<CAPITOLI>
Niccolò Machiavelli
I
DE FORTUNA CAPITULUM
A GIOVANBATTISTA SODERINI
Con che rime già mai o con che versi
canterò io del regno di Fortuna
e de’ suo casi prosperi e avèrsi,
e come iniurïosa e importuna,
secondo iudicata è qui da noi, 5
sotto ’l suo seggio tutto el mondo aduna?
Temer, Giovambatista, tu non puoi
né debbi in alcun modo aver paura
d’altre ferite che de’ colpi suoi,
perché questa volubil creatura 10
spesso si suole oppor con maggior forza
dove piú forza vede aver Natura;
suo natural potenzia ogni uomo sforza,
e ’l regno suo è sempre violento,
se virtú eccessiva non l’ammorza. 15
Ond’io ti prego che tu sia contento
considerar questi mie versi alquanto,
se ci sie cosa di te degna drento;
e lei, diva crudel, rivolga intanto
vèr’ di me li occhi sua feroci, e legga 20
quel ch’or di lei e del suo regno canto;
e benché in alto sopr’a tutti segga,
comandi e regni impetüosamente,
chi del suo stato ardisce cantar vegga.
Questa da molti è ditta onnipotente, 25
perché qualunque in questa vita viene
o tardi o presto le suo forze sente.
Costëi spesso e buon sotto e piè tiene,
l’improbi innalza, e se mai ti promette
cosa veruna, mai te la mantiene; 30
e sottosopra e regni e stati mette
secondo che a lei pare, e ’ giusti priva
del ben che alli ingiusti larga dette.
Questa inconstante dea e mobil diva
l’indegni spesso sopra un seggio pone, 35
dove chi degno n’è mai non arriva.
Costei el tempo a suo modo dispone;
questa ci essalta, questa ci disface
sanza pietà, sanza legge o ragione;
né favorir alcun sempre le piace 40
per tutti e tempi, né sempremai preme
colui che ’n fondo di suo rota iace.
Di chi figliuola fussi o di che seme
nascessi, non si sa: ben si sa certo
che ’nfino a Giove suo potenzia teme. 45
Sopra un palazzo d’ogni parte aperto
regnar si vede, e a verun non toglie
l’intrare in quel, ma è l’uscirne incerto.
Tutto el mondo d’intorno vi si accoglie,
desideroso veder cose nove 50
e pien d’ambizïone e pien di voglie.
Lei si dimora in sulla cima, dove
la vista sua a qualunque uom non niega,
ma ’n picciol tempo la rivolve e move.
E ha duo volti questa antica strega, 55
l’un fero e l’altro mite; e mentre volta,
or non ti vede, or ti minaccia, or prega.
Qualunque vuole intrar benigna ascolta,
ma con chi vuole uscirne poi s’adira,
e spesso del partir li ha la vie tolta. 60
Dentro, cotante ruote vi si gira
quant’è vario el salire a quelle cose
dove ciascun che vive pon la mira.
Sospir’, bestemmie e parole iniuriose
s’odon per tutto usar da quelle genti 65
che dentro al segno suo Fortuna ascose;
e quanto son piú ricchi e piú potenti,
tanto in lor piú discortesia si vede,
tanto son del suo ben men conoscenti,
perché tutto quel mal che ’n noi procede 70
s’impúta a lei, e se alcun ben l’uom trova,
per suo propria virtute averlo crede.
Tra quella turba varïata e nuova
di que’ conservi che quel loco serra,
Audacia e Iuventú fa miglior pruova; 75
vedevisi ’l Timor prostrato in terra,
tanto di dubbii pien che non fa nulla,
poi Penitenzia e Invidia li fan guerra;
quivi l’Occasïon sol’ si trastulla
e va scherzando fra le ruote attorno, 80
la scapigliata e semplice fanciulla.
E quelle rotan sempre, notte e giorno,
perché ’l Ciel vuole, a cui non si contrasta,
ch’Ozio e Necessità le volti intorno:
l’una racconcia el mondo, e l’altro el guasta; 85
vedesi d’ogni tempo e a ogni otta
quanto val Pazïenzia e quanto basta.
