Decennali

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Niccolò Machiavelli

Decennali

<Decennale primo>

Nicolaus Maclavellus Alamanno Salviato viro praestantissimo Salutem.

[1] Lege, Alamanne, postquam id efflagitas, transacti decennii labores italicos, nostrum xv dierum opus. [2] Fortasse nostri aeque ac Italiane vicem dolebis, dum quibus ipsa fuerit periculis obnoxia perspexeris, et nos tanta infra tam breves terminos perstrinxisse. [3] Forsitan et ambos excusabis, illam necessitudine fati, cuius vis refringi non potest, et nos angustia temporis quod in huiusmodi ocio nobis assignatur. [4] Verum obsecro te ut nobis non desis, sicut illi ac labanti patriae tuae non defuisti, si cupis carmina haec nostra quae tuo invitatu edimus non contemnenda. [5] Vale. v Idus Novembris mdiiii.

Nicolaus Maclavellus Eidem.

[1] Leggete, Alamanno, poi che voi lo desiderate, le fatiche di Italia di dieci anni, e le mia di xv dí. [2] So che v’increscerà di lei e di me, veggendo da quali infortunii quella sia suta oppressa, e me aver voluto tante gran cose infra sí brevi termini restringere. [3] So ancora escuserete l’uno e l’altro, lei colla necessità del fato, e me colla brevità del tempo che mi è in simili ozii concesso. [4] E perché voi col mantenere la libertà di un de’ suoi primi membri avete suvvenuto a lei, son certo suvverrete ancora a me delle sue fatiche recitatore, e sarete contento mettere in questi mia versi tanto spirito che del loro gravissimo subietto e della audienzia vostra diventino degni. [5] Valete. Die viiii Novembris mdiiii.

Augustinus Mathei N.V. viris Florentinis salutem

[1] Se le cose pericolose a passare sono dilettevole a ricordarsene, la memoria de’ prossimi tempi vi doverrà esser grata, sendo suti quelli pericolosissimi. [2] Onde avendoli Niccolò Machiavegli in versi e con mirabile brevità descritti, come quello che è desideroso in qualche parte mostrarsi grato de’ molti onori quali confessa avere ricevuti da Voi, mi è parso imprimerli e fare questo suo dono piú liberale. [3] Né Voi vi sdegnerete leggere in tale stilo e con tanta brevità cose sí grave e di tanto momento, perché lui non per altra cagione le ha ridotte in versi e sí brevi, se non perché Voi possiate in poco di ora discorrere cantando tutti quelli pericoli ch’in dieci anni piangendo avete corsi. [4] Sarà ancora questo suo compendio non per pagamento, ma per arra di quello debbe; il che piú largamente e con maggior sudore tutta via si batte nella sua fabbrica. [5] E benché lui assegni questo a Voi e quello a’ posteri, e quali in tal brevità si confunderebbono, non di meno li sarà grato che l’uno e l’altro Vi piaccia, perché spera quanto sapore prenderanno da Voi tanto di poi se ne rappresenti al gusto de’ nipoti Vostri. [6] E se vedrà questo approvarsi, piú presto e con maggior fiducia quello uscirà fuora; quanto che no, si starà piú tempo vergognoso in casa. Valete.

[Decennale primo]

I’ canterò l’italice fatiche

seguite già ne’ duo passati lustri

sotto le stelle al suo ben inimiche.

Quanti alpestri sentier, quanti palustri

narrerò io, di morti e sangue pieni 5

pel varïar de’ regni e stati illustri!

O Musa, questa mia cetra sostieni,

e tu, Apollo, per darmi soccorso

dalle tuo suore accompagnato vieni.

Aveva ’l sol veloce sopra ’l dorso 10

di questo mondo già termini mille

e quattrocen novanta quattro corso,

dal tempo che Iesú le vostre ville

vicitò prima, e col sangue che perse

estinse le diaboliche faville, 15

d’Italia quando la discordia aperse

la via a’ Galli, e quando esser calpesta

da le genti barbariche sofferse.

E perch’a seguitarle non fu presta

vostra città, chi ne tene’ la briglia 20

assaggiò e colpi della lor tempesta.

Cosí tutta Toscana si scompiglia,

cosí perdesti Pisa e quelli stati

che dette lor la Medica famiglia.

Né possesti gioir, sendo cavati, 25

come dovevi, di sott’a quel basto

che sessant’anni v’aveva gravati,

perché vedesti el vostro stato guasto:

vedesti la cittate in gran periglio

e de’ Franzesi la superbia e ’l fasto; 30

né mestier fu, per uscir dell’artiglio

d’un tanto re, e non esser vassalli,

dimostrar poco cor o men consiglio.

