Niccolò Machiavelli
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Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori
(Firenze, 29 aprile 1513)
[1] Iesus Maria
Magnifice orator mihi plurimum honorande, io nel mezzo di tutte le mia felicità non ebbi mai cosa che mi dilettassi tanto quanto e’ ragionamenti vostri, perché da quelli sempre imparavo qualche cosa; pensate adunque, trovandomi ora discosto da ogn’altro bene, quanto mi sia suta grata la lettera vostra, alla quale non manca altro che la vostra presenzia e il suono della viva voce. [2] E mentre la ho letta, che la ho letta piú volte, ho sempre sdimenticato le infelici condizioni mia, e parmi essere ritornato in quelli maneggi dove io ho invano tante fatiche durate e speso tanto tempo. [3] E benché io sia botato non pensare piú a cose di stato né ragionarne, come ne fa fede l’essere io ridutto in villa e avere fuggito la conversazione d’ognuno, nondimanco, per rispondere alle domande vostre, io sono forzato rompere ogni boto, perché io credo essere piú obbligato alla antica amicizia tengo con voi, che ad alcuno altro obbligo io avessi fatto ad alcuna persona; massime faccendomi voi tanto onore, quanto nel fine di questa lettera mi fate, che, a dirvi la verità, io ne ho preso un poco di vanagloria, sendo vero « quod non parum sit laudari a laudato viro ». [4] Dubito bene che le cose mie non vi abbino a parere dello antico sapore, d’il che voglio mi scusi lo avere col pensiero in tutto queste pratiche abbandonate, e appresso non ne intendere delle cose che corrono alcuno particulare. [5] E voi sapete come le cose si possono bene giudicare al buio, e massime queste; pure ciò che io dirò sarà o fondato sopra ’l fondamento del discorso vostro, o in su’ presupposti miei, e’ quali se fieno falsi voglio me ne scusi la preallegata cagione.
[6] Voi vorresti sapere quello che io creda che abbi mosso Spagna a fare questa tregua con Francia, non vi parendo che ci sia drento el suo, discorrendo bene ogni cosa da tutti e’ versi; in modo che, giudicando dall’un canto el re savio, dall’altro parervi che li abbi fatto errore, sète forzato a credere che ci sia sotto qualche cosa grande, che voi per ora, né altri, non intendete. [7] E veramente el vostro discorso non potrebbe essere né piú trito né piú prudente, né credo in questa materia si possa dire altro; pure, per parere vivo e per ubbidirvi, dirò quello mi occorre. [8] A me pare che nessuna cosa vi facci stare tanto sospeso, quanto il presupposto fate della prudenzia de Spagna; a che io vi rispondo che Spagna parse sempre mai a me piú astuto e fortunato, che savio e prudente. [9] Io non voglio repetere piú le sue cose in lungo, ma venire a questa impresa fatta contro a Francia in Italia, avanti che Inghilterra movessi o che credessi al certo che li avessi a muovere: nella quale impresa a me parve e pare, nonostante che l’abbi aúto el fine contrario, che mettessi sanza necessità a periculo tutti li stati suoi, il che è cosa temerarissima in uno principe. [10] Dico “sanza necessità” perché egli aveva visto pe’ segni dello anno dinanzi, dopo tante ingiurie che ’l papa aveva fatte a Francia, di assaltarli li amici, voluto farli ribellare Genova, e cosí dopo tante provocazioni che lui aveva fatte a Francia, di mandare le genti sue con quelle della Chiesa a’ danni de’ suoi raccomandati; nondimanco, sendo Francia vittoriosa, avendo fugato el papa e spogliatolo, distrutti e’ sua esserciti, possendo cacciarlo di Roma, e Spagna da Napoli, non lo avere voluto fare, ma avere volto l’animo allo accordo: donde Spagna non poteva temere di Francia. [11] Né è savia la cagione che si allegassi per lui, che lo facessi per assicurarsi del regno, veggendo Francia non ci avere volto l’animo, per essere stracco e pieno di rispetti. [12] E se Spagna dicessi: « Francia non venne innanzi allora perché gli ebbe el tale e il tale rispetto, che un’altra volta non gli arebbe auti », rispondo che tutti quelli rispetti che li ebbe allora era per averli sempre, perché sempre el papa non doveva volere che Napoli ritornassi a Francia, e sempre Francia doveva avere rispetto al papa e all’altre potenzie, che non si unissino, veggendolo ambizioso. [13] E s’uno dicessi: « Spagna dubitava che, non si unendo con el papa a fare guerra a Francia, el papa non si unissi con Francia per sdegno a fare guerra a lui, sendo el papa uom rotto e indiavolato come era, e però fu constretto pigliare simil partito », che risponderei? [14] Che Francia sempre s’arebbe piú presto convenuto con Spagna che con el papa, quando avessi in quelli tempi possuto convenire o con l’uno o con l’altro, sí perché la vittoria era piú certa, e non ci si aveva a menare arme, sí perché allora Francia si teneva sommamente ingiuriato dal papa, e non da Spagna, e per valersi di quella ingiuria e satisfare alla Chiesa del concilio, sempre arebbe abbandonato el papa; di modo che a me pare che in quelli tempi Spagna potessi essere o mediatore d’una ferma pace, o compositore d’uno accordo sicuro per lui. [15] Nondimanco e’ lasciò indreto tutti questi partiti, e prese la guerra, per la quale poteva temere che con una giornata ne andassino tutti li stati suoi, come e’ temé quando e’ la perdé a Ravenna, che subito dopo la nuova della rotta ordinò di mandare Consalvo a Napoli, ch’era come per lui perduto quel regno, e lo stato di Castiglia li tremava sotto; né doveva mai credere che Svizzeri lo vendicassino e assicurassino, e li rendessino la reputazione persa, come avvenne. [16] In modo che, se voi considerrete tutta quella azione e e’ maneggi di quelle cose, vedrete nel re di Spagna astuzia e buona fortuna, piú tosto che sapere o prudenzia; e come io veggo fare ad uno uno errore, io presuppongo che ne faccia mille, né crederrò mai che sotto questo partito ora da lui preso ci possa essere altro che quello che si vede, perché io non beo paesi, né voglio in queste cose mi muova nessuna autorità sanza ragione. [17] Pertanto io voglio concludere che Spagna possa avere errato, e intesala male e conclusala peggio.
[18] Ma lasciamo questa parte, e facciàllo prudente; discorriamolo come partito di savio. [19] Dico addunque, faccendo tale presupposto, che a voler nettamente ritrovare la verità di questa cosa, mi bisognerebbe sapere se questa tregua è suta fatta dopo la nuova della morte del pontefice e assunzione del nuovo, o prima, perché forse ci si farebbe qualche differenzia; ma poiché io non lo so, io discorrerò presupponendo che la sia fatta prima. [20] Se io vi domandassi addunque quello che voi vorresti che Spagna avessi fatto, trovandosi ne’ termini si trovava, mi risponderesti quello mi scrivete; cioè che gli avessi in tutto fatto pace con Francia, restituitogli el Ducato per obbligarselo e per tôrli cagione di condurre armi in Italia. [21] A che io rispondo che, a discorrere questa cosa bene, si ha a notare che lui fece quella impresa contro a Francia per la speranza aveva di batterlo, faccendo per avventura nel papa, in Inghilterra e nello imperadore piú fondamento che non ha poi in fatto veduto da farvi: perché dal papa e’ presuppose trarre danari assai; dallo ’mperadore credeva venissi contro al re qualche offesa gagliarda; credeva che Inghilterra, sendo giovane e danaroso e ragionevolmente cupido di gloria, qualunque volta e’ fussi imbarcato, avessi a venire potentissimo, talemente che Francia in tutto avessi, e in Italia e a casa, a pigliare le condizioni da lui. [22] Delle quali cose non gliene è riuscita veruna, perché dal papa ha tratto danari nel principio, ma a stento, e in questo ultimo non solum non li dava danari, ma ogni dí cercava di farlo ruinare, e teneva pratiche contro di lui; dallo ’mperadore non è uscito altro che le gite di Monsignore di Gursa e sparlamenti e sdegni; da Inghilterra gente debole, incompatibile con le sue; di modo che, se non fussi lo acquisto di Navarra, che fu fatto innanzi che Francia fussi in campagna, e’ rimaneva l’uno e l’altro di quello essercito vituperato, ancora che non n’abbino riportato se non vergogna, perché l’uno non uscí mai delle macchie di Fonterabi, l’altro si ritirò in Pampalona e con fatica la difese. [23] Di modo che, trovandosi Spagna stracco in mezzo di questa confusione d’amici, da’ quali, non che e’ potessi sperare meglio, anzi ogni dí peggio, perché tutti tenevono strette pratiche d’accordo con Francia, e veggendo dall’altra parte Francia reggere alla spesa, accordato co’ Veniziani e sperare ne’ Svizzeri, ha giudicato che sia meglio prevenire con el re in quel modo ha possuto, che stare in tanta incertitudine e confusione, e in una spesa a lui insopportabile; perché io ho inteso di buono luogo che chi è in Spagna scrive quivi non essere danari né ordine da averne, e che l’essercito suo era solum di comandati, e’ quali ancora cominciavono a non lo ubbidire. [24] E credo che ’l fondamento suo sia suto levarsi la guerra da casa, e da tanta spesa, perché se a tempo nuovo Pampalona avessi spuntato, e’ perdeva la Castiglia in ogni modo, e non è ragionevole che voglia correre piú questo periculo. [25] E quanto alle cose d’Italia, potrebbe fondare forse piú che ’l ragionevole in sulle sue genti, ma non credo già che facci fondamento né in su Svizzeri, né in sul papa, né in sullo ’mperadore piú che si bisogni, e che pensi che qua el mangiare insegni bere a lui e agli altri italiani. [26] E credo che non abbi fatto piú stretto accordo con Francia, di darli el ducato lui, come voi dite che doveva fare, per non lo avere trovato, e anche per non lo giudicare piú utile partito; perché io credo che forse Francia non lo arebbe fatto, perché di già doveva avere accordato co’ Viniziani, e poi, per non si fidare né di lui né delle sua armi, arebbe creduto che lui non facessi per accordarsi seco, ma per guastarli li accordi con altri. [27] Quanto a Spagna, io non ci veggo veruna utilità, perché Francia diventava in Italia ad ogni modo potente, in qualunque modo e’ s’entrassi nel ducato. [28] E se ad acquistarlo li fussino bastate l’armi spagnuole, a tenerlo li bisognava mandarci le sua, e grossamente, le quali potevono dare e’ medesimi sospetti all’Italiani e a Spagna, che daranno quelle che venissino ad acquistarlo per forza; e della fede e delli obblighi non si tiene oggi conto. [29] Sicché Spagna non ci vede securtà per questo conto, e dall’altra parte ci vedeva questa perdita, perché o e’ faceva questa pace con Francia con el consenso de’ confederati, o no. [30] Con el consenso e’ la giudicava impossibile, per non si potere accordare papa e Francia e Viniziani e imperadore, tale che, a volerla fare d’accordo co’ confederati, era un sogno. [31] Avendola dunque a fare contro al consenso loro, ci vedeva una perdita manifesta per lui, perché e’ si sarebbe accostato ad uno re, faccendolo potente, che ogni volta che ne avessi occasione ragionevolmente si doveva ricordare piú delle ingiurie vecchie che de’ benifici nuovi, e irritatosi contro tutti e’ potenti italiani e fuori d’Italia, perché essendo stato lui solo el provocatore di tutti contro a Francia, che li avessi poi lasciati sarebbe suta troppa grande ingiuria. [32] E però di questa pace, fatta come voi vorresti che l’avessi fatta, e’ vedeva la grandezza del re di Francia certa, lo sdegno de’ confederati contra di lui certo e la fede di Francia dubbia, in sulla quale solo bisognava che si riposassi, perché avendo fatto lui potente e gli altri sdegnosi, bisognava che li stessi con Francia; e e’ principi savi non si rimettono mai, se non per necessità, a discrezione d’altri. [33] Sicché io concludo ch’egli abbi giudicato piú securo partito fare tregua, perché con questa tregua e’ mostra a’ collegati l’errore loro, fa che non si possono dolere, e dà loro tempo a disfarla se la non piace loro, avendo promesso che ratificheranno; levasi la guerra di casa, e mette in disputa e in garbuglio di nuovo le cose d’Italia, dove e’ vede che è materia da disfare ancora e osso da rodere, e, come e’ dissi di sopra, spera che ’l mangiare insegni bere ad ognuno. [34] E ha a credere che al papa e allo ’mperadore e a’ Svizzeri non piaccia la grandezza de’ Viniziani e Francia in Italia, e giudica, se costoro non fieno bastanti a tenere Francia che non occupi la Lombardia, e’ saranno almeno bastanti seco a tenerlo, che non vadino piú avanti; e che ’l papa per questo se li abbi a gittare tutto in grembo, perché e’ può presummere che papa non possi convenire con e’ Viniziani né con loro aderenti, rispetto alle cose di Romagna. [35] E cosí con questa tregua e’ vede la vittoria di Francia dubbia, non si ha a fidare di Francia, e non ha da dubitare della alienazione de’ confederati, perché o lo ’mperadore e Inghilterra la ratificheranno, o no: se la ratificano, e’ penseranno come questa tregua abbia a giovare a tutti, e non a nuocere; se non la ratificano, e’ doverrebbono diventare piú pronti alla guerra, e con maggiore forze e piú ordinate che l’anno passato venire a’ danni di Francia; e in ognuno di questi casi Spagna ci ha lo intento suo. [36] Credo pertanto ch’el fine suo sia stato questo, e che creda con questa tregua o costrignere lo ’mperadore e Inghilterra a fare guerra daddovero, o con la reputazione loro, con altri mezzi che con l’armi, posarle a suo vantaggio; e in ogni altro partito vedeva periculo, cioè o seguitando la guerra, o faccendo la pace contro alla volontà loro: e però prese una via di mezzo, di che ne potessi nascere guerra e pace.
