Il Principe

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Niccolò Machiavelli

IL PRINCIPE

NICOLAUS MACLAVELLUS AD MAGNIFICUM LAURENTIUM MEDICEM

[1] Sogliono el piú delle volte coloro che desiderano acquistare grazia appresso a uno principe farseli incontro con quelle cose che in fra le loro abbino piú care o delle quali vegghino lui delettarsi; donde si vede molte volte essere loro presentati cavalli, arme, drappi di oro, prete preziose e simili ornamenti degni della grandezza di quelli. [2] Desiderando io adunque offerirmi alla Magnificenzia Vostra con qualche testimone della servitú mia verso di Quella, non trovando intra la mia suppellettile cosa quale io abbia piú cara o tanto essistimi quanto la cognizione delle azioni delli òmini grandi, imparata con una lunga esperienzia delle cose moderne e una continua lezione delle antique, le quali avendo io con gran diligenzia lungamente escogitate e essaminate, e ora in uno piccolo volume ridotte, mando alla Vostra Magnificenzia; [3] e benché io iudichi questa opera indegna della presenzia di Quella, tamen confido assai che per sua umanità li debba essere accetta, considerato come da me non li possa esser fatto maggiore dono che darle facultà di potere in brevissimo tempo intendere tutto quello che io in tanti anni e con tanti mia disagi e periculi ho conosciuto. [4] La quale opera io non ho ornata né ripiena di clausule ample o di parole ampullose e magnifiche o di qualunque altro lenocinio o ornamento estrinseco, con li quali molti sogliono le loro cose descrivere e ornare, perché io ho voluto o che veruna cosa l’onori o che solamente la varietà della materia e la gravità del subietto la facci grata. [5] Né voglio sia reputata presunzione se uno omo di basso e infimo stato ardisce discorrere e regolare e’ governi de’ principi, perché cosí come coloro che disegnono e’ paesi si pongono bassi nel piano a considerare la natura de’ monti e de’ luoghi alti, e per considerare quella de’ bassi, si pongono alto sopr’a’ monti; similmente, a conoscere bene la natura de’ populi bisogna esser principe, e a conoscere bene quella de’ principi bisogna esser populare.

[6] Pigli adunque Vostra Magnificentia questo piccolo dono con quello animo che io lo mando. Il quale se da Quella fia diligentemente considerato e letto, vi conoscerà dentro uno estremo mio desiderio che Lei pervenga a quella grandezza che la fortuna e le altre sue qualità li promettano. [7] E se Vostra Magnificenzia dallo apice della sua altezza qualche volta volgerà li occhi in questi luoghi bassi, conoscerà quanto io indegnamente sopporti una grande e continua malignità di fortuna.

I

Quot sint genera principatuum et quibus modis acquirantur

[1] Tutti li stati, tutti e’ dominii, che hanno avuto e hanno imperio sopra li uomini, sono stati e sono o republiche o principati. [2] E’ principati sono o ereditarii, de’ quali el sangue del loro signore ne sia suto lungo tempo principe, o e’ sono nuovi. [3] E’ nuovi, o sono nuovi tutti, come fu Milano a Francesco Sforza, o sono come membri aggiunti allo stato ereditario del principe che li acquista, come è el regno di Napoli al re di Spagna. [4] Sono questi dominii cosí acquistati o consueti a vivere sotto uno principe o usi a essere liberi, e acquistonsi o con le armi d’altri o con le proprie, o per fortuna o per virtú.

II

De principatibus hereditariis

[1] Io lascerò indrieto el ragionare delle republiche, perché altra volta ne ragionai a lungo. [2] Volterommi solo al principato e andrò ritessendo li orditi soprascritti, e disputerò come questi principati si possino governare e mantenere.

[3] Dico adunque che nelli stati ereditarii e assuefatti al sangue del loro principe sono assai minori dificultà a mantenerli che ne’ nuovi, perché basta solo non preterire l’ordine de’ sua antinati, e dipoi temporeggiare con li accidenti, in modo che, se tale principe è di ordinaria industria, sempre si manterrà nel suo stato, se non è una estraordinaria e escessiva forza che ne lo privi; e, privato che ne fia, quantunque di sinistro abbi l’occupatore, lo riacquista. [4] Noi abbiamo in Italia, in exemplis, el duca di Ferrara, il quale non ha retto alli assalti de’ Viniziani nello ’84 né a quelli di papa Iulio nel x per altre cagioni che per essere antiquato in quello dominio; [5] perché el principe naturale ha minori cagioni e minore necessità di offendere, donde conviene che sia piú amato; e se estraordinarii vizii non lo fanno odiare, è ragionevole che naturalmente sia bene voluto da’ sua. [6] E nella antiquità e continuazione del dominio sono spente le memorie e le cagioni delle innovazioni, perché sempre una mutazione lascia l’adentellato per la edificazione dell’altra.

III

De principatibus mixtis

[1] Ma nel principato nuovo consistono le dificultà. E prima, se non è tutto nuovo, ma come membro, che si può chiamare tutto insieme quasi misto, le variazioni sua nascono in prima da una naturale dificultà, la quale è in tutti e’ principati nuovi. Le quali sono che li òmini mutano volentieri signore, credendo migliorare; e questa credenza li fa pigliare l’arme contro a quello; di che s’ingannono, perché veggano poi per esperienzia avere peggiorato. [2] Il che depende da un’altra necessità naturale e ordinaria, quale fa che sempre bisogni offendere quelli di chi si diventa nuovo principe e con gente d’arme e con infinite altre iniurie che si tira drieto el nuovo acquisto, [3] in modo che tu hai inimici tutti quelli hai offesi in occupare quello principato, e non ti puoi mantenere amici quelli che vi ti hanno messo per non li potere satisfare in quello modo che si erano presupposto, e per non potere tu usare contro di loro medicine forti, sendo loro obligato; perché sempre, ancora che uno sia fortissimo in sulli esserciti, ha bisogno del favore de’ provinciali a intrare in una provincia. [4] Per queste ragioni Luigi XII, re di Francia, occupò subito Milano e subito lo perdé; e bastò a torgnene, la prima volta, le forze proprie di Lodovico, perché quelli populi che gli aveano aperte le porte, trovandosi ingannati dalla opinione loro e da quello futuro bene che si avevano presupposto, non potevano sopportare e’ fastidii del nuovo principe. [5] È ben vero che, acquistandosi poi la seconda volta, e’ paesi rebellati si perdono con piú dificultà, perché el signore, presa occasione dalla rebellione, è meno respettivo a assicurarsi con punire e’ delinquenti, chiarire e’ sospetti, provedersi nelle parti piú debole: [6] in modo che, se a fare perdere Milano a Francia bastò la prima volta uno duca Lodovico che romoreggiassi in su’ confini, a farlo dipoi perdere la seconda, li bisognò avere contro el mondo tutto e che li esserciti sua fussino spenti o fugati di Italia: il che nacque dalle cagioni sopraditte. [7] Nondimanco e la prima e la seconda volta gli fu tolto: le cagioni universali della prima si sono discorse; resta ora a dire quelle della seconda, e vedere che remedii lui ci aveva e quali ci può avere uno che fussi ne’ termini sua per potersi mantenere meglio nello acquisto che non fece Francia.