Lo strepito dell’armi e de’ cavalli

non possé far che non fussi sentita 35

la voce d’un Cappon fra cento Galli;

tanto che il re superbo fe’ partita,

poscia che la cittate esser intese

per mantener suo libertate unita.

E come fu passato nel Sanese, 40

non prezzando Alessandro la vergogna,

si volse tutto contro al Raonese.

Ma ’l Gallo, che passar securo agogna,

ne menò seco del Papa el figliolo,

non credendo alla fé di Catalogna. 45

Dunque col suo vittorïoso stuolo

passò nel Regno, qual falcon che cale

o uccel ch’abbi piú veloce volo.

Come d’una vittoria tanta e tale

si fu la fama nelli orecchi offerta 50

a quel primo motor del vostro male,

conobbe ben la suo stultizia certa;

e dubitando cader nella fossa

qual con tanto sudor s’aveva aperta,

né li bastando suo natural possa, 55

fece quel duca, per salvar el tutto,

col Papa, Imperio e Marco testa grossa.

Non fu però per questo salvo al tutto,

perch’Orliens, in Novara salito,

li dié de’ semi suoi el primo frutto. 60

Il che, po’ che da Carlo fu sentito,

del Duca assai e del Papa si dolse

e del suo figlio che s’era fuggito,

né quasi in Puglia piú dimorar volse:

lasciato a guardia assa’ gente del Regno, 65

verso Toscana col resto si volse.

In questo mezzo, voi, ripien di sdegno,

nel paese pisan gente mandasti

contro a quel popol di tanto odio pregno;

e dopo qualche disparer trovasti 70

nuovi ordin al governo, e furon tanti

che ’l vostro stato popular fondasti.

Ma sendo de’ Franzesi tutti quanti

lassi, per li lor termin disonesti

e pe’ lor pesi che vi avien infranti, 75

come di Carlo el ritorno intendesti,

desiderosi fuggir tanta piena

la città d’arme e gente provedesti.

E però giunto con suo genti a Siena,

sendo cacciato da piú caso urgente, 80

n’andò per quella via ch’a Pisa ’l mena;

dove già di Gonzaga il furor sente,

e come a rincontrarlo sopra ’l Taro

ave’ condotta la Marchesca gente.

Ma quei robusti e furïosi urtaro 85

con tal virtú l’italico drappello,

che sopra ’l ventre suo oltre passaro.

Di sangue ’l fiume pareva a vedello,

ripien d’uomini e d’armi e di cavagli

caduti sott’al gallico coltello. 90

Cosí l’Italïan lascior’andagli,

e quei, sanza temer gente avversara,

giunson in Asti, e sanza altri travagli.

Quivi la tregua si concluse a gara,

non estimando d’Orliens el grido 95

né pensando alla fame di Novara.

Ma ritornando e Franzesi al lor lido,

e voi avendo a nuovi accordi tratti,

saltò Ferrante nel suo dolce nido;

donde co’ Vinizian’ seguirno e patti 100

per aiutarsi, e piú che mezza Puglia

consegnò lor, e signor ne li ha fatti.

Qui la Lega di nuovo s’incavuglia

per resister al Gallo, e voi sol soli

rimanesti in Italia per aguglia; 105

e per esser di Francia buon figlioli,

non vi curasti, e per seguir suo stella,

sostener mille affanni e mille duoli.

E mentre che nel Regno si martella

tra Francia e Marco con evento incerto 110

finché ’ Franzesi affamorno in Atella,

voi vi posavi qua col becco aperto

attendendo di Francia un che venisse

a portarvi la manna nel diserto,

e che le rocche vi restituisse 115

di Pisa, Pietrasanta e l’altra villa,

sí come el Re piú volte vi promisse.

Venne alfin Lancia ’n pugno e quel di Lilla,

Vitegli e altri assa’, che v’ingannorno

con qualche cosa che non è ben dilla. 120

Sol Beumonte vi rendé Livorno,

ma li altri castellan’, al ciel rebelli,

di tutte l’altre terre vi privorno;

e al vostro Leon trassor de’ velli

la Lupa, con San Giorgio e la Pantera, 125

tanto par che Fortuna vi martelli.

Da po’ che Italia la francesca stiera

scacciò da sé, e sanza tempo molto

con fortuna e saper libera s’era,

volse contro di voi el petto e ’l volto 130

insieme tutta, e dicea la cagione

esser sol per avervi a Francia tolto.

Voi, favoriti sol da la ragione,

contro lo ’ngegno e forze loro un pezzo

tenesti ritt’el vostro gonfalone, 135

perché sapevi ben che per disprezzo

era grata a’ vicin vostra bassezza,

e li altri vi volevon sanza prezzo.