Usura e Fraude si godano in frotta,
potente e ricche, e tra queste consorte
sta Liberalità stracciata e rotta. 90
Veggonsi assisi sopra delle porte,
che mai, come s’è ditto, son serrate,
sanza occhi e sanza orecchi Caso e Sorte.
Potenzia, Onor, Ricchezza e Sanitate
stanno per premio; per pena e dolore 95
Servitú, ’Nfamia, Morbo e Povertate.
Fortuna el rabbïoso suo furore
dimonstra con questa ultima famiglia,
quell’altra porge a chi le’ porta amore.
Colui con miglior sorte si consiglia 100
tra tutti li altri che ’n quel loco stanno,
che ruota al suo voler conforme piglia,
perché li umor’ che adoperar ti fanno,
secondo che convengon con costei
son cagion del tuo bene e del tuo danno: 105
non però che fidar si possa in lei
né creder d’evitar suo duro morso,
suo duri colpi impetüosi e rei,
perché, mentre girato sei dal dorso
di ruota per allor felice e buona, 110
la suol cangiar le volte a mezzo el corso;
e non potendo tu cangiar persona
né lasciar l’ordin di che ’l Ciel ti dota,
nel mezzo del cammin la t’abbandona.
Però, se questo si comprende e nota, 115
sarebbe un sempre felice e beato
che potessi saltar di rota in rota;
ma perché poter questo ci è negato
per occulta virtú che ci governa,
si muta col suo corso el nostro stato. 120
Non è nel mondo cosa alcuna eterna:
Fortuna vuol cosí, che se n’abbella,
acciò che ’l suo poter piú si discerna;
però si vuol lei prender per suo stella,
e quanto a noi è possibile, ogni ora 125
accomodarsi al varïar di quella.
Tutto quel regno suo dentro e di fòra
istorïato si vede e dipinto
di que’ trionfi de’ qua’ piú s’onora.
Nel primo loco colorato e tinto 130
si vede come già sotto l’Egitto
el mondo stette subiugato e vinto,
e come lungamente el tenne vitto
con lunga pace e come quivi fue
ciò ch’è di bel nella natura scritto. 135
Veggonsi poi li Assiri ascender sue
e altro scettro, quand’ella non volse
che quel d’Egitto dominassi piue;
poi come a’ Medi lieta si rivolse,
da’ Medi a’ Persi, e de’ Greci la chioma 140
ornò di quello onor che a’ Persi tolse.
Quivi si vede Menfi e Tebe doma;
Babillon, Troia e Cartagin con quelle,
Ierusalem, Atene, Sparta e Roma
quivi si mostron quanto furon belle, 145
alte, ricche e potenti, e come al fine
Fortuna a’ lor nimici in preda dielle.
Quivi si veggon l’opre alte e divine
dell’imperio roman: poi come tutto
el mondo infranse con le suo ruine. 150
Come un torrente rapido, ch’al tutto
superbo è fatto, ogni cosa fracassa
dovunque aggiugne el suo corso per tutto,
e questa parte accresce e quella abbassa,
varia le ripe, varia el letto e ’l fondo, 155
e fa tremar la terra donde passa;
cosí Fortuna col suo furibondo
impeto molte volte or qui or quivi
va tramutando le cose del mondo.
Se poi con gli occhi tuoi piú oltre arrivi, 160
Cesare e Alessandro in una faccia
vedi tra quei che fûr felici vivi.
Da questo essemplo quanto a costei piaccia,
quanto grato le sia si vede scorto
chi l’urta, chi la pigne e chi la caccia; 165
pur nondimanco al disiato porto
l’un non pervenne, e l’altro, di ferite
pien, fu all’ombra del nimico morto.
Appresso questi son gente infinite
che, per cadere in terra maggior botto, 170
son con costei altissimo salite.
Con questi iace preso, morto e rotto
Ciro e Pompeio, poi che ciascheduno
fu da Fortuna infino al ciel condotto.
Aresti tu mai visto in loco alcuno 175
come una aquila irata si transporta,
cacciata dalla fame e dal digiuno,
e come una testudine alto porta,
acciò che ’l colpo del cader la ’nfranga
e pasca sé di quella carne morta? 180
Cosí Fortuna, non ch’ ivi rimanga,
porta uno in alto, ma ché, ruinando,
lei se ne goda e lui cadendo pianga.