[8] Dico pertanto che questi stati, quali, acquistandosi, si aggiungano a uno stato antiquo di quello che acquista, o sono della medesima provincia e della medesima lingua o non sono: [9] quando e’ sieno, è facilità grande a tenerli, massime quando non sieno usi a vivere liberi; e a possederli securamente basta avere spenta la linea del principe che li dominava, perché nelle altre cose, mantenendosi loro le condizioni vecchie e non vi essendo disformità di costumi, li òmini si vivono quietamente: come s’è visto che ha fatto la Brettagna, la Borgogna, la Guascogna e la Normandia, che tanto tempo sono state con Francia; e benché vi sia qualche disformità di lingua, nondimeno e’ costumi sono simili e possonsi tra loro facilmente comportare; [10] e chi le acquista, volendole tenere, debbe avere dua respetti: l’uno, che il sangue del loro principe antiquo si spenga; l’altro, di non alterare né loro legge né loro dazi: talmente che, in brevissimo tempo, diventa con esso loro il principato antiquo tutto uno corpo.

[11] Ma quando si acquista stati in una provincia disforme di lingua e di costumi e di ordini, qui è dove sono le dificultà e qui bisogna avere gran fortuna e grande industria a tenerli. [12] E uno de’ maggiori remedii e piú vivi sarebbe che la persona di chi acquista vi andassi a abitare: questo farebbe piú secura e piú durabile quella possessione, come ha fatto el Turco ne’ paesi di Grecia, il quale, con tutti li altri ordini osservati da lui per tenere quello stato, se non vi fussi ito a abitare, non era possibile che lo tenessi; [13] perché, standovi, si veggono nascere e’ disordini e presto vi puoi remediare, non vi stando, s’intendono quando sono grandi e non vi è piú remedio. Non è oltre a questo la provincia spogliata da’ tua offiziali, satisfannosi e’ sudditi del ricorso propinquo al principe, donde hanno piú cagione di amarlo, volendo essere buoni, e, volendo essere altrimenti, di temerlo; chi, delli esterni, volessi assaltare quello stato, vi ha piú respetto: tanto che, abitandovi, lo può con grandissima dificultà perdere.

[14] L’altro migliore remedio è mandare colonie in uno o in dua luoghi che sieno quasi còmpedi di quello stato, perché è necessario o fare questo o tenervi assai gente d’arme e fanti. [15] Nelle colonie non si spende molto e, sanza sua spesa o poca, ve le manda e tiene e solamente offende coloro a chi toglie e’ campi e le case per darle a’ nuovi abitatori, che sono una minima parte di quello stato, [16] e quelli che li offende, rimanendo dispersi e poveri, non li possono mai nuocere, e tutti li altri rimangono da uno canto inoffesi, e per questo doverrebbono quietarsi, dall’altro paurosi di non errare per timore che non intervenissi a loro come a quelli che sono stati spogliati. [17] Concludo che queste colonie non costono, sono piú fedeli, offendono meno, e li offesi non possono nuocere sendo poveri e dispersi, come è ditto. [18] Per il che si ha a notare che li òmini si debbono o vezzeggiare o spegnere, perché si vendicano delle leggieri offese, delle gravi non possono: sicché l’offesa che si fa allo uomo debbe essere in modo che la non tema la vendetta. [19] Ma tenendovi, in cambio di colonie, gente d’arme, si spende piú assai, avendo a consumare nella guardia tutte le intrate di quello stato, in modo che lo acquisto li torna perdita, e offende molto piú, perché nuoce a tutto quello stato, tramutando con li alloggiamenti el suo essercito: del quale disagio ognuno ne sente e ciascuno li diventa inimico, e sono inimici che li possono nuocere rimanendo, battuti, in casa loro. [20] Da ogni parte adunque questa guardia è inutile, come quella delle colonie è utile.

[21] Debbe ancora, chi è in una provincia disforme come è ditto, farsi capo e defensore de’ vicini minori potenti e ingegnarsi di indebolire e’ piú potenti di quella e guardarsi che per accidente alcuno non vi entri uno forestiere potente quanto lui. E sempre interverrà che vi sarà messo da coloro che saranno in quella mal contenti o per troppa ambizione o per paura, come si vidde già che li Etoli missono e’ Romani in Grecia, e in ogni altra provincia che li entrorono vi furono messi da’ provinciali. [22] E l’ordine delle cose è che, subito che uno forestiere potente entra in una provincia, tutti quelli che sono in essa meno potenti li aderiscano, mossi dalla invidia hanno contro a chi è suto potente sopra di loro: tanto che, respetto a questi minori potenti, lui non ha a durare fatica alcuna a guadagnarli, perché subito tutti insieme volentieri fanno uno globo col suo stato che lui vi ha acquistato; [23] ha solamente a pensare che non piglino troppe forze e troppa autorità, e facilmente può colle forze sua e col favore loro abassare quelli che sono potenti, per rimanere in tutto arbitro di quella provincia; e chi non governerà bene questa parte, perderà presto quello che arà acquistato e, mentre che lo terrà, vi arà dentro infinite dificultà e fastidii.

[24] E’ Romani, nelle province che pigliorono, osservorono bene queste parti: intrattennono e’ meno potenti sanza crescere loro potenzia, abassorono e’ potenti e non vi lasciorono prendere reputazione a’ potenti forestieri e mandorono le colonie. [25] E voglio mi basti solo la provincia di Grecia per essemplo: furono intrattenuti da loro li Achei e li Etoli, fu abassato el regno de’ Macedoni, funne cacciato Antioco; né mai e’ meriti delli Achei e delli Etoli feciono che permettessino loro accrescere alcuno stato, né le persuasioni di Filippo li ’ndussono mai ad esserli amici sanza sbassarlo, né la potenzia di Antioco possé fare li consentissino che tenessi in quella provincia alcuno stato; [26] perch’e’ Romani feciono in questi casi quello che tutti e’ principi savi debbono fare: li quali hanno a avere non solamente riguardo alli scandoli presenti, ma a’ futuri, e a quelli con ogni industria ovviare, perché, prevedendosi di scosto, facilmente vi si può rimediare, ma, aspettando che ti si apressino, la medicina non è a tempo, perché la malattia è diventata incurabile; [27] e interviene di questa come dicono e’ fisici dello etico, che nel principio del suo male è facile a curare e dificile a conoscere, ma nel progresso del tempo, non lo avendo in principio né conosciuta né medicata, diventa facile a conoscere e dificile a curare; [28] cosí interviene nelle cose di stato, perché, conoscendo di scosto, il che non è dato se non a uno prudente, e’ mali che nascono in quello, si guariscono presto, ma quando, per non li avere conosciuti, si lasciono crescere in modo che ognuno li conosce, non vi è piú remedio. [29] Però e’ Romani, vedendo di scosto l’inconvenienti, vi remediorono sempre, e non li lasciorono mai seguire per fuggire una guerra, perché sapevano che la guerra non si lieva, ma si differisce a vantaggio d’altri; però vollono fare con Filippo e Antioco guerra in Grecia per non la avere a fare con loro in Italia, e potevano per allora fuggire l’una e l’altra, il che non vollono, [30] né piacque mai loro quello che tuttodí è in bocca de’ savi de’ nostri tempi, di godere el benefizio del tempo, ma sí bene quello della virtú e prudenzia loro, perché el tempo si caccia inanzi ogni cosa e può condurre seco bene come male e male come bene.

[31] Ma torniamo a Francia, e essaminiamo se delle cose dette ne ha fatto alcuna. E parlerò di Luigi, e non di Carlo, come di colui che, per avere tenuta piú lunga possessione in Italia, si sono visti meglio e’ sua progressi; e vedrete come elli ha fatto el contrario di quelle cose che si debbono fare per tenere uno stato disforme. [32] El re Luigi fu messo in Italia dalla ambizione de’ Viniziani, che volsono guadagnarsi mezzo lo stato di Lombardia per quella venuta. [33] Io non voglio biasimare questo partito preso dal re, perché, volendo cominciare a mettere uno piè in Italia e non avendo in questa provincia amici, anzi sendoli per li portamenti del re Carlo serrate le porte tutte, fu forzato prendere quelle amicizie che poteva; e sarebbeli riuscito el partito ben preso, quando nelli altri maneggi non avessi fatto errore alcuno. [34] Acquistata adunque il re la Lombardia, si riguadagnò subito quella reputazione che li avea tolta Carlo: Genova cedé; Fiorentini li diventorono amici; marchese di Mantova, duca di Ferrara, Bentivogli, madonna di Furlí, signore di Faenza, di Pesero, di Rimino, di Camerino, di Piombino, Lucchesi, Pisani, Sanesi, ognuno se li fece incontro per essere suo amico: [35] e allora posserno considerare Viniziani la temerità del partito preso da loro; li quali, per acquistare due terre in Lombardia, feciono signore el re de’ dua terzi d’Italia.