Chiunque temeva la vostra grandezza

vi venia contro, e quelli altri eran sordi, 140

ch’ogni uom esser signor di Pisa apprezza.

Ma, come volse el ciel, fra quest’ingordi

surse l’Ambizïon, e Marco e ’l Moro

a quel guadagno non furon concordi.

Questa l’Imperio al vostro tenitoro 145

fece venire, e partir sanza effetto

la diffidenza che nacque fra loro;

tanto ch’al fin la Biscia, per dispetto,

vi confortò a non aver paura

a star a Marco e a suo forze a petto; 150

e quel condusse in su le vostre mura

el vostro gran rebel, onde ne nacque

de’ cinque cittadin’ la sepoltura.

Ma quel ch’a molti molto piú non piacque

e vi fe’ disunir, fu quella scola 155

sott’el cu’ segno vostra città giacque:

i’ dico di quel gran Savonerola,

el qual, afflato da virtú divina,

vi tenne ’nvolti con la suo parola.

Ma perché molti temén la ruina 160

veder della lor patria, a poco a poco,

sotto la suo profetica dottrina,

non si trovava al riunirvi loco,

se non cresceva o se non era spento

el suo lume divin con maggior foco. 165

Né fu ’n quel tempo di minor momento

la morte del re Carlo, la qual fe’

del regno el duca d’Orliens contento.

E perché ’l Papa non possea per sé

medesmo far alcuna cosa magna, 170

si rivolse a’ favor del nuovo Re:

fece ’l divorzio e diegli la Brettagna,

e a l’incontro el Re la signoria

li promisse e li stati di Romagna.

E avendo Alessandro carestia 175

di chi tenessi la suo ’nsegna eretta,

per la rotta e la morte di Candía,

si volse al figlio che seguia la setta

de’ gran chercuti, e da quei lo rimosse

cambiandogli el cappello alla berretta. 180

In tanto el Vinizian, con quelle posse

della gente che ’n Pisa avea ridotta,

verso di voi la sua bandiera mosse;

tal che, successa del Conte la rotta

a Santo Regol, voi costretti fusti 185

dar la mazza al Vitel e la condotta.

E parendovi fier’, forti e robusti

per virtú di quest’armi esser venuti,

movest’el campo contro a quelli ingiusti,

né vi mancando li sforzeschi aiuti 190

volevi con la ’nsegna vitellesca

sopra ’l muro di Pisa esser veduti.

Ma perché quel disegno non riesca,

Marradi prima, e di po’ ’l Casentino,

ferito fu da la gente Marchesca. 195

Voi voltast’el Vitel’ a quel cammino,

in modo tal che rimase disfatto

sott’ le ’nsegne suo l’Orso e Urbino;

e ancor peggio si sare’ lor fatto

se fra voi disparer non fussi suto 200

per la discordia fra ’l Vitel’ e ’l Gatto.

Poscia che Marco fu cosí battuto,

fece l’accordo con Luigi in Francia,

per vendicar el colpo ricevuto.

E perché ’l Turco arrestava la lancia 205

contro di lor, tanto timor li vinse

di non far cigolar la lor bilancia,

ch’a far con voi la pace li sospinse,

e uscirsi di Pisa al tutto sparsi;

e ’l Moro a consentirla voi costrinse, 210

per veder se possea riguadagnarsi

con questo benefizio el Viniziano,

li altri remedi giudicando scarsi.

Ma questo suo disegno ancor fu vano,

perché gli avíen la Lombardia divisa 215

secretamente col gran Re cristiano.

Cosí restò l’astuzia suo derisa,

e voi, sanza temer di cosa alcuna,

ponesti el campo vostro intorno a Pisa;

dove posast’el corso d’una luna 220

sanz’alcun frutto, ch’a’ princípi forti

s’oppose crudelmente la Fortuna.

Lungo sarebbe narrar tutti e torti,

tutti l’inganni corsi in quel assedio,

e tutti e cittadin per febbre morti. 225

Voi non vedendo all’acquisto remedio,

levast’el campo, per fuggir l’affanno

di quella ’mpresa e del Vitel’ el tedio.

Poco di po’ del ricevuto inganno

vi vendicast’assai, dando la morte 230

a quel che fu cagion di tanto danno.

El Moro ancor non corse miglior sorte

in questo tempo, perché la corona

di Francia li era già sopra le porte;

onde fuggí per salvar la persona, 235

e Marco sanza alcuno ostacul messe

le ’nsegne in Chiaradadda e in Cremona.

E per servar el Gallo le promesse

al Papa, fu bisogno consentigli

che ’l Valentin delle suo genti avesse; 240

el qual sotto la ’nsegna de’ tre gigli

d’Imola e di Furlí si fe’ signore

e caccionne una donna co’ suo figli.