Ancor si vien dopo costor mirando
come d’infimo stato alto si saglia 185
e come ci si vive varïando,
dove si vede come la travaglia
e Tullio e Mario, e li splendidi corni
piú volte di lor gloria or cresce or taglia.
Vedesi alfin che, trapassat’i giorni, 190
pochi sono e felici, e quei son morti
prima che la lor ruota indrieto torni,
o che, voltando, al basso ne li porti.
II
<DE INGRATITUDINE>
JOANNI FOLCI NICCOLAUS MACLAVELLUS
Giovanni Folchi, il viver malcontento
pel dente della Invidia che mi morde
mi darebbe piú doglia e piú tormento,
se non fusse ch’ancor le dolce corde
d’una mie cetra, qual suave suona, 5
che fa le Muse al mio cantar non sorde.
Non ch’io speri portarne altra corona,
né però pensi che per me si aggiunga
una gocciola d’acqua in Elicona,
ch’i’ so ben quanto quella via sie lunga, 10
conosco non aver cotanta lena
che sopra il colle desïato giunga.
Purtuttavolta un tal desio mi mena
ch’i’ spero andando forse poter côrre
qualc’arbucel di che la piaggi’è piena. 15
Cosí cantando cerco dal cuor tôrre
quel acerbo dolor de’ casi avversi
che drieto all’almo mio furiando corre.
E come gli anni del servir sien persi,
come ’n rena si semini o in acque, 20
sarà or la materia de’ mie versi.
Quando alle stelle, quando al ciel dispiacque
la gloria de’ viventi, i·lor dispetto
allor nel mondo Ingratitudo nacque.
Fu d’Avarizia figlia e di Suspetto, 25
nutrita nelle braccia della Invidia;
de’ principi e de’ re vive nel petto.
Quivi ’l suo seggio piú maggiore annidia,
di quindi ’l cor di tutte l’altre gente
col venen tinge della suo perfidia. 30
Onde per tutto questo mal si sente,
perch’ogni cosa per la suo nutrice
trafigg’e rode l’arrabbiato dente.
E s’alcun prima si chiamò felice
pel ciel benigno o suo lieti favori, 35
non dopo molto tempo si disdice,
quando ved’il suo sangue e suo sudori,
e·ssé nel ben servire esser mai stanco,
con iniurie e calunnie lo ristori.
Tien questa peste – e mai non vengon manco, 40
ché dopo l’una poi l’altra rimette –
nella faretra che la porta a fianco
di venen tinte tre crudel saette,
che mai di saettar forte non cessa
or questo or quel dove la mira mette. 45
La prima delle tre che vien da essa
fa ben che ’l benefizio l’uom allega,
ma senza premïarlo lo confessa.
E la seconda che dipoi si spiega
fa che ’l ben riceuto l’uom si scorda; 50
pur senza iniurïarlo sol il niega.
L’ultima fa che l’uom mai non ricorda
l’aúto ben, ma con ogni suo possa
il suo benefattor laceri o morda.
Questo colpo trapassa insino all’ossa, 55
quest’ultima ferita è piú mortale,
questa saetta vien con maggior possa.
Mai vien men, mai si spegne questo male,
mille volte rinasce s’una muore,
perch’ha suo padr’e suo madre immortale. 60
E, com’io dissi, si posa nel cuore
d’ogni potente, ma piú si diletta
nel cuor del popol quando gli è signore.
Quest’è ferito da ogni saetta
piú crudelmente, perché sempre avviene 65
che dove men si sa, piú si sospetta,
ché le suo gente, d’ogni invidia piene,
tengon desto ’l sospetto sempre, ed esso
gli orecchi alle calunnie sempre tiene.
Onde risulta che si vede spesso 70
com’un buon cittadino il frutto miete
contrario al seme che nel campo ha messo.
Era di pace priva e di quïete
Italia, allor che ’l punico coltello
saziat’avea la barbarica sete, 75
quando già nato nel roman ostello,
anzi dal ciel mandato, un uom divino,
che mai né fu né fia simil a quello,
questo, ancor giovinetto sul Tesino
col proprio petto il suo padre coperse, 80
primo presagio al suo lieto destino.
E quando Canne tanti Roman’ perse,
cor un coltello i·man feroce e solo
d’abbandonare Italia non sofferse.