[37] Se voi avete notato el procedere di questo re, voi vi maraviglierete meno di questa tregua. [38] Questo re da poca e debole fortuna è venuto a questa grandezza, e ha aúto sempre a combattere con stati nuovi e sudditi dubbi: e uno de’ modi con che li stati nuovi si tengono, e li animi dubbi o si fermano o si tengono sospesi e irresoluti, è dare di sé grande espettazione, tenendo sempre li uomini sollevati con l’animo, nel considerare che fine abbino ad avere e’ partiti e le ’mprese nuove. [39] Questa necessità questo re la ha conosciuta e usatala bene, dalla quale è nato la guerra di Granata, li assalti d’Affrica, l’entrata nel Reame e tutte queste altre intraprese varie, e sanza vederne el fine, perché el fine suo non è quello acquisto o quella vittoria, ma è darsi reputazione ne’ populi sua, e tenerli sospesi con la multiplicità delle facende. [40] E però è animoso datore di princípi, a’ quali e’ dà dipoi quel fine che li mette innanzi la sorte e che la necessità l’insegna; e infino a qui e’ non si è possuto dolere né della sorte, né dello animo. [41] Provovi questa mia opinione con la divisione che fece con Francia del regno di Napoli, della quale e’ doveva sapere certo ne avessi a nascere guerra intra lui e Francia, sanza saperne el fine a mille miglia, né poteva credere averli a rompere in Puglia e in Calavria e al Garegliano; ma a lui bastò cominciare, per darsi quella reputazione, sperando, come è seguíto, o con fortuna o con inganno andare avanti. [42] E quale che li ha fatto, sempre farà, e il fine di tutti questi giochi vi dimosterrà cosí essere el vero.
[43] Tutte le sopra dette cose io ho discorse presupponendo che vivessi papa Giulio; ma quando egli avessi inteso la morte sua e la vita di questo, arebbe fatto el medesimo, perché se in Giulio e’ non poteva confidare, per essere instabile, rotto, impetuoso e avaro, in questo e’ non può confidare, per essere savio. [44] E se Spagna ha punto di prudenza, non lo ha a muovere alcuno benifizio che li abbi fatto in minoribus, né alcuna congiunzione abbino auti insieme, perché allora egli ubbidiva, ora comanda; giucava quello d’altri, ora gioca el suo; faceva per lui e’ garbugli, or fa la pace.
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Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli
(Firenze, 16 aprile 1523)
[1] Ex tuis litteris intellexi te maxime vereri ne novi pecuniarum exactores, qui propediem creari debent, sint in exigendo solito acerbiores, urgente presertim necessitate, rogasque ut tibi apud eos faveam ne cogaris ad maiorem solutionem aureorum duodecim, quam summam anno preterito maxima cum dificultate solvere coactus fuisti. [2] Ego, ut tibi verum fatear, nescio si exactores isti cito creabuntur: cardinalis enim cras hinc discedet Romam profecturus, et fortasse hec creatio differetur in reditum suum, qui erit intra mensem. [3] Tibi tamen persuadere potes quod, quandocumque creabuntur, ego tibi defuturus non sim. [4] Audivi quod inter eos erit Laurentius Acciarolus, Roberti nostri frater; de aliis nihil intellexi. [5] Sed de his alias.
[6] Dubitas quod Francisci Nigri sales tibi nocere possunt, et iure dubitas; cur enim tibi non noceant, qui diebus preteritis etiam illi nocuere? [7] Est in via Sancti Galli, prope portam, monasterium quoddam monialium, que dicuntur Sancti Clementis; Franciscus, ut est homo religiosus, cum illis maximam habebat familiaritatem, et quia pestis vicinas quasdam domus occuppaverat, quandoque monialibus dicebat se rus habere, nescio an nomine Paternum an Villamagna, in quo ipse moniales commode se transferre poterant, ut vicinam contagionem evitarent. [8] Crevit adeo pestis, quod moniales quindecim, promissi memores, monasterium exeuntes ad Francisci villam se transferunt, ab agricola claves domus accipiunt, cameras ingrediuntur, frumentum ad pistrinum mittunt, et domo et omnibus aliis rebus tanquam propriis utuntur. [9] Agricola, postquam claves monialibus dedit, Florentiam accedit, Franciscum convenit, quod fecerint moniales narrat. [10] Mecum deambulabat Franciscus in area palatina, et, ut agricolam audivit, vidisses hominem clamantem ac per aream, pallio in humeros reiecto, currentem et Augustinum fratrem magna voce vocantem; cui, ut accessit, dicit ut sex equos ad vecturam conducat ac rus petat, ac de domo moniales et invitas educat et in equis impositas ad monasterium remittat. [11] Paret frater et ipsas invitas domo eiecit, « et fuit in toto notissima fabula celo ». [12] Cur ergo mireris de filio tuo Ludovico? [13] Quid mirum, ergo, cum Franciscus moniales ruri habuerit, si Ludovicus, sororis filius, confessorem etiam ruri secum habere vult, cum ad hec non dicam pater Eneas, sed avunculus excitet Hector? [14] Sed, cum in senium vergimus, nimis morosi et, ut sic loquar, scrupulosi sumus, nec recordamur quid adolescentes egerimus. [15] Habet Ludovicus filius secum puerum, cum illo ludit, iocatur, deambulat, in aurem gannit, una cubant. [16] Quid tum? Fortasse etiam sub his rebus nihil mali subest. [17] Sed nos aliquando naturam ipsam tanquam novercam incusamus, cum potius parentes aut nos ipsos incusare debemus: tu, si te ipsum bene novisses, numquam uxorem duxisses; pater meus, si ingenium, si mores meos scisset, me numquam uxori alligasset, quippe quem ad ludos, ad iocos natura genuerat, lucris non inhiantem, rei familiari minime intentum. [18] Sed uxor, filie me mutare coegerunt, quod nemini feliciter succedere potest.
Lettere escluse dal corpus
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Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli
(Firenze, post 20 luglio 1499)
[1] Domino Nicolao de Machiavellis
[2] Copia di capitolo di lettera di Giovambattista Ridolfi oratore a Vinegia sotto dí 20 di luglio a’ magnifici Signori. 1499
[3] Ieri ci fu avviso da Corfú come l’armata del Turco uscí fuori di stretto a’ xxiiii del passato, e stimasi venghi a ferire a Napoli di Romània o a Corfú, se il tempo la servissi; e il Signore con lo essercito di terra si trova verso Santo Lionichi e doverrà andare dove batterà l’armata, e forse poi al Cattero. [4] Cosí ho inteso che quello Signore avea fatto tragittare per terra certe fuste dal golfo delle Moree nel golfo di Patrasso, che vengono ad averle portate circa miglia 6 per terra; stimasi sia stato per non regnare tempo per mare a dare quella volta, o per fuggire l’armata di questa Signoria, che si trovava a Cavo Santo Agnolo nelle Moree, e per congiungersi colle fuste della Velona e servire a questi luoghi di qua verso Corfú e il Golfo.
[5] Questa Illustrissima Signoria al continuo manda allo incontro per mare e per terra in Friuoli navili e fanti, e dicono che mai questo stato si è trovato maggiore armata che di presente; e con effetto è potentissima etc.
[6] Copia di piú capitoli di lettere delli oratori dalla corte sotto dí 17 di luglio 1499, date a Lione
[7] Come ’ Franzesi vivamente sollicitano la impresa, e non attendono a altro se non a quella.
[8] Come è fatta la consignazione delle terre di Piccardia, e che tutti li personaggi deputati a quello effetto se ne torneranno.
[9] Come il Re è contento che l’armata sua fatta in Provenza, bisognando, si unisca con quella de’ Viniziani.
[10] Come hanno inviato circa 70 carri di pallottole di ferro e altre specie di saettume; e le fanterie cominciono a passare, ma, per venire di diversi luoghi, non si intende il numero a punto.
[11] Come l’armata di Provenza era alla colla per partire col primo vento propizio.
[12] Come il Valentinese è stato fino qui a Uson di Berrí, e sarebbe a Lione in brevi, e come desidera tornare a Roma: di che espetta resposta dal pontefice, che li ha mandato uno suo a posta per questo.
2
Piero Soderini a Francesco della Casa e a Niccolò Machiavelli
(Cento, 22 settembre 1500)
[1] Spectabilibus viris Francisco dalla Casa et Niccholao de Machiavellis, mandatariis ad Christianissimam regiam Maiestatem
[2] Tamquam fratres charissimi, etc., è piaciuto a’ nostri eccelsi Signori, per le occorrenzie presenti e per i casi dello illustrissimo signor prefetto, che io mi dovessi transferire qui, oratore loro a questo reverendissimo monsignore cardinale per alcuni dí. [3] Dove trovandomi di presente, e avendo inteso non da Sua Reverendissima Signoria, ma di qualche altro buono luogo *come ambasciadori pisani sono venuti verso la cristianissima maestà, per appuntare e fermare le cose loro con quel re,* mi è parso avvertirvene, acciò che voi possiate e col re Cristianissimo e con il reverendissimo monsignore di Roano parlare intorno a questa materia quello che voi intenderete essere il bisogno della città *e che abbia a essere cosa da rompere ogni loro pratica,* perfino a tanto che lo imbasciadore sia partito da Firenze per costí, il che doverrà essere in brevi. [4] Vigilateci drento, e operate ogni vostra industria e ingegno per ovviare *che tale conclusione non si faccia in verun modo al tempo vostro.* [5] E seguirete quanto dalli nostri eccelsi Signori per loro lettere vi sarà scritto, nonostante che questo avviso non aranno prima che domane: ma, per anticipare, ho voluto significarvelo.
[6] L’apportatore di questa sarà messer Andrea Doria, uomo dello illustrissimo signor prefetto, il quale è persona molto da bene, e ènne fatto buono conto, e è affezionatissimo alle cose della città; fateli carezze, e, volendo servirvi della opera sua in alcuna cosa, ne lo richiedete, che ha commissione di farlo, e lo farà volentieri.
[7] Nec alia. Bene valete. [8] Ex Castro Centi, die 22 Settembris 1500.
[9] Petrus Soderinus, orator Florentinus etc.
Lettere ufficiali “estravaganti”
1
La Signoria di Firenze a Francesco Ridolfi
(Firenze, 1 aprile 1500)
[1] Spectabili viro Francisco Rodulpho capitaneo et commissario Liburni civi nostro carissimo
[2] Priores Libertatis et Vexillifer Iustitiae populi Florentini
[3] Spectabilis vir etc., poi che noi ti avemo scritto la alligata, sopraggiunse questa ultima tua de’ xxx del passato, e, alli avvisi delle prede fatte e ordinamenti di farne delle altre, te ne commendiamo assai. [4] Coeterum, circa la saettia di Priamo, la quale hai fatta comperare [. . .] a 55 ducati, noi non siamo al presente per posserla comperare; tamen [. . .] si vendessi a chi la traessi di cotesto porto, e però vedrai se potrai tanto che la sia comperata o dalli uomini di costí della terra, o da chi se ne avessi a valere costí; e userai in questo diligenzia. [5] Quanto alla polvere, noi fareno vedere el saggio ci hai mandato, e per la prima ti rispondereno quello che intorno a ciò ne occorra.
[6] Bene vale. Ex Palatio nostro, die prima Aprilis quingentesimo supra millesimum.
Nicolaus Machiavellus
2
La Signoria di Firenze ad Antonio Giraldi
(Firenze, 2 gennaio 1502)
[1] Spectabili viro Antonio de Giraldis vicario et commissario Vallis Cecinae civi nostro carissimo
[2] Priores Libertatis et Vexillifer Iustitiae populi Florentini
[3] Spectabilis vir etc., avendo li antecessori nostri insino a’ 23 dí di luglio passato scritto la diligenzia desideravono si facessi perché grano né biade non uscissino del territorio nostro, e avendo a dí 4 di settembre scritto e replicato il medesimo, e vegghiando al presente le medesime cagioni dalle quali li antecessori nostri furono mossi, e tanto piú ingenti, quanto e’ si vede continuamente il frumento ascendere in maggior valuta e quanto e’ s’intende e’ cittadini nostri esserne continuamente in maggior carestia, ci è parso per questa significarti come noi desideriamo facci ogni viva e calda provvisione perché grano non esca del dominio nostro, significando per tutta la tua giurisdizione con bando per tutti e’ luoghi consueti come qualunque persona di qualunque stato etc. che fussi trovata portar grano o biade fuor del dominio nostro perderà prima il grano e bestie che lo porteranno, e dipoi quel tale che sarà in peccato sarà condannato e taglieggiato come inimico della republica nostra, faccendo intendere che la metà di detto grano e la valuta di dette bestie sarà di quello o di quelli tali che troverranno altri in fraude; e quando alcun fussi accusato che ne avessi portato o vi avessi tenuto le mani, farai intendere che la metà della condannagione sarà di quello tale che lo accuserà. [4] E perché tu abbi occasione di far questa cosa vivamente, voliamo che l’altra metà di quel grano e delle bestie che sarà trovato in frodo sia tuo; e delle condannagioni pecuniarie (eccetto che ne’ casi detti di sopra) ne seguirai l’ordine dell’altre condannagioni. [5] Questa cosa importa allo stato nostro quanto tu sai; e desiderando noi la eseguisca vivamente e sanza rispetto e riguardo alcuno, ti diamo sopra questo tutta quella autorità che ha questa Signoria, non derogando però ad alcuna particulare autorità. [6] E insomma ti porterai in modo che tu non possa di questo essere accusato di alcuna negligenzia o malizia.
