Andria
ATTO PRIMO
[SCENA I]
Simo, Sosia
Simo. [1] Portate voi altri drento queste cose, spacciatevi! Tu, Sosia, fatti in qua: io ti voglio parlare uno poco.
Sosia. Fa’ conto d’avermi parlato: tu vuoi che queste cose s’acconcino bene.
Simo. Io voglio pure altro.
Sosia. Che cosa so io fare dove io ti possa servire meglio che in questo?
Simo. Io non ho bisogno di cotesto per fare quello che io voglio, ma di quella fede e di quello segreto che io ho conosciuto sempre essere in te.
Sosia. Io aspetto d’intendere quello che tu vuoi.
Simo. [2] Tu sai, poi che io ti comperai da piccolo, con quanta clemenza e giustizia io mi sono governato teco, e di stiavo io ti feci liberto, perché tu mi servivi liberalmente, e per questo io ti pagai di quella moneta che io potetti.
Sosia. Io me ne ricordo.
Simo. Io non mi pento di quello che io ho fatto.
Sosia. Io ho gran piacere se io ho fatto e fo cosa che ti piaccia, e ringrazioti che tu mostri di conoscerlo. Ma questo bene mi è molesto, che mi pare che ricordandolo ora sia quasi un rimproverarlo a uno che non se ne ricordi. Ché non di’ tu in una parola quello che tu vuoi?
Simo. [3] Cosí farò. E innanzi a ogni cosa io t’ho a dire questo: queste nozze non sono, come tu credi, da dovero.
Sosia. Perché le fingi adunque?
Simo. Tu intenderai da principio ogni cosa, e a questo modo conoscerai la vita del mio figliuolo, la deliberazione mia e quello che io voglia che tu facci in questa cosa. Poi che ’l mio figliuolo uscí di fanciullo e che ei cominciò a vivere piú a suo modo ... imperò che chi arebbe prima potuto conoscere la natura sua, mentre che la età, la paura, il maestro lo tenevono a freno?
Sosia. Cosí è.
Simo. ... di quelle cose che fanno la maggior parte de’ giovanetti, di volgere l’animo a qualche piacere, come è nutrire cavagli, cani, andare allo Studio, non ne seguiva piú una che un’altra, ma in tutte si travagliava mediocremente, di che io mi rallegravo.
Sosia. Tu avevi ragione, perché io penso nella vita nostra essere utilissimo non seguire alcuna cosa troppo.
Simo. [4] Cosí era la sua vita: sopportare facilmente ognuno, andare a’ versi a coloro con chi ei conversava, non essere traverso, non si stimare piú che gli altri. E chi fa cosí facilmente, sanza invidia, si acquista laude e amici.
Sosia. Ei si governava saviamente, perché in questo tempo chi sa ire a’ versi acquista amici e chi dice il vero acquista odio.
Simo. In questo mezzo una certa femmina giovane e bella si partí da Andro per la povertà e per la negligenza de’ parenti, e venne ad abitare in questa vicinanza.
Sosia. Io temo che questa andria non ci arrechi qualche male.
Simo. Costei in prima viveva onestamente, guadagnandosi il vivere col filare e con il tessere; ma poi che venne ora uno ora un altro amante promettendole danari, come egli è naturale di tutte le persone sdrucciolare facilmente da la fatica a l’ozio, l’accettò lo invito e a sorte, come accade, coloro che allora l’amavano cominciorno a menarvi il mio figliuolo; onde io continuamente dicevo meco medesimo: « Veramente egli è stato sviato, egli ha auto la sua! ». E qualche volta, la mattina, io appostavo i loro servi che andavano e venivono, e domandavogli: « Odi qua, per tua fé: a chi toccò iarsera Criside? », perché cosí si chiamava quella donna.
Sosia. Io intendo.
Simo. [5] Dicevano Fedria o Clinia o Nicerato, perché questi tre l’amavano insieme. « Dimmi: Panfilo che fece? ». « Che? pagò la parte sua e cenò », di che io mi rallegravo. Dipoi, ancora l’altro dí io ne domandavo e non trovavo cosa alcuna che appartenessi a Panfilo. E veramente mi pareva un grande e rado esemplo di continenza, perché chi usa con uomini di simil natura e non si corrompe, puoi pensare ch’egli ha fermo il suo modo del vivere. Questo mi piaceva; e ciascuno per una bocca mi diceva ogni bene e lodava la mia buona fortuna che avevo cosí fatto figliuolo. Che bisognano piú parole? Cremete, spinto da questa buona fama, venne spontaneamente a trovarmi e offerí dare al mio figliuolo una unica sua figliuola con una gran dote. Piacquemi, promissigli e questo dí è deputato a le nozze.
Sosia. Che manca, dunque, perché le non sono vere?
Simo. [6] Tu lo intenderai. Quasi in quegli dí che queste cose seguirono, questa Criside vicina si morí.
Sosia. Oh, io l’ho caro! Tu m’hai tutto rallegrato: io avevo paura di questa Criside.
Simo. Quivi il mio figliuolo, insieme con quegli che amavono Criside, era a ogni ora: ordinava il mortoro malinconoso e qualche volta lacrimava. Questo anche mi piacque; e dicevo cosí meco medesimo: « Costui per un poco di consuetudine sopporta nella morte di costei tanto dispiacere, che farebb’egli se l’avessi amata? che farebb’egli s’io morissi io? ». E pensavo queste cose essere indizio d’una umana e mansueta natura. Perché ti ritardo io con molte parole? Io andai ancora io per suo amore a questo mortoro, non pensando per ancora alcun male.
Sosia. Che domin sarà questo?
Simo. [7] Tu il saprai. Il corpo fu portato fuora, noi gli andammo dietro; in questo mezzo tra le donne ch’erano quivi presenti io veggo una fanciulletta d’una forma ...
Sosia. Buona, per avventura?
Simo. ... e d’un volto, o Sosia, in modo modesto e in modo grazioso che non si potrebbe dire piú, la quale mi pareva che si dolessi piú che l’altre. E perché la era piú che l’altre di forma bella e liberale, m’accostai a quelle che le erano intorno e domandai chi la fussi. Risposono essere sorella di Criside. Di fatto io mi senti’ ravviluppare l’animo. Ah ah, questo è quello! di qui nascevono quelle lacrime, questa è quella misericordia!
Sosia. Quanto temo io dove tu abbi a capitare!
Simo. [8] Intanto il mortoro andava oltre: noi lo seguitavamo e arrivammo al sepolcro; la fu messa nel fuoco, piangevasi. In questo tanto questa sua sorella che io dico si accostò alle fiamme assai imprudentemente e con periculo. Allotta Panfilo, quasi morto, manifestando il celato e dissimulato amore, corse e abbracciò nel mezzo questa fanciulla, dicendo: « O Glicerio mia, che fai tu? perché vai tu a morire? ». Allora quella, acciò che si potessi vedere il loro consueto amore, se gli lasciò ire addosso piangendo molto familiarmente.
Sosia. Che di’ tu?
Simo. Io mi diparti’ di quivi adirato e male contento, né mi pareva assai giusta cagione di dirgli villania, perché ei direbbe: « Padre mio, che ho io fatto, che ho io meritato? o dove ho peccato? Io ho proibito che una non si getti nel fuoco e la ho conservata ». La cagione è one-sta!
Sosia. Tu pensi bene, perché, se tu di’ villania a chi ha conservata la vita a uno, che farai tu a chi gli facessi danno e male?
Simo. [9] L’altro dí poi venne a me Cremete gridando avere udito una cosa molto trista: che Panfilo aveva tolto per moglie questa forestiera. Io dicevo che non era vero, quello affermava che gl’era vero. In summa io mi parti’ da lui al tutto alieno da il darci la sua figliuola.
Sosia. Allora non riprehendesti tu il tuo figliuolo?
Simo. Né ancora questa cagione è assai potente a riprehenderlo.
Sosia. Perché? dimmelo!
Simo. [10] « Tu medesimo, o padre, hai posto fine a queste cose. E’ si appressa il tempo che io arò a vivere a modo d’altri; lasciami in questo mezzo vivere a mio modo! ».
Sosia. Quale luogo ci è rimaso adunque per riprenderlo?
Simo. Se per amor di costei ei non volessi menare donna, questa è la prima colpa che debbe essere corretta. E ora io attendo che mediante queste falze nozze nasca una vera cagione di riprehenderlo, quando ei neghi di menarla e parte quel ribaldo di Davo consumerà, s’egli ha fatto, disegno alcuno, ora che gl’inganni nuocono poco; il quale so che si sforza con le mani e co’ piè fare ogni male, piú per fare iniuria a me che per giovare al mio figliuolo.
Sosia. Per che cagione?
Simo. [11] Domàndine tu? Egli è uomo di cattiva mente e di cattivo animo, il quale veramente, se io me n’avveggo ... Ma che bisognano tante parole? Facciamo di trovare in Panfilo quel ch’io desidero che per lui non manchi. Resterà Cremete, il quale dipoi arò a placare, e spero farlo. Ora l’uffizio tuo è simulare bene queste nozze e sbigottire Davo, e osservare quel che faccia il mio figliuolo e quali consigli sieno i loro.
Sosia. E’ basta: io arò cura a ogni cosa. Andiamone ora drento.
Simo. Va’ innanzi, io ne verrò. (Sosia entra in casa)
[SCENA II]
Simo, Davo
Simo. [1] Sanza dubbio il mio figliuolo non vorrà moglie, in modo ho sentito temere Davo poi ch’egli intese di queste nozze. Ma egli esce fuora.
Davo. (che non ha visto Simone) Io mi maravigliavo bene che la cosa procedessi cosí, e sempre ho dubitato del fine che avessi ’ avere questa umanità del mio patrone; il quale, poi ch’egli intese che Cremete non voleva dare moglie al suo figliuolo, non ha detto ad alcuno una parola e non ha mostro d’averlo per male.
Simo. (Ei lo mosterrà ora e, come io penso, non sanza tuo gran danno.)
Davo. Egli ha voluto che noi, credendoci questo, ci stessimo con una falsa allegrezza, sperando, sendo da noi rimossa la paura, di poterci come negligenti giugnere al sonno, e che noi non avessimo spazio a disturbare queste nozze. Guarda che astuzia!
