Abbozzo delle ‘Istorie fiorentine’

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ABBOZZO DELLE ‘ISTORIE FIORENTINE’

(FRAMMENTI AUTOGRAFI)

FRAMMENTO I

[1] Intra gli altri degni e mirabili ordini delle republiche e principi antichi che in questi nostri tempi sono spenti, era quello mediante il quale si edificavano di nuovo e d’ogni tempo assai terre e città: perché niuna cosa è tanto degna di uno ottimo principe e di una bene ordinata republica né piú utile ad una provincia, che lo edificare di nuovo terre dove gli uomini si possino, per commodità della difesa o della cultura, ridurre: il che quelli potevono facilmente fare, avendo in uso di mandare ne’ paesi o vinti o voti nuovi abitatori, i quali chiamavono colonie. [2] Perché, oltre allo essere cagione questo ordine che nuove terre si edificassero, rendevono il paese vinto al vincitore piú securo, e riempiendosi di abitatori i luoghi voti, si mantenevono nelle provincie gli uomini bene distribuiti. [3] Di che ne nasceva che, abitandosi in una provincia piú commodamente, gli uomini piú vi multiplicavano ed erano piú pronti nelle offese e nelle difese piú securi. [4] La quale consuetudine sendosi oggi per il malo uso delle republiche e de’ principi spenta, ne nasce la rovina e la debolezza delle provincie; perché questo ordine solo è quello che fa gl’imperii piú securi e che le provincie, come è det[to], mantiene copiosamente abitate, per essere gli abitatori di quelle meglio distribu[iti]. [5] La securtà nasce, perché quella colonia, la quale è posta da uno principe in uno paese nuovamente occupato da lui, è come una rocca e una guardia a tenere gli altri in fede. [6] Non si può oltra di questo una provincia mantenere abitata tutta né perservare in quella gli abitatori bene distribuiti sanza questo ordine, perché tutti luoghi in essa non sono o generativi o sani; onde nasce che in questi abbondono gli uomini, negli altri mancano; e se non è modo a trarli donde gli abbondono e porgli dove e’ mancano, quella provincia in poco tempo si guasta; perché una parte di quella diventa per i pochi abitatori diserta, un’altra per i troppi povera. [7] E perché la natura non può a questo disordine suplire, è necessario suplisca la industria, perché i paesi male sani conviene diventino sani per una moltitudine di uomini la quale ad un tratto gli occupi, i quali con la cultura sanifichino la terra e con i fuoghi pu[r]ghino l’aria, a che mai la natura non potrebbe provedere. [8] Il che dimostra la città di Vinegia, posta in luogo paduloso e infermo; nondimeno i molti abitatori che ad un tratto vi concorsono, lo renderono sano. [9] Pisa ancora, per la malignità dell’aria, non fu mai di abitatori ripiena, se non quando Genova e le sue riviere furono dai saraceni disfatte: il che fece quelli uomini, cacciati de’ terreni patrii, ad un tratto vi concorsono in tanto numero che feciono quella popolata e potente. [10] Sendo mancato pertanto questo modo del mandare le colonie, si tengono i paesi vinti con maggiore dificultà, i paesi voti non si riempiano, e quelli troppo pieni non si alleggeriscono. [11] Donde è nato la rarità degli abitatori e che molte parti in Italia sono diventate, rispetto a li antiqui tempi, deserte; e tutto è seguito e segue per non essere ne’ principi alcuno appetito di vera gloria e nelle republiche alcuno ordine che meriti di essere lodato. [12] Nelli antichi tempi addunque, per virtú di queste colonie, o e’ nascevono spesso città di nuovo, o le già cominciate crescevono: delle quali fu la città di Firenze, la quale ebbe da Fiesole il principio e da le colonie lo augumento.

[13] Egli è cosa verissima, secondo che Dante e Giovanni Villani dimostrano, che la città di Fiesole, sendo posta sopra la sommità del monte, per fare che i mercati suoi fussero piú frequentati e dare piú commodità a quelli che vi volessero con le loro mercatanzie venire, aveva constituito il luogo di quelli non in sul poggio, ma nel piano intra le radice del monte e del fiume d’Arno. [14] Questi mercati mi penso io che fussero cagione delle prime edificazioni che in quelli luoghi si facessero: mossi i mercatanti da il volere avere ricetti commodi per ridurvi le mercatanzie loro, i quali con il tempo diventorono edificazioni ferme e in gran numero multiplicorono. [15] Il che fu facil cosa, massimamente poi che i Romani, avendo vinti i Cartaginesi, renderono da le guerre forestiere la Italia secura: perché gli uomini non si mantengono mai nelle difficultà se da una necessità non vi sono mantenuti: tale che dove la paura delle guerre costrigne quegli ad abitare volentieri ne’ luoghi forti e aspri, cessata quella, chiamati da la commodità, piú volentieri ne’ luoghi domestichi e facili abitano. [16] La securtà adunque che nacque in Italia potette fare crescere le abitazioni già nel piano incominciate in tanto numero, che le si ridussero in forma d’una terra, la quale villa Arnina da principio fu nominata. [17] Sursono di poi in Roma le guerre civili, prima intra Mario e Silla, e di poi intra Cesare e Pompeo, e appresso intra gli ammazzatori di Cesare e quegli che volevono la sua morte vendicare. [18] Da Silla adunque in prima, e di poi da quelli tre cittadini romani, i quali dopo la vendetta fatta di Cesare si divisono l’Imperio, furono mandate colonie a Fiesole, delle quali o tutte o parte posono le abitazioni loro nel piano apresso alla già cominciata terra: sí che per questo augumento si ridusse quello luogo tanto pieno di edifici e di uomini e d’ogni altro ordine civile, che si poteva numerare intra le città di Italia. [19] Ma donde si derivasse il suo nome, ci sono varie opinioni. [20] Alcuni vogliono si chiamasse Florenzia da Florino, uno de’ capi della colonia; alcuni non Flurenzia, ma Fluenzia vogliono che la fusse nel principio detta, per essere posta propinqua al fluente d’Arno, e ne adducono testimone Plinio che dice: «I Fluentini sono propinqui ad Arno fluente». [21] La quale cosa io non appruovo: perché Plinio dimostra dove i Fiorentini erano posti, non come e’ si chiamavano; e quello vocabolo Fluentini conviene che sia scorretto, perché Frontino e Cornelio Tacito, che scrissono ne’ tempi di Plinio, gli chiamono Florentini. [22] Chiamossi pertanto questa città cosí cominciata e cresciuta Florenzia, e di già ne’ tempi di Tiberio secondo il costume dell’altre città d’Italia si governava, e Cornelio referisce essere venuti oratori fiorentini allo imperadore a pregare che l’acque delle Chiane non fussero sopra il paese loro sboccate. [23] Florenze adunque, qualunque principio si avesse, o per qualunque cagione cosí si nominasse, nacque sotto lo Imperio romano, e ne’ tempi de’ primi imperadori cominciò dagli scrittori ad essere ricordata. [24] E quando quello Imperio fu da’ barberi afflitto, fu ancora Firenze da Totila re degli Ostrogoti disfatta, l’anno della cristiana religione 450, e dopo 350 anni da Carlo Magno riedificata. [25] Dal quale tempo infino al 1215 visse sotto quella fortuna che viveno quegli che comandavano ad Italia. [26] Ne’ quali tempi prima signoreggiorono in quella i discesi di Carlo, dipoi i Berengarii, e in ultimo gl’imperadori tedeschi, come nel nostro trattato universale dimostramo. [27] Né posserono in questi tempi i Fiorentini crescere né operare alcuna cosa degna di memoria, per la potenza grande di quelli allo imperio di quali ubidivano. [28] Nondimeno, nel 1010, il [dí] di Santo Romolo, giorno sollenne [ai Fiesolani], presono e disfeciono [Fiesole]: il che feciono o con il consenso degli imperadori, o in quello tempo che da la morte dell’uno imperadore alla creazione dell’altro ciascuno piú libero rimaneva. [29] Ma poi che i pontefici cominciorono a pigliare piú autorità in Italia, e gl’imperadori tedeschi ad indebolire, tutte le terre di quella provincia con minore reverenzia del principe si governarono: tanto che nel 1080, al tempo d’Arrigo terzo, si ridusse la Italia intra quello e la Chiesa in manifesta divisione, la quale non ostante, i Fiorentini si mantennono infino al 1215 uniti, ubbidendo a’ vincitori, né cercando altro imperio che salvarsi. [30] Ma come ne’ corpi nostri quanto piú son[o] tarde le infirmità, tanto piú sono pericolose e mortali, cosí Firenze quanto la fu piú tarda a seguitare le sette di Italia, tanto di poi fu piú afflitta e piú perturbata che alcuna altra da quelle. [31] La cagione della prima divisione è notissima, perché è da Dante e da molti altri scrittori narrata: pure mi pare brevemente da raccontarla.

[32] Erano in Firenze, intra le altre famiglie, potentissime Buondelmonti e Uberti; apresso a queste erano gli Amidei e i Donati. [33] Era nella famiglia de’ Donati una donna vedova, ricca e nobilissima, la quale aveva una figliuola di bellissimo aspetto e disegnava infra sé di darla per moglie a messer Buondelmonte, cavaliere giovane e della famiglia de’ Buondelmonti capo. [34] Questo suo disegno, o per negligenzia, o per credere potere essere sempre a tempo, non aveva ancora scoperto a persona; quando il caso fece che a messer Buondelmonte si maritò una fanciulla degli Amidei: di che quella donna fu malissimo contenta, e, sperando potere con la formosità della figliuola, prima che quelle nozze si celebrassero, perturbarle, vedendo messer Buondelmonte, che solo veniva verso la sua casa, scese da basso e dietro si condusse la figliuola sua; e nel passare quello, se li fece incontra, e presolo per la mano disse: «Veramente io me ne rallegro assai dello avere voi preso moglie, ancora che io vi avesse serbata questa mia figliuola»: e sospinta la porta gliene fece vedere. [35] Il cavaliere, veduta la bellezza della fanciulla, la quale era rara, e considerata e il sangue e la dote non essere inferiore a quella di colei che gli aveva tolta, si accese in tanto ardore di averla, che non pensando né alla fede data, né alla ingiuria che faceva a romperla, né ai mali che da[lla] rotta fede gliene potevano incontrare, disse: «Poi che voi me l’avete serbata, io la voglio»; ed entrato in casa, sanza mettere tempo in mezzo, celebrò le nozze. [36] Questa cosa, come fu intesa, riempié di sdegno la famiglia delli Amidei e quella delli Uberti, sendo loro per parentado congiunti, e, convenuti insieme quelli e molti altri loro parenti, conclusono che questa ingiuria non si poteva sanza vergogna tollerare, né con altra vendetta che colla morte di messer Buondelmonte vendicare. [37] E benché alcuni discorressero i mali che da quella potessero seguire, il Mosca Lamberti disse che chi pensava assai cose non ne concludeva mai alcuna, dicendo quella nota e trita sentenza: «Ammazziamolo una volta, cosa fatta capo ha». [38] Dettono pertanto il carico di questo omicidio al Mosca, a Stiatta Uberti, a Lambertuccio Amidei e ad Oderigo Fifanti; i quali appiè del Ponte Vecchio, sotto una statua di Marte l’ammazzorono. [39] Questo omicidio messe in arme tutta la città, e una parte si accostò a’ Buondelmonti, l’altra a gli Uberti; e perché queste famiglie erano forti di uomini e di ricetti per le case e torri che gli abitavano, combatterono molti anni insieme sanza cacciare l’una l’altra; e le inimicizie loro, ancora che le non finissero per pace, si componevono alcuna volta per triegue; e per questa via, secondo le occasioni e i nuovi accidenti, ora si quietavano ora si accendevano.

[40] E stette Firenze in questi travagli infino al 1248, che venne Federigo secondo in Italia, il quale per essere nimico del pontefice, con ogni industria s’ingegnava accrescere le forze sua e quelle della Chiesa diminuire. [41] E per ridurre piú ferma la potenza sua in Toscana, favorí gli Uberti e i loro seguaci che si erano accostati a lui; i quali, con il favore suo, cacciorono i Buondelmonti con li loro seguaci di Firenze; e cosí la nostra città ancora, come tutto il resto d’Italia piú tempo era divisa, in guelfi e in ghibellini si divise. [42] I guelfi cacciati si redussero per le terre del Valdarno di sopra, dove avevano le loro fortezze; e da queste in quello modo era loro possibile, contro a’ loro nimici si difendevano. [43] Ma venuto a morte Federigo, quegli che in Firenze erano uomini di mezzo e avieno piú credito con il popolo, pensorono che fusse bene riunire la città, e operorono tanto che i guelfi tornorono e pacificoronsi con i ghibellini. [44] E parendo loro tempo da potere pigliare forma libera e ordine da potere difendersi, prima che il nuovo imperadore acquistasse le forze; divisono prima la città a sestieri ed elessono 12 cittadini, 2 per sestiero, che la governassino; i quali ciascuno anno si variassero e chiamassinsi anziani. [45] Elessono dui rettori forestieri, uno sopra il criminale, chiamato capitano di popolo, l’altro sopra il civile, detto podestà. [46] Constituirono di poi nella città 20 bandiere e 36 nel contado, sotto le quali scrissono tutta la gioventú, e ordinorono che qualunque volta fussero o dagli anziani o dal capitano chiamati, comparissero armati, ciascuno sotto la sua bandiera; e variavano i segni secondo che variavano l’armi, perché altra insegna portavano i balestrieri e altra i palvesarii: e ciascuno anno, il dí della Pentecoste, con grande pompa e solemnità davano a nuovi uomini le insegni, e nuovi capi a tutto questo ordine assegnavano. [47] Ordinorono, oltre di questo, uno carro tirato da duoi buoi coperti di rosso, sopra il quale era una grande insegna bianca e rossa, intorno al quale combatteva i piú virtuosi uomini dello esercito: e quando e’ mandavono fuori della città l’eserciti, traevono della opera di San Giovanni, dove e’ lo tenevano, questo carro, e lo conducevono in Mercato Nuovo, dove lo consegnavono a’ capi del popolo. [48] E per magnificenzia della impresa, appiccavano una campana in Porta Santa Maria, detta Martinella, la quale sonava continuava continuamente uno mese dal dí che la guerra era bandita, a ciò che il nimico avesse tempo a prepararsi alle difese. [49] Conducevano ancora questa campana nelli eserciti con loro, mediante la quale e’ comandavano le guardie e le altre fazioni della guerra.

[50] Non si potrebbe pensare quanto questa nuova libertà e questo nuovo ordine arrecasse di autorità e forze a Firenze; e in poco tempo si fece non solamente capo di Toscana, ma in tutta Italia era quanto alcuna altra città nominata: ma progressi maggiori arebbe fatti, e maggiore gloria acquistata, se la non si fusse con la disunione indebolita. [51] Erano i ghibellini, in ne tempo che per la autorità di Federigo erano stati sanza i guelfi in Firenze, diventati, per essersi portati superbamente, allo universale odiosi: a che si aggiugneva che la parte della Chiesa era piú che quella dello imperadore dal popolo favorita, perché collo aiuto della Chiesa speravono di potere mantenere la loro libertà, e sotto lo imperadore temevano perderla: la quale cosa faceva che i Fiorentini s’ingegnavano che le città vicine si accostassero al papa e seguitassero la insegna guelfa, e sforzorono i Pistolesi, gli Aretini e i Sanesi a fare lega con loro; e tornando con il campo da Siena presono Volterra, disfeciono ancora alcune castella ghibelline e gli abitanti condussono in Firenze, onde che la loro città da ogni parte si faceva popolata e grande. [52] Sendo vivuti pertanto i Fiorentini sotto questo governo 10 anni riputati, e da tutti i loro vicini temuti, i ghibellini, che al tempo di Federigo imperadore avevano governata la città, non potevono quietarsi, e solo espettavono la occasione di ripigliare lo stato. [53] La quale parve loro che fusse venuta quando viddono che Manfredi figliuolo di Federigo si era insignorito del regno di Napoli e aveva sbattuta assai la potenza del pontefice: e perciò si ristrinseno insieme e secretamente seco praticavano. [54] Né posserono in modo governarsi che le pratiche tenute da loro non fussero agli anziani scoperte, donde che quelli citorono gli Uberti come principali capi di quella fazione; i quali non solamente non ubbiderono, ma prese l’armi si fortificorono nelle case loro. [55] Di che il popolo si sdegnò forte, sí per il poco onore fatto al magistrato, sí per le pratiche tenute contro alla sua libertà. [56] E perciò prese l’armi; e con lo aiuto de’ guelfi gli sforzorono ad abbandonare Firenze e andarne con tutta la parte ghibellina a Siena. [57] Di quivi ei domandorono aiuto a Manfredi re di Napoli, e per industria di messer Farinata degli Uberti furono i Fiorentini con l’aiuto di quello re rotti in su ’l fiume della Arbia, tanto che i guelfi che di quella rotta camparono, non a Firenze, giudicando la loro città perduta, ma a Lucca si rifuggirono: la quale città sola in Toscana era rimasa guelfa.

[58] Aveva Manfredi mandato a’ ghibellini per capo delle sue gente il conte Giordano, uomo in quelli tempi assai nelle armi riputato. [59] Costui dopo la vittoria, con i ghibellini se ne ’ndò a Firenze, dove non trovando opposizione, entrò pacificamente, e quella città ridusse tutta alla ubbidienza di Manfredi, annullando tutti i suoi magistrati e ogni altro ordine per il quale apparisse alcuna forma della sua libertà. [60] La quale cosa fece sdegnare assai lo universale, e dove egli era [nimico] a’ ghibellini, per la memoria delle cose fatte da loro, gli diventò per simili modi inimicissimo; da che ne nacque, con il tempo, al tutto la rovina de’ ghibellini. [61] E perché gli occorse a re Manfredi per le cose del regno di rivocare il conte Giordano, avanti che si partisse lasciò in Firenze per vicario regio il conte Guido Novello, il quale era disceso de’ conti Guidi e signore del Casentino. [62] Costui fece uno consiglio ad Empoli di tutta la Toscana; dove si disputò quale modo fusse da tenere a volere mantenere lo stato de’ ghibellini in quella provincia; e tutti uniti convenivano che non ci era il piú securo modo che disfare la città di Firenze; perché, sendo quella la prima città di Toscana e avendo il suo popolo guelfo, starebbe tanto nelle parte ghibelline, quanto stessero galiarde quelle forze che al presente erano intere; ma come per alcuno accidente diminuissero, subito tornerebbono nell’[ordine] loro naturale: il che non poteva accadere sanza la rovina della parte ghibellina. [63] A questa sí crudele sentenzia data contro ad una sí nobile...

FRAMMENTO II

[1] ...sempre colui la cui potenzia era venuta grande in Italia, ancora che per mezzo de’ maggiori loro, ne nasceva li spessi tumulti e le spesse variazioni delli stati in quella provincia, perché la paura d’uno potente faceva crescere uno debole; dipoi cresciuto, temere; e temuto cercare di abbassarlo. [2] Questo fece trarre il regno di mano Manfredi e metterlo sotto la podestà di Carlo, il quale in Francia sanza molto stato si viveva; questo dipoi fece avere paura di Carlo e ai pontefici pensare di abbassarlo; e però papa Nicola terzo operò tanto che, per mezzo dello imperadore, fu tolto a Carlo il governo di Toscana, e vi mandò sotto nome dello Imperio messer Latino suo legato.

[3] Era Firenze allora in assai trista condizione, perché la nobilità guelfa era divenuta insolente e non temeva i magistrati, talmente che ciascuno dí si facevano assai omicidii e altre violenze, sanza esser puniti quegli che le commettevano, sendo da questo e quell’altro nobile favoriti; talmente che il popolo e quegli che volevono bene vivere erano male contenti, e per frenare tale insolenzia giudicavano fusse bene rimettere i fuori usciti. [4] Queste cose dettono occasione al legato di sperare di potere venire in Firenze e ridurla tutta uno corpo; donde che per questa cagione ritornorono i ghibellini, dove si fece pace e parentadi infra loro, e in luogo de’ 12 Buoni uomini ne feciono 14, d’ogni parte 7, che governassero per 1 anno e avessero ad essere eletti da il papa. [5] Stette la città in questo governo duoi anni e visse assai pacificamente, infino che venne al pontificato papa Martino, di nazione franzese, il quale restituí al re Carlo tutta quella autorità che da Nicola gli era stata tolta: e subito per questo risuscitorono in Toscana gli umori delle parti, e i Fiorentini presono l’armi contro al governatore dello imperadore e gli levorono la ubbidienza; e per levare dal governo i ghibellini, e ancora per trovare modo a tenere i potenti in freno, ordinorono nuova forma di reggimento. [6] Era l’anno 1282: e i corpi delle Arti, poi che fu dato loro i magistrati e le insegne, erano venute in gran reputazione; e ristrettisi i capi di quelle insieme, ordinorono che in luogo de’ 14 si creassero per i magistrati delle arti 3 Priori, che stessero duoi mesi; i quali governassero la città e fussero indifferentemente popolani e grandi, pure che fussero mercatanti o facessero arti. [7] Ridussogli, dopo il primo magistrato, a sei, acciò che di qualunque sestiere ne fusse uno. [8] Questo magistrato fu cagione, come con il tempo si vide, della rovina de’ nobili, perché ne furono dal popolo per varii accidenti esclusi e da quello, di poi, sanza alcuno rispetto battuti; e i nobili nel principio vi consentirono per non essere uniti, perché desiderando troppo tôrre lo stato l’una parte a l’altra, l’una e l’altra lo perdé. [9] Consegnorono a questo magistrato uno palagio dove continuamente dimorasse, sendo prima consuetudine di raguna-re i magistrati e i consigli per le chiese; dettogli sergenti e altri ministri che nelle cose opportune gli servissero. [10] Stierono i Fiorentini in pace infino al 1288, nel quale tempo, perché cominciò la guerra con gli Aretini per avere quegli cacciati i guelfi, coloro che governavano Firenze, per assicurarsi delle parti, rimossono della città alcuni capi ghibellini; di poi presa la guerra contra a gli Aretini, felicemente la vinsono. [11] E vivendo felicemente in questo stato, e crescendo la città di uomini e di ricchezze, parve a quelli cittadini accrescerla di mura; e le allargorono il suo cerchio in quel modo che al presente si vede; con ciò sia che prima il suo diametro fosse solamente quello spazio che contiene da il Ponte Vecchio infino a San Lorenzo.

[12] Era la città stata in questo governo 7 anni, e le parti guelfe e ghibelline in quella erano come spente; restavano solamente accesi quelli umori i quali naturalmente sogliono essere intra i potenti e il popolo; perché volendo il popolo ubbidire alle leggi e i nobili comandare a quelle, non era possibile capissino insieme. [13] Questo umore, mentre che i ghibellini feciono loro paura, non si scoperse; ma come prima quelli furono domi e che si ridussono in termini che non si dubitava piú di loro, dimostrò la potenza sua, e ciascuno dí qualche popolare era oppressato, e le leggie e i magistrati non bastavano a vendicarlo, perché ogni nobile con i parenti e con gli amici da le forze de’ Priori e del capitano si difendeva. [14] Ristrinsonsi pertanto i principi delle Arti insieme e per leggie ordinorono che qualunche Signoria, nel principio dello uficio suo, dovesse creare uno gonfaloniere di giustizia, uomo popolano, al quale dettono scritti sotto 20 bandiere mille uomini, e ordinorono che fusse presto a favorire la giustizia con il suo gonfalone qualunque volta o da loro o dal capitano fusse chiamato. [15] Il primo eletto fu Ubaldo Ruffoli. [16] Costui trasse fuora il gonfalone, e disfece le case de’ Galletti, per avere uno di quella famiglia morto in Francia uno popolano. [17] Fu facile alle Arti fare questo ordine, perché occupati per le gravi e grandi inimicizie, quali era intra i casati nobili, non pensavono di interrompere quelle cose le quali in loro preiudizio e danno si praticavano. [18] Dette questo provedimento in nel principio a’ nobili assai terrore; ma poco di poi si ritornorono nella loro insolenzia, perché sendone sempre alcuno di loro de’ Priori, avev[a]no modo ad impedire il gonfaloniere, che non potesse fare l’uficio suo. [19] Oltre di questo, [a]vendo bisogno lo accusatore di testimone quando riceveva alcuna offesa, non si tr[o]vava alcuno che contro a’ nobili volesse testimoniare; talché in breve tempo si ritornò Firenze ne’ medesimi disordini, e il popolo riceveva da i grandi le medesime ingiurie, perché e iudicii erano lenti e le sentenze mancavano delle esecuzioni loro.

