del darmi briga, che sapete quanto obbligo ho con esso voi e colla casa vostra; sí che, se di qua vi scade niente, e conosciate sia suffiziente a farlo, non commettete altri che me: potresti bene commettere le faccende vostre a qualche uno che le farebbe con piú prudenzia, ma non tanto volentieri.

[7] Di verso Levante stamattina ci è nuove per piú mercanti che i giannizzeri hanno voluto ammazzare il Turco e hanno messo a sacco 3 o 4 case de’ primi bascià. [8] Ancora è ito a sacco in Adrinopoli dimolte case e botteghe di giudei, e la nazione ha riceuto qualche danno; sí che queste non mi paiono nuove per Ludovico vostro, che bene ha cattiva sorta, che mai piú non s’udí una cosa come questa. [9] Quando ci sarà sua lettere, ve le manderò.

[10] Non altro. A voi sempre mi raccomando. [11] Che Idio vi conservi sano e mettavi in istato felice, acciò abbia a scoppiare chi male vi vòle.

[12] Vostro quasi figliolo Agostino del Nero, in Firenze

306

Iacopo Sadoleto a Niccolò Machiavelli

(Roma, 8 luglio 1525)

[1] Allo spettabile come fratello Nicolò Machiavelli

[2] Spectabilis vir tamquam frater, io ebbi la vostra de’ 24 del passato, e lettala la mostrai a Nostro Signore, la Santità del quale vedde volentieri quanto si discorre in essa e in quella del signor presidente; ma né allora né poi, per molte altre occupazioni, mi rispose, dicendomi che ci voleva ancora un poco pensare meglio, e che io vi scriva che soprassediate in questo mezzo. [3] Ora, domandandole di nuovo se Sua Beatitudine si era risoluta ancora, mi ha risposto che ci vuole anche pensare meglio, e che vi trattenghiate. [4] Voi aspetterete dunque, e intanto, occorrendo altro degno di avviso, me lo scriverrete, acciò che io lo possa mostrare a Sua Santità, e essa perciò deliberare meglio. [5] Né altro ho che scrivervi, se non che vi amo di continuo e ho caro di farvi piacere; e cosí mi vi offero e raccomando.

[6] Da Roma, il dí 8 di luglio mdxxv. [7] Vostro buon fratello

Iacopo Sadoleto, secretarius di Nostro Signore

307

Francesco del Nero a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 27 luglio 1525)

[1] Spectabili viro Niccolò Machiavelli suo plurimum honorando. In Faenza

[2] Spectabilis vir et cognate, salutem. [3] Io ebbi una vostra da Roma, alla quale feci risposta. [4] Dipoi ne ho avuto una altra da Faenza, sopra il gran sapere del frate, il che Francesco Vettori non credeva; né mai lo arebbe creduto, se non che gli fu monstro una lettera del magnifico presidente che referiva il medesimo. [5] Il Conte ne ha fatto ricordo etc. [6] Filippo Strozzi mi scrive avere parlato alla Santità di Nostro Signore sopra allo augumento della vostra provvisione, e truovala benissimo disposta. [7] Onde ricorda che, quando prima siate in Firenze, gli scriviate un motto, ricordandoli la faccenda vostra: e Filippo mostrerà il capitolo a Sua Beatitudine, e opererà che qui ne venga la commissione; sí che le felicità vostre multiplicano. [8] Ancora io vi serbo uno pippione da cavarne ducati cento d’oro l’anno. [9] Se ritornerete a Roma, però, desidero sapere quando credete partire di costí, e per che volta, acciò vi giri sotto lo vano mondo. [10] Donato attende a portarvi polli; ma, per essere una di quelle cicale dal Ponte Vecchio, non si può tenere non mostri le vostre lettere, tale che ne è capitata una in mano al Conte, ed è quella onorevole lettera gli scrivesti un mese fa, cioè la seconda de Faenzia etc.

[11] Nec plura. A voi mi raccomando. [12] In Firenze, addí xxvii di luglio 1525.

[13] Vostro Francesco del Nero

308

Francesco Guicciardini a Niccolò Machiavelli

(Faenza, 29 luglio 1525)

[1] Spectabili viro Nicolao de Machiavellis, patrono suo onorando. Florentiae

[2] Spectabilis vir etc., lo avere a rimandarvi la allegata, venuta sotto uno mio piego, mi ha data occasione di scrivervi, che altrimenti non l’arei fatto, per non avere che dire. [3] Aspetto le vostre con desiderio, e di nuovo non ho niente che meriti essere scritto. [4] Non voglio già tacere che io comprendo che doppo la partita vostra la Mariscotta ha parlato di voi molto onorevolmente, e lodato assai le maniere e intrattenimenti vostri; di che a me ne gode il cuore, perché desidero ogni vostro contento: e vi assicuro che se tornerete in qua sarete ben visto, e forse meglio carezzato. [5] Scrissi a Roma secondo il bisogno, né di là ho poi avuto altro in materia. [6] Intendendo cosa alcuna, vi avviserò; e a voi mi raccomando.

[7] Faventie, xxix Iulii 1525.

[8] Uti frater Franciscus de Guicciardinis

309

Niccolò Machiavelli a Francesco Guicciardini

(Firenze, 3 agosto 1525)

[1] Illustri domino Francisco de Guicciardinis Romandiole Presidenti, patrono et benefactori suo

[2] Signore presidente, io ho differito lo scrivervi ad oggi, perché io non ho potuto prima che oggi andare a vedere la possessione di Colombaia: sí che Vostra Signoria mi arà di questo indugio per scusato. [3] Rem omnem a Finochieto ordiar. [4] E vi ho a dire la prima cosa questo, che tre miglia intorno non si vede cosa che piaccia: la Arabia Preteia non è fatta altrimenti. [5] La casa non si può chiamare cattiva, ma io non la chiamerò mai buona, perché la è sanza grazia: le stanze sono piccole, le finestre sono alte; un fondo di torre non è fatto altrimenti. [6] Ha innanzi un pratello abbozzato; tutte l’uscite ne vanno in profondo, da una in fuora che ha di piano forse 100 braccia; e con tutto questo è sotterrata intra ’ monti talmente, che la piú lunga veduta non passa un mezzo miglio. [7] I poderi, quello che rendono Vostra Signoria lo sa, ma eglino portono pericolo di non rendere ogni anno meno; perché eglino hanno molte terre che l’acqua le dilava talmente, che se non vi si usa una gran diligenza a ritenere il terreno con fosse, in poco tempo e’ non vi sarà se non l’ossa; e questa diligenza vuole il signore, e voi state troppo discosto. [8] Io sento che i Bartolini hanno fatto incetta di quello paese e che manca loro casa da oste: quando voi potessi appiccarlo loro addosso, io ve ne conforterei, perché un “bene loro sta” vi doverrebbe cavare di danno. [9] Quando costoro non vi regghino sotto, o volendolo tenere o volendolo vendere, io vi conforterei a spendervi 100 ducati, co’ quali voi forniresti il pratello, circuiresti di vigna quasi tutto il poggio che regge la casa, e faresti otto o dieci fosse in quelli campi che sono fra la casa vostra e quella del primo vostro podere, i quali campi si chiamono la Chiusa: nelle quali fosse io porrei frutti vernerecci e fichi; farei una fonte ad una bella acqua che è nel mezzo di quelli campi appiè d’una pancata, che è quanto di bello vi è. [10] Questo acconcime vi servirà a l’una delle due cose: la prima, che se voi lo vorrete vendere, chi lo verrà a vedere vedrà qualche cosa che gli piaccia, e forse gli verrà voglia di ragionar del mercato; perché mantenendolo cosí, e i Bartolini non lo comperino, io non credo lo vendiate mai, se non a chi non lo venissi a vedere, come facesti voi. [11] Quando voi lo vogliate tenere, detti acconcimi vi serviranno a ricôrvi piú vini, che sono buoni, e a non vi morire di dolore quando voi andrete a vederlo. [12] Et de Finochieto satis.

[13] Di Colombaia, io vi confermo, per quanto si può vedere con l’occhio, tutto quello che Iacopo vi ha scritto e che Girolamo vi ha ditto. [14] Il podere siede bene, ha le strade e i fossi intorno la valle, e volta fra mezzodí e levante; i terreni appariscono buoni, perché tutti i fusti vecchi e giovani hanno vigore assai e vita addosso; ha tutte le commodità di chiesa, di beccaio, di strada, di posta, che può avere una villa propinqua a Firenze; ha de’ frutti assai bene, nondimeno vi è spazio da duplicargli. [15] La casa è in questo modo fatta. [16] Voi entrate in una corte, la quale è per ogni verso circa 20 braccia; ha nella fronte, dirimpetto all’uscio, una loggia col palco di sopra, e è lunga quanto lo spazio della corte, e larga circa 14 braccia. [17] Ha questa loggia, in sulla mano ritta a chi guarda verso quella, una camera con una anticamera, e in sulla man manca una sala con camera e anticamera: tutte queste stanze con la loggia sono abitabili, e non disonorevoli. [18] Ha in su questa corte cucina, stalla, tinaia, e un altro cortile per polli e per nettare la casa. [19] Ha sotto due volte da vino vantaggiate; ha di sopra molte stanze, delle quali ve ne sono 3 che con 10 ducati si rassetterebbono da alloggiarvi uomini da bene; i tetti non sono né cattivi né buoni. [20] In summa, io vi concludo questo: che con la spesa di 150 ducati voi abitereste commodamente, allegramente e non punto disonorevolmente. [21] Questi 150 ducati bisognerebbe spendergli in rifare uscia, lastricare corti, rifare muricciole, rimettere una trave, rassettare una scala, rifare una gronda del tetto, racconciare e ravvistare una cucina, e simili pateracchie che darebbono vista e allegrezza alla casa: e cosí con questa spesa potresti abitare tanto, che vi venissi bene d’entrare in uno mare magno. [22] Quanto all’entrate, io non le ho ancora riscontre a mio modo, per non ci essere uno a chi io desidero parlare. [23] Per altra ne darò a Vostra Signoria avviso particulare.

[24] Questa mattina io ricevetti la vostra, per la quale mi avvisavi in quanta grazia io ero con la Maliscotta: di che io mi glorio piú che di cosa che io abbia in questo mondo. [25] Fiemi caro di esserle tenuto raccomandato.

[26] Delle cose de’ re, delli imperadori e de’ papi, io non ho che scrivervi: forse che per altra ne arò, e scriveròvvi.

[27] Prego Vostra Signoria diciate a madonna vostra come io ho fatto le salutazioni a tutti i suoi e le sue, e in particulari ad Averardo e Piero; i quali tutti si raccomandano a Vostra Signoria e a lei. [28] E io a Vostra Signoria infinitissime volte mi raccomando e offero.

[29] Addí 3 d’agosto 1525.

[30] Vostro Niccolò Machiavegli, in Firenze

310

Francesco Guicciardini a Niccolò Machiavelli

(Faenza, 7 agosto 1525)

[1] Spectabili viro Niccolao de Machiavellis. Florentie

[2] Machiavello carissimo, io ho aúto la vostra de’ 3, e principalmente vi ho a dire che se voi onorerete le soprascritte mie con lo “illustre”, io onorerò le vostre con il “magnifico”, e cosí con questi titoli reciprochi ristorereno del piacere l’uno dell’altro, il quale si convertirà in lutto quando alla fine ci troverreno tutti, io dico tutti, con le mani piene di mosche. [3] Però risolvetevi a’ titoli, misurando i miei con quelli che vi dilettate siano dati a voi.

[4] Ho [. . .] quanto avete scritto di [. . .], e veraciter vi ho a dire che nessuno mai col dire bene giovò tanto a un amico quanto avete giovato o gioverete voi a lui, perché, a dir libero [. . .] e con maggior disegno che voi non scrivete, per averlo, se si potrà, buono, poiché non si può avere bello. [5] E di lui satis, perché, mentre che è tristo, merita non se ne parli lungamente.

[6] Piacemi abbiate veduto Colombaia e el giudizio vostro, cosí circa alla possessione come circa alla casa, che mi teneva sospeso. [7] Però scrivo a Girolamo allargandoli piú le commissione, in caso però che le entrate si verifichino; sopra che vi prego non vi sia grave usar diligenza. [8] Le raccomandazioni vostre si son fatte e faranno secondo l’opportunità. [9] Sono certo che, quando arete opportunità e vi venga destro – ché altrimenti non sarebbe buono –, vi verrà in memoria tentare il guado di quell’altra faccenda.

[10] Di nuovo non intendo niente che abbia nervo, e credo che ambuliamo tutti in tenebris, ma con le mani legate di dietro, per non potere schifare le percosse.

[11] Faventie, 7ma Augusti 1525.

[12] Uti frater Franciscus de Guicciardinis

311

Ludovico Machiavelli a Niccolò Machiavelli

(Adrianopoli, 14 agosto 1525)

[1] Onorando padre Niccolò Machiavegli. In Firenze. † Jesus. Addí xiiii d’agosto 1525

[2] Onorando padre etc., al pasato vi s’è iscrito abastanzia, e questa per dirvi come di uno conto che io ho con Carlo Machiavegli, non l’ha mai voluto saldare: per che io penso andare a fare e’ fatti mia. [3] E per l’altra mia vi scrissi come m’era restato di tutta la somma panni sette ½; e’ quali panni, per esere un poco iscarsi, gli arei finiti meglio qui che in Pera. [4] E per esermi Carlo Machiavegli poco amico, insieme con uno Giovanbatista Masini e con Niccolaio Lachi andavano a botea di quegli che e’ sapevano che gli volevano, e dicevangli che io non n’avevo se none panni di rifiuto. [5] E se Carlo si fusi portato come s’aveva a portare uno uomo da bene, io gli arei oggi finiti, dove io sono istato forzato a mandargli in Pera a Giovanni Vernacci. [6] Ancora non gli bastò farmi quella ingiuria, che e’ me ne fece una altra, perché io volevo partire quindici giorni fa e andare in compagnia delle robe, e volevo, innanzi che io mi partissi, saldare detto conto con esso seco, e che e’ mi dessi infino a ducati centoventitré che io ho avere da lui, per fare e’ casi mia; e mai c’è stato ordine che lui l’abi voluto saldare. [7] E cosí restai indrieto, e qui istarò per infino a che partirà gente per in Pera, e ogni giorno che io ci starò, gli domanderò se e’ vole saldare con esso meco; se none, come io sarò in Pera, io vi do la fede mi’ che la prima faccenda che io farò sarà questa, che io me n’andrò al bàlio, e bisognerà, se crepassi, che e’ venga lassú, o che egli ordini che io sia pagato. [8] E farogli quelo onore che e’ merita. Per aviso.

[9] A Roma o a Firenze che voi siate, priegovi che all’auta di questa mi scriviate quelo ch’è seguito de’ casi vostri, che mi pare un gran miracolo che da’ diciannove di magio in qua non abi mai aúto nuove de’ casi vostri, o da nessuno di costà; che pure c’è venuto di moltissime letere di costà. Per aviso.

[10] Ancora vi priego che se di quel tristo di quel prete, se voi non n’avete fatto nulla, che alla auta di questa voi vegiate che in qualche parte io sia vendicato di tante ingiurie quante e’ m’ha fate. [11] E se e’ vi ramenta bene, voi mi scrivesti che io atendessi a fare bene in Levante e voi attenderesti a stare bene a Roma, e quando questo vi riesca, che le ingiurie si potrebono vendicare; e io vi dico che, di tanta roba quanta io avevo, che non era possibile fare meglio. [12] Non so già come voi v’arete fato voi, che istimo, a comparazione di me, che voi l’abiate fatta molto meglio: sí che pensate se io ho animo di vendicarmi. [13] Ma sami male che le vendette che noi potremo fare con quatro parole, e mostrare come egli è un tristo, e per questa via cavallo di quella chiesa, vogliamo serbarci a farle con nostro danno, e cavare dua occhi a noi per cavarne uno al compagno; e in voi istà ogni cosa. [14] E medesimamente in sulle vostre parole sapete che io m’ebi a ingozzare quella di Cecco de’ Bardi. [15] Ma piú non voglio ragionar di questo, ma bastivi che se io non ho altre nuove io sarò prima a Sant’Andrea che a Firenze, e gastigherò questo tristo. [16] Piú non ve ne ragionerò, che tanto l’ho scritto che mi dovete avere inteso; e farò piú presto che voi non credete, perché sarò costí innanzi che passi mezzo gennaio, se Idio mi presta sanità.

[17] Non altro per questa. [18] Raccomandatemi a monna Marietta, e ditegli che per non n’avere tempo non gli ho iscritto; el simile a Bernardo. [19] Salutate quegli fanciugli per mia parte, e del continovo a voi mi raccomando. [20] Iddio di male vi guardi.

[21] Vostro Lodovico Machiavegli, in Andrinopoli

312

Niccolò Machiavelli a Francesco Guicciardini

(Firenze, 17 agosto 1525)

[1] Niccolò Machiavelli a messer Francesco Guicciardini, presidente della Romagna per il pontefice

[2] Signor presidente, ieri ebbi la vostra de’ dodici, e per risposta vi dirò come Capponi tornò, e questa cura di domandarlo ha voluta Iacopo vostro; ma, come voi dite, io credo che si sarà inteso assai. [3] Puossi far loro in ogni modo una offerta, acciò che si vegga che voi lo volete, quando e’ non si discostino dallo onesto; e non pare a Girolamo e a me che si possa offerire manco di 3000 ducati; pure, di questo voi gliene darete quella commessione che vi parrà.

[4] Mi piace che Messer Nicia vi piaccia, e se la farete recitare in questo carnovale, noi verreno ad aiutarvi. [5] Ringraziovi delle raccomandazioni fatte, e vi priego di nuovo.

[6] Questi proveditori delle cose di Levante disegnono di mandarmi a Vinezia per la recuperazione di certi danari perduti; se io debbo andare, partirò tra quattro dí, e nel tornare verrò di costí per starmi una sera con Vostra Signoria, e per rivedere gli amici.

[7] Mandovi 25 pillole fatte da 4 dí in qua in nome vostro, e la ricetta fia sottoscritta qui da piè. [8] Io vi dico che me elle hanno risuscitato. [9] Cominciate a pigliarne una doppo cena: se la vi muove, non ne pigliate piú, se la non vi muove, dua o tre, o al piú cinque; ma io non ne presi mai piú che due, e della settimana una volta, o quando io mi sento grave o lo stomaco o la testa.

[10] Io, dua dí sono, parlai di quella faccenda con lo amico, e gli dissi che se io entravo troppo addentro nelle cose sue di importanza, che me ne avesse per scusato, poi che lui era quello che me ne aveva dato animo; e breviter gli domandai che animo era il suo circa al dare donna al figliuolo. [11] Egli mi rispose, dopo qualche cerimonia, che gli pareva che la cosa fosse venuta in lato che questi giovani si recavano a vergogna non avere una dote strasordinaria, e non credeva che fosse in suo potere ridurre il figliolo all’ordinario. [12] Dipoi, stando cosí un poco sopra di sé, disse: « Io mi crederrei apporre per che conto tu mi parli, perché io so dove tu sei stato, e questo ragionamento mi è stato mosso per al-tra via ». [13] A che io risposi che non sapevo se si indovinava bene o no, ma che la verità era che tra voi e me non era mai stato questo ragionamento: il che con ogni efficace parola gli mostrai, e se io movevo, io movevo da me, e per il bene che io volevo a lui e a me; e qui abbassai la visiera e di lui e di voi, e delle condizioni vostre, delle qualità de’ tempi presenti e de’ futuri, e dissi tante cose che lo feci stare tutto sospeso. [14] Per che in ultimo egli concluse che se il Magnifico si volgesse a tôrre per donna una fiorentina, e’ sarebbe mal consigliato se non la cavasse di casa vostra, tanto che io non vedevo come voi, da un suo pari che abbia cervello, avessi da essere barattato a qualunque altro cittadino per due o tremila ducati piú, nonostante che la sorte potrebbe fare che, non avendo voi figlioli maschi e la vostra donna avere fermo di farne, che la dote tornerebbe piú grassa che quella di colui che prendesse donde egli non potesse cavarne altro che la dote. [15] E perché noi andavamo in su questo ragionamento a’ Servi, io mi fermai sulla porta, e gli dissi: « Io vi voglio dire questa ultima parola in luogo memorabile, acciò che voi ve ne ricordiate: Iddio voglia che voi non ve ne abbiate a pentire, e il figliolo vostro non abbia averne poco obbligo con voi ». [16] Tanto che disse: « Al nome di Iddio, questa è la prima volta che noi ne abbiamo ragionato; noi ci abbiamo a parlare ogni dí ». [17] A che io dissi che non ero mai piú per dirgliene nulla, perché mi bastava avere pagato il debito mio. [18] Io ho rotto questa lancia in questo modo, né si è potuto celare quello che io ero certo che si aveva a scoprire. [19] Sono bene ora per aspettare lui, e non mancare di ogni occasione, e con ragionamenti generali e particulari battere a questo segno.

[20] Ma torniamo alla ricetta delle pillole. [21] Recipe:

Aloè patico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Dram. 1 ½

Carman deos .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 1 —

Zafferano . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » — ½

Mirra eletta . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » — ½

Brettonica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » — ½

Pimpinella . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » — ½

Bolo armenico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » — ½

[22] Niccolò Machiavelli in Firenze. Addí 17 Augusti 1525

313

Filippo De’ Nerli a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 6 settembre 1525)

[1] Al suo molto onorando da fratello messer Niccolò Machiavelli in Vinezia

[2] Niccolò carissimo, poi che voi vi partisti di qua, Lodovico Alamanni mi ha presentato una vostra lettera, in verbigrazia, scritta da voi in favore di un frate che aveva a predicare a Modana per insino di gennaio passato. [3] E chi della lettera si aveva a servire, come persona pratica, non volle prima presentarla, che ne facessi per ogni rispetto la credenza, come quello che conosceva molto bene l’animo vostro verso i frati. [4] Basta che, quanto a questa parte, voi siate valentuomo pure troppo, e io non mondo nespole; e questo basti del frate.