Simo. [2] (tra sé, a bassa voce) Che dice questo manigoldo?
Davo. (Egli è il padrone, e non lo avevo veduto.)
Simo. O Davo!
Davo. Oh, uh! Che cosa è?
Simo. Vieni a me!
Davo. (tra sé, a bassa voce) Che vuole questo zugo?
Simo. Che di’ tu?
Davo. Per che cagione?
Simo. Domàndine tu? Dicesi egli che ’l mio figliuolo vagheggia?
Davo. Il popolo non ha altro pensiero che cotesto.
Simo. Tiêgli tu il sacco o no?
Davo. Che io cotesto?
Simo. [3] Ma domandare ora di queste cose non sta bene a uno buono padre, perché m’importa poco quello ch’egli ha fatto innanzi a questo tempo. E io, mentre che ’l tempo lo pativa, ne sono stato contento ch’egli abbi sfogato l’animo suo. Ora per lo avvenire si richiede altra vita e altri costumi. Però io voglio e, se lecito è, io ti priego, o Davo, che ei ritorni qualche volta nella via.
Davo. Io non so che cosa si sia questa.
Simo. Se tu ne domandi, io tel dirò. Tutti coloro che sono innamorati hanno per male che sia dato loro moglie.
Davo. Cosí dicono.
Simo. Allora, se alcuno piglia a quella cosa per suo maestro uno tristo, rivolge il piú delle volte l’animo infermo alla parte piú cattiva.
Davo. Per mia fé, io non ti intendo.
Simo. No, eh?
Davo. Io son Davo, non profeta.
Simo. [4] Quelle cose adunque che mi restono a dirti, tu vuoi che io te le dica a lettere di speziali?
Davo. Veramente sí.
Simo. Se io sento che tu ordini oggi alcuno inganno in queste nozze perché le non si faccino o che tu voglia mostrare in questa cosa quanto tu sia astuto, io ti manderò carico a morte di mazzate a zappare tutto dí in uno campo, con questi patti: che se io te ne cavo, che io abbia a zappare per te! Ha’mi tu inteso o non ancora?
Davo. Anzi ti ho inteso appunto, in modo hai parlato la cosa aperta e sanza alcuna circunlocuzione.
Simo. Io sono per sopportarti ogni altro inganno piú facilmente che questo.
Davo. Dammi, io ti priego, buone parole.
Simo. Tu mi uccelli? tu non mi inganni di nulla! Ma io ti dico che tu non facci cosa alcuna inconsideratamente e che tu non dica anche poi: « E’ non mi fu predetto! ». Abbiti cura! (entra in casa)
[SCENA III]
Davo solo
Davo. [1] Veramente, Davo, qui non bisogna essere pigro né da poco, secondo che mi pare avere inteso per il parlare di questo vecchio circa le nozze; le quali, se con astuzia non ci si provvede, ruineranno me o il padrone. Né so bene che mi fare: se io aiuto Panfilo o se io ubbidisco al vecchio. Se io abbandono quello, io temo della sua vita; se io lo aiuto, io temo le minacce di costui. Ed è difficile ingannarlo, perch’e’ sa ogni cosa circa il suo amore e me osserva perché io non ci facci alcuno inganno. S’egli se ne avvede, io sono morto; e se gli verrà bene, e’ troverrà una cagione per la quale, a torto o a ragione, mi manderà a zappare. [2] A questi mali questo ancora mi si aggiugne: che questa andria, o amica o moglie che la si sia, è gravida di Panfilo, ed è cosa maravigliosa udire la loro audacia; e hanno preso partito da pazzi o da innamorati di nutrire ciò che ne nascerà. E fingono in tra loro un certo inganno: che costei è cittadina ateniese, e come fu già un certo vecchio mercatante che ruppe appresso a l’isola d’Andro e quivi morí; dipoi il padre di Criside si prese costei ributtata dal mare, piccola e sanza padre. Favole! e a me, per mia fé, non pare verisimile: ma a loro piace questo trovato. Ma ecco Miside ch’esce di casa. Io me ne voglio andare in mercato, acciò che il padre non lo giunga sopra questa cosa improvisto.
[SCENA IV]
Miside ancilla
Miside. [1] (esce dalla casa di Glicerio, continuando a parlare a chi è dentro) Io ti ho intesa, Àrchile: tu vuoi che ti sia menata Lesbia. Veramente ella è una donna pazza e obliaca, e non è sufficiente a levare il fanciullo d’una che non abbi mai partorito; nondimeno io la mêrrò. (al pubblico) Ponete mente la importunità di questa vecchia, solo perché le si inobliacano insieme! O Iddio, io ti priego che voi diate facultà a costei di partorire e a quella vecchia di fare errore altrove e non in questa. Ma perché veggo io Panfilo mezzo morto? Io non so quel che sia. Io lo aspetterò per sapere donde nasca ch’egli è cosí turbato.
[SCENA V]
Panfilo, Miside
Panfilo. [1] È questo cosa umana? È questo offizio d’un padre?
Miside. (Che cosa è questa?)
Panfilo. Per la fede di Dio e degli uomini, questa che è se la non è iniuria? Egli ha deliberato da sé stesso di darmi oggi moglie. Non era egli necessario che io lo sapessi innanzi? non era egli di bisogno che me lo avessi comunicato prima?
Miside. (Misera a me, che parole odo io?)
Panfilo. [2] Cremete, il quale aveva denegato di darmi la sua figliuola, perché s’è egli mutato? perché vede mutato me? Con quanta ostinazione s’affatica costui per svegliermi da Glicerio! Per la fede di Dio, se questo avviene, io morrò in ogni modo. È egli uomo alcuno che sia tanto sgraziato e infelice quanto io? è egli possibile che io per alcuna via non possa fuggire il parentado di Cremete in tanti modi schernito e vilipeso? E non mi giova cosa alcuna! Ecco che io sono rifiutato e poi ricerco: il che non può nascere da altro, se non che nutriscono qualche mostro, il quale perché non possono gittare addosso ad altri si volgono a me.
Miside. (Questo parlare mi fa per la paura morire.)
Panfilo. [3] Che dirò io ora di mio padre? Ah! doveva egli fare tanta gran cosa con tanta negligenza che, passandomi egli ora presso in mercato, mi disse: « Tu hai oggi a menar moglie: apparécchiati, vanne a casa ». E proprio parve che e’ mi dicessi: « Tira via, vanne ratto e impíccati! ». Io rimasi stupefatto: pensi tu che io potessi rispondere una parola o fare qualche scusa almeno inetta o falsa? Io ammutolai. Che se io l’avessi saputo prima ... che arei fatto? Se alcuno me ne domandassi, arei fatto qualche cosa per non fare questo. Ma ora che debbo io fare? Tanti pensieri m’impediscono e traggono l’animo mio in diverse parti: l’amore, la misericordia, il pensare a queste nozze, la reverenza di mio padre, il quale umanamente mi ha infino a qui conceduto che io viva a mio modo. Ho io ora a contrappormegli? Ehimè, che io sono incerto di quello abbi a fare!
Miside. [4] (piano, tra sé) Miser’a me, che io non so dove questa incertitudine abbi a condurre costui! Ma ora è necessariissimo o che io riconcilii costui con quella o che io parli di lei qualche cosa che lo punga. E mentre che l’animo è dubbio, si dura poca fatica a farlo inclinare da questa o da quella parte.
Panfilo. Chi parla qui? Dio ti salvi, Miside!
Miside. Dio ti salvi, Panfilo!
Panfilo. Che si fa?
Miside. Domàndine tu? La muore di dolore; e per questo è oggi misera, che la sa come in questo dí sono ordinate le nozze, e però teme che tu non la abbandoni.
Panfilo. [5] Ehimè! sono io per fare cotesto? Sopporterò io che la sia ingannata per mio conto, che mi ha confidato l’animo e la vita sua, la quale io prenderei volentieri per mia donna? sopporterò io che la sua buona educazione, costretta da la povertà, si rimuti? Non lo farò mai.
Miside. Io non ne dubiterei s’egli stessi solo a te, ma io temo che tu non possa resistere alla forza che ti farà tuo padre.
Panfilo. Stimimi tu però sí da poco, sí ingrato, sí inumano, sí fiero che la consuetudine, lo amore, la vergogna non mi commuova e non mi ammunisca a osservarle la fede?
Miside. Io so questo solo, che la merita che tu ti ricordi di lei.
Panfilo. [6] Che io me ne ricordi? O Miside Miside, ancora mi sono scritte nello animo le parole che Criside mi disse di Glicerio! Ella era quasi che morta, che la mi chiamò: io me le accostai, voi ve ne andasti e noi rimanemmo soli. Ella cominciò a dire: « O Panfilo mio, tu vedi la bellezza e la età di costei; né ti è nascoso quanto queste dua cose sieno contrarie e alla onestà e a conservare le cose sua. Pertanto io ti priego per questa mano destra, per la tua buona natura e per la tua fede e per la solitudine in la quale rimane costei, che tu non la scacci da te e non l’abbandoni. Se io t’ho amato come fratello, se costei ti ha stimato sempre sopra tutte le cose, se la ti ha obbedito in ogni cosa, io ti do a costei marito, amico, tutore, padre. Tutti questi nostri beni io commetto in te e a la tua fede gli raccomando ». E allora mi messe intro le mani lei e di subito morí. Io la presi e manterrolla.
Miside. Io lo credo certamente.
Panfilo. Ma tu perché ti parti da lei?
Miside. Io vo a chiamare la levatrice.
Panfilo. Va’ ratta ... Odi una parola: guarda di non ragionare di nozze, che al male tu non aggiugnessi questo.
Miside. Io ti ho inteso.
ATTO SECONDO
[SCENA I]
Carino, Birria, Panfilo
Carino. [1] Che di’ tu, Birria, maritasi oggi colei a Panfilo?
Birria. Cosí è.
Carino. Che ne sai tu?
Birria. Davo poco fa me lo ha detto in mercato.
Carino. O misero a me! Come l’animo è stato innanzi a questo tempo implicato nella speranza e nel timore, cosí, poi che mi è mancata la speranza, stracco ne’ pensieri è diventato stupido.
Birria. Io ti priego, o Carino, quando e’ non si può quello che tu vuoi, che tu voglia quello che tu puoi.