[7] Vale. Ex Palatio nostro, die ii Januarii mdi.
Nicolaus Machiavellus
3
Piero Soderini a Niccolò Machiavelli
(Firenze, 9 dicembre 1502)
[1] Spectabili viro Nicolao de Machiavellis mandatario Florentino apud illustrissimum Ducem Romandiole, etc. Imole
[2] Spectabilis vir honorande etc., quantunque la presente sia superflua, scrivendovi la Signoria per la causa che desidera Paulo Rucellai si espedischi come vedrete, nondimeno, a richiesta di chi di qua ne ha commissione, non ho voluto denegarla. [3] Insomma, sarete contento operare secondo la commissione ne avete, che mi fia gratissimo, non altrimenti che se venissi tale opera in me, per il desiderio ho sia servito.
[4] Bene valete. Ex Palatio Florentino, viiii Decembris mdii.
[5] Petrus de Soderinis Vexillifer Iustitie perpetuus populi Florentini
4
Antonio da Castiglione a Niccolò Machiavelli
(Firenzuola, 4 luglio 1512)
[1] Magnifico Viro Niccolò Machiavelli, vel, in assenzia, Biagio [. . .] de’ signori Dieci. In Firenze
[2] Magnifico viro etc., ho ricevuto una delle vostre, per la quale intendo che voi desidereresti di sapere tutti gl’amici e parenti di Ramazzotto di queste montagne: della qual cosa a me è impossibile a sapere el cuor degli uomini, pure, per quegli che io veggo che siano e’ piú favoriti da lui, io ve ne mando una listra, che sono di cinque comuni, ed ècci nella detta listra tutti e’ sua parenti, come vedrete, cioè di quegli che sono nel battaglione; ce ne resta qualcuno, che non è nel battaglione, che è suo parente. [3] E avviso vostra magnificenzia che io credo che inverso di Ramazzotto ce sarebbe pochi uomini che abbassino l’arme, chi lo fare’ per forza chi per l’onore; e quando s’avessi a segnare tutti gl’amici di Ramazzotto, si segnerebbe la metà di questo paese. [4] E quando voi crediate che sia sospetto di qua, giudicherei fussi meglio di mandarci piú uomini, e che voi ricordiate alla Eccellenzia del gonfaloniere che per ogni uomo che viene di Bologna e di questi soldati che sono passati di qui, tutti dicono avere voce ch’el papa vuole rimettere e’ Medici; e dícesi ch’el duca d’Urbino ritorna indrieto a Bologna. [5] Sicché dubito che sia qualcuno che non lasci vedere alla Eccellenzia del gonfaloniere el pericolo di questa cosa, che se la si stimasse, se darebbe altri provvidimenti a Firenzuola che non si dà; ché Firenzuola sarebbe per tenere ogni grande empito, quando ci fussi gl’uomini che ho piú volte chiesto a Sua Signoria. [6] Io in questo non so se mi dico bene o male: quello che io dico lo dico fedelmente, e quello che mi pare che sia bisogno alle cose che occorrono. [7] Altro per questa. A voi mi raccomando.
[8] In Firenzuola, die iiii Iulii mdxii.
Antonio conestabole
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Tommaso Soderini a Niccolò Machiavelli
(Firenze, 6 luglio 1512)
[1] Al mio onorando messer Nicolò Machiavello
[2] Tamquam frater onorando, io ho inteso che voi date capi a questi vostri cavalli leggeri, e che ne avete di 5 allogati 3, e dua ne restono; e per essere qui messer Antonio, gentilomo napolitano uso al mestiere, el quale vorrebbe esser provato da queste Signorie, e avendomi parlato, io l’ho consigliato trovi voi, perché, quando sieno fatti altri disegni, lui non si affatichi in fare impresa: e di questo nessuno è che meglio di voi el possa avvisare. [3] Quando ancora si cerchi, a me pare lui molto al proposito, per essere omo pratico e omo da bene, come diciamo noi, sanza dependenzia; bene a cavallo e pronto al servire, e in effetto da farli ogni favore. [4] E io so che voi conoscete tutto e potete operare assai. [5] Se io andassi fuora, sarei venuto per operare a suo benefizio, dove voi mi avessi rimesso; ma, come ho detto, se non avete fatto altri disegni lui merita d’essere favorito, se sono fatti altri disegni è bene levarlo dall’impresa. [6] E cosí vi prego, e a voi mi raccomando.
[7] A dí 6 di luglio 1512.
Vostro Tomaso Soderini
6
Stefano Cambi a Niccolò Machiavelli
(Firenzuola, 29 luglio 1512)
[1] Domino Nicolò Machiavelli, alla Scarperia
[2] Carissimo etc., per la posta di Vaglia questa mattina t’ho scritto abbastanza e detto quanto si ritra’ degli Spagnuoli; e in questo punto, che siamo a ore 15 incirca, ho la tua per questo apportatore, e inteso quanto ne scrivi e come. [3] Per el detto di Vaglia ti s’è detto, e da lui di bocca intenderai, gli Spagnuoli erano posati tra Loiano e Pianoro, cioè alle guardie e lí all’intorno, e cosí si ritra’ essere la verità, né per ancora intendo siano mossi; e giudico piú presto Ramazzotto, ch’è suto lí, gli abbi a condurre indrieto al Viceré, che venire inanzi. [4] Nondimeno non ho certezze di qualità sia da farvi piú fondamento bisogni, né che sia da licenziare e’ battaglioni costí ordinati, che mi pare oggidí bisogni attenersi a’ fatti e non alle parole, e massime in queste cose di tanta importanza. [5] Sono in termine bisogna che fra due o 3 dí si ritornino adrieto o venghino innanzi, e però, parendoti da mandare persone in sul Giogo, la rimetto in te; el resto possono restare costí sino si vegga el partito piglieranno, che, come dico, non possono soprastare. [6] Io ho mandato el conestabole di qui a fare testa a Pietramala, e là si truova con buona compagnia, e fino intendo detti Spagnuoli abbino preso partito s’aggiornerà lí; e io al continuo ho mandato e mando per sapere quello segue, e di quanto ritrarrò ti darò avviso. [7] Sono circa a 4000, computato buona somma di fanterie con loro, male armati quanto possono, pochi cavalli, come tutto dal detto di Vaglia arai avviso. [8] E l’animo loro non si può intendere se non per i successi loro, che a me non dare’ l’animo sapere altrimenti. [9] Nec plura, a piacer tuo.
[10] In Firenzuola, die xxix Iulii mdxii.
Stefano Cambi commissario
[11] In questo punto è tornato l’uomo mio mandato in sul fiume de l’Edige, dove il mandato per voi di Vaglia m’aveva detto esser soldati, e io non ritraggo vi sia uomo alcuno, né se ne aspetti per avviso.
7
Francesco Zati a Niccolò Machiavelli
(Scarperia, 31 luglio 1512)
[1] Spectabili viro Nicolao de Machiavellis [. . .] fratri. Florentiolae
[2] Spectabilis vir etc., ricevetti la vostra iersera a ore 24 e subito la spacciai, e credo certamente, non essendo accaduto altro dipoi secondo la vostra, che cosí sia piaciuto a Dio. [3] Possiamo stare con l’animo quieto, e queste poche gente che erano rimaste a questi passi ne le ho mandate a casa, per levare a noi spesa e a loro disagio.
[4] Iersera a 4 ore ricevetti una dello illustrissimo gonfaloniere, nella quale mi dice e’ provvedimenti gagliardissimi che erano fatti se fussi bisognato; e secondo che quella dimostra, pare che la oppinione de’ cittadini fossi piú tosto da non bisognare che altrimenti, che oramai credo ne possiamo essere certi, benché meglio ne potete intendere voi di costà, che mi pare mille anni intendere qualche cosa da voi; penso però che non possa essere altro che bene. [5] Alla tornata vostra venite con tutta vostra brigata a scavalcare qui in casa, che non mi piace che le cavalcature stieno separate da’ padroni; e non mi mancate di questo per niente, che mi sarebbe dispiacere. [6] A voi mi raccomando.
[7] Ex castro Scarperiae, die xxxi Iulii.
[8] Francesco Zati, vicario e commissario
8
Pierpaolo Boscoli a Niccolò Machiavelli
(Firenze, 13 agosto 1512)
[1] Spectabili viro Niccolò Machiavelli amico suo precipuo. Alla Scarperia
[2] Salve plurimum etc. E’ sono circa di 6 mesi che vennono qui a noi 6 o 7 uomini di Settignano per essere scritti nel numero di questi cavagli leggieri; e perché allora non ne scrivevi in questi paesi, pigliasti, secondo mi è referito, e’ nomi loro, promettendo che, quando scriverresti nel vicariato di Scarperia e loro vi venissino a trovare, gli metteresti nel numero di detti cavagli. [3] Ora accade che uno di loro, che si chiama Giovannino della Bella, si truova a Bologna, e io desiderrei sommamente avessi uno di questi cavagli, sí perché è tutto mio, sí ancora perché lo conosco attissimo a tale essercizio e uomo da farvi onore tanto quanto altro ne abbiate scritto; il perché vi priego vogliate serbargli un luogo tanto venga da Bologna, che sarà fra pochi dí, perché di già s’è mandato per lui, e sono certo verrà subito, avvisandovi che per un piacere non potresti per al presente farmelo maggiore, perché ho caro satisfarli, massime conoscendo è per farci onore, e di questo statene sopra di me. [4] Nec plura: raccomandomi a voi, e di nuovo vi priego veggiate di servirmi.
[5] Ex Florentia. Die xiii Augusti 1512.
Vostro Pietropaulo Boscoli
9
Piero de’ Lapi a Niccolò Machiavelli
(Pescia, 16 agosto 1512)
[1] Spectabili viro Niccolao Maclavello suo carissimo. Florentie
[2] Spectabilis vir etc., per esequire quanto alla partita vostra mi lasciasti per ricordo, ho fatto cercare per far fare el libro della rassegna de’ cavalli dell’Ordinanza di questo vicariato; e in effetto qui non è chi sapi legare, e inoltre non c’è fogli a proposito. [3] Pertanto voi sarete contento mandarne uno come a voi pare stia bene, e io dipoi lo farò tenere al nostro notaio secondo l’ordine da voi lasciatomi.
[4] Alia non occurunt. Ex Piscia, die xvi Augusti mdxii.
[5] Petrus de Lapis, vicario e commissario
10
Pier Francesco Tosinghi a Niccolò Machiavelli
(Barberino di Mugello, 22 agosto 1512)
[1] Spectabili viro Niccolao de Maclavellis honorando secretario excelse Reipublicae Florentinae suo carissimo. A Firenzuola o dove fussi
[2] Niccolò carissimo, io ho avuto la tua in questo punto per le mani del vicario di Scarperia, che siamo a ore vii di notte, e per essa intendo quello ritrai de’ nimici e come disegni di non mettere fanti in cotesti luoghi, eccetto che costí in Firenzuola: che mi pare che tutte coteste provvisioni che si fanno fuora in cotesta banda fuora di Firenzuola sieno panni caldi, e anche quella di Firenzuola ci pòte giovare poco, e se non si fa una testa grossa a Prato veggo le cose nostre rovinare tutte. [3] Io in questo punto spaccio a Firenze, e sollécitogli quanto posso al fare detta testa; e se costoro vengono avanti con celerità, come vole la ragione, giudico possono essere male a tempo: Iddio ci aiuti. [4] Qui è pieno di confusione e paura d’ogni cosa, come è ragionevole, e puoccisi fare poco, se no-ne esser testimonio a questi disordini, e’ quali io monstrerò largamente a Firenze, rimettendomi in Dio.
[5] Alia non occurrunt. Ex Barberino Mucelli, die xxii Augusti mdxii.
[6] Petrus Francischus de Tosinghis, commissarius generalis
11
Pier Francesco Tosinghi a Niccolò Machiavelli
(Barberino di Mugello, 22 agosto 1512)
[1] Spectabili viro Niccolao de Maclavellis excelse Reipublicae Florentinae secretario. A Firenzuola
[2] Spectabilis vir, salutem etc. In questo punto, che siamo a ore xxi incirca, è tornato uno mio mandato di verso el campo de’ nimici, e referiscemi come a Pigliàno questo dí a ora di desinare, dove lui si truovò, arrivonno circa 100 cavagli de’ nimici, e che el resto del campo, secondo dicevano, veniva avanti. [3] Di che lui si partí subito per referir questo, e che quando e’ fu a piè di Bruscoli si vide drieto circa 70 cavagli fermarsi in quel luogo, e che, secondo ritrasse da qualcuno, designavano domani essere in questo luogo; èmi parso dartene aviso. [4] El disegno di fare costí una testa di 1500 o 2000 fanti mi piacerebbe, e massime perché la coda del campo de’ nimici, che saranno bolognesi, andrebbono col rispetto a saccheggiare questo paese, dubitando di non essere offesi nel ritorno. [5] El paese qui è tutto invilito, e non ci è restato se non e’ decrepiti, perché ognuno attende a sgombrare. [6] Pel presente avvisa se nulla intendi, e quello disegni fare.