E voi vi ritrovavi in gran timore

per esser suti un po’ tropp’infingardi 245

a seguitar el Gallo vincitore.

Pur, dopo la vittoria de’ Lombardi,

contento fu d’accettarvi, non sanza

fatica e costo pel vostro esser tardi.

Né fu appena ritornato in Franza 250

che Milan richiamava Lodovico

per mantener la popular usanza;

ma ’l Gallo, piú veloce ch’io non dico,

in men tempo che voi non direst’«ecco»,

si fece forte contro al suo nimico. 255

Volson’ e Galli di Romagna el becco

verso Milan, per soccorrer’ e suoi,

lasciando el Papa e Valentin in secco.

E perché Francia ne portassi poi,

come portò, la palma con lo ulivo, 260

non mancast’anche a darli aiuto voi;

donde che ’l Moro, di soccorso privo,

venne a Mortara co’ Galli alle mani

e ginne in Francia misero e cattivo;

Ascanio suo fratel, di bocca a’ cani 265

sendo campato, per maggiore oltraggio

provò la lealtà de’ Viniziani.

Vollon e Galli di poi far passaggio

ne’ terren vostri, sol per sforzare

e ridur e Pisani a darvi omaggio. 270

Cosí vennon avanti, e nel passare

che fece con suo genti Beumonte,

trasse alla Sega piú d’un mascellare.

E come furno co’ Pisani a fronte,

pien di confusïon, di timor cinti, 275

non dimostrorno già lor forze pronte,

ma dipartirsi quasi rotti e tinti

di gran vergogna, e conobbesi el vero,

come ’ Franzesi posson esser vinti.

Non fu caso a passarlo di leggiero, 280

perché, se fece voi vili e abbietti,

fu di quel regno el primo vitupero.

Né voi di colpa rimanesti netti,

però che ’l Gallo ricoprir volea

la suo vergogna co’ vostri difetti; 285

né anche ’l vostro stato ben possea

deliberarsi: e mentre ch’infra dua

del Re non ben contenti si vivea,

el duca Valentin le vele sua

ridette a’ venti, e verso ’l mar di sopra 290

della suo nave rivoltò la prua;

e con suo genti fe’ mirabil opra

espugnando Faenza in tempo curto

e mandando Romagna sotto sopra.

Sendo di po’ sopra Bologna surto, 295

con gran fatica la Sega sostenne

la vïolenza di suo genti e l’urto.

Partito quindi, in Toscana ne venne,

sé ricoprendo con le vostre spoglie

mentre che ’l campo sopra ’l vostro tenne; 300

onde che voi, per fuggir tante doglie,

come color che altro far non ponno,

cedest’in qualche parti alle suo voglie.

Tanto che le suo gente oltre passonno,

e nel passar piacque a chi Siena regge 305

rinnovellar Piombin di nuovo donno.

Appresso a questi venne nuova gregge

che sopra ’l vostro stato pose el piede,

di Galli, gente sanza freno o legge.

Mandava questi el Re contro l’erede 310

di Ferrandin, e perché si fuggissi

la metà di quel Regno a Spagna diede,

tanto che Federigo dipartissi,

vista de’ suo la capüana prova,

e nelle man di Francia a metter gissi. 315

Ma perché ’n questo tempo si ritruova

Roan in Lombardia, vo’ praticavi

far col Re per suo mezzo lega nuova.

Eri sanz’armi, e ’n gran timore stavi

pel corno ch’al Vitel era rimaso, 320

e dell’Orso e del Papa dubitavi.

E parendovi pur viver a caso,

e dubitando non esser difesi

se vi avveniva qualche avverso caso,

dopo ’l voltar di molti giorni e mesi, 325

non sanza grave spendio, fust’ancora

in suo protezïon da Francia presi;

sott’el cu’ caldo vi pensast’allora

posser tôrre a’ Pisan le biade in erba

e le vostre bandiere mandar fuora. 330

Ma Vitellozzo e suo gente superba,

sendo contro di voi di sdegno pieno

per la ferita del fratel acerba,

al Cavallo sfrenato rupp’el freno

per tradimento, e Valdichiana tutta 335

vi tolse, e l’altre terre in un baleno.

La guerra, che Firenze ave’ distrutta,

e la confusïon de’ cittadini

vi fe’ questa ferita tanto brutta;

e da cotante iniurie de’ vicini 340

per liberarvi, e da sí crudo assalto,

chiamast’e Galli ne’ vostri confini.