[36] Consideri ora uno con quanta poca difficultà posseva il re tenere in Italia la sua reputazione, se elli avessi osservate le regole sopraditte e tenuti securi e difesi tutti quelli sua amici, li quali, per essere gran numero e deboli e paurosi, chi della Chiesa, chi de’ Viniziani, erono sempre necessitati a stare seco, e per il mezzo loro poteva facilmente assicurarsi di chi ci restava grande. [37] Ma lui non prima fu in Milano che fece il contrario, dando aiuto a papa Alessandro perché elli occupassi la Romagna; né si accorse con questa deliberazione che faceva sé debole togliendosi li amici e quelli che se li erano gittati in grembo, e la Chiesa grande aggiugnendo allo spirituale, che gli dà tanta auttorità, tanto temporale. [38] E fatto uno primo errore, e’ fu constretto a seguitare, in tanto che, per porre fine alla ambizione di Alessandro e perché non divenissi signore di Toscana, fu forzato venire in Italia.

[39] Non li bastò avere fatto grande la Chiesa e toltisi li amici, che, per volere el regno di Napoli, lo divise con il re di Spagna; e, dove lui era primo arbitro di Italia, vi misse uno compagno, acciò che li ambiziosi di quella provincia e mal contenti di lui avessino dove ricorrere; e dove posseva lasciare in quello regno uno re suo pensionario, e’ ne lo trasse per mettervi uno che potessi cacciarne lui. [40] È cosa veramente molto naturale e ordinaria desiderare di acquistare, e sempre, quando li òmini lo fanno che possano, saranno laudati o non biasimati; ma quando non possono e vogliono farlo ad ogni modo, qui è il biasimo e l’errore. [41] Se Francia adunque posseva con le forze sua assaltare Napoli, doveva farlo; se non poteva, non doveva dividerlo; e se la divisione fece con Viniziani di Lombardia meritò scusa per avere con quella messo el piè in Italia, questa merita biasimo per non essere escusata da quella necessità.

[42] Aveva dunque Luigi fatto questi cinque errori: spenti e’ minori potenti; accresciuto in Italia potenzia a uno potente; messo in quella uno forestiere potentissimo; non venuto a abitarvi; non vi messo colonie. [43] E’ quali errori, vivendo lui, possevano ancora non lo offendere, se non avessi fatto el sesto, di tòrre lo stato a’ Viniziani: [44] perché, quando non avessi fatto grande la Chiesa, né messo in Italia Spagna, era ben ragionevole e necessario abassarli; ma, avendo preso quelli primi partiti, non doveva mai consentire alla ruina loro; perché, sendo quelli potenti, arebbono sempre tenuti li altri discosto dalla impresa di Lombardia, sí perché Viniziani non vi arebbono consentito sanza diventarne signori loro, sí perché li altri non arebbono volsuto torla a Francia per darla a loro, e andare a urtarli tutti a dua, non arebbono avuto animo. [45] E se alcuno dicessi: el re Luigi cedé a Alessandro la Romagna e a Spagna el Regno per fuggire una guerra, respondo con le ragioni dette di sopra, che non si debbe mai lasciare seguire uno disordine per fuggire una guerra, perché la non si fugge, ma si differisce a tuo disavvantaggio. [46] E se alcuni altri allegassino la fede che el re aveva data al papa di fare per lui quella impresa per la resoluzione del suo matrimonio e il cappello di Roano, respondo con quello che per me di sotto si dirà circa la fede de’ principi e come ella si debbe osservare.

[47] Ha perduto dunque el re Luigi la Lombardia per non avere osservato alcuno di quelli termini osservati da altri che hanno preso province e volutole tenere. Né è miraculo alcuno, questo, ma molto ragionevole e ordinario; [48] e di questa materia parlai a Nantes con Roano, quando el Valentino – che cosí era chiamato popularmente Cesare Borgia, figliuolo di papa Alessandro – occupava la Romagna; perché, dicendomi el cardinale di Roano che li Italiani non si intendevano della guerra, io li resposi ch’e’ Franzesi non si intendevano dello stato, perché, intendendosene, non lascerebbano venire la Chiesa in tanta grandezza; [49] e per esperienzia s’è visto che la grandezza in Italia di quella e di Spagna è stata causata da Francia, e la ruina sua causata da loro. [50] Di che si cava una regola generale, la quale mai o di rado falla: che chi è cagione che uno diventi potente, ruina, perché quella potenzia è causata da colui o con industria o con forza, e l’una e l’altra di queste dua è sospetta a chi è divenuto potente.

IV

Cur Darii regnum, quod Alexander occupaverat, a successoribus suis post Alexandri mortem non defecit

[1] Considerate le dificultà le quali si hanno a tenere uno stato acquistato di nuovo, potrebbe alcuno maravigliarsi donde nacque che Alessandro Magno in pochi anni diventò signore della Asia, e non la avendo appena occupata, morí, donde pareva ragionevole che tutto quello stato si rebellassi, nondimeno e’ successori di Alessandro se lo mantennono e non ebbono a tenerlo altra difficultà che quella che in fra loro medesimi per ambizione propria nacque. [2] Respondo come e’ principati de’ quali si ha memoria si trovano governati in dua modi diversi: o per uno principe e tutti li altri servi, li quali come ministri per grazia e concessione sua adiutono governare quello regno; o per uno principe e per baroni, li quali non per grazia del signore, ma per antiquità di sangue tengano quel grado; [3] questi tali baroni hanno stato e sudditi proprii, li quali li ricognoscono per signori e hanno in loro naturale affezione. [4] Quelli stati che si governono per uno principe e per servi hanno el loro principe con piú auttorità, perché tutta la sua provincia non è alcuno che riconosca per superiore se non lui; e, se obediscano alcuno altro, lo fanno come ministro e offiziale e non li portano particulare amore.

[5] Li essempli di queste dua diversità di governi sono ne’ nostri tempi el Turco e il re di Francia. [6] Tutta la monarchia del Turco è governata da un signore, li altri sono sua servi, e, distinguendo el regno in sangiacchi, vi manda diversi amministratori e li muta e varia come pare a lui. [7] Ma el re di Francia è posto in mezzo d’una multitudine antiquata di signori in quello stato, riconosciuti da’ loro sudditi e amati da quelli, hanno le loro preeminenzie, non le può il re tòrre loro sanza suo periculo. [8] Chi considera adunque l’uno e l’altro di questi dua stati, troverrà dificultà nello acquistare lo stato del Turco, ma, vinto che fia, facilità grande a tenerlo. [9] Cosí per avverso troverrà per qualche respetto piú facilità a potere occupare il regno di Francia, ma difficultà grande a tenerlo, vinto che lo arà.