Carino. Io non voglio altro che Filomena.
Birria. [2] Ah, quanto sarebbe meglio dare opera che questo amore ti si rimovessi da lo animo, che parlare cose per le quali ti si raccenda piú la voglia!
Carino. Facilmente, quando uno è sano, consiglia bene chi è infermo. Se tu fussi nel grado mio, tu la intenderesti altrimenti.
Birria. Fa’ come ti pare.
Carino. Ma io veggo Panfilo; io voglio provare ogni cosa prima che io muoia.
Birria. (Che vuole fare costui?)
Carino. Io lo pregherrò, io lo supplicherò, io gli narrerò il mio amore: io credo che io impetrerrò ch’egli starà qualche dí a fare le nozze; in questo mezzo spero che qualche cosa fia.
Birria. (Cotesto qualche cosa è nonnulla.)
Carino. [3] Che ne pare egli a te, Birria? Vo io a trovarlo?
Birria. Perché no? Se tu non impetri alcuna cosa, che almeno pensi avere uno che sia parato a farlo becco, se la mena.
Carino. Tira via in mala ora con questa tua sospizione, scelerato!
Panfilo. Io veggo Carino. (a Carino) Dio ti salvi!
Carino. O Panfilo, Dio ti aiuti! Io vengo a te domandando salute, aiuto e consiglio.
Panfilo. Per mia fé, che io non ho né prudenza da consigliarti, né facultà da aiutarti. Ma che vuoi tu?
Carino. Tu meni oggi donna?
Panfilo. E’ lo dicono.
Carino. Panfilo, se tu fai questo, e’ sarà l’ultimo dí che tu mi vedrai.
Panfilo. Perché cotesto?
Carino. [4] Ehimè, che io mi vergogno a dirlo! Deh, digliene tu, io te ne priego, Birria!
Birria. Io gliene dirò.
Panfilo. Che cosa è?
Birria. Costui ama la tua sposa.
Panfilo. (Costui non è della opinione mia.) Ma dimmi: hai tu auto a fare con lei altro, Carino?
Carino. Ah, Panfilo, niente!
Panfilo. (Quanto l’arei io caro!)
Carino. Io ti priego la prima cosa per l’amicizia e amore nostro che tu non la meni.
Panfilo. Io ne farò ogni cosa.
Carino. Ma se questo non si può e se queste nozze ti sono pure a cuore ...
Panfilo. (A cuore?)
Carino. ... almeno indugia qualche dí, tanto che io ne vada in qualche luogo per non le vedere.
Panfilo. [5] Ascoltami un poco: io non credo, Carino, che sia offizio d’uno uomo da bene volere essere ringraziato d’una cosa che altri non meriti. Io desidero piú di fuggire queste nozze che tu di farle.
Carino. Tu m’hai risucitato.
Panfilo. Ora, se tu e qui Birria potete alcuna cosa, fatela: fingete, trovate, concludete acciò che la ti sia data; e io farò ogni opera perché la mi sia tolta.
Carino. E’ mi basta.
Panfilo. Io veggo appunto Davo, nel consiglio del quale io mi confido.
Carino. (a Birria) E anche tu, per mia fé, non mi rechi mai innanzi cose, se non quelle che non bisogna saperle. Vatti con Dio, in mala ora!
Birria. Molto volentieri. (Birria esce)
[SCENA II]
Davo, Carino, Panfilo
Davo. [1] O Iddio, che buone novelle porto io! Ma dove troverrò io Panfilo per liberarlo da quella paura nella quale ora si truova e riempiergli l’animo d’allegrezza?
Carino. (piano a Panfilo, non visto da Davo) Egli è allegro, né so perché.
Panfilo. (piano a Carino) Niente è: ei non sa ancora il mio male.
Davo. Che animo credo io che sia il suo, s’egli ha udito di avere a menar moglie!
Carino. (c. s.) Odi tu quello che dice?
Davo. Di fatto mi correrebbe dietro tutto fuora di sé. Ma dove ne cercherò io o dove andrò?
Carino. (c. s.) Ché non parli?
Davo. Io so dove io voglio ire.
Panfilo. [2] Davo, se’ tu qui? Férmati!
Davo. Chi è che mi chiama? O Panfilo, io ti cercavo; o Carino, voi sete a punto insieme. Io vi volevo tutti a dua.
Panfilo. O Davo, io sono morto!
Davo. Che? Deh, stammi piú tosto a udire!
Panfilo. Io sono spacciato.
Davo. Io so di quello che tu hai paura.
Carino. La mia vita, per mia fé, è in dubbio.
Davo. [3] E anche tu so quello vuoi.
Panfilo. Io ho a menar moglie.
Davo. Io me lo so.
Panfilo. Oggi.
Davo. Tu mi togli la testa, perché io so che tu hai paura di averla a menare, e tu ch’e’ non la meni.
Carino. Tu sai la cosa.
Panfilo. Cotesto è proprio.
Davo. E in questo non è alcun periculo: guardami in viso!
Panfilo. Io ti priego che il piú presto puoi mi liberi da questa paura.
Davo. Ecco che io ti libero: Cremete non te la vuole dare.
Panfilo. Che ne sai tu?
Davo. [4] Sòllo. Tuo padre poco fa mi prese e mi disse che ti voleva dare donna oggi, e molte altre cose che non è ora tempo a dirle. Di fatto io corsi in mercato per dirtelo e, non ti trovando quivi, me n’andai in uno luogo alto e guardai attorno, né ti vidi. Ma a caso trovai Birria di costui. Domanda’lo di te, risposemi non ti avere veduto; il che mi fu molesto e pensai quello che fare dovevo. In questo mezzo, ritornandomi io a casa, mi nacque della cosa in sé qualche sospizione, perché io vidi comperate poche cose ed esso stare maninconoso; e subito dissi fra me: « Queste nozze non mi riscontrono ».
Panfilo. [5] A che fine di’ tu cotesto?
Davo. Io me n’andai subito a casa Cremete e trovai davanti a l’uscio una solitudine grande, di che io mi rallegrai.
Carino. Tu di’ bene.
Panfilo. Séguita.
Davo. Io mi fermai quivi, e non vidi mai entrare né uscire persona; io entrai drento, riguardai: quivi non era alcuno apparato né alcuno tumulto.
Panfilo. Cotesto è uno gran segno.
Davo. Queste cose non riscontrono con le nozze.
Panfilo. Non pare a me.
Davo. [6] Di’ tu che non ti pare? la cosa è certa. Oltre a di questo, io trovai uno servo di Cremete che aveva comperato certe erbe e uno grosso di pesciolini per la cena del vecchio.
Carino. Io sono oggi contento mediante l’opera tua.
Davo. Io non dico già cosí io.
Carino. Perché, non è egli certo che non gliene vuol dare?
Davo. Uccellaccio, come se fussi necessario, non la dando a costui, che la dia a te! E’ bisogna che tu ti affatichi, che tu vadia a pregare gl’amici del vecchio e che tu non ti stia.
Carino. Tu mi ammunisci bene: io andrò, benché, per mia fé, questa speranza m’abbi ingannato spesso. A Dio!
[SCENA III]
Panfilo, Davo
Panfilo. [1] Che vuole adunque mio padre? perché finge?
Davo. Io tel dirò: se egli t’incolpassi ora che Cremete non te la vuole dare, egli si adirerebbe teco a torto, non avendo prima inteso che animo sia il tuo circa le nozze. Ma se tu negassi, tutta la colpa sarà tua: e allora andrà sottosopra ogni cosa.
Panfilo. Io sono per sopportare ogni male.
Davo. O Panfilo, egli è tuo padre ed è difficile opporsegli. Dipoi, questa donna è sola: e’ troverrà dal detto al fatto qualche cagione per la quale e’ la farà mandar via.
Panfilo. Che la mandi via?
Davo. Presto.
Panfilo. [2] Dimmi adunque quello che tu vuoi che io faccia.
Davo. Di’ di volerla menare.
Panfilo. Ehimè!
Davo. Che cosa è?
Panfilo. Che io lo dica?
Davo. Perché no?
Panfilo. Io non lo farò mai!
Davo. Non lo negare.
Panfilo. Non mi dare a intender questo.
Davo. Vedi di questo quello che ne nascerà.
Panfilo. Che io lasci quella e pigli questa!
Davo. [3] E’ non è cosí, perché tuo padre dirà in questo modo: « Io voglio che tu meni oggi donna »; tu risponderai: « Io sono contento ». Dimmi quale cagione arà egli d’adirarsi teco; e tutti i suoi certi consigli gli torneranno sanza periculo incerti. Perché questo è sanza dubbio: che Cremete non ti vuole dare la figliuola. Né tu per questa cagione ti rimuterai di non fare quel che tu fai, acciò che quello non muti la sua opinione. Di’ a tuo padre di volerla, acciò che, volendosi adirare teco, ragionevolmente non possa. E facilmente si confuta quello che tu temi, perché nessuno darà mai moglie a cotesti costumi; ei la darà piú tosto a uno povero. E farai ancora tuo padre negligente a darti moglie, quando ei vegga che tu sia parato a pigliarla, e a bell’agio cercherà d’un’altra. In questo mezzo qualcosa nascerà di bene.
Panfilo. [4] Credi tu che la cosa proceda cosí?
Davo. Sanza dubbio alcuno.
Panfilo. Vedi dove tu mi metti.
Davo. Deh, sta’ cheto!
Panfilo. Io lo dirò. Ei bisogna guardarsi che non sappia che io abbi uno fanciullo di lei, perché io ho promesso d’allevarlo.
Davo. (O audacia temeraria!)
Panfilo. La volle che io gli dessi la fede, ché sapeva che io ero per osservarliene.
Davo. E’ vi si arà avvertenza. Ma ecco tuo padre: guarda che non ti vegga maninconoso.
Panfilo. Io lo farò.
[SCENA IV]
Simo, Davo, Panfilo
Simo. [1] Io ritorno a vedere quel che fanno o che partiti pigliano.
Davo. (piano a Panfilo) Costui non dubita che Panfilo neghi di menarla, e ne viene pensativo di qualche luogo solitario, e spera avere trovata la cagione di farti ingiuria: pertanto fa’ di stare in cervello.