[7] Alia non occurrunt. Ex Barberino Mucellano, die xxii Augusti mdxii.
[8] Petrus Francischus de Tosinghis, generalis commissarius
Lettere scritte da Machiavelli per conto di altri
1
Piero Soderini a Gonzalo FernÁndez de Córdoba
(Firenze, 30 luglio 1506)
[1] A Consalvo. Die xxx Iulii 1506
[2] Illustrissime Domine tamquam pater etc. [3] Quando egli occorra alcuna necessità ad alcuno nostro cittadino, non mi parrà mai fatica raccomandarlo alla Eccellenzia Vostra, avendo conosciuto per lo addreto la umanità sua nelle altre cose che ci sono occorse. [4] Totto Machiavegli, nostro cittadino, mandando somma di robe dalla Velona a Leccio e condotte da Francesco del Nero suo compagno, ebbe detto Francesco la caccia da dua galee viniziane, e tandem, sotto la torre di San Cataldo, furono prese, e Francesco del Nero, con alquante di esse, scappò. [5] Tamen la maggior parte di quelle restono in mano de’ Viniziani, e perché le sono sute prese nel porto sotto el governo di Vostra Eccellenzia, crediamo che quella voglia li suoi porti sieno securi, per profitto del paese e onore suo. [6] Pertanto noi preghiamo Vostra Eccellenzia sia contenta, etiam per nostro amore, operare, in quello modo le occorrerà meglio, che tale restituzione segua e che noi riconosciamo questo benifizio da Lei, il quale saremo per recompensare largamente, quando di qua scadesse cosa che per noi si potessi operare in onore Suo e in benifizio delli uomini di quella, alla quale ci offeriamo e raccomandiamo.
2
Piero Soderini a Francesco Soderini
(Firenze, 30 luglio 1506)
[1] Ad el Cardinale di Volterra. Dicta die
[2] A Totto Machiavelli e a Francesco del Nero, nostri cittadini, sono sute tolte da’ Viniziani alcune robe sotto la torre di San Cataldo, che venivono dalla Velona. [3] E perché questi che hanno perduto credono che, sendo state tolte nel dominio di Spagna, quando Consalvo voglia e’ ne abbi subito a seguire la restituzione, e cercando di favori con quello, desiderono che Vostra Eccelsa Signoria li scriva una lettera, e appresso operi che ’l cardinale di Santa Croce li scriva etiam di questa materia e la raccomandi. [4] E perché dove va lo interesse de’ cittadini, io ci duro fatica volentieri, vi prego che, oltre alla detta lettera, quando Vostra Reverendissima Signoria potrà giovare in altro a detti mercanti, lo facci; di che io ne arò piacere e obbligo con quella, nonostante che per sé medesimo sanza lettera siamo certissimi arebbe Vostra Reverendissima Signoria operato el medesimo.
3
Caterina Salviati de’ Nerli a Giovanni Salviati
(s.l., 28 novembre 1524)
[1] Reverendissimo in Christo Pater et Domine mi observandissime, io non volevo dare fastidio a V.S. Reverendissima circa i casi dell’abate di Marradi e della pensione che mi debba dare; nondimeno, poi che gli è pigro a soddisfarmi, mi conviene essere sollecita a riscuotere, altrimenti egli è per menarmi in lungo a suo modo. [2] E’ mi resta a dare, de’ conti vecchi, 120 ducati, e quando io gli scrivo o gliene fo altrimenti domandare, e’ mi dà parole assai; e mi pare essere certa che se non se gli mostra il viso, noi sareno di qui ad uno anno a quel medesimo. [3] Pertanto io ricorro a Vostra Signoria Reverendissima, e la prego mi mandi commodità a poterlo fare scomunicare, e in modo strignere che gli conosca che altri vuole essere pagato; e di questo vi prego, e quanto piú presto, meglio. [4] Altro non mi occorre, se non raccomandarmi a Vostra Signoria Reverendissima, la quale lungamente Iddio prosperi.
[5] A dí 28 di novembre 1524. [6] Excellentiae Vestrae Reverendissimae devotissima
humilis soror Caterina de’ Nerli
4
Francesco Guicciardini a Luigi Guicciardini
(Casaretto, 15 settembre 1526)
[1] Spectabili viro Aloysio de Guicciardinis fratri honorando. Florentie
[2] Honorande frater, e’ sono piú giorni che io non vi ho scritto, stracco in queste faccende; le quali, sendo per loro medesime fastidiose, quando le si differiscono, come queste, diventono fastidiosissime; e perché per ora ogni cosa depende dalla impresa di Cremona e dalla venuta del Marchese di Saluzzo, non ho che scrivervi di altro momento, che quello che dell’uno e dall’altro si speri. [3] Quanto a Cremona, voi arete inteso, per copie di lettere di Nicolò Machiavegli che lui mi scrisse di là, in che termine le cose si trovavano, perché la cagione della sua mandata fu per intendere lo essere di quelle cose; e quando egli le vedesse lunghe e dubbie, che confortasse coloro a levarsi per fare qualche altra impresa piú breve e piú certa. [4] Ebbi da quello due lettere, delle quali ho mandato costí la copia, e voi arete veduto quello che lui mi scrive. [5] È tornato dipoi egli, e non mi dice altro di nuovo: mi si conferma con quello ha scritto, dicendomi che fra pochi dí si farà quello assalto gagliardo che vogliono fare, da tre almeno, e forse da 4 bande, e che gli sperano acquistare le trincee de’ nimici con i loro cavalieri. [6] E se le acquistono, come quelli condottieri si promettono, pensono che il resto della terra non abbia rimedio: ché benché i nimici si ritirino piú drento nella terra e faccino nuove trincee, non credono che, perdute le prime, eglino possino difendere quelle, sí per non le avere potute fortificare con bastioni e cavalieri, come sono fortificate le prime, sí ancora per essere quelle piú lunghe e tenere piú spazio, e per questo piú difficili a difendersi. [7] A fare questo primo assalto si aspetta che ’ Viniziani abbino contenta la loro fanteria, e vi abbino condotti 2000 marraioli; le quali cose lasciò che le si sollecitavano forte. [8] E crede in ogni modo che per tutta questa futura settimana si darà questo assalto; il quale dato, ci aprirrà al tutto gl’occhi da potere vedere quanto per noi si possa sperare. [9] Referisce Nicolò le provvisioni per dare questo assalto essere grandi e belle, da potere credere con tanta forza superare tanta virtú e tanta ostinazione quanto si vede ne’ nimici, i quali sono diminuiti assai, perché di 2500 e’ sono meno di 1500 (gl’altri sono tutti feriti e morti): debbono essere stracchi talmente, che, se sono combattuti da piú parti, potrieno cedere. [10] Il che quando non faccino, si potrà meglio pensare che modo di guerra si abbia a tenere con costoro; perché dove la espugnazione non ha luogo, e la ossidione per essere cosa lunga è insopportabile per la spesa e per li accidenti pericolosa, conviene volgersi o alla pace o alla diversione.
[11] Del Marchese di Saluzzo s’intende come egli è in astigiano con le genti franzese a piè e a cavallo. [12] Manda’gli incontro un mio; non so s’egli andrà verso Genova o se verrà in qua. [13] Quando venga qui, ce ne varreno o a Cremona o qui.
[14] Altro non ho che dirvi. [15] In campo presso a Milano, a dí xv di settembre 1526.
Vostro Francesco Guicciardini
Testi para-epistolari
1
Ricordo di Niccolò Machiavelli a Giovanni de’ Medici
(Firenze, 29 settembre-6 novembre 1512)
[1] Un’altra cosa ricorderò con reverenzia a Vostra Signoria Reverendissima, pensando che sempre la prosunzione sia escusata dall’affezione. [2] E’ sono stati creati quelli cinque ufficiali per ritrovare e’ possessori delle cose vostre e farvele restituire; il che conviene che sia con gravissima iniuria di chi possiede, perché una parte ha comperato, ad una altra è stato consegnato in pagamento, e ciascuno d’essi possiede con qualche titulo e sotto la fede pubblica. [3] E avendole già ciascheduno messe ad entrata per sua, ne fia privato con una sua gravissima offesa, ché gli uomini si dolgono piú d’uno podere che sia loro tolto che d’uno fratello o padre che fussi loro morto: perché la morte si sdimentica qualche volta, la roba non mai. [4] La ragione è in pronto: perché ognuno sa che per la mutazione d’uno stato uno fratello non può risucitare, ma e’ può bene riavere el podere; e se questo avviene ad alcuno, avviene a’ Fiorentini, che sono in genere piú avari che generosi. [5] Pertanto io credo che ’l bisogno della Casa vostra sia guadagnarsi amici, e non tôrsegli: e questo non è el modo.
[6] Io ve ne voglio dare uno essemplo nato in Casa vostra. [7] Cosimo de’ Medici, venendo a morte, dette per ricordo a Piero, vostro avolo, che di tutte le sue cose pubbliche e private si consigliassi con messer Dietisalvi e lo osservassi come padre; in modo che Piero, morto Cosimo, si rimisse tutto in messer Dietisalvi, e lo pregò che prima vedessi lo stato di tutte le sustanze sua e lo consigliassi, acciò che, stabiliti e’ fatti di casa, potessi vacare alle pubbliche. [8] Messer Dietisalvi, rivedendo lo stato tutto di Piero, lo trovò in disordine; e avendo visto che lui era creditore di 20 mila ducati o piú d’i cittadini, e già pensando di ruinare Piero e cacciarlo da Firenze, li mostrò e’ disordini delle ragioni di fuora e come bisognava vi provvedessi, e che per questo era necessario fare vivi tutti e’ sua crediti; e lo confortò a riscuotere da’ cittadini e’ soprascritti danari. [9] Donde Piero, credendogli, fu per perderne lo stato, perché e’ venne in tanta disgrazia universale che messer Dietisalvi e messer Luca e li altri pensorno poterlo cacciare da Firenze: di che ne nacque la mutazione del ’66.
[10] Donde io di nuovo dico ch’io vorrei facessi amici alla Casa vostra, non inimici; e però io farei fare una deliberazione in Balía, per la quale si deliberassi che voi dovessi avere dal Comune di Firenze, per certo tempo, ogni anno 4 o 5 mila ducati per rimborsare la Casa vostra di quello che, per li tempi adreto, el Comune di Firenze si fussi valuto de’ beni suoi. [11] Io ricordo tutto con fede; Vostra Signoria Reverendissima secondo la sua prudenzia ne deliberi.
2
Istruzione di Paolo Vettori a Niccolò Machiavelli
(Napoli, giugno-luglio 1516)
[Istruzione di Paolo Vettori a Niccolò Machiavelli]
[1] Nicolò, voi andrete a Roma a monsignore reverendissimo de’ Medici, al quale referirete nel termine si truovono le cose qua, e come per tutta questa settimana saremo a ordine di tutto che fa bisogno delle cose si possono fare qua. [2] E di ciurma credo ancora saremo, secondo mio credere, a ordine; vero è che, di quella che abbiamo al fermo, rimance ancora per una galera. [3] Abbiamo mandato in piú luoghi e, se el mondo non rovina, come dico, per di qua sabato saremo del tutto a ordine.
[4] Come voi potete vedere, qui vi si truova vii galere delli Spagnuoli, e ii ne sono ite in Cicilia, che torneranno fra 4 giorni, secondo che loro dicono; e subito che sieno tornate, el signore Viceré dice vuole che siamo alla vela; benché io stimo che, per aversi ancora tutte a fornire di vettovaglia e a pigliare parte di ciurma, che, benché sieno armate, tutte per forza vogliono lassare parte degli stiavi in terra; e però giudico non potranno essere sí preste, che sarà tutto questo mese, o qualche dí dell’altro. [5] Niente di meno io, perché non si possino dolere d’avere a soprastare a causa nostra, darò la paga alla ciurma per tutta questa settimana, e mi metterò a ordine come se avessimo a partire quando dicono; e si può fare conto che la paga della ciurma, se non è in tutto, è ⅞. [6] Comincerà addí xxv di questo, e cosí entreremo in sulla spesa; e altro non si può fare, a volere non avere vergogna.
[7] Nel ragionare con Sua Signoria, gli direte, ancora che io l’abbi scritto, come el signore Viceré aveva promesso due delle nostre galere al signore Ferrante Caraffa; e pensava, col dirmi che altrimenti non troverrei la ciurma, gliele avessi a concedere. [8] E il detto signore Ferrante, infino innanzi io arrivassi qua, ne aveva fermo parte di ciurma a carlini venticinque per uomo di questa moneta: di sorte che ci ha dato difficultà grande, perché non troviamo uomini a manco di dua ducati. [9] Pure, poi che siamo condotti qua, bisogna fare come si può; e se spenderemo uno poco piú, aremo le galere in potere nostro.
[10] Della fanteria voi vedesti quello se ne scrisse. [11] Potete stare a monsignore de’ Medici in su quel medesimo, ché avendole a pagare, bisogna mi provvegghino; e cosí avendo a dare loro le spese.