[20] E non sapiendo che partiti si prendere, o dove si volgere, Giano della Bella, di stirpe nobilissimo ma della libertà della città amatore, dette animo ai capi delle Arti a riformare la città; e per suo consiglio si ordinò che il gonfaloniere residesse con i Priori e avesse 4000 uomini a sua ubbidie[nza. [21] Privorono ancora tutti] i nobili di potere essere de’ Signori; obligorono i consorti alla medesima pena che il reo, e feciono che la publica fama bastasse, sanza altre prove, a giudicare. [22] Queste leggi, le quali si chiamorono gli Ordinamenti della iustizia, aquistò il popolo assai reputazione, e Giano della Bella assai odio; perché era in malissimo concetto dei potenti, come di loro potenza destruttore, e i popolani ricchi gli avevano invidia, perché pareva loro che la sua autorità fusse troppa; il che, come prima lo permisse la occasione, si dimostrò. [23] Fece adunque la sorte che fu morto uno popolano in una zuffa dove piú nobili vi intervennono, intra quali fu messer Corso Donati, al quale, come piú audace che gli altri, ne fu attribuita la colpa; e per ciò fu da il capitano del popolo preso: e comunque la cosa si andasse, o che messer Corso non avesse errato, o che ’l capitano temesse di condannarlo, e’ fu assoluto. [24] La quale assoluzione commosse tutto il popolo, intanto che prese l’armi, e corse a casa Giano della Bella a pregarlo che dovesse essere operatore che si osservassero quelle leggi delle quali egli era stato inventore. [25] Giano, che desiderava che messer Corso fusse punito, non fece posare l’armi, come molti giudicavano che dovesse fare, ma gli confortò ad ire ad e Signori a dolersi del caso e pregarli che dovessero provedervi. [26] Il popolo pertanto, pieno di sdegno, parendogli essere offeso dal capitano e da Giano abandonato, non a’ Signori, ma al palagio del capitano itosene, quello prese e saccheggiò. [27] Il quale atto dispiacque a tutti i cittadini, e quelli che amavano la ruina di Giano lo accusavono, attribuendo a lui tutta la colpa; di mo[do] che trovandosi intra la Signori[a] che dipoi seguí alcuno suo nimico, fu accusato al capitano come sollevatore del popolo con disonore della maiestà dello stato. [28] E mentre che si praticava la causa sua, il popolo si armò, e corse alle sue case offerendogli la difesa contro a’ Signori e a’ suoi nimici. [29] Non volle Giano fare esperienza di questi populari favori, né commettere la vita sua a’ magistrati, perché temeva la malignità di questi e la instabilità di quelli altri: tale che per tôrre occasione a’ nimici di ingiuriare lui, e agli amici di offendere la patria, deliberò di partirsi e dare luogo alla invidia, e liberare i cittadini da il continuo timore che gli avieno di lui, e lasciare quella città, la quale con il suo carico e pericolo aveva tratta della servitú de’ potenti, e si elesse voluntario esilio.

[30] Dopo la cui partita la nobilità venne in speranza di recuperare la sua dignità, e, giudicando il male suo essere nato da le sue divisioni, si unirono i nobili insieme e mandorono duoi di loro alla Signoria, la quale giudicavano in loro favore, a pregarla fusse contenta temperare in qualche parte l’acerbità delle leggi contro a di loro fatte. [31] La quale domanda, come si fu palesata, accese gli animi de’ popolani; e dubitavano che i Signori non la concedessero loro: e cosí, tra il desiderio de’ nobili e il sospetto del popolo, si venne all’armi. [32] I nobili feciono testa in tre luoghi: a San Giovanni, in Mercato Nuovo...

FRAMMENTO III

[1] ... per molti male volentieri, dette tempo a Castruccio a ritira[rsi salvo a Lucca.

[2] Questo] disordine fece in modo indegnare il popolo contro ai grandi, che [non vollono osservare la fede] data da’ Signori per ordine e conforti loro agli usciti. [3] Il che presentendo quelli deliber[orono di anticipare, e] vennono innanzi al campo per essere i primi ad entrare in [Firenze: la qual cosa,] perché fu preveduta, non riuscí loro, ma furno da quelli che [in Firenze erano rimasi] ributtati. [4] Mandorono di poi 8 uomini loro ambasciadori a [ricordare ai Signori la fede] data, e i periculi sotto quella fede da loro corsi, sperandone quel premio che [era stato loro promesso.] [5] E benché i nobili, a’ quali pareva essere di questo obligo debitori, per [avere particular]mente promesso quello a che i Signori si erano obligati, si affannassero assai [in benefizio degli] usciti, nondimeno non lo ottennero per lo sdegno aveva preso lo universale, [che non si era] in quello modo che si poteva vinta contro a Castruccio la impresa: il che seguí in carico e [disonore] della città. [6] Per la quale cosa, sendo molti de’ nobili sdegnati, tentorono di ottener[e] per modi secreti quello che publicamente era loro negato, e convennono con i fuori usciti che venissero armati a la città, e loro drento prenderebbero l’armi in loro aiuto. [7] Fu la cosa avanti al giorno deputato scoperta; in modo che i fuori usciti trovorno la città in arme e ordinata a frenare quelli di fuora, e in modo quelli di drento sbigottire che nessuno ardisse a prendere l’armi: talché, sanza fare alcuno frutto, si spiccorono da la impresa. [8] Dopo la partita di costoro, si desiderava in Firenze punire coloro che dello avergli fatti venire avevono colpa; e benché ciascuno sapesse quali erano i delinquenti, niuno ardiva di nominarli nonché di accusarli. [9] Pertanto, per intenderne il vero sanza rispetto, si providde che, ne’ Consigli, ciascuno scrivesse in sur una cedola i delinquenti, e i notificati fussero dipoi da il capitano giudicati: donde furono accusati messer Amerigo Donati, messer Teghiaio Frescobaldi e messer Lotteringo Gerardini; i quali, avendo il giudice piú favorevole che i delitti loro non meritavano, furono condannati in danari.

[10] I tumulti che in Firenze nacquono per la venuta de’ ribelli alle porte, mostrorono come alle compagnie del popolo uno capo solo non bastava; e però vollono che ciascuna avesse tre o quattro capi: e però aggiunsono ad ogni gonfaloniere o dua o tre, i quali chiamarono pennonieri, acciò che nelle necessità, dove tutta la compagnia non avesse a concorrere, potesse sotto uno capo parte di quella adoperarsi. [11] E come avviene in tutte le republiche, che sempre, dopo uno accidente, si annullano alcune leggie vecchie e alcun’altre se ne rinnuovano, dove prima la Signoria si faceva di tempo in tempo, i Signori e i Collegi che allora erano, perché erano uomini potenti, si feciono dare autorità [di fare i Signori che dovevano sedere per i futuri] 40 mesi; i nomi de’ qua-li missono in una borsa e ogni dua mesi gli [traevano. [12] Ma prima] che venisse il termine de’ quaranta mesi, si feciono nuove imborsazioni [perché molti cittadini dub]itavono non essere stati la prima volta imborsati. [13] Da questo principio nacque l’ordine [dello imborsare per piú] tempo tutti i magistrati, cosí di entro come di fuora della città; dove [prima nel] fine del magistrato per il consiglio si eleggevono i successori: le quali imborsazio[ni si chiamorono di poi squittini. [14] E perché si facevan]o ogni tre, o, al piú lungo, ogni cinque anni, pareva che togliessino briga alla [città e levass]ino via i tumulti, i quali ad ogni creazione di magistrato per gli assai competitori [nascevano.] [15] Ma non intesono i mali che si tiravano dietro, e come questo modo, avendo in sé molti [difetti, era] contrario ad ogni forma libera e civile.

[16] Era l’anno 1325 e Castruccio, [dopo a]vere occupata Pistoia, era diventato potente; e in modo che i Fiorentini, temendo la sua grandezza, disegnorono torgli Pistoia; perché temevano che, tenendo quella, poco dipoi non si facessi signore di Pisa. [17] Elessono pertanto per capitano della guerra messer Ramondo da Cardona, e con uno sforzo grandissimo ragunorono, fra di loro cittadini e di amici, 3000 cavalieri e 20000 pedoni; e ne andorono a campo ad Altopascio, per occupare quello e potere per quel modo impedire Castruccio che non potesse soccorrere Pistoia, e per quella via piú facilmente trarla delle sue mani. [18] Successe a’ Fiorentini prendere Altopascio; dipoi si prese partito di andare verso Lucca per guastare il paese, dove per la poca prudenza e meno fede del capitano non si fece molti progressi. [19] [Costui vide che i Fiorenti-ni avevano per lo adietro la loro libertà ora al r]e ora [ai lega]ti del papa, sanza molto riguardo concessa; di modo che pensava, conducendo quelli in qualche necessità, che lo avessero a fare loro principe; né mancava di ricordarlo spesso, e chiedere quella autorità nella città che gli avieno data ne gli eserciti; altrimenti mostrava non potere avere quella ubbidienza che ad un capitano era necessaria; e perché i Fiorentini non gliene consentivano, egli andava perdendo quel tempo, che Castruccio acquistava: perché vennono quelli aiuti che da’ Visconti e dagli altri tiranni ghibellini di Lombardia gli erano stati promessi. [20] Ed essendo fatto forte di genti, i Fiorentini, come prima, quando egli era debile, non seppono vincere, cosí, poi che fu gagliardo, non seppono salvarsi; ma procedendo con loro campo lentamente, furno propinqui ad Altopascio assaltati e dopo una gran zuffa rotti; e rimasonvi presi e morti molti cittadini, insieme con messer Ramondo loro capitano, il quale della sua poca fede e de’ suoi cattivi consigli da la fortuna ebbe quella punizione che gli aveva dai Fiorentini meritato. [21] I danni che Castruccio fece nel contado di Firenze dopo la vittoria, per prede, arsioni di case e prigioni, non si potrebbono narrare: perché, sanza avere alcuna gente a l’incontro, piú mesi cavalcò dove e’ volle, perché a’ Fiorentini era assai, dopo tanta rotta, salvare la città.

[22] Né però s’invilirono in tanto che non facessero provedimenti grandi di danari, soldassero gente, mandassero a’ loro amici per aiuti. [23] Nondimeno niuno provedimento bastava; di modo che furono forzati eleggere per loro signore Carlo duca di Calavria e figliuolo del re Ruberto, se vollono che venisse alla difesa loro; perché quelli, consueti a signoreggiare Firenze, volevono piú tosto la ubbidienza che l’amicizia sua. [24] Ed essendo il duca Carlo implicato nelle guerre di Sicilia, e per questo non potendo venire a prendere la signoria, vi mandò Gualtieri di nazione franzese e duca di Atene. [25] Costui, come vicario del signore, prese la possessione della città, e ordinava i magistrati secondo lo arbitrio suo: vero è che si portò modestamente e in modo contrario alla natura sua, che ciascuno lo amava: il che si crede facessi, o per farsi il popolo amico e conseguire quello che dipoi ottenne, o per avere a rende-re ragione ad altri delle azioni sua. [26] Carlo, composte che furono le guerre di Sicilia, venne a Firenze con mille cavalieri, dove entrò ad i 30 di luglio del 1326; la cui venuta fece che Castruccio non poteva liberamente scorrere il paese fiorentino. [27] Nondimeno quella reputazione che i Fiorentini acquistorono di fuora, perderono dentro, e quelli danni che dai nimici non furono fatti si sopportorono dagli amici; perché in Firenze si perdé la libertà e i Signori non ardivano né potevano fare cosa alcuna sanza il consenso del duca: e in uno anno costò alla città 400 [mila] fiorini, nonostante che si fusse convenuto di darliene solamente 200mila: tanti [f]urono i carichi che ogni giorno o egli o il padre dettono alla città. [28] La venuta del duca a Firenze fece non solamente insospettire i ghibellini di Toscana, ma ancora quelli di Lombardia; talmente che Galeazzo Visconti e gli altri tiranni lombardi, con danari e promesse, feciono passare in Italia Lodovico di Baviera, eletto imperadore contro alla voglia del papa. [29] Costui venne in Lombardia, e di quivi in Toscana; e con lo aiuto di Castruccio s’insignorí di Pisa, dove, rinfrescato di danari, ne andò verso Roma. [30] Il che fece che Carlo duca di Calavria si partí di Firenze per andare a difendere il Regno se da lo ’mperadore fusse assaltato, e lasciò in Firenze per suo vicario messer Filippo da Saggineto. [31] Castruccio, dopo [la partita dello imperadore], s’insignorí di Pisa, e i Fiorentini per trattato gli tolsono Pistoia; alla quale Castruccio andò a campo: dove stette con tanta ostinazione e tanta virtú, che, benché i Fiorentini facessero piú volte pruova di soccorrerla, assaltando ora il suo esercito ora il suo paiesi, mai non posserono rimuoverlo della impresa, tanto che la costrinse a riceverlo per signore; la quale cosa, ancora che seguisse con sua gloria, seguí ancora con tanto suo disagio che, tornato in Lucca, si morí. [32] E poco di poi morí, a Napoli, Carlo duca di Calavria e signore di Firenze: e cosí i Fiorentini in poco di tempo, fuora d’ogni loro op[in]ione, si liberorono da la signoria dell’uno e dal timore dell’altro. [33] L’imperadore creò a Roma uno antipapa, e fece molte constituzioni in favore dello Imperio contro alla Chiesa: e alla fine con sua vergogna si partí di Roma e ne venne a Pisa, e di qui n’andò in Lombardia. [34] Era l’anno 1328, e, trovandosi libera[ti] i Fiorentini dalla signoria de Carlo e da la paura di Gastrucci, riformorono la città; e deputoro novantotto cittadini a fare nuove imborsazioni di tutti gli ufici fuori e dentro, e annullorono tutti i Consigli antichi, e in luogo di quelli ne feciono dua, uno di 300 cittadini tutti popolani, e l’altro di 250 mescolati, gra[nd]i e popolani, e lo chiamorono Consiglio del comune. [35] Mentre che lo ’mperadore era a Pisa, si ribellorono da lui, o per sdegno o per non essere pagati, circa ottocento cavagli tedeschi, e si afforticorono a Montechiaro in sul Ceruglio, e di prede che facevono nel paese allo intorno vivevano. [36] Costoro, come lo ’mperadore fu partito, occuporono Lucca, e ne cacciorono Francesco Castracani lasciatovi da lo imperadore; e pensando di trarre di quella vittoria qualche utile, la ofersono a’ Fiorentini per 30 mila ducati; il che fu da la città rifiutato. [37] Il quale partito, se si mantenevano i Fiorentini sempre di quella volontà, sarebbe stato utile alla città; ma perché poi mutorono animo, fu dannosissimo alla republica: perché, se allora per sí poco prezzo la potevono pacificamente avere e non la vol[lo]no, di poi quando la vollono non la ebbono, ancora che molto maggiore prezzo la comperassero; il che fu cagione piú volte che la città perdesse la sua libertà. [38] Lucca addunque, rifiutata da’ Fiorentini, fu comperata da messer Gerardino Spinoli genovese per ducati 30 mila: di modo che a’ Fiorentini pareva avere male fatto, e mandorno le loro genti a scorrere il paese de’ Lucchesi, per avere per forza quella terra della quale avevano la compera rifiutata. [39] Erasi partito in questo mezzo lo imperadore di Italia, e lo antipapa, per ordine de’ Pisani, ne era andato prigione in Francia: e i Fiorentini, da la morte di Castruccio, che seguí nel 1328, infino al 1340, stettono drento quieti e solo attesono alle cose di fuora, e feciono in Lombardia, per la venuta del re Giovanni di Boemia, e in Toscana, per conto di Lucca, di molte guerre. [40] Edificorono la torre di Santa Reparata, secondo il consiglio di Giotto, dipintore in quelli tempi famosissimo; instaurorono ancora la città di molti edificii privati e publici, i quali, per uno diluvio, l’anno 1333 rovinorono; per il quale alzorono l’acque nella città in alcuno luogo 12 braccia.

[41] Ma, venuto l’anno 1340, avevano i cittadini potenti due vie ad accrescere o a mantenere la potenza loro: l’una era ristringere in modo le imborsazioni de’ magistrati, che sempre o in loro o in amici loro pervenissero, l’altra essere capi della elezione de’ rettori, per averli dipoi ne’ loro giudicii favorevoli, e pronti contro ai loro avversarii. [42] E tanto tenevano conto di questa seconda [pa]rte, che spesse volte ve ne conducevono uno [terzo], come feciono già quando la città [in a]mici e nimici del re Ruberto si divise.

FRAMMENTO IV

[1] Orazione de’ Signori al duca di Atene quando presentirono che si voleva fare signore

[2] «Noi veniamo, o signore, a voi mossi prima da le vostre domande, dipoi dai comandamenti che voi avete fatti per ragunare il popolo: perché ci pare essere certi che voi volete estraordinariamente ottenere quello che per lo ordinario noi non vi abbiamo consentito. [3] Né la nostra intenzione è con alcuna forza opporci a’ disegni vostri, ma solo per dimonstrarvi quanto sian per essere grave il peso che voi vi recate adosso e pericoloso il partito che voi pigliate: acciò che d’ogni tempo voi vi possiate ricordare d[e’] consigli nostri e di quegli di coloro che altrimenti, non per vostra utilità, ma per sfogare la rabbia loro, vi persuadono. [4] Voi cercate la signoria d’una città che sempre è vivuta libera, perché la signoria conceduta per altri tempi a’ reali di Napoli è stata compagnia e non servitú. [5] Avete voi considerato quanto importi, quanto sia gagliardo il nome della libertà, il quale forza alcuna non spegne, tempo alcu-no non consuma e ariento alcuno non controappesa? [6] Pensate signore quante forze sieno necessarie a tenere serva una città quale è questa: quelle che di fuora voi potete avere non bastano, di quelle di dentro non vi potete fidare perché quegli che vi sono ora amici e che a pigliare questo partito vi confortano, come gli aranno battuti con la autorità vostra i nimici loro, cercheranno come possino assicurarsi di voi e rimanere principi; la plebe, in la quale voi confidate, per ogni accidente benché minimo si rivolge, in modo che in poco tempo voi arete tutto questo universale nimico, il che fia cagione della rovina di questa città e vostra. [7] Né potrete a la rovina trovare rimedio, perché quelli signori possono fare la loro signoria secura che hanno pochi nimici, i quali o con la morte o con lo esilio si possono spegnere. [8] Ma negli odii universali non si trovò mai sicurtà alcuna, perché tu non sai donde ha a nascere il male, e chi teme d’ognuno non si può assicurare di persona; e se pure tenti di farlo, ti aggravi ne’ pericoli, perché quelli che rimangono si accendono piú nello odio e sono piú parati alla vendetta. [9] Che il tempo a consumare i desiderii della libertà non basti è certissimo: perché si vede ogni giorno quella essere in una città da coloro riassunta che mai la gustorono, ma solo per la memoria che ne avevano lasciata i padri loro la amavano; e quella dipoi recuperata con ogni ostinazione e pericolo conservano. [10] E quando morti i padri non la avessero ricordata, i palagi pubblici, i luoghi de’ magistrati, le insegne de’ liberi ordini la ricordano, le quali cose conviene che sieno da’ cittadini con massimo desiderio cognosciute. [11] Quali opere volete voi che sieno le vostre che controappesino alla dolcezza del vivere libero o che faccino mancare gli uomini del desiderio delle presente condizioni? [12] Non se voi aggiugneste a questo imperio tutta la Toscana e se ogni giorno tornaste trionfante de’ nimici nostri: perché tutta quella gloria non sarebbe di questa città, ma vostra, e i cittadini non acquisterebbono sudditi ma conservi, per i quali si vederebbono nella servitú raggravare. [13] E quando i costumi vostri fussero santi, i modi umani, i giudicii retti, a farvi amare non basterebbono; e se voi credesti che bastassero, ve ne inganneresti, perché uno consueto a vivere sciolto ogni catena aggrava e ogni legame lo strigne: ancora che trovare uno stato violento con uno principe buono sia impossibile, perché di necessità conviene o che diventino simili o che presto l’uno per l’altro rovini. [14] Voi avete adunque a fare questo pensiero: o di avere a tenere con massima violenza questa città, alla quale cosa le cittadelle, le guardie, gli amici di fuora potenti molte volte non bastano, o di essere contento di quella autorità che noi vi abbiamo data. [15] A che noi vi confortiamo, ricordandovi che quello dominio è solo durabile che è volontario; né vogliate, accecato da uno poco di ambizione, condurvi in luogo dove, non potendo stare, né piú alto salire, siate, con massimo danno nostro e vostro, di cadere necessitato».

FRAMMENTO V

[1] ... [ra]gionamento d’accordo, se prima non gli era dato nella sua potestà il conservadore messer Guglielmo d’Asesi e il figliuolo, e messer Cerrettieri Bisdomini. [2] Non voleva il duca acconsentirlo; pure, minacciato da le gente ch’erano rinchiuse con lui, si lasciò sforzare. [3] Sono sanza dubbio gli sdegni maggiori e le ferite piú gravi quando si ricupera una libertà che quando la si difende. [4] Egli è cosa verissima che la libertà con maggiore ingiurie si recupera che defende. [5] Furono questi duoi meschini gittati intra le migliaia de’ nimici loro, e il figliuolo del conservadore non aveva ancora diciotto anni; nondimeno la età, la forma, la innocenza sua, non lo poté da la furia della moltitudine salvare: e quelli che non poterono ferirgli vivi, gli ferirono morti; né saziati di straziarli con il ferro, con le mani e con i denti gli laceravano, e perché tutti i sensi si sodisfacessero della vendetta, avendo udito prima le loro querele, veduto le loro fedite, tocco le loro carni lacere, volevono ancora che il gusto le assaporasse, acciò che, come tutti i membri di fuora ne erano sazii, quelli di dentro ancora se ne saziassero. [6] Questo rabbioso furore, quanto egli offese costoro, tanto giovò a messer Cerrettieri, perché, ristucca la moltitudine nelle crudeltà di questi duoi, sdimenticò quello; il quale, non essendo altrimenti domandato, rimase in palagio, donde fu la notte poi da certi suoi parenti e amici a salvamento tratto. [7] Sfogata la moltitudine sopra il sangue di costoro, si concluse l’accordo: che il duca se ne andasse con i suoi e con le sue cose salvo, e rinunziasse a tutte le ragioni avesse sopra Firenze; e dipoi fuora del dominio, nel castello di Poppi, alla renunzia ratificasse. [8] Dopo questo accordo, ad i 6 d’agosto, partí di Firenze accompagnato da molti cittadini, e arrivato in Casentino ratificò alla renunzia, ancora che mal volentieri: e se il conte Simone non lo minacciava che lo rimetterebbe in Firenze, non arebbe osservata la fede. [9] Fu questo duca avaro e crudele; né era da essere meno odiosa la sua presenza, che si fussero i suoi costumi: perché era piccolo, nero, aveva la barba lunga e rada; nell’audienze difficile, nel respondere superbo, tale che da ogni parte era degno di essere odiato; in modo che in termine di dieci mesi i suoi cattivi costumi gli tolsono quella signoria che i cattivi consigli de’ Fiorentini gli avevono data.

[10] Questi accidenti seguiti nella città dettono animo a tutte le terre sottoposte a’ Fiorentini di ritornare nella loro libertà, in modo che Arezzo, Castiglione Aretino, Pistoia, Volterra, Colle, San Gimignano si ribellorono: talché Firenze rimase ad un tratto priva del tiranno e del dominio suo; e nel recuperare la sua libertà, insegnò a’ subietti suoi di recuperare la loro. [11] Seguita adunque la cacciata del tiranno e la perdita dello stato loro, rimase Firenze libera da la tirannide. [12] I 14 cittadini e il vescovo si ragunorono insieme per riordinare la città, e pensorono che fusse bene piú tosto placare i sudditi loro con la pace che accendergli con la guerra, e mostrare di essere contenti della libertà di quegli come della propria. [13] Mandorono pertanto oratori ad Arezzo a rinunziare allo imperio che sopra quella città avessero, e a fermare con quelli accordo, acciò che come amici di quella città si valessero, poiché come sudditi non potevono. [14] Con l’altre terre ancora convennono in quello modo che poterono meglio, pure che se le mantenessero amiche, acciò che loro liberi potessero aiutare mantenere la loro libertà. [15] Questo partito, prudentemente preso e cominciato da’ Fiorentini, ebbe felicissimo fine; perché Arezzo, dopo non molti anni, tornò sotto lo imperio loro, e l’altre terre in pochi mesi alla pristina ubbidienza si ridussero: e cosí si ottiene spesso piú presto e con minori periculi e spesa le cose a fuggirle, che con ogni forza e ostinazione perseguitandole.