[5] Quanto alla parte delle nuove, perché il mondo da poi in qua si è in tanti modi tramutato, però di quelle che allora scrivesti non bisogna altrimenti discorrere, e di altre nuove non saprei che scrivervi, se io non vi scrivessi come gli Poggesi di Lucca hanno svaligiato a questi dí il Bagno alla Villa, e per non avere altri appoggi né altre forze, che voi vi sappiate, si sono ritirati con la preda, e hanno fatto piú da predatori che da recuperatori di stato.

[6] Che voi siate entrato nello squittino e che vi siano stati fatti cenni e chiuso l’occhio dalli accoppiatori, ne sono molto contento; e io nel tempo che sono stato qui ne ho aúto infiniti riscontri. [7] Ho bene avuto caro di intendere donde tanto favore sia proceduto, e poiché dipende di Barberia e da qualche altra vostra gentilezza, come voi medesimo attestate per la vostra, voi mi chiarite piú l’un dí che l’altro. [8] De’ vostri figlioli maschi io non intendo la cifra, e se fanno sive de ancilla et de libera, e forse della concubina, ne lascio a voi il pensiero. [9] Se prima ne avessi avuto notizia, o da voi o da altri, prima me ne sarei rallegrato; il buon pro vi faccia: Dio ve ne conceda a luogo e tempo consolazione, e lagrimatene di tenerezza quanto vi pare.

[10] Questa vostra assenzia qua in Barbogeria ha chiarito il popolo che voi siate di ogni mal cagione; e si vede che in tutto redasti li costumi e modi di Tomaso del Bene, perché ora che non ci siete, né gioco, né taverne, né qualche altra cosetta non ci si intende: e cosí si conosce donde procedeva ogni male. [11] Donato ha preso i panni della cricca, Baccino non si rivede, Giovanni farebbe, e io non mi starei; ma il piú delle volte manca o il sito, o le scritture, o il terzo, e sempre manca chi raccozzi la brigata, perché mancate voi.

[12] Io sono ancora qua, e me ne andrò fatto la fiera di 2 o 3 giorni. [13] Aspettovi a Modana, e quivi a grande agio, e senza avere a scrivere, vi ragguaglierò di molte cose che forse vi piaceranno. [14] In questo mezzo attendete a spedirvi, perché qua è gran romore, tra questi mercanti, che voi attendiate a spese loro a trattenere costà litterati; e loro hanno bisogno di altro che di cantafavole, e sapete che non piacciono a ognuno le dicerie, che ne avete pure cólta la bocca: o béccati quello aglio!

[15] Non mi saprei tenere di non mi rallegrare pure assai con voi di ogni vostro bene, che sapete che mi pare participarne, per la antica amicizia nostra. [16] Voi avete pure un tratto cimentata la sorte, e vi ha fatto sgranchiare, e gittare il pidocchio nel fuoco. [17] Per quello che per le lettere di Vinezia si intende, voi avete riscontro alla lotta dua o tremila ducati, di che gli amici vostri se ne sono tutti rallegrati, e par loro che a quello non hanno gli uomini provvisto per li meriti delle virtú vostre, abbia provvisto la sorte; e benché questa sia piccola cosa a’ meriti vostri, pure in tremila ducati che venghino per questa via, massime senza grado di persona, si fa di gran faccende. [18] Buon pro vi faccia! [19] Avete ben fatto torto alli amici e parenti vostri e a qualcuno che vi vuol bene, a non darne qua avviso, ché l’abbiamo avuto a sapere per lettere di forestieri e per vie transversali, in modo che il Conte de’ Mozzi ci sta su tutto confuso, e non sa se sia da prestare fede a questa cosa o no. [20] Pure alla fine vi si accorda, vedendo le lettere scritte di costà da mercanti molto fide digni, e anco si fonda assai in sulli incanti che voi imparasti in Romagna; e se non fussi questa ferma credenza che lui ha di questa vostra scienzia, si dureria fatica a fare che lo credessi. [21] Io, per me, ne sono certissimo, perché non penso che gli uomini che ne hanno scritto, che non sono da chiacchiere, scrivessino una tal falsità. [22] Però di nuovo me ne rallegro, e il buon pro vi faccia; e vi priego che a contentezza delli amici, quando vi occorra piú simili sorte, fatene loro in modo parte, che non abbino a intenderlo dalle vicinanze; e fatelo con tal destrezza, che non si bandisca qua, come è intervenuto di questi tremila che avete guadagnati ora, perché sendoci qualche oppinione di tramutare gravezza o porre qualche arbitrio, vi potrebbe in su questa fama essere fitto qualche porro di dietro, che vi potrebbe far sudare gli orecchi altrimenti che a messer Nicia.

[23] Donato ha preso il broncio con voi, da poi che io gli dissi che voi avevi scritto che dètte le faccelline, e fece il protesto alla compagnia. [24] Voi vi andate perdendo gli amici: vostro danno! [25] Né altro per ora mi occorre. [26] La lotta vi aiuti, e Francesco del Nero e li suoi compagni riscontrino bene, e in buon punto.

[27] Di Firenze, addí 6 di settembre 1525.

[28] Vostro come fratello Filippo de’ Nerli

314

Domenico Mazzuoli a Niccolò Machiavelli

(Ferrara, 28 settembre 1525)

[1] Spectabili viro domino Nicolò Machiavegli, suo onorando. In Firenze

[2] Spectabili viro domino etc., per la prima comodità che aranno i Dati di Bologna vi debbe essere mandata la vostra cassa, perché il giorno dipoi la partita vostra la mandai a quella via con un’altra cassetta, che viene alla signora Gostanza de’ Conti, moglie del signore Lorenzo Salviati; farete d’averla, e sarete contento fare o che il Calandro o lo Spina ne dia avviso. [3] Avete a satisfare il porto o altra spesa che vi fussi occorsa da Bologna a costí, come ne scriveranno quelli di Dato predetti. [4] Ebbi iersera dal signore governatore di Modena una lettera che mi commetteva vi ricordassi che voi gli avevi fatto promessa di andarlo a vedere: non sono stato a tempo, ché, oltre a ricordarvelo, ve n’arei anche pregato. [5] Ricordovi che, accadendovi alcuna cosa di qua, voi ne commettiate a sicurtà, che piú grato mi fia farvi servizio, che a voi forse di riceverlo. [6] E altro non accade. [7] Sono a’ comandi vostri. [8] Dio felice adempia ogni vostro desiderio.

[9] Di Ferrara, addí 28 di settembre 1525.

[10] Frater Dominicus de Mazzuolis

315

Niccolò Machiavelli a Francesco Guicciardini

(Firenze, 16-20 ottobre 1525)

[1] Niccolò Machiavelli a messer Francesco Guicciardini

[2] Signor presidente, per essere io andato, subito che io arrivai, in villa, e avere trovato Bernardo mio malato con dua terzane, io non vi ho scritto; ma tornando stamani di villa per parlare al medico, trovai una di Vostra Signoria de’ 13, per la quale io veggo in quanta angustia di animo vi ha condotto la simplicità di Messer Nicia e la ignoranzia di cotestoro. [3] E benché io creda che i dubbi sieno molti, pure, poi che voi vi risolvete a non volere la esplanazione se non di due, io mi ingegnerò di satisfarvi.

[4] « Fare a’ sassi pe’ forni » non vuol dire altro che fare una cosa da pazzi, e però disse quel mio che, se tutti fossimo come messer Nicia, noi faremo a’ sassi pe’ forni, cioè noi faremo tutti cose da pazzi. [5] E questo basti quanto al primo dubbio. [6] Quanto alla botta e allo erpice, questo ha invero bisogno di maggior considerazione. [7] E veramente io ho scartabellato, come fra Timoteo, dimolti libri per ritrovare il fondamento di questo erpice, e infine ho trovato nel Burchiello un testo che fa molto per me, dove egli in un suo sonetto dice:

Temendo che lo imperio non passasse

si mandò imbasciatore un paiol d’accia;

le molle e la paletta ebbon la caccia,

che se ne trovò men quattro matasse,

ma l’erpice di Fiesole vi trasse.

[8] Questo sonetto mi par molto misterioso, e credo, chi lo considererà bene, che vadia stuzzicando i tempi nostri. [9] Ècci solo questa differenzia: che, se si mandò allora un paiolo di accia, si è convertita quella accia in maccheroni, tanto che mi pare che tutti li tempi tornino, e che noi siamo sempre quelli medesimi. [10] Lo erpice è un lavorío di legno quadro che ha certi denti, e adòperonlo i nostri contadini quando e’ vogliono ridurre le terre a seme, per pianarle. [11] Il Burchiello allega l’erpice di Fiesole per il piú antico che sia in Toscana, perché li Fiesolani, secondo che dice Tito Livio nella seconda deca, furono i primi che trovarono questo instrumento. [12] E pianando un giorno un contadino la terra, una botta, che non era usa a vedere sí gran lavorío, mentre che ella si maravigliava e baloccava per vedere quello che era, la fu sopraggiunta dallo erpice, che le grattò in modo le schiene, che la vi si pose la zampa piú di due volte, in modo che, nel passare che fece l’erpice addòssole, sentendosi la botta stropicciar forte, gli disse: « Senza tornata ». [13] La quale voce dette luogo al proverbio che dice, quando si vuole che uno non torni: « Come disse la botta all’erpice ». [14] Questo è quanto io ho trovato di buono, e se Vostra Signoria ne avesse dubitazione veruna, avvisi.

[15] Mentre che voi sollecitate costí, e noi qui non dormiamo; perché Lodovico Alamanni e io cenamo a queste sere con la Bàrbera e ragionamo della commedia, in modo che lei si offerse con li suoi cantori a venire a fare il coro infra gli atti; e io mi offersi a fare le canzonette a proposito delli atti, e Lodovico si offerse a darli costí alloggiamento, in casa i Buosi, a lei e a’ cantori suoi. [16] Sí che vedete se noi attendiamo a menare perché questa festa abbia tutti i suoi compimenti. Raccomandomi etc.

316

Niccolò Machiavelli a Francesco Guicciardini

(Firenze, post 21 ottobre 1525)

[1] Niccolò Machiavelli a messer Francesco Guicciardini

[2] Signor presidente, io non mi ricordo mai di Vostra Signoria (che me ne ricordo a ogni ora) che io non pensi in che modo si potesse fare che voi ottenessi il desiderio vostro, di quella cosa che io so che intra le altre piú vi prieme; e infra i molti ghiribizzi che mi sono venuti per l’animo, ne è stato uno il quale io ho deliberato di scrivervi, non per consigliarvi, ma per aprirvi uno uscio per il quale meglio che ogn’altro saprete camminare. [3] Filippo Strozzi si truova carico di figlioli e di figliole; e come e’ cerca a’ figlioli di fare onore, cosí gli pare conveniente di onorare le figliole, e pensò anche egli, sí come tutti i savi pensono, che la prima avesse a mostrare la via alle altre. [4] Tentò, infra gli altri giovani, di darla a un figliolo di Giuliano Capponi con 4000 fiorini di dote, dove egli non trovò riscontro, perché a Giuliano non parve di farlo; onde che Filippo, disperatosi di potere da sé medesimo far cosa buona, se già egli non andava con la dote in lato che egli non vi si potesse dipoi mantenere, ricorse al papa per favori e aiuti, e per suo indirizzo mosse la pratica con Lorenzo Ridolfi, e la concluse con fiorini 8000 di dote, che 4 mila ne paga il papa, e 4 mila egli. [5] Pagolo Vettori, volendo fare un parentado onorevole, né gli bastando la vista a potere dare tanta dote che bastasse, ricorse ancora egli al papa, e quello, per contentare Pagolo, vi misse con la autorità 2000 ducati del suo. [6] Presidente mio, se voi fosse il primo che avesse a rompere questo diaccio per camminare per questo verso, io sarei uno di quelli che per avventura andrei adagio a consigliarvi che voi ci entrassi; ma avendo la via innanzi fattavi da due uomini che per qualità, per meriti e per qualunque altra umana considerazione non vi sono superiori, io sempre consiglierò che voi animosamente e senza alcuno rispetto facciate quello che hanno fatto eglino. [7] Filippo ha guadagnato con i papi 150 mila ducati, e non ha dubitato di richiedere il papa che lo sovvenga in quella necessità; molto meno avete a dubitar voi, che non avete guadagnato 20 mila. [8] Pagolo è stato sovvenuto infinite volte e per infinite vie, non di uffici, ma di danari propri, e dipoi, senza rispetto, ha richiesto il papa lo sovvenga in quello suo bisogno: molto meno rispetto dovete avere voi a farlo, che non con carico, ma con onore e utile del papa siate stato aiutato. [9] Io non voglio ricordarvi né Palla Rucellai, né Bartolomeo Valori, né moltissimi altri che dalla scarsella del papa sono stati ne’ loro bisogni aiutati, i quali esempli voglio che vi faccino audace al dimandare e confidente a ottenere le domande. [10] Pertanto, se io fossi nel grado vostro, io scriverrei una lettera al vostro agente a Roma, che la leggesse al papa, o io la scriverrei al papa e fareila presentare dallo agente, e a lui segretamente ne manderei copia, e gli imporrei vedessi di trarre di quella la risposta. [11] Vorrei che la lettera contenesse come voi vi siete affaticato dieci anni per acquistare onore e utile, e che vi pare assai bene in l’una e l’altra cosa avere a tal desiderio satisfatto, ancora che con disagi e pericoli vostri grandissimi, di che voi ne ringraziate Iddio prima, e dipoi la felice memoria di papa Lione, e la Sua Santità, dai quali voi il tutto ricognoscete. [12] Vero è che voi sapete benissimo che se gli uomini fanno dieci cose onorevoli e dipoi mancono in una, massime quando quella una è di qualche importanza, quella ha forza di annullare tutte le altre, e perciò, parendovi in molte cose avere adempiuto le parti di uno uomo dabbene, vorresti non mancare in alcuna; e fatto un simil preambulo, io gli mostrerrei quale è lo stato vostro, e come vi trovate senza figlioli maschi, ma con 4 femmine, e come vi pare tempo di maritarne una; la quale quando voi non maritiate in modo che questo partito corresponda alle altre imprese vostre, vi parrà non avere mai operato cosa alcuna di bene. [13] E mostrato dipoi che a questo vostro desiderio non si oppone altro che i cattivi modi e le perverse usanze de’ presenti tempi, sendo la cosa ridotta in termine che, quanto un giovane è piú nobile e piú ricco, posposte tutte le altre considerazioni, maggior dota vuole, anzi, quando non la abbino grande e fuori di ogni misura, se lo reputano a vergogna; tanto che voi non sapete in che modo vi vincere questa difficultà, perché quando voi dessi tremila fiorini, sarebbe insino a dove voi potessi aggiugnere, e sarebbe tanto che quattro figliuole se ne portebbono dodicimila, che è tutto l’utile fatto ne’ pericoli e affanni vostri, né potendo ire piú alto, voi cognoscete questa essere una mezza dote di quelle che vogliono costoro; donde che, per unico rimedio, voi avete preso animo di fare quello che i maggiori amici suoi, intra i quali voi vi reputate, hanno fatto, cioè di ricorrere per favore e aiuto alla Sua Santità, non potendo credere che quello che gli ha fatto ad altri, e’ nieghi a voi. [14] E qui gli scoprirrei qual giovane voi avessi in disegno, e come voi sapete che la dote e non altro vi guasta, e perciò conviene che Sua Santità vinca questa difficultà; e qui strignerlo e gravarlo con quelle piú efficaci parole che voi saprete trovare, per mostrarli quanto voi stimiate la cosa: e credo certo che se la è trattata a Roma in quel modo si può, che vi sia per riuscire. [15] Pertanto non mancate a voi medesimo, e se il tempo e la stagione lo comportasse, vi conforterei a mandarci a questo effetto Girolamo vostro, perché il tutto consiste in domandare audacemente, e mostrare mala contentezza non ottenendo; e i príncipi facilmente si piegano a far nuovi piaceri a quelli a chi eglino hanno fatto de’ vecchi, anzi temono tanto, disdicendo, di non si perdere i benefizi passati, che sempre corrono a fare de’ nuovi, quando e’ sono domandati in quel modo che io vorrei che voi domandassi questo. [16] Voi siete prudente etc.

[17] Il Morone ne andò preso, e il ducato di Milano è spacciato; e come costui ha aspettato il cappello, tutti gli altri príncipi l’aspetteranno, né ci è piú rimedio. Sic datum desuper.

Veggio d’Alagna tornar lo fiordaliso,

e nel vicario suo, etc.

[18] Nosti versus, cetera per te ipsum lege.

[19] Facciamo una volta un lieto carnesciale, e ordinate alla Bàrbera uno alloggiamento tra quelli frati, che, se non impazzano, io non ne vo-glio danaio; e raccomandatemi alla Maliscotta, e avvisate a che porto è la commedia, e quando disegnate farla.

[20] Io ebbi quello augmento insino in cento ducati per la istoria. [21] Comincio ora a scrivere di nuovo, e mi sfogo accusando i principi, che hanno fatto tutti ogni cosa per condurci qui.

[22] Valete.

Niccolò Machiavelli istorico, comico e tragico

317

Niccolò Machiavelli a Francesco Guicciardini

(Firenze, 19 dicembre 1525)

[1] Niccolò Machiavelli a messer Francesco Guicciardini

[2] Signor presidente, io ho differito a rispondere all’ultima vostra sino a questo dí, sí perché e’ non mi pareva che gli importassi molto, sí per non essere stato molto in Firenze. [3] Ora, avendoci veduto il vostro maestro di stalla, e parendomi poter mandarla sicura, non ho voluto differire piú. [4] Io non posso negare che i rispetti avete, quali vi tengono dubbio se gli è bene tentare quella faccenda o no per quel verso, non siano buoni e saviamente discorsi; nondimeno io vi dirò una mia oppinione, la quale è che si erri cosí ad essere troppo savio, come ad essere un “via là vie loro”; anzi, lo essere cosí fatto molte volte è meglio. [5] Se Filippo e Pagolo avessino aúto questi rispetti, e’ non facevono cosa che volessino, e se Pagolo non ha piú figliole che dieno ordine alle altre, ne ha Filippo, il quale non vi ha pensato, pure che gli acconci la prima a suo modo. [6] E non so se si è vero quello che voi dite, che voi metteresti la prima in paradiso per mettere l’altre in inferno, poiché questo fatto non vi farebbe con le altre in peggior condizione, che voi siate ora con tutte; anzi in migliore, perché gli altri generi, oltre ad avere voi, arebbono un cognato onorevole, e potresti trovare de’ meno avari e piú onorevoli; pure, quando non gli trovassi, lo avere per le altre di quella sorte che si troverebbono ora per questa non è per mancarvi. [7] Infine, io tenterei il papa in ogni modo, e se io non venissi a mezza spada il primo tratto, io gliene parlerei largo modo, dire’gli generalmente il desiderio mio, pregherre’lo me ne aiutasse, vedrei dove lo trovassi, andrei innanzi e mi ritirerei indietro, secondo che procedesse. [8] Io vi ricordo il consiglio che dètte quel Romeo al duca di Provenza, che aveva 4 figliole femmine, e lo confortò a maritare la prima onorevolmente, dicendoli che quella darebbe regola e ordine alle altre, tanto che lui la maritò al re di Francia, e detteli mezza la Provenza per dote. [9] Questo fece che egli maritò con poca dote le altre a tre altri re; onde Dante dice:

Quattro figlie ebbe, e ciascuna regina,

della qual cosa al tutto fu cagione

Romeo, persona umíle e peregrina.

[10] Io ho caro intendere le quistione di quelli frati, le quali io non voglio decidere qui, ma in sul fatto, e noi sareno per andare con chi meglio ci farà. [11] Ma io vi so ben dire che, se la fama gli scompiglia, la presenza gli accapiglia.

[12] Delle cose del mondo io non ho che dirvi, essendosi ciascuno raffreddo per la morte del duca di Pescara, perché innanzi alla sua morte si ragionava di nuovi ristringimenti e di simil cose; ma morto che fu, pare che altri si sia un poco rassicurato, e parendoli aver tempo, si dà tempo al nimico. [13] E concludo infine che dalla banda di qua non si sia per far mai cosa onorevole o gagliarda, da campare o morire giustificato, tanta paura veggo in questi cittadini, e tanto mal vòlti a fare alcuna opposizione a chi sia per inghiottirne: né ce ne veggo uno discrepante, in modo che chi ha a fare consigliandosi con loro, non farà altro che quello si è fatto sino a qui.

[14] Addí 19 di dicembre 1525.