E indi poi nello ’spanico stuolo 85
vols’il Senato a far vendetta gisse
del comun danno e del privato duolo.
Com’in Africa poi le ’nsegne misse,
prima Siface e dipoi Anniballe,
e·lla fortuna e·lla lor patria affrisse. 90
Allor li diè ’l gran barbaro le spalle,
allor il roman sangue vendicò,
sparso da quel per l’italiche valle.
Dipoi in Asia col fratello andò,
donde per suo sapere e suo bontà 95
il gran trionfo a Roma ne portò;
e tutte le province e le città
dovunque e’ fu, lasciò piene d’esempli
di iustizia, fortezza e castità.
Qual lingua fia che tante laude adempi, 100
qual occhio che contempli tanta luce?
O felici Roman’, felici tempi!
Da questo invitto e glorïoso duce
fu a ciascun dimonstro quella via
ch’alla piú alta gloria l’uom conduce; 105
né mai nell’uman cor’ fu visto o fia,
quantunque degni, gloriosi e divi,
tanto valor né tanta cortesia,
né tra quei che son morti e che son vivi,
e fra l’antiche e le moderne genti 110
non si truov’uom che a Scipïone arrivi.
Né restò ’Nvidia di mostrarli e denti
e non ebbe temenzia a riguardarlo
con le pupille de’ su’occhi ardenti.
Costei fece dal populo accusarlo, 115
e volle un infinito benefizio
con infinita iniuria ’compagnarlo.
Onde, vedendo questo comun vizio
armato contro a sé, volse costui
voluntario lassar lo ’ngrato ospizio; 120
e dette loco al mal voler d’altrui,
tosto che vide come bisognava
Roma perdessi o libertate o lui.
Né l’almo suo d’altra vendetta armava:
sol alla patria sua lasciar non volse 125
quell’ossa che d’aver non meritava.
E cosí ’l resto di suo vita volse
fuor della patria fusse, e cosí ’l fructo
alla sementa sua contrario colse.
Né fu già Roma però ’ngrata al tutto; 130
risguarda Atene, dove Ingratitudo
tenne ’l suo nome piú ch’altrove brutto.
Né valse contro a·llei prender lo scudo
perch’all’incontro assai legge creolle
per reprimer tal vizio atroc’e crudo. 135
E tanto fu questa città piú folle,
quanto si vede come, e con ragione,
conobbe il bene e seguitar no ’l volle.
Milziade, Aristíde e Focïone,
di Temistocle ancor la dura sorte 140
furon del viver suo buon testimone.
Questi per l’opre loro egregi’e forte
furn’i trionfi che gli ebbon da quella:
esilio, strazi, vilipendi e morte.
Perché nel vulgo le vinte castella, 145
il sangue sparso e l’oneste ferite,
un picciol fallo gran fama cancella.
E·lle triste calunnie tanto ardite
contr’a’ buon cittadin tal volta fanno
tirannic’un ingegno umano e mite. 150
Divien talvolta un cittadin tiranno
e di viver civil trapassa il segno
per non sentir d’ingratitudo il danno.
A Cesar occupar fe’ questa il regno,
e quel che ’Ngratitudo nol concesse, 155
li dette la iust’ira e ’l iusto sdegno.
Or lasciando del popol l’interesse,
ai principi moderni mi rivolto,
dov’il suo seggio Ingratitudo messe.
Maumetto Bascià non dopo molto 160
che gli ebbe dato il regno a Baisitte,
morí col laccio intorno al collo vòlto.
Ha·lle parte di Puglia derelitte
Consalvo, or al suo re sospetto vive
in premio delle galliche sconfitte. 165
Cerca del mondo tutte le suo rive:
troverrai pochi principi esser grati,
se leggi ben quel che di lor si scrive.
E vedrai come i mutator di stati
e ’ donator di regni sempremai 170
son con essilio o morte ristorati,
perché quand’uno stato mutar fai,
dubita chi tu hai principe fatto
che non li tolga quel che dato gli hai,
e non ti osserva poi legge né patto, 175
perché gli è piú potente la paura
che gl’ha di te, che ’l debito contratto;
e tanto tempo questo timor dura,
quanto pen’a veder tuo stirpe spenta
e di te e de’ tuo’ la sepoltura, 180
ond’intervien che servendo si stenta
e poi del ben servir se ne riporta
misera vita e morte vïolenta.