[12] Del biscotto che el Viceré ci vuole dare, direte, come Sua Signoria mi disse, averlo fatto a nostra stanzia; e ancora che destramente abbi fatto qualche resistenza, ha detto che el prezzo lo facci mo’ Sanpuccio; il quale prezzo non sarà di sorte non ci abbiamo su danno assai, di quello lo compreremo da altri. [13] E cosí el legname che abbiamo avuto dalla corte, secondo mi dicono questi ministri che di già m’hanno dato conto di parte, ci costerà carissimo. [14] Non si può, sendo in casa loro e accomodandoci come fanno, stiracchiare queste cose. [15] Questo vi dico perché ne parliate quando vi viene a proposito, per mostrare che la spesa è piú non s’era disegnata.
[16] Una volta voi avete a dire che le dua galere che erono a Ostia, da’ corpi delle galere in fuora, tutto si ha aúto a rifare, né ci siamo possuti servire di quello legname a cosa alcuna. [17] Della galera di San Pagolo s’è aúto solo a alzare e’ baccalari e le posticce; ma la maggiore parte del legname ha servito. [18] Come voi avete veduto, noi abbiamo tenuto del continuo 30 maestri d’ascia a carlini dua el dí di questa moneta e le spese, e i garzoni che hanno aiutato a’ detti maestri d’ascia, che non è mai stato giorno che l’opere non ci costino xii o xv ducati; e quello che in sulla nota dètti che costerebbe 50 ducati, per avere aúto a disfare e rifare quello che era fatto, costerà 300.
[19] Scrissi del tendale: toccatene uno motto a Sua Signoria, con mostrarli come queste altre galere stanno; e volendo mandarlo, si facci presto, e in tre dí lo farò rassettare.
[20] Bisogna chiedere il meno xii barili di polvere, che ne bisogna vi barili per galera, e non abbiamo se non dua; questa vi stia a mente sopra ogni altra cosa, che bisogna la porti el brigantino in qua.
[21] Bisogna chiedere lo stendardo, che sanza esso non si può fare; e che el brigantino lo porti.
[22] El signore Viceré e l’ammirante m’hanno detto piú volte che desidererebbono che el galeone venissi qua, che penserebbono servirsene con questa armata. [23] E però, quando voi intendiate che ’l galeone sia venuto a Civitavecchia, possete dire a monsignor de’ Medici, se gli pare, di farlo venire qui subito; e ancora che li manchi a fornire qualche cosa, tutto farà meglio qua che a Civitavecchia. [24] E se Sua Signoria si contenta che venga, vedete che si mandi da Roma tutte l’artiglierie piccole ha fatte maestro Iacopo, e che si mandi la polvere, che d’altro non ha di bisogno. [25] Fate ogni opera destramente di mostrare che costoro lo desiderono; che, portando tanti uomini sopra collo in su questa armata, giudicherebbono forte a proposito che portassi la vettovaglia. [26] Come vi dico, se intendete sia a Civitavecchia, fate ogni cosa che si spedisca presto.
[27] Iacopo Bottegari, subito che fu in mare, cascò malato di gotte o di doglie; di sorte che niente si può muovere, né può andare, se non portato. [28] Desidererei ne parlassi con Monsignor reverendissimo, e li mostrassi di quanta importanza egli è a chi comanda una galera si possa maneggiare, e che Sua Signoria, parendoli, ci pigliassi qualche sesto, col farli fare uno breve o per lettera sua, come a quella paressi; e in suo luogo metteremo qualcuno che per questo viaggio servirebbe.
[29] E lo galeone, se li rimesse ducati mille, che si ragionò servissino alle spese che mancava a fare per gli armamenti; e di piú per la paga per uno mese a 150 uomini che si ragionava vi tenessi su.
[30] Direte a Monsignore reverendissimo che qui si fa tutto quello si può, né si può difendersi dalle barerie di costoro, che quando hanno voluto le gente in loro potere, quando hanno voluto dare e’ fanti e che noi li paghiamo, e quando hanno voluto darci il biscotto e soprammetterlo; e in effetto non pensono ad altro che a valersi. [31] Pure c’ingegnamo difenderne il piú si può. [32] E come io vi dico, dite a Sua Signoria che mando cotesto conto succintamente, che c’è assai cose non ragiono, come trombe di fuoco e pentole e fuochi lavorati, che, per tenere di tutto diligente conto, non si manda il conto appunto. [33] Sua Signoria provvegga; e potete dirli che quando mancassi qualche cosa, che non avessi a ordine tutta la somma, che arò commodità fare trarli di qui a Roma, quando si contenti cosí.
[34] Quando avete ragionato di questa faccenda a Sua Signoria tanto che basti, direteli che Giovanni mio fratello è resoluto andare in Lombardia a riscuotere quelli danari a Parma e Piacenza, quando Sua Signoria voglia far fare e’ brevi; come mi disse, si ripescheranno questi danari, e a me farà piacere grandissimo. [35] Quando vi dicessi che e’ brevi si facessino fare, parlatene con Giovanni Rucellai, che v’indrizzerà.
[36] Credo bisogni fare di dua sorte brevi: uno a Giovanni Vettori che abbi facultà di riscuotere, e l’altro a quelli governatori di Parma e Piacenza che prestino aiuto e favore; e quando li arete avuti, che sarà facile, chiederete una lettera a Tricarico, che riscaldi la cosa in corte e facci scrivere a quelli governatori; e cosí scrivete non ne scriva a Francesco Vettori.
[37] A Roma sendovi mia lettere, mandatemi quelle di Giovanni. [38] El resto leggete, che ve ne sarà di Piero Coci e forse di Giorgio Rinieri, che appartengono al galeone; essendovi costà, dite a Monsignore le dia.
[39] Sollecitate la polvere, il tendale, lo stendardo, i danari, e spero dia queste cose; e parendo a Monsignore reverendissimo, ve ne venite.
[40] Al Banco de’ Beni è ordine di danari, bisognandone.
[41] A Monsignore reverendissimo direte che mandai il zolfo al Bartolino.
[note di spesa]
[42] Secondo il conto dètti a Monsignore, montava el disegno della spesa di queste galere pagate per ii mesi ducati 4100, di che ne ebbi in Roma ducati 3600; verrebbe a mancare, secondo
quello disegno, ducati 500 ducati 500
[43] E piú la paga del brigantino che pagai addí vi di giugno ducati 90
[44] E piú ducati 65 pagai per una lettera di Piero Coci ducati 65
[45] E piú ducati 25 a maestro Guglielmo, come mi disse
Monsignore reverendissimo ducati 25
[46] Ammancami secondo el disegno dato ducati 680
[47] Ammonta piú la spesa dell’acconciare le galere, come di tutto s’è tenuto e tiene conto particulare, dell’opere e del legname comperato, ducati 200 ducati 200
[48] Ammonta la spesa della galera armata, a volere ragguagliarla con l’altre, che tutto cominci el soldo a uno medesimo tempo, aggiuntoci la spesa di Iacopo Bottegari e di messer Antonio d’Arezzo e degli uffiziali tolti per dette galere, come di tutto
si tiene conto particulare, ducati 250 incirca ducati 250
[49] Ammonta l’ancore abbiàno comperate ducati 60, che le
ragionamo 40; mancano ducati 20
[50] Ammontano due schifi fatti fare ducati 30 ducati 30
[51] Ammontano le taglie che ci mancavono ducati 12 ducati 12
[52] Ammontano 300 barili d’acqua e 18 bandiere di panno lino
dipinte con l’arme di papa Leone ducati 50
[53] El brigantino finisce la paga sua addí vi di luglio, che volendo darla di nuovo mancano ducati 90
[54] ducati 1332
[55] Costeranno gli uomini a ducati dua d’oro per uno, e parte a carlini xx di Napoli, che saranno pochi (sarà differenzia da ducati 1 ½ el mese, come si ragionava a quello), costeranno
ducati 300
[56] Sarà di spesa nella galera di San Pagolo e ’n quelle ii
d’Ostia a calafatare in modo si possino condurre ducati 20
[57] Sarà di spesa 60 o 80 uomini per condurre le dua galere
d’Ostia ducati 120
[58] Sarà di spesa in mettere gl’albori e comperàgli per condurre le dua galere ducati 40
[59] Sarà di spesa per taglia per le galere ducati 10
[60] Sarà di spesa negl’uomini de buona voglia per la galera di
San Pagolo ducati 150
[61] Costeranno le spese del vivere per gli òmini delle 3 galere insino sieno condotte a Napoli ducati 100
[62] ducati 440
[63] Come si vede, costeranno le galere condotte a Napoli ducati 440
[64] Costeranno gl’albori e antenne per la dua galere, e fornille ducati 80
[65] Costeranno l’ancore d’una galera, che l’altre ci sono ducati 40
[66] Costeranno le vele che mancono per una galera, e fornirle
di tutto fa bisogno ducati 200
[67] Costeranno l’opere morte, e fornire le camere delle
dua galere ducati 50
[68] Costeranno le corazze (100 in 120) celatoni e baviere e
balestre e scoppietti per le iii galere ducati 300
[69] ducati 1110
[70] Come si vede, costeranno le tre galere condotte a Napoli ducati 1110
[71] Costeranno dipoi a pigliare 144 uomini per galera a remo, e pigliarne 50 fra uffiziali e uomini da combattere, col salario e con le spese, el meno ducati 500 el mese, che per 3 galere sarebbono ducati 1500 il mese; che tenendole mesi dua si potrebbe col medesimo soldo scorrere qualche dí piú là; costerebbono in questo tempo, come si dice ducati 3000
[note di Niccolò Machiavelli]
[72] Agostino Ghisi ha pagato el diritto per tutto luglio, in modo che volendo che Pagolo li tragga qua e’ danari che sopra piú s’hanno a pagare, perché ci correrebbe al pagamento 15 dí, si potrebbe farli pagare ad Agostino.
[73] El galeone per le vettovaglie.
[74] Borghese Petrucci sta a Chiaia, fuora uno mezzo miglio a luogo di . . . impazzò affatto etc.
[75] E’ remi della vecchia, el piombo de’ remi, e’ fuochi varii; non si contano e’ corsaletti al conte Aniballe Rangoni: del suo prigione egli ha dato soldi, e che [. . .]
3
[Direttive di Paolo Vettori a Niccolò Machiavelli]
(Messina-Napoli [?], seconda metà di agosto-metà settembre 1516)
[1] Galeone di Messina e brigantini, e la ciurma si ha auta a pagare del commissario è venuto.
[2] In prima, quanto a pagare il resto delle galere di soldi infino a Civitavecchia, bisogna il meno ducati 400 d’oro per i soldi degli uomini di capo e parte della ciurma.
[3] Secondo, che facci pagare a Tommaso Ginori e’ ducati 350 sono tratti Ântonio Strozzi: e’ quali hanno servito per levare la ciurma da Napoli, che in fatto era fornito il tempo, come e’ sa Sua Signoria Reverendissima.
[4] 3. Risolvasi Sua Signoria se vuole mandare questa galera a Livorno, che volendo mandarla bisogna aiutate dare una paga, che monterà ducati 800: cioè ducati 500 per li di buona voglia e ducati 300 per li forzati, contando cinquanta uomini di buona voglia ci sono su.
[5] 4. Perché il Viceré ha mandato uno commissario che rimeni indrieto la gente, bisognerebbe che tale commissario avessi ordine costí dall’ambassadore vegna infino a Livorno.
[6] 5. Bisognerebbe ancora spendere poco questo verno; provvedersi adesso di vettovaglie per il verno.
[7] 6. Il signore Viceré m’ha commisso che riferisca a Monsignore che quando Sua Santità tenga galere armate questo verno, che volentieri concorrerebbe con Sua Santità a mandare le sue in Sardegna, dove tutto verno stareste.
[8] 7. Direte che hanno fatto ogni cosa che le galere restino disarmate a Napoli, e se non che io mi sono fatto vivo, vi restavono.
[9] 8. Perché io so che questi capitani spagnuoli hanno scritto a Roma che restò da me l’andare drieto alle fuste per la commissione tenevo di tornare, direte a Sua Signoria come la cosa sta.
[10] 9. Direte come abbiamo 24 stiavi, che e’ Turchi gli hanno venduti alli Spagnuoli a Napoli ducati 40 la pezza; che questi vagliono almeno ducati 800.
[11] 10. Direte a Sua Signoria che io ho speso nel galeone, e in soldare quello che andassi in sua compagnia, e nel brigantino nostro, de’ ducati piú di 300, e che tutto ho fatto perché andassi bene provvisto; e per questo non ho guardato in cosa nessuna.
[12] 11. Se le galere del Biascia s’hanno a pigliare, bisogna lo ’nventario.
[13] 12. Quando queste galere, le due, s’abbino a desarmare, bisogna condurle in fiumara, che a Civitavecchia intendo non possono stare; questo dico quando non andassino a Livorno.
[Appunti di Niccolò Machiavelli]
[14] Se il cardinal d’Aus è in Roma.
[15] Cavo delle Colonne; e’ Mori a Cavo d’Otranto.
[16] Se non crede avere le galee del Biascia, bisognerebbe metterle in fiumara, per armarle questo verno; avendole, bisogna metterle al coperto, o a Livorno o in fiumara.
[17] Messer Luigi Viniziano importunandolo al partire, convenne darli el galeone che lo accompagnassi, non volendo andarvi el brigantino.
[18] Prese el galeone di Messina a 80 ducati el mese e le spese per dua mesi, perché avendo e’ brigantini a tornare in qua con messer Luigi, bisognava avessi uno legno che pescassi poco.