Ma perch’el Valentin ave’ fatt’alto

con suo gente a Nocera, e quindi preso

el ducato di Urbin sol con un salto, 345

stavi col cor e coll’almo sospeso

che col Vitel e’ non si raccozzassi

e con quel fussi a’ vostri danni sceso,

quando a l’un comandò che si fermassi,

pe’ vostri preghi, el re di San Dionigi, 350

a l’altro furno e suo disegni cassi.

Trass’el Vitel d’Arezzo e suo vestigi,

e ’l duca in Asti si fu presentato

per iustificar sé col re Luigi.

Non sare’ tanto aiuto a tempo stato, 355

se non fussi la ’ndustria di colui

che allora governava el vostro stato:

forse che venavate in forza altrui,

perché quattro mortal’ ferite avevi,

che tre ne fur sanate da costui. 360

Pistoia in parte ribellar vedevi

e di confusïon Firenze pregna,

e Pisa e Valdichiana non tenevi.

Costu’ la scala alla suprema insegna

pose, su per la qual condotta fusse 365

s’anima ci era di salirvi degna;

costu’ Pistoia in gran pace ridusse,

costui Arezzo e tutta Valdichiana

sotto l’antiquo giogo ricondusse.

La quarta piaga non possé far sana 370

di questo vostro corpo, ch’a guarillo

volea piú tempo e piú felice mana.

Venuto dunque el giorno sí tranquillo

nel qual el popol vostro, fatt’audace,

el portator creò del suo vessillo, 375

ne fur d’un Cerbio duo corna capace,

acciò che sopr’alla lor soda petra

potessi edificar la vostra pace.

E s’alcun da tal ordine si arretra,

per alcuna cagion, esser potrebbe 380

di questo mondo non buon geomètra.

Poscia che ’l Valentin purgato s’ebbe

e ritornato in Romagna, la ’mpresa

contro a messer Giovanni far vorrebbe;

ma come e’ fu questa novella intesa, 385

par che l’Orso e ’l Vitel non si contenti

voler esser con quello a tanta offesa.

E, rivolti fra lor, questi serpenti

di velen pien’ cominciar a ghermirsi

e con gli ugnoni a stracciarsi e co’ denti; 390

e mal possendo el Valentin fuggirsi,

li bisognò, per evitar el rischio,

con lo scudo di Francia ricoprirsi;

e per pigliar e suo nimici al vischio,

fischiò suavemente, e per ridurli 395

nella suo tana, questo bavalischio.

Né molto tempo spese nel condurli,

che ’l traditor di Fermo e Vitellozzo

con quelli Orsin’ che tanto amici fûrli,

nelle suo rete presto diêr di cozzo, 400

dove l’Orso lasciò piú d’una zampa

e al Vitel fu l’altro corno mozzo.

Sentí Perugia e Siena ancor la vampa

dell’idra, e ciaschedun di que’ tiranni

fuggendo innanzi a tanta furia scampa; 405

né el cardinal Orsin possé li affanni

della suo casa misera fuggire,

ma restò morto sotto mille inganni.

In questi tempi e Galli pien d’ardire

contro l’Ispani voltorno le punte, 410

volendo el Regno a lor modo partire,

e le genti nimiche aríen consunte

e nel Reame occupato ogni cosa,

non v’essendo altre forze sopraggiunte;

ma divenuta forte e poderosa 415

la parte spana, fe’ del sangue avverso

la Puglia e la Calavria sanguinosa,

onde che ’l Gallo si rivoltò verso

Italia irato, come quel che brama

di riaver lo stato e l’onor perso. 420

El sir della Tramoia, uom di gran fama,

per vendicarlo in queste parti corse

e soccorrer Gaeta che lo chiama;

né molto innanzi le suo genti porse,

perché Valenza e ’l suo padre mascagno 425

di seguitarlo li mettíeno in forse.

Cercavan questi di nuovo compagno

che dessi lor delli altri stati in preda,

non veggendo col Gallo piú guadagno.

Voi, per non esser di lor genti preda, 430

come eravate suti ciascun dí,

e che non fussi di Marzocco ereda,

soldato avevi di Can el baglí

con cento lance e altra gente molta,

credendo piú securi esser cosí; 435

con la qual gente, la seconda volta,

facesti Pisa di speranza priva

di potersi goder la suo ricolta.

Mentre che la Tramoia ne veniva,

e che fra ’l Papa e Francia umor ascoso 440

e collera maligna ribolliva,

malò Valenza e, per aver riposo,

portato fu tra l’anime beate

lo spirto d’Alessandro glorïoso,

del qual seguirno le sante pedate 445

tre suo familïari e care ancelle:

Lussuria, Simonia e Crudeltate.

Ma come in Francia furno le novelle,

Ascanio Sforza, quella golpe astuta,

con parole suavi, ornate e belle, 450

a Roan persuase la venuta

d’Italia, promettendogli l’ammanto

che salir a’ cristian’ nel cielo aiuta.