[10] Le cagioni delle dificultà in potere acquistare el regno del Turco sono per non potere essere chiamato da’ principi di quello regno, né sperare, con la rebellione di quelli che elli ha dintorno, potere facilitare la sua impresa: il che nasce dalle ragioni sopraditte, perché, sendoli tutti stiavi e obligati, si possono con piú difficultà corrompere e, quando bene si corrompessino, se ne può sperare poco utile, non potendo quelli tirarsi drieto e’ populi per le ragioni assignate. [11] Onde, chi assalta el Turco, è necessario pensare di averlo a trovare unito, e gli conviene sperare piú nelle forze proprie che ne’ disordini d’altri. [12] Ma, vinto che fussi e rotto alla campagna, in modo che non possa rifare esserciti, non si ha a dubitare di altro che del sangue del principe: il quale spento che è, non resta alcuno di chi si abbi a temere, non avendo li altri credito con li populi; e come el vincitore avanti la vittoria non poteva sperare in loro, cosí non debbe dopo quella temere di loro.

[13] El contrario interviene ne’ regni governati come quello di Francia, perché con facilità tu puoi intrarvi, guadagnandoti alcuno barone del regno, perché sempre si truova de’ mali contenti e di quelli che desiderano innovare. [14] Costoro, per le ragioni dette, ti possono aprire la via a quello stato e facilitarti la vittoria: la quale dipoi a volerti mantenere, si tira drieto infinite dificultà e con quelli che ti hanno aiutato e con quelli che tu hai oppressi. [15] Né ti basta spegnere el sangue del principe, perché vi rimangono quelli signori che si fanno capi delle nuove alterazioni; e non li potendo né contentare né spegnere, perdi quello stato qualunque volta venga l’occasione.

[16] Ora, se voi considerrete di qual natura di governi era quello di Dario, lo troverrete simile al regno del Turco; e però a Alessandro fu necessario prima urtarlo tutto e torli la campagna; [17] dopo la quale vittoria, sendo Dario morto, rimase a Alessandro quello stato sicuro per le ragioni di sopra discorse; e li sua successori, se fussino suti uniti, se lo potevano godere oziosi; né in quello regno nacquono altri tumulti che quelli che suscitorono loro proprii. [18] Ma li stati ordinati come quello di Francia è impossibile possederli con tanta quiete. [19] Di qui nacquono le spesse rebellioni di Spagna, di Francia e di Grecia da’ Romani, per li spessi principati che erano in quelli stati. De’ quali mentre durò la memoria, sempre ne furono e’ Romani incerti di quella possessione; [20] ma, spenta la memoria di quelli, con la potenzia e diuturnità dello imperio ne diventorono securi possessori; e posserno anche quelli, combattendo dipoi in fra loro, ciascuno tirarsi drieto parte di quelle province secondo l’auttorità vi aveva preso dentro; e quelle, per essere el sangue del loro antiquo signore spento, non riconoscevano se non e’ Romani.

[21] Considerato adunque tutte queste cose, non si maraviglierà alcuno della facilità ebbe Alessandro a tenere lo stato di Asia e delle dificultà che hanno avuto li altri a conservare lo acquistato, come Pirro e molti: il che non è nato dalla molta o poca virtú del vincitore, ma dalla disformità del subietto.

V

Quomodo administrandae sunt civitates vel principatus, qui antequam occuparentur suis legibus vivebant

[1] Quando quelli stati che si acquistano come è ditto sono consueti a vivere con le loro leggi e in libertà, a volerli tenere ci sono tre modi: [2] el primo, ruinarle; l’altro, andarvi a abitare personalmente; el terzo, lasciarle vivere con le sua legge, traendone una pensione e creandovi dentro uno stato di pochi che te le conservino amiche: [3] perché, sendo quello stato creato da quello principe, sa che non può stare sanza l’amicizia e potenzia sua, e ha a fare tutto per mantenerlo; e piú facilmente si tiene una città usa a vivere libera con il mezzo de’ sua cittadini che in alcuno altro modo, volendola preservare.

[4] In exemplis, ci sono li Spartani e li Romani: li Spartani tennono Atene e Tebe creandovi uno stato di pochi, tamen le riperderono; [5] e’ Romani, per tenere Capua, Cartagine e Numanzia, le disfeciono e non le perderono; vollono tenere la Grecia quasi come feciono li Spartani, faccendola libera e lasciandoli le sua legge, e non successe loro, in modo che furono constretti disfare molte città di quella provincia per tenerla: [6] perché in verità non ci è modo sicuro a possederle altro che la ruina; e chi diviene patrone di una città consueta a vivere libera e non la disfacci, aspetti di essere disfatto da quella, perché sempre ha per refugio nella rebellione el nome della libertà e li ordini antichi sua, li quali né per la lunghezza de’ tempi né per benefizii mai si dimenticano; [7] e per cosa che si faccia o si provegga, se non si disuniscano o dissipano, li abitatori non sdimenticano quello nome né quelli ordini, e súbito in ogni accidente vi ricorrono: come feciono i Pisani dopo cento anni che ella era posta in servitú da’ Fiorentini. [8] Ma quando le città o le province sono use a vivere sotto uno principe, e quel sangue sia spento, sendo da uno canto usi a obedire, dall’altro, non avendo el principe vecchio, farne uno in fra loro non si accordano, vivere liberi non sanno, di modo che sono piú tardi a pigliare l’arme e con piú facilità se li può uno principe guadagnare e assicurarsi di loro. [9] Ma nelle republiche è maggior vita, maggiore odio, piú desiderio di vendetta; né li lascia né può lasciare riposare la memoria della antiqua libertà: tale che la piú sicura via è spegnerle o abitarvi.

VI

De principatibus novis qui armis propriis et virtute acquiruntur

[1] Non si maravigli alcuno se nel parlare che io farò de’ principati al tutto nuovi e di principe e di stato, vi addurrò grandissimi essempli, [2] perché, caminando li òmini quasi sempre per le vie battute da altri e procedendo nelle azioni loro con le imitazioni, né si potendo le vie d’altri al tutto tenere, né alla virtú di quelli che tu imiti aggiugnere, debbe uno omo prudente intrare sempre per le vie battute da òmini grandi e quelli che sono stati escellentissimi imitare, acciò che, se la sua virtú non vi arriva, almeno ne renda qualche odore; [3] e fare come li arcieri prudenti, ai quali parendo el loco dove disegnano ferire troppo lontano e conoscendo fino a quanto arriva la virtú del loro arco, pongano la mira assai piú alta che il loco destinato, non per aggiugnere con la loro freccia a tanta altezza, ma per potere con lo adiuto di sí alta mira pervenire al disegno loro.

[4] Dico adunque che ne’ principati nuovi, dove sia uno nuovo principe, si truova a mantenergli piú o meno difficultà secondo che piú o meno è virtuoso colui che li acquista. [5] E perché questo evento, di diventare di privato principe, presuppone o virtú o fortuna, pare che l’una e l’altra di queste dua cose mitighino in parte dimolte dificultà; nondimanco colui che è stato meno in sulla fortuna, si è mantenuto piú. [6] Genera ancora facilità essere el principe costretto, per non avere altri stati, venire a abitarvi personalmente.

[7] Ma per venire a quelli che per propria virtú e non per fortuna sono diventati principi, dico che li piú escellenti sono Moisè, Ciro, Romulo, Teseo e simili. [8] E benché di Moisè non si debba ragionare sendo stato uno mero essecutore delle cose che erano ordinate da Dio, tamen debba essere ammirato solum per quella grazia che lo faceva degno di parlare con Dio. [9] Ma consideriamo Ciro e li altri che hanno acquistato o fondati regni: li troverrete tutti mirabili, e, se si considerranno le azioni e ordini loro particulari, parranno non discrepanti da quelli di Moisè che ebbe sí gran precettore. [10] E essaminando le azioni e vita loro, non si vede che quelli avessino altro dalla fortuna che la occasione, la quale dette loro materia a potere introdurvi dentro quella forma parse loro; e sanza quella occasione la virtú dello animo loro si sarebbe spenta, e sanza quella virtú la occasione sarebbe venuta invano.