Dunque, non sendo Ingratitudo morta,
ciascun li stati e corte fuggir debbe, 185
ché non ci è via che guidi l’uom piú corta
a pianger quel che volle po’ che l’ebbe.
III
DE AMBITIONE CAPITULUM
A LUIGI GUICCIARDINI
Luigi, po’ che tu ti maravigli
di questo caso che a Siena è seguito,
non mi par che pel verso el mondo pigli;
e se nuovo ti par quel c’hai sentito,
come tu m’hai certificato e scritto, 5
pensa un po’ meglio a l’umano appetito,
perché dal sòl di Scitia a quel d’Egitto,
da Gibilterra all’opposita riva,
si vede germinar questo delitto.
Qual regïone o qual città n’è priva? 10
qual borgo, qual tugurio? In ogni lato
l’Ambizïone e l’Avarizia arriva.
Queste nel mondo, come l’uom fu nato,
nacquono ancora e, se non fussin quelle,
sarebbe assai felice el nostro stato. 15
Di poco avea Dio fatto le stelle,
el ciel, la luce, li elementi e l’uomo,
dominator di tante cose belle,
e la superbia delli angeli domo;
di Paradiso Adam fatto rebello 20
con la suo donna pel gustar del pomo;
quando che – nati Cain e Abello,
col padre lor e della lor fatica
vivendo lieti, nel povero ostello –
potenzia occulta che ’n ciel si nutrica 25
tra le stelle che quel girando serra,
alla natura umana poco amica,
per privarci di pace e pórci in guerra,
per tôrci ogni quïete e ogni bene
mandò duo furie ad abitar in terra. 30
Nude son queste, e ciascheduna viene
con grazia tale che alli occhi di molti
paion di quella e di diletto piene;
ha ciascheduna d’esse quattro volti
con otto mani, e queste cose fanno 35
ti prenda e vegga ovunque una si vòlti.
Con queste Invidia, Accidia e Odio vanno
della lor peste riempiendo el mondo,
e con lor Crudeltà, Superbia e Inganno;
da queste Concordia è cacciata in fondo; 40
e per monstrar la lor voglia infinita
portano in mano una urna sanza fondo.
Per costor la Quïete e Dolce vita
di che l’albergo d’Adam era pieno
si fu con Pace e Carità fuggita: 45
queste del lor pestifero veneno
contr’al suo buon fratel Cain armaro
empiendognene el grembo, el petto e ’l seno.
E loro alta possanza demonstraro,
po’ che posserno far, ne’ primi tempi, 50
un petto ambizïoso, un petto avaro,
quando li uomin vivieno e nudi e scempi
d’ogni fortuna, e quando ancor non era
di povertà e di ricchezze esempi.
O mente umana insaziabil, altera, 55
subdola e varia, e sopr’ogni altra cosa
maligna, iniqua, impetuosa e fera,
po’ che per la tuo voglia ambizïosa
si fe’ la prima morte vïolenta
nel mondo e la prima erba sanguinosa! 60
Cresciuta poi questa mala sementa,
multiplicata la cagion del male,
non ci è ragion che di mal far si penta.
Di qui nasce che un scende e l’altro sale;
di qui depende, sanza legge o patto, 65
el varïar d’ogni stato mortale.
Questo ha di Francia el re piú volte tratto;
questo del re Alfonso e Lodovico
e di San Marco ha lo stato disfatto.
Né sol quel che è bene ha ’l suo nimico, 70
ma quel che pare, e cosí sempre fue
el mondo fatto, moderno e antico.
Ogni uomo stima, ogni uomo spera piue
sormontare opprimendo or quello or questo,
che per qualunque sua propria virtue. 75
A ciascun l’altrui ben sempre è molesto,
e però sempre, con affanni e pena,
al mal d’altrui è vigilante e desto.
A questo, istinto natural ci mena
per proprio moto e propria passïone, 80
se legge o maggior forza non ci affrena.