[16] Posate le cose di fuora, si volsono a quelle di dentro e, dopo alcuna disputa intra i grandi e i popolani, conclusono che i grandi avessero nella Signoria la terza parte, e negli altri ofici la metà. [17] Era divisa, come di sopra è dimostro, la città in sei parti, donde che si era fatti sempre 6 Signori, d’ogni parti uno; eccetto che per alcuni accidenti alcuna volta se ne erano facti 12, ma poco di poi era tornati a sei. [18] Parve pertanto da riformarla in questa parte, sí per essere quelle parte male distribuite, sí perché, volendo dare la parte ai grandi, conveniva accrescere il numero de’ Signori. [19] Divisono pertanto la città in quattro parte, e di ciascuna parte creorono 3 Signori; lasciorono indietro il gonfalonieri della giustizia e quelli delle compagnie del popolo, e in cambio de’ 12 Buoni uomini feciono 8 consiglieri, 4 di ciascuna sorte. [20] Fermato questo ordine, si sarebbe la città posata se i grandi fussero stati contenti a vivere con quella modestia che si richiede nella vita civile; ma eglino feciono il contrario, perché privati non volevono compagni, e ne’ magistrati volevono essere signori: e ogni giorno nasceva qualche esemplo della loro superbia e insolenzia; la quale cosa dispiaceva al popolo, e si dolevono che per uno tiranno che ne avevano mandato se ne avevano fatti mille. [21] Crebbono adunque tanto le insolenzie da l’una parte, e da l’altra gli sdegni, che i capi de’ popolani si ristrinsono insieme e ne andorono al vescovo, il quale ancora aveva con i 14 la podestà del riformare la città; e li mostrorono la disonestà de’ grandi e la non buona compagnia che facevono al popolo, e li persuasono che volesse operare che i grandi si contentassino de avere la parte negli altri ufici, e lasciassino solo la signoria al popolo. [22] Era il vescovo naturalmente buono e amatore del bene, ma facile a rivoltarlo ora in questa ora in quella parte: di qui era nato che gli aveva favorito prima il duca di Atene ad instanzia de’ suoi consorti; dipoi, per consiglio d’altri cittadini, gli aveva congiurato contro; aveva dipoi favorito i grandi, e cosí deliberò di favorire il popolo, mosso da quello gli fu da’ cittadini referito. [23] E credendo trovare in altri quella poca stabilità ch’era in lui, si persuase di condurre la cosa d’accordo: e chiamò i 14, e con quelle parole seppe migliori gli confortò a volere cedere il grado della signoria al popolo, promettendone la quiete della città, altrimenti la rovina e il disfacimento loro. [24] Queste parole alterorono forte l’animo de i grandi, e messer Ridolfo de’ Bardi con parole aspre lo riprese, chiamandolo uomo di poca fede, e rimproverandogli l’amicizia del duca, come leggieri, e la cacciata di quello, come traditore; e gli concluse che quelli onori che gli avevono acquistati con loro pericolo, volevono con loro pericolo defendere; e partitosi alterato con gli altri dal vescovo, lo referí ai suoi consorti e a tutte l’altre famiglie nobili. [25] I popolani ancora feciono intendere lo animo loro a gli altri; e mentre che i grandi s’ordinavano con gli aiuti alla difesa de’ loro Priori, non parve al popolo di aspettare che fussero ad ordine e, prese l’armi, corse al palagio faccendo intendere che volieno che i grandi renunziassero al magistrato. [26] Il romore e il tumulto era grande, i Priori si vedevono abandonati, perché i grandi, veggendo tutto il popolo armato, non si ardirono a pigliare l’arme, ma ciascuno si stette dentro alle case sue; dimodo che i Signori popolani, avendo fatto prima forza di quietare il popolo, affermando quelli loro compagni essere uomini modesti e buoni, e non avendo potuto, per men cattivo partito gli rimandorono a le case loro, dove con fatica si ridussero salvi. [27] Partiti i grandi di palagio, fu tolto ancora l’uficio ai 4 consiglieri grandi, e feciono infino in 12 popolani, e degli 8 Signori che rimasono feciono uno gonfaloniere di giustizia e 16 confalonieri delle compagnie del popolo; e riformorono i Consigli, in modo che tutto il governo rimase nelle mani del popolo.

[28] Era, quando queste cose seguirono, carestia grande nella [città]; di modo che i grandi e il popolo minuto erano mali contenti, questo per la fame, quelli per avere perdute le degnità loro: la quale cosa dette animo a messer Andrea Strozzi di potere occupare la libertà della città. [29] Costui cominciò a vendere il suo grano minore pregio che gli altri, e per questo concorreva alle case sue assai genti: tanto che una mattina e’ montò a cavallo, e con alcuni di quelli dietro, chiamava il popolo a l’arme: raccozzò in poco ora piú di 4mila persone e, itosene in piazza, domandava che gli fusse loro aperto il palagio. [30] I Signori, e [con] minacce e con le arme, dalla piazza gli discostorono; di poi talmente con i bandi gli sbigottirono, che a poco a poco ciascuno si tornò alle sue case: di modo che messer Andrea, ritrovandosi solo, con fatica potette, fuggendo, da le mani de’ magistrati salvarsi. [31] Questo accidente, ancora che fusse temerario e che gli avesse avuto quel fine che sogliono simili moti avere, dette speranza ai grandi di potere sforzare il popolo, veggendo che la plebe minuta era in discordia con quello; e per non perdere questa occasione conclusono di armarsi di ogni sorte aiuti per riavere per forza ragionevolmente quello che ingiustamente per forza era stato loro tolto; ed entrorono in tanta confidenza del vincere, che palesemente si provedevono d’armi, affortificavano le loro case e mandavano a Pisa e in Lombardia a loro amici per aiuti. [32] Il popolo ancora, insieme con i Priori, facevano i suoi provedimenti, armandosi e chiedendo a’ Sanesi e Perugini soccorso. [33] Già erano degli aiuti all’una parte e l’altra comparsi: la città tutta era in arme. [34] Avieno fatti i grandi di qua d’Arno testa in tre parti, a casa i Cavicciuli propinque a San Giovanni, a casa i Pazzi e Donati a San Piero Maggiore, a casa i Cavalcanti in Mercato Nuovo; quegli di là d’Arno s’erano fatti forti ai ponti e nelle strade loro: i Nerli defendevono il Ponte alla Carraia, i Frescobaldi Santatrinita, i Rossi e Bardi il Ponte Vecchio e Rubaconte. [35] Il popolo, da l’altra parte, sotto il gonfalonie della giustizia e quelli delle compagnie si ragunava.

[36] E stando cosí la città, non parve al popolo da differire piú la zuffa; e i primi che si mossono furono i Medici e i Rondinegli, e assalirono i Cavicciuli da quella parte che di in su la piazza di San Giovanni entra alle case loro. [37] Quivi fu la zuffa grande, perché da l’alto [delle] torri erano percossi con i sazi, da basso con le balestre. [38] Durò questa battaglia tre ore e tuttavia il popolo cresceva: intanto che i Cavicciuli, veggendosi sopraffare da la moltitudine e mancare di aiuti, si sbigottirono e si missero nella podestà del popolo; il quale salvò loro le case e le sustanze, solo tolse loro l’armi, e a quelli comandò che, disarmati, per le case di popolani loro parenti e amici si dividessero. [39] Vinto questo primo assalto, furono i Donati e i Pazzi vinti facilmente, per essere meno potenti di quelli: restavano solo, di qua d’Arno, la parte de’ Cavalcanti, i quali erano forti di uomini e di sito; nondimeno, veggendosi tutti i confaloni contro e gli altri da tre gonfaloni soli essere stati superati, sanza fare molta resistenza, si arrenderono. [40] Erano già le tre parti della città nelle mani del popolo: restavane una nelle mani de’ grandi; ma la piú difficile, sí per la potenza di chi la difendeva, sí per il sito, sendo dal fiume da l’altra città divisa; talmente che bisognava vincere i ponti, i quali ne’ modi di sopra dimostri erano difesi. [41] Fu il Ponte Vecchio il primo assaltato, il quale fu trovato difeso gagliardamente, perché le vie sbarrate, le torri armate e le sbarre da ferocissimi uomini guardate erano, talmente che il popolo fu subito con suo grave danno ributtato: dove furono molti piú feriti che non erano stati nelle zuffe fatte con l’altre tre parti de li nobili. [42] Conosciuto pertanto come quivi si affaticavono invano, pensorono di tentare gli altri ponti, e al Ponte Rubaconte intervenne quello medesimo, perché da la presenza e virtú de’ Bardi era medesimamente difeso. [43] Lasciarono pertanto alla guardia di questi duoi ponti 4 gonfaloni: con tutti gli altri assalirono il Ponte alla Carraia: questo era guardato da’ Nerli, e benché questa famiglia virilmente si portasse, non di manco...

FRAMMENTO VI

[1] Rimase la città di Firenze, dopo la morte del re Ladislao, in pacifico stato, non avendo di fuora alcuno nimico che le facesse guerra, né del quale si dubitasse, e di dentro sendo quasi che spenti gli umori delle antiche parti: nella quale pace visse tanto che Filippo Maria Visconti, per la morte di Giovanmaria Agnolo suo fratello, e per le forze che gli aveva recato il parentado fatto con la moglie che fu di Fazino Cane, diventò duca di Milano, e riprese quasi tutto lo stato ch’era già posseduto dal padre. [2] I sospetti pertanto che da la potenza di costui e da’ suoi modi nacquero, ferono risucitare le guerre in Italia e le discordie in Firenze. [3] Erano, dopo la morte di messer Maso degli Albizzi e di Gino Capponi, restati capi di quello stato che allora reggeva, Niccolò da Uzzano, Bartolomeo Valori, Nerone di Nigi Neroni e Lapo Niccolini; ma di lunga superava gli altri, per quella autorità che da la prudenza sua nasceva, Niccolò da Uzzano. [4] Le parti che nacquero per le novità mosse da Salvestro de’ Medici nel 1378 non si spensero; e benché quella ch’era piú in favore della plebe regnasse solamente dal ’78 allo ’81, e che allora, per la morte di messer Giorgio Scali e la cacciata di messer Tommaso Strozzi e la rovina di molti suoi, la rimanesse vinta, non di meno, comprendendo lo umore di quella la maggiore parte della città, mai non si potette al tutto annullare. [5] Vero è che gli spessi parlamenti e le continue persecuzioni che furono fatte contro a’ capi di quella, da lo ’81 al ’400, la redussono quasi che a niente. [6] Le prime case che furono perseguitate come capi d’essa furono Alberti, Ricci e Medici; le quali furono vote d’uomini e di ricchezze, e a quelli che vivi nella città rimasero furono tolti gli onori. [7] Queste battiture di queste potenti famiglie la renderono umile e quasi che la consumorono: restava nondimeno in molti uomini una memoria delle iniurie ricevute e uno desiderio di vendicarle; il quale, per non trovare dove appoggiarsi, si rimaneva occulto ne’ petti loro. [8] Governando pertanto la città quella nobilità popolana pacificamente, feciono duoi errori, che fu la rovina dello stato loro: l’uno, che diventorono per il continuo dominio insolenti; l’altro che per la invidia che gli avevano l’uno all’altro e per la lunga possessione nello stato, non tennono quella cura di chi potesse loro nuocere, che dovevono.

[9] Rinfrescando adunque costoro, con i loro sinistri portamenti, ogni dí l’odio nello universale, e non vigilando le cose per non le temere, o nutrendole per invidia l’uno dell’altro, feciono che la casa de’ Medici riprese autorità nella città. [10] Il primo che in questa casa, dopo la morte di messer Maso, cominciò a risurgere fu Giovanni di Bicci. [11] Costui, sendo diventato ricchissimo ed essendo di natura benigno e umano, per concessione di quegli che governavano fu condotto al supremo magistrato: di che se ne fece tanta allegrezza per lo universale della città, perché pareva alla moltitudine aversi riguadagnato uno defensore, che meritamente a’ piú savi la fu sospetta, perché si vedeva tutti gli antichi umori cominciare a risentirsi. [12] E Niccolò da Uzzano non mancò di avvertirne gli altri dello stato, mostrando quanto era pericoloso nutrire uno che avesse nella moltitudine tanta reputazione, e come era facil cosa a’ disordini ne’ principii opporsi, ma lasciandogli crescere era difficile il rimediarvi, e che cognosceva come in Giovanni erano molte parti che superavono quelle del suo messer Salvestro. [13] Non fu Niccolò da’ suoi uguali udito, perché, avendo invidia alla reputazione sua, desideravono avere compagni a batterlo. [14] Vivendosi pertanto in Firenze intra questi umori, che occultamente cominciavono a ribolli-re, Filippo, parendogli avere preso tanto stato e riguadagnate tante forze che poteva disegnare qualunque impresa, desiderava sommamente rinsignorirsi di Genova, nella quale era doge messer Tommaso da Campo Fregoso; ma si diffidava potere o quella o altra impresa ottenere, se prima non fermava uno accordo con i Fiorentini, la reputazione del quale solo giudicava gli bastasse a potere ai suoi desiderii sodisfare. [15] Mandò pertanto suoi oratori a Firenze a domandarlo. [16] Molti cittadini consigliavano che non si facesse; ma che, sanza farlo, nella pace si perseverasse, perché cognoscevono il favore che il farlo gli arrecava e il poco utile che la città ne traeva: a molti altri pareva da farlo, e con quello imporgli termini, i quali trapassando, ciascuno cognoscesse il cattivo animo suo; e per quello si potesse piú giustificatamente, quando e’ rompesse la pace, fargli la guerra. [17] E disputata la cosa assai, si fermò la pace, per la quale Filippo promisse non si travagliare delle cose che si facessero da’ giochi dello Apennino e dal fiume della Magra e di Panaro in qua.

[18] Fatto e pubblicato questo accordo, Filippo s’insignorí di Brescia, e poi appresso di Genova, contro alla opinione di quegli che in Firenze avieno confortata la pace, perché credevano che Brescia fusse difesa da’ Viniziani e Genova per se medesima si defendesse. [19] E perché, nel capitulare che Filippo aveva fatto con il doge di Genova, se gli prometteva Serezana e altre terre poste di qua dalla Magra, con obligo che, volendole alienare, fusse tenuto contrattarle con i Genovesi, veniva Filippo ad essersi travagliato nelle cose di qua da la Magra e avere per questo violati i capituli. [20] Aveva, oltre a questo, fatto accordo con il legato di Bologna e perturbato quello che i Fiorentini erano per fare seco: le quali cose alterorno gli animi de’ nostri cittadini e fernogli, dubitando di nuovi mali, pensare a nuovi remedii. [21] Le quali perturbazioni venendo a notizia a Filippo, o per giustificarsi, o per tentare gli animi de’ Fiorentini, o per adormentargli, mandò a Firenze imbasciadori, mostrando maravigliarsi de’ sospetti presi e offerendo, non c’altro, rinunziare a qualunque cosa fusse da lui stata fatta, che potesse generare alcuno sospetto. [22] I quali oratori non feciono altro effetto, se non che divisono la città; perché una parte, e quelli ch’erano reputati nel governo, giudicavano che fusse bene armarsi e prepararsi a potere guastare i disegni al nimico; e quando le preparazioni fussero fatte e Filippo stesse quieto, non era per questo mossa la guerra, ma dato cagione alla pace: molti altri, o per invidia di chi governava o per timore di guerra, giudicavano che non fusse da insospettire d’uno amico leggiermente, e che le cose fatte da lui non erano degne di averne tanto sospetto e non meritavano tanta considerazione quanta si mostrava; e che sapevono bene che il creare i Dieci, il soldare gente, voleva dire guerra, la quale se si pigliava con uno tanto principe, era con una certa rovina della città e sanza poterne sperare alcuno utile, non potendo noi delli acquisti che si facessero, per avere la Romagna in mezzo, diventarne signori, e non potendo alle cose di Romagna, per la vicinità che la città ha con la Chiesa, pensare. [23] Valse nondimeno piú l’autorità di quelli che si volevono preparare alla guerra, che quella di coloro che volevono ordinarsi alla pace, e creorono i Dieci, soldorono gente e posono nuove gravezze: le quali, come furono scoperte, perché le agravavano piú i minori che i maggiori cittadini, empierono la città di rammarichii, e ciascuno dannava l’ambizione e l’avarizia de’ potenti, accusandogli che, per sfogare gli appetiti loro e dominare e opprimere il popolo, volevono muovere una guerra non necessaria.

APPENDICE

[1] Viveva la città di Firenze, dopo la morte del re Ladislao, in pacifico stato, non avendo di fuora alcuno nimico che le face[sse] guerra, né del quale si dubitasse, e di dentro sendo quasi che spenti gli umori delle antiche parti: nella quale pace visse tanto che Filippo Maria Visconti per la morte di Giovanmaria Agnolo suo fratello, e per le forze che gli aveva recato il parentado fatto con la moglie che fu di Fazino Cane, diventò duca di Milano, e che riprese quasi tutto lo stato che era già posseduto dal padre. [2] I sospetti pertanto che da la potenza di costui e da’ suoi modi nacquero, feciono risucitare le guerre in Italia e le discordie in Firenze. [3] Erano, dopo la morte di messer Maso degli Albizzi e di Gino Capponi, restati capi di quello stato che allora reggeva Niccolò da Uzzano, Bartolomeo Valori, Nerone di Nigi Neroni e Lapo Niccolini; ma di lungi superava gli altri per quella autorità che de la [prudenza] sua nasceva Niccolò da Uzzano: erano per conto dello stato plebeo il quale prese le sue forze nel 1378, e le perdé nello ’81. [4] Come per quello che inanzi abbiamo narrato si può comprendere, stati battuti sopra tutte l’altre famiglie gli Alberti e i Medici: gli Alberti furono quasi che spenti, a’ Medici furono tolti tutti gli onori. [5] Il primo che, in questa lunga quiete della città dopo la morte di messer Maso, che nella casa de’ Medici cominciò ad ripigliare le forze fu Giovanni di Bicci. [6] Costui, sendo divenuto ricchissimo ed essendo di natura benigno e umano...

FRAMMENTO VII

[1] Pertanto confortava ad astenersi da la impresa, e vivere con il tiranno in modo che se gli facesse dentro piú inimici si potesse: perché non ci era piú commoda via a subiugarla che lasciarla stare sotto il tiranno, e lasciarla da quello affliggere e indebolire; perché, governata la cosa prudentemente, quella città si condurrebbe in lato che il tiranno non la potendo tenere, ed ella non sapendo né potendo vivere per sé, de necessità cadrebbe loro in grembo. [2] Ma che vedeva gli umori mossi, e che le parole sua non erano udite: pure voleva pronosticare loro questo, che farebbono una guerra dove spenderebbono assai, correrebbonvi dentro assai periculo, e in cambio di occupare Lucca la libererebbono dal tiranno; e d’una città amica sobiugata, debole e inferma, farebbono una città libera, loro nimica, e con il tempo uno ostaculo alla grandezza della republica loro.

[3] Parlato pertanto che fu per la impresa e contro alla impresa, si venne a ricercare, secondo il costume, secretamente le volontà degli uomini: e di tutto il numero, solo 98 la contradissero. [4] Fatta pertanto la delibera e creati i Dieci per trattare la guerra, soldorono assai genti e creorono commissarii Astorre Gianni e messer Rinaldo delli Albizzi; e convennono con Niccolò Fortebraccio di avere da lui le terre aveva prese, e che seguissi la impresa come soldato nostro. [5] I commissarii, arrivati con l’esercito nel paese di Lucca, divisono quello, e Astorre si distese per il piano verso Camaiore e Pietrasanta, e messer Rinaldo verso Pisa e i monti; giudicando che, spogliata la città del suo contado, facil cosa fusse di poi espugnarla. [6] Furno le imprese di costoro infelici; non perché non acquistassero assai terre, ma per i carichi che furno, nel maneggio della guerra, dati a l’uno e l’altro di loro. [7] Vero è che Astore Gianni de’ carichi suoi se ne dette evidenti cagioni. [8] È una valle propinqua a Pietrasanta, chiamata Seravezza, ricca e piena di abitatori; i quali, sentendo la venuta del commissario, se gli feciono incontro e pregorno li acettasse per buoni servidori del popolo fiorentino. [9] Accettò Astorre le oferte, e fece occupare alle sue genti tutti i passi e luoghi forti della valle; e ragunati gli omini nella pieve loro, gli fece prigioni, e mandò le genti a saccheggiare e destruggere il paese, con ogni esemplo crudele e avaro, non perdonando a luochi pii, né a donne cosí vergini come maritate. [10] Queste cose, cosí come le erano seguite, si seppono a Firenze, e dispiacquono non solamente a i magistrati, ma a tutta la città.

[11] De’ Seravezzesi alcuni, che da le mani del commissario s’erano fuggiti, corsono a Firenze, e per ogni strada e ad ogni uomo raccontavano le miserie loro: dimodo che, confortati da molti desiderosi che si punisse il commissario, o come malvagio uomo o come contrario alla fazione loro, ne andorono a’ Dieci e, domandato d’essere uditi, alla presenza di molti cittadini uno di loro parlò in questa sentenza: [12] «Noi siamo certi, magnifici Signori, che le nostre parole saranno stimate assai da le Signorie Vostre, quando voi saprete in che modo occupassi il paese nostro il commissario vostro, e in quale maniera di poi siamo trattati da quello. [13] La valle nostra, come ne possono essere piene le memorie delle antiche cose vostre, fu sempre mai guelfa, ed è stato uno fidele recetto, molte volte, ai cittadini vostri che, scacciati da’ ghibellini, sono ricorsi in quella; e sempre gli antichi nostri e noi abbiamo adorato il nome di questa inclita republica, per essere stata capo e principe di quella parte; e in mentre che Lucchesi furono guelfi, volentieri servimo allo imperio loro, ma poi che pervennono sotto il tiranno, il quale ha lasciati gli antichi amici e ha seguite le fazione ghibelline, piú tosto forzati che volontarii gli aviamo servito; e Dio sa quante volte noi lo abbiamo pregato che ci dessi occasione di dimostrare l’animo nostro verso l’antica parte. [14] Quanto sono gli uomini ciechi ne’ desiderii loro! Quello che noi desideravamo per nostra salute, è stata la nostra rovina; [perché come] prima noi sentimo che le insegne vostre venivano verso [di noi, non come] a nimici, ma come ad antichi signori nostri, ci facemo inc[ontro al commissario] vostro, e mettemo la valle, le fortezze e noi nelle sue mani, e alla sua fede ci commettemo, credendo che in lui fusse animo, se non di fiorentino, almeno d’uomo. [15] Le Signorie ci perdoneranno, perché non potere sopportare peggio di quello abbiamo sopportato ci dà animo a parlare: questo vostro commissario non ha d’uomo altro che la presenzia, né di fiorentino altro che la lingua e lo abito: una peste mortifera, una fiera crudele, un mostro orrendo, quale mai da alcuno scrittore fusse figurato; perché, riduttici nel nostro tempio sotto colore di volerci parlare, noi fece prigioni, e la valle tutta rovinò e arse, e gli abitatori e le robe di quelli rapí; spogliò, saccheggiò, batté, ammazzò; stuprò le donne, viziò le vergini e trassele delle braccia delle madri. [16] Se noi, per alcuna iniuria fatta al popolo fiorentino o a lui, avessimo meritato tanto male, o se armati e difendendoci ci avessi presi, noi ci dorremo meno; anzi accuseremo noi che, o con le iniurie o con la arroganzia nostra, lo avessimo meritato; ma sendo disarmati, datici liberamente, che dipoi ci abbi rubati e con tanta ingiuria e ignominia spogliati, noi siamo forzati a dolerci. [17] E quantunque noi avessimo potuto riempiere la Lombardia di querele, e con carico di questa città spargere per tutta Italia la fama delle iniurie nostre, non lo aviamo voluto fare, per non imbrattare una sí onesta e piatosa republica con la disonestà e crudeltà d’un suo malvagio cittadino, del quale se avanti la rovina nostra avessimo conosciuto l’avarizia, ci saremo sforzati il suo ingordo animo, ancora che non abbi né misura né fondo, riempiere; e aremo, per quella via, con parte delle sustanze nostre salvate l’altre. [18] Ma poi che [non si]amo piú [a tempo, siamo] voluti ricorrere a voi, e pregarvi che voi soccorriate alle infelicità de’ vostri subietti, acciò che gli altri uomini non si sbigottischino, per lo esemplo nostro, a venire sotto lo imperio vostro. [19] E quando non vi muovino le nostre miserie, vi muova la paura dell’ira di Dio, il quale have veduto i suoi templi saccheggiati e arsi e il popolo nostro tradito nel grembo suo». [20] E detto questo si gittorono [in] terra, gridando e pregando che fusse loro renduto [la ro]ba e la patria; e facessero restituire, poi che non si pote[va l’ono]re, almeno le moglie a’ mariti e a’ padri le figliuole. [21] L’atrocità [della cosa] saputa prima, e dipoi da le vive voci di quelli che la avevano sopportata, intesa, commosse il magistrato e tutti quelli che alla presenza erano; e sanza mettere tempo in mezzo, si fece tornare Astorre in Firenze, e dipoi fu condannato e ammunito. [22] Fecesi ancora ricercare de’ beni de Seravezzesi, e quelli che si poterono trovare si restituirono; degli altri furno da la città, con il tempo, in varii modi sodisfatti.