[11] Era dunque necessario a Moisè trovare el populo d’Isdrael in Egypto stiavi e oppressi dalli Egizii, acciocché quelli, per uscire di servitú, si disponessino a seguirlo. [12] Conveniva che Romulo non capissi in Alba, fussi stato esposto al nascere, a volere che diventassi re di Roma e fondatore di quella patria. [13] Bisognava che Ciro trovassi e’ Persi malcontenti dello imperio de’ Medi, e li Medi molli e efeminati per la lunga pace. [14] Non posseva Teseo dimonstrare la sua virtú, se non trovava li Ateniesi dispersi. [15] Queste occasioni pertanto feciono questi òmini felici e la escellente virtú loro fece quella occasione essere conosciuta: donde la loro patria ne fu nobilitata e diventò felicissima.

[16] Quelli li quali per vie virtuose simili a costoro diventono principi, acquistono el principato con difficultà, ma con facilità lo tengano; e le dificultà che hanno in acquistare el principato nascono in parte da’ nuovi ordini e modi che sono forzati introdurre per fondare lo stato loro e la loro securtà. [17] E debbasi considerare come non è cosa piú dificile a trattare, né piú dubbia a riuscire, né piú pericolosa a maneggiare che farsi capo a introdurre nuovi ordini, [18] perché lo introduttore ha per nimico tutti quelli che delli ordini vecchi fanno bene, e ha tepidi defensori tutti quelli che delli ordini nuovi farebbano bene; la quale tepidezza nasce parte per paura delli avversarii che hanno le leggi dal canto loro, parte dalla incredulità delli òmini, li quali non credano in verità le cose nuove se non ne veggono nata una ferma esperienzia. [19] Donde nasce che qualunque volta quelli che sono inimici hanno occasione di assaltare, lo fanno partigianamente, e quelli altri defendano tepidamente, in modo che insieme con loro si periclita.

[20] È necessario pertanto, volendo discorrere bene questa parte, essaminare se questi innovatori stanno per loro medesimi o se dependano da altri, cioè se per condurre l’opera loro bisogna che preghino o vero possono forzare. [21] Nel primo caso capitano sempre male e non conducano cosa alcuna; ma quando dependano da loro proprii e possano forzare, allora è che rare volte periclitano. Di qui nacque che tutti e’ profeti armati vinsono e li disarmati ruinorono: [22] perché, oltre alle cose ditte, la natura de’ populi è varia, e è facile a persuadere loro una cosa, ma è dificile fermarli in quella persuasione; e però conviene essere ordinato in modo che, quando non credono piú, si possa fare credere loro per forza. [23] Moisè, Ciro, Teseo e Romulo non arebbono possuto fare osservare loro lungamente le loro constituzioni, se fussino stati disarmati; come ne’ nostri tempi intervenne a fra’ Girolamo Savonerola: il quale ruinò ne’ sua ordini nuovi, come la moltitudine cominciò a non crederli; e lui non aveva modo a tener fermi quelli che avevano creduto, né a far credere e’ discredenti. [24] Però questi tali hanno nel condursi grande difficultà, e tutti e’ loro periculi sono tra via, e conviene che con la virtú li superino; [25] ma, superati che li hanno, e che cominciano ad essere in venerazione, avendo spenti quelli che di sua qualità li avevano invidia, rimangono potenti, securi, onorati, felici.

[26] A sí alti essempli io voglio aggiugnere uno essemplo minore, ma bene arà qualche proporzione con quelli, e voglio mi basti per tutti li altri simili: e questo è Ierone Siracusano. [27] Costui di privato diventò principe di Siracusa; né ancora lui conobbe altro dalla fortuna che la occasione, perché, sendo Siracusani oppressi, lo elessono per loro capitano; donde meritò d’essere fatto loro principe. [28] E fu di tanta virtú etiam in privata fortuna, che chi ne scrive dice quod nihil illi deerat ad regnandum praeter regnum. [29] Costui spense la milizia vecchia, ordinò della nuova, lasciò le amicizie antiche, prese delle nuove; e come ebbe amicizie e soldati che fussino sua, possé in su tale fondamento edificare ogni edifizio: tanto che lui durò assai fatica in acquistare e poca in mantenere.

VII

De principatibus novis qui alienis armis et fortuna acquiruntur

[1] Coloro e’ quali solamente per fortuna diventano di privati principi con poca fatica diventano, ma con assai si mantengano, e non hanno alcuna difficultà fra via, perché vi volano, ma tutte le difficultà nascono quando sono posti. [2] E questi tali sono quando è concesso a alcuno uno stato o per danari o per grazia di chi lo concede, come intervenne a molti in Grecia nelle città di Ionia e di Ellesponto, dove furono fatti principi da Dario a ciò le tenessino per sua sicurtà e gloria, come erano fatti ancora quelli imperadori che di privati per corruzione de’ soldati pervenivano alla corona dello imperio. [3] Questi stanno semplicemente in sulla voluntà e fortuna di chi lo ha concesso loro, che sono dua cose volubilissime e instabili, e non sanno e non possono tenere quel grado: non sanno, perché, se non è uomo di grande ingegno e virtú, non è ragionevole che, sendo sempre vissuto in privata fortuna, sappi comandare; non possano, perché non hanno forze che li possino essere amiche e fedeli; [4] dipoi li stati che vengano subito, come tutte l’altre cose della natura che nascono e crescono presto, non possono avere le barbe e correspondenzie loro, in modo che el primo tempo avverso non le spenga, se già quelli tali, come è ditto, che sí de repente sono diventati principi non sono di tanta virtú che quello che la fortuna ha messo loro in grembo e’ sappino subito prepararsi a conservarlo, e quelli fon­damenti che li altri hanno fatto avanti che diventino principi, li faccino poi.

[5] Io voglio all’uno e all’altro di questi modi detti circa el diventare principe per virtú o per fortuna addurre dua essempli stati ne’ dí della memoria nostra; e questi sono Francesco Sforza e Cesare Borgia. [6] Francesco, per li debiti mezzi e con una sua gran virtú, di privato diventò duca di Milano, e quello che con mille affanni aveva acquistato con poca fatica mantenne. [7] Dall’altra parte, Cesare Borgia, chiamato dal vulgo duca Valentino, acquistò lo stato con la fortuna del padre e con quella lo perdé, nonostante che per lui si usassi ogni opera e facessi tutte quelle cose che per uno prudente e virtuoso uomo si doveva fare per mettere le barbe sua in quelli stati, che l’arme e fortuna di altri li aveva concessi: [8] perché, come di sopra si disse, chi non fa e’ fondamenti prima, li potrebbe con una gran virtú fare poi, ancora che si faccino con disagio dello architettore e periculo dello edifizio.

[9] Se adunque si considerrà tutti e’ progressi del duca, si vedrà lui aversi fatti grandi fondamenti alla futura potenzia: li quali non iudico superfluo discorrere, perché io non saprei quali precetti mi dare migliori a uno principe nuovo che lo essemplo delle azioni sua; e se li ordini sua non li profittorono, non fu sua colpa, perché nacque da una estraordinaria e estrema malignità di fortuna. [10] Aveva Alessandro VI, nel volere fare grande el duca suo figliuolo, assai dificultà presenti e future. [11] Prima, non vedeva via di poterlo fare signore di alcuno stato che non fussi stato di Chiesa; e volgendosi a tòrre quello della Chiesa, sapeva che el duca di Milano e Viniziani non gnene consentirebbano, perché Faenza e Rimino erano digià sotto la protezione de’ Viniziani. [12] Vedeva oltre a questo l’arme di Italia, e quelle in spezie di chi si fussi possuto servire essere in le mani di coloro che dovevano temere la grandezza del papa, e però non se ne poteva fidare, sendo tutte nelli Orsini e Colonnesi e loro com­plici. [13] Era adunque necessario si turbassinno quelli ordini e disordinare li stati di Italia, per potersi insignorire securamente di parte di quelli. [14] Il che li fu facile, perché trovò Viniziani che, mossi da altre cagioni, si erono volti a fare ripassare Franzesi in Italia: il che non solamente non contradisse, ma lo fe’ piú facile con la resoluzione del matrimonio antiquo del re Luigi.