Panfilo. (piano a Davo) Pure che io possa, Davo.
Davo. (c. s.) Credimi questo, Panfilo, che non farà una parola sola se tu di’ di menarla.
[SCENA V]
Birria, Simo, Davo, Panfilo
Birria. [1] (Il padrone mi ha imposto che, lasciata ogni altra cosa, vadi osservando Panfilo per intendere quello che fa di queste nozze. Per questo io l’ho seguitato, e veggo ch’egli è con Davo. Io ho un tratto a fare questa faccenda.)
Simo. (E’ sono qua l’uno e l’altro.)
Davo. (piano a Panfilo) Abbi l’occhio!
Simo. O Panfilo!
Davo. (c. s.) Vòltati a lui quasi che allo improvviso.
Panfilo. O padre!
Davo. (c. s.) Bene!
Simo. Io voglio che tu meni oggi donna, come io ti ho detto.
Birria. (Io temo ora del caso nostro, secondo che costui risponde.)
Panfilo. Né in questo né in altro mai sono per mancare in alcuna cosa.
Birria. [2] (Ehimè!)
Davo. (c. s.) Egli è ammutolato.
Birria. (Che ha egli detto?)
Simo. Tu fai quello debbi quando io impetro amorevolmente da te quel che io voglio.
Davo. (c. s.) Ho io detto il vero?
Birria. (Il padrone, secondo che io intendo, farà sanza moglie.)
Simo. Vattene ora in casa, acciò che, quando bisogna, che tu sia presto.
Panfilo. Io vo. (entra in casa)
Birria. [3] (rivolto al pubblico) È egli possibile che innegli uomini non sia fede alcuna? Vero è quel proverbio che dice che ognuno vuole meglio a sé che ad altri. Io ho veduta quella fanciulla e, se bene mi ricordo, è bella; per la quale cosa io voglio men male a Panfilo s’egli ha piú tosto voluto abracciare lei che il mio padrone. Io gliene andrò a dire, acciò che per questa mala novella mi dia qualche male. (esce)
[SCENA VI]
Davo, Simo
Davo. [1] (piano, tra sé) Costui crede ora che io gli porti qualche inganno, e per questa cagione sia rimaso qui.
Simo. Che dice Davo?
Davo. Niente veramente.
Simo. Niente, eh?
Davo. Niente, per mia fé!
Simo. (Veramente io aspettavo qualche cosa.)
Davo. (Io mi avveggo che questo gli è intervenuto fuori d’ogni sua opinione. Egli è rimaso preso.)
Simo. È egli possibile che tu mi dica il vero?
Davo. Niente è piú facile.
Simo. [2] Queste nozze sono a costui punto moleste per la consuetudine che lui ha con questa forestiera?
Davo. Niente, per Dio! E, se fia, sarà uno pensiero che durerà dua o tre dí, tu sai, perch’egli ha preso questa cosa per il verso.
Simo. Io lo lodo.
Davo. Mentre che gli fu lecito e mentre che la età lo patí, egli amò. E allora lo fece di nascosto, perché quella cosa non gli dessi carico, come debbe fare uno giovane da bene. Ora che gli è tempo di menar moglie, egli ha diritto l’animo alla moglie.
Simo. [3] E’ mi parve pure alquanto maninconoso.
Davo. Non è per questa cagione; ma ei ti accusa bene in qualche cosa.
Simo. Che cosa è?
Davo. Niente.
Simo. Che domine è?
Davo. Una cosa da giovani.
Simo. Orsú, dimmi che cosa è!
Davo. Dice che tu usi troppa miseria in queste nozze.
Simo. Io?
Davo. [4] Tu! Dice che a fatica hai speso dieci ducati: e’ non pare che tu dia moglie a uno tuo figliuolo. Ei non sa chi si menare de’ sua compagni a cena. E, a dire il vero, che tu te ne governi cosí miseramente io non ti lodo.
Simo. Sta’ cheto.
Davo. (Io l’ho aizzato.)
Simo. Io provvedrò che tutto andrà bene. (Che cosa è questa? che ha voluto dire questo ribaldo? E se ci è male alcuno, ehimè, che questo tristo ne è guida.)
ATTO TERZO
[SCENA I]
Misis, Simo, Lesbia, Davo, Glicerio
Miside. [1] Per mia fé, Lesbia, che la cosa va come tu hai detto: e’ non si truova quasi mai veruno uomo che sia fedele a una donna.
Simo. (piano a Davo) Questa fantesca è da Andro: che dice ella?
Davo. (piano a Simone) Cosí è.
Miside. Ma questo Panfilo ...
Simo. (c. s.) Che dice ella?
Miside. ... l’ha dato la fede ...
Simo. (Ehimè!)
Davo. (Dio volessi che o costui diventassi sordo o colei mutola!)
Miside. ... perché gli ha comandato che quel che la farà s’allievi.
Simo. (O Giove, che odo io? La cosa è spacciata, se costei dice il vero!)
Lesbia. [2] Tu mi narri una buona natura di giovane.
Miside. Ottima! Ma vienmi dreto, acciò che tu sia a tempo, se l’avessi bisogno di te.
Lesbia. Io vengo. (Miside e Lesbia entrano in casa di Glicerio)
Davo. (Che remedio troverrò io ora a questo male?)
Simo. (piano, tra sé) Che cosa è questa? È egli sí pazzo che d’una forestiera ... già io so ... Ah, sciocco! io me ne sono avveduto.
Davo. (Di che dice costui essersi avveduto?)
Simo. (c. s.) Questo è il primo inganno che costui mi fa. Ei fanno vista che colei partorisca per sbigottire Cremete.
Glicerio. [3] (da dentro) O Giunone, aiutami, io mi ti raccomando!
Simo. (c. s.) Bembè, sí presto? Cosa da ridere. Poi che la mi ha veduto stare innanzi all’uscio, ella sollecita. (a Davo) O Davo, tu non hai bene compartiti questi tempi!
Davo. Io?
Simo. Tu ti ricordi del tuo discepolo?
Davo. Io non so quello che tu di’.
Simo. (Come mi uccellerebbe costui, se queste nozze fussino vere e avessimi trovato impreparato! Ma ora ogni cosa si fa con periculo suo: io sono al sicuro.)
[SCENA II]
Lesbia, Simo, Davo
Lesbia. [1] (entra in scena rivolgendosi a chi è dentro) Infino a qui, o Àrchile, in costei si veggono tutti buoni segni. Fa’ lavare queste cose, dipoi gli date bere quanto vi ordinai e non piú punto che io vi dissi. E io di qui a un poco darò volta di qua. (tra sé) Per mia fé, che gli è nato a Panfilo uno gentil figliuolo! Dio lo facci sano, sendo egli di sí buona natura che si vergogni di abbandonare questa fanciulla. (esce di scena)
Simo. (a Davo) E chi non crederrebbe che ti conoscessi che ancor questo fussi ordinato da te?
Davo. Che cosa è?
Simo. Perché non ordinava ella in casa quello che era di bisogno alla donna di parto, ma poi che la è uscita fuora la grida della via a quegli che sono drento? O Davo, tieni tu sí poco conto di me o paioti io atto a essere ingannato sí apertamente? Fa’ le cose almeno in modo che paia che tu abbia paura di me quando io lo risapessi.
Davo. (Veramente costui s’inganna da sé, non lo inganno io.)
Simo. [2] Non te lo ho io detto, non ti ho io minacciato che tu non lo faccia? Che giova? Credi tu ch’io ti creda che costei abbi partorito di Panfilo?
Davo. (Io so dove ei s’inganna e so quel ch’io ho a fare.)
Simo. Perché non rispondi?
Davo. Che vuoi tu credere? Come se non ti fussi stato ridetto ogni cosa.
Simo. A me?
Davo. Eh, oh! Ha’ti tu inteso da te che questa è una finzione.
Simo. (Io sono uccellato!)
Davo. E’ ti è stato ridetto. Come ti sarebbe entrato questo sospetto?
Simo. Perch’io ti conoscevo.
Davo. Quasi che tu dica che questo è fatto per mio consiglio.
Simo. Io ne sono certo.
Davo. [3] O Simone, tu non conosci bene chi io sono.
Simo. Io non ti conosco?
Davo. Ma come io ti comincio a parlare, tu credi che io t’inganni ...
Simo. (Bugie!)
Davo. ... in modo che io non ho piú ardire d’aprire la bocca.
Simo. Io so una volta questo: che qui non ha partorito persona.
Davo. Tu la intendi! Ma di qui a poco questo fanciullo ti sarà portato innanzi all’uscio. Io te ne avvertisco, acciò che tu lo sappia e che tu non dica poi che sia fatto per consiglio di Davo, perché io vorrei che si rimovessi da te questa opinione che tu hai di me.
Simo. [4] Donde sai tu questo?
Davo. Io l’ho udito e credolo.
Simo. Molte cose concorrono per le quali io fo questa coniettura. In prima costei disse essere gravida di Panfilo, e non fu vero; ora poi che la vede apparecchiarsi le nozze, ella mandò per la levatrice che venissi a lei e portassi seco uno fanciullo.
Davo. Se non accadeva che tu vedessi il fanciullo, queste nozze di Panfilo non si sarebbono sturbate.
Simo. Che di’ tu? Quando tu intendesti che si aveva a pigliare questo partito, perché non me lo dicesti tu?
Davo. [5] Chi l’ha rimosso da lei, se non io? Perché, non sa ognuno quanto grandemente colui l’amava? Ora egli è bene che tolga moglie: però mi darai questa faccenda e tu nondimeno séguita di fare le nozze. E io ci ho buona speranza, mediante la grazia di Dio.
Simo. Vanne in casa e quivi mi aspetta, e ordina quello che fa bisogno. (Davo entra in casa) Costui non mi ha al tutto costretto a credergli, e non so se gli è vero ciò che mi dice. Ma lo stimo poco, perché questa è la importanza: che ’l mio figliuolo me lo ha promesso. Ora io troverrò Cremete e lo pregherrò che gliene dia. Se io lo impetro, che voglio io altro se non che oggi si faccino queste nozze? Perché, a quello che ’l mio figliuolo mi ha promesso, e’ non è dubbio ch’io lo potrò forzare quando ei non volessi. E appunto a tempo, ecco Cremete!