[23] Messer Rinaldo degli Albizzi, da l’altra parte, era diffamato ch’egli faceva la guerra non per utilità del popolo fiorentino ma sua, e come gli era, poi che fu commissario, fuggito dell’animo la cupidità del pigliare Lucca, perché gli bastava saccheggiare il contado e riempiere le possessioni sue di bestiame e le sue case di preda; e come non gli bastavano le prede che da’ suoi satelliti per propria utilità si facevano, che comperava quelle de’ soldati; tale che di commissario egl’era diventato mercatante. [24] Queste calunnie, pervenute alli orecchi suoi, mossono lo intero e altiero animo suo piú che ad uno grave uomo non si conveniva, e intanto lo perturborono che, sdegnato contro al magistrato e i cittadini, sanza aspettare o domandare licenza, se ne tornò a Firenze. [25] Donde i Dieci demandorono la cura di quello esercito a Neri Capponi e Alamanno Salviati, i quali, lasciato stare lo scorrere per il contado di Lucca, si accostorono con il campo alla terra e, perché ancora era la stagione fredda, si missono a Capannole; dove a’ commissarii pareva che si perdesse tempo, non si strignendo a Lucca in modo che si potessero piantarvi le artiglierie; il che, per il tempo sinistro, i soldati non volevono fare, e i Dieci sollecitavano che si accampassino, né accettavano scusa.

[26] Era in quelli tempi in Firenze uno eccellentissimo architettore, chiamato Filippo di ser Brunellesco, di opere del quale è piena la nostra città, tanto che meritò, d[opo] la morte, che la sua immagine fusse posta, di marmo, nel tempio pri[ncipale] di Firenze, con lettere a pié che rendono testimonanza a qualun[que legge delle] virtú sua. [27] Costui mostrava che Lucca si poteva alla[gare, considerato] il sito della città e il letto del Serchio, e tanto [lo persuase, che i Die]ci commissono che questa esperienza si facesse. [28] Di che non ne nacque altro che disordine al campo nostro e securtà a’ nimici; perché i Lucchesi alzorono, con uno argine, il terreno verso quella parte che faceno venire il Serchio, e appresso ruppono, una notte, l’argine di quello fosso per il quale e’ conducevono l’acque; tanto che l’acque, trovato il riscontro alto verso Lucca e l’argine, per la rottura, mancare, si sparsono per tutto il piano di Lucca; in modo che il campo, non che si potesse appropinquare alla terra, si ebbe a discostare.

[29] Non riuscita adunque questa impresa, i Dieci che di nuovo presono il magistrato mandorono in campo commissario messer Giovanni Guicciardini. [30] Costui, il piú presto che possé, si accampò alla terra; donde che il signore, vedendosi strignere, per conforto d’uno messer Antonio del Rosso sanese, che per nome del comune di Siena era apresso di lui, mandò al duca di Milano Salvestro Trenta e Lionardo Buonvisi. [31] Costoro per parte del duca gli chiesono aiuti, e, trovandolo freddo, lo pregorono secretamente che dovesse dare loro genti, perché gli promettevono, per parte del popolo, darli preso il loro signore e apresso la possessione della terra; ammunendolo che, se non pigliava presto questo partito, che il signore darebbe la terra a’ Fiorentini, i quali con grande promesse lo sollecitavano. [32] La paura pertanto che il duca ebbe che i Fiorentini ne divenissero signori, gli fece porre da parte i respetti, e ordinò che il conte Francesco pubblicamente gli domandasse licenza per andare..., e gliene dette; e con gente se ne venne a Lucca, non ostante che i Fiorentini, sapiendo questa pratica e dubitando di quello avvenne, mandassino al conte Boccaccino Alamanni per isturbare la cosa. [33] Venuto pertanto il conte a Lucca, i Fiorentini si ritirorono con il campo a Libbrafatta, e il conte subito andò a campo a Pescia, dove era vicario Pagolo da Diacceto; il quale, consigliato piú da la paura che da alcuno altro migliore remedio, si fuggí a Pistoia, e se la non fusse stata difesa da Giovanni Malavolti, che vi era a guardia, si sarebbe perduta. [34] Il conte pertanto, non l’avendo potuta pigliare nel primo assalto, ne andò a[l Borgo] a Buggiano e lo prese, e Stigliano arse. [35] I Fiorentini, veggendo questa rovina, e sapiendo che con questi soldati mercennarii, dove le forze non bastavano, giovava molte volte la corruzione, proferzono al conte danari, e lui dessi loro la terra. [36] Il quale, parendogli non potere trarre piú danari da Lucca, facilmente si volse a trarne da quegli che ne avevano, e convenne con i Fiorentini che gli dessino 50mila ducati e lui abbandonerebbe la impresa: a che i Fiorentini aconsentirono e gli promissono i danari; e il conte, acciò che il popolo di Lucca apresso al duca lo scusassi, te[nne] mano con quello, che pigliassino il loro signore.

[37] Era in Lucca, come di sopra dicemo, messer Antonio del Rosso sanese; costui, con autorità del conte, praticò con i cittadini la rovina di Pagolo. [38] Capi della congiura furono Piero Cennami e Giovanni da Chivizzano. [39] Il conte si trovava alloggiato fuora della terra in sul Serchio, e con lui Lanzilao figliuolo del signore: donde i congiurati in numero di 40, di notte, armati, andorono a trovare Pagolo, al romore de’ quali fattosi incontro, tutto attonito domandò della cagione della venuta loro. [40] Al quale Piero Cennami disse come loro erano stati governati da lui piú tempo e condotti, con i nimici intorno, a morire di ferro e di fame; e però erano deliberati di volere governare in futuro loro, e gli domandorono le chiavi della città e il tesoro di quella. [41] A’ quali Pagolo rispose che il tesoro era consumato, le chiavi ed egli erano in loro balía; e gli pregava di questo, che fussero contenti, cosí come la sua signoria era cominciata e vivuta sanza sangue, cosí sanza sangue finisse. [42] Fu dal conte Francesco menato Pagolo e il figliuolo al duca, i quali morirono dipoi in carcere. [43] La partita del conte aveva lasciata Lucca libera dal tiranno e i Fiorentini dal timore delle genti sue: onde che quelli si preparorono alle difese, e quelli altri ritornorno alle offese, i quali avieno eletto per capitano il duca d’Urbino; il quale, stringendo forte la terra, di nuovo constrinse i Lucchesi a ricorrere al duca, il quale, sotto il medesimo colore aveva mandato il conte, mandò in loro aiuto Niccolò Piccino. [44] [A costui, venendo] per entrare in Lucca, i nostri se gli feciono incontro in sul Serchio, e al passare di quello vennono alla zuffa e vi furono rotti; e i commissarii con poche delle nostre genti si salvorono in Pisa. [45] Questa rotta perturbò tutta la nostra città, e perché la impresa era stata fatta da l’universale, non sapiendo dove voltarsi con le querele, si voltavono a chi l’aveva amministrata, e risucitorno i [ca]richi dati a messer Renaldo. [46] Ma piú che niuno era lacero messer Giovanni Guicciardini, che nel tempo della rotta era commissario; accusandolo che gli arebbe potuto, dopo la partita del conte Francesco, avanti che Niccolò fusse venuto, ultimare la guerra; e che gli era stato corrotto con danari, e come e’ ne aveva mandati a casa una soma; e allegavano chi gli aveva portati e chi ricevuti. [47] E andorno tanto alto questi romori e queste accuse, che il capitano del popolo, spinto da queste publiche voci e da quelli della parte contraria, lo citò. [48] Comparse pertanto messer Giovanni tutto pieno di sdegno, donde che gli amici suoi, per onore suo e della parte, operono tanto che il capitano abbandonò la impresa. [49] I Lucchesi, dopo la vittoria, non solamente riebbero le loro terre, ma occuporono tutte quelle del contado di Pisa, eccetto Bientina, Calcinaia, Livorno e Libbrafatta; e se non fusse stata scoperta una congiura che si era fatta in Pisa, si perdeva ancora quella città. [50] I Fiorentini riordinorono le loro genti e feciono loro capitano Micheletto, allievo di Sforza. [51] Da l’altra parte il duca, per seguire la vittoria e piú afliggere i Fiorentini, fece che i Genovesi, Sanesi e signore di Piombino si collegassino alla difesa di Lucca, la quale cosa fece in tutto scoprire l’animo suo. [52] E per questo i Viniziani e i Fiorentini rinnovorono la lega, e la guerra si cominciò a fare aperta in Lombardia e in Toscana; e nell’una e nell’altra provincia seguirono, con varia fortuna, varie zuffe, tanto che, stracco ciascuno, si fece, di maggio nel 1433, l’accordo infra le parte; per il quale i Fiorentini, i Lucchesi e i Sa[nesi, che avevono] nella guerra occupate piú terre l’uno all’altro, le lasciorono tutte e ciascuno tornò nella possessione delle sua.

[53] Mentre che questa guerra si travagliava di fuora, ribollivono tuttavia i maligni umori delle parti di dentro; e Cosimo de’ Medici, dopo la morte di Giovanni suo padre, con maggiore animo nelle cose publiche e con maggiore studio e piú liberalità con gli amici che non aveva fatto il padre, si governava; in modo che quegli che per la morte di Giovanni si erano rallegrati, vedendo quale era Cosimo si contristavano. [54] Era Cosimo ricchissimo e prudentissim[o, d]i grave e grata presenza, tutto liberale, tutto umano; né mai tentò alcuna cosa contro alla Parte né contro allo stato, ma attendeva a benificare ciascuno, e [con la] liberalità sua farsi partigiani assai cittadini; di modo che lo esemplo suo acresceva carico a quelli che governavano, giudicando per questa via, o vivere in Firenze potente e securo quanto alcuno altro, o, venendosi per la ambizione degli avversarii allo straordinario, essere e con l’armi e con i favori superiore. [55] Quelli che gli furono grandi strumenti ad ordire la potenza sua, furono Averardo de’ Medici e Puccio Pucci. [56] Di costoro Averardo con la audacia, Puccio con la prudenza e sagacità, gli sumministravano favori e grandezza; ed era tanto stimato il consiglio e il iudicio di Puccio, e tanto conosciuto per la città, che la parte di Cosimo non da lui, ma da Puccio era nominata. [57] Da questa cosí divisa città fu fatta la impresa di Lucca; nella quale si accese questa divisione e non si spense, e avvenga che la parte di Cosimo fusse quella che la avesse favorita, nondimeno ne’ governi della guerra andavono di quelli della parte avversa, come uomini piú reputati nello stato. [58] A che non potendo Averardo de’ Medici e gli altri rimediare, [at]tendevono con ogni arte e industria a calunniarli; e se perdita alcuna nasceva, che ne nacquono molte, ne era, non la fortuna o la forza del nimico, ma la poca prudenza del commissario accusata. [59] Questo fece aggravare i peccati d’Astore Gianni, questo fece sdegnare messer Rinaldo degli Albizzi e partirsi da la sua commissione sanza licenza, questo medesimo fece richiedere dal capitano del popolo messer Giovanni Guicciardini, da questo tutti gli altri carichi che a’ magistrati e a’ commissari si dettono, nacquero; perché i veri si accrescevano, i non veri si fingevano, e i veri e i non veri da quel popolo che ordinariamente gli odiava, erano ugualmente creduti.

[60] Queste cosí fatte cose e modi estraordinari di procedere erano ottimamente da Niccolò da Uzzano e dagli altri capi dello stato cognosciute, e molte volte avevano parlato insieme [de’ rimedii] e non ce gli trovavano, perché pareva loro il lasciare crescere Cosimo pericoloso e il volerlo abassare difficile. [61] E Niccolò da Uzzano era il primo al quale non piacevano le vie straordinarie; donde che, vivendosi con la guerra fuora e con questi travagli dentro, Niccolò Barbadori, uno di quegli del governo, volendo disporre Niccolò da Uzzano ad acconsentire alla rovina di Cosimo, lo andò a trovare a casa, dove tutto pensoso in uno suo studio dimorava, e lo confortò con quelle ragioni seppe addurre migliori, a volere convenire con messer Rinaldo a cacciare Cosimo. [62] Al quale Niccolò rispose queste parole: «E’ si farebbe per te, per la tua casa e per la nostra republica, che tu e gli altri che ti seguono in questa opinione, avessero piú tosto la barba d’ariento che d’oro come hai tu; perché i loro consigli, procedendo da capo canuto e pieno di esperienza, sarebbero piú savi e piú utili a ciascheduno. [63] E’ mi pare che coloro che pensono di cacciare Cosimo da Firenze, abbino, innanzi ad ogni cosa, a misurare le forze loro e quelle di Cosimo. [64] Questa nostra parte voi avete battezzata la parte de’ nobili, e la contraria quella della plebe: quando la verità correspondesse al nome, sarebbe in ogni accidente la vittoria dubbia, e piú tosto doverremo temere di quella che sperarne, mossi da lo esemplo delle nobilità antiche della nostra città, le quali da la plebe sono state spente: ma noi abbiamo tanto piú da temere sendo la nostra parte smembrata e quella degli avversarii intera. [65] La prima cosa, Neri di Gino e Nerone di Nigi, duoi de’ primi cittadini della nostra città, non si sono mai dichiarati in modo che si possa dire che sieno piú amici nostri che loro: sonci assai famiglie, anzi assai case, divise; perché molti, per invidia de’ frategli o de’ congiunti, disfavoriscono noi e favoriscono loro. [66] Io te ne voglio ricordare alcuno de’ piú importanti, gli altri considererai tu per te medesimo. [67] De’ figliuoli di messer Maso degli Albizzi, Luca, per invidia di messer Rinaldo, si è gittato da la parte loro; in casa e Guicciardini, de’ figliuoli di messer Luigi, Piero è nimico a messer Giovanni e favorisce gli avversarii nostri; Tommaso e Niccolò Soderini apertamente ci fanno contro, per lo odio portono a Francesco loro zio: in modo che, se si considererà bene quali sono loro e quali siamo noi, io non so perché piú si merita di essere chiamata la parte nostra nobile, che la loro. [68] E se fusse perché a loro fa coda tutta la plebe, noi siamo per questo in peggiore condizione e loro in migliore: e in tanto che, se si viene all’armi o a’ partiti, noi non siamo per potere resistere; e se noi stiamo ancora nella reputazione nostra, nasce da la reputazione che ha questo stato antiguato per cinquanta anni acquistata: la quale reputazione durerà tanto quanto noi perremo a cimentarla; ma come e’ si viene alla prova, e che si scuopra la debolezza nostra, noi la perdereno. [69] E se tu dicessi che la giusta cagione che ci muove accrescerebbe a noi credito e a loro lo torrebbe, ti rispondo che questa giustizia conviene che sia intesa e creduta da altri come da noi; perché la cagione che ci muove è tutta fondata in sul sospetto che non si faccia principe di questa città. [70] Se questo sospetto noi lo abbiàno, non l’hanno gli altri; anzi, che è peggio, accusono noi di quello che noi accusiamo lui. [71] L’opere di Cosimo che ce lo fanno sospetto sono, perché gli serve de’ suoi danari ciascuno, e non solamente i privati ma il publico, e non solo i Fiorentini ma i condottieri; perché e’ favorisce quello e quell’altro cittadino che ha bisogno de’ magistrati; perché e’ tira, con la benivolenza che gli ha, questo e quell’altro suo amico a maggiori gradi di onori. [72] Adunque converrebbe adurre la cagione del cacciarlo, perché gli è piatoso, oficioso, liberale e amato da ognuno. [73] Dimmi un poco, quale legge è quella che proibisca o che danni negli uomini la piatà, la liberalità, l’amore? [74] E benché le sieno vie tutte che tirino gli uomini volando a la tirannide, non di meno le non sono credute cosí; né noi siamo atti a darle ad intendere, perché i modi nostri ci hanno tolta la fede, e la città, che è naturalmente partigiana, e, per essere sempre vivuta in parte, corrotta, non può prestare gli orecchi a simili accuse. [75] Ma poniamo che riescissi il cacciarlo; che potrebbe per avventura, avendo una signoria propizia, riuscire facilmente: come potresti voi mai, intra tanti suoi amici che ci rimarrebbono e arderebbono del desiderio della tornata sua, ovviare che non ci ritornassi? [76] Questo sarebbe impossibile; perché mai, sendo tanti e avendo la benivolenzia universale, ve ne potresti assicurare. [77] E quanti piú de’ primi suoi scoperti amici cacciasse, tanti piú nimici vi faresti: in modo che, dopo poco tempo, e’ ci ritornerebbe e si sarebbe guadagnato questo, che voi lo aresti cacciato buono e tornerebbeci cattivo; perché la natura sua sarebbe corrotta da quelli che lo revocassero, a’ quali sendo obligato non si potrebbe opporre, e sarebbe forzato trapassare ogni civiltà, avendo a sodisfare a molti uomini malvagi, che fanno professione, non per amore suo ma per loro rabbia, di seguirlo. [78] E se voi disegnassi di farlo morire, non mai per via de’ magistrati vi riuscirà; perché i danari suoi, gli animi vostri corruttibili sempre lo salveranno. [79] Ma poniamo che muoia, o cacciato non ritorni: io non veggo che acquisto vi facci dentro la nostra republica; perché, se la si libera da Cosimo, la si fa serva a messer Rinaldo; e io per me sono uno di quegli che desidero che niuno cittadino di potenza e di autorità avanzi l’altro; ma quando alcuno di questi dua avesse a prevalere, io non so quale cagione mi facesse amare piú messer Rinaldo che Cosimo. [80] Ebbe mai tanta superbia Lucifero quanta ha egli? Costui vuole che le sue parole sieno sentenze, e le sue volontà leggie. [81] Fu egli mai tanta inconstanza in alcuno uomo, quanta in lui e tale? che molte volte si è dubitato che non si aderisca con gli avversarii: e questa impresa di Lucca te ne fa fede; che contro a tutti noi, in benificio della parte avversa, la favorí. [82] Dio guardi questa città che alcuno suo cittadino ne diventi principe; ma quando pure i peccati nostri lo meritassero, ci guardi di avere per principe costui. [83] Da ogni parte pertanto, Barbadoro mio, questo tuo pensiero è dannoso; e se tu ti governerai per il consiglio mio, tu lo lascerai andare: attenderai a vivere modestamente, e non arai meno a sospetti questi della parte nostra, che quelli della parte avversa; e nascendo cosa alcuna, tu sarai grato a ciascuno, e farai bene a te [e] non sarai cagione di nuocere alla tua patria».

[84] Queste parole raffrenorono alquanto l’animo del Barbadoro, in modo che le cose stetto quiete quanto durò la guerra di Lucca. [85] Ma seguita la pace, e con quella la morte di Niccolò da Uzzano, rimase la città sanza guerra e sanza freno, donde che sanza alcuno respetto crebbono i malvagi umori, e messere Rinaldo, parendogli essere rimaso solo capo della parte, non cessava di infestare, pregare tutti i cittadini che credeva potessero essere gonfalonieri, che si armassero a liberare la patria di quello uomo che di necessità, per la tristizia de’ pochi e per la ignoranza de’ molti, la conduceva in servitú. [86] Questi modi tenuti da messer Rinaldo e da quelli che osservava la parte avversa, tenevano la città sospesa e piena di sospetto; e qualunque volta era tratto uno magistrato si diceva publicamente quanti dell’una e quanti dell’altra parte vi sedevano, e nella tratta de’ Signori stava la città tutta sollevata. [87] Qualunque caso, ancora che minimo, favorito da l’una delle dua, si riduceva in gara; i secreti dello stato si publicavano, il bene come il male si favo-riva e disfavoriva. [88] Stando la città in questa confusione, e messer Rinaldo in quella voglia di abassare la potenza di Cosimo, e sapiendo come Bernardo Guadagni poteva essere gonfaloniere, pagò le sue gravezze, acciò che i debiti aveva con il comune non gli togliessero quello grado. [89] Venutosi pertanto alla tratta de’ Priori che seguono il settembre e l’ottobre, fece il caso che Bernardo fu tratto gonfalonieri. [90] Il quale messer Rinaldo andò subito a vicitare, e parlogli in questo modo: «Bernardo, la buona fortuna di questa città, non dico della nostra parte, ha voluto che tu sia gonfaloniere, acciò che, con la prudenza tua e con lo aiuto nostro, tu possa riunire e assicurare quella, acciò che questo stato unito e securo possa, come per lo adietro ha fatto, ampliare il dominio e fare lei grande. [91] Questo è impossibile che segue mentre che Cosimo de’ Medici vive in questa città, perché il modo del vivere suo trapassa ogni civilità, le sue ricchezze immoderate lo fanno audace, egli ha corrotti con quelle tutti i capi della plebe e dimolti altri cittadini, di modo che in tutti i Consigli e magistrati della città e’ può quello che vuole; i soldati nostri gli sono tutti partigiani, perché e’ solda chi gli pare e chi gli pare caccia. [92] Da’ favori di costui fu fatto capit[an]o Micheletto prima, e dipoi Niccolò da Talentino, tale che non gli manca altro al principato se non il titulo. [93] È uficio pertanto di uno buono cittadino rimediarci; chiamare il popolo in piazza e ripigliare lo stato, acciò si renda alla republica la sua libertà. [94] Messer Salvestro de’ Medici potette ingiustamente atterrare la grandezza de’ guelfi, a’ quali apparteneva il governo della città per il sangue sparso da’ loro antichi in favore di quella; perché non potrai tu contro ad uno giustamente quelle cose che quello contro a tanti ingiustamente potette fare? [95] Non temere, che Idio e gli uomini ti aiuteranno: gli amici nostri hanno l’armi in mano per essere presti quando tu gli chiami; non dubitare della plebe che lo adora per Iddio, perché da quella non può sperare altri favori che si avesse messer Giorgio Scali; non temere le sua ricchezze che, quando noi lo areno nelle mani, le fieno nostre. [96] Questo fatto farà te glorioso, la republica secura, e i cittadini uniti». [97] Rispose a queste parole Bernardo brevemente, che giudicava essere necessario fare quanto e’ diceva; e perché il tempo era da spenderlo in operare e non in altro, attendessi a prepararsi con le forze per essere presto, disposti che gli avesse i compagni. [98] I Priori presono il magistrato. [99] Bernardo, avendo trovati i compagni disposti, e convenuto con messer Rinaldo del modo del procedere, citò Cosimo; il quale, ancora che ne fusse da molti amici sconfortato, comparí, confidatosi piú nella innocenzia sua, che nella misericordia de’ Priori. [100] Come Cosimo fu in palagio e sostenuto, messer Rinaldo con molti armati uscí di casa, e apresso a quello tutta la parte sua, e ne vennono in piazza, dove i Priori feciono chiamare il popolo e creorono 200 uomini di balía per riformare lo stato della città. [101] Ragunata dipoi la balía, trattò della riforma e della vita e morte di Cosimo: molti volevono che fusse mandato in esilio, molti morto, molti altri tacevono, o per compassione di lui o per paura di loro; i quali dispareri non lasciavano deliberare alcuna cosa.