[15] Passò adunque il re in Italia con lo adiuto de’ Viniziani e consenso di Alessandro; né prima fu in Milano che il papa ebbe da lui gente per la impresa di Romagna, la quale li fu consentita per la reputazione del re. [16] Acquistata adunque il duca la Romagna e sbattuti e’ Colonnesi, volendo mantenere quella e procedere piú avanti, lo ’mpedivano due cose: l’una, l’arme sua che non li parevano fedeli, l’altra, la voluntà di Francia, cioè che l’arme orsine, delle quali s’era valuto, li mancassino sotto e non solamente li ’mpedissino lo acquistare, ma gli togliessino l’acquistato; e che il re ancora non li facessi el simile. [17] Delli Orsini ne ebbe uno riscontro, quando, dopo la espugnazione di Faenza, assaltò Bologna, che li vidde andare freddi in quello assalto; e circa el re, conobbe l’animo suo, quando, preso el ducato di Urbino, assaltò la Toscana; dalla quale impresa el re lo fece desistere. [18] Onde che il duca deliberò non dependere piú dalle arme e fortuna d’altri. E, la prima cosa, indebolí le parti Orsine e Colonnese in Roma, perché tutti li aderenti loro che fussino gentili òmini, se li guadagnò faccendoli sua gentili òmini, e, dando loro grandi provisioni, e onorogli secondo le qualità loro di condotte e di governi, in modo che in pochi mesi nelli animi loro la affezione delle parti si spense e tutta si volse nel duca. [19] Dopo questo, aspettò la occasione di spegnere li Orsini, avendo dispersi quelli di casa Colonna: la quale li venne bene, e lui l’usò meglio. [20] Perché, avvedutisi li Orsini tardi che la grandezza del duca e della Chiesa era la ruina loro, feciono una dieta alla Magione nel Perugino: da quella nacque la rebellione di Urbino e li tumulti di Romagna e infiniti periculi del duca, li quali tutti superò con lo aiuto de’ Franzesi. [21] E ritornatoli la reputazione, né si fidando di Francia né di altre forze esterne, per non le avere a cimentare, si volse alli inganni; e seppe tanto dissimulare l’animo suo che li Orsini, mediante el signor Paulo, si riconciliorono seco: con il quale el duca non mancò d’ogni ragione di officio per assicurarlo, dandoli danari, veste e cavalli; tanto che la simplicità loro li condusse a Sinigallia nelle sua mani.

[22] Spenti adunque questi capi e ridotti li partigiani loro amici sua, aveva il duca gittati assai buoni fondamenti alla potenzia sua, avendo tutta la Romagna con il ducato di Urbino, parendoli massime aversi acquistata amica la Romagna e guadagnatosi tutti quelli populi per avere cominciato a gustare el bene essere loro. [23] E perché questa parte è degna di notizia e da essere imitata da altri, non la voglio lasciare indrieto. [24] Preso che ebbe el duca la Romagna e trovandola suta comandata da signori impotenti, li quali piú presto avevano spogliato e’ loro sudditi che correttoli e dato loro ma­teria di disunione, non di unione, tanto che quella provincia era tutta piena di latrocinii, di brighe e di ogni altra ragione di insolenzia, iudicò fussi necessario, a volerla ridurre pacifica e obediente al braccio regio, darli buon governo: però vi prepose messer Remirro de Orco, omo crudele e espedito, al quale dette plenissima potestà. [25] Costui in poco tempo la ridusse pacifica e unita, con grandissima reputazione. [26] Dipoi iudicò el Duca non essere necessario sí escessiva auttorità, perché dubitava non divenissi odiosa, e proposevi uno iudicio civile nel mezzo della provincia con uno presidente escellentissimo, dove ogni città vi aveva lo avvocato suo. [27] E perché conosceva le rigorosità passate avergli generato qualche odio, per purgare li animi di quelli populi e guadagnarseli in tutto, volle mostrare che, se crudeltà alcuna era seguita, non era nata da lui, ma dalla acerba natura del ministro. [28] E presa sopra a questo occasione, lo fece una mattina mettere a Cesena in dua pezzi in sulla piazza con uno pezzo di legno e uno coltello sanguinoso accanto: la feroci­tà del quale spettaculo fece quelli populi in uno tempo rimanere satisfatti e stupidi.

[29] Ma torniamo donde noi partimo. Dico che, trovandosi el duca assai potente e in parte assicurato de’ presenti periculi per essersi armato a suo modo e avere in buona parte spente quelle arme che, vicine, lo potevano offendere, li restava, volendo procedere con lo acquisto, el respetto del re di Francia, perché conosceva come dal re, il quale tardi s’era accorto dello errore suo, non li sarebbe sopportato. [30] E cominciò per questo a cercare di amicizie nuove e vacillare con Francia nella venuta che feciono Franzesi verso el regno di Napoli contro alli Spagnoli che assediavono Gaeta; e l’animo suo era assicurarsi di loro: il che li sarebbe presto riuscito, se Alessandro viveva.

[31] E questi furono e’ governi sua quanto alle cose presenti. [32] Ma, quanto alle future, lui aveva a dubitare in prima che un nuovo successore alla Chiesa non li fussi amico e cercassi torli quello che Alessandro li aveva dato. [33] Di che pensò assicurarsi; e pensò farlo in quattro modi: prima, di spegnere tutti e’ sangui di quelli signori che lui aveva spogliati, per tòrre al papa quella occasione; secondo, di guadagnarsi tutti e’ gentili òmini di Roma come è ditto, per potere con quelli tenere el papa in freno; terzio, ridurre el collegio piú suo che poteva; quarto, acquistare tanto imperio avanti che il papa morissi, che potessi per sé medesimo resistere a uno primo impeto. [34] Di queste quattro cose, alla morte di Alessandro, ne aveva condotte tre, la quarta aveva quasi per condotta: perché de’ signori spogliati, ne ammazzò quanti ne possé aggiugnere, e pochissimi si salvorono; e’ gentili òmini romani si aveva guadagnati; e nel collegio aveva grandissima parte; e quanto al nuovo acquisto, aveva disegnato diventare signore di Toscana, e possedeva digià Perugia e Piombino, e di Pisa aveva presa la protezione; [35] e come non avessi avuto a avere respetto a Francia, – che non gnene avea a avere piú per essere digià Franzesi spogliati del Regno dalli Spagnuoli, di qualità che ciascuno di loro era necessitato comperare l’amicizia sua –, e’ saltava in Pisa; [36] dopo questo, Lucca e Siena bisognava che cedessino subito, parte per invidia di Fiorentini, parte per paura; Fiorentini non avevano remedio. [37] Il che se li fussi riuscito, che li riusciva l’anno medesimo che Alessandro morí, si acquistava tante forze e tanta reputazione che per se stesso si sarebbe retto e non sarebbe piú dependuto da la fortuna e forze d’altri, ma dalla potenzia e virtú sua.