[SCENA III]
Simo, Cremete
Simo. [1] A quel Cremete!
Cremete. Oh, io ti cercavo!
Simo. E io te.
Cremete. Io ti desideravo perché molti mi hanno trovato e detto avere inteso da piú persone come oggi io do la mia figliola al tuo figliuolo: io vengo per sapere se tu o loro impazzano.
Simo. Odi un poco e saprai per quel che io ti voglio e quello che tu cerchi.
Cremete. Di’ ciò che tu vuoi.
Simo. [2] Per Dio io ti prego, o Cremete, e per la nostra amicizia, la quale cominciata da piccoli insieme con la età crebbe, per la unica tua figliuola e mio figliuolo, la salute del quale è nella tua potestà, che tu mi aiuti in questa cosa e che quelle nozze che si dovevono fare si faccino.
Cremete. Ah, non mi pregare! come se ti bisogni prieghi quando tu vogli da me alcun piacere. Credi tu che io sia d’altra fatta che io mi sia stato per lo addietro, quando io te la davo? S’egli è bene per l’una parte e per l’altra, facciamole. Ma se di questa cosa a l’uno e l’altro di noi ne nascessi piú male che commodo, io ti priego che tu abbi riguardo al comune bene, come se quella fussi tua e io padre di Panfilo.
Simo. [3] Io non voglio altrimenti, e cosí cerco che si facci, o Cremete. Né te ne richiederei se la cosa non fussi in termine da farlo.
Cremete. Che è nato?
Simo. Glicerio e Panfilo sono adirati insieme.
Cremete. Intendo.
Simo. E di qualità che io credo che non se ne abbi a fare pace.
Cremete. Favole!
Simo. Certo la cosa è cosí.
Cremete. E’ fia come io ti dirò: che l’ire degli amanti sono una reintegrazione d’amore.
Simo. [4] Deh! io ti priego che noi avanziàno tempo in dargli moglie mentre che ci è dato questo tempo, mentre che la sua libidine è ristucca da le iniurie, innanzi che le sceleratezze loro e le lacrime piene d’inganno riduchino l’animo infermo a misericordia; perché spero, come e’ fia legato da la consuetudine e dal matrimonio, facilmente si libererà da tanti mali.
Cremete. E’ pare a te cosí, ma io credo a che non potrà lungamente patire me né lei.
Simo. Che ne sai tu, se tu non ne fai esperienza?
Cremete. Farne esperienza in una sua figliuola è pazzia.
Simo. In fine tutto il male che ne può risultare è questo: se non si corregge, che Dio guardi!, che si facci il divorzio; ma, se si corregge, guarda quanti beni: in prima tu restituirai a uno tuo amico uno figliuolo, tu arai uno genero fermo e la tua figliuola marito.
Cremete. [5] Che bisogna altro? Se tu ti se’ persuaso che questo sia utile, io non voglio che per me si guasti alcuno tuo commodo.
Simo. Io ti ho meritamente sempre amato assai.
Cremete. Ma dimmi.
Simo. Che?
Cremete. Onde sai tu che gli è infra loro inimicizia?
Simo. Davo me lo ha detto, che è il primo loro consigliere; ed egli mi persuade che io faccia queste nozze il piú presto posso. Credi tu che lo facessi, se non sapessi che ’l mio figliuolo volessi? Io voglio che tu stessi oda le sua parole proprie. O là, chiamate qua Davo! Ma eccolo che viene fuora.
[SCENA IV]
Davo, Simo, Cremete
Davo. [1] Io venivo a trovarti.
Simo. Che cosa è?
Davo. Perché non mandate per la sposa? E’ si fa sera.
Simo. (a Cremete) Odi tu quel che dice? (a Davo) Per lo addietro io ho dubitato assai, o Davo, che tu non facessi quel medesimo che suole fare la maggiore parte de’ servi: d’ingannarmi per cagione del mio figliuolo.
Davo. Che io facessi cotesto?
Simo. Io lo credetti, e in modo ne ebbi paura che io vi ho tenuto segreto quello che ora vi dirò.
Davo. Che cosa è?
Simo. Tu lo saprai, perché io comincio a prestarti fede.
Davo. Quanto tu hai penato a conoscere chi io sono!
Simo. [2] Queste nozze non erano da dovero ...
Davo. Perché no?
Simo. ... ma io le finsi per tentarvi.
Davo. Che di’ tu?
Simo. Cosí sta la cosa.
Davo. Vedi tu, mai me ne arei saputo avvedere! Uh, ah, che consiglio astuto!
Simo. [3] Odi questo: poi che io ti feci entrare in casa, io riscontrai a tempo costui.
Davo. (Ehimè, noi siam morti!)
Simo. Di’ a costui quello che tu dicesti a me.
Davo. (Che odo io?)
Simo. Io l’ho pregato che ci dia la sua figliuola e con fatica l’ho ottenuto.
Davo. (piano tra sé) Io son morto.
Simo. Hem, che hai tu detto?
Davo. Ho detto che gli è molto bene fatto.
Simo. Ora per costui non resta.
Cremete. Io me n’andrò a casa e dirò che si preparino; e se bisognerà cosa alcuna, lo farò intendere a costui.
Simo. [4] Ora io ti prego, Davo, perché tu solo mi hai fatte queste nozze ...
Davo. (Io veramente solo!)
Simo. ... sfòrzati di correggere questo mio figliuolo.
Davo. Io lo farò sanza dubbio alcuno.
Simo. Tu puoi ora, mentre ch’egli è adirato.
Davo. Sta’ di buona voglia.
Simo. Dimmi, dove è egli ora?
Davo. Io mi maraviglio se non è in casa.
Simo. Io l’andrò a trovare e dirò a lui quel medesimo che io ho detto a te. (entra in casa)
Davo. [5] Io sono diventato picchino. Che cosa terrà che io non sia per la piú corta mandato a zappare? Io non ho speranza che i prieghi mi vaglino: io ho mandato sottosopra ogni cosa, io ho ingannato il padrone e ho fatto che oggi queste nozze si faranno, voglia Panfilo o no. O astuzia, che se io mi fussi stato da parte, non ne sarebbe risultato male alcuno! Ma ecco, io lo veggo: io sono spacciato! Dio volessi che fussi qui qualche balza dove io a fiaccacollo mi potessi gittare!
[SCENA V]
Panfilo, Davo
Panfilo. [1] Dove è quello scelerato che mi ha morto?
Davo. (Io sto male.)
Panfilo. Ma io confesso essermi questo intervenuto ragionevolmente, quando io sono sí pazzo e sí da poco che io commetto e casi mia in sí disutile servo! Io ne porto le pene giustamente; ma io ne lo pagherò in ogni modo.
Davo. (Se io fuggo ora questo male, io so che poi tu non me ne pagherai.)
Panfilo. Che dirò io ora a mio padre? Negherogli io quello che io gli ho promesso? Con che confidenza ardirò io di farlo? Io non so io stesso quello che mi fare di me medesimo.
Davo. (Né anch’io di me; ma io penso di dire di avere trovato qualche bel tratto per differire questo male.)
Panfilo. [2] Ohè!
Davo. (E’ mi ha veduto.)
Panfilo. O là, uomo da bene, che fai? Vedi tu come tu m’hai avviluppato co’ tuoi consigli?
Davo. Io ti svilupperò.
Panfilo. Sviluppera’mi?
Davo. Sí veramente, Panfilo.
Panfilo. Come ora?
Davo. Spero pure di fare meglio.
Panfilo. [3] Vuoi tu che io ti creda, impiccato, che tu rassetti una cosa avviluppata e perduta? Oh, di chi mi sono io fidato! che d’uno stato tranquillo m’hai rovesciato addosso queste nozze. Ma non ti dissi io che m’interverrebbe questo?
Davo. Sí, dicesti.
Panfilo. Che ti si verrebbe egli?
Davo. Le forche! Ma lasciami un poco poco ritornare in me: io penserò a qualcosa.
Panfilo. Ehimè! Perché non ho io spazio a pigliare di te quel supplizio che io vorrei? perché questo tempo richiede che io pensi a’ casi mia e non a vendicarmi.
ATTO QUARTO
[SCENA I]
Carino, Panfilo, Davo
Carino. [1]È ella cosa degna di memoria o credibile che sia tanta pazzia nata in alcuno che si rallegri del male d’altri e degli incommodi d’altri cerchi i commodi suoi? Ah, non è questo vero? E quella sorte d’uomini è pessima che si vergognano negare una cosa quando sono richiesti; poi, quando ne viene il tempo, forzati da la necessità, si scuoprono e temono. E pure la cosa gli sforza a negare, e allora usano parole sfacciate: « Chi se’ tu? che hai tu a fare meco? perché ti ho io a dare le mia cose? Odi tu: io ho a volere meglio a me! ». E se tu gli domandi dove è la fede, e’ non si vergognono di niente; e prima, quando non bisognava, si vergognorno. Ma che farò io? androllo io a trovare per dolermi seco di questa ingiuria? io gli dirò villania? E se un mi dicessi: « Tu non farai nulla! », io gli darò pure questa molestia e sfogherò l’animo mio. (entrano in scena Panfilo e Davo)
Panfilo. [2]Carino, io ho rovinato imprudentemente te e me, se Dio non ci provvede.
Carino. (Cosí, “imprudentemente”, egli ha trovata la scusa.) Tu m’hai osservata la fede!
Panfilo. O perché?
Carino. Credimi tu ancora ingannare con queste tua parole?
Panfilo. Che cosa è cotesta?
Carino. Poi che io dissi d’amarla, ella ti è piaciuta. Deh, misero a me, ché io ho misurato l’animo tuo con l’animo mio!
Panfilo. Tu t’inganni.
Carino. [3]Questa tua allegrezza non ti sarebbe paruta intera, se tu non mi avessi nutrito e lattato d’una falsa speranza: àbbitela!
Panfilo. Che io l’abbia? Tu non sai in quanti mali io sia rinvolto e in quanti pensieri questo mio manigoldo m’abbi messo con i suoi consigli.
Carino. Maravíglitene tu? Egli ha imparato da te.
Panfilo. Tu non diresti cotesto se tu conoscessi me e lo amore mio.