[102] È nella torre del palagio uno luogo tanto grande quanto patisce lo spazio di quella, chiamato l’Abberghettino, nel quale luogo fu rinchiuso Cosimo e dato in guardia a Federigo Malavolti. [103] Dal quale luogo sentendo Cosimo fare il parlamento, e il romore dell’armi che in piazza si facevano, e il sonare spesso a balía, [stava] con sospetto della sua vita; ma piú ancora temeva che estraordinariamente i particulari nimi-ci lo facessero morire: per questo egli si asteneva dal cibo, tanto che in quattro giorni non aveva voluto mangiare altro che un poco di pane. [104] Della quale cosa accorgendosi Federigo, gli disse: «Tu dubiti, Cosimo, di non essere avvelenato, e per questo ti astieni dal mangiare, e fai te morire di fame e poco onore a me, credendo che io volessi tenere le mani a farti una simile iniuria. [105] Io non credo che tu abbia a perdere la vita, tanti amici hai, in palagio e fuori: ma quando pure l’abbia a perdere, vivi securo che piglieranno altri modi che usare me ministro a tortela; perché io non voglio imbrattarmi le mani nel sangue di alcuno, e massime nel tuo, che non mi hai mai offeso. [106] Sta pertanto di buona voglia, prendi il cibo e mantienti vivo a gli amici e alla patria. [107] E perché con maggior fidanza possa farlo, io voglio mangiare teco delle cose medesime». [108] Queste parole confortorono tutto Cosimo e, con le lagrime a gli occhi abracciò e baciò Federigo, e con vive ed efficaci parole lo ringraziò di sí piatoso e amorevole oficio, offerendo essernegli gratissimo, se mai da la fortuna gliene fusse data occasione. [109] Sendo adunche Cosimo alquanto riconfortato, e disputandosi il caso suo intra cittadini, occorse che Federigo, per darli piacere, condusse una sera a cena seco uno familiare del gonfaloniere, uomo faceto, chiamato il Faganaccio. [110] E avendo quasi che cenato, Cosimo, che pensò valersi della venuta di colui perché benissimo lo cognosceva, toccò con il piè e accennò con l’occhio a Federigo che si partisse. [111] Il quale, intendendo la cagione, finse di andare per cose che mancassero a fornire la cena, e, lasciati quelli soli, Cosimo, dopo alquante grate parole usate al Faganaccio, [gli dette] uno contrasegno, e gl’impose che andasse allo spedalingo di Santa Maria Nuova per mille cento ducati: cento ne prendessi per sé, e mille ne portasse al gonfaloniere, e lo pregasse che, presa onesta occasione, gli venisse a parlare. [112] Accettò Farganaccio la commissione, i danari furono paga[ti]; donde Bernardo ne diventò piú umano, e ne seguí che Cosimo fu confinato a Padova, contro alla voglia di messer Rinaldo, che lo voleva spegnere. [113] Fu confinato ancora Averardo e molti della casa de’ Medici, e chi non fu confinato fu ammunito, eccetto che Niccola e i figliuoli; e con i Medici non fu confinato altri cittadini che Puccio e Giovanni d’Antonio Pucci; e, per sbigottire la plebe, che si vedeva male contenta dello esilio di Cosimo, dettono balía a gli Otto di guardia e al capitano del popolo. [114] Dopo le quali deliberazioni Cosimo, ad i 3 d’ottobre nel 1433, venne davanti a’ Priori: da’ quali gli fu denunziato il confine, confortandolo allo ubbidire, quando e’ non volesse che piú aspramente contro a’ suoi beni e contro a di lui si procedesse. [115] Accettò Cosimo con vista allegra il confine, affermando che dovunque quella Signoria lo mandasse, era per stare volentieri: pregava bene quelle che, poi che gli avieno conservata la vita, gliene guardassino, perché sentiva essere in piazza molti suoi avversarii che desideravano il sangue suo. [116] Oferse di poi alla città, al popolo e a loro e sé e le sustanze sue. [117] Da il gonfalonieri gli fu risposto che non dubitasse di alcuno straordinario, e lo ritenne in palagio tanto che venisse la notte; di poi lo accompagnò personalmente alle case sua e, fattolo cenare seco, da molti armati, con i quali era Francesco Soderini, lo fece condurre ai confini. [118] Fu ricevuto dovunque passò onorevolmente; e da’ Viniziani fu publicamente vicitato, e non come sbandito, ma come posto in supremo grado, onorato.

[119] Rimasa Firenze vedova d’uno tanto cittadino e tanto universalmente amato, stava ciascuno sospeso, e parimente quegli che avevano vinto e quegli ch’erano vinti temevano. [120] Donde che messer Rinaldo, dubitando del suo futuro male, per non mancare a sé e alla parte, ragunati molti cittadini amici, disse a quegli che vedeva apparecchiata la rovina loro, per essersi lasciati vincere da’ prieghi, da le lagrime e da’ danari de’ loro nimici: e non si accorgevono, come poco di poi aranno a piangere eglino, e che delle loro lagrime non troverranno chi abbia compassione, e de’ danari presi restituiranno il capitale e pagherranno l’usura con tormenti, morte ed esilii; e che gli era molto meglio essersi stato, che avere lasciato in vita lui e gli amici suoi in Firenze; perché gli uomini grandi, o e’ non si hanno a toccare, o, tocchi, a spegnere: né ci vedeva rimedio, altro che farsi forti nella città; acciò, risentendosi e nimici, che si risentirebbono presto, si potesse cacciarli con le armi, poi che con i modi civili non se ne erano potuti mandare. [121] E che sapevano le ingiurie che i grandi e gli antichi nobili avieno ricevute dal popolo, e quanto e’ dovevono desiderare di vendicarsi e di ripigliare quelli governi ch’erano loro stati tolti; e però era utile guadagnarseli, metterli nelli ufici, dare loro i magistrati e farsi forte con questa parte, poi che i loro avversarii si erano fatti forte con la plebe; e come la parte loro verrebbe ad essere piú gagliarda, quanto in quella sarebbe piú vita, piú virtú, piú animo e piú credito; affermando che, se questo ultimo e vero rimedio non si pigliava, non vedeva con quale altro modo si potesse conservare uno stato infra tanti nimici, e cognosceva una propinqua rovina della parte loro e della città. [122] A che Mariotto Baldovinetti, uno de’ ragunati, si oppose, mostrando la superbia de’ grandi e la natura loro insopportabile; e che non era, per fuggire i dubbi pericoli della plebe, da ricorrere sotto una certa tirannide loro. [123] Donde che messer Rinaldo, veduto il suo consiglio non essere udito, si dolfe della sua sventura e di quella della sua parte, imputando ogni cosa piú a’ cieli che volevono cosí, che alla ignoranza e cecità degli uomini. [124] Standosi la cosa adunque in questa maniera, sanza fare alcuna necessaria provisione, fu trovata una lettera scritta da messer Agnolo Acciaioli a Cosimo, la quale gli mostrava la disposizione della città e lo confortava a fare che si movesse qualche guerra, e a farsi amico Neri di Gino; perché giudicava, come la città avesse bisogno di danari, non si troverrebbe chi la servisse, e verrebbe la memoria sua a rinfrescarsi ne’ cittadini e il desiderio di farlo ritornare; e se Neri si smembrasse da messer Rinaldo, quella parte indebolirebbe tanto che la non sarebbe sufficiente a defendersi. [125] Questa lettera venuta nelle mani de’ magistrati, fu cagione che messere Agnolo fusse preso, collato e mandato in esilio; né per tale esemplo si frenò in alcuna parte l’umore che favoriva Cosimo, ma ad ogn’ora e in ogni parte si sentiva ribollire. [126] Era di già girato quasi che l’anno dal dí che Cosimo era stato cacciato, e venendosi, al fine d’agosto, alla tratta de’ Priori, fu tratto gonfalonieri Niccolò di Cocco, e con quello 8 Priori tutti partigiani di Cosimo: di modo che tale priorato spaventò messer Rinaldo e tutta la sua parte. [127] E perché prima che prendino il magistrato stanno 3 giorni privati, messer Rinaldo fu di nuovo con i capi della parte sua, e mostrò loro il certo e propinquo periculo; e che il rimedio era pigliare l’armi e fare che Donato Velluti, il quale sedeva allora gonfalonieri, ragunasse il popolo in piazza, facesse nuova balía, privasse i nuovi Priori del magistrato e se ne cre[a]sse de’ nuovi a proposito dello stato, e si ardessino le borse e riempiesse di uomini amici. [128] Questo partito da molti era giudicato securo e necessario, da molti altri troppo violento e da recarsi troppo carico; e intra quelli a chi e’ dispiacque, fu messer Palla Strozzi, il quale era uomo dolce, tutto gentile e umano, e piú atto a gli studii delle lettere, che a frenare una parte e opporsi alle civili discordie. [129] E però disse che i partiti o astuti o audaci paiono nel principio buoni, ma riescono poi nel trattargli difficili e nel finirgli dannosi; e che credeva che il timore delle nuove guerre di fuori, sendo le genti del duca in Romagna in su e confini nostri, farebbe che i Priori penserebbero piú a quelle che alle discordie di dentro: pure, quando si vedesse che volessero alterare, il che non potevono fare che non si intendessi, sempre si sarebbe a tempo a pigliare l’armi ed esequire quanto paressi necessario alla salute comune: il che, faccendosi per necessità, seguirebbe con meno ammirazione del popolo e meno carico loro. [130] Fu pertanto concluso che si lasciassero entrare i nuovi Priori e che si vegghiassero i loro andamenti e, quando si sentisse cosa alcuna contro alla parte, ciascuno pigliasse l’arme e convenisse alla piazza di San Pulinari, donde potrebbono poi condursi dove paresse loro necessario.

[131] Partiti con questa conclusione, i Priori nuovi ent[r]arono in magistrato, e il gonfaloniere, per darsi reputazione e per sbigottire quelli che disegnassero opporsegli, condannò Donato Velluti suo antecessore nelle carcere, come uomo che si fusse appropriati i danari publici. [132] Dopo questo, tentò i compagni per fare ritornare Cosimo e, trovatigli disposti, ne parlava con quelli che della parte de’ Medici giudicava capi; da’ quali sendo riscaldato, citò messer Rinaldo, Ridolfo Peruzzi e Niccolò Barbadoro come principali della parte avversa. [133] Dopo la quale citazione pensò messer Rinaldo che non fusse da ritardare piú, e uscí fuora di casa con gran numero di armati; con il quale si congiunse subito Ridolfo Peruzzi e Niccolò Barbadoro. [134] Fra costoro erano dimolti altri cittadini e assai soldati che in Firenze sanza soldo si trovavano, tanto che faceva gran numero di armati; e si fermò con quelli, secondo la convenzione fatta, in su la piazza di San Pulinari. [135] Messer Palla Strozzi, ancora che gli avessi ragunate assai genti, non uscí fuora; il simile fece messer Giovanni Guicciardini: donde che messer Rinaldo mandò a sollecitare l’uno e l’altro, e a riprendergli della tardità loro. [136] Messere Giovanni rispose che faceva assai guerra alla parte se teneva, con lo starsi in casa, che Piero suo fratello non uscissi fuora a soccorere il palagio; messer Palla, dopo molte ambasciate fattegli, venne a San Pulinari a cavallo con duoi a piè e disarmato. [137] Al quale messer Rinaldo si fece incontra, e forte lo riprese della sua negligenza; e che non convenire con gli altri nasceva o da poca fede o da poco animo, e l’uno e l’altro di questi carichi doveva essere fuggito da uno uomo che volesse essere tenuto di quella sorte ch’era tenuto egli; e se credeva, per istarsi in casa e non fare suo debito contro alla parte, che gli nimici suo’, vincendo, gli perdonassero o la vita o lo esilio, se ne ingannava; e che si confortava di questo, che, venendo alcuna cosa sinistra, ci arebbe uno solo contento, di non essere mancato innanzi al pericolo con il consiglio e in su ’l pericolo con la forza; ma a lui e a gli altri si raddoppiereno i dispiaceri, pensando di avere tradito la patria sua tre volte: l’una quando salvorono Cosimo, l’altra quando non presono i suoi consigli, la terza al presente, di non la soccorere con le armi. [138] Alle quali parole messer Palla non rispose cosa che da’ circunstanti s’intendesse, ma, mormorando, volse il cavallo e tornossene a casa. [139] I Priori, sentendo messer Rinaldo e la parte sua avere prese l’armi, e vedendosi abbandonati, fatto serrare il palagio, privi di consiglio, non sapevano che farsi. [140] Ma soprastando messer Rin[aldo] a venire in piazza per aspettare quelle forze che non venno[no], tolse a sé l’occasione del vincere, e dette animo a loro di provedersi, e a molti cittadini di andare a quella e confortarla a volere usare termini che si posassero l’armi. [141] Andorono adunque alcuni meno sospetti, da parte de’ Priori, a messer Rinaldo, e dissono come la Signoria non sapeva la cagione perché questi moti si facessero, e che non aveva mai pensato di farli contra; e se si era ragionato di Cosimo, non si era pensato a rimetterlo, e se questa era la cagione del sospetto, che gli assicurerebbero; e che fussino contenti venire in palagio, dove sarebbero benignamente ricevuti e amorevolmente d’ogni loro domanda compiaciuti. [142] Queste parole non feciono mutare di proposito messer Rinaldo, ma diceva volere assicurarsi con il fargli privati, e dipoi a benificio di ciascuno si riordinasse la città. [143] Ma quasi sempre occorre che, dove l’autorità sono pari i pareri sono diversi, e però rade volte vi si risolve cosa alcuna in bene: Ridolfo Peruzzi, mosso da le parole di quelli cittadini, disse che per lui non si cercava altro, se non che Cosimo non tornassi e, avendo questo d’acordo, gli pareva assai vittoria, né voleva, per averla maggiore, riempiere la sua città di sangue, e però voleva ubbidire alla Signoria. [144] E con le sue brigate ne andò in palagio, dove fu ricevuto lietamente e promissogli, per questa demostrazione d’ubbidienza, che sarebbe il primo uomo del suo quartiere. [145] Il fermarsi adunque messer Rinaldo a San Pulinari, il poco animo di messer Palla e la partita di Ridolfo avevano tolto a messer Rinaldo la vittoria della impresa, ed erano cominciati gli animi de’ cittadini che lo seguivano a mancare di quella prima caldezza: a che si aggiunse l’autorità di papa Eugenio, il quale si trovava in Firenze, stato cacciato da Roma da il popolo; il che fu l’ultima rovina di quello stato. [146] Perché, sentendo il papa questi tumulti e parendogli suo oficio il posarli, mandò messer Giovanni Vitelleschi patriarca a messer Rinaldo, il quale era suo amico, a pregarlo che venisse a lui, perché non gli mancherebbe, con la Signoria, né autorità né fede a farlo contento e securo, sanza sangue e danno de’ cittadini. [147] Persuaso pertanto messer Rinaldo da lo amico, si mosse con tutti quegli che armati lo seguitavano e ne andò a Santa Maria Novella, dove il papa dimorava. [148] Al quale il papa fece intendere la fede che’ Priori gli aveno data, e rimesso in lui ogni differenza che fusse infra loro; e che si ordinerebbono le cose, quando e’ posasse l’armi, come a quello paresse. [149] Messer Rinaldo, avendo veduto la freddezza di messer Palla e la leggerezza di Ridolfo Peruzzi, e confidando nella autorità del papa, si rimisse nelle braccia di quello: donde che il papa fece significare a Niccolò Barbadori e a gli altri, che fuori lo aspettavano, che andassero a posare l’armi, perché messer Rinaldo rimaneva con il pontefice a trattare l’accordo con i Signori; per la quale voce ciascuno si risolvé e si disarmò.

[150] I Priori pertanto, vedendo disarmata la parte, attenderono a praticare d’accordo per mezzo del papa, e dall’altro canto secretamente mandorono nella montagna di Pistoia per dumila fanti, e tutte le loro genti d’ar[mi] feciono venire di notte in Firenze; e presi con quelle i luoghi forti della città, chiamorono il popolo e creorono nuova balía. [151] La quale, come prima si ragunò, restituí Cosimo alla patria e gli altri che erano stati con lui confinati; e della parte avversa confinò messer Rinaldo degli Albizzi, Ridolfo Peruzzi, messer Palla Strozzi con molti altri cittadini, e in tanta quantità che poche terre in Italia rimasero dove non ne fusse mandati in esilio, e molte fuora d’Italia ne furono ripiene: tale che Firenze per simile accidente, non solamente si votò d’uomini, ma di ricchezze e di industria. [152] Il papa, vedendo tanta rovina contro a coloro che per i suoi prieghi avieno posate l’armi, ne fu malissimo contento e, per scusarsi della cosa, mandò per messer Rinaldo: si dolfe con lui della ingiuria fattagli, e lo confortò a pazienza e a sperare bene per la varietà della fortuna. [153] Al quale messer Rinaldo rispose: «La poca fede che coloro che mi dovevono credere mi hanno prestata, e la troppa che io ho prestata a voi, ha me e la mia parte, insieme con la libertà di questa città, disfatta; ma io mi dolgo piú di me stesso che di alcuno, poi che io credetti che voi, ch’eri stato cacciato della patria vostra, potessi mantenere me nella mia. [154] De’ giuochi della fortuna io ne ho assai buona sperienza, e, come io ho poco confidato nelle sua prosperità, cosí le avversità non mi muovono; e so che quando le piacerà, la mi si potrà mostra[re] piú lieta che ora: ma quando mai non le piaccia, io non mi curo di [vi]vere in [una] città dove abbino a potere meno le leggie che gli omini». E partito da...

FRAMMENTO VIII

[1] E’ parrà forse cosa da maravigliarsi che Filippo duca [di Mi]lano, dopo una rotta che Niccolò Piccino suo cap[itano] ebbe in Lombardia, non solamente non lasciasse la ossedione di Brescia, ma potesse, seguendo in quella, mandare Niccolò con uno esercito in Toscana a perturbare quella provincia. [2] Sarà ancora cosa piena d’ammirazione a coloro che sono poco delle azioni degli uomini investigatori, che poi che Niccolò prenominato fu rotto in Toscana e’ potesse piú presto rifarsi ed essere con uno esercito in Lombardia atto a tenere il conte Francesco in freno; che gli eserciti della lega vittoriosi ad Anghiari potessero seguire la vittoria e le reliquie dello esercito inimico spegnere. [3] Delle quali cose si p[o]ssono coloro massimamente maravigliare, i quali leggono come dopo tre rotte lo Imperio romano a gran fatica si sostenne, e quello de’ Cartaginesi dopo due, e il regno d’Asia e di Soria dopo una venne meno.

[4] Fu sempre è ragionevole sia il fine di coloro che muovono una guerra arricchire sé e impoverire il nimico, né per altro si cerca la vittoria né per altro gli acquisti si desiderano, che per fare sé potente e debile lo avversario. [5] Donde ne segue che qualunque volta o la tua vittoria t’impoverisce o lo acquisto ti indebolisce, conviene si trapassi o non si arrivi a quel termine per il quale le guerre si fanno. [6] Quello principe e quella republica è da le vittorie nella guerra arricchito, che spegne i nimici ed è delle prede e delle taglie signore; quello delle vittorie impoverisce che i nimici non può spegnere, e le prede e le taglie non a lui, ma ai suoi soldati appartengono. [7] Questo tale è nelle perdite infelice e nel-le vittorie infelicissimo, perché perdendo patisce le ingiurie che gli fanno i nimici, vincendo quelle che gli fanno gli amici; le quali, per essere meno ragionevoli, sono meno sopportabili, veggendo massime essere i suoi sudditi con taglie e nuove offese di raggravare necessitato: e se gli ha in sé alcuna umanità non si può di quella vittoria interamente contentare, delle quali tutti i suoi sudditi si contristono. [8] Solevono le antiche e bene ordinate republiche nelle vittorie loro riempiere d’oro e d’ariento l’erario, distribuire doni nel popolo, rimetter a’ sudditi e tributi e con giuochi e con solenne feste festeggiarli; ma quelle di quelli tempi che noi descriviano, prima votavono lo erario, di poi impoverivono il popolo, e de’ nimici tuoi non ti assicuravano. [9] Il che tutto nasceva da il disordine con il quale quelle guerre si trattava[no], perché spogliandosi solo i nimici vinti e non si ritenendo né ammazzando, tanto quell[i di]fferivono ad assalirti, quanto d’arme e cavagli a rivestirsi indugiavano. [10] Sendo di poi le taglie e la preda de’soldati, non si ne valevano i principi nelle nuove spense de’ nuovi soldi, ma delle viscere de’ suoi popoli le traevano, né partoriva altro la vittoria in benificio de’ popoli se non che la faceva il principe meno respettivo e piú sollecito ad aggravagli. [11] A tale arte quelli soldati avevano la guerra condotta, che ugualmente al vincitore e al vinto, a voler potere a sue genti comandare, nuovi danari bisognavano; perché l’uno aveva a rivestirgli, l’altro a premiarli: e come quelli sanza essere rimessi a cavallo non potevono, cosí quelli altri sanza nuovi premii combattere non volevano. [12] Di qui nasceva che l’uno godeva poco la vittoria, l’altro poco sentiva la perdita, perché il vinto era a tempo a rifarsi, e il vittorioso non era a tempo a seguire la vittoria.

[13] Questo disordine e perverso modo di milizia fece che Niccolò Piccino, dopo la rotta di Tenna e dopo che fu svaligiato a Verona, potette lasciare guardata la Lombardia e venire in Toscana con uno grosso esercito a perturbarla; e di poi, [r]otto ad Anghiari, potette subito con le sue medesime genti essere in Lombardia e al conte trarre di mano quella vittoria che gli aveva nella assenzia sua quasi che acquistata. [14] In quel tempo adunque che Niccolò Piccino riempieva di tumulti la Toscana, il duca si era ridotto in termine che dubitava dello stato suo e, avendo richiamato Niccolò, giudicando potere, differendo quello al venire, ricevere qualche danno irrecuperabile, per fare il conte meno caldo e piú respettivo ad offenderlo, ricorse a quello rimedio che molte volte gli era in simili termini giovato, e mandò Niccolò da Esti duca di Ferrara a Peschiera dove era il conte. [15] Il quale gli mostrò quanto il duca desiderava la pace, e quanto la guerra non era al conte a proposito, perché se il duca se indeboliva in modo che non potesse stare in su la guerra, egli sarebbe il primo che ne patirebbe, perché da’ Fiorentini e Viniziani sarebbe molto meno stimato. [16] E in testimonianza che ’l duca desiderava la pace, gli oferse la conclusione del parentado, e, perché non avesse a dubitare della fede, manderebbe la figliuola a Ferrara, ed egli gli prometteva, fatto lo accordo, darliene nelle mani. [17] Il conte rispose che, se il duca amasse la pace come egli diceva, la troverebbe facilm[e]nte, perché sapeva che i Viniziani e i Fiorentini la desideravono, ma non se gli poteva credere, perché non chiese mai pace se non necessitato, tanto che, mancato quelle necessità e’ ritorna alla guerra; e quanto al parentado, sendone stato tante volte beffato non poteva piú prestarne alcuna fede; nondimeno, concludendosi la pace, ne farebbe quanto da lui e dagli altri amici suoi ne fusse consigliato.

[18] I Viniziani, i quali de’ loro soldati nelle cose non ragionevoli sospettono, veggendo queste pratiche ne presono ragionevolmente suspizione grandissima, la quale il conte per cancellare seguiva la guerra gagliardamente. [19] Nondimeno l’animo a lui per ambizione e a’ Viniziani per sospetto era in modo intepidito, che quello restante della state si ferono poche imprese; talché, tornato Niccolò Piccino a Milano e di già cominciato il verno, tutti gli eserciti se ridussono alle stanze: il conte in Verona e nel veronese, il duca in Cremona, le genti fiorentine in Toscana e quelle del papa in Romagna. [20] Le quali, poi che le ebbono vinto ad Anghiari, credettono ricuperare Forlí e Bologna e non successe loro, per esser da Francesco Piccino difese. [21] Nondimeno la venuta di quelle dette tanto sospetto a’ Ravennati di non venire sotto lo imperio della Chiesa che, d’accordo con Ostasio di Polenta loro signore, si dierono a’ Viniziani; i quali, in guidardone della ricevuta terra, acciò che mai per alcun tempo di non potesse loro ragionevolmente tôrre quello che ingiustamente aveva loro dato, lo mandorno in Candia con uno suo figliolo a morire. [22] E al papa, ancora che gli avesse vinto ad Anghiari, mandando danari vendé il Borgo a San Sipolcro a’ Fiorentini. [23] Stando pertanto le cose in quello termine, sendo ciascuno mediante la vernata sicuro della guerra, non si pensava alla pace, e massime il duca, il quale essendo e da il verno e da Niccolò rassicurato, rotto ogni ragionamento con il conte, rimisse Niccolò con uno potente esercito a cavallo.