E Galli a Roma s’eran fermi intanto,

né passar volson l’onorato rio 455

mentre che vòto stette el seggio santo.

E cosí fu creato papa Pio,

ma pochi giorni stiè sott’a quel pondo

che li ave’ posto in su le spalle Iddio.

Con gran concordia poi Iulio secondo 460

fu fatto portinar di Paradiso,

per ristorar de’ suo disagi el mondo.

Poi ch’Alessandro fu dal ciel ucciso,

lo stato del suo duca di Valenza

in molte parti fu rotto e diviso. 465

Baglion, Vitegli, Orsin’ e la semenza

di Montefeltro in casa lor ne girno,

e Marco prese Rimini e Faenza.

Insino in Roma el Valentin seguirno

e Baglion e li Orsin’ per darli guai, 470

e delle spoglie sua si rivestirno.

Iulio sol lo nutrí di speme assai,

e quel duca in altrui trovar credette

quella piatà che non conobbe mai;

ma po’ ch’ad Ostia qualche giorno stette 475

per dipartirsi, el Papa fe’ tornallo

in Roma, e a suo gente a guardia ’l dette.

Intanto e capitan del fiero Gallo,

sopr’alla riva del Gariglian giunti,

facevon ogni forza per passallo; 480

e avendo in quel luogo invan consunti

e sanza frutto molti giorni e notti,

cotti dal freddo e da vergogna punti,

e non essendo insieme, ma ridotti

in vari luoghi, e ’n piú parti dispersi, 485

dal tempo e da’ nimici furon rotti.

Onde, avendo l’onor e ’ danar’ persi

a Salsa, a Roma e quivi, tutto mesto

si dolse el Gallo de’ suo casi avversi.

Ma parendo allo Spano aver in questo 490

conflitto aúte le vittorie sue,

né volendo giucar coi Galli el resto,

forse sperando nella pace piue,

fece fermar el bellico tumulto,

e di far tregua ben contento fue. 495

Né vo’ tenest’el valor vostro occulto,

ma d’arme piú gagliarde vi vestisti,

per posser meglio opporvi a ogni insulto;

né da l’offese de’ Pisan partisti,

anzi togliesti lor le terze biade 500

e per mar e per terra li assalisti.

Ma perché non temén le vostre spade,

vo’ v’ingegnasti con vari disegni

rivoltar Arno per diverse strade.

Or, per disacerbar li animi pregni, 505

avete a ciaschedun le braccia aperte

ch’a domandar perdon venir si degni.

Intant’el Papa, dopo molte offerte,

fe’ di Furlí e della rocca acquisto,

e Valenza fuggí per vie coperte; 510

e benché fussi da Consalvo visto

con lieto volto, li pose la soma

che meritava un rebellante a Cristo.

E per far ben tanta superbia doma,

in Ispagna mandò legato e vinto 515

chi fe’ già tremar voi e pianger Roma.

Ha vòlto el sol dua volte l’anno quinto

sopra quest’accidenti crudi e fieri,

e di sangue ha veduto el mondo tinto;

e or raddoppia l’orzo a’ suo corsieri, 520

acciò che presto presto si risenta

cosa, che queste vi pain leggieri.

Non è ben la Fortuna ancor contenta,

né posto ha fin all’italiche lite,

né la cagion di tanti mali è spenta. 525

Non sono e regni e le potenzie unite,

né posson esser, perché ’l Papa vuole

guarir la Chiesa delle sua ferite.

Lo ’mperador, con l’unica suo prole,

vuol presentarsi al successor di Petro; 530

al Gallo el colpo ricevuto duole;

Hispagna, che di Puglia tien lo scetro,

va tendendo a’ vicin laccioli e rete

per non tornar con le suo ’mprese a retro;

Marco, pien di paura e pien di sete, 535

fra la pace e la guerra tutto pende;

e voi di Pisa giusta voglia avete.

Per tanto facilmente si comprende

che fin al cielo aggiugnerà la fiamma,

se nuovo fuoco fra costor s’accende. 540

Cosí l’animo mio tutto s’infiamma

or di speranza, or di timor si carca,

tanto che si consuma a dramma a dramma,

perché saper vorrebbe dove, carca

di tanti incarchi, debbe, o in qual porto, 545

con questi venti andar la vostra barca.