Carino. Io so che tu disputasti assai con tuo padre e per questo ti accusa che non ti ha potuto oggi disporre a menarla.
Panfilo. [4]Anzi, vedi come tu sai i mali mia! Queste nozze non si facevano e non era alcuno che mi volessi dare moglie.
Carino. Io so che tu se’ stato forzato da te stesso.
Panfilo. Sta’ un poco saldo: tu non lo sai ancora.
Carino. Io so che tu l’hai a menare.
Panfilo. Perché mi ammazzi tu? Intendi questo: costui non cessò mai di persuadere, di pregarmi che io dicessi a mio padre di essere contento di menarla, tanto che mi condusse a dirlo.
Carino. [5]Chi fu cotesto uomo?
Panfilo. Davo.
Carino. Davo?
Panfilo. Davo manda sozzopra ogni cosa.
Carino. Per che cagione?
Panfilo. Io non lo so, se non che io so bene che Dio è adirato meco, poi che io feci a suo modo.
Carino. È ita cosí la cosa, Davo?
Davo. Sí è.
Carino. Che di’ tu, scelerato? Iddio ti dia quel fine che tu meriti! Dimmi un poco: se tutti i suoi nimici gli avessino voluto dare moglie, arebbongli loro dato altro consiglio?
Davo. Io sono stracco, ma non lasso.
Carino. Io lo so.
Davo. E’ non ci è riuscito per questa via? enterreno per una altra, se già tu non pensi che, poi che la prima non riuscí, questo male non si possa guarire.
Panfilo. Anzi credo che, ogni poco che tu ci pensi, che d’un paio di nozze tu me ne farai dua.
Davo. [6]O Panfilo, io sono obligato in tuo servizio sforzarmi con le mani e co’ piè dí e notte e mettermi a periculo della vita per giovarti. E’ s’appartiene poi a te perdonarmi, se nasce alcuna cosa fuora di speranza e s’egli occorre cosa poco prospera, perché io arò fatto il meglio che io ho saputo. O veramente tu ti truovi uno altro che ti serva meglio e lascia andare me.
Panfilo. Io lo desidero, ma rimettimi nel luogo dove tu mi traesti.
Davo. Io lo farò.
Panfilo. Ei bisogna ora.
Davo. Hem ... ma sta’ saldo, io sento l’uscio di Glicerio.
Panfilo. E’ non importa a te.
Davo. Io vo pensando.
Panfilo. Hem ... or ci pensi?
Davo. Io l’ho già trovato.
[SCENA II]
Miside, Panfilo, Carino, Davo
Miside. [1](esce dalla casa di Glicerio, continuando a parlare a lei che è dentro) Come io l’arò trovato, io procurerò per te e ne mêrrò meco il tuo Panfilo. Ma tu, anima mia, non ti voler macerare.
Panfilo. O Miside!
Miside. Che è? O Panfilo, io t’ho trovato appunto.
Panfilo. Che cosa è?
Miside. La mia padrona mi ha comandato che io ti prieghi che, se tu l’ami, che tu la vadia a vedere.
Panfilo. Uh, ah, ch’io son morto! Questo male rinnuova. (a Davo) Tieni tu con la tua opera cosí sospeso me e lei! La manda per me perché la sente che si fanno le nozze.
Carino. Da le quali facilmente tu ti saresti potuto astenere, se costui se ne fussi astenuto.
Davo. Se costui non è per sé medesimo adirato, aizzalo!
Miside. Per mia fé, cotesta è la cagione e però è ella maninconosa.
Panfilo. [2]Io ti giuro, o Miside, per tutti gl’iddei che io non la abbandonerò mai, non se io credessi che tutti gli uomini mi avessino a diventare nimici. Io me la ho cerca, la mi è tocca, i costumi s’affanno: morir possa qualunque vuole che noi ci separiamo! Costei non mi fia tolta se non da la morte.
Miside. Io risucito.
Panfilo. L’oraculo d’Apolline non è piú vero che questo. Se si potrà fare che mio padre creda che non sia mancato per me che queste nozze si faccino, io l’arò caro; quanto che no, io farò le cose alla abbandonata e vorrò ch’egli intenda che manchi da me. Chi ti paio io?
Carino. Infelice come me.
Davo. [3]Io cerco d’un partito.
Carino. Tu se’ valente uomo.
Panfilo. Io so quel che tu cerchi.
Davo. Io te lo darò fatto in ogni modo.
Panfilo. E’ bisogna ora.
Davo. Io so già quello che io ho a fare.
Carino. Che cosa è?
Davo. Io l’ho trovato per costui non per te, acciò che tu non ti inganni.
Carino. E’ mi basta.
Panfilo. Dimmi quello che tu farai.
Davo. Io ho paura che questo dí non mi basti a farlo, non che mi avanzi tempo a dirlo. Orsú, andatevi con Dio: voi mi date noia.
Panfilo. [4]Io andrò a vedere costei. (entra in casa di Glicerio)
Davo. (a Carino) Ma tu dove n’andrai?
Carino. Vuoi tu ch’io ti dica il vero ...
Davo. Tu mi cominci una istoria da capo.
Carino. ... quel che sarà di me?
Davo. Eh, oh, imprudente! Non ti basta egli che, s’io differisco queste nozze uno dí, che io lo do a te?
Carino. Nondimeno ...
Davo. Che sarà?
Carino. ... ch’io la meni!
Davo. Uccellaccio!
Carino. Se tu puoi fare nulla, fa’ di venire qui.
Davo. [5]Che vuoi tu ch’io venga? Io non ho nulla.
Carino. Pure, se tu avessi qualche cosa ...
Davo. Orsú, io verrò!
Carino. ... io sarò in casa. (esce)
Davo. Tu, Miside, aspettami un poco qui tanto che io peni a uscire di casa.
Miside. Perché?
Davo. Cosí bisogna fare.
Miside. Fa’ presto!
Davo. Io sarò qui ora. (entra in casa di Glicerio)
[SCENA III]
Miside, Davo
Miside. [1]Veramente e’ non ci è boccone del netto! O Idii, io vi chiamo in testimonio che io mi pensavo che questo Panfilo fussi alla padrona mia un sommo bene, sendo amico, amante e uomo parato a tutte le sua voglie. Ma ella, misera, quanto dolore piglia per suo amore!, in modo che io ci veggo dentro piú male che bene. Ma Davo esce fuora. Oimè, che cosa è questa? dove porti tu il fanciullo?
Davo. (è uscito dalla casa di Glicerio col bambino) O Miside, ora bisogna che la tua astuzia e audacia sia pronta.
Miside. Che vuoi tu fare?
Davo. Piglia questo fanciullo presto e pòllo innanzi all’uscio nostro.
Miside. In terra?
Davo. Raccogli paglia e vinciglie della via e mettigliene sotto.
Miside. [2]Perché non fai tu questo da te?
Davo. Per potere giurare al padrone di non lo avere posto.
Miside. Intendo. Ma dimmi: come se’ tu diventato sí religioso?
Davo. Muoviti presto, acciò che tu intenda dipoi quel ch’io voglio fare. (vede Cremete che sta entrando in scena) O Giove!
Miside. Che cosa è?
Davo. Ecco il padre della sposa: io voglio lasciare il primo partito.
Miside. Io non so che tu ti di’.
Davo. Io fingerò di venire qua da man dritta. Fa’ d’andare secondando il parlare mio dovunque bisognerà.
Miside. Io non intendo cosa che tu ti dica, ma io starò qui, acciò, se bisognassi l’opera mia, io non disturbi alcuno vostro commodo. (Davo si fa da parte)
[SCENA IV]
Cremete, Miside, Davo
Cremete. [1]Io ritorno per comandare che mandino per lei poi che io ho ordinato tutte le cose che bisognano per le nozze. (scorge Miside e il bambino per terra) Ma questo che è? per mia fé, ch’egli è un fanciullo! O donna, ha’lo tu posto qui?
Miside. (Ove è ito colui?)
Cremete. Tu non mi rispondi?
Miside. (Hei, misera a me, che non è in alcun luogo! Ei mi ha lasciata qui sola ed essene ito.)
Davo. (riappare al centro della scena gridando) O Dii, io vi chiamo in testimonio! Che romore è egli in mercato, quanta gente vi piatisce e anche la ricolta è cara! (piano a Miside) Io non so altro che mi dire. (intanto Cremete si fa da parte, Davo finge di non essersi accorto di lui)
Miside. (piano a Davo) Perché mi hai tu lasciata qui cosí sola?
Davo. [2]Hem, che favola è questa? O Miside, che fanciullo è questo? chi l’ha recato qui?
Miside. Se’ tu impazzato? Di che mi domandi tu?
Davo. Chi ne ho io a dimandare, che non ci veggo altri?
Cremete. (Io mi maraviglio che fanciullo sia questo.)
Davo. Tu m’hai a rispondere a quel ch’io ti domando. (piano a Miside) Tírati in su la man ritta.
Miside. (piano a Davo) Tu impazzi: non ce lo portasti tu?
Davo. (piano a Miside) Guarda di non mi dire una parola fuora di quello che io ti domando.
Miside. Tu bestemmi!
Davo. Di chi è egli? Di’ ch’ognuno oda.
Miside. De’ vostri.
Davo. Ah, ah! io non mi maraviglio se una meretrice non ha vergogna.
Cremete. [3] (Questa fantesca è da Andro, come mi pare.)
Davo. Paiamovi noi però uomini da essere cosí uccellati?
Cremete. (Io sono venuto a tempo.)
Davo. Presto, leva questo fanciullo di qui! (piano a Miside) Sta’ salda; guarda di non ti partire di qui!
Miside. (piano a Davo) Gli Dii ti sprofondino, in modo mi spaventi!
Davo. Dico io a te o no?
Miside. Che vuoi?
Davo. Domàndimene tu ancora? Dimmi di chi è cotesto bambino.
Miside. Nol sai tu?
Davo. [4](piano a Miside) Lascia ire quel ch’io so. (ad alta voce) Rispondi a quello che io ti domando.
Miside. È de’ vostri.
Davo. Di chi nostri?
Miside. Di Panfilo.
Davo. Come di Panfilo?
Miside. O perché no?
Cremete. (Io ho sempre ragionevolmente fuggite queste nozze.)
