Niccolò Machiavelli
<Esortazione alla penitenza>
[1] «De profundis clamavi ad te, Domine; Domine, exaudi vocem meam». [2] Avendo io questa sera, onorandi padri e maggiori frategli, a parlare alle carità vostre, per ubbidire alli miei maggiori, qualche cosa della penitenza, mi è parso cominciare la esortazione mia con le parole de·lettore dello Spirito Santo, Davit profeta, acciò che quelli che con lui hanno peccato, con le parole sue sperino di potere dallo altissimo e clementissimo Iddio misericordia ricevere; né di poterla ottenere, avendola quello ottenuta, si sbigottischino, perché da quello esemplo né maggiore errore né maggiore penitenzia in uno uomo si può comprendere, né in Dio maggiore liberalità al perdonare si può trovare. [3] E però con le parole del profeta dirèno: [4] «O Signore, io, constituto nel profondo del peccato, ho con voce umile e piena di lacrime chiamato a te, o Signore, misericordia; e ti priego, e tu sia contento per la tua infinita bontà, concedermela». [5] Né sia alcuno pertanto che si desperi di poterla ottenere, pure che con li occhi lacrimosi, con il cuore afflitto, con la voce mesta l’addimandi. [6] O immensa pietà di Dio! [7] O infinita bontà! [8] Cognobbe lo altissimo Iddio quanto era facile l’uomo a scorrere nel peccato; vidde che, avendo a stare in su·rigore della vendetta, era impossibile che niuno uomo si salvasse; né potette con il piú pio remedio alla umana fragilità provedere che con ammunire la umana generazione che non il peccato, ma la perseveranzia del peccato lo poteva fare implacabile; e perciò aperse a l’uomini la via della penitenzia, per la quale, avendo l’altre vie smarrite, e’ potessino per quella salire al cielo.
[9] È pertanto la penitenza unico remedio a cancellare tutti i mali, tutti gli errori degli uomini, i quali, ancora che sieno molti e in molti e varii modi si commettino, nondimeno si possono largo modo in due parti dividere: l’uno è essere ingrato a Dio, l’altro essere inimico al prossimo. [10] Ma a volere cognoscere la ingratitudine nostra conviene considerare quali sieno i benificii che noi abbiamo ricevuti da Dio. [11] Pensate pertanto come tutte le cose fatte e create sono fatte e create a benificio dell’uomo. [12] Voi vedete in prima lo immenso spazio della terra, la quale, perché potessi essere dagli uomini abitata, non permesse che la fusse circundata tutta da le acque, ma ne lasciò parte scoperta per suo uso. [13] Fece dipoi nascere in quella tanti animali, tante piante, tante erbe, e qualunque cosa sopra quella si genera a benificio suo; e non solo volle che la terra provedessi al vivere di quello, ma comandò ancora alle acque che nutrissino infiniti animali per il suo vitto. [14] Ma spicchiamoci da queste cose terrene, alziamo gli occhi al cielo, consideriamo la bellezza di quelle cose che noi vediamo, delle quali parte ne ha fatte per nostro uso, parte perché, cognoscendo lo splendore e la mirabile opera di quelle, ci venga sete e desiderio di possedere quelle altre che ci sono nascoste. [15] Non vedete voi quanta fatica dura il sole per farci parte della sua luce, per fare vivere con la sua potenza e noi e quelle cose che da Dio sono state create per noi? [16] Addunque ogni cosa è creata per onore e bene dello uomo, e l’uomo è solo creato per bene e onore d’Iddio: al quale die’ il parlare che potessi laudarlo; gli dette il viso non vòlto alla terra come a li altri animali, ma vòlto al cielo perché potessi continuamente vederlo; diegli le mani perché potessi fabbricare i tempî, fare i sacrificii in onore suo; diegli la ragione e lo intelletto perché potesse speculare e cognoscere la grandezza d’Iddio. [17] Vedete, addunque, con quanta ingratitudine l’uomo contro a tanto benificatore insurga, e quanta punizione meriti quando e’ perverte l’uso di queste cose e voltale al male! [18] E quella lingua, fatta per onorare Iddio, lo bestemmia; la bocca, donde si ha a nutrire, la fa diventare una cloaca e una via per sodisfare allo appetito e al ventre con dilicati e surperflui cibi; quelle speculazioni d’Iddio in speculazioni del mondo converte; quello appetito di conservare la umana spetie, lussuria e mille altre lascivie diventa. [19] E cosí l’uomo, mediante queste brutte opere, di animale razionale in animale bruto si transforma. [20] Diventa pertanto l’uomo, usando questa ingratitudine contro a Dio, di angelo diavolo, di signore servo, di uomo bestia.