[15] Niccolò Machiavelli in Firenze

318

Francesco Guicciardini a Niccolò Machiavelli

(Faenza, 26 dicembre 1525)

[1] Spectabili viro Niccolao de Machiavellis uti fratri honorando. Florentiae

[2] Niccolò onorando, io comincerò a rispondervi dalla commedia, perché non mi pare delle meno importanti cose che noi abbiamo alle mani, e almanco è pratica che è in potestà nostra, in modo non si gitta via il tempo a pensarvi, e la recreazione è piú necessaria che mai in tante turbulenzie. [3] Io intendo che chi ha a recitare è a ordine, pure gli vedrò fra pochi dí. [4] E perché non si accordano allo Argumento, quale non intenderebbono, ne hanno fatto un altro, quale non ho visto, ma lo vedrò presto: e perché dubito non sia con l’acqua fredda, non credo possiate errare a ordinarne uno altro conforme al poco ingegno delli auditori, e nel quale siano piú presto dipinti loro che voi. [5] Disegno si faccia pochi dí avanti il carnovale, e la ragione vorrebbe che la venuta vostra qua fosse innanzi alla fine di gennaio, con animo di stare qui insino a quaresima, e gli alloggiamenti per la baronía saranno in ordine; ma, di grazia, avvisate la resoluzione vostra, e serio, perché queste non sono cose da negligere; e io in verità non sarei entrato in questa novella, se non avessi presupposto al certo la venuta vostra.

[6] La malvagía vostra ebbe la tempesta, perché, quando la volli mandare, trovai che tutti i caratelli erano inforzati, il che ho taciuto per la vergogna. [7] Ma, sendo di nuovo venuta la ventura d’altri, vi si manderà tra tre o quattro dí omnino, e si dirizzerà a casa vostra o a bottega di Donato. [8] Ve l’ho voluto dire acciò ordiniate che qui non li sia fatta la beffa; e la Mariscotta vi manderà, credo, con essa non so che piattelli.

[9] De rebus pubblicis non so che dire, perché ho perduto la bussola; e anco sentendo che ognuno grida contro quella oppinione che non mi piace, ma mi pare necessaria, non audeo loqui. [10] Se non mi inganno, conosceremo tutti meglio e’ mali della pace quando sarà passata la opportunità del fare la guerra: non veddi mai nessuno che, quando vede venire un mal tempo, non cercasse in qualche modo di fare pruova di coprirsi, eccetto che noi, che vogliamo aspettarlo in mezzo la strada scoperti. [11] Però, si quid adversi acciderit, non potreno dire che ci sia stata tolta la signoria, ma che turpiter elapsa sit de manibus.

[12] Voi mi avete fatto cercare di un Dante per tutta Romagna, per trovare la favola o vero novella del Romeo, e infine ho trovato il testo, ma non vi era la chiosa; penso che sia una cosa di quelle che voi solete avere piene le maniche. [13] Sed ad rem nostram: i consigli vostri sono apud me tanti ponderis, che non hanno bisogno di autorità di altri. [14] Pare il tempo di ora, per un mese o dua, molto contrario a pigliare di simil cose, perché credo, anzi sono certo, che non abbiamo manco sospeso i cervelli che le armi; e però arò commodità di pensarci maturamente, e voi interim, quando vi si presentasse qualche buona occasione, so che non mancheresti dello officio di vero amico. [15] E a voi mi raccomando, aspettando risposta.

[16] Faventie, die 26 Decembris 1525.

Vester Francesco Guicciardini

319

Niccolò Machiavelli a Francesco Guicciardini

(Firenze, 3 gennaio 1526)

[1] A messer Francesco Guicciardini

[2] Signor presidente, io credetti avere a cominciare questa mia lettera in risposta all’ultima di Vostra Signoria in allegrezza, e io la ho a cominciare in dolore, avendo voi avuto un nipote tanto da ciascuno desiderato, e essendosi poco appresso morta la madre: colpo veramente non aspettato, né da lei né da Girolamo meritato. [3] Nondimeno, poiché Iddio ha voluto cosí, conviene che cosí sia, e non ci sendo rimedio bisogna ricordarsene il manco che si può.

[4] Quanto alla lettera di Vostra Signoria, io mi comincerò dove voi, per vivere in tante turbulenzie allegro. [5] Io vi ho a dire questo: che io verrò in ogni modo, né mi può impedire altro che una malattia (che Iddio ne guardi), e verrò passato questo mese e a quel tempo che voi mi scriverrete. [6] Quanto alla Bàrbera e a’ cantori, quando altro rispetto non vi tenga, io credo poterla menare a quindici soldi per lira. [7] Dico cosí perché l’ha certi innamorati che potrebbono impedire; pure, usando diligenzia, potrebbono quietarsi. [8] E che lei e io abbiamo pensato a venire, vi se ne fa questa fede, che noi abbiamo fatto cinque canzone nuove a proposito della commedia, e si sono musicate per cantarle tra gli atti; delle quali io vi mando alligate con questa le parole, acciò che Vostra Signoria possa considerarle; la musica, o noi tutti o io solo, ve la portereno. [9] Bisognerà bene, quando lei avesse a venire, mandare qui un garzone de’ vostri con 2 o 3 bestie; e questo è quanto alla commedia.

[10] Io sono stato sempre di oppinione che se lo imperadore disegna diventare dominus rerum, che non sia mai per lasciare il re, perché, tenendolo, egli tiene infermi tutti gli avversari suoi, che gli danno, per questa ragione, e daranno quanto tempo egli vorrà ad ordinarsi. [11] Perché e’ tiene ora Francia e ora il papa in speranza d’accordo, né stacca le pratiche, né le conclude; e come egli vede che li Italiani sono per unirsi con Francia, e’ ristrigne con Francia i ragionamenti, tanto che Francia non conclude, ed egli guadagna, come si vede che egli ha con queste bagattelle già guadagnato Milano e fu per guadagnare Ferrara (che gli riusciva, se gli andava là; il che se seguiva, del tutto era spacciata la Italia). [12] E perdonimmi questi nostri fratelli spagnuoli: eglino hanno errato questo tratto, che quando il duca passò per la Lombardia, che egli andava in là, e’ dovevano ritenerlo e farlo andare in Spagna per mare; e non si fidare che vi andasse da sé, perché potevano credere che potessino nascere molti casi, come sono nati, per i quali egli non andrebbe.

[13] Si intendeva da 4 dí indietro ristringimenti di Italia e di Francia, e credevonsi, perché, essendo morto il Pescara, stando male Antonio da Leva, essendo tornato il duca in Ferrara, tenendosi ancora i castelli di Milano e di Cremona, non sendo obbligati i Viniziani, essendo ciascuno chiaro della ambizione dello imperadore, pareva che si avesse a desiderare per ciascuno di assicurarsene, e che la occasione fosse assai buona. [14] Ma in su questo sono venute nuove che lo imperadore e Francia hanno accordato, e che Francia dà la Borgogna e piglia per moglie la sorella dello imperatore, e lasciali quattrocentomila ducati che l’ha di dote, e dotala lui in altanti, e che dà per statichi o i due figlioli minori o il Delfino, e che gli cede tutte le ragioni di Napoli, di Milano, etc. [15] Questo accordo cosí fatto è da molti creduto, e da molti no, per le ragioni sopradette, anzi credo che lo abbia ristretto per impedire quelli ristringimenti sopradetti, e dipoi lo cavillerà e romperallo. [16] Stareno ora a vedere quello che seguirà.

[17] Intendo quanto voi mi dite della faccenda vostra, e come vi pare avere tempo a pensare, per non essere i tempi atti; a che io replicherò due parole con quella sicurtà che mi comanda l’amore e reverenza che io vi porto. [18] Sempre, mentre che io ho di ricordo, o e’ si fece guerra, o e’ se ne ragionò: ora se ne ragiona, di qui a un poco si farà, e quando la sarà finita se ne ragionerà di nuovo, tanto che mai sarà tempo a pensare a nulla. [19] E a me pare che questi tempi faccino piú per la faccenda vostra, che i quieti, perché, se il papa disegna di travagliare, o e’ teme di esser travagliato, egli ha a pensare di avere bisogno, e grande, di voi, e in consequenza ha da desiderare di contentarvi, etc.

[20] Addí 3 di gennaio 1525.

[21] Niccolò Machiavelli in Firenze

[I]
Canzone da dirsi innanzi alla commedia, cantata da ninfe e pastori insieme

Perché la vita è brieve

e molte son le pene

che vivendo e stentando ognun sostiene,

dietro alle nostre voglie

andiam passando e consumando gli anni; 5

ché chi il piacer si toglie

per viver con angosce e con affanni,

non conosce gli inganni

del mondo, o da quai mali

e da che strani casi 10

oppressi quasi sian tutti i mortali.

Per fuggir questa noia,

eletta solitaria vita abbiamo;

e sempre in festa e in gioia,

giovin’ leggiadri e liete ninfe, stiamo. 15

Or qui venuti siamo,

con la nostra armonia,

sol per onorar questa

sí lieta festa e dolce compagnia.

Ancor ci ha qui condutti 20

il nome di colui che vi governa,

in cui si veggon tutti

i beni accolti in la sembianza eterna.

Per tal grazia superna,

per sí felice stato, 25

potete lieti stare,

godere e ringraziare chi ve l’ha dato.

[II]
Canzone dopo il primo atto

Chi non fa pruova, Amore,

della tua gran possanza, indarno spera

di far mai fede vera

qual sia del Cielo il piú alto valore;

né sa come si vive, insieme, e muore, 5

come si segue il danno e ’l ben si fugge,

come s’ama sé stesso

men d’altrui, come spesso

timore e speme i cori agghiaccia e strugge;

né sa come ugualmente uomini e dèi 10

paventan l’arme di che armato sei.

[III]
Canzone terza dopo il secondo atto

Quanto felice sia ciascun se ’l vede,

chi nasce sciocco e ogni cosa crede!

Ambizione no ’l preme,

non lo muove il timore,

che sogliono esser seme 5

di noia e di dolore.

Questo nostro dottore,

bramando aver figliuoli,

credria ch’un asin voli;

e qualunque altro ben posto ha in oblio, 10

e solo in questo ha posto il suo disio.

[IV]
Canzone quarta dopo il terzo atto

Sí suave è lo inganno

al fin condotto desiato e caro,

ch’altrui spoglia d’affanno

e dolce face ogni gustato amaro.

O rimedio alto e raro, 5

tu mostri il dritto calle all’alme erranti;

tu, col tuo gran valore,

nel far beato altrui, fai ricco Amore;

tu vinci, sol co’ tuoi consigli santi,

pietre, veneni e incanti. 10

[V]
Canzone quinta dopo il quarto atto

O dolce notte, o sante

ore notturne e quete

ch’i desïosi amanti accompagnate,

in voi s’adunan tante

letizie, onde voi siete 5

sole cagion di far l’alme beate.

Voi giusti premi date

all’amorose schiere, a voi amiche,

delle lunghe fatiche;

voi fate, o felici ore, 10

ogni gelato petto arder di amore.

1526-1527

320

Giovanni Manenti a Niccolò Machiavelli

(Venezia, 28 febbraio 1526)

[1] Allo eruditissimo e eccelente messer Nicolò Machiavello. In Firenze.

† Al nome di Dio, a dí 28 febraio 1525, in Venezia

[2] A questi prossimi passati giorni, magnifico messer Nicolò padrone onorandissimo, ebi una vostra litera insieme con el desiderato Decennale, il che ebi molto caro, e restovi, apresso molti altri oblighi, obligatissimo. [3] Circa questo basti per ora.

[4] Per adempire el desiderio di Vostra Signoria de l’intendere del recitare de la sua Comedia de Calimaco, fo intendere a Vostra Signoria quella eser stata recitata con tanto ordine e buon modo, che un’altra compagnia di gentilomeni, che a concorrenzia de la vostra in quella sera medesima etiam con spesa grande fêrno recitar li Menecmi di Plauto vulgari, la qual, per comedia antica, è bella, e fu recitata da asai boni recitanti, niente di meno fu tenuta una cosa morta rispetto alla vostra; di modo che, visto comendarsi tanto questa piú che quella, da vergogna spronati, con istanzia grandissima richiesero la compagnia di questa che di grazia gliela volesino recitare in casa loro, dove era recitata la loro. [5] E cosí, come persone gentilissime, un’altra sera poi fu di nuovo con l’intermedi propri de la prima volta recitata, e con grandissima satisfazione di tutti si finí; donde che abondantemente furon date le benedizioni, primamente al compositore, e sucesive al resto che se n’erono impaciati. [6] De le quali ne dovea participare anche io, per causa di aver tenuta la comedia in mano drieto a li casamenti del proscenio, perché la andasse piú a ordine e per soccorere, se fusse acaduto, alcuno de’ recitanti, il che non bisognò. [7] E questo sia a consolazion de la Signoria Vostra. [8] È stata tanto acetta, che questi nostri mercanti de la nazione se hanno dato la fede, posendo però aver qualcosa di vostro e non d’altri, recitare, se posibil fusse de averlo a tempo, questo primo magio avenire; sí che sète pregato per parte di tutti, posibil esendo, che Vostra Signoria si degni o qualcosa fatta, overo che ne la mente l’aveste fabricata, tal che la si possi avere: e non pensate che composizion d’altri avesino questa richiesta, perché in efetto elle hanno dolceza e sapore, de le quali se ne può cavare dilettevol construtto e onesto satisfamento.

[9] Di poi ebi la vostra litera, non mi son trovato con la Serenità del principo, ch’io li abi posuto dire quanto me imponete; ma penso ben, quam primum io li parli, far quanto per Vostra Signoria comesso mi fia; e quello ne seguirà, vi si farà intendere.

[10] Per el presente coriere Mariano vi mando, rivolte in carte azurre e canavaccio, para tre di bottarghe, le qual son de le migliori che qui si siano viste questo anno: se meglio fusino state, piú volentieri ve le arei mandate. [11] E questo a fine vi piaci goderle per amor mio, de le quali qui è stato satisfatto el corieri del porto; però non acade che paghiate nulla.

[12] Se a Vostra Signoria venise alle mani qualche sonetto, stanza o capitulo in laude di dona, e che non vi sia molto di fatica, prego Vostra Signoria si degni farmene participe, come ancor d’altra materia, purché sia composizion di Vostra Signoria, a la qual di nuovo mi racomando [. . .].

Giovanni Manenti

321

Niccolò Machiavelli a Francesco Guicciardini

(Firenze, 15 marzo 1526)

[1] A messer Francesco Guicciardini

[2] Magnifico e onorando messer Francesco, io ho tanto penato a scrivervi, che la Signoria Vostra è prevenuta. [3] La cagione del penar mio è stata perché, parendomi che fosse fatta la pace, io credevo che voi fosse presto di ritorno in Romagna, e riserbavomi a parlarvi a bocca, benché io avessi pieno il capo di ghiribizzi, de’ quali ne sfogai, cinque o sei dí sono, parte con Filippo Strozzi; perché, scrivendoli per altro, e’ mi venne entrato nel ballo, e disputai tre conclusioni: l’una, che, nonostante l’accordo, il re non sarebbe libero; l’altra, che, se il re fosse libero, osserverebbe lo accordo; la terza, che non lo osserverebbe. [4] Non dissi già quale di queste tre io mi credessi, ma bene conclusi che in qualunque di esse la Italia aveva d’avere guerra, e a questa guerra non detti rimedio alcuno. [5] Ora, veduto per la vostra lettera il desiderio vostro, ragionerò con voi quello che io tacetti con lui, e tanto piú volentieri, avendomene voi ricerco.

[6] Se voi mi domandasse, di quelle tre cose, quella che io credo, io non mi posso spiccare da quella mia fissa oppinione che io ho sempre avuta, che il re non abbia a essere libero, perché ognuno conosce che, quando il re facesse quello che potrebbe fare, e’ si taglierebbono tutte le vie allo imperadore di potere andare a quel grado che si ha disegnato. [7] Né ci veggo né cagione né ragione che basti, che lo abbia mosso a lasciarlo; e, secondo me, e’ conviene che lo lasci o perché il suo Consiglio sia stato corrotto, di che i Franzesi sono maestri, o perché vedesse questo ristringimento certo tra gli Italiani e il Regno, né gli paresse avere tempo né modo a poterlo guastare senza la lasciata del re, e che credesse, lasciandolo, che egli avesse ad osservare i capitoli. [8] E il re debbe essere in questa parte stato largo promettitore, e dimostro per ogni verso le cagioni delli odi che gli ha con gli Italiani, e altre ragioni che poteva allegare per assicurarlo della osservanza. [9] Nondimeno, tutte le ragioni che si potessino allegare non guariscono lo imperadore dello sciocco, quando voglia essere savio il re; ma io non credo voglia essere savio. [10] La prima ragione è che sino a qui io ho veduto che tutti i cattivi partiti che piglia lo imperadore non gli nuocono, e tutti i buoni che ha preso il re non gli giovano. [11] Sarà, come è detto, cattivo partito quello dello imperadore lasciare il re, sarà buono quel del re a promettere ogni cosa per essere libero; nondimeno, perché il re l’osserverà, il partito del re diventerà cattivo, e quello dello imperadore buono.

[12] Le cagioni che lo farà osservare, io lo ho scritto a Filippo; che sono: bisognarli lasciare li figlioli in prigione, quando non osservi; convenirli affaticare il regno, che è affaticato; convenirli affaticare i baroni a mandarli in Italia; bisognarli tornare subito ne’ travagli, i quali, per li essempli passati, lo hanno a spaventare. [13] E perché ha egli a fare queste cose per aiutare la Chiesa e i Viniziani, che lo hanno aiutato rovinare? [14] E io vi scrissi, e di nuovo scrivo, che grandi sono gli sdegni che il re debbe avere con gli Spagnuoli, ma che non hanno a essere molto minori quelli che puote avere con gli Italiani. [15] So bene che ci è che dire questo, e direbbesi il vero, che, se per questo odio egli lascia rovinare l’Italia, potrebbe dipoi perdere il suo regno; ma il fatto sta che la intenda egli cosí, perché, libero che sia, e’ sarà in mezzo di due difficultà: l’una, di tôrsi la Borgogna e perdere la Italia, e restare a discrezione dello imperatore; e l’altra, per fuggir questo, diventare come parricida e fedifrago, nelle difficultà soprascritte, per aiutare uomini infedeli e instabili, che per ogni legger cosa, vinto che gli avesse, lo farebbono riperdere. [16] Sí che io mi accosto a questa oppinione, o che il re non sia libero, o che, se sarà libero, egli osserverà; perché lo spaventacchio di perdere il regno, perduta che sia l’Italia, avendo, come voi dite, il cervello franzese, non è per muoverlo in quel modo che muoverebbe un altro. [17] L’altra, che egli non crederrà che la ne vadia in fumo, e forse crederrà poterla aiutare, poi che l’arà purgato qualche suo peccato, e egli abbia riauto i figlioli e rinsanguinatosi. [18] E se tra loro fossono patti di divisione di preda, tanto piú il re osserverebbe i patti, ma tanto piú lo imperadore sarebbe pazzo a rimettere in Italia chi ne avesse cavato, perché ne cacciasse poi lui. [19] Io vi dico quello che io credo che sia, ma io non vi dico già che per il re e’ fosse piú savio partito, perché doverrebbe mettere di nuovo a pericolo sé, i figlioli e il regno per abbassare sí odiosa, paurosa e pericolosa potenzia. [20] E i rimedi che ci sono mi paiono questi: vedere che il re, subito che gli è uscito, abbi appresso uno che con la autorità e persuasioni sue, e di chi lo manda, gli faccia sdimenticare le cose passate, e pensare alle nuove; mostrigli il concorso della Italia; mostrigli il partito vinto, quando voglia essere quel re libero che doverrebbe desiderare di essere. [21] Credo che le persuasioni e i prieghi potrieno giovare, ma io credo che molto piú gioverebbono i fatti.

[22] Io stimo che, in qualunque modo le cose procedino, che gli abbia a essere guerra, e presto, in Italia; perciò e’ bisogna alli Italiani vedere di avere Francia con loro, e quando non la possino avere, pensare come e’ si voglino governare. [23] A me pare che in questo caso ci sieno un de’ duoi partiti: o lo starsi a discrezione di chi viene, e farseli incontro con danari, e ricomperarsi; o sí veramente armarsi, e con le armi aiutarsi il meglio che si può. [24] Io per me non credo che il ricomperarsi e che ’ danari bastino, perché se bastassino, io direi: « Fermiamoci qui, e non pensiamo ad altro »; ma e’ non basteranno, perché o io sono al tutto cieco, o vi tôrrà prima i danari e poi la vita, in modo che sarà una spezie di vendetta fare che ci truovi poveri e consumati, quando e’ non riuscisse ad altri il difendersi. [25] Pertanto io giudico che non sia da differire lo armarsi, né che sia da aspettare la resoluzione di Francia, perché lo imperadore ha le sue teste delle sue genti, halle alle poste, può movere la guerra a posta sua quando egli vuole; a noi conviene fare una testa, o colorata o aperta, altrimenti noi ci levereno una mattina tutti smarriti: loderei fare una testa sotto colore. [26] Io dico una cosa che vi parrà pazza; metterò un disegno innanzi che vi parrà o temerario o ridicolo; nondimeno, questi tempi richieggono deliberazioni audaci, inusitate e strane. [27] Voi sapete, e sallo ciascuno che sa ragionare di questo mondo, come i popoli sono varii e sciocchi; nondimeno, cosí fatti come sono, dicono molte volte che si fa quello che si doverrebbe fare. [28] Pochi dí fa si diceva per Firenze che il signor Giovanni de’ Medici rizzava una bandiera di ventura per far guerra dove gli venisse meglio; questa voce mi destò l’animo a pensare che il popolo dicesse quello che si doverrebbe fare. [29] Ciascuno credo che creda che fra gli Italiani non ci sia capo a chi li soldati vadino piú volentieri dietro, né di chi gli Spagnuoli piú dubitino, e stimino piú; ciascuno tiene ancora il signor Giovanni audace, impetuoso, di gran concetti, pigliatore di gran partiti: puossi adunque, ingrossandolo segretamente, fargli rizzare questa bandiera, mettendoli sotto quanti cavalli e quanti fanti si potesse piú. [30] Crederranno li Spagnuoli questo essere fatto ad arte, e per avventura dubiteranno cosí del re, come del papa, sendo Giovanni soldato del re; e quando questo si facesse, ben presto farebbe aggirare il cervello alli Spagnuoli e variare i disegni loro, che hanno pensato forse rovinare la Toscana e la Chiesa senza ostacolo. [31] Potrebbe far mutare oppinione al re, e volgersi a lasciare lo accordo e pigliare la guerra, veggendo di avere a convenire con genti vive, e che, oltre alle persuasioni, gli mostrano i fatti. [32] E se questo rimedio non ci è, avendo a far guerra, non so qual ci sia, né a me occorre altro; e legatevi al dito questo: che il re, se non è mosso con forze, con autorità e con cose vive, osserverà lo accordo, e lasceravvi nelle peste, perché, essendo venuto in Italia piú volte, e voi avendoli o fatto contro o stati a vedere, non vorrà che anco questa volta gli intervenga il medesimo.