Pur si confida nel nocchier accorto,

ne’ remi, nelle vele e nelle sarte;

ma sarebb’el cammin facile e corto

se voi el tempio riaprissi a Marte. 550

<Decennale secondo>

Gl’alt’accidenti e ’ fatti furïosi

che in dieci anni seguenti sono stati

poi che, tacendo, la penna ripósi,

le mutazion di regni, imperi e stati,

successe pur per l’italico sito, 5

dal consiglio divin predestinati,

canterò io; e di cantare ardito

sarò fra molto pianto, benché quasi

sia pel dolor divenuto smarrito.

Musa, se mai di te mi persuasi, 10

prestami grazia, che ’l mio verso arrivi

alla grandezza de’ seguiti casi;

e dal tuo fonte tal grazia derivi

di cotanta virtú, che ’l nostro canto

contenti al manco quei che son or vivi. 15

Era sospeso il mondo tutto quanto;

ognun teneva le redine in mano

del suo destrier affaticato tanto,

quando Bartolomeo detto d’Alviano

con la sua compagnia partí del Regno, 20

non ben contento del gran Capitano;

e per dar loc’al bellicoso ingegno,

o per qualunque altra cagion si fosse,

d’entrar in Pisa avea fatto disegno.

E benché seco avesse poche posse, 25

pur non di manco del futuro gioco

fu la prima pedona che si mosse.

Ma voi, volendo spegner questo foco,

vi preparaste bene e prestamente,

tal ch’el disegno suo non ebbe loco; 30

ché, giunto da la Torr’a San Vincente,

per la virtú del vostro Giacomino,

fu prosternata e rotta la sua gente.

El qual, per sua virtú, pel suo destino,

in tanta gloria e tanta fama venne 35

quant’altro mai privato cittadino.

Questo per la sua patria assai sostenne,

e di vostra milizia il suo decoro

con gran iustizia gran tempo mantenne,

avaro dello onor, largo de l’oro; 40

e di tanta virtú visse capace,

che merita assai piú ch’io non lo onoro.

E or negletto e vilipeso iace

in le sue case, pover, vecchio e cieco:

tant’a fortuna chi ben fa dispiace! 45

Di poi, se a mente ben tutto mi reco,

gisti contr’ai Pisan’, con quella speme

che quella rotta avea recata seco;

ma perché Pisa poco o nulla teme,

non molto tempo il campo vi tenesti, 50

ch’ei fu principio d’assai tristo seme.

E se i danar’ e onor vi perdesti,

seguitando il parer universale

al voler popular satisfacesti.

Ascanio, intanto, mort’era, col quale 55

s’eran legati gran’ principi a gara

per renderlo al suo stato naturale.

Mort’er’Ercule duca di Ferrara,

mort’era Federico, e di Castiglia

Elisabetta regina preclara; 60

onde ch’el Gallo per partito piglia

far pace con Ferrando, e li concesse

per sua consorte di Fois la figlia;

e la sua parte di Napoli cesse

per dote di costei, e ’l re di Spagna 65

li fece molte larghe l’impromesse.

In questo, l’arciduca di Bretagna

s’era partito, che con seco avea

condotta molta gente della Magna,

perché pigliar il governo volea 70

del regno di Castiglia, qual a lui,

e non al suocer suo, s’appartenea.

E come in alto mar gionse costui,

fu dai venti l’armata combattuta,

tanto che si ridusse in forza altrui; 75

ché la sua nave, dai venti sbattuta,

applicò in Inghilterra, la qual fue

pe ’l duca di Sofolchi mal veduta.

Indi partito con le genti sue,

in Castiglia arrivò la sua persona, 80

dove Fernando non istette piue;

ma ridotto nel regno d’Aragona,

per ir di Puglia il suo stato a vedere,

partí con le galee da Barzalona.

In questo, papa Iulio, piú tenere 85

non possendo il feroce animo in freno,

al vento dette le sacre bandiere

e, d’ira natural e furor pieno,

contra li occupator’ d’ogni sua terra

isparse prima il suo primo veleno. 90

E per gittarne ogni tirann’in terra,

abbandonando la sua santa soglia,

a Perugia e Bologna ei mosse guerra;

ma cedendo e Baglion alla sua voglia,

restorno in casa; sol del Bolognese 95

cacciò l’antica casa Bentivoglia.

In questo, poi, maggior fuoco s’accese

per certo grave disparer che nacque

fra gl’ottimati e ’l popul genovese.

Per frenar questo, al re di Francia piacque 100

passar i monti e favorir la parte

che per suo amor prostrata e vinta giacque;

e con ingegno e con forza e con arte

lo stato genovese ebbe ridutto

sotto le sue bandiere in ogni parte. 105

Poi, per levar ogni sospetto in tutto

a papa Iulio, che non l’assalisse,

si fu in Savona subito condutto,

ove aspettò che Fernando venisse,

che a governar Castiglia ritornava, 110

là dove poco inante dipartisse

perché quel regno già tumultuava,

sendo morto Filippo; e nel tornare

parlò con Francia, dove l’aspettava.