Davo. O sceleratezza notabile!
Miside. Perché gridi tu?
Davo. [5]Non vidi io che vi fu ieri recato in casa?
Miside. O audacia d’uomo!
Davo. Non vidi io una donna con uno involgíme sotto?
Miside. Io ringrazio Dio che, quando ella partorí, v’intervennono molte donne da bene.
Davo. Non so io per che cagione si è fatto questo? « Se Cremete vedrà il fanciullo innanzi all’uscio, non gli darà la figliuola ». Tanto piú gliene darà egli!
Cremete. (Non farà, per Dio!)
Davo. Se tu non lievi via cotesto fanciullo, io rinvolgerò te e lui nel fango.
Miside. Per Dio, che tu se’ obliaco!
Davo. [6]L’una bugia nasce da l’altra. Io sento già susurrare che costei è cittadina ateniese ...
Cremete. (Heimè!)
Davo. ... e che, forzato da le leggi, la tôrrà per donna.
Miside. Ah, uh! per tua fé, non è ella cittadina?
Cremete. (piano, tra sé) Io sono stato per incappare in uno male da farsi beffe di me.
Davo. (fingendo di accorgersi di Cremete solo ora) Chi parla qui? O Cremete, tu vieni a tempo. Odi!
Cremete. Io ho udito ogni cosa.
Davo. Hai udito ogni cosa?
Cremete. Io ho udito certamente il tutto da principio.
Davo. Hai udito, per tua fé? Ve’ che sceleratezza! Egli è necessario mandare costei al bargello. (sottovoce a Miside) Questo è quello. (ad alta voce) Non credi di uccellare Davo!
Miside. [7]O misera me! (a Cremete) O vecchio mio, io non ho detto bugia alcuna.
Cremete. Io so ogni cosa. Ma Simone è drento?
Davo. È. (Cremete finge di uscire ma resta ad ascoltare, di che Davo si accorge)
Miside. (a Davo che la minaccia) Non mi toccare, ribaldo! Io dirò bene a Glicerio ogni cosa.
Davo. O pazzerella, tu non sai quello che si è fatto!
Miside. Che vuoi tu che io sappia?
Davo. Costui è il suocero e in altro modo non si poteva fare che sapessi quello che noi volavamo.
Miside. Tu me lo dovevi dire innanzi.
Davo. Credi tu che vi sia differenza o parlare da cuore, secondo che ti detta la natura, o parlare con arte? (Cremete esce definitivamente)
[SCENA V]
Crito, Miside, Davo
Crito. [1]E’ si dice che Criside abitava in su questa piazza: la quale ha voluto piú tosto arricchire qui inonestamente che vivere povera onestamente nella sua patria. Per la sua morte i suoi beni ricaggiono a me ... Ma io veggo chi io ne potrò domandare. (a Miside) Dio vi salvi!
Miside. Chi veggo io? È questo Crito, consobrino di Criside? Egli è esso.
Crito. O Miside, Dio ti salvi!
Miside. E Crito sia salvo!
Crito. Cosí Criside, eh?
Miside. Ella ci ha veramente rovinate.
Crito. Voi che fate, in che modo state qui? fate voi bene?
Miside. Oimè noi! Come disse colui: « Come si può, poi che come si vorrebbe non possiamo ».
Crito. [2]Glicerio che fa? Ha ella ancora trovato qui i suoi parenti?
Miside. Dio il volessi!
Crito. Oh, non ancora?! Io ci sono venuto in male punto, che per mia fé se io lo avessi saputo io non ci arei mai messo un piede. Costei
è stata sempremai tenuta sorella di Criside e possiede le cose sua. Ora, sendo io forestiero, quanto mi sia utile muovere una lite mi ammuniscono gli esempli degli altri. Credo ancora che costei arà qualche amico e difensore, perché la si partí di là grandicella, che griderranno che io sia uno spione e che io voglia con bugie acquistare questa eredità. Oltra di questo, non mi è lecito spogliarla.
Miside. Tu se’ uno uomo da bene, Crito, e ritieni il tuo costume antico.
Crito. Menami a lei, ché io la voglio vedere poi che io sono qui.
Miside. Volentieri. (entrano in casa di Glicerio)
Davo. (durante tutta la scena si era fatto da parte) Io andrò drieto a costoro, perch’io non voglio che in questo tempo il vecchio mi vegga.
ATTO QUINTO
[SCENA I]
Cremete, Simo
Cremete. [1] Tu hai, o Simone, assai conosciuta l’amicizia mia verso di te; io ho corsi assai periculi: fa’ fine di pregarmi. Mentre che io pensavo di compiacerti, io sono stato per affogare questa mia figliuola.
Simo. Anzi, ora ti priego io e supplico, o Cremete, che appruovi coi fat-ti questo benifizio cominciato con le parole.
Cremete. Guarda quanto tu sia per questo tuo desiderio ingiusto! E pure che tu faccia quello desideri, non osservi alcuno termine di benignità né pensi quello che tu prieghi: ché, se tu lo pensassi, tu cesseresti di aggravarmi con queste ingiurie.
Simo. Con quali?
Cremete. [2] Ah, domàndine tu? Non mi hai tu forzato che io dia per donna una mia figliuola a uno giovane occupato nello amore d’altri e alieno al tutto dal tôrre moglie? E hai voluto con lo affanno e dolore della mia figliuola medicare il tuo figliuolo. Io volli quando egli era bene, ora non è bene: abbi pazienza! Costoro dicono che colei è cittadina ateniese e ne ha auto uno figliuolo. Lascia stare noi.
Simo. Io ti priego per lo amore di Dio che tu non creda a costoro. Tutte queste cose sono finte e trovate per amore di queste nozze. Come fia tolta la cagione per che fanno queste cose, e’ non ci fia piú scandolo alcuno.
Cremete. Tu erri: io vidi una fantesca e Davo che si dicevano villania.
Simo. Io lo so.
Cremete. E da dovero, perché nessuno sapeva che io fussi presente.
Simo. Io lo credo; ed è un pezzo che Davo mi disse che volevono fare questo, e oggi te lo volli dire e dimentica’melo.
[SCENA II]
Davo, Cremete, Simo, Dromo
Davo. [1] (uscendo dalla casa di Glicerio, non accorgendosi di Cremete e Simone) Ora voglio io stare con l’animo riposato ...
Cremete. (piano a Simone) Ecco Davo a te.
Simo. (Onde esce egli?)
Davo. ... parte per mia cagione, parte per cagione di questo forestiero.
Simo. (Che ribalderia è questa?)
Davo. Io non vidi mai uomo venuto piú a tempo di questo.
Simo. (Chi loda questo scelerato?)
Davo. Ogni cosa è a buon porto.
Simo. (Tardo io di parlargli?)
Davo. (si accorge di Simone) (Egli è il padrone: che farò io?)
Simo. [2] Dio ti salvi, uomo da bene!
Davo. O Simone, o Cremete nostro, ogni cosa è a ordine.
Simo. Tu hai fatto bene.
Davo. Manda per lei a tua posta.
Simo. Bene veramente! (E’ ci mancava questo.) Ma rispondimi: che faccenda avevi tu quivi?
Davo. Io?
Simo. Sí.
Davo. Di’ tu a me?
Simo. A te dich’io.
Davo. Io vi entrai ora ...
Simo. (Come s’io domandassi quanto è che vi entrò!)
Davo. ... col tuo figliuolo.
Simo. [3] Oh, Panfilo è dentro?
Davo. (Io sono in su la fune.)
Simo. Oh, non dicesti tu che gli avieno quistione insieme?
Davo. E hanno.
Simo. Come è egli cosí in casa?
Cremete. Che pensi tu che faccino? E’ si azzuffano.
Davo. Anzi, voglio, o Cremete, che tu intenda da me una cosa indegna: egli è venuto ora uno certo vecchio, che pare uomo cauto ed è di buona presenza, con uno volto grave da prestargli fede.
Simo. Che di’ tu di nuovo?!
Davo. Niente veramente, se non quello che io ho sentito dire da lui: che costei è cittadina ateniese.
Simo. [4] (rivolgendosi verso la sua casa) O Dromo! Dromo!
Davo. Che cosa è?
Simo. Dromo!
Davo. Odi un poco.
Simo. (a Davo) Se tu mi di’ piú una parola ... Dromo!
Davo. Odi, io te ne priego. (entra in scena il servo Dromone)
Dromo. Che vuoi?
Simo. Porta costui di peso in casa.
Dromo. Chi?
Simo. Davo.
Dromo. Perché?
Simo. Perché mi piace: portalo via!
Davo. Che ho io fatto?
Simo. Portalo via!
Davo. Se tu truovi che io ti abbia dette le bugie, ammazzami.
Simo. Io non ti odo. Io ti farò diventare destro.
Davo. Egli è pure vero.
Simo. [5] Tu lo legherai e guardera’lo. Odi qua, mettigli un paio di ferri: fallo ora! E se io vivo, io ti mosterrò, Davo, innanzi che sia sera quello che importa a te ingannare il padrone e a colui il padre.
Cremete. Ah, non essere sí crudele!
Simo. O Cremete, non ti incresce egli di me per la ribalderia di costui che ho tanto dispiacere per questo figliuolo? (rivolgendosi all’interno della casa di Glicerio) Orsú, Panfilo: esci, Panfilo! di che ti vergogni
tu?
[SCENA III]
Panfilo, Simo, Cremete
Panfilo. [1] Chi mi vuole? (piano, tra sé) Oimè, egli è mio padre!
Simo. Che di’ tu, ribaldo?
Cremete. Digli come sta la cosa, sanza villania.
Simo. E’ non se gli può dire cosa che non meriti. (a Panfilo) Dimmi un poco: Glicerio è cittadina?
Panfilo. Cosí dicono.
Simo. Cosí dicono? O gran confidenza! Forse che pensa quel che risponde? forse che si vergogna di quel ch’egli ha fatto? (a Cremete) Guardalo in viso: e’ non vi si vede alcuno segno di vergogna. È egli possibile che sia di sí corrotto animo che voglia costei fuora delle leggi e del costume de’ cittadini con tanto obbrobrio?
Panfilo. Misero a me!