FRAMMENTO IX

[1] Avanti che il duca morisse, papa Niccola, dopo la sua assunzione al pontificato, cercò di creare pace infra i principi italiani, e per questo operò, co gli oratori che i Fiorentini gli mandorono nella creazione sua, che si facesse una dieta a Ferrara per trattare o lunga triegua, o ferma pace. [2] Convennono adunque in quella città il legato del papa, gli oratori viniziani, ducali e fiorentini; quelli di Alfonso non v’intervennono. [3] Trovavasi costui a Tiboli con assai genti a piè e a cavallo, e di quivi favoriva il duca; e si stima, poi che l’ebbono tirato dal canto loro il conte, che volessino apertamente i Viniziani e i Fiorentini assalire, e in quello tanto che ’l conte differisse a venire con le genti in Lombardia, intrattenevono la pratica della pace a Ferrara; dove il re non mandò, dicendo che ratificherebbe a quanto da il duca si concludessi. [4] La pace pertanto si praticò a Ferrara, e dopo molta disputa si concluse o una pace o una tregua per cinque anni, secondo che al duca paressi; ed essendo iti li oratori ducali a Milano per intendere la sua volontà, lo trovorono morto. [5] E benché i Milanesi volessino seguire lo accordo, i Viniziani non vollono, come quelli che presono speranza grandissima di occupare quello stato, veggendo massime come Lodi e Piacenza se gle erano subito date loro; talché gli speravono, o per forza o per accordo, potere in breve tempo spogliare Milano di tutto lo stato, e quello in modo opprimere che ancora esso si arrendesse, prima che alcuna altra potenza lo suvvenisse: e tanto piú si persuasono questo, quando viddono i Fiorentini implicarsi in guerra con il re Alfonso.

[6] Era quel re a Tiboli e, desiderando avere un piè sopra lo stato di Firenze prima che movessi la guerra, tenne trattato nella rocca di Cennina e quella occupò. [7] I Fiorentini, percossi da questo inopinato accidente e veggendo già il re mosso per venire a’ loro danni, si providono secondo il loro costume alla guerra: soldorono gente, creorono i Dieci. [8] Ma il re, sapiendo come quelli erano disarmati, venne in sul dominio di Siena e fece ogni suo sforzo per tirare quella città a’ suoi voleri: nondimeno stierono quelli cittadini fermi nella amicizia de’ Fiorentini, e non riceverno il re né sue genti né in Siena né in loro terre; provedevanlo bene di viveri, di che gli scusava la impotenza loro e la gagliardia del nimico. [9] Non parve al re entrare per la via di Valdarno, come prima aveva disegnato, sí per avere riperduta Cennina, sí perché di già i Fiorentini erano in qualche parte provisti di gente; e si dirizzò verso Volterra e molte castella nel volterrano occupò. [10] Di quivi n’andò in quello di Pisa: per i favori che li feciono Arrigo e Fazio de’ conti della Gherardesca prese alcune castella e da quelle assaltò Campiglia, la quale fu difesa; ma, sendo venuto il verno, lasciò il re nelle terre prese guardia da potere scorrere il paese, e si ritirò alle stanze in terra di Roma. [11] I Fiorentini, la vernata, con ogni studio si providono di gente, capi delle quali feciono Federigo signore di Urbino e Gismondo Malatesti da Rimino; e benché fra loro fusse discordia, nondimeno per la prudenza di Neri di Gino e di Bernardetto de’ Medici commissarii, si mantennono in modo uniti, che si uscí a campo sendo ancora il verno grande, e si ripresono le terre perdute nel pisano e Ripomaranzie in nel volterrano; e quelli del re, che scorrevono le maremme, si frenorono di sorte che con fatica potevono mantenere le terre date loro in guardia. [12] Ma venuta la state, i commissarii fiorentini feciono alto con tutte le loro genti allo Spedaletto, ch’erano 5000 cavalli e 200 fanti, e il re ne venne con le sue in numero di 10mila presso a Campiglia a 3 miglia: e quando si stimava tornassi a campeggiare Campiglia, si gittò a Piombino, sperando di averlo piú facilmente, per essere quella terra male provista e per giudicare quello acquisto a sé utilissimo e ai Fiorentini pernizioso: perché da quello luogo poteva consumare con una guerra lunga i Fiorentini, potendo tenerlo provisto per mare e infestare tutto il contado di Pisa. [13] Perciò dispiacque a’ Fiorentini questo assalto, e consigliatosi quello fusse da fare, giudicoro che, se si poteva stare con il campo nelle macchie di Campiglia, che il re sarebbe forzato partirsi o rotto o vituperato; e però armarono 4 galeazze ch’erano a Livorno, e con quelle messono 300 fanti in Piombino e posonsi alle Caldane, perché alle macchie non si giudicorono sufficienti di stare.

[14] Le vettovaglie avevano da le terre circumvicine in assai abbondanza, eccetto di vino, perché, non ne producendo il paese né potendo d’altronde condurlo, il campo ne pativa carestia: ma il re, da strami in fuora, abbondava d’ogni cosa, perché era per mare di tutto proveduto. [15] Cercorono i Fiorentini di vedere d’essere per mare proveduti mediante le quattro loro galeazze, e fattole venire cariche di vettovaglie, furono da sette galee del re incontrate, e dua prese e dua fugate. [16] Questa perdita fece perdere la speranza alle nostre genti del rinfrescamento; onde che piú che 150 saccomanni, per mancamento del vino, si fuggirono e ne andorono nel campo del re, e l’altre genti mormoreggiavano e apertamente dicevano non essere per stare in luoghi caldissimi, dove non era vino e cattiva acqua; tanto che i commissari deliberorono abandonare quello luogo, e volsonsi alla recuperazione di alcune castella che ancora restavano in mano al re. [17] Il quale, da l’altra parte, ancora che non patissi di viveri e fusse superiore di genti, si vedeva mancare, per essere il suo esercito ripieno di malattie che in quelli tempi i luoghi maremmani producono: e furono di qualità, che molti ne morivano e quasi tutti erano infermi. [18] Onde che si mosse pratiche di accordo, e lo arebbe fatto il re, se da i Fiorentini li fussi stato dato 5mila ducati e lasciato Piombino a discrezione. [19] La quale cosa praticata a Firenze, molti desiderosi della pace l’accettavano, affermando non sapere in che modo si potesse piú sostenere quella guerra, per le grandi spese si tirava dietro. [20] Ma Neri, andato a Firenze, in modo con le ragioni la sconfortò, che tutti d’accordo convennono a rifiutarla, e con il signore di Piombino convennono di prenderlo per raccomandato, e a tempo di pace e di guerra suvvenirlo, pure che non si abbandonassi e si volesse, come infino allora aveva fatto, difendere. [21] Intesa il re questa deliberazione e veduto, per lo infermo suo esercito, non potere acquistare la terra, si levò quasi che rotto da campo, dove lasciò piú che dumila uomini morti e molti ne men[ò] delli infermi, e, ritiratosi nel paese di Siena, dimoratovi non molti dí, se n’andò a Napoli tutto sdegnato contro a’ Fiorentini, minacciandoli, a tempo nuovo, di nuova guerra.

FRAMMENTO X

[1] «Noi non veniamo a te, o conte, per pregarti né per minacciarti, sapiendo che i prieghi degli animi ostinati non sono uditi e le minacce de’ meno potenti non sono temute, ma per ricordarti i benificii che tu hai dal popolo milanese ricevuti e dimostrarti con quanta ingratitudine tu gli hai ricompensati: acciò che, almeno infra tanti mali che noi sentiamo, si gusti qualche piacere per rimproverartegli. [2] E’ ti debbe ricordare benissimo quale erano le condizioni tua dopo la morte del duca Filippo: tu eri del papa e del re inimico, tu avevi abbandonati i Fiorentini e Viniziani, de’ quali, e per il giusto e fresco sdegno e per non avere quelli piú bisogno di te, eri quasi che nimico; trovaviti stracco della guerra avevi auta con la Chiesa, con poca gente, sanza amici, sanza danari; ed eri privo d’ogni speranze di potere mantenere li stati tuoi e l’antiqua tua reputazione. [3] Da le quali cose facilmente cadevi se non fusse stato la nostra semplicità: mossi da la reverenzia avavamo alla bona memoria del duca nostro, con il quale, avendo parentado e nuova amicizia, credavamo che ne’ suoi eredi passassi lo amore tuo, e che, se a’ benificii sui si aggiugnessino i nostri, dovesse questa amicizia non solamente essere ferma ma inseparabile; e perciò alle antiche convenzione, Verona o Brescia aggiugnemo. [4] Che piú potevamo noi darti e prometterti? E che potevi non dico da noi, ma in quelli tempi da ciascuno, non dico avere, ma desiderare? [5] Tu pertanto ricevesti da noi uno insperato bene e noi, per ricompenso, riceviamo da te uno insperato male. [6] Non ci possiamo pertanto essere d’altra colpa accusati, se non di avere confidato assai in quello in cui noi dovavamo confidare poco: perché la tua passata vita, lo animo tuo vasto, non contento ancora di alcuno grado né di alcuno stato, ci doveva ammunire; né dovavamo porre speranza in colui che aveva tradito il signore di Lucca, taglieggiato i Fioren[ti]ni e Vinizia[n]i, stimato poco il duca, vilipeso un re, e sopratutto Iddio e la Chiesa sua con tante ingiurie perseguitato. [7] Noi c’ingannamo pertanto se noi credavamo che il papa e i Viniziani fussino nel petto di Francesco Sforza di minore autorità ch’e Milanesi e si avessi ad osservare quella fede a noi che si era negli altri piú volte violata. [8] Nondimeno questa nostra poca prudenza, che accusa la ignoranza nostra, non scusa la perfidia tua, né purga quella infamia che le nostre giuste querele per tutto il mondo ti partoranno; né farà che il giusto stimolo della tua cons[c]ienza non ti perseguiti, quando quelle armi, state da noi arrotate e brunite per offendere e sbigottire altri, verranno a ferire ed ingiuriare noi: perché tu medesimo ti terrai degno di quella pena che i parricidi hanno meritata. [9] E quando pure l’ambizione ti acciecassi, il mondo tutto, testimone della iniquità tua, ti farà aprire gli occhi; farattegli aprire Iddio, se i pergiurii, se la violata fede, se i tradimenti gli dispiacciono, e se sempre, come in te infino ad ora per qualche occulto bene ha fatto, e’ non vorrà essere della iniquità e malvagità degli uomini amico. [10] Non ti promettere addunque la vittoria certa, perché la ti fia dalla giusta ira d’Iddio impedita; e noi siamo disposti con la morte perdere la libertà nostra, la quale, quando pure non potessimo difendere, ad ogni altro principe che a te la sottoporremo; e se pure i peccati nostri fussino tali che contro ad ogni nostra voglia ti venissimo in mano, abbi ferma fede che quel regno che sarà cominciato da te con infamia, finirà in te o ne’ tuoi figliuoli con danno e vituperio.

[11] Sogliono coloro che da uno alcuna cosa impetrare desiderano, con preghi, premii o minacce assalirlo, acciò, mosso o da la misericordia o da l’utile o da la paura, ad operare quanto da lui si desidera condescenda. [12] Ma nelli uomini crudeli e avarissimi, e secondo la opinione loro potenti, non vi avendo i prieghi né i premii né le minacce luogo alcuno, indarno si aff[at]icano coloro che credono o coi prieghi umiliarli, o con i premii guadagnargli, o con le minacce sbigottirgli. [13] Noi pertanto cognoscendo al presente la crudeltà, ambizione e superbia tua, vegnamo a te non per volere impetrare alcuna cosa né per credere, quando noi la volessimo, di ottenerla. [14] Né hai differito infino ad ora a dimostrarci lo iniquo animo tuo, perché non prima fusti delle nostre armi principe, che contro ad ogni iustizia ricevesti Pavia: il che ci doveva ammunire quale doveva essere il fine di questa tua amicizia, la qual cosa noi sopportamo pensando che quello acquisto dovessi empiere con la grandezza sua l’ambizione tua. [15] Heimé! che a coloro che desiderano possedere il tutto non puote la parte sodisfare. [16] Tu promettesti che noi gli acquisti dipoi da te fatti godessimo, perché sapevi bene quello che in molte volte ci davi, ci potevi in un tratto ritorre, come è stato dopo la vittoria di Carafaggio; la quale, preparata prima con il sangue e co’ danari nostri, fu con la nostra rovina conseguita. [17] O infelici quelle città che hanno, con la ambizione di chi le vi vuole opprimere, a difendere la libertà loro! E piú infelice quelle che sono, con l’armi mercennarie e infideli come le tue, necessitate a difendersi! [18] Vaglia almeno questo esempio a’ posteri, poiché quello di Tebe e di Filippo di Macedonia non è valuto a noi: il quale, dopo la vittoria avuta da’ nimici loro, di loro capitano diventò prima loro nimico e dipoi principe».

[19] Il conte, ancora che da ogni parte si sentisse da’ Milanesi morso, sanza dimostrarne o con le parole o con i gesti alcuna estraordinaria alterazione, rispose ch’era contento donare ai loro adirati animi la grave ingiuria delle loro poco savie parole, alle quali risponderebbe particularmente se si fusse davanti ad alcuni che delle loro differenzie dovesse essere iudice: perché si vedrebbe lui non avere ingiuriati i Milanesi, ma provedutosi che non potessino ingiuriare lui; e che sapevono bene come, dopo la vittoria di Carafaggio, si erano governati, e, in scambio di premiarlo di Verona o Brescia, cercavano di fare pace con i Viniziani per sentire soli i frutti della vittoria e volere che solo apresso di lui restassero i carichi della inimicizia, e presso loro il grado della pace e tutto l’utile che si era tratto della guerra. [20] In modo che quelli non si potevono dolere se il conte aveva fatto quello accordo che loro prima avevono tentato di fare; il che, se fusse vero o no, lo dimosterrà Iddio con il fine di quella guerra, per il quale vedranno quale di loro è piú suo amico e quale con maggiore iustizia arà combattuto.

FRAMMENTO XI

[1] Venuta adunque la nuova a Firenze di questo acquisto, ordinorono a’ loro oratori, ch’erano in cammino per andare a trattare accordo con il conte, che, in cambio di trattare quello, si rallegrassino con seco dello acquisto. [2] I quali da il duca furono ricevuti amorevolmente e copiosamente onorati, perché sapeva bene che contro alla potenza e ambizione de’ Viniziani non poteva avere piú fedeli né piú gagliardi amici de’ Fiorentini: i quali, avendo deposto il timore della casa de’ Visconti, si vedeva che aveno a combattere con le forze de’ Ragonesi e Viniziani; perché gli re di Napoli erano loro nimici per l’amicizia che sapevano che il popolo fiorentino aveva sempre con la casa di Francia tenuta, e i Viniziani cognoscevono come la paura che i Fiorentini aveno avuta de’ Visconti aveva fatta la republica viniziana potente in Lombardia, e come quella medesima paura potrebbe essere cagione di tôrre loro lo acquisto fatto, veggendogli massime amici al nuovo duca, ch’era loro nimico. [3] Fu addunque facil cosa che il re Alfonso e che i Viniziani si accordassino contro a’ comuni nimici, e si obligorono in uno medesimo tempo assalire il re e Fiorentini, e i Viniziani il duca. [4] E perché la lega con i Fiorentini e i Viniziani durava, e il re aveva, dopo la partita di Piombino, fatto pace con quegli, non parve loro da rompere la pace, se prima con qualche colore non si giustificasse la guerra. [5] E però l’uno e l’altro mandorono ambasciadori a Firenze, i quali per parte de’ loro signori feceno intendere la lega fatta essere non per offendere alcuno, ma per difendere gli stati: dolfonsi dipoi che i Fiorentini avevono dato passo per Lunigiana al signore Alessandro, fratello del duca, che con gente passasse in Lombardia, e di piú erano stati aiutatori e consigliatori dello accordo fatto intra il duca e il marchese di Mantova: le quali cose tutte affermavano essere contrarie allo stato loro e all’amicizia aveno insieme; e ricordavono loro che chi offende a torto, dà cagione ad altri di essere offeso a ragione, e che chi rompe la pace aspetti la guerra. [6] Fu commessa da la Signoria la risposta a Cosimo. [7] Il quale, con lunga orazione, riandò tutti i benifici fatti da la città sua alla republica viniziana, mostrò quanto imperio quella aveva, con i danari, con le genti e con il consiglio nostro acquistato, e ricordò loro che poi che de’ Fiorentini era venuta la cagione della amicizia, non mai verrebbe la cagione della nimicizia; lodò la pace fatta infra loro, quando la fussi fatta per pace e non per guerra di poi; e che, quanto alle dua querele, si maravigliava che di sí leggieri cosa e vana da una tanta republica se ne tenessi conto, e quando pure fussino degne di considerazione, eglino avieno ad intendere che volevono che ’l paese loro fusse libero a ciascuno, e che ’l duca era di qualità che, per fare amicizia con Mantova, non aveva né de’ favori né de’ consigli loro bisogno: ma dubitava che queste querele non avessero nascosto altro veleno che le non dimostravano; il che quando fusse, farebbono facilmente conoscere a ciascuno l’ami[ci]zia de’ Fiorentini quanto la è utile, tanto essere la inimicizia dannosa.

[8] Passò per allora la cosa leggermente, e parve per allora che gli oratori se ne andassero assai sodisfatti. [9] Nondimeno la lega fatta e i modi tenevono facevono piú tosto temere i Fiorentini e il duca di nuova guerra, che sperare ferma pace. [10] Pertanto i Fiorentini si collegorono con il duca, e con i Genovesi composono assai differenzie che per conto di rappresaglie e di mercatanzie erano fra loro. [11] Intanto si scoperse il malo animo de’ Viniziani, perché e’ feciono lega con i Sanesi e cacciorono tutti i Fiorentini e loro sudditi della città e dominio loro. [12] E poco appresso Alfonso fece il simile, sanza avere alla pace l’anno davanti fatta alcuno rispetto e sanza averne, non che giusta, ma colorita cagione. [13] Cercorono i Viniziani di acquistarsi i Bolognesi, e, fatti forti i fuoriusciti, gli missono con assai genti per le fogne, in Bologna: né prima si seppe l’entrata loro, che loro medesimi levassero il romore. [14] Al quale Santi Bentivogli sendosi desto, intese come tutta la città era da’ ribelli occupata, e benché fusse consigliato da molti che se ne andasse, nondimeno volle mostrare alla fortuna il viso, e prese l’arme e dette animo a’ suoi, e, fatto testa di alcuni amici, assalí parte de’ rebelli e, quelli rotti, molti ne ammazzò e il restante cacciò della città: dove per ciascuno fu giudicato avere fatto verissima pruova d’essere della casa de’ Bentivogli. [15] Queste opere e demostrazioni feciono in Firenze certa credenza della futura guerra; e perciò si volsono alle loro antiche e consuete difese, e creorono il magistrato de’ Dieci, e quali soldorono nuovi condottieri e mandorono oratori a Roma, a Napoli, a Vinegia, a Milano e a Siena per chiedere aiuti agli amici, guadagnarsi i dubii e scoprire i consigli de’ nimici. [16] Dal papa non si ritrasse altro che parole generali, e buona disposizione e conforti alla pace; dal re vane scuse dello avere licenziati i Fiorentini, offerendosi volere dare il salvo condotto a qualunque lo adimandassi: furono da lui al tutto i consigli della nuova guerra celati, ma non in maniera che gli ambasciadori non conoscesseno il malo animo suo. [17] Col duca si confermò la lega, e per suo mezzo si fece ancora lega con i Genovesi, non ostante che i Viniziani cercassero per ogni via di turbarla. [18] Né mancorono di suplicare allo imperadore di Gostantinopoli, che dovessi cacciare la nazione fiorentina del paese suo: con tanto odio presono questa guerra, e tanto poteva in loro la cupidità del dominare, che, sanza alcuno rispetto, volevono distruggere coloro che della loro grandezza erano stati cagione; ma da quello imperadore non furono intesi. [19] I Sanesi dettono agl’imbasciadori fiorentini buone parole, come quelli che temevano di non essere prima rovinati, che la lega li potesse defendere; e perciò parve loro di adormentare quelle armi che non potevono sostenere. [20] Volle il re e i Viniziani avanti il principio della guerra, stimavasi per giustificarla, mandare oratori a Firenze; e non volendo i Fiorentini recevere quello de’ Viniziani, non ne venne ancora quello del re.

[21] Nel mezzo di questi moti Federigo terzo imperadore passò in Italia e venne a Roma per coronarsi; e ad i 30 di gennaio nel ’51 entrò in Firenze con 1500 cavagli, dove fu onoratissimamente ricevuto; dove stette infino ad i 6 di febbraio, che partí per ire a Roma alla sua coronazione. [22] Dove coronato solennemente e celebrate le nozze con la imperadrice, la quale per mare era venuta a Roma, se ne ritornò verso la Magna; e di maggio passò di nuovo per Firenze, dove gli furono fatti i medesimi onori che alla venuta sua, e nel ritornarsene concesse Modona e Reggio al marchese di Ferrara. [23] Non mancorono i Fiorentini, in questo medesimo tempo, di prepararsi alla imminente guerra, e, per dare reputazione a loro e timore al nimico, feciono lega, insieme col duca di Milano, con il re di Francia, per difesa degli stati comuni; la quale con grande magnificenzia e letizia per tutta Italia pubblicorono. [24] Ma a’ Viniziani non parve tempo da differire la guerra, e di maggio nel 1452 assalirono il duca. [25] Era venuto il mese di maggio dello anno 1452, quando a’ Viniziani non parve da differire piú di rompere la guerra al duca, e con 16 mila cavagli e 6 mila fanti lo assalirono verso Lodi, e il marchese di Monferrato nel medesimo tempo, o per sua propria ambizione o spinto da’ Viniziani, lo assalí verso Alessandria. [26] Il duca, da l’altra parte, aveva messo insieme 18 [mila] cavalli e 3 mila fanti; e avendo provedute Alessandria e Lodi di genti, e cosí muniti tutti i luoghi dove i nimici lo potessino offendere, assalí con le sue genti il bresciano, dove fece a’ Viniziani danni grandissimi, e da ciascuna parte si predava il paese e le deboli ville si saccheggiavano. [27] Ma sendo rotto il marchese di Monferato ad Alessandria, il duca potette di poi con maggiori forze ostare a’ Viniziani e assalire il paese loro.

[28] Travagliandosi pertanto la guerra di Lombardia con varii ma deboli accidenti e poco degni di memoria, in Toscana nacque medesimamente la guerra del re Alfonso e de’ Fiorentini, la quale non si travagliò con maggiore pericolo né con maggiore virtú che si travagliasse quella di Lombardia. [29] Venne in Toscana Ferrando figliuolo d’Alfonso..., e capitano del suo esercito aveva Federigo signore di Urbino. [30] La prima loro impresa fu ch’eglino assalirono Foiano in Valdichiana, perché, avendo amici i Sanesi, entrorno da quella parte nello imperio fiorentino. [31] È il castello debole di mura, piccolo e perciò non pieno di molti uomini, ma secondo quelli tempi erano reputati feroci e fedeli. [32] Eranvi circa 200 soldati, mandati dalla Signoria in guardia d’esso, al quale don Fernando si accampò, e fu tanta o la gran virtú di quelli di dentro, o la poca sua, che non prima che dopo 36 dí lo occupò; il quale tempo dette commodità alla città di provedere gli altri luoghi di maggiore momento e di ragunare le loro genti e, meglio che non erano, alle difese ordinarsi. [33] Preso i nimici questo castello passorono nel Chianti, dove due piccole ville possedute da privati cittadini non posserono espugnare; donde che, lasciate quelle, se n’andorono a campo alla Castellina, castello posto nel Chianti, propingo a dieci miglia a Siena, debole per s[i]to e per arte; ma non potetteno però queste due debolezze superare la debolezza dello esercito che lo assalí; perché, dopo quaranta 4 giorni che vi stette intorno a combatterlo, se ne partí con vergogna: tanto erano quelli eserciti formidabili e quelle guerre pericolose, che quelle terre che oggi come luoghi impossibile a defendegli si abbandonano, allora come cose impossibili a pigliarsi si defendevano. [34] Nondimeno, mentre che don Ferrando stette con il campo in Chianti, fece assai correrie e assai prede nel dominio, e corse infino presso a 6 miglia alla città, con paura grande de’ sudditi e assai danno di quelli. [35] I Fiorentini in questi tempi, avendo condotte le loro genti in numero di circa 8 mila persone, sotto Astor da Faenza e Gismondo Malatesta, verso il castello di Colle, le tenevano discosto al nimico, temendo che le non venissino a giornata, giu[di]cando, non perdendo quella, non potere perdere la guerra; perché le piccole castella, perdendole, con la pace si recuperano, e delle terre grosse erano secure sapiendo che il nimico non era per assalirle. [36] Era ancora una armata del re, di circa 20 legni fra galee e fuste, ne’ mari di Pisa e, mentre che per terra la Castellina si combatteva, posono a la rocca di Vada, e quella per poca diligenzia del castellano occuporono; donde dipoi molestavono il paese: la quale molestia facilmente si levò via, per alcuni soldati che mandorono a Campiglia, i quali tenevano i nimici stretti alla marina.