Ma se volessi saper la cagione
perch’una gente imperi e l’altra pianga
regnando in ogni loco Ambizïone,
e perché Francia vittrice rimanga, 85
dall’altra parte perché Italia tutta
un mar d’affanni tempestoso franga,
e perché ’n queste parti sia redutta
la penitenzia di quel tristo seme
che Ambizïone e Avarizia frutta: 90
se con Ambizïon congiunto è insieme
un cor feroce, una virtute armata,
quivi del proprio mal raro si teme.
Quando una regïon vive effrenata
per suo natura e poi per accidente 95
di buone leggi instrutta e ordinata,
di Ambizïon contro all’esterna gente
usa el furor, che usarla infra se stessa
né le leggi né el re gnene consente;
onde el mal proprio quasi sempre cessa, 100
ma suol ben disturbar l’altrui ovile,
dove quel suo furor l’insegna ha messa.
Fie per avverso quel loco servile,
ad ogni danno, ad ogni iniuria esposto,
dove sie gente ambizïosa e vile: 105
se Viltà e Tristo ordin siede accosto
a questa Ambizïone, ogni sciaura,
ogni ruina, ogni altro mal vien tosto.
E quando alcun colpassi la natura
se in Italia, tanto afflitta e stanca, 110
non nasce gente sí feroce e dura,
dico che questo non escusa o franca
la viltà nostra, perché può supplire
l’educazion dove natura manca;
questa l’Italia già fece fiorire 115
e occupare el mondo tutto quanto.
La fiera educazion li dette ardire;
or vive, se vita è vivere in pianto,
sotto quella ruina e quella sorte
c’ha meritato l’ozio suo cotanto. 120
Viltate e quello, con l’altre consorte
d’Ambizïone, son quelle ferite
c’hanno d’Italia le province morte.
Lascia ir di Siena le fraterne lite;
volta li occhi, Luigi, a questa parte, 125
fra queste gente attonite e smarrite:
vedrai d’Ambizïon l’una e l’altra arte,
come quel ruba e quell’altro si duole
delle fortune sua lacere e sparte.
Rivolga li occhi in qua chi veder vuole 130
l’altrui fatiche, e raguardi s’ancora
cotanta crudeltà mai vidde el sole!
Chi ’l padre morto e chi ’l marito plora;
quell’altro, mesto, del suo proprio tetto
battuto e nudo trar si vede fora. 135
O quante volte, avendo el padre stretto
in braccio el figlio, con un colpo solo
è suto rotto a l’uno e l’altro el petto!
Quello abbandona el suo paterno sòlo
accusando li dèi crudeli e ingrati, 140
con la brigata sua piena di dolo.
O esempli ma’ piú nel mondo stati!
perché si vede ogni dí parti assai
per le ferite del loro ventre nati.
Drieto alla figlia sua, piena di guai 145
dice la madre: «A che infelice nozze,
a che crudel marito ti servai?».
Di sangue son le fosse e l’acque sozze,
piene di teschi, di gambe e di mani
e d’altre membra lanïate e mozze. 150
Rapaci uccel, fere silvestre e cani
son poi le lor paterne sepolture:
o sepulcri crudel, feroci e strani!
Sempre son le lor facce orride e scure,
a guisa d’uom che sbigottito ammiri 155
per nuovi danni o súbite paure.
Dovunque li occhi tu rivolti, e miri
di lacrime la terra e sangue pregna,
e l’aria d’urla, singulti e sospiri.
Se da altri imparar alcun si degna 160
come si debba Ambizïone usarla,
l’esemplo tristo di costor l’insegna:
da poi che l’uom da sé non può cacciarla,
debbe ’l iudizio e l’intelletto sano
con ordine e ferocia accompagnarla. 165
San Marco alle suo spese, e forse invano,
tardi conosce come li bisogna
tener la spada e non el libro in mano.
Pure, altrimenti di regnar s’agogna
per la piú parte, e quanto piú s’acquista, 170
si perde prima e con maggior vergogna.
Dunque, se spesso qualche cosa è vista
nascere impetuosa e importuna,
che ’l petto di ciascun turba e contrista,
non ne pigliare ammirazione alcuna, 175
perché del mondo la parte maggiore
si lascia governar dalla Fortuna.
Lasso, che mentre nell’altrui dolore
tengo or l’ingegno involto e la parola,
sono oppressato da maggior timore. 180
Io sento Ambizïon, con quella scola
ch’al principio del mondo il Ciel sortille,
sopra de’ monti di Toscana vola,
e seminato ha già tante faville
tra quelle gente sí d’invidia pregne, 185
ch’arderà le suo terre e le suo ville,
se grazia o miglior ordin non le spegne.