4
[Istruzione di Niccolò Machiavelli a un ignoto collaboratore di Paolo Vettori]
(Messina-Napoli [?], seconda metà di agosto-metà settembre 1516)
[1] Che innanzi partissi da Napoli, Sua Signoria sa li scrisse come se gli era rimesso 500 ducati di nuovo; che potria uscire fuora con li Spagnoli, ma che bisognerebbe alla tornata sua dare una paga alli uomini di capo e altri che restassino indreto, che monterebbe qualche 350 ducati. [2] Occorse poi, sendo a Messina e volendo mandare el galeone alla volta di Barberia, e non potendo restare e’ brigantini seco per avere a ritornare in qua, come sa Sua Signoria, perché el galeone non rimanessi solo soldò di nuovo un galeone a Messina per due mesi, con paga d’ottanta ducati el mese e le spese; e dette la paga al brigantino, di modo che vi entrorno drento quelli 350 ducati che lui ha tratti, e’ quali prega Sua Signoria reverendissima li facci pagare. [3] E ci resta ora a pagare quelli uomini di capo e parte della ciurma, talché bisogna 400 ducati. [4] E sappi che non se è possuto fare altro, perché el Viceré non voleva che menassi la ciurma in qua sanza pregeria, il che negando li bisognò accettare un commissario che fussi loro procuratore a pagarli e a farli ritornare indreto; e fece ogni cosa perché le galee rimanessin qui disarmate.
[5] Se vogliono che le galee vadino a Livorno, bisogna 800 ducati per dare una paga alla ciurma a Civitavecchia, e che lo commissario abbi ordine dallo ’mbasciadore che vadia infino a Livorno.
[6] Sarebbe bene ridurle in fiumana e attendere ad armarle questo verno, se non crede avere quelle del Biascia. [7] Avendole, bisogna metterle al coperto o in fiumana o a Livorno, perché a Civitavecchia non possono stare.
[8] El signore Viceré dice che quando el papa tenessi armate le galee, che sarebbe bene tenerle in Sardigna.
[9] Provvedersi ora di vettovaglie per il verno.
[10] Dire la storia dello assalto, e da chi restò el seguire e’ Turchi; venne a Cavo delle Donne e là a Cavo d’Otranto.
[11] Che abbiàno 24 stiavi, che vagliono 40 ducati l’uno.
[12] Se le galee del Biascia si hanno a pigliare, bisogna lo inventario.
Testamenti di Niccolò Machiavelli
1
Primo testamento
(Firenze, 22 novembre 1511)
[1] In Dei nomine, amen. Anno Domini nostri Iesu Christi ab ipsius salutifera incarnatione millesimo quingentesimo undecimo, indictione xv et die vigesimasecunda mensis novembris. [2] Actum in Palatio magnificorum et excelsorum Dominorum Florentie et in Cancelleria Reformationum, presentibus testibus ad infrascripta omnia et singula vocatis, habitis et proprio ore infrascripti testatoris rogatis, videlicet:
ser Antonio ser Anastasii de Vespuccis,
ser Bartolomeo Miliani de Deis,
ser Piero ser Dominici de Bonaccursis,
ser Filippo Niccolai Lippi de Pratoveteri,
ser Lucha Fabiani Angeli de Ficinis,
ser Iohanne Salvatoris Blasii de Puppio,
civibus et notariis publicis Florentinis, et Bartolomeo Rufini Iohannis de Rufinis populi Sancti Ambrosii extra muros de Florentia.
[3] Cum nichil sit certius morte, nichil autem sit incertius hora mortis, hinc est quod egregius vir Niccolaus domini Bernardi de Machiavellis civis Florentinus, sanus per gratiam Domini nostri Iesu Christi, visu, mente, sensu, intellectu et corpore, nolens intestatus decedere, per hoc suum presens nuncupativum testamentum, quod dicitur sine scriptis, in hunc qui sequitur modum et formam de bonis suis disposuit et testatus est, videlicet:
[4] In primis enim animam suam omnipotenti Deo eiusque gloriosissime matri semper virgini Marie, totique celesti curie paradisi humiliter ac devote recommendavit.
[5] Item iure legati reliquit Opere Sancte Marie del Fiore de Florentia et Opere nove sacrestie eiusdem ecclesie et Opere murorum civitatis Florentie in totum libras tres florenorum parvorum, videlicet cuilibet dictarum Operarum libram unam florenorum parvorum.
[6] Item iure legati reliquit domine Mariette uxori sue dilecte et filie condam Lodovici de Corsinis de Florentia dotes suas per ipsum testatorem alias ut dixit confessatas. [7] Volens insuper, disponens et mandans dictus testator, quod post mortem ipsius testatoris quamprimum fieri poterit per dictam dominam Mariettam tutricem, et pro tempore curatricem, gubernatricem et administratricem infrascriptam, dictis nominibus, vel per Francischum Pieri del Nero aut per Filippum Banchi de Casavecchia, cives Florentinos, etiam tutores et pro tempore curatores, gubernatores et administratores infrascriptos, prout infra successive relictos et constitutos, vendantur et vendi debeant omnes et singule collane sive catenelle, zone et anuli, tam dicte domine Mariette quam dicti Niccolai, et omnes et singule vestes et panni lanei et linei, et de sirico et cuiuscunque alterius qualitatis et speciei, ad usum et dorsum et pro usu et dorso tam dicte domine Mariette quam dicti Niccolai, quomodolibet deputate et facte et deputati et facti. [8] Et quod earum et eorum pretium sive retractus convertatur et converti debeat in emptionem sive acquisitionem creditorum Montis vel bonorum immobilium sub nomine heredum dicti Niccolai. [9] Cum infrascripta tamen conditione, videlicet quod page huiusmodi creditorum Montis, seu fructus, redditus et proventus huiusmodi bonorum immobilium pleno iure pertineant et spectent et pertinere et spectare debeant, ultra dotes suas predictas, dicte et ad dictam dominam Mariettam eius tantum vita durante et ea stante vidua et vitam vidualem et honestam servante. [10] Et sic ex nunc dictus testator huiusmodi pagas dicti Montis seu fructus, redditus et proventus dictorum bonorum immobilium iure legati reliquit eidem domine Mariette, durante tantum, ut dictum est, eius vita, et ea stante vidua et vitam vidualem et honestam servante et non aliter; ea vero transeunte ad secunda vota reliquit eidem solum et dumtaxat dotes suas predictas et nichil aliud.
[11] In omnibus autem aliis suis bonis presentibus et futuris suos universales heredes instituit fecit et esse voluit quoscunque filios suos masculos legiptimos et naturales, tam natos quam nascituros ex dicto testatore et dicta domina Marietta eius uxore predicta, vel alia quacunque eius futura uxore legiptima, equis portionibus, et eos ad invicem substituit vulgariter, pupillariter et per fideicommissum. [12] Tutricem autem et pro tempore curatricem dictorum suorum filiorum, tam natorum quam nasciturorum, et tam masculorum quam feminarum, reliquit, fecit et esse voluit dictam dominam Mariettam uxorem suam prefatam. [13] Et quia de ea et de eius integra fide totaliter confidit, reliquit, fecit et esse voluit dictam dominam Mariettam generalem gubernatricem et administratricem dictorum suorum filiorum, tam natorum quam nasciturorum, et tam masculorum quam feminarum, et totius sue hereditatis et bonorum suorum omnium et singulorum, et omnium et singulorum negociorum dictorum suorum filiorum et filiarum et totius sue hereditatis predicte, cum plena, ampla, generali et libera et absoluta administratione, donec et quousque minor natu dictorum suorum filiorum masculorum, tam natorum quam nasciturorum, pervenerit ad etatem decem et otto annorum completorum. [14] Declarans, et ex certa sua scientia expresse volens et disponens dictus testator, quod ipsa domina Marietta non teneatur, nec modo aliquo cogi possit ad confectionem alicuius inventarii, nec ad aliquam promissionem faciendam, nec cautionem seu satisdationem aliquam prestandam, nec ad reddendam rationem aliquam tutele et pro tempore cure, gubernationis et administrationis sue predicte; sed immo a predictis omnibus et singulis, quia, ut dictum est, de eius integra fide totaliter confidit, et ex eius certa scientia ut supra eam ex nunc prout ex tunc relevavit, liberavit et absolvit et relevatam, liberatam et absolutam esse voluit, disposuit et mandavit. [15] Hoc tamen in predictis excepto et declarato, quod vigore auctoritatis et potestatis sibi ut supra concesse ipsa domina Marietta non possit modo aliquo vendere, vel aliter modo aliquo alienare, bona immobilia dicti testatoris sive eius hereditatis vel heredum, nec ea ad longum tempus locare. [16] Nec etiam possit dictam eius hereditatem vel heredes obligare ad dandum et solvendum seu tradendum aliquam pecunie vel rerum quantitatem alicui persone, loco, communi, collegio, societati vel universitati, nisi huiusmodi obligatio fiat cum expressa licentia et consensu Totti fratris carnalis dicti testatoris. [17] Predicta tamen, ut supra in presenti capitulo disposita de dicta et quo ad dictam dominam Mariettam valere et tenere, attendi et observari voluit dictus testator, si et casu quo ipsa domina Marietta stet et permaneat vidua et vitam vidualem et honestam servet, et non aliter quoquo modo.
[18] Et quia accidere posset quod ipsa domina Marietta decederet antequam minor natu dictorum suorum filiorum masculorum pervenerit ad dictam etatem annorum decem et otto completorum, propterea dictus testator voluit et disposuit quod loco ipsius domine Mariette, totaliter et in omnibus et per omnia, quo ad dictam tutelam et pro tempore curam, gubernationem et administrationem predictam et alia predicta, succedat et subrogatus ex nunc intelligatur esse et sit ille quem ipsa domina Marietta vidua in suo et per suum testamentum vel codicillos nominaverit et declaraverit sibi quo ad predicta succedere debere et subrogatum esse.
[19] Et si contigerit ipsam dominam Mariettam decedere nulla facta nominatione et declaratione dicti sui huiusmodi successoris et subrogati, vel eam transire ad secunda vota, tunc et in dictis casibus, et quolibet vel altero eorum loco ipsius domine Mariette, quo ad dictam tutelam et pro tempore curam et gubernationem et administrationem et alia predicta et cum auctoritate et potestate predicta succedere et subrogatum esse voluit Francischum Pieri del Nero, civem Florentinum; et eo mortuo Filippum Banchi de Casavecchia, etiam civem Florentinum. [20] Et sic ex nunc prout ex tunc in casibus predictis, et quolibet vel altero eorum dictum Francischum, et eo mortuo dictum Filippum, tutorem et pro tempore curatorem, gubernatorem et administratorem predictum reliquit, fecit et esse voluit cum eadem auctoritate et potestate, et in omnibus et per omnia et pro omnibus et singulis et quo ad omnes et omnia et singula, et prout et sicut de dicta et quo ad dictam dominam Mariettam supra dictum et dispositum est, singula singulis congrue semper et apte referendo. [21] Cassans etc. Asserens etc. Rogans etc.
[22] Ego Franciscus condam Ottaviani Antonii de Ottavianis de Aretio, civis et notarius publicus Florentinus, de predictis rogatus fui et ideo in fidem me subscripsi.
2
Secondo testamento
(Firenze, 27 novembre 1522)
[1] Iesus
In Dei nomine, amen. [2] Anno Domini 1522, indictione xi et die 27 novembris. [3] Actum in curia Mercantie civitatis Florentie, presentibus infrascriptis testibus ad omnia et singula infrascripta vocatis, habitis et ore proprio infrascripti testatoris rogatis, videlicet:
ser Antonio Mini Francisci de Merlinis,
ser Petro Paulo ser Ioannis Andree Francisci de Spigliatis,
ser Michaelle Ioannis Micaellis Ture,
ser Petro Ioanne ser Macharii de Macallis,
ser Laurenzio Francisci Angieli de Bibiena, notariis in dicta curia,
Agustino Francisci Ioannis de Prato domicello dicte curie et
Bernardo Dominici Bartoli, vocato Becino, nuntio dicte curie.
[4] Cum nihil certius sit morte, nihil incertius ora, hinc est quod Nicolaus olim domini Bernardi de Machiavellis civis Florentinus, sanus Dei gratia mente, visu, corpore et intellectu, suum condidit infrascriptum testamentum in modum infrascriptum.
[5] In primis animam omnipotenti Deo conmendans, corporis sepulturam elegit in sepulcro maiorum.
[6] Item Opere Sancte Marie del Fiore reliquit libram 1, et libram 1 sacrestie dicte eclesie, et libram 1 edificationi murorum.
[7] Item reliquit domine Mariecte eius dilecte uxori et filie Lodovici de Corsinis, pro eius dote et in satisfactionem eius dotis, unum predium cum domo pro domino et laboratore cum omnibus suis terris et pertinentiis positum in comitatu Florentino et in potesteria Sancti Casciani, in populo Sancti Andree in Percussina, loco decto « la Strada », cui a primo via publica, a secundo via vicinale, a tertio Filippi de Machiavellis, a quarto heredum Nicolai Alexandri de Machiavellis, a quinto via publica, a sexto strata, cum omnibus masseritiis que tempore mortis testatoris erunt in domo domini dicti predii. [8] Item unam domum edificatam ad usum fatorii, existentem super dictam viam publicam, et unam domunculam ubi sunt duo canales acti ad vindemiam, existentem super dictam viam, et omnia pro eius dote et in satisfactionem eius integre dotis.