[37] Il pontefice intra queste guerre non si travagliava se non in quanto egli credeva potere mettere accordo infra le parti; e benché e’ si astenessi da la guerra di fuori, fu per trovarla piú pericolosa in casa. [38] Viveva in quelli tempi uno messer Stefano Porcari, cittadino romano, per sangue e per dottrina, ma molto piú per eccellenzia di animo, nobile. [39] Desiderava costui, secondo il costume degli uomini che desiderono essere gloriosi, o fare o tentare almeno qualche cosa degna di memoria, e giudicò non potere tentare altro che trarre la patria sua delle mani de’ prelati e ridurla nello antico vivere; sperando per questo, quando gli riuscisse, essere chiamato nuovo fondatore e secondo padre di quella città. [40] Facevagli sperare di questa impresa felice fine i malvagi costumi de’ prelati e la mala contentezza de’ baroni e popolo romano; ma sopra tutto gliene dava speranza quelli versi del Petrarca, nella canzona che comincia Italia mia benché il parlare sia indarno, dove dice:

Sopra il monte Tarpeio, canzon, vedrai
Un cavalier che Italia tutta onora,
Pensoso piú d’altrui che di se stesso.

[41] Sapeva messer Stefano i poeti molte volte essere di spirito divino e profetico ripieni, tal che giudicava dovere ad ogni modo essere quella cosa di che il Petrarca in quelli versi profetizzava, ed essere lui quello che avessi ad essere di sí gloriosa impresa esecutore, parendogli per eloquenzia, per dottrina, per grazia e per amici, essere superiore ad ogni altro romano. [42] Caduto adunque in questo pensiero, non poté in modo cauto governarsi, che con il parlare, con l’usanze, con il modo del vivere, non si scoprisse; talmente che vene sospetto al pontefice, il quale, per torgli commodità a potere operare male, lo confinò a Bologna, e al governatore di quella città commisse che ciascuno giorno lo rassegnasse. [43] Non fu messer Stefano da questo primo intoppo sbigottito, anzi con maggiore studio seguitò la impresa sua; e per quelli mezzi potea piú cauti teneva pratiche con li amici, e piú volte andò e tornò da Roma con tanta celerità che gli era a tempo a rappresentarsi ad il governatore infra i termini comandati. [44] Ma dapoi che gli parve avere tirati assai uomini alla sua volontà, diliberò di non differire piú a tentare la cosa; e commisse a gli amici che erano in Roma che, in un tempo determinato, una splendida cena ordinassino, dove tutti i congiurati fussero chiamati, con ordine che ciascuno menasse seco i piú fidati amici, e promesse di essere con loro avanti che la cena fusse fornita. [45] Fu ordinato tutto secondo l’avviso suo, e messer Stefano era già comparso nella casa dove si cenava, tanto che, fornita la cena, vestito d’una ricchissima veste di drappo d’oro, con collane e altri ornamenti che gli davano maestà e reverenza, comparse fra loro e, quegli abbracciati, con una lunga orazione gli confortò a fermare l’animo e disporsi a sí gloriosa impresa. [46] Di poi divisò il modo: e ordinorono che una parte di loro, la mattina seguente, occupassino il palazzo del pontefice; un’altra, per Roma, chiamasse il popolo a l’arme. [47] Venne la cosa a notizia, la notte, al pontefice: alcuni dicono che fu per poca fede de’ congiurati, altri che si seppe essere messer Stefano in Roma. [48] Comunque e’ si fussi, il papa, la notte medesima che la cena si era fatta, fece pigliare messer Stefano con la maggior parte de’ congiurati, e dipoi, secondo che meritavano i falli loro, morire. [49] Cotal fine ebbe questo suo disegno: e veramente puote essere da qualcuno la costui intenzione lodata, ma da ciascuno sarà sempre il giudicio biasimato, perché simil cose, se le hanno in loro nel pensarle alcuna ombra di gloria, hanno nello esequirle quasi sempre certissimo danno.

[50] Era già durata la guerra quasi che uno anno, ed era venuto l’anno 1453 e il tempo che si riducono gli eserciti alla campagna; nel quale tempo era venuto al soccorso de’ Fiorentini il signore Alessandro Sforza, fratello del duca, con 2000 cavagli, e per questo, essendo lo esercito de’ Fiorentini accresciuto e quello del re, per difetto di danari, in parte diminuito, parve a’ Fiorentini di andare a recuperare le cose perse. [51] E riprese alcune castella perdute in Chiante, recuperò Foiano, il quale fu per poca cura de’ commissarii saccheggiato; tanto che, essendo dispersi gli abitatori, con difficultà grande vi tornorono ad abitare; dove per condurgli, convenne di esenzioni e altri premii riempiergli. [52] La rocca di Vada ancora si racquistò, perché i nimici, veggendo di non poterla tenere, l’arsono e ruinorno. [53] E mentre che queste cose da lo esercito fiorentino erano operate, lo esercito ragunese si era ridotto propinquo a Siena, e scorreva molte volte nel fiorentino, dove faceva ruberie, tumulti e spaventi grandissimi; né mancò quel re di vedere se poteva per altra via divertire le forze de’ nimici e per nuovi travagli e assalti invilirgli. [54] Era signore di Val di Bagno Gherardo Gambacorti, il quale, per consuetudine e per obbligo, era stato sempre, insieme con i suoi passati, o soldato o raccomandato de’ Fiorentini. [55] Con costui tene pratica il re Alfonso, che gli desse quello stato ed egli all’incontro d’un altro stato nel Regno lo ricompensasse. [56] Questa pratica fu rivelata a Firenze, e, per iscoprire lo animo suo, se gli mandò uno ambasciadore, il quale li ricordassi gli obblighi de’passati e suoi, e lo confortasse a seguire nella fede con quella republica. [57] Mostrò Gherardo maravigliarsi, e con giuramenti gravi affermò mai sí scelerato pensiero essergli caduto nello animo; e che verrebbe in p[er]sona a Firenze a farsi pegno della fede sua; ma sendo indisposto, quello che non poteva fare egli farebbe fare al figliuolo, il quale come statico consegnò a lo ’mbasciadore, che a Firenze seco ne lo menasse. [58] Queste parole e questa demostrazione feciono a’ Fiorentini credere che Gherardo dicesse il vero [e lo accusato-re suo] essere stato bugiardo e [vano; e perciò] riposaronsi sopra questo pensiero. [59] Gherardo con maggiore instanzia seguitò con il re le pratiche; le quale concluse, il re mandò in Val di Bagno frate Puccio, cavaliere di Rodi, con assai genti, a prendere delle rocche e delle terre di Gherardo la possessione. [60] Ma quelli populi di Bagno, sendo alla republica fiorentina affezionati, con dispiacere promettevano ubbidienza a’ commissarii del re. [61] Aveva già presa frate Puccio quasi la possessione di tutto quello stato, solo gli mancava di insignorirsi della rocca di Corzano. [62] Era [con] Gherardo, mentre faceva tale consegnazione, infra i suoi che gli erano d’intor[no], Antonio Gualandi, giovane pisano e ardito, a cui questo tradimento di Gherardo dispiaceva; e considerato il sito della fortezza e gli uomini che vi erano in guardia, e conosciuto nel viso e ne’ gesti la mala loro contentezza per tale consignazione, e tornandosi Gherardo alla porta per intromettere le genti ragonese, si gira Antonio verso il di drento della rocca e spinse con ambo mani Gherardo fuori di quella: e ad un tratto gridò il nome fiorentino, e alle guardie comandò che sopra il volto di sí scelerato uomo quella fortezza serrassero e alla republica fiorentina la conservassero. [63] Questo romore come fu udito in Bagno e nelli altri luoghi vicini, ciascuno di quelli popoli prese l’armi contro a’ ragonesi e, ritte le bandiere di Firenze, quelli ne cacciorono. [64] Questa cosa intesa a Firenze, i Fiorentini il figliuolo di Gherardo mandato per statico imprigionorono, e a Bagno mandorono genti, che quello paese per la loro republica defendessero e reducessero in vicariato. [65] Da l’altra parte Gherardo, traditore de’ suoi signori e del figliuolo, con fatica poté fuggire e lasciò la donna e sua brigata, con tutte le sue sustanze, nelle mani de’ nimici. [66] Fu stimato assai in Firenze questo accidente, perché se riusciva al re di quello paese insignorirsi, poteva, con poca sua spesa, a sua posta correre in Casentino e in Val di Tevere; dove arebbe dato tanta noia alla republica, che non arebbono i Fiorentini potuto le loro forze tutte allo esercito ragonese, che era a Siena, opporre.

[67] Avevano i Fiorentini, oltre a questi apparati fatti in Italia per reprimere le forze della inimica lega, mandato messer Agnolo Acciaioli loro oratore ad el re di Francia, a trattare con quello che dessi facultate ad el re Rinato d’Angiò di venire in Italia allo acquisto del regno di Napoli, e per questo la lega gli prometteva aiuto di genti e di danari. [68] E cosí, mentre che in Italia la guerra in Lombardia e in Toscana, secondo che di sopra abbiamo detto, si travagliava, l’imbasciadore concluse accordo con il re Rinato, che dovesse venire in Italia per tutto il mese di giugno con 2400 cavagli; e doveva avere da la lega, arrivato in Alessandria, 30mila fiorini, e di poi, durante la guerra, diecimila per ciascuno mese. [69] Volendo adunque questo re, per virtú di questo accordo, passare in Italia, era da il duca di Savoia e marchese di Monferrato ritenuto, i quali, sendo amici de’ Viniziani, non li permettevano il passo; onde che il re da lo ’mbasciadore fiorentino fu confortato ad andarne in Provenza, e per mare, con alquanti de’ suoi, scendere in Italia; e che, per dare reputazione a gli amici, operassi con nunzii e con lettere con il re di Francia, che le genti sua potessero per la Savoia passare. [70] E cosí come fu ordinato successe; perché Rinato per mare si condusse in Italia, e le sue genti, a’ preghi del re, furono ricevute in Savoia. [71] Fu el re Rinato ricevuto da il duca Francesco onoratissimamente; e ragunato le gente franzese e italiane insieme, assalirono con tanto terrore i Vini[ziani], che in poco tempo tutte le terre che quelli avevano prese nel cremonese, recuperorono: né contenti a questo, occuporono ancora quasi tutto il bresciano: e l’esercito viniziano, come se paura avesse a stare in campagna, propinquo alle mura di Brescia si era ridutto. [72] Era già venuto il verno, onde parve ad il duca di ridurre gli eserciti alle stanze, e al re Rinato consegnò li alloggiamenti a Piacenza. [73] E cosí, dimorato il verno del 1453 sanza fare alcuna impresa, quando la istate veniva e che si stimava uscire alla campagna e spogliare i Viniziani dello stato loro di terra, il re Rinato fece intendere al duca come egli era necessitato ritornarsene in Francia. [74] Fu questa deliberazione al duca nuova e inespettata, e perciò ne prese dispiacere grande; e benché subito andassi da quello a dissuaderli la partita, non possé né per preg[hi] né per promesse rimuoverlo; ma solo promisse lasciare parte delle sue genti, e mandare Giovanni suo figliuolo, che per lui fusse a’ servizii della lega. [75] Non dispiacque questa partita a’ Fiorentini, come quelli che, avendo recuperate le loro castella, non temevono piú il re, e, da l’altra parte, non desideravono che il duca altro che le sua terre in Lombardia ricuperasse. [76] Partisse pertanto Rinato e mandò il suo figliuolo, come aveva promesso, in Italia; il quale non si posò in Lombardia, ma ne venne a Firenze, dove onoratissimamente fu ricevuto.

[77] La partita del re fece che il duca volentieri si voltò alla pace, e i Viniziani, Alfonso e Fiorentini, per essere tutti stracchi, la desideravano; e il papa con ogni instanza la cercava, perché questo medesimo anno Maumetto Gran Turco aveva preso Gostantinopoli e insignoritosi al tutto di Grecia: il quale acquisto isbigottí tutti i cristiani, e piú che ciascun altro i Viniziani e il papa, parendo a ciascuno di questi già sentire le sue armi in Italia. [78] Pregò pertanto il papa i potentati italiani che fussero contenti mandaregli oratori, con autorità di fermare una universale pace; i quali tutti vi mandorono. [79] E venuti insieme a’ meriti della cosa, ci si trovava dificultà; perché il re voleva che i Fiorentini lo rifacessino delle spese fatte in quella guerra, e i Fiorentini volevono essere rifatti loro; i Viniziani domandavano al duca Cremona, il duca a loro Bercamo, Brescia e Crema: talché queste difficultà pareva fussero impossibile a resolversi. [80] Nondimeno quello che a Roma fra molti pareva difficile a fare, a Milano e a Vinegia infra duoi fu facilissimo: perché, mentre che le pratiche di Roma si tenevano, il duca e i Vi[n]iziani infra loro, ad i nove d’aprile nel 1454, la conclusono: dove ciascuno ritornò nelle terre teneva avanti la guerra, e al duca fu permesso potere recuperare le terre gli avieno occupate i principi di Monferrato e Savoia; ed agli altri italiani principi fu un mese al ratificarla concesso. [81] Il papa e i Fiorentini, e con loro Sanesi e altri minori principi, fra il tempo la ratificoro-no; né contenti a questo, si fermò fra i Fiorentini, duca e Viniziani particularmente, pace per anni 25. [82] Mostrò solamente il re Alfonso, delli princip[i] d’Italia, essere di questa pace male contento; parendogli fusse fatta con poco sua reputazione, avendo ad essere in essa, non come principale, ma come aderente; e però stette molti mesi sospeso, sanza lasciarsi intendere. [83] Pure, avuto da il papa e da gli altri molte solenne ambascerie, si lascia da quelli, e massime dal pontefice, persuadere; ed entrò in questa lega con il figliuolo per anni 30, e feciono doppio parentado e doppie nozze, dando e togliendo le figliuole l’uno dell’altro per i loro figliuoli: nondimeno, acciò che in Italia restassero i semi della guerra, non consentí fare la pace, se prima da’ collegati non gli fu concessa licenza di potere, sanza loro ingiuria, fare guerra a’ Genovesi, a Gismondo Malatesti e a Astorre principe di Faenza. [84] E fatto questo accordo, Ferrando suo figliuolo, il quale si trovava a Siena, se ne tornò nel Regno, avendo fatto per la venuta sua in Toscana nessuno acquisto di imperio e assai perdita [di sue] genti.

[85] Sendo seguita questa pace universale, si temeva solo [che il re Alfonso per la nimici]zia aveva con i Genovesi non la turbasse; ma il fatto andò altrimenti, perché non da il re, ma, come sempre per lo adiretro era intervenuto, da la ambizione de’ soldati mercennarii fu perturbata. [86] Aveno i Viniziani, come è costume, fatta la pace, licenziato da’ loro soldi Iacopo Piccinino loro condottiere; con il quale aggiuntosi alcuni altri, passò in Romagna e di quindi nel sanese, dove fermatosi, mosse loro guerra; e si dubitò assai che con il consenso di Alfonso non la movesse, e prese Iacopo alcune loro castella del sanese. [87] Al principio dell’anno 1455 morí papa Niccola, e a lui fu fatto successore Calisto terzo. [88] Il quale, per levarsi la propinqua guerra d’intorno, fatto quanta gente po-té, e accozzatole con gente del duca e de’ Fiorentini, sotto Giovanni conte di Ventimiglia le mandò in aiuto a’ Sanesi. [89] Le quale andorno a trovare Iacopo Piccinino e, venuti alla zuffa propinqui a Bolsena, non ostante che il Ventimiglia restassi prigione, nondimeno Iacopo ne rimase perdente, e come rotto si ridusse a Castiglione della Pescaia; e se non fussi stato da Alfonso suvvenuto di danari, vi rimaneva rotto. [90] Nondimeno, parendo a quel re essere scoperto, per riconciliarsi i collegati con la pace, che si aveva quasi con questa debile guerra alienati, operò che Iacopo restituisse a’ Sanesi le terre occupate loro, e quelli gli dessero 20mila fiorini, e Iacopo con le sue genti ricevette nel Regno. [91] In questo tempo, ancora che il papa pensasse a frenare Iacopo Piccinino, non mancò di ordinarsi a potere suvvenire alla cristianità, che si vedeva ch’era per essere da i Turchi oppressata; e perciò mandò per tutte le provincie cristiane oratori e predicatori, a persuadere a’ principi e a’ popoli che si armassero in [fav]ore della loro religione, e con danari e con la persona la impresa contro al comune inimico di quella favorissero; tanto che in Firenze si ferono assai lemosine; assai ancora si segnorono d’una croce rossa, per essere presti con la persona a quella guerra. [92] Fecionsi solenne processioni; né si mancò, e per il publico e per il privato, di mostrare di volere essere intra primi cristiani, con il consiglio, con i danari e con gli uomini, a tale impresa. [93] Ma questa caldezza della crociata fu raffrenata alquanto da una nuova che venne; come, sendo il Turco con lo esercito suo a Belgrado, castello posto in Ungheria sopra il fiume del Danubio, vi era stato dagli Ungheri rotto e ferito: talmente che, essen-do in nel pontefice e ne’ cristiani cessata in parte quella paura ch’eglino avieno per la perdita di Gostantinopoli conceputa, si procedé, nelle preparazioni che si facevano da il papa per la guerra, piú tiepidamente, e in Ungheria medesimamente, per la morte di Giovan Vaivoda capitano di quella vittoria, raffreddorono.

FRAMMENTO XII

[1] Era il re Alfonso, come di sopra dicemo, male contento della pace; e poi che la guerra, la quale gli aveva fatta muovere da Iacopo Piccinino ai Sanesi sanza alcuna ragionevole cagione, non aveva mosso alcuno tumulto, volle vedere quello che partoriva quella che, secondo le convenzioni della lega, posseva muovere. [2] E perciò, l’anno 1456, mosse, per mare e per terra, guerra a’ Genovesi, per rendere lo stato a gli Adorni e privarne i Fregosi, che allora governavano; e da l’altra parte fece passa-re il Tronto a Iacopo Piccinino, contro a Gismondo Malatesti. [3] Costui, per avere fornito bene le sue terre, stimò poco lo assalto di Iacopo; talmente che da questa parte l’impresa del re non fece alcuno effetto, ma quella di Genova partorí a lui e al suo regno piú guerra che non arebbe voluto. [4] Era allora duce di Genova Pietro Fregoso. [5] Costui, dubitando non potere sustenere l’impeto del re, deliberò quelle cose che non poteva tenere, donarle almeno a quello che qualche volte gliene potesse iusto premio rendere. [6] Mandò pertanto imbasciadori a Carlo re di Francia, e li offerí la signoria e imperio di Genova. [7] Accettò Carlo la oferta, e a pigliare la tenuta di quella città vi mandò Giovanni d’Angiò figliuolo del re Rinato, il quali di poco tempo avanti si era partito da Firenze e ritornato in Francia. [8] E credeva Carlo che Giovanni, per avere presi assai costumi italiani, potesse meglio governare quella città; e parte giudicava che di quindi potesse pensare alla impresa di Napoli, del quale regno Rinato suo padre era stato da Alfonso spogliato. [9] Andò pertanto Giovanni a Genova, dove fu ricevuto come principe e datogli nelle mani le fortezze dello stato e della città.

[10] Dispiacque ad Alfonso questa deliberazione presa da’ Genovesi, parendogli aversi concitato troppo importante nimico: non di meno, non sbigottito per questo, seguiva con franco animo la impresa, e aveva già la sua armata sotto Villa Marina a Portofino, e per terra l’esercito aveva passato Rapalle, quando, preso da una subita infermità, morí. [11] Rimasono per questa morte Giovanni e i Genovesi liberi da la guerra. [12] E Fernando, il quale successe nel regno del padre, era pieno di sospetto, avendo un nimico di tanta reputazione in Italia, e dubitando della fede di molti suoi baroni, che, disiderosi di cose nuove, a i Franzesi non si aderissino; temeva ancora ’l papa, l’ambizione del quale cognosceva, che, per essere nuovo nel regno, non disegnassi spogliarlo di quello. [13] Solo sperava nel duca di Milano, il quale non era manco anzio delle cose del Regno che si fusse Ferrando, perché dubitava che, quando i Franzesi se ne fussero insignoriti, non disegnassero [d’]occupare ancora lo stato di Milano; il quale sapeva come e’ credevono possere, come cosa che a loro appartenessi, domandare. [14] Mandò pertanto, subito dopo la morte d’Alfonso, lettere e gente a Ferrando: queste per darli e aiuto e reputazione, quelle per confortarlo a fare buono animo, significandogli che non era, in alcuna cosa necessaria, per abbandonarlo. [15] Il papa, dopo la morte d’Alfonso, pensò di dare quel regno a Pietro Lodovico Borgia suo nipote; e per adonestare quella impresa e avere piú concorso con li altri principi d’Italia, diceva che lo voleva sotto la sedia della Chiesa romana ridurre; e per questo persuadeva al duca che non dovesse prestare alcun favore a Ferrando, offerendogli le terre che già in quel regno possedeva. [16] Ma nel mezzo di questi pensieri e nuovi travagli, Calisto morí, e successe al pontificato Pio secondo, di nazione...

FRAMMENTO XIII

[1] Tenevano Genova i Fregosi, teneva il re di Francia Savona e, desperato di potere favorire Giovanni, la concesse al duca Francesco; il quale fece con lo aiuto degli Adorni la ’mpresa e s’insignorí di Genova. [2] Cercavano assicurarsi il duca e il re, il re fece incarcerare il duca di Sessa; restava Iacopo Piccino, il quale, temendo del re per lo esemplo di quelli, se n’andò a Milano, dove fu ricevuto con tanta letizia del popolo, che fece crescere la voglia al duca di spegnerlo, ma per colorire gli fece firmare il matrimonio con Drusiana sua figliuola.

[3] Aveva in questo mezzo papa Pio composte le cose di Romagna, ed essendo tutte le guerre in Italia spente, s’indirizzò alla impresa contro a’ Turchi: deliberò di passare con lo esercito cristiano contro al Turco e collegosse con il re Mattia d’Ungheria e con Filippo duca di Borgogna, i quali faceva capi della impresa. [4] Il duca di Milano promisse mandare Lodovico suo figliuolo con gente alla impresa, e i Viniziani provedere alle galee per passare in Stiavonia. [5] Condussinsi il papa in Ancona, dove concorse assai gente e di quelle mandate da i principi e di quelli che spontaneamente erano venuti per combattere per la fede, credendo trovare ordini da potere vivere. [6] Ma venuti non vi trovavono né danari né da vivere, di modo che, crescendo ogni dí il disordine, crebbe al papa il dolore e la infirmità, in modo che si morí e la impresa se n’andò in fumo. [7] Fu fatto suo successore Paulo secondo di nazione viniziano, l’anno ’65.

[8] Dimorando Iacopo Piccinino a Napoli, tenne pratica con il re per il mezzo del duca di condursi a’ suoi soldi e, fatta la conclusione, insieme con uno oratore ducale ne andò a Napoli, dove ricevuto lietamente vi dimorò molti giorni. [9] Ma avendo domandato licenza per gire a Salmona dove aveva le sue genti, fu convitato dal re e, dopo il convito, lui e Francesco suo figliuolo imprigionato, e di poi a poco tempo morto. [10] Morí nel sessantasei il duca di Milano Francesco Sforza ... [11] i falliti per rivolere i suoi danari le querele de’ cittadini: messer Luca Pitti, messer Agnolo Acciaioli, messer Dietisalvi, Niccolò Soderini: Niccodemo oratore del duca, venne in tanta nimicizia con messer Dietisalvi che per paura e’ si ebbe a fuggire di Firenze: le nozze di Lorenzo della Clarice.