L’Impero, intanto, volendo passare, 115

secondo ch’è la lor antica usanza,

a Roma per volersi incoronare,

una dïeta avea fatto in Constanza

di tutt’e suoi baron’, dove del Gallo

mostrò l’iniurie e de’ baron di Franza; 120

e ordinò ch’ognun fusse a cavallo

con la sua gente d’arme e fanteria,

per ogni modo il giorno di san Gallo.

Ma Franza e Marco, che questo sentía,

uniron le lor gente e, sotto Trento, 125

uniti insieme li chiuser la via.

Né Marco alle difese stiè contento:

ferillo in casa, e a l’Imperio tolse

Gorizia con Triesti in un momento;

onde Massimïan far triegua vuolse, 130

veggendo contra i suoi tanto contrasto,

e le due terre d’accordo si tolse;

le qual di poi si furono quel pasto,

quel rio boccon, quel venenoso cibo,

che di San Marco ha lo stomaco guasto. 135

Perché l’Imperio, sí com’io vi scribo,

sut’era offeso, e al buon re de’ Galli

parve de’ Venizian’ esser corribo,

cosí, perché il disegno a Marco falli,

el Papa e Spagna insieme tutt’a dua 140

s’uniron con l’Imperio e ’ gigli gialli.

Né steron punto de’ patti infra dua,

ma subito convennon in Cambrai

ch’ognun s’andassi per le cose sua.

In questo voi provedimenti assai 145

avevi fatti, perché verso Pisa

tenevi volti gli occhi sempre mai,

non possendo posar in nulla guisa

se non l’avevi, e Fernando e Luigi

v’avien d’averla la via ’ntercisa, 150

e li vostri vicini e lor vestigi

seguén, facendo lor larga l’offerta,

movendovi ogni dí mille litigi;

tal che, volendo far l’impresa certa,

bisognò a ciascun empier la gola 155

e quella bocca che teneva aperta.

Dunque, sendo rimasta Pisa sola,

subitamente quella circundasti,

non vi lasciando entrar se non chi vola;

e quattro mesi intorno ivi posasti, 160

con gran disagi e con assai fatica,

e con assai dispendio la famasti.

E benché fusse ostinata inimica,

pur, da necessità costretta e vinta,

tornò piangendo alla catena antica. 165

Non era in Francia ancor la voglia estinta

del muover guerra, e per l’accordo fatto

una gran gente ha in Lombardia sospinta.

E papa Iulio ancor ne venne ratto

con le genti in Romagna, e Berzighella 170

assaltò e Faenza inanti tratto.

Ma poi ch’a Trevi e cert’altre castella

fra Franza e Marco alcun leggier assalto

fu, or con trista or con buona novella,

alfin Marco rimase in sullo smalto: 175

poscia ch’a Vaïlà misero salse,

cascò del grado suo, ch’era tant’alto.

Che fia degli altri, se questo arse e alse

in pochi giorni? e s’a cotant’imperio

iustizia e forza e unïon non valse? 180

Gite, o superbi, omai col viso altero,

voi che li scettri e le corone avete,

e del futuro non sapete un vero!

Tanto v’accieca la presente sete,

che grosso tienvi sopra gli occhi un velo, 185

che le cose discosto non vedete.

Di quinci nasce che ’l voltar del cielo

da questo a quel i vostri stati volta,

piú spesso che non muta el caldo e ’l gelo;

che se vostra prudenzia fusse volta 190

a cognoscer il mal e rimediarve,

tanta potenza al ciel sarebbe tolta.

I’ non potrei sí presto raccontarve

quanto sí presto poi de’ Veneziani,

dopo la rotta, quell’istato sparve. 195

La Lombardia el gran re de’ Cristiani

occupò mezza, e quel resto che tiene

col nome solo il seggio de’ Romani;

e la Romagna al gran Pastor si diene

sanza contrasto, e ’l re de’ Ragonesi 200

anco per le sue terre in Puglia viene.

Ma non sendo il Tedesco in que’ paesi

ancor venuto, da San Marco presto

e Padova e Trevisi fur ripresi;

onde Massimïan, sentendo questo, 205

con grande assembramento venne poi

per pigliar quello e non perder il resto.

E benché fuss’adiutato da voi,

e da Francia e da Spagna, non di manco

fe’ questo come li altri fatti suoi; 210

che, sendo stato con l’animo franco

a Padova alcun giorno, tutt’afflitto

levò le genti, affaticato e stanco;

e dalla Lega sendo derelitto,

di ritornarsi nella Magna vago, 215

perdé Vicenza per maggior despitto.

[...]