[9] Item eidem reliquit omnes pannos linos et laneos et de sirico, et anulos, et omnia alia ordinata et ordinanda ad eius dorsum et usum.
[10] Item eidem, ea vidua stante, durante eius vita reliquit usum domus habitationis dicti testatoris, una cum eo cui eam reliquerit, et ulterius omnes pannos et lectum cum omnibus fornimentis et aliis fornimentis camere existentibus in dicta domo super sala dicte domus.
[11] Item iure institutionis reliquit Bartolomee eius filie, ultra dotem Montis, quam facere intendit pro eius dote, omnes telas pannorum linorum non incisorum que erunt tempore mortis dicti testatoris, et tam perfetas quam inceptas, et unum nemus positum in populo Sancte Marie Inpronete, iusta Grevem, denominatum nemus Vallatum, cui a primo flumen Bagniolini, a secundo, tertio Sancte Marie Inpronete, a quarto heredum Francisci de Machiavellis, et quod fructus dicti nemoris, donec maritetur, investiantur pro eius dote in creditis dotium. [12] Et si heredes testatoris, vel aliquis eorum, dabunt dicte Bartolomee florenos 200 auri in auro pro eius dote, dictum nemus reliquit eis, vel ei qui solvet; et ulterius dicte Bartolomee, donec matrimonium contrahet et viro tradetur, reliquit pro eius alimentis et vestitu quod ei per quemlibet dictorum heredum, solvantur florenos 3 auri in auro singulis annis.
[13] Heredes instituit Bernardum, Lodovicum, Guidonem et Pierum eius filios, et alios filios nascituros masculos, legiptimos et naturales, equis portionibus, et loco premortuorum eorum, premortuorum filios legiptimos et naturales, et ne scandola que ex comunione oriri contingit oriantur, eos divisit in modum infrascriptum.
[14] In parte Bernardi primogeniti voluit esse predium vocatum « il Pogio » positum in dicto populo Sancti Andree in Percussina, cum quercubus, sodis, vineis et omnibus suis bonis et pertinentiis, cui a primo via vicinale, a secundo domine Lucretie uxoris olim Petri del Rosso, a tertio heredum domine Antonie de Machiavellis, a quarto flumen Grevis, a quinto fossato, sexto nemus Cafagi, septimo dicte eclesie Sancti Andree, et quod in presenti parte comprendatur machia becaficorum que vadit a Fontalla usque ad nemus Cafagi, et vinea Fontalle usque ad fossam, et a dicta fossa supra dicta vinea sit in parte Lodovici ut infra, non obstante grocti dicte vinee laborentur a laboratore predii predicti. [15] Item unum campectum positum iusta Grevem, cui a primo, secundo, tertio eclesie domus veteris, a quarto fossato. [16] Item due quinte partes nemoris vocati Sorripe, posite in dicto populo ad comune pro indiviso cum domina Lucretia uxore olim Petri del Rosso; item unum petium terre olivatum positum in dicto populo loco decto « a Valessi », cui a primo via vicinale, a secundo, tertio, quarto domine Adole de Machiavellis.
[17] In parte Lodovici voluit esse predium vocatum Fontalla, sive predium novum, et unum nemus querquum vocatum « Cafagio », et nemus vocatum « le Grotte » in dicto populo, cui a primo via publica Romana, a secundo suprascripte domine Lucretie, a tertio fossato, a quarto suprascripti predii « del Pogio » et vinee, et reliquum suprascripte vinee cum campis et grotis circum circa, et locus ubi lavatur et ubi dicitur fieri vivarium, et la fonte, sit in presenti parte. [18] Item dimidium domus posite supra stratam Romanam, ubi sunt otto canales, sit in presenti parte pro indiviso cum suprascripto Bernardo; reliquum sit suprascripti Bernardi.
[19] In parte Guidonis domum de Florentia cum domuncula retro, in populo Sancte Felicitatis super viam platee, cui a primo via, a secundo heredum Francisci de Machiavellis, a tertio bona unius vocati Bondi, a quarto chiasso, a quinto heredum Laurentii de Machiavellis. [20] Item unam domum ad usum osterie, cum alia domo ad usum becherie, positas in suprascripto populo Sancti Andree in Percussina et super strata Romana.
[21] In parte vero Petri unum predium positum in dicto populo Sancti Andree loco dicto Monte Pugliano, cui a primo via publica vocata via Giogolis, a secundo, tertio, quarto fossatum infra predictos confines. [22] Et in casu molestationis vel evictionis quilibet teneatur pro rata et si plures alios nasci contigerit habeant portionem suprascriptorum bonorum et redividatur inter eos. [23] Et quod post mortem alicuius eorum, quandoqunque venire contigerit, succedant filii masculi legiptimi et naturales, et eorum filii et descendentes, unus gradus post alium; et deficiente uno sine filiis vel cum filiis, et deficiente eius linea, vadant ad alios superviventes et eorum filios et descendentes masculos in infinitum, successive de gradu in gradum, quos invicem substituit per fideicommissum, et prohibuit omnem speciem alienationis tam inter vivos quam in ultima voluntate, et locationem ad maius tempus quam 5 annorum; et si aliter fieret, voluit ut vadant ad alios qui non contrafecerint, qui succederent secundum suprascripta, quod si neglexerint recuperare infra annum, vadant ad alios sequentes.
[24] Et si Bernardus et Lodovicus voluerint habitare in domo de Florentia relicta Guidoni, si habitabunt de voluntate Guidonis, teneantur solvere Guidoni pensionem condignam. [25] Et si Bartolomee tempore mortis testatoris non erit facta dos super Montem, teneantur dicti heredes curare quod habeat. [26] Et quod omnes bestie et debita laboratorum suprascriptorum bonorum sint eius cui sunt relicta, et similiter debita.
[27] Tutores et pro tempore curatores filiis minoribus reliquit dominam Mariectam eius uxorem, et voluit quod donec erunt etatis 19 annorum ipsa administret eorum bona absque quod de eis ullum computum reddere debeat, adceptet vel non adceptet tutelam; et si peterent eam reddere rationem, tunc omnes fructus per eam perceptos eidem reliquit, et cum erunt annorum 19, cuilibet eorum voluit partem adsignari.
[28] Executores reliquit Franciscum Petri del Nero, Filippum Benedicti de Nerlis et Carolum Francisci de Machiavellis et quemlibet eorum in solidum.
[29] Et hanc dixit et adseruit dictus testator esse et esse velle suum testamentum et suam ultimam voluntatem, quam prevalere voluit omnibus aliis testamentis, codicillis et donationibus causa mortis, et quibuscumque aliis ultimis voluntatibus per eum hactenus factis; et si iure testamenti non valeret vel valebit, valeat et valere voluit dictus testator iure codicillorum; et si iure codicillorum non valeret vel valebit, valeat et valere voluit iure donationis causa mortis, vel cuiuscumque alterius ultime voluntatis, quo, qua et quibus magis et melius et validius de iure subsistere et valere potest. [30] Cassans, irritans et annullans dictus testator omne aliud testamentum, codicillos, donationes causa mortis, et omnem aliam ultimam voluntatem per dictum testatorem hactenus factam et conditam manu cuiuscumque notarii, non obstantibus quibuscumque verbis derogatoriis, penalibus vel precisis in dicto testamento appositis. [31] Rogans me Bonaventuram notarium antedictum et infrascriptum quatenus de predictis publicum conficerem instrumentum.
[32] (SN) Ego Zenobius olim ser Bonaventure Leonardi Bonaventure notarius Florentinus et commissarius ordinarius imbreviaturarum dicti ser Bonaventure morte preventi et de predicto testamento rogati, predicta sumpsi et copiavi ex originalibus libris et scripturis dicti ser Bonaventure, et ideo in fidem me subscripsi et solito signo signavi.
Lettera di Piero Machiavelli a Francesco Nelli
Piero Machiavelli a Francesco Nelli
(Firenze, 22 giugno 1527 [?])
[1] Spectabili viro Francesco Nelli avvocato florentino. In Pisa
[2] Carissimo Francesco, non posso far di meno di piangere in dovervi dire come è morto il dí xxii di questo mese Niccolò, nostro padre, di dolori di ventre, cagionati da uno medicamento preso il dí xx. [3] Lasciossi confessare le sua peccata da frate Matteo, che li ha tenuto compagnia fino a morte. [4] Il padre nostro ha lasciato noi in somma povertà, come sapete. [5] Quando farete ritorno quassú vi dirò molto a bocca. [6] Ho fretta e non vi dirò altro, salvo che a voi mi raccomando.
[7] mdxxxvii
Vostro parente Piero Machiavegli
Avvertenze di Giuliano de’ Ricci alle lettere di Niccolò Machiavelli (ms. AR)
1
[1] Né parve al Machiavello avere con questo discorso supplito abbastanza, che scrisse sopra il particulare dello stare neutrale in altra lettera al Vettori che è copiata in questo, 143.
2
[1] Giuliano de’ Ricci a chi legge
[2] La che séguita è copia di una lettera scritta dal Machiavello ad un prelato in nome di tutta la famiglia de’ Machiavelli circa alla recuperazione del benefizio della pieve di Fagna, posto in Mugello vicino alla Scarperia, del qual luogo ne sono li debiti padroni, come anco di molti altri benefizi di non minore importanza posti nella Valdelsa. [3] Servirà questa lettera per mostrare la nobiltà della famiglia (che, sendo cosa notissima, non ci starò a discorrere sopra) e per far fede al mondo in quanto conto fosse tenuto il nostro Machiavello non solamente dalla Repubblica e dall’universale, ma ancora da’ suoi medesimi; il che suole essere molte volte assai difficile, massime quando in una casata sono assai in numero che per sapere e facultà non pare loro di dovere cedere alli altri, essendo che queste ci rendono insolenti, e di quello ne pare avere a ciascuno molto piú che non li bisogna. [4] Nondimeno, tutti gli altri cederono in questo loro bisogno a Niccolò nostro, sebbene era il piú giovane di tutti e forse il meno facultoso, tanto fu da essi apprezzato il sapere e ingegno suo altissimo a qualsivoglia sorte di cosa.
3
[1] Giuliano de’ Ricci a chi legge
[2] Li pochi versi latini che seguono furono facilmente scritti dal Machiavello a quello messer Francesco nominato nella sopradetta lettera o ad altri che trattasse in Roma la causa di Fagna, essendo essi in sul medesimo foglio dove è la lettera ch’è sopra; e era lettera intera, ma ne manca piú che li /8, essendo il resto del foglio stracciato. [3] Prendano adunque da me gli amorevoli lettori quel poco che il tempo ci ha lasciato, e da esso faccino coniettura gli giudiziosi da quanta invidia si lasciò trasportare il Giovio quando disse il Machiavello essere ignorante, o almeno poco litterato. [4] Considerino ancora se il Machiavello avea bisogno che Marcello Virgilio gli esponesse i piú bei fioretti della lingua latina e greca, scrivendo egli di questa maniera l’anno 1497, della sua età 28, nel qual tempo appena aveva cominciato a conoscere, nonché a praticare e conversare con il Vergilio, di cui egli non fu mai notaio, come falsamente afferma il Giovio nel medesimo luogo, ma fu secretario delli Signori e delli Dieci, e da essi, per servizio della Repubblica, adoperato in cose importantissime, sí come di sopra si è mostro e piú appieno si mostrerrà, e a lungo da altri o da me sarà sopra questa materia discorso. [5] Basti per ora alli lettori questo poco, contentandosi di credermi che la infrascritta lettera latina fosse da lui scritta nel tempo detto, che, per non li tediare, non ne adduco li testimoni e scritture, che in fede della verità ne ho, parendomi anco, adducendole, fare torto a me medesimo, a persuadermi che non mi debba essere creduto questo poiché il Giovio si dette ad intendere che il mondo credesse che il Machiavello gli dicesse che Marcello Virgilio, come ho detto di sopra, gli avesse insegnati i fioretti della lingua greca e della latina.
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[1] Giuliano de’ Ricci a chi legge
[2] Non è, a mio giudizio, per dispiacere a’ lettori la infrascritta lettera scritta dal Machiavello ad uno amico suo l’anno 1497 circa al predicare di fra Girolamo Savonarola, nella quale egli liberamente dice l’oppenione sua, della quale ciascuno potrà fare quello capitale che gli parrà, in tante diversità che ci sono tra quelli che hanno scritto del detto frate circa alla sua dottrina, alla qualità de’ costumi e al fine al quale egli tendeva, avendo ciascuno scritto secondo che li dettavano le passioni dell’animo, che in quelli tempi abbracciarono quasi tutta la nostra città.
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[1] Giuliano de’ Ricci a chi legge
[2] La lettera precedente è levata da un pezzo di carta tutto lacero e guasto e, come si vede, è imperfetta. [3] La che séguita fu dal nostro Machiavello scritta in questa espedizione a qualche principale cittadino di Firenze a chi premevano li moti fatti da’ Veneziani in Romagna, e forse a Piero Soderini gonfaloniere, che questo si lascia considerare a chi legge, possendo stare l’uno e l’altro, vedendosi chiaramente dal contesto di essa che fu scritta a persona di importanza e che allora aveva grandi maneggi nella Repubblica.