[33] La Bàrbera si truova costí: dove voi gli possiate far piacere, io ve la raccomando, perché la mi dà molto piú da pensare che lo imperadore.

[34] Addí 15 di marzo 1525.

Niccolò Machiavelli

322

Filippo Strozzi a Niccolò Machiavelli

(Roma, 31 marzo 1526)

[1] Al suo carissimo amico Niccolò di messer Bernardo Machiavelli. In Firenze

[2] Niccolò mio, io non vorrei per niente pensassi che, per rispondere io tardi o non rispondere alle vostre, io tenessi poco conto di voi, perché, oltre allo essere debito a ciascuno istimare tutti quegli da chi tu cognosci essere stimato, è ancora naturale; e quegli poi meritono sia tenuto piú conto di loro, quali, oltre al portarti non mediocre amore e affezione, hanno in loro tali parti e virtú, che ciascuno debbe, di amici, cercare di farsegli amicissimi, nel quale numero voi appresso di me tenete el principale luogo. [3] Ma el parermi avere con voi tanta familiarità, che in tutto escluda simili rispetti, è causa sola che io piglio o lascio stare la penna per rispondervi, secondo le mia commodità; la quale scusa se vedrò essere da voi in quel modo accettata ch’è da me detta, seguirò in futuro, quando abbia simili lettere vostre, l’usanza mia; quando altrimenti credessi, mi accomoderei, diventando alquanto piú diligente, non mancando di dirvi e replicarvi che, quando abbia a fare opera alcuna a vostro benifizio, mi troverrete sollecito e diligente al pari d’ogni altro. [4] Nello scrivere per cerimonia sono licenzioso, con quelle persone però le quali mi persuado lo piglino in buona parte, come mi sono persuaso di voi.

[5] Ma perché e’ non sia assai piú el proemio che tutto el restante, vengo alla narrazione. [6] Vi dico che io lessi l’ultima vostra de’ x di questo a Nostro Signore, quale udí con molta attenzione, e infine commendò e’ luoghi, parendogli avessi tocco tutto quello che poteva cadere in considerazione a chi, sanza avvisi o notizie particulari, discorressi simili materie, e n’ebbe piacere assai. [7] Non mi parve già che e’ fussi d’openione che la prima parte dovessi avere luogo, cioè che el re non fussi per essere libero, ancora che e’ fussi fatto l’accordo, che tiene sarà liberato; benché oggi tale parte arebbe piú fautori che allora, visto non ci essere per ancora la nuova di tale liberazione, che si può giudicare non essere ancora seguito lo effetto; ma molte cose possono avere ritardato lo effetto, che non lo impediranno, e il benifizio acquista Cesare di prorogare un mese piú per essere piú preparato e trovare noi piú sprovvisti allo impedire la sua passata, non pare che compensi la perdita fa nel conspetto del re, arrogendo, alle altre ingiurie e bistrattamenti gli ha fatti, questa ultima stranezza; sí che si crede di qua sia piú presto per altra causa, che per la da voi pensata. [8] Sendo libero, quello e’ dovessi fare subito, volendo giucare la ragione del giuoco, si intende benissimo; ma el non essere tenuto prudente fa dubitare assai che e’ sia per verificarsi la seconda parte da voi disputata, cioè che e’ sia per osservare l’accordo, massime per qualche tempo, il che non potrebbe essere a piú danno evidente della Italia e nostro si sia; e ’l pericolo a ciascuno appare e si mostra. [9] De’ rimedi non truovo per ancora chi abbia cognizione, ché e’ Viniziani con Nostro Signore e Ferrara e noi non sono giudicati per e’ piú bastanti a ovviare a Cesare la passata, stando el re neutrale.

[10] Ho visto quello voi proponete in una lettera al Guicciardino, ché la mia a lui, e la sua poi a me è stata commune: e infine non satisfà, perché da pigliarla per tale verso a scoprirsi Nostro Signore interamente non si vede differenzia, perché sanza danari simil capitano di ventura non farebbe effetto, trovando riscontro in Lombardia della sorte troverrebbe; porgendogli Nostro Signore danari, la impresa diventa sua, e piú si appruova ire con la insegna in sulla gaggia, per la riputazione e per tirare nel medesimo ballo e’ Viniziani. [11] Infine, se el re non è savio, e’ partiti sono scarsi. [12] Restaci poi che Cesare non cognosca sí bella e grande occasione; e cosí el nostro è ne’ dadi, ma abbiàno cattive volte.

[13] Ma el giorno in che io scrivo non pare comporti simili ragionamenti; però passerò all’ultima parte, dove mi raccomandate la Bàrbera da cuore, imponendomi la baci per amore vostro, di licenzia però della donna, la quale non avendo mai potuto ottenere, non l’ho potuta ancora baciare; e mi sono poi, pensando meglio alla cosa, accorto che voi in fatto non volevi venissi a tale passo, avendovi messo sí dura condizione: onde non vi ringrazio molto di tale liberalità, avendovi cognosciuto drento una sottile avarizia. [14] Hovvi per escusato, ché io so oramai a mal mio grado che cosa è volere bene alle figliuole d’altri. [15] Lessigli el vostro capitolo, e gli feci per nome vostro quelle piú larghe offerte seppi, con animo di adempierle con gli effetti, pur che io potessi. [16] E intendendo per che causa ci era venuta, cominciai a parlare con Giovan Francesco de’ Nobili, mio amicissimo e cognato di Cammillo, della materia, e non ci trovai fondamento alcuno, e Cammillo ancora se ne è venuto costí; onde per questa faccenda può partirsi a sua posta, come a Lorenzo Ridolfi, quale gl’è similmente partigiano, piú giorni fa dissi. [17] Vedrà se ci è chi si diletti tanto di musica, che gli sia stabilita una provvisione ferma, come da qualcuno gl’è suto dato intenzione, il che credo non abbia a riuscire; e cosí credo abbia a essere costí in brieve di ritorno. [18] Altre nuove non ho da conto. [19] Vostro sono tutto, e mi vi offero e raccomando.

[20] A dí ultimo di marzo 1526, in Roma.

Vostro Filippo Strozzi

323

Niccolò Machiavelli a Francesco Guicciardini

(Firenze, 4 aprile 1526)

[1] A messer Francesco Guicciardini

[2] Magnifico e maggior mio onorando, io ho ricevuto questo dí, circa a ore 22, la vostra del primo del presente, e per non ci essere Ruberto Acciaioli, che ne è ito a Montegufoni, io mi transferii súbito dal cardinale e gli dissi quale era la intenzione di Nostro Signore circa le cose trattate da Pietro Navarra, e come Sua Santità voleva che si traesse da lui tale e sí gagliardo disegno, che desse cuore a un popolo fatto a questo modo, e tanto che potesse sperare di difendersi da ogni grave e furioso assalto. [3] Sua Signoria reverendissima disse che di nuovo lo arebbe a sé questa sera, e che lo pregherrebbe e graverrebbe con quelli modi piú efficaci potesse a fare tale effetto. [4] Nondimeno, ragionando noi insieme de’ disegni dati, ci pare che, volendo stare in sul circuito vecchio, che non si possa migliorare, né si possa anco non stare in su tal circuito; perché, a non vi volere stare, conviene o crescere Firenze nel modo che sa la Santità di Nostro Signore, o levare via il quartiere di Santo Spirito e ridurre la città tutta in piano. [5] Il primo modo lo fa debole la gran guardia che vi bisognerebbe, dove il popolo del Cairo sarebbe poco; il secondo modo è parte debole e parte impio. [6] Debole sarebbe quando voi lasciassi le case di quel quartiere in piè, perché lasceresti una città al nimico piú potente di voi, e che si varrebbe del contado piú di voi, tanto che gli straccherebbe prima voi, che voi straccassi lui; l’altro modo, di rovinarlo, quanto sia difficile e strano ciascuno lo intende. [7] Pertanto bisogna affortificarlo come egli è; il qual modo io non vi voglio ancora scrivere, sí perché egli non è bene fermo, sí ancora per non entrare innanzi a’ miei maggiori.

[8] Bastivi questo: che delle mura di detto quartiere del di là d’Arno, parte se ne taglia, parte se ne spigne in fuori, parte se ne tira in dentro; e parmi, e cosí pare al signor Vitello, venuto a questo effetto, che questo luogo resti fortissimo, e piú forte che il piano; e cosí dice e afferma il conte Pietro, affermando con giuramento che questa città, acconcia in tal modo, diventa la piú forte terra di Italia. [9] Noi abbiamo a essere insieme domattina per rivedere tutto, e massime il disegno maggiore; dipoi si ristrigneranno questi deputati, e esamineranno ciò che si è ordinato, e tutto si metterà in scritto e in disegno, e manderassi costí alla Santità di Nostro Signore, e sono di oppinione gli satisfarà, e massime quello del poggio, dove sono fatti i provvedimenti strasordinari. [10] Quel del piano non si parte dall’ordinario, ma perché simili siti ognuno gli sa fare forti, importa meno. [11] Il conte Pietro starà qui domani e l’altro, e ci sforzereno di trarli del capo se altro vi sarà; e io ho atteso ad udire, perché non mi intervenisse come a quel greco con Annibale.

[12] Ringraziovi, etc. Addí 4 di aprile 1526.

Niccolò Machiavelli

324

Niccolò Machiavelli a Francesco Guicciardini

(Firenze, 17 maggio 1526)

[1] A messer Francesco Guicciardini

[2] Io non vi ho scritto poi che io partii di costí, perché ho il capo sí pieno di baluardi, che non vi è potuto entrare altra cosa. [3] Èssi condotta la legge per l’ordinario, in quel modo e con quello ordine che costí per Nostro Signore si divisò. [4] Aspettasi, a pubblicare il magistrato e a gire piú innanzi con la impresa, che di costí venga lo scambio a Chimenti Sciarpelloni, il quale dicono che, per essere indisposto, non può attendere a simil cose. [5] Converrà ancora fare lo scambio di Antonio da Filicaia, al quale avanti ieri cadde la gocciola, e sta male. [6] Maravigliasi il cardinale non avere aúto risposta di Chimenti, e si comincia a dubitare di qualche ingambatura: pure non si crede, sendo la cosa tanto innanzi.

[7] Io ho inteso i romori di Lombardia, e conoscesi da ogni parte la facilità che sarebbe trarre quelli ribaldi di quel paese. [8] Questa occasione per l’amor di Iddio non si perda, e ricordatevi che la fortuna, i cattivi nostri consigli e peggiori ministri arieno condotto non il re, ma il papa in prigione: hànnonelo tratto i cattivi consigli di altri e la medesima fortuna. [9] Provvedete, per l’amor di Iddio, ora in modo che Sua Santità ne’ medesimi pericoli non ritorni, di che voi non sarete mai sicuri, sino a tanto che gli Spagnuoli non siano in modo tratti di Lombardia, che non vi possino tornare. [10] Mi pare vedere lo imperadore, veggendosi mancare sotto il re, fare gran profferte al papa, le quali doverrieno trovare gli orecchi vostri turati, quando vi ricordiate de’ mali sopportati e delle minacce che per lo addietro vi sono state fatte; e ricordatevi che il duca di Sessa andava dicendo « quod pontifex sero Caesarem ceperat timere ». [11] Ora Iddio ha ricondotto le cose in termine che il papa è a tempo a tenerlo, quando questo tempo non si lasci perdere. [12] Voi sapete quante occasioni si sono perdute: non perdete questa, né confidate piú nello starvi, rimettendovi alla fortuna e al tempo, perché con il tempo non vengono sempre quelle medesime cose, né la fortuna è sempre quella medesima. [13] Io direi piú oltre, se io parlassi con uomo che non intendesse i segreti o non conoscesse il mondo. [14] Liberate diuturna cura Italiam, extirpate has immanes belluas, quae hominis, preter faciem et vocem, nichil habent.

[15] Qui si è pensato, andando la fortificazione innanzi, che io facci l’offizio del provveditore e del cancelliere, e mi faccia aiutare da un mio figliolo, e Daniello de’ Ricci tenga i danari e tutte le scritture.

[16] Addí 17 di maggio 1526.

Niccolò Machiavelli

325

Francesco Guicciardini a Niccolò Machiavelli

(Roma, 22 maggio 1526)

[1] Spectabili viro Niccolao de Machiavelli uti fratri honorando etc. Florentiae

[2] Nicolò carissimo, arete visto per la pubblicazione del magistrato, che a questa ora debbe essere fatta, che ’l dubbio che voi avevi costí, di che mi scrivete per la vostra de’ 17, era vano, perché Nostro Signore è del medesimo pensiero, né per raffreddarsene, a giudizio mio; e lo scambio che gli ha ordinato per Antonio da Filicaia ne può essere ottimo testimonio. [3] Però sollecitate la materia, acciò che una volta se gli dia principio.

[4] De rebus universalibus dico quel medesimo che dite voi; e del discorso vostro, oltre a essere verissimo, è qui ben cognosciuto quanto ci è di male, e che le cose a che hanno a concorrere piú potenti hanno sempre di necessità piú lunghezza che sarebbe el bisogno. [5] Pure spero non si abbia a mancare del debito per ognuno, se non sí presto quanto converrebbe, almanco non tanto tardi che abbia a essere al tutto fuori di tempo. [6] E a voi mi raccomando.

[7] Romae, 22 Maii 1526.

Vostro Francesco Guicciardini

326

Niccolò Machiavelli a Francesco Guicciardini

(Firenze, 2 giugno 1526)

[1] A messer Francesco Guicciardini

[2] Magnifico signor presidente, io non vi ho scritto piú giorni sono della muraglia: ora ve ne dirò quanto occorre. [3] Qui si vede come il papa è tornato in sulla oppinione de’ monti, mosso dalla oppinione di Giuliano Leno, il quale nella sua lettera dice che nello abbracciare tutti quelli poggi è piú fortezza e meno spesa. [4] Quanto alla fortezza, niuna città assai grande è mai forte, perché la grandezza sbigottisce chi la guarda, e puovvi nascere molti disordini, che nelle commode non fa cosí. [5] Della minore spesa, questa è una chiacchera, perché egli fa molti presupposti che non sono veri. [6] Prima egli dice che tutti quelli monti si possano sgrottare da quella parte che è dalla casa del Bonciano a quella di Matteo Bartoli in fuora (che sono, secondo lui, mille braccia, ma le sono 1600), dove solo bisogna murare tutte le altre. [7] Dice si possono ridurre le grotte ad uso di mura, e sopra esse fare un riparo alto 4 e grosso 8 braccia. [8] Questo non è vero, perché vi sono infiniti luoghi che, per avere il piano, non si possono sgrottare; l’altro, tutto quello che si sgrottasse, non starebbe per sé medesimo e franerebbe, di modo che bisognerebbe sostenerlo con un muro; dipoi li ripari intorno costerebbono un mondo, e sarebbono a questa città vituperosi, e in brevissimi anni si arebbono a rifare: sí che la spesa sarebbe grande e continova, e poco onorevole. [9] Dice che il Comune si varrebbe di ottantamila ducati di miglioramenti di possessione, il che è una favola, né egli sa quello che si dice, né donde questi miglioramenti si avessino a trarre; tanto che a ciascuno pare di non ci pensare. [10] Nondimeno si farà fare il modello che il papa ha chiesto, e se li manderà. [11] Insino a che non si dà assegnamento particulare a questa impresa, è necessario spendere de’ danari che ci sono, e però nella legge fatta si dispone che il depositario de’ Signori paghi, de’ danari si truova in mano del Commune per qualunque conto, tutti quelli che dai Signori insieme con gli offiziali gli saranno stanziati. [12] Nondimeno Francesco del Nero farà difficultà in pagarli, se da Nostro Signore non gli è fatto scrivere che gli paghi. [13] L’officio ne ha scritto allo imbasciatore: priegovi aiutiate la cosa, che il papa gliene scriva.

[14] Addí 2 di giugno 1526.

Niccolò Machiavelli

327

Niccolò Machiavelli a Francesco Guicciardini

(Firenze, 2 giugno 1526)

[1] A Messer Francesco Guicciardini

[2] Io non ho aúto commodità di parlare prima che sabato passato a L.S., ma essendo con lui, e ragionando seco di piú cose, mi entrò sul suo figliolo, tanto che io ebbi occasione di dolermi seco dello avere egli tenuto poco conto della pratica che già gli avevo mossa; e che io ero certo, come già gli fuggí un parentado ricco, che ora gliene fuggirebbe uno onorevolissimo e non povero, né sapevo, se desiderava dargli una fiorentina, dove si potesse altrove capitare. [3] Egli liberamente mi confessò che io dicevo il vero, e che voi lo avevi fatto tentare, e che a lui non potrebbe piú piacere, e che gli piaceva tanto, che, sebbene la cosa non si facesse ora, che avendone voi quattro, credeva potere essere a tempo ad una. [4] La cagione del differire era che la donna stava meglio che la non soleva, che il garzone aveva preso migliori indirizzi, usando con uomini litterati e studiando assiduamente; le quali dua cose per mancarne altra volta lo faceva pensare ad accompagnarlo. [5] La terza era una sua figliola, quale desiderava maritare prima; ma che la cosa nondimeno gli piaceva tanto, che aveva già piú volte ragionato con il garzone di voi, e, presa la occasione dallo essere stato in Romagna duoi giorni con Iacopo vostro quando tornò dall’Oreto, e che gli mostrava la grandezza di quel grado e con quanta dignità voi l’avevi tenuto e il nome che voi avevi, e che aveva posto in cielo le qualità vostre; e che questo aveva fatto per facilitare la cosa, quando se ne avesse a ragionare, perché dubitava che non avesse il capo a gran dote; e parlò, circa a queste cose, in modo che io non arei desiderato piú. [6] Io non mancai di mostrarli che quelli rispetti erano vani, perché la fanciulla era di età che la si poteva tenere cosí quattro o cinque anni, e che questo gli aiuterebbe maritare la figliola, perché chi vuole dote strasordinarie le ha a dare; e combatte’lo un pezzo, tanto che, se egli non fosse uno uomo un poco legato, io ci arei dentro una grande speranza.

[7] Addí 2 di giugno 1526.

Niccolò Machiavelli

328

Niccolò Machiavelli a Francesco Guicciardini

(Firenze, 2 giugno 1526)

[1] A messer Francesco Guicciardini

[2] Ancor che io sappia che da Luigi vostro vi sia stato scritto la oppinion sua circa il mettere dentro il colle di Samminiato, perché mi par caso importantissimo, io non voglio mancare di scrivervene un motto. [3] La piú nociva impresa che faccia una republica è farsi in corpo una cosa forte, o che súbito si possa fare forte. [4] Se voi vi arrecate innanzi il modello che si lasciò costí, voi vedrete che, abbracciato Samminiato e fatto lassú quel baluardo, che una fortezza è fatta, perché dalla porta a San Miniato a quella di San Niccolò è sí poco spazio, che cento uomini in un giorno, sgrottando, lo possano mettere in fortezza, di qualità che, se mai per alcuno disordine un potente venisse a Firenze, come il re di Francia nel 1494, voi diventate servi senza rimedio alcuno, perché, trovando il luogo aperto, voi non potete tenere che non vi entri; e potendosi serrare facilmente, voi non potete tenere che non lo serri. [5] Consideratela bene e, con quella destrezza potete, ovviatela, e consigliate quella tagliata, la quale è forte e non pericolosa, perché, se quella di Samminiato si comincia, io dubito non dispiaccia troppo.

[6] Vi ho scritto queste 3 lettere appartate, perché le possiate usare tutte come vi vien bene.

[7] Addí 2 di giugno 1526.

Niccolò Machiavelli

329

Niccolò Machiavelli a Bartolomeo Cavalcanti

(Melegnano, 13 luglio 1526)

[1] [. . .] ancora avanti all’uscio del provveditore i suoi carriaggi carichi; entrammo al Duca: fu da lui detto in brievi parole come a non volere essere rotti era necessario levarsi, e, veggendo questa rovina certa, non era necessario consigliarla altrimenti. [2] Non si potette fare altro in quel caso che dolersi del disordine, e accordarsi ad ubbidire a quella necessità. [3] Levossi il campo la mattina avanti giorno, piú presto con segni di paura che altrimenti, perché il Duca comandò a chi guidava le artiglierie che andassi verso Lodi e non si fermassi se da lui non aveva nuova commissione; mandò il provveditore il suo cancellieri a Lodi con gli arienti e suoi miglioramenti; rimase uno padiglione del loro campo a’ nimici; un loro connestabole, non sentendo ch’el campo diloggiava, rimase solo, in modo che fu ad un bel presso di non rimanere preda. [4] Tutto lo antiguardo, cosí di fanti come di cavagli, si sfilò per piú che per metà, e piú che di trotto n’andò a Marignano; donde, veggendo il luogotenente questo disordine, domandò alcun’ furieri dove si ordinava lo alloggiamento, i quali risposono a Marignano. [5] Di che lui si maravigliò, essendosi rimasi la sera di alloggiare a San Martino. [6] E tennonsi sopra la strada, e col Duca e col provveditore fece ogni opera perché si seguisse l’ordine dato, né possé fare alcun frutto. [7] E cosí ci conducemmo qui a Marignano, dove siamo ancora. [8] E veramente, se e’ nimici avessino conosciuto il disordine della sera e quello della mattina, sanza alcun dubbio ci facevono dispiacere, e si portava pericolo che non diventassino in un punto signori di Italia.