Appendice
DE INGRATITUDINE CAPITULUM
A GIOVANNI FOLCHI
Giovanni Folchi, el viver malcontento
pe ’l dente dell’Invidia che mi morde
mi darebbe piú doglia e piú tormento,
se non fussi che ancor le dolci corde
d’una mie cetra, che suave suona, 5
fanno le Muse al mie cantar non sorde.
Non sí ch’i’ speri averne altra corona,
non sí ch’io creda che per me s’aggiunga
una gocciola d’acqua a Elicona.
Io so ben quanto quella via sie lunga, 10
conosco non aver cotanta lena
che sopra ’l colle disïato giunga.
Purtuttavolta un tal disio mi mena
ch’io credo forse andando posser côrre
qualche arbucel di che la piaggia è piena. 15
Cantando, adunque, cerco dal cor tôrre
e frenar quel dolor de’ casi avversi
che drieto all’almo mio furioso corre.
E come del servir li anni sien persi,
come infra rena si semini e acque, 20
sarà or la materia de’ mie versi.
Quando alle stelle, quando al Ciel dispiacque
la gloria de’ viventi, in lor dispetto
allor nel mondo Ingratitudo nacque.
Fu d’Avarizia figlia e di Sospetto; 25
nutrita nelle braccia dell’Invidia,
de’ principi e de’ re vive nel petto.
Quivi el suo seggio principale annidia,
di quindi el cor di tutta l’altra gente
con venen tinge della suo perfidia. 30
Onde per tutto questo mal si sente,
perch’ogni cosa della suo nutrice
trafigge e morde l’arrabbiato dente.
E s’alcun prima si chiama felice
pel ciel benigno e suo lieti favori, 35
non dopo molto tempo si ridice,
come vede el suo sangue e sua sudori,
e che ’l suo viver ben servendo stanco
con iniuria e calunnia si ristori.
Tien questa peste – e mai non vengon manco, 40
ché dopo l’una poi l’altra rimette –
nella faretra che l’ha sopr’al fianco
di venen tinte tre crudel saette,
con le qual punto di ferir non cessa
questo o quell’altro ove la mira mette. 45
La prima delle tre che vien da essa
fa che l’uom solo el benefizio allega,
ma sanza premïarlo lo confessa.
E la seconda che dipoi si spiega
fa che ’l ben ricevuto l’uom si scorda; 50
ma sanza iniurïarlo solo el niega.
L’ultima fa che l’uom mai non ricorda
né premia el ben, ma che iusta suo possa
el suo benefattor lacera e morda.
Questo colpo trapassa dentro all’ossa, 55
questa terza ferita è piú mortale,
questa saetta vien con maggior possa.
Mai vien men, mai si spegne questo male,
mille volte rinasce, s’una more,
perch’ha suo padre e suo madre immortale. 60
E come io dissi, trionfa nel core
d’ogni potente, ma piú si diletta
nel cor del popul quando elli è signore.
Questo è ferito da ogni saetta
piú crudelmente, perché sempre avviene 65
che dove men si sa, piú si sospetta;
e le suo genti, d’ogni invidia piene,
tengon desto el sospetto sempre, e esso
li orecchi alle calunnie aperti tiene.
Di qui resulta che si vede spesso 70
come un buon cittadino un frutto miete
contrario al seme che nel campo ha messo.
Era di pace priva e di quïete
Italia, allor che ’l punico coltello
saziato avea la barbarica sete, 75
quando già nato nel romano ostello,
anzi dal Ciel mandato, un uom divino,
qual mai fu né mai fie simile a quello,
questo, ancor giovinetto in sul Tesino
suo padre col suo petto ricoperse, 80
primo presagio al suo lieto destino.
E quando Canne tanti Roman perse,
con un coltello in man feroce e solo
d’abbandonar l’Italia non sofferse.
Poco dipoi nello ispanico sòlo 85
volle ’l Senato a far vendetta gisse
del comun danno e del privato dolo.