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[1] Giuliano de’ Ricci a chi legge
[2] Servissi sempre e ne’ maggiori suoi bisogni dall’anno 1494 al 1512 la Repubblica del nostro Machiavello; però, sentendo l’anno 1512 che l’esercito spagnuolo veniva inverso la Toscana, e dubitandosi de’ progressi di esso, da quelli che allora reggevano fu mandato addí 23 di giugno Niccolò nella Valdichiana per levare fanterie; e di poi addí 28 di luglio del detto anno fu mandato con le medesime commissioni in diversi luoghi per levare fanterie e condurle inverso Firenzuola, dalla quale parte si dubitava. [3] E da esso dovette essere eseguito il tutto diligentemente, secondo il solito suo; e, non sendo le provvisioni da quello stato fatte sute bastanti, ne seguí la mutazione di esso addí ultimo d’agosto 1512, sendo ritornata nella città la illustrissima famiglia de’ Medici. [4] Da una parente (che forse fu Madonna Alfonsina, madre del duca Lorenzo) della qual famiglia ricerco il Machiavello di darli notizia de’ casi successi, li scrisse la qui infrascritta lettera, che servirà, oltre alla notizia particulare di quei casi, per mostrare a ciascuno quanto si ingannasse il Giovio quando nelli Elogi disse il Machiavello essere stato poco affezionato alla casa de’ Medici.
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[1] Giuliano de’ Ricci a chi legge
[2] Nel medesimo foglio dove è scritta la sopradetta lettera, che il Machiavello mandò ad una donna interessata o per parentado o per amicizia o per affezione con quelli della illustrissima famiglia de’ Medici, vi è dipoi la infrascritta memoria delle cose seguite pochi giorni doppo, che appartenendo alla medesima materia, e dall’autore stesso messe insieme, mi parrebbe errore il separarle: però le scrivo qui di sotto.
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[1] Giuliano de’ Ricci a chi legge
[2] Io ho sempre, umanissimi lettori, tenuto gran conto delle memorie antiche, e sempre mi è parso officio debito di ciascuno il cercare di mantenere le cose dei suoi il piú che sia possibile, e anco risuscitarle e metterle in luce e in considerazione alli posteri, non si partendo però mai dalla verità; e di questo mi sono testimonio le fatiche che ho durato nella investigazione delle azioni e delli uomini della famiglia de’ Ricci. [3] Testimonio non piccolo ne rende ancora la presente fatica attorno alle cose di Niccolò Machiavelli, mio avolo; e questa è la cagione che, avendo trovato una lettera scritta dal detto Machiavello a Francesco Vettori sopra la triegua fatta l’anno 1513 infra il re di Francia e quello di Spagna, ricercando io di quella che, ricercandolo che discorresse sopra questa materia, gli scrisse il Vettori, mi sono capitate alle mani molte lettere sue. [4] Le quali, parendomi che in esse, oltre alla piacevolezza e garbatezza, vi sia la notizia di molte cose seguite in quelli tempi, non narrate semplicemente, ma discorsovi sopra fondatamente e con bellissimo giudizio, mi sono risoluto a registrarle tutte per ordine, inserendovi le risposte del Machiavelli dove le troverrò, che saranno poche, perché non se ne salvava registro. [5] Non voglio già mancare di dire che queste lettere sono scritte dall’uno amico all’altro, senza alcuno ornamento di parole e senza mettervi alcuno studio, ma solo tirate giú secondo che veniva loro alla mente. [6] Serviranno anco queste lettere, oltre a quanto ho detto di sopra, per dimostrare lo stato nel quale doppo il 1512 si ritrovava il Machiavello, e il giudizio che ne faceva il Vettori, persona reputatissima, giudiziosissima, e in quelli tempi favorito e molto adoperato dalli illustrissimi Medici, sotto il governo de’ quali si reggeva allora la città doppo la cacciata del Soderini; al cui tempo sendo stato assai adoperato il Machiavello, e particularmente nelli ultimi mesi, quando lo essercito spagnuolo passò in Toscana e saccheggiò Prato, non è maraviglia se dalli inimici suoi (che non gliene mancava) fu trovata occasione di farlo incarcerare, come nella seguente lettera del Vettori, scrittali pochi giorni doppo la creazione di Leone Decimo, si intenderà.
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[1] Giuliano de’ Ricci a chi legge
[2] Passarono infra questi tempi tra il Vettori e il Machiavello molte lettere appartenenti a loro innamoramenti e a loro piacevolezze e burle, le quali, non mi essendo capitate alle mani, non sono state da me registrate, come anco ho lasciato di registrare qualche parte delle lettere da me copiate dove il Vettori tratta di simili intrattenimenti, e solo ho scritto quella parte dove si tratta di stati e di maneggi d’importanza, sí come ho fatto nella seguente lettera, nella quale ho lasciato il principio e il fine, trattandosi in que’ luoghi di uno amorazzo del Vettori; e solamente ho scritto quello che egli risponde a quanto dal Machiavello gli fu scritto in materia di quello che andava attorno circa la resoluzione del re di Spagna di guerra o d’accordo con quello di Francia. [3] E chi vuole vedere quanto sopra questo scrisse il Machiavello, legga il discorso o lettera la quale è copiata qui addrieto a carte sette.
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[1] Giuliano de’ Ricci a chi legge
[2] Se e’ mi fosse lecito o per, meglio dire, possibile conservare l’originale di donde io traggo la infrascritta lettera del Machiavello, credo certo che chi la vedesse in un medesimo tempo si maraviglierebbe della diligenzia mia, mi scuserebbe delli errori che nel copiarla avessi fatto, mi arebbe compassione della fatica che ci ho durato, e, in ultimo, mi arebbe un grande obbligo che io l’avessi ridotta in modo che si possa vedere; e perché la è piena di cassi, di rimessi, consumata non tanto dal tempo, quanto dalla straccurataggine, e inoltre vi sono molte chiose, io, per poterle notare, e anco per potere fare menzione di alcune diversità, lascio contro al solito le margini del libro larghe. [3] Leggetela dunque, umanissimi lettori, che in essa riconoscerete lo ingegno del Machiavello non meno che vi abbiate fatto o siate per fare in altra cosa sua.
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[1] Giuliano de’ Ricci a chi legge
[2] In quattordici anni che il nostro Machiavello stette a’ servizi della Repubblica dall’anno 1498 al 1512 fu dalli suoi cittadini (come addietro piú volte si è detto, e come si mostrerrà anco da qui innanzi) adoperato in negozi importantissimi per imbasciatore e secretario della sua città appresso a re, appresso all’imperatore e diversi principi e signori, come anco appresso al pontefice e a molti duchi. [3] Ma, essendosi l’anno 1512 rimutato lo stato e la forma del governo mediante la cacciata del Soderino, e governandosi la città sotto li auspici e secondo la volontà delli illustrissimi Medici, fu Niccolò nostro da essi poco adoperato, o perché lo giudicassero troppo affezionato al governo popolare, o per qualsivoglia altra cagione, e stette 9 o 10 anni senza avere alcuno negozio pubblico; e in questo tempo attese solo a’ suoi studi e a scrivere le istorie della sua patria. [4] Ma la fortuna, che spesse volte si piglia giuoco de’ casi nostri, fece che allo illustrissimo cardinale de’ Medici l’anno 1521 venne voglia di mandarlo per nunzio o per oratore al Capitolo de’ frati minori che allora si faceva in Carpi: e la cagione fu questa. [5] Pareva a molti frati di quell’Ordine, mossi o dal zelo della religione o dall’amore della patria loro o da qualsivoglia altro loro particolare rispetto, che fosse bene che li frati facessono del dominio fiorentino una provincia a parte, nella quale non stesse altro che ’ toscani, i quali erano quelli che disideravano questa separazione; e fra gli altri il piú principale era uno fra Larione, ad instanzia del quale l’illustrissimo cardinale de’ Medici e per Sua Santità gli Otto di Pratica spedirono Niccolò Machiavelli a Carpi a persuadere a quelli padri che si contentassono di fare questa separazione, mostrando di muoversi acciò che li loro conventi di questo stato fossero meglio governati, e che quelli che vi stanziavono temessero piú il gastigo se operavono male. [6] Andò il Machiavello con questa spedizione a Carpi, dove sté pochi giorni, nel qual tempo messer Francesco Guicciardini, che era a Modana governatore, gli scrisse certe lettere le quali io copierò qui appiè; e li consoli dell’Arte della Lana, quali hanno cura della chiesa del Duomo di Firenze, li ordinarono che procurasse loro un buon predicatore per la quaresima venente. [7] Lascerò di copiare la instruzione delli Otto di Pratica e la lettera de’ consoli, perché le lettere del Guicciardino e una scritta dal Machiavello al cardinale de’ Medici, aggiuntoci quel poco che ne ho scritto io di sopra, daranno piena notizia di questo fatto.
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[1] Giuliano de’ Ricci a chi legge
[2] Di nuovo sono forzato a intralasciare l’ordine dell’andare copiando scritture appartenenti ad istorie, avendo avuto di casa li eredi di Francesco Vettori le stesse lettere dal Machiavello furono scritte al detto Vettori in piú tempi, le quali io copierò tutte senza alterare niente; e se ad alcuno paresse che ce ne fosse qualcuna che avesse del licenzioso o del lascivo, passila e legga le altre, dove egli maravigliosamente discorre delle cose del mondo. [3] E scusi me che, forse ingannato dalla molta affezione che io porto alla memoria di questo uomo, mi lascio traportare a scrivere tutto quello che di lui truovo, sia come si voglia; il che fo con piú ragione, avendo disegnato che questo libro sia comune a pochi altri che a me stesso.
[4] Questo che seguita è il fine di una lettera scritta dal Machiavello al Vettori addí 16 di aprile 1514, che è differente da il fine della copia trovata fra le scritture sue, che è registrata in questo c. 7, e notatovi le diversità fino a tanto che ha riscontro in qualche parte.
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[1] Giuliano de’ Ricci a chi legge
[2] La lettera che seguita fu scritta dal Machiavello per complire a un discorso fatto, che è copiato in questo c. 4, 5, 6, non li parendo in quello avere abbastanza dechiarato la intenzion sua nel dannare la neutralità.
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[1] Giuliano de’ Ricci a chi legge
[2] Le quattro lettere che seguitano furono dal Machiavello scritte al medesimo Vettori l’anno 1527, nel qual tempo Niccolò nostro si trovava con messer Francesco Guicciardini nell’esercito della Lega in Lombardia, al qual Guicciardini era stato mandato di febbraio 1526 dalli Otto di Pratica per cose appartenenti alla città e alla Lega. [3] Si vedrà in queste lettere il giudizio del Machiavello, e che capitale si possa fare de’ suoi discorsi, essendo avvenuto appunto quello di che egli aveva tanta paura, mediante l’accordo fatto da papa Clemente con Borbone, quale poi saccheggiò il maggio del 1527 Roma, come è notissimo; e di questo essercito e di questo accordo parla Niccolò Machiavelli allo amico suo che allora si trovava in Firenze, persona di reputazione e accetta alli illustrissimi Medici, come era stato sempre e come si mantenne ancora doppo la novità del 1527 e nel ritorno de’ Medici nel 1530. [4] La commessione che ebbe il Machiavello dalli Otto di Pratica e altra che ne ebbe dal Guicciardino in questi tempi sono registrate in questo.
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[1] 1594. Giuliano de’ Ricci a chi legge
[2] Di casa li eredi di messer Francesco Guicciardini ho aúto diciannove lettere del Machiavello, scritte a esso messer Francesco, e le tre prime sono assai licenziose, scritte in sulla burla e nella legazione che ebbe il nostro Niccolò a’ frati delli zoccoli e al loro Capitolo generale a Carpi; e sono risposta a lettere che gli scrisse il Guicciardino, copiate in questo c. 60.
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[1] Niccolò Machiavelli a Messer Francesco Guicciardini commessario in Romagna
[2] Dopo lo averli trattato di una macchia che gli aveva a fare piantare a Poppiano di Valdelsa da un suo garzone, e dolutosi che quello anno non si pigliava beccafichi, sul fine della lettera dice:
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[1] Il Giovio nelli Elogi, alla imagine del Machiavello, tassandolo di maligno e di poco religioso, dice che egli si morí per avere preso una medicina a sua fantasia, mediante la quale, scherzando egli pazzamente con la divinità, si condusse alla morte; e poi che io veggo la ricetta di queste pillole tanto da lui celebrate, mi vo immaginando che in quelli tempi si potesse spargere qualche falso romore di questa cosa, perché in verità egli morí cristianamente nel suo letto visitato da tutti gli amici, in braccio della moglie e de’ figlioli. [2] E io che li sono nipote non ho mai inteso dire né da madonna Marietta de’ Corsini sua moglie, né da madonna Baccia mia madre e sua figliuola, né da messer Bernardo e messer Guido e messer Piero suoi figlioli e miei zii, tal cosa, e la ho per una vanità. [3] E la composizione di queste pillole è tale che non merita di essere da scrittore maledico e falso come è il Giovio fattoci un commento sopra, che pigliandole si voglia scherzare con la religione o trattare con esse di farsi immortale, poiché gli ingredienti in esse sono tutti di droghe e semplici ordinari, e communissimi a tutti li medici e a tutti gli speziali. [4] E per rendere al Giovio la ricompensa dello elogio, leggasi il seguente epitaffio, fattoli da persona veridica, e non maledica né bugiarda:
[5] Qui giace il Giovio pescator maturo,
istorico bugiardo adulatore,
prelato indegno e grande affrontatore:
vïator, qual tu sii, passa sicuro.
[6] Qui giace il Giovio, che col cul compiva
con quelli accenti, modi e affezione
che fan le donne in potta. Oh, gran poltrone!
Non so come la terra se ’l pativa.