[9] Sono stati dipoi in consulta questi signori; dove il Duca afferma con queste fanterie non si rincorare fare opera buona, e se bene questa prima banda di Svizzeri, che debbe essere circa 5 mila, venisse, non farebbe alcuna impresa dove si potesse venir a giornata. [10] Stiamoci dunque cosí aspettando che le genti, che hanno a venir di Francia e di Svezzería, venghino; e avendo considerato alla variazione della opinione del Duca, si giudica come naturalmente, secondo i suo primi discorsi, e’ non confidava nelle suo genti e non si voleva mettere ad alcun ristio; ma la importunità di chi lo spigneva innanzi, che erano tutti e’ sua maggiori, lo feciono pigliare quel partito, sperando ancora, forse rispetto al castello nimico e a quello malecontento, fosse per nascere fra i nimici disordine a benefizio nostro. [11] E questa fu forse la cagione che la mattina e’ corse sí presto e piantò le artiglierie e appiccò quella scaramuccia, giudicando che, quanto piú animo si monstrava, piú e’ nimici avessino a spaventare e o a partirsi o a non ci assalire. [12] Ma condotti alla sera, e non avendo fatto alcun frutto, tornò nella natura sua e nella sua prima diffidenzia. [13] Di qui nacque la súbita e inconsulta levata e la gran ritirata di Marignano, non volendo piú che l’animo troppo d’altri nocessi a’ rispetti suoi.

[14] Siamo pertanto qui dove voi vedete; e io giudico e’ si ha a fare tanto che e’ non segua disordine infin che gli adiuti che hanno a venire venghino e le genti che si hanno a muovere, e nel Regno e fuora di Italia, si muovino: ché non è possibile che questa guerra non si vinca, perché, se gli adiuti vengono a noi prima di Francia che non venghino a’ nimici d’Austria, questa guerra sarà finita in duo giorni; ma quando e’ venghino in un tratto e i nostri e i loro, e noi con uno alloggiamento forte gli tenghiamo ristretti, in poco tempo, quando non manchino i danari a noi, conviene che manchino a loro, e patendo carestia d’ogni cosa, come patiranno avendo il paese inimico, è necessario che in poco tempo e’ Tedeschi si risolvino e la vittoria ci caggia in mano. [15] Ma bisogna non voler vincer troppo presto, acciò non ci intervenghi come a quelli mercatanti animosi che, per volere arricchire in uno anno, impoveriscono in 6 mesi.

[16] Altro non ho che dire, se già io non volessi contristarvi narrando le miserie di questo paese, il che non voglio fare, per non turbare il lieto animo vostro e de’ nostri amici; e però farò fine, pregandovi che a Giovanni Serristori e agli altri mi raccomandiate, leggendo loro questa lettera senza darne copia o altrimenti pubblicarla. [17] E questa sia per risposta ad una avuta da voi in grammatica, la quale fu letta dal luogotenente e assai commendata; e è diventato tutto vostro, perché gli pare che cosí le vostre qualità meritino.

[18] Vale iterum, et me, ut facis, ama. [19] Die xiii Julii 1526.

[20] Niccolò Machiavegli. In campo

330

Agostino del Nero a Niccolò Machiavelli

(Bologna, 21 luglio 1526)

[1] Spectabili viro domino messer Niccolò Machiavelli, suo onorando. Al Marignano. Iesus. Al nome de Dio, addí xxi di luglio 1526

[2] Onorando in luogo di padre, doppo la partita vostra di Bologna non vi s’è scritto per non essere occorso, e ancora per non vi dare fastidio. [3] Questa solo sarà per dirvi come dal mio onorando Francesco m’è dato commissione che facessi intendere come fra dua giorni costí saranno comparsi una certa somma di denari, fra ’ quali è ducati 7000 d’oro incirca fiorentini, per la quale cosa vorrei fussi contento d’essere da messer Alessandro del Caccia, quando si ricontano, per poterne fare fede al signor locotenente, il quale vedesse che di simile cose non farei mercanzie, che so quelli mandai un mese fa mi furno mandati cosí, ché me vergogneria come un manigoldo a non mandare i medesimi ducati che mi sono mandati. [4] E, potendo, desiderrei menasse la Signoria del locotenente, acciò vedessi colli sua occhi che sorta d’oro è quello ho mandato a messer Alessandro.

[5] Di Firenze non ho da dirvi niente, ché il vostro Bernardo non m’ha mai scritto; arei scritto qualche volta a lui, ma mi trovo tanto occupato dalle facende, che non l’ho potuto fare.

[6] Penso a questa ora abbiate venduto il cavallo, e bono prezzo. [7] Non altro. A voi sempre mi raccomando; raccomandatemi al signore locotenente, e offeritemeli per suo bon servitore.

[8] Vostro Agostino del Nero, in Bologna

331

Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 4-5 agosto 1526)

[1] Al mio onorando compare Niccolò di messer Bernardo Machiavelli

[2] Compare mio caro, in dua giorni ho dua vostre, lunga l’ultima delli 31 del passato, e vi resto ubbrigato che mi abbiate scritto tanto distintamente in che termine vi trovate; e perché in dette lettere sono molte cose che importano, né si potendo rimediare o provvedere di qui, le ho mandate a Roma a Filippo, con farli intendere le usi secondo la prudenzia sua, e son certo lo farà. [3] Per ritrovare la cifera, subito che ebbi la vostra, mi feci condurre da Donato a casa la Bàrbera; e benché lei mi monstrassi l’ordine, li anni, e’ pensieri, la infermità mi hanno in modo indebolito e il corpo e la fantasia, che non la ritrovavo bene. [4] Però fui forzato usare l’opera di Francesco del Nero, ma con mille protesti di non parlare; e credo me l’osserverà, perché il poveretto ha di presente altri pensieri che motteggiare e mettere la cosa in cantafavola. [5] E vi prometto che non ha una ora di riposo: sempre è fantastico, rimbrottoso, e non se li può parlare. [6] E pensate che in Firenze sono molti che, quando vengano nuove avverse, sono trafitti nel mezzo del cuore, ma nessuno tanto quanto lui; e non so come il cervello se li regge a tante faccende, quante ha. [7] Basta che traemmo la cifera, né voglio parlare di quello è seguito o sia per seguire costí, ma solo vi voglio dire che lo imperatore ha troppa gran fortuna; e lasciando da parte le cose delli altri anni, questa ha fatto che s’indugiò tanto a pigliare la impresa, che ’l popolo di Milano fu battuto; questa, che vi conducesti tardi e con poco ordine alle mura di Milano, e vi ritraesti sanza vedere chi vi cacciassi; questa, che deliberasti in molti dí di soccorrere il castello, e, dopo, la deliberazione seguisti con tanta tardanza, che fu necessitato accordare prima; questa, che i Genovesi, che doverrebbono essere e’ maggiori inimici che Cesare avessi in Italia, stanno sotto a Antoniotto Adorno, e aiutano e con danari e con ogni altro modo qualunque impresa di Cesare; questa fa che Inghilterra, poi che Cesare ha tolto altra donna che la figlia, non vi pensa, e non tiene conto di non essere stimato, e il cardinale, che suole essere il piú superbo uomo del mondo, è il piú umile.

[8] Avevo scritto iarsera insino qui in bottega di Donato in su tristo foglio, con mala penna e peggiore inchiostro, e la volevo finire, ma quel cazzo di Donato volle serrare, e bisognò che con Donato avessi pazienzia. [9] E per tornare alla fortuna di Cesare, questa fa che il Cristianissimo segue ne’ suoi disordini e straccuraggine, donde il papa e i Veniziani sono cominciati a insospettire che quello che procede dalla natura del re e dal non potere, proceda dal non volere. [10] La fortuna detta è causa che tutti gli Spagnuoli indovinino per essaltarlo, e lui dall’altro canto in Ispagna si governi in tutto per tutto come vogliono e’ Fiamminghi, e togga agli Spagnuoli ciò che può per dare a’ detti Fiamminghi. [11] Questa è causa che Ferrara non s’accordi col papa; e que-sta in ultimo ha fatto che le gente, non voglio dire essercito, del papa e Fiorentini sieno state rotte da 400 comandati sanesi, e non piú, sendo cinque mila fanti pagati e almanco trecento cavalli da guerra, tra buoni e cattivi.

[12] Voi sapete che io male volentieri m’accordo a credere cosa alcuna soprannaturale, ma questa volta mi pare stata tanto estraordinaria, non voglio dire miracolosa, quanto cosa che sia seguita in guerra dal ’94 in qua; e mi pare simile a certe istorie ho lette nella Bibbia, quando entrava una paura nelli uomini, che fuggivono e non sapevono da chi. [13] Di Siena non uscirno piú che 400 fanti, che ve n’era il quarto del dominio nostro, banditi e confinati, e 50 cavalli leggeri, e feciono fuggire insino alla Castellina 5 mila fanti e trecento cavalli, che se pure si mettevono insieme, dopo la prima fuga, mille fanti e cento cavalli, ripigliavono l’artiglieria in capo d’un’ora; ma senza essere seguíti piú che un miglio, fuggirono dieci. [14] Io ho udito piú volte dirvi che il timore è il maggiore signore che si truovi, e in questo mi pare averne visto la esperienzia certissima; oppure questa fortuna dura qualche volta un tempo e poi varia, e noi non sappiamo quando ha a cominciare a variare. [15] Il papa fece la impresa con ragione, e se si perderà, nessuno potrà dire che lui sia stato mosso da passione. [16] Io non voglio giudicare quello abbi a seguire, perché sono troppo sospettoso. [17] Non vi voglio già celare l’errore mio, che io stimerei una delle buone nuove che si potessi avere, quando s’intendessi che il Turco avessi preso Ungheria e si voltassi verso Vienna; e che ’ luterani fussino al disopra nella Magna; e i Mori, che Cesare vuole cacciare d’Aragonia e di Valenzia, facessino testa grossa, e non solamente fussino atti a difendersi, ma a offendere.

[18] E’ sono venuti qua certi e da Milano e da Cremona, che hanno fatto tale relazione delli imperiali, cosí Spagnuoli come Tedeschi, che non c’è nessuno che non volessi piú presto il diavolo che loro. [19] Intendete la vostra cifera: *se il papa e noi potessimo fare danari per qualche mese, crederrei che questa fortuna di Cesare si poteria mutare, ma questa cosa di Siena ci ha sbigottiti in modo non si può disegnare danari, e a Roma la peste, sí che bisogna misurare a punto.* [20] Quanto a’ danari, possino bastare; e sollecitate a Roma, e non qui, dove sono molte difficultà, e però bisogna non restare di sollecitare.

[21] Compare, io non appruovo quello andare con lo essercito verso il Regno, perché avendo la Lega fatta tanta impresa per soccorrere il castello, e non l’avendo fatto, ma lasciatolo accordare sulli occhi; avendo il re e il papa armata in mare per tenere che Borbone non venissi, e sendo lui venuto; avendo parte della Lega fatta l’impresa contra Siena e mandato la gente per vincere, e essere suta vinta, io non crederrei che in su questa disdetta e cum tanta poca reputazione si potessi sforzare uno forno. [22] Approverei bene, per sollecitare il re, che fussi bene offerirli e Milano e dell’altre cose: *ma il caso è se ’ Veniziani volessino*.

[23] Io non mi voglio stillare il cervello in su questi ghiribizzi che m’affliggano, e massime che ho il piato ordinario con la cognata, che benché sia in nome di questi, bisogna, sendomi fratello, l’aiuti; e avendo a fare con una sorella di Matteo Strozzi, con tanta qualità, con tanti parenti e ricchezza, mi bisogna procedere con riguardo; in modo dubito non ci avere a mettere della roba e dell’onore. [24] Noi qua abbiamo molto triste ricolte, e intendiamo che altrove sonovi peggiori, in modo stimiamo che l’anno abbi a essere pessimo, e per guerra e per peste e per fame; e perché nelle tribulazione si ricorre a Dio, intendendo ancora che li Sanesi per fare orazioni e processioni hanno vinto, abbiamo cerco di ottenere uno giubileo da Nostro Signore per mezzo agosto, el quale si piglierà senza denari, e basterà a pigliarlo digiuni, confessione e orazione. [25] Non m’accade dirvi altro per questa, se non pregarvi mi raccomandiate a messer Francesco e a voi medesimo.

[26] In Firenze, addí 5 d’agosto 1526.

Vostro Francesco Victori

332

Iacopo Falconetti a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 5 agosto 1526)

[1] Spectabili viro Niccolò Machiavegli, in campo della Lega

[2] Carissimo Niccolò, a voi de conttinovo mi raccomando, etc. [3] Questa per dare risposta a una vostra, per la quale inttendo come avette vendutto el cavalo, e dove ho avere e’ danari; e sòmi istatti pagatti, che tutto istà bene. [4] Ancora per detta inttendo come la Bàrbera no v’ha mai iscritto, e ch’aresti disiderio inttendere come istà. [5] Di che, subitto ebi la vostra, andai a trovare detta Bàrbera, e di già v’aveva iscritto, e credo l’abiatte autta; e non pottei fare che io no li dicesi una cartta di vilania, in modo me rispose che si maravigliava di me, e che non aveva uomo che la istimase piú e che piú le pottesi comandare, ma bene che la vi faceva qualche bischenca, per vedere se voi le volette bene. [6] E arebe disiderio voi fusi piú presto a Firenze, perché gli pare, quando voi ci siette, dormir con gli occhi vostri. [7] Ora voi la conoscette meglio di me: non so se s’è da credegli ogni cosa. [8] E a me si iscusò con dire non e’ s’è istatta a Firenze, che di questo so che la dice el vero, perché io mandai piú voltte per lei, e, subitto fu tornatta, vene a l’orto, perché v’avevo una romana. [9] E hami detto vi scriverà ogni settimana, po’ che la vede che voi le vedétte volenttieri. [10] E pregòmi istrettamentte che io ve la raccomandasi, e prègasi non avesi istizza con eso lei. [11] Io saluttai Rafaelo Corbinegli per vostra partte, e lui mi dise che, se io vi iscrivevo, che si raccomandava a voi, e ch’è tutto vostro. [12] Se io poso qua cosa alcuna, comandatemi, che voi no mi potrestti fare el magiore piaccere.

[13] Idio vi guardi. Addí 5 agosto 1526.

[14] Vostro Iacopo di Filipo fornaciaio, in Firenze

333

Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 7 agosto 1526)

[1] Al mio caro compare Niccolò di messer Bernardo Machiavelli

[2] Compare mio caro, ieri risposi a dua vostre: [. . .] l’ultima era de’ 31 del passato. [3] Iersera poi [. . .] me ne fu portata un’altra delli dua, [. . .] molto particularmente date notizia della qualità dell’essercito della Lega e delli cesarei. [4] Monstra’la al cardinale e Ippolito, e Ippolito la lodò assai; e veramente, se ’ danari reggono, mi persuado che questa guerra abbi avere buon fine. [5] Ma qui consiste il caso, e io so bene insino dove qui si può ire, ma a Roma non so già quello si possa fare. [6] Voi mi dite che desiderresti intendere come è successo appunto il caso di Siena, il che, quamquam animus meminisse horret, m’ingegnerò scrivervi.

[7] E’ Sanesi avevono mandato 500 fanti e 50 cavalli leggeri con artiglieria per pigliare Monte Rifré, fortezza di Giovanni Martinozzi. [8] Il papa, inteso questo, gli parve che, se si lasciava pigliare questa fortezza, che e’ libertini avessino a pigliare troppo animo, e che avessino a cercare poi infestare e’ confini nostri, e che noi fussimo necessitati spendere per difenderli; e sendo voi levati da Milano, giudicando che la guerra avessi a ire in lunga, volle tentare se poteva assicurarsi di Siena con poca spesa, col rimettere li usciti, e’ quali affermavono [. . .] come entravono in quello di Siena, ancora [. . .] forze che tutto il contado sarebbe [. . .] accostassino a Siena, che essa volterebbe [. . .]. [9] Disegnò mandare el conte dell’Anguillara con cento cavalli tra buoni e cattivi, e con 800 fanti che avessino mezza paga, e il conte di Pitigliano con altanti, e Gentile Baglioni con la medesima quantità; e ordinò qui che solo facessimo un poco di dimonstrazione di commandare fanti e trarre fuori dua pezzi d’artiglieria, e si mandassi un commessario a Montepulciano. [10] Qui sendo venuto questo ordine resoluto, non si potette replicare; ma in un poco di pratica che si fece, Luigi Guicciardini, come piú esperto e forse piú prudente, disse che s’andava a perdere, perché non era piú il tempo che le guerre si potessino fare co’ commandati, e’ quali farebbono disordine di vettovaglie col rubare, e poi sarebbono e’ primi a fuggire. [11] Seguissi l’ordine, e si aveva a cercare di rompere e’ fanti sanesi ch’erono a Monte Rifré, dove andorono e’ fanti di messer Gentile con buoni capi, secondo l’uso di quelle fazioni là. [12] Ma come furono presso alli nimici, cominciorono a chiedere la paga intera, e non vi sendo chi la potessi loro dare, [. . .]norono, in modo dettono facilità a quelli ch’erono a Monte Rifré di ritirarsi con l’artiglierie [. . .] e quelli altri che venivono [. . .] Roma cominciorono a rubare tutto il paese; in modo che pativono grandemente di vettovaglie, e però diterminorono provare se potevono avere Montalcino, e vi s’accostorono sanza artiglierie e sanza scale, e ne furono ributtati con danno e vergogna.

[13] Inteso questo il papa, e davvantaggio che tra li usciti era grande dissensione, pensò, per mezzo del signore Vespasiano Colonna, fermare uno accordo, parendoli con questo modo avere manco vergogna; il quale quando questi usciti intesono, cominciorono a esclamare; e di già il papa aveva fatto intendere che non si procedessi piú oltre. [14] Mandorono qui messer Domenico Placidi, e a Roma Aldello, a significare che non si contentavono di questo accordo e con esso non vi potevono tornare sicuri, e che, se si seguiva di condurre il campo alle mura, la impresa era vinta. [15] Il papa cominciò a prestare loro orecchi, per le persuasioni massime del datario, inclinato assai a rimettere e’ fuoriusciti, e ordinò che di qui vi fussino mandate artiglierie e fanti; e perché e’ Sanesi, cosí li usciti come quelli di dentro, temessino manco e si fidassino piú, quando s’avessi a trattare accordo, si mandò là Ruberto Pucci, piú presto come uomo da trattare pace che da ordinare la guerra, perché per ordinarla vi era un commessario parmigiano, n [. . .] el quale qui si credeva essere uomo [. . .]. [16] Piantoronsi l’artiglierie e [. . .] cinque mila fanti pagati, oltre a molti commandati. [17] [. . .] nostri connestabili vi era Iacopo Còrso e il signore Francesco dal Monte, che pure hanno avuto qualche nome nella guerra. [18] Piantoronsi 13 pezzi d’artiglierie tra grandi e piccoli dalla banda che viene in qua, in luogo che poco offendevano le mura di Siena. [19] Il campo era alloggiato per tutto quel borgo, molto commodo per quelli che vi erano; e benché vi andassi molti Fiorentini per vedere, e riferissino che il campo stava quivi con pericolo, Ruberto, quando li era scritto di qui, diceva che intendeva il medesimo da molti, ma quando chiamava quelli capi in consulta – loro tutti d’accordo, ma massime Iacopo Còrso – diceva che il campo era sicurissimo, e che non vi era un dubbio. [20] Pure, venendo questa voce qui da molti, si era resoluto ritirare l’artiglierie, e per questo vi si era mandato Gherardo Bartolini; ma lui non era ancora a Poggibonzi, che cominciò a trovare li uomini che fuggivono, e riferivono la rotta, la quale fu in questo modo.

[21] E’ nostri erono alloggiati, come vi ho detto, nel borgo che viene verso Firenze, il quale è lungo, e la strada è larga circa 20 braccia. [22] E’ commessari, come poco accorti, avevono lasciato fare a quelli che vendevono e’ bisogni del campo, da ogni parte del borgo, frascati, in modo che la strada non veniva a restare libera 8 braccia. [23] Fu assaltato la guardia dell’artiglieria alli 25 a ore 19; e uscirono e’ Sanesi per la porta di Fontebranda circa dugento, e dugento per lo sportello della medesima porta, dove era il campo. [24] Le scolte, o guardie per dire meglio, gli viddono uscire, ma non prima furono alle mani, che la compagnia di Iacopo Còrso, e d’altri Còrsi venuti col conte dell’Anguillara, cominciò a fuggire. [25] Come la fuga cominciò, quelli che vendevono empierono la strada, per ordinarsi a scampare, di muli e asini, di barili e cestoni, in modo che non vi fu alcuno che mai potessi fare testa. [26] E’ cavalli del conte di Pitigliano e dell’Anguillara, che non erono usi, né li uomini né essi, a vedere che bufoli, subito si missono a correre; e se nessuno fante si voleva fermare, correndo a tutta briglia gli disordinavano. [27] Solo Braccio Baglioni con forse 50 cavalli leggeri corse verso l’artiglieria, e messe in fuga e’ Sanesi che vi erono, e prese un nipote del signore Giulio Colonna, el quale condusse prigione alla Castellina; ma non sendo seguito da nessuno, bisognò cedessi alla fortuna. [28] Il signore Francesco dal Monte fu causa d’un disordine grande, perché, avendo seco un suo figliuolo giovanetto, in sul primo assalto dubitando, lo dette in custodia a dua de’ suoi primi che lo scappassino; loro cominciorono a fuggire con lui, donde ne seguí che la piú parte della sua compagnia dette a gambe, e vedendo li altri fuggire, e’ fanti del signore Francesco, ch’erono tenuti e’ migliori di quel campo, fuggirono ancora loro. [29] Cosí detto signore restò a fare un poco di testa con cinque o sei de’ suoi, ma non fece effetto alcuno.