Simo. [2] Tu te ne se’ avveduto ora? Cotesta parola dovevi tu dire già quando tu inducesti l’animo tuo a fare in qualunque modo quello che ti aggradava. Pure alla fine ti è venuto detto quello che tu se’. Ma perché mi macero e perché mi cruccio io? perché affliggo io la mia vecchiaia per la pazzia di costui? Voglio io portare le pene de’ peccati suoi? Àbbisela, tèngasela, viva con quella!
Panfilo. O padre mio!
Simo. Che padre! Come che tu abbi bisogno di padre, che hai trovato, a dispetto di tuo padre, casa, moglie, figliuoli e chi dice ch’ella è cittadina ateniese. Abbi nome Vinciguerra!
Panfilo. Possoti io dire dua parole, padre?
Simo. Che mi dirai tu?
Cremete. Lascialo dire.
Simo. Io lo lascio: dica!
Panfilo. [3] Io confesso che io amo costei e, s’egli è male, io confesso fare male, e mi ti getto, o padre, nelle braccia. Impommi che carico tu vuoi: se tu vuoi che io meni moglie e lasci costei, io lo sopporterò il meglio che io potrò. Solo ti priego di questo, che tu non creda che io ci abbi fatto venire questo vecchio, e sia contento ch’io mi iustifichi e che io lo meni qui alla tua presenza.
Simo. Che tu lo meni?
Panfilo. Sia contento, padre.
Cremete. Ei domanda il giusto: contentalo.
Panfilo. Compiacimi di questo.
Simo. Io sono contento, pure che io non mi truovi ingannato da costui. (Panfilo entra in casa di Glicerio per chiamare Critone)
Cremete. Per uno gran peccato ogni poco di supplicio basta a uno padre.
[SCENA IV]
Crito, Cremete, Simo, Panfilo
Crito. [1] (a Panfilo, uscendo di casa) Non mi pregare! Una di queste cagioni basta a farmi fare ciò che tu vuoi: tu, il vero e il bene che voglio a Glicerio.
Cremete. Io veggo Critone andrio? Certo egli è desso.
Crito. Dio ti salvi, Cremete!
Cremete. Che fai tu cosí oggi, fuora di tua consuetudine, in Atene?
Crito. Io ci sono a caso. Ma è questo Simone?
Cremete. Questo è.
Simo. [2] Domandi tu me? Dimmi un poco: di’ tu che Glicerio è cittadina?
Crito. Neghilo tu?
Simo. Se’ tu cosí qua venuto preparato?
Crito. Perché?
Simo. Domàndine tu? Credi tu fare queste cose sanza esserne gastigato? Vieni tu qui a ingannare i giovanetti imprudenti e bene allevati, e andare con promesse pascendo l’animo loro?
Crito. Se’ tu in te?
Simo. E vai raccozzando insieme amori di meretrici e nozze?
Panfilo. (Heimè, io ho paura che questo forestiero non si pisci sotto!)
Cremete. Se tu conoscessi costui, o Simone, tu non penseresti cotesto: costui è uno buono uomo.
Simo. Sia buono a suo modo: debbes’egli credere ch’egli è appunto venuto oggi nel dí delle nozze e non è venuto prima mai?
Panfilo. (Se io non avessi paura di mio padre, io gl’insegnerei la risposta.)
Simo. Spione!
Crito. Ehimè!
Cremete. Cosí è fatto costui. Crito, lascia ire!
Crito. [3] (rivolto a Cremete) Sia fatto come e’ vuole, se seguita di dirmi ciò che vuole, egli udirà ciò che non vuole. Io non prezzo e non curo coteste cose, imperò che si può intendere se quelle cose che io ho dette sono false o vere: perché uno ateniese, per lo adrieto, avendo rotto la sua nave, rimase con una sua figlioletta in casa il padre di Criside povero e mendico.
Simo. Egli ha ordito una favola da capo.
Cremete. Lascialo dire.
Crito. Impedíscemi egli cosí?
Cremete. Séguita.
Crito. Colui che lo ricevette era mio parente. Quivi io udi’ dire da lui come egli era cittadino ateniese, e quivi si morí.
Cremete. Come aveva egli nome?
Crito. Ch’io ti dica il nome sí presto? Fania.
Cremete. Oh, uh!
Crito. [4] Veramente, io credo ch’egli avessi nome Fania; ma io so questo certo: che si faceva chiamare Ramnusio.
Cremete. O Giove!
Crito. Queste medesime cose, o Cremete, sono state udite da molti altri in Andro.
Cremete. Dio voglia che sia quello che io credo! Dimmi un poco: diceva egli che quella fanciulla fussi sua?
Crito. No.
Cremete. Di chi dunque?
Crito. Figliuola del fratello.
Cremete. Certo ella è mia.
Crito. Che di’ tu?
Simo. Che di’ tu?
Panfilo. (Rizza gli orecchi, Panfilo!)
Simo. (a Cremete) Che credi tu?
Cremete. Quel Fania fu mio fratello.
Simo. Io lo conobbi e sòllo.
Cremete. [5] Costui, fuggendo la guerra, mi venne drietro in Asia e, dubitando di lasciare qui la mia figliuola, la menò seco. Dipoi non ne ho mai inteso nulla se non ora.
Panfilo. (L’animo mio è sí alterato che io non sono in me per la speranza, per il timore, per la allegrezza, veggendo uno bene sí repentino.)
Simo. (rivolgendosi a Cremete) Io mi rallegro in molti modi che questa tua si sia ritrovata.
Panfilo. Io lo credo, padre.
Simo. Ma e’ mi resta uno scrupolo che mi fa stare di mala voglia.
Panfilo. Tu meriti di essere odiato con questa tua religione.
Crito. Tu cerchi cinque piè al montone!
Cremete. (a Simone) Che cosa è?
Simo. Il nome non mi riscontra.
Crito. Veramente da piccola la si chiamò altrimenti.
Cremete. Come, Crito? ricorditene tu?
Crito. Io ne cerco.
Panfilo. [6] (Patirò io che la svemorataggine di costui mi nuoca, potendo io per me medesimo giovarmi?) O Cremete, che cerchi tu? La si chiamava Passibula.
Crito. La è essa!
Cremete. La è quella!
Panfilo. Io gliene ho sentito dire mille volte.
Simo. Io credo che tu, o Cremete, creda che noi siamo tutti allegri.
Cremete. Cosí mi aiuti Iddio, come io lo credo.
Panfilo. Che manca, o padre?
Simo. Già questa cosa mi ha fatto ritornare nella tua grazia.
Panfilo. O piacevole padre! Cremete vuole che la sia mia moglie, come la è?
Cremete. Tu di’ bene, se già tuo padre non vuole altro.
Panfilo. Certamente.
Simo. Cotesto!
Cremete. La dota di Panfilo voglio che sia dieci talenti.
Panfilo. Io l’accetto.
Cremete. [7] Io vo a trovare la figliuola. O Crito mio, vieni meco, perché io non credo che la mi riconosca. (Cremete e Critone entrano in casa di Glicerio)
Simo. Perché non la fai tu venire qua?
Panfilo. Tu di’ bene: io commetterò a Davo questa faccenda.
Simo. Ei non può.
Panfilo. Perché non può?
Simo. Egli ha uno male di piú importanza.
Panfilo. Che cosa ha?
Simo. Egli è legato.
Panfilo. O padre, ei non è legato a ragione.
Simo. Io volli cosí.
Panfilo. Io ti priego che tu faccia che sia sciolto.
Simo. Che si sciolga!
Panfilo. Fa’ presto!
Simo. Io vo in casa.
Panfilo. O allegro e felice questo dí!
[SCENA V]
Carino, Panfilo
Carino. [1] (tra sé, non visto da Panfilo) Io torno a vedere quel che fa Panfilo ... Ma eccolo!
Panfilo. Alcuno forse penserà che io pensi che questo non sia vero, ma e’ mi pare pure che sia vero. Però credo io che la vita degli Iddei sia sempiterna, perché i piaceri loro non sono mai loro tolti: perché io sarei sanza dubbio immortale se cosa alcuna non sturbassi questa mia allegrezza. Ma ch’i’ vorrei sopra ogni altro riscontrare per narrargli questo?
Carino. (Che allegrezza è questa di costui?)
Panfilo. Io veggo Davo: non è alcuno che io desideri vedere piú di lui, perché io so che solo costui si ha a rallegrare da dovero della allegrezza mia.
[SCENA VI]
Davo, Panfilo, Carino
Davo. [1] Panfilo dove è?
Panfilo. O Davo!
Davo. Chi è?
Panfilo. Io sono.
Davo. O Panfilo!
Panfilo. Ah, tu non sai quello mi è accaduto!
Davo. Veramente no: ma io so bene quello che è accaduto a me.
Panfilo. Io lo so anch’io.
Davo. Egli è usanza degli uomini che tu abbi prima saputo il male mio che io il tuo bene.
Panfilo. La mia Glicerio ha ritrovato suo padre.
Davo. O la va bene!
Carino. (Ehm?!)
Panfilo. Il padre è grande amico nostro.
Davo. Chi?
Panfilo. Cremete.
Davo. Di’ tu il vero?
Panfilo. [2] Né ci è piú difficultà di averla io per donna.
Carino. (Sogna costui quelle cose ch’egli ha vegghiando volute.)
Panfilo. Ma del fanciullo, o Davo?
Davo. Ah, sta’ saldo! tu se’ solo amato dagl’Iddii.
Carino. (Io sono franco se costui dice il vero. Io gli voglio parlare.) (si fa avanti)
Panfilo. Chi è questo? O Carino, tu ci se’ arrivato a tempo!
Carino. O la va bene!
Panfilo. O hai tu udito?
Carino. Ogni cosa. Or fa’ di ricordarti di me in queste tua prosperità. Cremete è ora tutto tuo e so che farà quello che tu vorrai.
Panfilo. Io lo so. E perché sarebbe troppo aspettare ch’egli uscissi fuora, séguitami, perch’egli è in casa con Glicerio. Tu, Davo, vanne in casa e subito manda qua chi la meni via. (Davo indugia) Perché stai, perché non vai?
Davo. (agli spettatori) O voi, non aspettate che costoro eschino fuora: drento si sposerà e drentro si farà ogni altra cosa che mancassi. Andate, al nome di Dio, e godete!