[21] Questi che sono ingrati a Dio è impossibile che non sieno inimici al prossimo. [22] Sono quelli inimici al prossimo, che mancono della carità. [23] Questa, padri e fratelli miei, è quella sola che conduce l’anime nostre in cielo; questa è quella sola che vale piú che tutte le altre virtú degli uomini; questa è quella di chi la Chiesa sí largamente parla, che chi non ha carità non ha nulla; di questa dice san Paulo: [24] «Si linguis non solum hominum, sed angelorum loquar, caritatem autem non habeam, factus sum sicut aes sonans». [25] («Se io parlassi con tutte le lingue delli uomini e degli angeli, e non abbi carità, io son proprio come un suono sanza frutto»). [26] Sopra questa è fondata la fede di Cristo! [27] Non può essere pieno di carità quello che non sia pieno di religione, perché la carità è paziente, è benigna, non ha invidia, non è perversa, non insuperbisce, non è ambiziosa, non cerca il suo proprio commodo, non si sdegna, non pensa il male, non si rallegra di quello, non gode delle vanità, tutto patisce, tutto crede, tutto spera. [28] O divina virtú! [29] O felici coloro che ti posseggono! [30] Questa, quella celestiale veste della quale noi dobbiamo vestirci se vogliamo essere intromessi alle celestiale nozze dello imperadore nostro, Cristo Iesú, nel celeste regno; questa, quella della quale chi non sia ‹...› sarà cacciato dal convito e posto nel sempiterno incendio. [31] Qualunque adunque manca di questa, conviene di necessità che sia inimico al prossimo, non suvvenga a quello, non sopporti e’ suoi difetti, non lo consoli nelle tribulazioni, non insegni alli ignoranti, non consigli chi erra, non aiuti i buoni, non punisca i tristi. [32] Queste offese contro al prossimo sono grandi, la ingratitudine contro a Dio è grandissima; ne’ quali duoi vizii perché noi caggiamo spesso, Iddio benigno creatore ci ha mostro la via del rizzarci: la quale è la penitenza. [33] La potenza della quale con le opere e con le parole ci ha dimostro: con le parole, quando comandò a san Piero che perdonassi settanta volte sette il dí a l’uomo che perdonanza gli domandasse; con l’opere, quando perdonò a Davit lo adulterio e lo omicidio, e a san Piero la ingiura di averlo non solo una volta, ma tre negato. [34] Quale peccato non perdonerà Iddio, frategli miei, a voi, se veramente voi vi ridurrete a penitenza, poi che perdonò questi loro? [35] E non solamente perdonò, ma li onorò intra e’ primi eletti nel cielo, solamente perché Davit, prostrato in terra, pieno di affezione e di lacrime, gridava: [36] «Miserere mei, Deus». [37] Solamente perché san Piero «flevit amare» («pianse sempre amaramente») il suo peccato, pianselo Davit, meritò l’uno e l’altro il perdono.
[38] Ma perché e’ non basta pentirsi e piagnere, ché bisogna prepararsi in le opere contrarie al peccato, per non potere errare piú, per levare via l’occasione del male, conviene imitare san Francesco e san Girolamo. [39] I quali, per reprimere la carne e torle facultà a sforzarli alle inique operazioni, l’uno si rivolgeva su per li pruni, l’altro con un sasso il petto si lacerava. [40] Ma con quali sassi o con quali pruni reprimeréno noi la volontà delle usure, delle infamie, delli inganni che si fanno al prossimo, se non con le limosine e con onorare, benificare quello? [41] Ma noi siamo ingannati da la libidine, rinvolti nelli errori e inviluppati ne’ lacci del peccato, e nelle mani del diavolo ci troviamo. [42] Perciò conviene, ad uscirne, ricorrere alla penitenzia e gridare con Davit: [43] «Miserere mei, Deus!» [44] E con san Piero piagnere amaramente, e di tutti i falli commessi vergognarsi, «e pentersi e cognoscere chiaramente che quanto piace al mondo è breve sogno».