[30] In effetto quei cavalli e fanti, fuggendo, né sendo seguitati da alcuno de’ nimici, non restorono mai di correre insino non furono alla Castellina, e quivi non parve loro essere sicuri, se non furono serrate le porte. [31] Perdessi l’artiglieria, e qualche roba che era per quelle case, non però molta, ché ciascuno si sforzò salvare piú che poteva; e come per altra vi dissi, credo che altre volte assai sia accaduto che uno essercito fugga alle grida, ma che fugga dieci miglia, non sendo alcuno che lo seguiti, questo non credo che si sia mai letto né veduto; e questo procedé dalla facilità che avevono e’ nostri fanti del salvarsi, ché, se avessino avuto a fuggire per il paese inimico, mai si sarieno messi in fuga. [32] Però concludo che il discorso che voi fate è verissimo, che gl’imperiali di Milano sono fatti audaci dalle vittorie passate e dalla necessità; pure ho fede, e massime per il buono ordine de’ capi che sono costí, che le cose abbino a procedere bene.

[33] Questi Franzesi penono tanto a mandare e’ loro aiuti, che qui si comincia forte a dubitare della volontà di quel re; e benché Ruberto scriva lettere di fuoco, non vedendo li effetti, non se li crede, e si crederrà bene a voi, quando scriverrete che costí comincino a comparire Svizzeri o lance per conto di quella Maestà.

[34] Sonci questa mattina lettere di Spagna, ma molto vecchie, che credo sieno de’ 9 di giugno. [35] Cesare era in Granata con pochissimi danari, e si vedeva freddezza e irresoluzione circa tutte le cose.

[36] Le altre vostre mandai a Roma; questa non ho mandata. [37] Ho bene ricordato qui quella parte che è in cifera, ma poi che l’amico fa tanto, quanto voi mi dite, *bisogna contentarlo in ogni modo, e segua* poi che vuole. [38] A Siena per ora non si fa altro; guardonsi bene questi nostri confini, e con spesa. [39] Loro mandorono subito bandi che nessuno loro suddito ardissi rubare cosa alcuna a’ Fiorentini. [40] Messer Andrea Doria ha tolto loro Port’Ercole e Talamone e le fortezze e qualche altro castelluccio in quella maremma. [41] Pregovi mi raccommandiate a messer Francesco; e sono tutto vostro. Iddio vi guardi.

[42] In Firenze, adí 7 di agosto 1526

Francesco Vittori

334

Bartolomeo Cavalcanti a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 11 agosto 1526)

[1] Al mio come padre onorando Niccolò Machiavelli. In campo

[2] Niccolò mio onorando, la cagione che io non vi ho scritto cosí spesso come voi forse aresti desiderato, e come io certamente arei voluto, è stata che non avendo prima inteso piú mie lettere esser comparse, parte a voi e parte al Guidetto scritte, non volevo di nuovo invano scrivervi. [3] Ma subito che io ho inteso quelle benché tardi esser arrivate, non mi sono potuto tenere, quantunque materia mi manchi, che io non parli per lettere alquanto con voi, la presenzia e ragionamenti del quale, come suavissimi e prudentissimi, ogni giorno piú desidero, né posso fare che d’esserne privato non mi doglia. [4] Voi mi aguzzasti l’appetito nel principio, dipoi non mi avete pur di due parole pasciuto; né meritava però questo il silenzio mio, se silenzio si può chiamare il non vi tôrre ognora il capo col cicalare e con ragionamenti di veruno momento: perché da me sapete bene che non avete âspettar lettere che contenghino cose grandi, non se ne trattando qua in parte alcuna, né che discorrino le cose presenti, le quali prima io non intendo, e in ogni modo non sarei sí presuntuoso e inetto ch’io ardissi di quelle discorrere.

[5] Ma questo sapete voi certissimo e non ne potete dubitare, che io desidero sommamente le vostre lettere e che appresso di me sono in luogo di oraculi, talché per l’una e per l’altra cagione voi ne potevi esser meco alquanto piú liberale; e se vi paresse che quella vostra fusse ancora atta a pascermi, perché in verità iam tum prospiciebas etc., nondimeno molte cose sono accadute dipoi quae consilia vestra bellique rationem immutarunt, per il che io non posso piú star digiuno, e aspetto con grandissimo desiderio le vostre lettere, le quali per impetrare piú facilmente non ci aggiugnerò preghiere, parendomi cosa indegna della amicizia nostra, alla quale voi avete sempre liberalmente ogni cosa conceduto, e questa spero che volentieri concederete. [6] Duolmi non aver materia da ragionare a lungo con voi, per la qual cosa mi riserverò alla risposta che alle vostre quali io aspetto farò, perché da quelle arò materia grande, e in questo tempo forse ancora di qua accadrà qualche cosa da scrivervi; il che se fia, io non mancherò di diligenzia né d’uffizio alcuno verso di voi.

[7] Li amici vostri stanno tutti bene, e desiderono grandemente vostre lettere. [8] Noi, se non fusse l’accatto, siamo qui nella pace di Cesare Ottaviano e in una quiete grandissima. [9] Siena non ci dà piú noia, voi siete lontani: e che ci manca? [10] Restami pregarvi che mi raccomandiate strettissimamente al signor luogotenente, dipoi salutiate per mia parte Giovanni Bandini, il Fieravante e gli altri amici, offerendomi loro. [11] Voi state sano, e comandatemi se per voi far posso cosa alcuna.

[12] Di Firenze, alli xi d’agosto mdxxvi.

[13] Il vostro Bartolomeo Cavalcanti

335

Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 24 agosto 1526)

[1] Compare mio caro, l’ultima che io vi scrissi dava ragguaglio come era successo il caso a Siena, come mi avevi ricerco; ho dipoi avute dua vostre, l’ultima de’ 17, né vi posso rispondere a punto, perché, subito che ho le vostre, le mando a Roma a Filippo, pensando che possino giovare all’impresa, quando sieno lette là da Nostro Signore. [2] E Filippo mi scrive che non solo le legge, ma le rilegge e considera.

[3] Per la vostra ultima voi mi discorrete tre modi del seguitare la guerra, e’ quali sono stati praticati o per meglio dire ragionati costí. [4] Lasciare Milano e ire verso Alessandria, io non lo appruovo, perché la medesima difficultà che avete in Milano e Cremona, e che pensate avere in Pavia, arete in Alessandria, e maggiore, perché vi andrete con manco riputazione. [5] Approverrei bene che queste armate venissino verso Genova, come mi pare disegnino, e che il marchese di Saluzzo con li suoi fanti e gente d’arme andassi per terra a quella volta, e penserei che se la fortuna non volessi aiutare Cesare fuori dell’ordinario in questa impresa, come ha fatto quasi in tutte l’altre insino qui, che dovessi riuscire il voltarli, e che nella revoluzione di Genova consistessi assai la vittoria. [6] Il guardare le frontiere de’ Veniziani e della Chiesa, e col resto dell’essercito assaltare il regno di Napoli, e lasciare in Lombardia le forze de Cesare intere, non credo che li uomini esperti nella milizia approvassino molto: perché voi vi avete lasciato perdere la fortezza di Milano in sulli occhi, che fu causa di farvi anticipare la guerra; siate stati in sulle porte di Milano, e ritirativi a Marignano piú ratti che correndo; tentato Cremona e battuta e datoli battaglia, e non vi è riuscito; il papa ha tentato l’impresa di Siena, e le sua gente vi sono restate rotte. [7] E crederresti con tanta disdetta che vi riuscissi cosa alcuna nel Regno?

[8] Confesso che li popoli del Regno sono malissimo contenti, ma peggio sono quelli di Lombardia, e stanno fermi. [9] Le terre che voi potresti assaltare nel Regno, le buone massime, sono in piano: potrebbonsi fortificare; non mancherebbe modo alli cesarei mettervi dua o 3 mila fanti buoni, in modo che aresti le medesime difficultà in espugnare terre là che avete costí. [10] Sicché bisogna risolversi che il modo della guerra sia persistere in espugnare Cremona: il che riuscendo, si potrà, con lo essercito che è quivi, opporsi a’ lanzichinet che venissino dalla Magna; assaltare Genova con queste armate per mare, e per terra con li fanti e gente d’arme che guida Saluzzo; e se Genova si volta, che l’armate girino intorno al Regno e lo tenghino in sospetto, e Saluzzo torni verso Milano, e facciate dua campi che lo stringhino. [11] E se è vero che in Milano patischino tanto di viveri che pensino abbandonarlo di presente, tanto piú vi penseranno quando saranno piú stretti; e se per questa difficultà si riducessino in Pavia e lasciassino Milano, il vostro essercito arebbe molto piú commodità d’ossidiarli in Pavia che non ha in Milano, né loro arieno facultà di potersi ritirare altrove. [12] E se avessino perduto Genova, non potrebbono avere né danari né imbasciate né lettere; e benché sieno uomini audaci e valenti, non credo sieno composti d’altra pasta che li altri uomini, e’ quali tutti desiderono vivere, e essi penserebbono a il medesimo. [13] Egl’è vero che questo modo di guerra sarà lungo e di spesa insopportabile, ma ne doverrebbe seguire la vittoria; ma dalli altri modi non ci si vede ne possa seguire altro che danno o vergogna. [14] E se voi mi dicessi che bisogna pensare donde abbino a uscire e’ danari, vi direi che questa impresa doverrebbe espedirsi intra tre mesi, e che sanza le gente d’arme, co’ Svizzeri e ogn’altra cosa costí, debba essere una spesa di ducati 160 mila il mese, d’i quali ne dà il re quaranta, in modo che al papa e a’ Veniziani ne resterebbono a provvedere 120 il mese. [15] E’ Veniziani penso possino provvedere la parte loro, che sono 60 mila il mese; al papa ne resterebbono altri sessanta, che in tre mesi sono ducati 180 mila, la quale non è somma che non si potessi provvedere, e crederrei ancora sapere dire di quali luoghi e come li avessi a trarre. [16] E se mi fussi opposto che queste imprese non riusciranno, e massime in sí poco tempo, vi direi che se per tutto novembre la guerra non è, se non vinta in tutto, almanco in declinazione, che il papa è necessitato pigliare quelle condizione che Cesare gli vuol dare, le quali si può stimare abbino a essere durissime. [17] Conosco, compare, che posso essere riputato presuntuoso a volere dare giudizio di cose tanto importanti, e delle quali non ho pratica né esperienzia: pure, quando scrivo a voi, mi pare parlare meco medesimo; che se avessi a scrivere o parlare con altri, lo farei con piú rispetto. [18] Pregovi mi raccommandiate al governatore e a voi medesimo.

[19] In Firenze, addí 24 d’agosto 1526.

Vostro Francesco Vittori

336

Donato del Corno a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 28 agosto 1526)

[1] Domino Nicolò Machiavegli, in campo. A Milano. Iesus, a dí 28 d’agosto 1526

[2] Maior mio onorando, etc.; io dètti espedizzione alla comessione di ser Mariotto, e se non apunto come mi mandasti el disegno, tutto fu fatto con grazzia, e in persona andai per sadisfare meglio. [3] E non pensate a Titone, che gli è amutolato, e massime che colui che incanta e’ diavoli, non essendo voi qui, ha tolto me per berzaglio, e vammi agirando, e dicemi una confusione di novelle, di sorte che, s’io non fussi valent’uomo e stessi in cervello, io arei qualche volta scapuciato; ma i’ penso tanto bene, e discretamente mi governo, che io credo racquistare el credito di non eser tenuto una cicala. [4] E se bene e’ vi fussi da lui o d’altri scritto qualche cosa per darmi carico, non entrate in tentazione, perché e’ lo fanno per maladetta invidia, perché mi veggono vostro comettente e rispondente; e io so tenere la cosa in riputazzione, e governomi tanto bene, che io priego Idio della vostra tornata: e sia felicemente, che voi non mi ricognoscerete ne’ modi e ne’ costumi, e ho diliberato che non mi cavino piú le scarpette a ogni passo. [5] Ma tornando a ser Mariotto, ch’è la causa che di presente vi scrivo, per la inclusa lettera, che mille volte a voi si raccomanda, e insieme rivedendo qualche libello apartenente a voi, mi pareva tanto secondo l’ordine di mia fantasia, che, vedendo per l’asenzia vostra ferme le vostre cause, dubito no mi muova a qualche impresa dell’arte sua.

[6] Idio vi guardi. Vostro

Donato del Corno, in Firenze

337

Bartolomeo Cavalcanti a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 18 settembre 1526)

[1] Al mio come padre onorando Niccolò Machiavelli. In campo

[2] Nicolò mio onorando, io vi scrissi alli 6, e vi mandai la lettera sotto altre mie, scritte al Guidetto, della ricevuta delle quali per ancora non ho avviso alcuno. [3] E benché al presente io non abbi materia da scrivervi, e che non mi paia da tôrvi il capo con lettere vane, nondimeno non ho potuto fare che io non scriva; e ho voluto piuttosto di questa importunità da voi essere notato, che di pigrizia allo scrivere essere ripreso. [4] Se voi, come io credo, arete avuto la mia de’ 6, arete veduto quanto io desidero le vostre lettere, e di che qualità; né dubito che, per l’umanità vostra e per la nostra amicizia, voi, come sempre avete fatto, quando arete commodità satisfarete a questo mio desiderio, il quale tanto piú cresce, quanto io considero piú il progresso di questa impresa.

[5] Voi siate tornato da Cremona, e io desidererei che voi tanto fussi lieto dello essere stato in cotesto luogo, quanto io mi sono rallegrato dello esserne voi sano e salvo tornato. [6] Ma in ogni modo mi è piaciuto assai che voi vi siate andato, giudicando o che voi arete confermato cotesto essercito costí, e noi qua in qualche buona speranza di quella impresa, o che i difetti di essa arete cognosciuto e dimostro in maniera che piú facilmente si saranno potuti ricorreggere, e al male che ne potesse avvenire provvedere e rimediare. [7] Noi qua veggiamo per avventura quanto possa essere utile la espugnazione di quella città, ma il contrario successo non sappiamo già giudicare quello si possa partorire, tanto ci pare dannoso in ogni parte. [8] E certo comune danno arrecherà quello, ma io non so già se la espugnazione arrecherà comune utilità; pure i danari non si saranno invano spesi, e massime quelli de’ Viniziani. [9] Li Franzesi si doverranno essere ritrovati, se già non fosse smarrito il capo, il che non si crede però; e oggi intendiamo quelle genti essere a Tortona. [10] Iddio le conduca un tratto in campo, e di tante speranze ne faccia qualcuna vera.

[11] Giovanni Serristori vi manda mille saluti, e Averardo ancora; Lelio de’ Massimi, il quale domattina parte per a Roma, a voi molto si raccomanda, e è tutto vostro. [12] Io aspetto con gran desiderio le vostre lettere, e se le saranno quali io spero, vi prometto di mettermi un tratto una bella giornea, e empiervi un foglio. [13] Né altro per ora vi dirò, se non che vi prego mi amiate e commandiate.

[14] Dio vi conservi sano. [15] Di Firenze, il dí 18 di settembre 1526.

Vostro Bartolomeo Cavalcanti

338

Niccolò Machiavelli a Bartolomeo Cavalcanti

(Cremona, 7-8 ottobre 1526)

[1] Carissimo Bartolomeo, la cagione perché il papa mosse questa guerra prima che il re di Francia avesse mandate le sua genti in Italia e mosso in Ispagna secondo l’obbligo, o prima che tutti e’ Svizzeri fussino arrivati, fu la speranza che si prese sopra il popolo di Milano, e il credere che 6 milia Svizzeri, e’ quali erano stati mossi dai Viniziani e da lui ne’ primi tumulti di Milano, fussino sí presti che si cognungessino ad un tempo quando si congiunsono i Viniziani collo essercito suo; e appresso, credendo che le genti del re, se le non erano cosí preste, fussino almeno in tempo da potere aiutare vincere la impresa. [2] A queste speranze si aggiunse la necessità che il castello monstrava aver di essere soccorso. [3] Queste cose tutte adunque feciono accelerare il papa, e con tale speranza che si credeva questa guerra dovere finire in xv giorni; la quale speranza fu accresciuta dalla presa di Lodi. [4] Congiunsonsi dunque questi esserciti de’ Viniziani e del papa; e de’ presupposti di sopra, duoi importantissimi mancorno, perché i Svizzeri non vennono, e il popolo di Milano non fu di momento alcuno: tale che, presentatoci a Milano, il popolo non si mosse, e non avendo i Svizzeri non avemmo animo a starvi, e ci riducemmo a Marignano. [5] Né prima si tornò a Milano, che funno venuti 5 mila Svizzeri, la venuta de’ quali come prima la serebbe stata utile, fu dannosa, perché ci dettono animo a tornare a Milano per soccorrere il castello, e non si soccorse; e c’impegnamo a stare qui, perché essendo stata la prima ritirata vergognosa, niuno consigliava la seconda. [6] Il che fece che la impresa di Cremona si fece con parte delle fanterie e non con tutte, come si sarebbe fatta se noi alla perdita del castello ci fussimo trovati a Marignano. [7] Fecesi adunque per queste ragioni, e anche per sperarla facile, la impresa di Cremona debilmente; il che fu contro ad una mia regola che dice che non è partito savio arristiare tutta la fortuna e non tutte le forze. [8] Credettono costoro, mediante la fortezza, che 4 mila persone bastassero a vincerla: il quale assalto, per essere debole, fece Cremona piú difficile, perché costoro non combatterno, ma insegnorno i luoghi deboli; di che quelli di drento non gli perderono, ma gli affortificorno. [9] Fermorno, oltre a di questo, gli animi alla difesa, talmente che, ancora che vi andassi poi il duca d’Urbino e che vi fussi 14 mila persone intorno, non bastavano; ché, se vi fussi ito prima con tutto lo essercito, avendo potuto fare in un tempo piú batterie, di necessità si pigliava in 6 giorni, e era forse vinta questa impresa, perché ci saremo trovati in sulla reputazione dello acquisto, con uno essercito grossissimo; perché vennono 13 mila Svizzeri, tale che o Milano o Genova, o forse tutti a dua, si arrapavano; né avevono i nimici rimedio, né i disordini di Roma venivono, né gli aiuti, che non sono ancora venuti, erano a tempo. [10] E noi abbiamo atteso 50 dí a vagheggiare Milano, e lo acquisto di Cremona si è condotto tardo, quando ogni cosa ci è rovinato addosso. [11] Abbiamo noi dunque di qua perduta questa guerra due volte: l’una, quando andammo a Milano, e non vi stemmo; l’altra, quando mandammo, e non andammo, a Cremona. [12] Del primo fu cagione la timidità del duca; del secondo la boria di tutti noi, perché, parendoci avere avuto vergogna della prima ritirata, niuno si ardiva a consigliare la seconda; e il duca seppe fare male contro alla voglia di tutti, e contro alla voglia di tutti non seppe fare bene. [13] Questi sono stati gli errori che ci hanno tolta la vittoria; tolta, dico, per non avere vinto prima, perché noi aremmo differita e non perduto la impresa, se i disordini nostri non sopraggiugnevono, i quali sono stati anche duoi: il primo è il papa non avere fatti danari ne’ tempi che poteva con riputazione fargli, e in quegli modi che hanno fatti gli altri papi. [14] L’altro, stare in modo in Roma che ne sia potuto ire preso come un bimbo, la quale cosa ha fatto in modo avviluppare questa matassa, che non la riducerebbe Cristo. [15] Perché il papa ha ritirato di campo le genti, e messer Francesco è in campo ancora, e oggi ve debbe essere arrivato il duca d’Urbino. [16] Sono rimasi piú condottieri, di piú opinioni, ma tutti ambiziosi e insopportabili; e mancandovi chi sappia temperare i loro umori e tenergli uniti, la fia una zolfa di cani. [17] Di che ne nasce una straccurataggine di faccende grandissima, e già il signore Giovanni non vi vuole stare, e credo che oggi si partirà; i quali disordini tutti erono corretti dalla sollecitudine e diligenzia di messer Francesco. [18] Oltra di questo, se ’ danari prima e da Roma venivono, ora mancheranno in tutto; in modo che io veggo poco ordine a’ casi nostri, e se Dio non ci adiuta di verso mezzodí, come gli ha fatto di verso tramontana, ci sono pochi rimedi. [19] Perché, come gli ha impedito a costoro gli adiuti della Magna con la ruina d’Ungheria, cosí bisognerebbe impedissi quegli di Ispagna con la ruina della armata; onde noi aremmo bisogno che Giunone andasse a pregare Eolo per noi, e promettessigli la Contessa e quante dame ha Firenze, perché dessi la scapula a’ venti in favor nostro. [20] E sanza dubbio, se il Turco non fussi, io credo che gli Ispagnuoli sarebbono venuti a fare l’Ognissanti con esso noi.