Come in Africa ancor l’insegne misse,
prima Siface e dipoi di Anniballe,
e la fortuna e la suo patria afflisse. 90
Allor li diè el gran barbaro le spalle,
allora el roman sangue vendicò,
sparso da quel per l’italiche valle.
Di quivi in Asia col fratello andò,
dove per suo prudenzia e suo bontà 95
d’Asia a Roma el trionfo ne portò;
e tutte le province e le città
dovunque fu, lasciò piene d’essempi
di pietà, di fortezza e castità.
Qual lingua fia che tante laude adempi, 100
quale occhio che contempli tanta luce?
O felici Roman’, felici tempi!
Da questo invitto e glorïoso duce
fu a ciascun dimonstro quella via
ch’alla piú alta gloria l’uom conduce. 105
Non mai nelli uman cor’ fu visto o fia,
quantunque degni, glorïosi e divi,
tanto valore e tanta cortesia,
e tra quei che son morti e che son vivi
e tra l’antiche e le moderne genti 110
non si truova uom che a Scipïon arrivi.
Non però Invidia di monstrarli e denti
temé della suo rabbia e riguardarlo
con le pupille de’ suo occhi ardenti.
Costei fece nel populo accusarlo, 115
e volle uno infinito benefizio
con infinita iniuria accompagnarlo.
Ma poi che vidde questo comun vizio
armato contr’a sé, volse costui
voluntario lasciar l’ingrato ospizio; 120
e dette luogo al mal voler d’altrui,
tosto che vidde come bisognava
Roma perdesse o libertate o lui.
Né l’almo suo d’altra vendetta armava:
solo alla patria sua lasciar non volse 125
quell’ossa che d’aver non meritava.
E cosí ’l cerchio di suo vita volse
fuor del suo patrio nido, e cosí frutto
alla sementa sua contrario colse.
Non fu già sola Roma ingrata al tutto; 130
riguarda Atene, dove Ingratitudo
pose el suo nido piú che altrove brutto.
Né valse contro a lei prender lo scudo
quando all’incontro assai legge creolle
per reprimer tal vizio atroce e crudo. 135
E tanto piú fu quella città folle,
quanto si vede come con ragione
cognobbe el bene e seguitar nol volle.
Milziade, Aristíde e Focïone,
di Temistocle ancor la dura sorte 140
furno del viver suo buon testimone.
Questi per le opre loro egregie e forte
furno e trionfi che li ebbon da quella:
prigione, essilio, vilipendio e morte.
Perché nel vulgo le vinte castella, 145
e ’l sangue sparso e l’oneste ferite,
di picciol fallo ogni infamia cancella.
Ma le triste calunnie e tanto ardite
contr’a’ buon cittadin talvolta fanno
tirannico uno ingegno umano e mite. 150
Spesso diventa un cittadin tiranno
e del viver civil trapassa el segno
per non sentir d’Ingratitudo el danno.
A Cesare occupar fé questa el regno,
e quel che Ingratitú non li concesse, 155
li dette la iusta ira e ’l iusto sdegno.
Ma lasciamo ir del popul l’interesse,
a’ principi, e moderni, mi rivolto,
dove anche ingrato cor Natura messe.
Maumetto Bascià, non dopo molto 160
ch’elli ebbe dato el regno a Baiasitte,
morí col laccio intorno al collo avvolto.
Ha le parti di Puglia derelitte
Consalvo, e al suo re suspetto vive
in premio delle galliche sconfitte. 165
Cerca del mondo tutte le suo rive:
troverrai pochi principi esser grati,
se leggerai quel che di lor si scrive.
E vedra’ come e mutator di stati
e ’ donator di regni sempremai 170
son con essilio o morte ristorati,
perché quando uno stato mutar fai,
dubita chi tu hai principe fatto
tu non li tolga quel che dato li hai,
e non ti osserva poi fede né patto, 175
perché li è piú potente la paura
che li ha di te, che l’obbligo contratto;
e tanto tempo questo timor dura,
quanto pena a veder tuo stirpe spenta
e di te e de’ tuoi la sepultura, 180
onde che spesso servendo si stenta
e poi del ben servir se ne riporta
misera vita e morte vïolenta.
Dunque, non sendo Ingratitudo morta,
ciascun fuggir le corti e stati debbe, 185
ché non c’è via che guidi l’uom piú corta
a pianger quel che volle poi che l’ebbe.