[38] Ma Alessandro morí dopo cinque anni che elli aveva cominciato a trarre fuora la spada, lasciollo con lo stato di Romagna solamente assolidato, con tutti li altri in aria, in fra dua potentissimi esserciti inimici, e malato a morte. [39] E era nel duca tanta ferocia e tanta virtú, e sí bene conosceva come li òmini si hanno a guadagnare o perdere, e tanto erano validi e’ fondamenti che in sí poco tempo si aveva fatti, che se non avessi avuto quelli esserciti addosso o fussi stato sano, arebbe retto a ogni dificultà. [40] E ch’e’ fondamenti sua fussino buoni, si vidde che la Romagna l’aspettò piú d’un mese; in Roma, ancora che mezzo vivo, stette sicuro; e, benché Ballioni, Vitelli e Orsini venissino in Roma, non ebbono séguito contro di lui; possé
fare, se non chi e’ volle, papa, almeno che non fussi chi non voleva. [41] Ma se nella morte di Alessandro fussi stato sano, ogni cosa li era facile; e lui mi disse, ne’ dí che fu creato Iulio secondo, che aveva pensato a ciò che potessi nascere morendo el padre e a tutto aveva trovato remedio, escetto che non pensò mai in su la sua morte di stare ancora lui per morire.

[42] Raccolte io adunque tutte le azioni del duca, non saprei repreenderlo, anzi mi pare, come ho fatto, di preporlo imitabile a tutti coloro che per fortuna e con l’arme d’altri sono ascesi allo imperio; perché lui, avendo l’animo grande e la sua intenzione alta, non si poteva governare altrimenti, e solo si oppose alli sua disegni la brevità della vita di Alessandro e la malattia sua. [43] Chi adunque iudica necessario nel suo principato nuovo assicurarsi de’ nimici, guadagnarsi delli amici, vincere o per forza o per fraude, farsi amare e temere da’ populi, seguire e reverire da’ soldati, spegnere quelli che ti possono o debbono offendere, innovare con nuovi modi li ordini antichi, essere severo e grato, magnanimo e liberale, spegnere la milizia infedele, creare della nuova, mantenere l’amicizie de’ re e de’ principi in modo che ti abbino o a beneficare con grazia o offendere con respetto, non può trovare e’ piú freschi essempli che le azioni di costui.

[44] Solamente si può accusarlo nella creazione di Iulio, nella quale lui ebbe mala elezione; [45] perché, come è ditto, non possendo fare uno papa a suo modo, poteva tenere che uno non fossi papa, e non doveva mai consentire al papato di quelli cardinali che lui avessi offesi o che, diventati papi, avessino a avere paura di lui: perché li òmini offendono o per paura o per odio. [46] Quelli che lui aveva offesi erano, infra li altri, San Piero ad Vincula, Colonna, San Giorgio, Ascanio: tutti li altri, divenuti papa, aveano a temerlo, eccetto Roano e li spagnuoli, questi per coniunzione e obligo, quello per potenzia, avendo coniunto seco el regno di Francia. [47] Pertanto el duca, inanzi a ogni cosa, doveva creare papa uno spagnolo e, non potendo, doveva consentire che fussi Roano e non San Piero ad Vincula: [48] e chi crede che ne’ personaggi grandi e’ benefizi nuovi faccino dimenticare le iniurie vecchie, s’inganna.

[49] Errò adunque el duca in questa elezione e fu cagione dell’ultima ruina sua.

VIII

De his qui per scelera ad principatum pervenere

[1] Ma perché di privato si diventa principe ancora in dua modi, il che non si può al tutto o alla fortuna o alla virtú attribuire, non mi pare da lasciarli indrieto, ancora che dell’uno si possa piú diffusamente ragionare dove si trattassi delle republiche. [2] Questi sono quando o per qualche via scelerata e nefaria si ascende al principato, o quando uno privato cittadino con il favore delli altri sua cittadini diventa principe della sua patria. [3] E parlando del primo modo, si monsterrà dua essempli, l’uno antiquo, l’altro moderno, sanza intrare altrimenti ne’ meriti di questa parte, perché io iudico, a chi fussi necessitato, che basti imitargli.

[4] Agatocle siciliano, non solo di privata, ma di infima e abietta fortuna, divenne re di Siracusa. [5] Costui, nato d’uno figulo, tenne sempre per i gradi della sua età vita scelerata; nondimanco accompagnò le sua sceleratezze con tanta virtú d’animo e di corpo che, voltosi alla milizia, per li gradi di quella pervenne a essere pretore di Siracusa. [6] Nel quale grado sendo constituto e avendo deliberato diventare principe e tenere con violenzia e sanza obligo d’altri quello che d’accordo li era suto concesso, e avuto di questo suo disegno intelligenzia con Amilcare cartaginese, il quale con li esserciti allora militava in Sicilia, raunò una mattina el populo e il Senato di Siracusa, come se elli avessi avuto a deliberare cose pertinente alla republica, [7] e a uno cenno ordinato fece da’ sua soldati uccidere tutti li Senatori e li piú ricchi del populo: li quali morti, occupò e tenne el principato di quella città sanza alcuna controversia civile. [8] E benché da’ Cartaginesi fussi dua volte rotto e demum assediato, non solamente possé defendere la sua città, ma, lasciato parte delle sua gente all’ossidione, con le altre assaltò la Affrica e in breve tempo liberò Siracusa dallo assedio e condusse e’ Cartaginesi in estrema necessità, e furono necessitati accordarsi con quello, essere contenti della possessione di Affrica e a Agatocle lasciare la Sicilia.

[9] Chi considerassi, adunque, le azioni e virtú di costui, non vedrà cose, o poche, che possa attribuire alla fortuna, con ciò sia cosa, come di sopra è ditto, che non per favore d’alcuno, ma per li gradi della milizia, li quali con mille disagi e periculi si aveva guadagnati, pervenissi al principato, e quello dipoi con tanti partiti animosi e periculosi mantenessi. [10] Non si può ancora chiamare virtú amazzare li sua cittadini, tradire li amici, essere sanza fede, sanza pietà, sanza relligione, li quali modi possono fare acquistare imperio, ma non gloria: [11] perché, se si considerassi la virtú di Agatocle nello intrare e nello uscire de’ pericoli e la grandezza dello animo suo nel sopportare e superare le cose averse, non si vede perché elli abbia a essere iudicato inferiore a qualunque escellentissimo capitano: nondimanco, la sua efferata crudelità e inumanità con infinite sceleratezze non consentono che sia in fra li escellentissimi òmini celebrato. [12] Non si può adunque attribuire alla fortuna o alla virtú quello che sanza l’una e l’altra fu da lui conseguito.

[13] Ne’ tempi nostri, regnante Alessandro VI, Oliverotto firmiano, sendo piú anni innanzi rimaso piccolo sanza padre, fu da uno suo zio materno, chiamato Giovanni Fogliani, allevato e ne’ primi tempi della sua gioventú dato a militare sotto Paulo Vitelli acciò che, ripieno di quella disciplina, pervenissi a qualche escellente grado di milizia. [14] Morto dipoi Paulo, militò sotto Vitellozzo, suo fratello, e in brevissimo tempo, per essere ingegnoso e della persona e dello animo gagliardo, diventò el primo uomo della sua milizia. [15] Ma parendoli cosa servile lo stare con altri, pensò, con lo adiuto di alcuni cittadini di Fermo, a’ quali era piú cara la servitú che la libertà della loro patria, e con il favore vitellesco, di occupare Fermo. [16] E scrisse a Giovanni Fogliani come, sendo stato piú anni fuora di casa, voleva venire a vedere lui e la sua città e, in qualche parte, riconoscere el suo patrimonio; e perché non si era affaticato per altro che per acquistare onore, acciò ch’e’ suoi cittadini vedessino come non aveva speso el tempo invano, voleva venire onorevole e accompagnato da cento cavalli di sua amici e servitori, e pregavalo fussi contento ordinare che da’ firmiani fussi ricevuto onorevolmente: il che non solamente tornava onore a lui, ma a sé proprio, sendo suo allievo.