[21] Io, veduto perduto il castello, e considerato come quelli Ispagnuoli si erano acculati in tre o in quattro di queste città e assicuratisi de’ popoli, giudicai questa guerra dovere essere lunga e, per la lunghezza sua, pericolosa, perché io so con che difficultà si pigliono le terre, quando vi è dentro chi le voglia difendere; e come una provincia si piglia in un dí, e una terra difesa vuol di mesi e anni a pigliarla, come ci monstrono molte istorie antiche, e delle moderne Rodi e Ungheria. [22] Donde che io scrissi a Francesco Vettori che io credevo che questa impresa non si potesse tollerare, se non a fare che il re di Francia la pigliassi per sua, dandogli questo stato; o per diversione, cioè lasciare in questi stati guardate queste frontiere, che questi Ispagnuoli non potessino fare progressi, e con tutte le forze assalire il Regno, il quale credevo si potessi prima pigliare, che una di queste terre qua, perché quivi non erano né difensori ostinati, né populi battuti da [. . .] quale l’uomo voleva. [23] Oltre a di questo, la guerra nutriva se stessa, perché gli adiuti che si arebbono avuti dalle terre, arebbono avuti gli stipendi, e la grassezza del paese non stracco gli arebbe fatti piú lunghi; e il papa senza nuova spesa viveva sicuro in Roma, e si sarebbe veduto quale lo imperadore avessi stimato piú, o la Lombardia o il Regno. [24] E se questo non si faceva, vedevo perduto la guerra, perché la lunghezza era certa, e nella lunghezza e’ pericoli si potevono dire certi, o per mancamenti di danari, o per altri accidenti, come quelli che sono nati. [25] E parevami un partito strano consumarsi in campagna, e che il nimico godessi nella terra, e che, venuti poi gli aiuti, trovatici stracchi, ci rovinassi come l’ammiraglio e il re.

339

Francesco Guicciardini a Niccolò Machiavelli

(Piacenza, 30 ottobre 1526)

[1] Spectabili domino Niccolao Machiavelli come fratello onorando. In Firenze o dove fosse

[2] Messer Niccolò carissimo etc., ebbi le vostre di Modana con lo avviso lungo del caso intravvenuto il dí che vi partisti di qui; e perché, come voi sapete, la natura mia è non volere risolvere da me medesimo le cose importanti, feci chiamare il Consiglio, del quale furono principali il vescovo di Casale e il tesauriere, e per sua grazia volle intravvenirvi ancora il vicelegato, che conosce l’uomo; vi fu l’ambasciatore del duca di Milano, el locotenente del marchese di Mantova, e tanta altra baronia, che non entra tanta in consiglio nel campo de’ Viniziani. [3] Lessi la lettera vostra, e fu considerato tutto, e discorso tanto bene quanto si facesse il dí che noi consigliamo di non soccorrere il castello. [4] Non voglio entrare nelli particolari, perché non ho il capo a cantafavole, e anco sono sforzato ad intrattenere messer Filicciafo, che per sua grazia è stato tutto oggi meco; ma la disputa tutta fu sopra due punti: il primo, se quella di Giannozzo aveva a essere chiamata vendetta o tradimento; l’altro, se pure si aveva a chiamare vendetta, se era stata onorevole o no a un suo pari.

[5] Ma lasciando andare le chiacchiere, l’amico venne qua iersera, e si lamentò di buon senno che, mentre voi eri là, non vi degnasti mai di chiamarlo “commessario”, ma sempre gli desti del “podestà”, il che lui ha ripreso che voi facessi per uccellarlo e per tôrgli riputazione; e in verità ne è di malissima voglia. [6] Ma non erano ancora ben finite le sue querele, che io ebbi una lettera dal maestro della posta là, che mi avvisava che questo venerabile uomo assegnava avere speso per vostro conto ben cinque ducati tra la roba che voi avevi mangiata e quella che la sera dinanzi si era gittata via per vostro conto, e dimanda che la Comunità gli paghi questa spesa, allegando che non aveva che fare con voi, ma che vi aveva alloggiati per commission mia, che vi mando a procissione per servizio di Nostro Signore; in modo che, vedendomi nominato in questa novella, e che queste mercatanzie non sono senza carico mio, mi cominciai a risentirmene seco; e perché lui negava presuntuosamente, mi bisognò lavarli un bucato, dove andò poco manco sapone, che quello con che fu lavato il capo al fratello. [7] Vedete che bella novella è stata questa; voi la cominciasti in comedia, e io l’ho quasi finita in tragedia, e cosí ho perso tutto il piacere che avevo avere de’ fatti suoi.

[8] Et bene valete. Placentie, xxx Octobris 1526.

[9] Vester Franciscus de Guicciardinis

340

Filippo De’ Nerli a Niccolò Machiavelli

(Modena, 1 novembre 1526)

[1] Spectabili viro Niccolò di messer Bernardo Machiavelli come fratello onorando. A Firenze

[2] Voi vedrete per la lettera del signor locotenente a che sia riuscita la vostra cantafavola. [3] E non vi bastò, a quel povero uomo che vi aveva molto piú onorati che non meritavono e’ meriti vostri, averli reso, in cambio dell’onore che vi fece, il grado che gliene rendesti, e il non lo avere mai chiamato per il nome suo, che voi fusti anche causa che ne toccassi una canata, che dovette essere delle fine. [4] Io vi dissi bene che in fatto voi eri gente da danno e da non vi volere per casa; e anche il locotenente mi scrive con tutta la collera che gl’ebbe con il podestà e commissario: pensa quello che diranno di me, che li ho tenuti molti giorni, poi che hanno detto tanta roba di quello, che li tenne solo una sera. [5] Insomma, voi siete gente da danno, e peggio che il carbone.

[6] Non vorrei però che, se voi volessi trattare il conte Guido e me come il commissario di San Donnino, per lettere e per dir male, che voi disegnassi anche di farlo nel mancarci della promessa; però ricordatevi di mandarci e’ dua primi libri di questa istoria, e vi si rimanderanno in termine di xv giorni, e potrete poi rimandare li altri; e di questo vi prego che voi non manchiate, e rispondetene. [7] Il modo di mandarli è farne ruotolo con incerato e darli a Luca del Vantaggio, che faccia una coverta e li mandi per le staffette o cavallate che passano; e non possono venire se non securissimi.

[8] Voi mi raccomanderete a tutta la barbogeria e soprattutto al mio Donato, el quale, difendendosi questa vernata che voi, oltre allo impacciarli la bottega intorno al caldano, non gliene ammorbiate anche di corregge, saria uno valente uomo. [9] E sanza piú dire, sono tutto vostro e mi vi raccomando. [10] Che Cristo vi guardi di male.

[11] Di Modona, addí primo di novembre 1526.

Vester Philippus Nerlius

341

Niccolò Machiavelli a Francesco Guicciardini

(Firenze, 5 novembre 1526)

[1] A messer Francesco Guicciardini

[2] Signor luogotenente, di Modana si scrisse a Vostra Signoria una lettera piú atta a trattenere Filciaffo, che a fare qualsivoglia altra cosa; per questa si ha a scrivere il seguíto dipoi. [3] E cominciandomi da Modana, come io giunsi, Filippo mi si fe’ incontro e mi disse: « È egli però possibile che io non abbi fatto mai cosa che bene stia? ». [4] Io gli risposi cosí ridendo: « Signor governatore, non ve ne maravigliate, ché non è difetto vostro, ma di questo anno, che non ci è persona che abbia fatto ben veruno, né cosa per il verso. [5] Lo imperadore non si può essere portato peggio, non avendo mandato in tanto tempo aiuto alcuno a questi suoi, e lo poteva fare facilmente; gli Spagnuoli hanno potuto qualche volta farci di gran natte, e non lo hanno saputo fare; noi abbiamo potuto vincere, e non abbiamo saputo; il papa ha creduto piú ad una impennata di inchiostro che a mille fanti che gli bastavano a guardarlo; solo i Sanesi si sono portati bene, e non è maraviglia se in un tempo pazzo i pazzi pruovon bene; di modo, signor governatore mio, che sarebbe piú cattivo segno l’aver fatto qualche buona pruova, che avendola fatta cattiva ». [6] « Or poiché cosí è — disse Filippo — io me ne voglio tôrre di affanno, e ne resto molto contento ». [7] E cosí si finí il primo atto della commedia.

[8] Venne poco dipoi il conte Guido, e come mi vidde, disse: « È piú adirato il luogotenente? ». [9] Risposi di no, perché non aveva piú presso chi era cagione che si adirasse; e per non dire tutti li particulari, si ragionò un poco di questa vostra benedetta stizza, e egli disse che andrebbe prima in esilio in Egitto, che condursi in esercito dove voi fussi. [10] Qui io dissi quello che si conveniva, e particularmente si disputò de’ mali e de’ beni che aveva fatta la presenza vostra, tale che facilmente ognuno cedette che l’aveva fatto piú bene che male. [11] Stetti in Modena duoi giorni, e praticai con un profeta che disse con testimoni aver predetto la fuga del papa e la vanità della impresa, e di nuovo dice non essere passati tutti li cattivi tempi, ne’ quali il papa e noi patireno assai. [12] Venimo alla fine in Firenze, e dei maggior’ carichi che io vi abbia sentito dare, è lo avere, con lettere scritte qui al cardinale, mostra la facilità della impresa e la vittoria certa; dove io detto ho che questo non è possibile, perché io credo avere veduto tutte le lettere importanti che Vostra Signoria ha scritto, dove erano oppinioni tutte contrarie ad una certa vittoria.

[13] Addí 5 di novembre 1526.

Niccolò Machiavelli

342

Iacopo Salviati a Niccolò Machiavelli

(Roma, 5 novembre 1526)

[1] Spectabili viro Nicolao de Machiavellis amico carissimo

[2] Spectabilis vir, amice charissime etc., scrissivi subito che io ebbi la vostra da Piacenza, e per risposta d’essa vi dissi che ne venissi qua a vostro piacere, ché Nostro Signore era contentissimo del venir vostro; ma voi siate stato tanto a comparire in Firenze, che gl’è suto necessario provvedere di uno altro nel loco che si disegnava per voi, né è per ora per remuoverlo in conto alcuno, perché saria troppo gran carico suo. [3] Nondimeno, se verrà alcuna altra occasione, vi ricorderò a Nostro Signore, e non mancherò di tutti quelli offizi e opere che per uno ottimo amico si richiedono, nonostante che io conosca ciò non essere di bisogno, per l’affezione che vi porta Sua Beatitudine. Nec plura.

[4] Bene vale. Rome, v Novembris mdxxvi.

Jacobus Salviatus

343

Lorenzo Pitti a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 11 novembre 1526)

[1] Spectabili domino Nicolò di messer Bernardo Machiavelli

[2] La presente per dirvi come Nicolò di Girolamo Calosi, apportatore di questa, ha venduto un paro di buoi a Vangelo vostro lavoratore fiorini ventisei. [3] D’i buoi mancò in tutto soldi 35; e a lui pagate e’ danari, che sono bene pagati, per essere e’ buoi di detto Nicolò. [4] E altro, salvo sono di [. . .].

[5] Addí xi° di novembre 1526, in Firenze.

Lorenzo Pitti

344

Francesco Guicciardini a Niccolò Machiavelli

(Piacenza, 12 novembre 1526)

[1] Spectabili viro Niccolao de Machiavellis uti fratri honorando. Florentie

[2] Machiavello carissimo, ho la vostra de’ 5. [3] La novella del Borgo a San Donnino fu commedia schietta, quella di Modana tenne della tragedia, la vostra di Roma ha tenuto di cantafavola. [4] Non so dirvene altro se non che messer Cesare scrive che, subito che ebbe detto al papa quanto io gli scrissi de’ [. . .], Sua Santità rispose: « Scrivili che venga, che ne ho piacere ». [5] Dipoi mi scrisse che gli era stato scritto che soprassedesse, e la causa perché in sulla furia del partire i fanti col signor Vitello di Roma avevano avuto a servirsi in questa cura di altri. [6] Io gli ho riscritto di nuovo, che non sono senza oppinione muteranno sentenzia: lo desideravo piú per rispetto mio che per vostro, perché, a dirvi il vero, credo che saresti stato con poca satisfazione in quelle bicocche de’ Colonnesi, dove aresti avuto a stare. [7] Intendendone altro, vi avviserò, e mi sforzerò intenderne piú oltre.

[8] Vi priego mi scriviate, e io farò il medesimo; e non vi dico niente di nuovo, perché ora non ci è altro, e messer Filiciaffo è assiduo commensale. [9] Rivedendo ora questi conti delle spese fatte in campo, non ne truovo alcuna di che il papa si possi dolere di me, eccetto di quelli danari che si dettono al Guidotto; e intendo che alla partita sua di qui si dolfe con tutta la casa che io gli avevo dato poco, e arà fatto il medesimo di costà. [10] Non mi mancava altro che questo, a conoscere totalmente la natura sua e sua qualità.

[11] E sono vostro. In Piacenza, addí 12 di novembre 1526.

Vostro Francesco Guicciardini

345

Niccolò Machiavelli a Guido Machiavelli

(Imola, 2 aprile 1527)

[1] Al mio caro figliuolo Guido di Niccolò Machiavegli. In Firenze

[2] Guido figliuolo mio carissimo, io ho avuto una tua lettera, la quale mi è stata gratissima, massime perché tu mi scrivi che sei guarito bene, che non potrei avere avuto maggiore nuova; che se Iddio ti presta vita, e a me, io credo farti uno uomo da bene, quando tu vuogli fare parte del debito tuo: perché, oltre alle grandi amicizie che io ho, io ho fatto nuova amicizia con il cardinale Cibo, e tanta grande che io stesso me ne maraviglio, la quale ti tornerà a proposito. [3] Ma bisogna che tu impari; e poi che tu non hai piú scusa del male, dura fatica in imparare le lettere e la musica, ché vedi quanto onore fa a me un poco di virtú che io ho; sí che, figliuolo mio, se tu vuoi dare contento a me e fare bene e onore a te, studia, fa’ bene, impara, ché se tu ti aiuterai, ciascuno ti aiuterà.

[4] El mulettino, poiché gli è impazzato, si vuole trattarlo al contrario degli altri pazzi: perché gl’altri pazzi si legano, e io voglio che tu lo sciolga. [5] Dara’lo a Vangelo, e dirai che lo meni in Monte Pugliano, e dipoi gli cavi la briglia e il capestro e lascilo andare dove e’ vuole a guadagnarsi il vivere e a cavarsi la pazzia. [6] Il paese è largo, la bestia è piccola, non può fare male veruno; e cosí sanza averne briga, si vedrà quello che vuol fare, e sarai a tempo, ogni volta che rinsavisca, a ripigliallo. [7] Degl’altri cavalli fatene quello che vi ha ordinato Lodovico, il quale ringrazio Iddio che sia guarito, e che gli abbi venduto, e so che gli arà fatto bene, avendo rimessi danari; ma mi maraviglio e dolgo che non abbia scritto.

[8] Saluta monna Marietta, e dille che io sono stato qui per partirmi di dí in dí, e cosí sto, e non ebbi mai tanta voglia di essere a Firenze, quanto ora; ma io non posso altrimenti. [9] Solo dirai che, per cosa che la senta, stia di buona voglia, ché io sarò costí prima che venga travaglio alcuno. [10] Bacia la Baccina, Piero e Totto, se vi è, il quale arei avuto caro intendere se gli è guarito degli occhi. [11] Vivete lieti, e spendete meno che voi potete; e ricorda a Bernardo che attenda a fare bene, al quale da 15 dí in qua ho scritto due lettere, e non ne ho risposta.

[12] Cristo vi guardi tutti. [13] Die ii Aprilis 1527.

[14] Niccolò Machiavelli in Imola

346

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

(Forlí, 5 aprile 1527)

[1] Al molto mio magnifico Francesco Vettori. In Firenze

[2] Onorando Francesco mio, poi che la triegua fu fatta a Roma, e che si vidde come la non era voluta da questi imperiali osservare, messer Francesco scrisse a Roma come egli era necessario pigliare uno de’ tre partiti: o ritornare alla guerra con tali termini, che tutto il mondo intendesse che mai piú si aveva a ragionare di pace, acciò che Francia, Viniziani e ognuno, senza rispetto o sospetto, facesse suo debito, dove mostrò essere ancora molti rimedi, volendo massime il papa aiutarsi; ovvero, quando questo non piacesse, pigliare il secondo, che sarebbe al tutto contrario a questo primo, di tirare drieto a questa pace con ogni diligenzia e mettere il capo in grembo a questo Viceré, e lasciarsi per questa via governare alla Fortuna; o veramente, stracco nell’uno di questi partiti e invilito nell’altro, pigliare un terzo partito, quale non importa e non accade dire ora. [3] Ha questo dí messer Francesco risposta da Roma, come il papa è volto a pigliare quel secondo partito, di gittarsi tutto in grembo al Viceré e alla pace: il quale se riuscirà, sarà per ora la salute nostra; quando non riesca, ci farà in tutto abbandonare da ognuno. [4] Se gli è per riuscire o no, voi lo potete giudicare come noi, ma solo vi dico questo: che messer Francesco ha fatto in ogni evento questa deliberazione, di aiutare le cose di Romagna, mentre che vede a 16 soldi per lira che le si possino difendere; ma, come le vedrà indefensibili, senza rispetto alcuno abbandonarle, e con quelle forze italiane che si troverrà, e con quelli danari che gli saranno rimasi, venirne a cotesta volta per salvare in qualunque modo Firenze e lo stato suo. [5] E state di buona voglia, che si difenderà in ogni modo.

[6] Questo esercito imperiale è gagliardo e grande; nondimeno, se non riscontra chi si abbandoni, e’ non piglierebbe un forno, ma è ben pericolo che per fiacchezza non cominci una terra a girarli sotto, e come cominci una, tutte le altre vadino in fumo: il che è nel numero di quelle cose che fanno pericolosa la difesa di questa provincia. [7] Nondimanco, quando la si perdesse, voi, se non vi abbandonate, vi potrete salvare; e difendendo Pisa, Pistoia, Prato e Firenze, arete con loro uno accordo, che, se sarà grave, non fia al tutto mortale. [8] E perché quella deliberazione del papa è per ancora segreta rispetto a questi collegati, e per ogni altro rispetto, vi priego non communichiate questa lettera.

[9] Valete. Addí 5 d’aprile 1527.

[10] Niccolò Machiavelli in Furlí

Appendice

[1] Lo Illustrissimo signore Viceré di Napoli, volendo mandare ad esecuzione la tregua fatta con la Santità di Nostro Signore sotto dí 16 di marzo passato, promette che lo illustrissimo duca di Borbone intra quattro giorni comincerà a fare tornare indrieto l’essercito imperiale, el quale al presente si truova in Romagna; e perché detto illustrissimo Borbone possa fare questo piú facilmente, e’ magnifici signori Otto di Pratica della città di Firenze promettono dare ad esso Borbone intra quattro giorni scudi ottantamila d’oro di sole, ovvero la valuta d’essi in tanta moneta d’argento, o farne pagare l’essercito al primo alloggiamento che farà detto essercito tornando indrieto: di che detti signori Otto si rimettono in tutto alla fede e discrezione del signore Viceré. [2] E perché detto signore Viceré dice che con detti danari non sarebbe possibile che detto essercito si conducessi a tornare indrieto, però detti signori Otto promettono a Sua Eccellenzia che pagheranno in nome della città per tutto maggio prossimo a venire scudi sessantamila d’oro di sole, o la valuta d’essi in tanta moneta d’argento, come di sopra, allo illustrissimo duca di Borbone o suo mandato; e’ quali danari sono contenti fare condurre a Ferrara o Modona a elezione di detto Borbone a loro rischio e spesa, e quivi detto illustrissimo Borbone manderà per essi; e detto pagamento s’intende abbino a fare di un modo che l’essercito imperiale sia fuori delle terre della Chiesa e di Fiorentini, secondo la capitulazione fatta a Roma. [3] E perché detti danari si pagono seguendo in Firenze la convenzione fatta dal papa con detto signore Viceré, per la quale si conveniva che pagando Sua Santità scudi sessantamila Filippo Strozzi fussi lasciato libero e potessi andare e stare dove li paressi e piacessi, e cosí a Iacopo Salviati fussi restituto l’obbligo di scudi 40 mila che il Signore don Ugo ricevé di detto Iacopo quando fece la triegua con Nostro Signore di settembre prossimo passato, detto signore Viceré promette subito ordinare che detto Filippo sia libero e che detta liberazione abbi a seguire con effetto, e cosí che a Iacopo Salviati sia restituto il suo obbligo: e quando le cose dette di sopra non seguissino, è contento detto signore Viceré che non s’abbino a pagare per detti Signori fiorentini li scudi sessantamila detti di sopra.

[4] Ancora detto signore Viceré promette a’ detti Signori fiorentini che, in caso che l’essercito imperiale non tornassi indrieto, come è detto, con li detti scudi sessantamila, restituire li detti scudi a’ detti Signori fiorentini.

[5] Ancora è contenta Sua Eccellenzia fare cedola in nome della Maestà Cesarea di restituire a’ detti Signori fiorentini di restituire loro li scudi cinquantamila, e’ quali se li pagono oltre alli ottantamila convenne la Santità di Nostro Signore con Sua Eccellenzia a Roma.