[12] La giostra di Lorenzo, nel ’65, e la festa de’ Magi: la casa di Erode a San Marco e tre re in ogni quartiere uno: i quali di poi si movevano e in piazza si raccozzavano, e tre loro oratori alla Signoria mandavano, la quale da molti nobili cittadini gli faceva incontrare: andavono di poi alla casa di Erode e parlavogli, mostrandogli la cagione della sua venuta e presentati a le loro tende e se ne tornavono. [13] Vennono due cose che scopersono la volontà de’ cittadini contro a Piero: il fine della balía e la morte di Francesco Sforza.

[14] Desiderava Piero che l’autorità della balía si riassummesse, a che messer Luca e i suoi si opposorno; desiderava ancora che i 40mila ducati che si erano dati l’anno al conte Francesco si dessino a Galeazzo suo figliuolo. [15] Queste cose aprirono gli amici de’ Medici nella Crocetta, gli avversari nella Pietà si riducevano.

[16] Aveva messer Agnolo Acciaioli dato ’n donna a Raffaello suo figliuolo la Lessandra di Iacopo de’ Bardi con grande dota, la quale o che la lo meritasse o no era da il suocero e dal marito male trattata; donde che Lorenzo di Larione suo affine era venuto con armati per lei e trattala di casa. [17] Fu rimessa la causa in Cosimo, il quale giudicò che messer Agnolo le dovesse restituire la dota e di poi fusse nello arbitrio della fanciulla ritornare al marito: questa cosa aveva fatto indegnare messer Agnolo. [18] Erano cagioni diverse che movevano costoro: Niccolò Soderini voleva che si vivesse in libertà e che i Consigli i magistrati secondo le leggie governassero; di quelli altri tre, ciascheduno desiderava il principato: quello voleva una cosa che non poteva fare; quelli altri, mentre che non si accordorono del capo, perderono l’occasione del vincere.

[19] Non volevano messer Luca e i suoi che si dessino danari a Galeazzo, e dicevano non in lui ma con Francesco essere fatta l’amicizia, sí che, morto Francesco, morto l’obbligo; né ci era cagione di risucitarlo, perché in costui non era quella virtú e per conseguente quello utile né quella speranza, e che da Francesco si era auto nonnulla, e che da costui si arebbe meno; e se alcuno cittadino lo voleva soldare per la potenzia sua, questo veniva contro al vivere civile e alla libertà della città. [20] Piero diceva allo incontro che non era bene una amicizia tanto necessaria per avarizia perdersela; perché niuna cosa era tanto salutifera alla republica e a tutta Italia che essere collegati con il duca, acciò che i Viniziani, veggendo loro uniti, non sperino di opprimere quel ducato o per finta amicizia o per aperta guerra: perché non prima sentiranno i Fiorentini essere alienati da lui, ch’egli aranno l’arme in mano contro a quel duca, il quale trovando giovane, nuovo nello stato e sanza amici, facilmente se lo potranno o con inganno o con forza guadagnare; e nell’uno e nell’altro caso vi si vedeva la rovina della republica.

[21] Non erano accettate queste ragioni, e le inimicizie cominciorono a dimostrarsi aperte, e la notte in quelle compagnie si facevono i consigli in pernizie dello altro, e pubblicavano due cagioni: i Medici si volevono mantenere nell’antica reputazione loro, quelli altri ridurre la republica in libertà. [22] Crebbe la indegnazione contro a Piero che dette la Clarice degli Orsini a Lorenzo suo figliuolo, onde che i cittadini piú si ristrinsono insieme e con maggiore rabbia perseguitavono Piero; e convenuti di notte insieme nella compagnia della Pietà, prima si dolfono della avarizia di Piero e della sua ambizione, e come e’ si vedeva, avendo rifiutato per il figliuolo un parentado fiorentino, che la città piú come cittadino non lo capeva, onde che quello si ordinava ad occupare il principato: perché chi vuole i suoi cittadini per servi non gli vuole per parenti, ed è ragionevole che non gli abbia amici. [23] Pareva loro avere la vittoria in mano, perché la maggiore parte de’ cittadini, ingannati da quel nome della libertà che costoro aveno preso per loro insegna, gli seguiria: e di loro mano si erano sottoscritti. [24] Piaceva pertanto a ciascuno il diminuire la potenzia de’ Medici, ma erano di due opinioni. [25] Una parte, e questa era la piú modesta e piú savia, voleva che poi che gli era finita l’autorità della balía, che si attendessi ad ostare che la non si riassumessi; e, fatto questo, ci era la intenzione di ciascuno, perché i Consigli e i magistrati governerebbono la città, e in poco tempo l’autorità di Piero si veniva a spegnere, e verrebbe, con la perdita della reputazione dello stato, a perdere il credito nelle mercatanzie: perché lo stato suo era in termine che, se si teneva forte che non si potesse valere del publico, egli era necessitato a fallire, il che come fusse seguito non ci era piú periculo alcuno di lui e venivasi ad avere riavuto lo stato sanza esilio e sanza sangue, il che ogni buono cittadino doveva desiderare. [26] Ma, se si cercava di adoperare la forza, ci si poteva portare molti periculi, perché tale lascia cadere uno che cade da sé, che se gli è spinto da altri lo sostiene. [27] Oltre a di questo, quando e’ non si ordinasse alcuna cosa contro a di lui, non arebbe cagione né di armarsi né di cercare amici: perché quando sanza cagione e’ s’armasse o cercasse per lo estraordinario amici, lo farebbe con tanto suo carico e genererebbe in ogni uomo tanto sospetto, che farebbe a sé piú facile la ruina e ad altri la cagione di opprimerla. [28] Ad alcuni altri non piaceva questa lunghezza, affermando che il tempo era per favorire lui e non loro; perché, se si volgevono ad essere contenti alle cose ordinarie, Piero non portava pericolo alcuno e loro ne correvono mille: perché i magistrati suoi nimici gli lasceranno godere la città e gli amici lo faranno principe con la rovina loro, come seguí nel ’58. [29] E perciò, mentre che gli uomini erano infiammati contro di lui, conveniva opprimerlo. [30] Il modo era armarsi dentro e fuori, e soldare il marchese di Ferrara per non essere disarmato; e quando la sorte dessi di avere una Signoria amica, essere parati ad assicurarsene. [31] Rimasono pertanto in questa sentenza, che si aspettasse la nuova Signoria e second’a quella governarsi. [32] Queste pratiche furono revelate a Piero da ser Niccolò Fedini: mostrogli la listra de soscritti. [33] Sbigottissi Piero e, consigliatosi con gli amici, e deliberò che anche loro soscrivessero, in modo che molti cittadini si soscrissono da l’una parte e da l’altra.

[34] Intanto venne il tempo della tratta, fu fatto gonfaloniere Niccolò Soderini e fu accompagnato da tutto il popolo. [35] Fugli messo innanti facessi uno nuovo squittino, e fu ingannato da messer Tommaso suo fratello, consumò il tempo in chiacchere [e] gli fu lasciato consumare per invidia da i suoi. [36] Uscito del magistrato, lasciato lo squittino imperfetto, la parte di Piero si risentí; onde quelli altri si ristrinsono insieme e, quello che gli non aveno voluto fare per via de magistrati, pensorono nel principio di settembre di fare per forza; e rimasono di fare ammazzare Piero che infermo si trovava a Careggi, e fare venire il duca di Ferrara con le genti verso la città, ed eglino dopo la morte di Piero, venire in piazza e fare che la Signoria formassi uno stato secondo la volontà loro: perché sebene tutta la Signoria non era loro amica, speravono quella parte farla calare per paura. [37] Queste cose furono significate a Piero, e messer Dietisalvi per celare meglio l’animo suo lo vicitava spesso, e ragionavagli dell’unione della città e consigliavalo, ed egli mostrava di accettare i consigli. [38] Tentò Francesco Neroni, fratello di messer Dietisalvi, messer Domenico Martelli, il quale conferí ogni cosa con Piero. [39] Parve a Piero di essere il primo a prendere l’armi, e, per avere occasione a farlo, mostrò avere avuto una lettera da messer Giovanni Bentivogli principe in Bologna, come Ercule Estense duca di Ferrara si trovava sopra Fiume Albo e che publicamente dicevano venire a Firenze. [40] Pertanto Piero sopra questo avviso prese l’armi, e in mezzo d’una grande multitudine di armati ne venne a Firenze, e cosí tutta la parte sua si armò e la avversa fece il simile, ma con migliore ordine e migliore...

FRAMMENTO XIV

[1] ... e dipoi, secondo la prudenza sua consigliarlo. [2] Promesse messer Dietisalvi di usare in ogni cosa conveniente diligenzia, e di poi con quella fede e amore avvertirlo, quale meritava la confidenza che suo padre ed egli aveva in lui. [3]Venuti pertanto da ogni parte i calculi, cognobbe messer Dietisalvi, per quelli, essere in ogni parte molti disordini, e subito, come colui che piú lo strigneva l’ambizione propria che lo amore di Piero o gli antichi benificii da Cosimo avuti, pensò che fusse facile torgli la reputazione, e privarlo di quello stato che il padre come ereditario aveva lasciato. [4] Venne pertanto messer Dietisalvi a Piero, con un consiglio che pareva tutto onesto e ragionevole, ma sotto vi era nascoso la [r]uina sua. [5] E prima gli mostrò il disordine delle sue cose, e a quanti danari era necessario provedere, non volendo perdere, con il credito, la reputazione delle sustanze e dello stato; e perciò gli disse che non poteva con maggiore onestà rimediare a’ disordini suoi, che vedere di fare vivi quelli danari che suo padre doveva avere da molti, cosí forestieri come cittadini: perché Cosimo, per acquistarsi partigiani in Firenze e amici di fuora, in fare parte a ciascuno delle sue sustanze fue liberalissimo; in modo che quello di che per queste cagioni era creditore, ascendeva ad una somma di danari non piccola né di poca importanza. [6] Parve a Piero il consigl[io] buono e onesto, volendo a’ disordini suoi rimediare con il suo; [ma subito] che gli ordinò che questi danari se domandassero, i cittadini, come se [quello volesse] tôrre il loro, non domandare il suo, si risentirono; e cominciorono a dire [ma]le di lu[i] sanza rispetto, e come ingrato e avaro lo calunniavano.

[7] Donde che, veduta messer Dietisalvi questa comune e populare disgrazia, in la quale Piero era per i suoi consigli incorso, si ristrinse con messer Luca Pitti, messer Agnolo Acciaioli e Niccolò Soderini; e deliberorono di torgli la reputazione e lo stato. [8] Erano mossi costoro da diverse cagioni: messer Luca desiderava succedere nel luogo di Cosimo, perché era diventato tanto grande che si sdegnava avere ad osservare Piero; messer Dietisalvi, che conosceva messer Luca non essere atto ad essere capo del governo, pensava che di necessità, levato Piero, la reputazione del tutto in breve tempo dovesse cadere in lui; Niccolò Soderini amava che la città piú liberamente vivesse, e che secondo la voglia de’ magistrati si governassi. [9] Messer Agnolo aveva particulare inimicizia con i Medici, per tale cagione: avea Raffaello suo figliuolo, piú tempo innanzi, presa per moglie la Lessandra de’ Bardi con grandissima dota: costei, o per i mancamenti suoi o d’altri, era da il suocero e dal marito male trattata; onde che Lorenzo di Larione, suo affine, mosso a pietà di questa fanciulla, una notte, di molti armati accompagnato, la trasse di casa messer Agnolo. [10] Dolfonsi gli Acciaioli di questa ingiuria fatta loro da i Bardi: fu rimessa la causa in Cosimo, il quale giudicò che gli Acciaioli dovessero alla Lessandra restituire la sua dote, e di poi fusse in arbitrio della fanciulla il tornare o no con il marito suo. [11] Non parve a messer Agnolo che Cosimo, in questo giudicio, lo avesse come amico trattato; e non si essendo potuto contro a Cosimo, deliberò contro al figliuolo vendicarsi. [12] Questi congiurati nondimeno, in tanta diversità di fini, publicavono una medesima cagione, affermando volere che la città con i magistrati, e non con il consiglio de’ pochi, si governassi. [13] Accrebbono, oltra di questo, gli odii verso Piero e le cagioni del dire male, molti mercatanti che in questi tempi fallirono: del che publicamente ne fu Piero incolpato, che volendo, fuora d’ogni espettazione, riavere da loro i suoi danari, gli aveva fatti, con vituperio e danno della città, fallire. [14] Aggiunsesi a questo, che dette per moglie la Clarice delli Orsini a Lorenzo suo primogenito, il che porse a ciascuno piú larga materia a calunniarlo, dicendo che si vedeva espresso, poi che gli aveva rifiutato per il figliuolo uno parentado fiorentino, che la città piú come cittadino non lo ca[pe]va, in modo che si preparava ad occupare il principato: perché colui che non vuole [i suo]i cittadini per parenti, gli vuole per servi, e perciò è ragionevole che non [li] abbia amici. [15] Pareva a questi capi della fazione avere la vi[t]toria in mano, perché la maggior parte de’ cittadini, ingannati da quel nome della libertà che costoro avevano preso per loro insegna, gli seguivano.

[16] Ribollendo adunque questi umori per la città, parve ad alcuno di quelli cittadini ai quali le civili discordie dispiacevano, che si vedesse se, con qualche nuova allegrezza, si potessero fermare: perché il piú delle volte i popoli oziosi sono strumento a chi vuole alterare. [17] Per tôrre via adunque questo ozio, e dare che pensare agli uomini qualche cosa, che levassero i pensieri dello stato, sendo già passato l’anno che Cosimo era morto, presono la occasione da il rallegrare la città, e ordinorono due solennità: una che rappresentava quando i tre re vennono di Oriente dietro alla stella che dimostrava la natività di Cristo, la quale era di tanta pompa e sí magnifica che, in ordinarla e farla, teneva piú mesi occupata tutta la città; l’altra fu un torniamento, che cosí chia[mano] uno spettaculo che rappresentò una zuffa di uomini a cavallo, dove i primi giovani della città si esercitorono insieme con i piú nominati cavalieri di Italia; e intra’ giovani fiorentini, il piú reputato fu Lorenzo, primogenito di Piero, il quale, non per grazia, ma per proprio suo valore, ne riportò il primo onore. [18] Celebrati questi spettaculi, ritornorono negli cittadini i medesimi pensieri; e ciascuno seguendo la opinione sua con piú caldezza che mai, erano cagione che i maligni umori ribollissero. [19] Il che fu accresciuto da duoi accidenti: il primo, che l’autorità della balía mancò; l’altro, che morí Francesco duca di Milano. [20] Dopo la morte del quale vennono in Firenze ambasciadori di Galeazzo nuovo duca, per riconfermare i capituli che aveva suo padre con la città; in ne’ quali, tra le altre cose, si disponeva che qualunque anno si pagasse a quel duca certa somma di danari. [21] Presono adunque i principi contrarii a’ Medici occasione da questa domanda, e publicamente ne’ Consigli a questa deliberazione si opposono; mostrando non con Galeazzo, ma con Francesco essere fatta l’amicizia; sí che, morto Francesco, era morto l’obbligo...

FRAMMENTO XV

[1] ... bene, referirono il popolo volterrano non volere le cose giuste, desiderando privare i suoi cittadini delle fatiche e industrie loro; e come a’ privati, non a quello, quelle lumiere appartenevano: era bene conveniente che gli pagassino ogn’anno certa quantità di danari, in segno di ricognoscerlo per superiore. [2] Questa risposta fece non diminuire, ma crescere i tumulti e gli odii in Volterra; e niuna altra cosa, non solamente ne’ loro Consigli, ma fuora per tutta la città, si agitava; repetendo l’universale quello che pareva gli fusse stato tolto, e volendo i particulari conservare quello che si avevano prima acquistato, e dipoi era stato loro da la sentenzia de’ Fiorentini confermato: tanto che, in queste dispute, fu morto uno de’ primi che contro al popolo si mostravano, chiamato il Pecorino; dopo la cui morte, furno mo[rti] alcuni altri che con quello si accostavono, e le loro case saccheggiate e arse; e con fatica, da quello impeto medesimo mossi, da la morte de’ rettori che quivi erano pel popolo fiorentino, si astennono.

[3] Seguito questo primo insulto, delibero[no], prima che ogni cosa, mandare oratori a Firenze, i quali feciono intendere a quelli Signori che, se si volevono conservare loro i capituli antichi, che conserverebbono ancora loro questa città nella antica sua servitú. [4] Fu assai disputata la risposta: messer Tommaso Soderini consigliava che fussi da pigliare i Volterrani in qualunque modo e’ volesseno ritornare, non gli parendo tempi da suscitare una fiamma sí propinqua, che potesse ardere la casa nostra; perché temeva la natura del papa, la potenza del re, né confidava nella amicizia de’ Viniziani, né in quella del duca, per non sapere quanta fede si fusse nell’una, e nell’altra quanta virtú; ricordando quella trita sentenzia: essere meglio uno magro accordo che una grassa vittoria. [5] Da l’altra parte Lorenzo de’ Medici, parendogli di avere occasione di cominciare a dimostrare quanto con il giudicio e con la prudenzia [valesse], sendo masime di cosí fare confortato da quegli che alla autorità di messer Tommaso avevono invidia, deliberò fare la impresa, e con l’ar-mi punire l’arroganzia de’ Volterrani; affermando che se questi non fusseno con esemplo memorabile corretti, gli altri, sanza reverenzia o timore alcuno, di fare il medesimo per ogni leggiera cagione non dubiterebbono. [6] Deliberata adunque la impresa, fu risposto a’ Volterrani come e’ non potevono domandare la osservanzia di quegli capituli che loro medesimi avevono guasti, e perciò, o e’ si rimettessino nell’arbitrio di quella Signoria, o eglino aspettassino la guerra. [7] Ritornati adunque i Volterrani con quella risposta, si preparavono alle difese, affortificando la terra e mandando a tutti i principi italiani a convocare aiuti. [8] Né furono da alcuni uditi: solo i Sanesi e il signore di Piombino dettono loro alcuna speranza di soccorso. [9] I Fiorentini da l’altra parte, pensando che la importanza della vittoria loro fusse nello accelerare, messono insieme 10mila fanti e 2000 cavagli, sotto lo imperio di Federigo signore d’Urbino; si presentoro nel contado di Volterra e facilmente quello tutto occuporono. [10] Posò dipoi il campo alla città, la quale, se[ndo] posta in luogo alto e quasi da ogni part[e ta]g[lia]to, non si poteva, se non da [quella] banda dove è il tempio di Santo Alessandro, combattere. [11] [A]vevano i Volterrani, per loro difesa, condotti in Volterra circa mille soldati fo[re]stieri; i quali, veggendo la gagliarda espugnazione che i Fiorenti[ni] facevono, diffidatisi di poterla difendere, erano nelle difese lenti e ne[lle] iniurie che ogni dí facevono a’ Volterrani prontissimi. [12] Dunque quelli poveri cittadini, e fuori dai nimici erano combattuti, e drento dagli amic[i] oppressi; tanto che, desperati della salute loro, cominciorono a pensare [all’]accordo: e non lo trovando migliore, si rimissono in tutto nelle braccia de’ comm[i]ssarii fiorentini. [13] I quali, fattosi aprir le porti, e intromesso la maggiore parte dello esercito, se n’andorono al palagio dove i Priori loro erano, a’ quali comandorono se ne tornassero alle loro case; e nello andarn[e] fu un di quegli da uno de’ soldati, per dispregio, spogliato. [14] Da questo principi[o], come gli uomini sono piú pronti al male che al bene, nacque la destruzione e il sacco di quella città, e per tutto il giorno fu rubata e scorsa; né si perdonò a donne né a luoghi pii; e li soldati, cosí quelli che la avevono male difesa, come quelli che l’avevo[no] combattuta, delle sue sustanze la spogliarono. [15] Fu la novella di questa vittoria con grandissima allegrezza a Firenze ricevuta; e perché la era stata tutta impresa di Lorenzo, ne salí quello in reputazione grandissima. [16] E dicendo egli a messer Tommaso, quasi che rimproverandogli i suoi consigli: «Che dite voi, ora che Volterra si è acquistata?»; gli rispose messer Tommaso: «A me pare ella perduta, perché, se voi la ricevevi d’accordo, voi ne traevi utile e securtà; ora, avendola a te[ne]re per forza, e ne’ tempi avversi vi arrecherà debolezza e noia, e ne’ pacifici danno e spesa».

[17] In questo tempo medesimo papa Sisto, cup[ido] di tenere le terre de la Chiesa nella obbedienza loro, aveva saccheggia[to] Spuleto, che s’era, mediante le intrinseche fazioni, rebellato; di poi, perché Città di Castello era nella [medesi]ma contumacia, l’aveva ossediato. [18] Era in [quella] terra principe Niccolò Vitelli. [19] Teneva costui grande amicizia con Lorenzo de’ Medici, donde che Lorenzo non gli mancò di aiuti, e confortò il duca di Milano a favorirlo. [20] I quali non furono tanti che defendessino Niccolò; ma gittorono i primi semi della i[ni]micizia intra Sisto e i Medici, i quali poco di poi ferono malissimi [fru]tti. [21] Né arebbono differito molto a dimostrarsi, se la morte di frate Piero, cardinale di San Sisto, non fusse seguita: perché, avendo questo cardinale circuito Italia e ito a [V]inegia e Milano, sotto colore di onorare le nozze de Ercule duca di Ferrara, il qual[e] si era congiunto con Lionora figliuola di Ferrando re di Napoli, ma in verità per tentare gli animi di quelli principi e conoscere come contro a’ Fiorentini gli trovava disposti; donde che, tornato a Roma, si morí, non sanza suspizione di essere stato da’ Viniziani avvelenato, come quelli che temevano della potenza di Sisto, quando si fusse potuto dello animo e della opera di frate Piero valere. [22] Perché questi, ancora che fusse stato da la natura di vile sangue creato, e di poi intra i termini d’uno convento vilmente nutrito, come prima al cardinalato pervenne, aparse in lui tanta superbia e tanta ambizione, che non che il cardinalato ma il pontificato non lo capeva: né dubitò, nel passare Lionora da Roma per girne al suo sposo a Ferrara, di celebrare un convito che a qualunque re sarebbe stato giudicato estraordinario, dove meglio che 20mila fiorini consumò. [23] Privato adunque Sisto di questo ministro, governò i disegni suoi con piú lentezza. [24] Nondimanco, avendo i Fiorentini, Viniziani e duca di Milano rinovato la lega, lasciando luogo al pontefice e al re, Sisto ancora si collegò con il re, lasciando luogo a gli altri principi di potervi entrare. [25] E già si vedeva l’Italia divisa in due fazioni, perché ciascun dí nascevano cose che infra loro generavono odio, come avvenne dell’isola di Cip[ri], alla quale il re Ferrando aspirava, e i Viniziani la occuporno; donde che il papa e il re si venivono a restringere piú insieme. [26] Era in Italia allora tenuto nelle armi eccellentissimo Federigo principe d’Urbino, il quale molto tempo aveva per il popolo fiorentino militato. [27] Deliberorono pertanto, acciò che la lega mancassi di quegli aiuti, il re e il papa guadagnarsi Federigo; e il papa lo consigliò, e il re lo pregò andasse a trovarlo a Napoli. [28] Ubbidí Federigo, con ammirazione e dispiacere de’ Fiorentini, i quali credevono che a lui come a Iacopo Piccinino intervenisse: nondimeno ne avvenne al contra[rio], perché Federigo tornò da Napoli e da Roma onoratissimo, e di quella loro lega capitano. [29] Non mancava ancora il re e il p[apa] di tentare gli animi de’ signori di Romagna e de’ Sanesi, per farsegli amici e per potere, mediante quegli, opprimere i Fiorentini. [30] Della quale cosa accorgendosi quegli, con ogni opportuno rimedio contro alla ambizione del re e del papa si armavano. [31] E avendo perduto Federigo d’Urbino, soldorono per loro capitano Ruberto da Rimino, rinnovorono la lega co’ Perugini e con il signore di Faenza si collegorono. [32] La cagione che il re e il papa dicevano essere dell’odio contro a’ Fiorentini, era che desideravano si scompagnassino da’ Viniziani e con loro si collegassino; perché il papa non giudicava che la Chiesa potesse mantenere la reputazione sua, né il conte Girolamo...