347

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

(Forlí, 14 aprile 1527)

[1] Al mio molto onorando e magnifico Francesco Vettori. In Firenze

[2] Magnifice vir, lo accordo è stato consigliato sempre di qua per quelle medesime cagioni che voi costí lo avete sempre consigliato; perché, veduto i portamenti di Francia e de’ Viniziani, veduto il poco ordine che era nelle genti nostre, veduto come al papa era mancato ogni speranza di potere sostenere la guerra del Regno, veduta la potenzia e ostinazione de’ nimici, si giudicava la guerra perduta, come voi medesimo, quando io mi partii di costí, la giudicavi. [3] Questo ha fatto che si è sempre consigliato lo accordo, ma si intendeva uno accordo che fosse fermo, e non dubbio e intrigato come questo, che sia fatto a Roma e non osservato in Lombardia, e che ci siano pochi danari, e quelli pochi bisogni o serbarli per un simile accordo tutto dubbio e restare disarmato, o, per restare armato, pagarli, e rimanere senza essi per lo accordo. [4] E cosí, dove si pensava che uno accordo netto fosse salutifero, uno intrigato è al tutto pernizioso, e la rovina nostra.

[5] Di costí si è ora scritto come lo accordo è quasi fermo; e perché la prima paga è sessantamila ducati, si fa fondamento per la maggior parte in su’ danari che sono qui. [6] Qui sono tredicimila ducati contanti, e settemila in credito con i Viniziani. [7] Se i nimici vengono innanzi per venire in Toscana, bisogna spenderli in mantenere queste genti, a volere mantenere questa povera città; sicché, se voi vi fondate in sull’accordo, conviene si fondi in su uno accordo che fermi queste armi e queste spese. [8] Altrimenti, se si mantiene uno accordo intrigato, che faccia si abbia a provvedere allo accordo e alla guerra, e’ non si provvedrà né all’uno né all’altro, e ne risulterà male a noi e bene a’ nimici nostri, i quali attendano, camminando verso di noi, alla guerra, e lasciano voi avvilupparvi fra la guerra e gli accordi.

[9] Sono vostro. Addí 14 d’aprile 1527.

[10] Vostro Niccolò Machiavelli in Furlí

348

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

(Forlí, 15 aprile 1527)

[1] Al molto magnifico Francesco Vettori suo onorando. In Firenze

[2] Magnifico etc., monsignor della Motta è stato questo dí in campo degli imperiali con la conclusione dello accordo fatta costí, che se Borbone lo vuole, egli ha a fermare lo esercito: se lo muove, è segno che non lo vuole; in modo che domani ha ad essere giudice delle cose nostre. [3] Pertanto qui si è deliberato, se domane egli muove, di pensare alla guerra affatto, senza avere un pelo che pensi piú alla pace; se non muove, pensare alla pace, e lasciare tutti i pensieri della guerra. [4] Con questa tramontana conviene che voi ancora navichiate, e, resolvendosi alla guerra, tagliare tutte le pratiche della pace, e in modo che i collegati venghino innanzi senza rispetto alcuno, perché qui non bisogna piú claudicare, ma farla alla impazzata; e spesso la disperazione truova de’ rimedi che la elezione non ha saputi trovare. [5] Costoro vengono costà senza artiglierie, in un paese difficile, in modo che, se noi quella poca vita che ci resta raccozziamo con le forze della Lega che sono in punto, o eglino si partiranno di cotesta provincia con vergogna, o e’ si ridurranno a termini ragionevoli. [6] Io amo messer Francesco Guicciardini, amo la patria mia piú che l’anima; e vi dico questo per quella esperienza che mi hanno data sessanta anni, che io non credo che mai si travagliassino i piú difficili articuli che questi, dove la pace è necessaria e la guerra non si puote abbandonare, e avere alle mani un principe che con fatica può supplire o alla pace sola o alla guerra sola.

[7] Raccomandomi a voi. Addí 15 d’aprile 1527.

[8] Niccolò Machiavelli in Furlí

349

Guido Machiavelli a Niccolò Machiavelli

(Firenze, 17 aprile 1527)

[1] Al suo onorando padre Niccolò Machiavegli, in Furlí. Jesus

[2] Onorando padre salute etc.; per dare risposta alla vostra de’ ii d’aprile, per la quale intendiamo voi esser sano, che Idio ne sia laudato, e a lui piaccia mantenervi. [3] Non vi si scrisse di Totto, per non l’avere ancora riscoso, ma intendiamo dal balio non esser ancora guarito degli ochi; ma dice va tuttavia migliorando, siché statene di buona voglia. [4] El mulettino non s’è ancora mandato in Monte Pugliano, per non esser l’erbe ancora rimesse; ma, comunche il tempo si ferma, vi si manderà a ugni modo. [5] Per lettera vostra a monna Marietta intendemo come avete compero cosí bella catena alla Baccina, che non fa mai altro che pensare a questa bella catenuza, e pregare Idio per voi, e che vi faccia tornare presto.

[6] A’ lanziginec non vi pensiamo piú, perché ci avete promesso di volere esser con esso noi, se nulla fussi: sí che monna Marietta non ha piú pensiero. [7] Vi prieghiamo ci scriviate quando i nimici facessino pensiero di venire a’ danni nostri, perché abiamo ancora dimolte cose in villa: vino e olio, benché abiamo condotto qua giú dell’olio venti o ventitré barili; e èvi le letta. [8] Le qua’ cose ci scrivesti sapessimo dal Sagrino se lui le voleva in casa, il che lui l’ha accettate. [9] Ve ne priegamo, perché a condurre tante baziche a Santo Cassiano, bisogna dua over tre dí di tempo.

[10] Noi siamo tutti sani, e io mi sento benissimo, e comincerò questa Pasqua, quanto Baccio sia guarito, a sonare e cantare e fare contrapunto a tre. [11] E se l’uno e l’altro istarà sano, spero tra un mese potere fare sanza lui: ch’a Dio piaccia. [12] Della gramatica io entro oggi a’ participi, e hammi letto ser Luca quasi il primo di Ovidio Metamorphoseos, el quale vi voglio, comunche voi siate tornato, dire tutto a mente.

[13] Monna Marietta si raccomanda a voi, e vi manda 2 camice, 2 sciugatoi, 2 berrettini, 3 paia di calcetti e 4 fazoletti; e vi prega torniate presto, e noi tutti insieme. [14] Cristo vi guardi, e in prosperità vi mantenga.

[15] Di Firenze, addí 17 d’aprile mdxxvii.

[16] Vostro Guido Machiavelli in Firenze

350

Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori

(Brisighella, 18 aprile 1527)

[1] Al molto magnifico Francesco Vettori mio onorando. In Firenze

[2] Onorando Francesco, e’ si sono condotte queste genti franzese qui a Berzighella miracolosamente: e cosí sarà un miracolo se il duca di Urbino verrà a Pianoro domani, come pare che il legato di Bologna scriva quivi; e qui si aspetterà, come io credo, di sapere quello che ha fatto lui. [3] E, per lo amor di Iddio, poiché questo accordo non si può avere, se non si può avere tagliate subito subito la pratica, e in modo, con lettere e con dimostrazioni, che questi collegati ci aiutino; perché, come l’accordo, quando fosse osservato, sarebbe al tutto la certezza della salute nostra, cosí trattarlo senza farlo sarebbe la certezza della rovina. [4] E che lo accordo fosse necessario, si vedrà se non si fa; e se il conte Guido dice altrimenti, egli è un cazzo. [5] E solo voglio disputare con lui questo: domandatelo se si potevono tenere che non venissino in Toscana; vi dirà di no, se dirà come egli ha sempre detto per lo addietro, e cosí il duca d’Urbino. [6] Quando e’ sia vero che non si potessino tenere, domandatelo come e’ se ne potevono cavare senza fare giornata, e come cotesta città era atta a reggere duoi eserciti addosso, di qualità che lo esercito amico sia piú insopportabile che il nimico. [7] Se vi risolve questo, dite che gli abbia ragione. [8] Ma chi gode nella guerra, come fanno questi soldati, sarebbono pazzi se lodassino la pace. [9] Ma Iddio farà che gli aranno a fare piú guerra che noi non vorremo.

[10] Addí 18 d’aprile 1527.

[11] Niccolò Machiavelli in Berzighella

351

Ludovico Machiavelli a Niccolò Machiavelli

(Ancona, 22 maggio 1527)

[1] Al molto suo onorando padre Niccolò Machiavegli. In Firenze. † Christus. Addí xxii di maggio 1527

[2] Onorando padre etc., l’ultima mia fu di Pera; dipoi non vi s’è scritto, per non ci esere occorso. [3] Al presente, per dirvi come dua giorni fa arrivai qui in Ancona, e ieri ebi una gran febre. [4] Siamo qui stallati e acconfinati rispetto al morbo. [5] Vorrei subito, per questo fante ch’ha esere di ritorno, mi dicessi s’e’ mia cavagli sono venduti e se ha comperatori per le mani: perché qua mi truovo 7 cavagli. [6] E avendo comperatori del cavallo grande, vi ricordo mi costa ducati 110, e per manco non lo date. [7] E subito date per detto fante aviso, che non baderà niente costí: e noi di qua non partireno, se detto fante non torna. [8] Non sarò piú lungo, per non ci avere tempo e anche non mi sentire tropo bene, ché siamo passati da Raugia in trenta ore, dove cadevano di peste li uomini morti per la strada. [9] E per questo rispetto ho gran paura; che Idio m’aiuti.

[10] A voi sempre mi raccomando; Idio di male sempre vi guardi. [11] Raccomandatemi a monna Marietta, e dite che preghi Idio per me; e salutate tutta la brigata.

[12] Vostro Lodovico Machiavegli, fuora d’Ancona

352

Francesco Guicciardini a Niccolò Machiavelli

(Faenza-Finocchieto, agosto 1525-autunno 1527)

[1] Madonna Possessione di Finocchieto desidera al Machiavello salute e purgato giudizio

[2] Se io credessi che quello che tu scrivesti di me al padrone e signore mio tu l’avessi scritto malignamente, non durerei fatica per dimostrarti, perché, sendo nata e allevata in questi monti solitari, non ho tanta eloquenzia che mi dessi el cuore di rimuoverti da questa malignità, e perché io reputo che sia piú vendetta lasciare confirmare e ostinare el maligno nella sua malignità, che, col fare nota la verità, farlo arrossire. [3] Ma persuadendomi che tutto sia proceduto da errore, e da errore che se non è onorevole ha pure dello escusabile, mi pare che sia ufficio di umanità e cortesia, la quale in me è maggiore che non comporta questo luogo e che non mostra la presenza mia, farti avvertito del vero. [4] E tanto piú volentieri lo fo, quanto, essendo io donna, non posso avere in odio la origine dello errore tuo, che medesimamente procede da donna, e benché allevata con costumi inonesti e che a me dispiacciono, è pure donna: e la similitudine del sesso non permette che tra noi non sia qualche scintilla di benevolenzia. [5] Sei uso con la tua Barbara, la quale, come fanno le pari sue, si sforza piacere a tutti e cerca piuttosto di apparire che di essere; però gli occhi tuoi, avvezzi in questa conversazione meretricia, non si appagano tanto di quello che è, quanto di quello che pare, e, pure che vi sia un poco di vaghezza, non considerano piú oltre gli effetti. [6] Ma tu che hai letto e composto tante istorie e veduto tanto del mondo, dovevi pure sapere che altro adornamento, altra bellezza, altro modo di comporsi e di apparire si ricerca in una che vive con tutti e ama nessuno, che in quelle che, piene di casti pensieri, non hanno altro studio che di piacere a quello solo a chi onestamente e legittimamente sono date. [7] E se pure per la lunga pratica di simili, ché intendo non sei mai vivuto altrimenti, hai fatto sí malo abito che le corrotte loro usanze ti paiono buone e degne delle nostre pari, dovevi pure ricordarti che era temerità fare giudizio in uno momento, e che le cose s’hanno a giudicare non dalla superficie, ma dalla sustanzia loro; e che sotto quella rigidità e asprezza che a primo aspetto si mostrava in me, potevano essere nascoste tante parti di bene, che io meritavo essere laudata, non cosí ingiuriosamente biasimata. [8] E di questo, se non altri, ti doveva pure fare avvertente la tua Barbara, che, benché el nome suo denoti tutta crudeltà e fierezza, ha raccolto in sé – di che voglio stare a tuo detto – tanta gentilezza e tanta pietà che ti condirebbe una città. [9] Ma io voglio dirti le qualità mie, con animo che, se accorto della verità revocherai quello che scrivesti di me, non solo perdonarti la ingiuria fatta, ma essere ancora contenta che delle frutte delle quali sono pieni tutti e’ miei campi, si faccia ogni anno buona parte alla tua Barbara: maggiore piacere non saprei farti che intrattenere, come la merita, colei che è le delizie e el cuore tuo. [10] E perché tu vegga quanto el giudizio tuo fu fallace, ti dico principalmente che una delle mie laude consiste in quella cosa che ti fece prorompere tanto inconsideratamente a biasimarmi, perché, avendo io dato lo amore mio a uno solo, pensai sempre non piacere a altri che a lui; e però mi sono mantenuta con quella rigidità e asprezza che tu vedi, la quale, se io avessi studiato a apparire agli occhi di ognuno, arei molto bene saputo mitigare: perché non debbi credere che, ancora che io sia nata in queste alpe, mi manchi el modo e le arti di pulirmi, le quali, quando io non avessi cosí bene saputo, né avessi avuto commodità di impararle da altri, mi rendo certo che tu, come sei amatore di tutte le donne e vivuto lungamente tra loro, aresti voluto e saputo insegnarmele. [11] Ma io non ho avuto mai obietto di vivere se non con uno, e però, pure che in altro gli dessi causa di amarmi, ho lasciato da canto tutte le vanità e vaghezze che mi potevano fare piacere a molti, giudicando fussi buono mezzo a essere amata da lui che e’ cognoscessi in me questa costumatezza e onestà. [12] Sanza che, come sono naturalmente gli uomini amici della varietà, ho giudicato che a lui ne’ luoghi vicini alla città – a comparazione di queste, solite a ornarsi e farsi vaghe – potessi piú piacere el trovare, quando veniva qua, questa salvatichezza e asperità, a che gli occhi suoi non erano cosí usi, che se avessi trovato le bellezze e gli ornamenti di questa medesima spezie che quelli ne’ quali è ogni dí e ogni ora. [13] E in questo lo artificio mio è stato doppio, perché quello con che io credevo piú piacere a lui mi faceva sperare che manco piacerei agli altri; cosa da me molto desiderata, perché, sendo mal vaga di avere a fare ogni dí con nuovi uomini, e amando teneramente quello con chi vivo ora, e sapendo che, come tu hai fatto tu, piú sono quegli che considerano le cose dalla corteccia che dalla midolla, ho caro che, se pure lui gli venissi mai voglia di alienarmi, non truovi cosí facilmente a chi io piaccia, e sia forzato quasi per necessità a tenermi seco.

[14] Vedi adunche, Machiavello, quanta laude io merito, e quanto io sono da essere tenuta piú cara per quella cagione che a te dispiacque tanto; e impara altra volta a non ti fidare tanto di te medesimo e della tua resoluzione, che non consideri piú maturamente innanzi che tu giudichi, perché molte scuse sono ammesse agl’altri, che nella prudenzia e esperienzia tua non si accettano.

Lettere non databili

353

Maestro R. a Niccolò Machiavelli

(Firenze, ottobre 1525 [?])

[1] Al molto onorando Niccolò Machiavelli in villa

[2] Niccolò onorando, per quello ritraggo per la vostra lettera, el male di Bernardo sarà salubre, e la urina è meglio assai, e voi potete vedere che la è manco rossa; e per questo, sendo le mutazioni alquanto suspette, giudico non lo moviate, perché costí è meglio aria che qui. [3] Purgheretelo e avviserete alla giornata, e vedrete che ’l caso succederà felicemente. [4] El sudore si vole asciugare con panni caldi, e non lo lasate dipoi fermare in quel luogo dove è sudato; e state di buona voglia.

[5] A voi mi raccomando.

Maestro R.

354

Francesco Minerbetti a Niccolò Machiavelli

[1] Egregie ut frater honorande, sappiendo per la mutua e antiqua benevolenzia mi parteciperete volentieri delle vostre vigilie, e presumendo nel scrivere le cose geste della patria dal 250 in qua – che fu principio di qualche forma della libertà – vi sia suto necessario trovare la successione di Carlo conte di Provenza, cugino e cognato del buon re Luigi di Francia (il qual Carlo da Urbano Quarto e poi da Clemente Quarto, romani pontefici, come campione della Chiesa fu chiamato in Italia e investito del regno di Napoli e di Sicilia per privazione del figlio dello imperadore Federigo Secondo, del sangue e successione del quale l’ultimo re di Napoli fu per linea retta Ruberto, nato di Carlo Secondo cognominato Sciancato, che fu il primogenito del prefato Carlo Primo), truovo che questo Carlo Secondo ebbe molti figli legittimi: e il primo fu Carlo, il quale regnò per lui in Napoli piú anni, e è chiamato da alcuni scrittori Carlo Terzo, perché Carlo Secondo lo Sciancato, suo padre, in la ribellione e guerre fece Carlo Primo all’isola di Cicilia restò prigione del re Giaches d’Araona, e lo tenne guardato in Spagna sino alla morte sua; dipoi una figlia, che restò erede, si accordò seco, e lo liberò con patto non dovesse, lui o suoi successori, molestare o cercare di recuperare piú il regno di Sicilia, di modo che tornato a Napoli, e trovato tutto quello regno alla divozione di Carlo Terzo suo primogenito, lo congiunse in matrimonio con una regina d’Ungheria e restata erede di quello regno, e instituí doppo lui Ruberto secondogenito, e fratello di detto Carlo III re di Ungheria, e alli altri suoi figli dette stati e principati grandi nel Reame. [2] E troverrete che due di loro morirono nella rotta di Monte Catini ricevuta da Uguccione da Faggiuola, o vero che erano nati de’ predetti terzi [. . .] lo secondo Sciancato [. . .] e che si trovorno in quello conflitto capitani [. . .] loro successione, o vero delli altri di quello sangue reale restati in Italia, che non succedessono nel regno di Napoli, altri non truovo che Luigi principe di Taranto, il quale si tolse per moglie la regina Giovanna Prima, figlia del re Ruberto predetto, il quale la coniunse in matrimonio ad uno secondogenito del sopradetto Carlo Terzo re d’Ungheria o vero nipote suo, cognominato Andreasso, perché detto Ruberto, mancatoli tutti gli altri figli maschi e femmine, volle ristituire il regno doppo lui alla successione di Carlo Terzo re d’Ungheria, suo maggior fratello, e che Giovanna unigenita sua parimente regnasse.

[3] Truovo che questo Andrea cognominato Andreasso, venuto nel Regno alla copula, fu fatto morire da lei per fraude, come innamorata di Luigi suo cugino, principe di Taranto, e del sangue reale medesimo; il quale con lei furono sempre amministrati da Niccola Acciaiuoli, gran siniscalco di quel regno, e da loro fu venduto Prato al Comune di Firenze. [4] Nacque tanto sdegno nel fratello primo del detto Andreasso, che alcuni scrittori chiamono Luigi re di Ungheria, che cum manu forti venne all’acquisto del regno di Napoli, e per forza d’arme l’ottenne, e la regina Giovanna col re Luigi suo consorte truovo che per mare fuggirno in Avignone, antico e naturale stato e contado del re Carlo Primo suo avo, e venduto quello alla sede appostolica, che ancora lo possiede, chiamata da alcuni regnicoli fece una grossa armata, e con Luigi suo marito venne a combattere con il re unghero, e per concordia restorno pacifici nel regno. [5] E Luigi re di Ungheria, dicono gli scrittori, come alieno dall’aere e costumi di Italia, dove non poteva ritenere i soldati suoi ungheri, impauriti ancora da una pestilenzia grande [. . .] el Reame. [6] In brieve dappoi si morí il re Luigi marito suo [. . .] un altro di vile condizione, e si reggeva con tali costumi che, o per quello o per non osservare le convenzioni fatte col detto re d’Ungheria, lo provocò in tanto, che cedé ogni sua ragione del regno di Napoli e di Sicilia in uno allievo suo chiamato Carlo, di virtú e arte militare eccellente, e nato di sangue reale, e succession sua, ovvero di Carlo Primo suo bisavo o di Carlo Terzo suo padre.

[7] E questo finalmente desidero intendere, idest chi fu il padre e avo suo, perché alcuno scrittore moderno non lo dice, ma lo chiamano Carlo Quarto di Durazzo: e io ho trovate lettere sue scritte a nostri cittadini che si sottoscrive Carlo Quarto re di Napoli, di Sicilia e di Gerusalem. [8] Notate che con le forze e favori di detto re d’Ungheria costui venne in ltalia, e fu incoronato da papa Urbano Sesto, e acquistò il Reame per forza d’arme, e per processo fece morire detta regina Giovanna e suo marito, chiamato Ottone, monsignore di Brescia, e altri complici loro. [9] Dipoi, per la morte del re Luigi di Ungheria, fu chiamato da’ baroni e incoronato di quel regno, che non aveva successione di maschi legittimi, e in brieve fu per opera della regina vecchia morto a tradimento in la camera di lei o vero assaltato, e che dipoi in breve spazio di tempo si morisse; et interim li regnicoli conservorno il regno di Napoli a Ladislao suo figlio unico e a Giovanna Seconda, cognominata Giovannella, i quali furono sotto il governo di lor madre (secondo che referisce alcuno scrittore), per ingegno e prudenzia della quale si conservorno i baroni in fede di detto Ladislao. [10] Credo che, come piú diligente, abbiate trovato chi fosse la madre di detto Ladislao, e quello seguisse di Giovanna seconda, detta Giovannella, sua sorella, doppo la morte di lui.

[11] Fr. Franciscus † Archiepiscopus Turritanus