[17] Non mancò pertanto Giovanni di alcuno offizio debito verso el nipote; e fattolo ricevere da’ firmiani onoratamente, si alloggiò nelle case sua; dove passato alcuno giorno e atteso a ordinare quello che alla sua futura sceleratezza era necessario, fece uno convito solennissimo, dove invitò Giovanni Fogliani e tutti li primi òmini di Fermo. [18] E consumate che furono le vivande e tutti li altri intrattenimenti che in simili conviti si usano, Oliverotto mosse a arte certi ragionamenti gravi parlando della grandezza di papa Alessandro, di Cesare suo figliuolo e delle imprese loro: a’ quali ragionamenti respondendo Giovanni e li altri, lui a un tratto si rizzò dicendo quelle essere cose da parlarne in loco piú secreto, e ritirossi in una camera, dove Giovanni e tutti li altri cittadini li andorono drieto. [19] Né prima furono posti a sedere che de’ luoghi secreti di quella uscirono soldati che ammazzorono Giovanni e tutti li altri. [20] Dopo il quale omicidio, montò Oliverotto a cavallo e corse la terra e assediò nel palazzo el supremo magistrato; tanto che per paura furono constretti obedirlo e fermare uno governo del quale si fece principe; e morti tutti quelli che per essere mal contenti lo potevono offendere, si corroborò con nuovi ordini civili e militari, in modo che in spazio d’uno anno che tenne el principato, lui non solamente era sicuro nella città di Fermo, ma era diventato pauroso a tutt’i sua vicini; [21] e sarebbe stata la sua espugnazione difficile come quella di Agatocle, se non si fussi lasciato ingannare da Cesare Borgia, quando a Sinigallia, come di sopra si disse, prese li Orsini e Vitelli: dove preso ancora lui, in uno anno dopo el commisso parricidio fu insieme con Vitellozzo, il quale aveva avuto maestro delle virtú e sceleratezze sua, strangolato.

[22] Potrebbe alcuno dubitare donde nascessi che Agatocle e alcuno simile dopo infiniti tradimenti e crudeltà possé vivere lungamente sicuro nella sua patria e defendersi dalli inimici esterni, e da’ sua cittadini non li fu mai conspirato contro, con ciò sia cosa che molti altri mediante la crudeltà non abbino etiam ne’ tempi pacifici possuto mantenere lo stato, nonché ne’ tempi dubiosi di guerra. [23] Credo che questo avvenga dalle crudeltà bene usate o male usate. [24] Bene usate si possono chiamare quelle, se del male è licito dire bene, che si fanno a un tratto per necessità dello assicurarsi, e dipoi non vi si insiste dentro, ma si convertiscono in piú utilità de’ sudditi che si può. [25] Male usate sono quelle le quali, ancora che nel principio sieno poche, piuttosto col tempo crescono che le si spenghino. [26] Coloro che osservano el primo modo, possono con Dio e con li òmini avere allo stato loro qualche remedio, come ebbe Agatocle; quelli altri è impossibile si mantenghino. [27] Onde è da notare che nel pigliare uno stato, debbe lo occupatore di esso discorrere tutte quelle offese che li è necessitato fare e tutte farle a un tratto per non avere a ritornarvi ogni dí e potere, non le innovando, assicurare li òmini e guadagnarseli col benificargli. [28] Chi fa altrimenti o per timidità o per mal consiglio, è sempre necessitato tenere el coltello in mano, né mai può fondarsi sopra li sua sudditi, non si potendo quelli, per le fresche e continue iniurie, assicurare di lui: [29] perché le iniurie si debbono fare tutte insieme, acciò che, assaporandosi meno, offendino meno; e’ benifizii si debbono fare a poco a poco, acciò si assaporino meglio. [30] E debbe soprattutto uno principe vivere con li sua sudditi in modo che veruno accidente o di male o di bene lo abbia a fare variare; perché venendo per li tempi avversi le necessità, tu non se’ a tempo al male, e il bene che tu fai non ti giova, perché è iudicato forzato e non te ne è saputo grado alcuno.

IX

De principatu civili

[1] Ma venendo all’altra parte, quando uno privato cittadino, non per sceleratezza o altra intollerabile violenzia, ma con il favore delli altri sua cittadini diventa principe della sua patria, il quale si può chiamare principato civile, né a pervenirvi è necessario o tutta virtú o tutta fortuna, ma piú presto una astuzia fortunata, dico che si ascende a questo principato o con il favore del populo o con quello de’ grandi, [2] perché in ogni città si truovano questi dua umori diversi; e nasce da questo, che il populo desidera non essere comandato né oppresso dai grandi, e li grandi desiderano comandare e opprimere el populo; e da questi dua appetiti diversi nasce nelle città uno de’ tre effetti, o principato, o libertà, o licenzia. [3] El principato è causato o dal populo o da’ grandi, secondo che l’una o l’altra di queste parte ne ha l’occasione; perché, vedendo e’ grandi non potere resistere al populo, cominciano a voltare la reputazione a uno di loro e fannolo principe per potere, sotto la sua ombra, sfogare el loro appetito; el populo ancora, vedendo non potere resistere a’ grandi, volta la reputazione a uno e lo fa principe per essere, con la auttorità sua, difeso.

[4] Colui che viene al principato con lo aiuto de’ grandi, si mantiene con piú dificultà che quello che diventa con lo adiuto del populo, perché si truova principe con dimolti intorno, che li paiano essere sua equali, e per questo non li può né comandare né maneggiare a suo modo; [5] ma colui che arriva al principato con il favore populare, vi si truova solo e ha intorno o nessuno o pochissimi, che non sieno parati a obedire. [6] Oltre a questo non si può con onestà satisfare a’ grandi e sanza iniuria d’altri, ma sí bene al populo, perché quello del populo è piú onesto fine che quello de’ grandi, volendo questi opprimere e quello non essere oppresso. [7] Preterea, del populo inimico uno principe non si può mai assicurare per essere troppi, de’ grandi si può assicurare per essere pochi. [8] El peggio che possa espettare uno principe dal populo inimico è lo essere abandonato da lui, ma da’ grandi inimici non solo debbe temere di essere abandonato, ma che etiam loro li venghino contro, perché, sendo in quelli piú vedere e piú astuzia, avanzono sempre tempo per salvarsi e cercono gradi con quello che sperano che vinca. [9] È necessitato ancora el principe vivere sempre con quello medesimo populo, ma può ben fare sanza quelli medesimi grandi, potendo farne e disfarne ogni dí e tòrre e dare a sua posta reputazione loro.

[10] E per chiarire meglio questa parte, dico che sono dua generazione di grandi e com’e’ grandi si debbono considerare in dua modi principalmente: o si governano in modo col procedere loro che si obligano in tutto alla tua fortuna, o no. [11] Quelli che si obligano e non sieno rapaci, si debbono onorare e amare; [12] quelli che non si obligano, si hanno a considerare in dua modi: o fanno questo per pusillanimità e defetto naturale d’animo, allora tu ti debbi servire di quelli massime che sono di buono consiglio, perché nelle prosperità te ne onori e nelle avversità non hai da temerne; [13] ma quando non si obligano a arte e per cagione ambiziosa, è segno come pensono piú a sé che a te, e da quelli si debbe el principe guardare e temerli come se fussino scoperti inimici, perché sempre nelle avversità aiuteranno ruinarlo. [14] Debbe pertanto uno che diventi principe mediante el favore del populo, mantenerselo; il che li fia facile, non domandando lui se non di non essere oppresso. [15] Ma uno che contro al populo diventi principe con il favore de’ grandi, debbe inanzi a ogni altra cosa cercare di guadagnarsi el populo: il che li fia facile, quando pigli la protezione sua; [16] e perché li òmini, quando hanno bene da chi credevano avere male, s’obligano piú al beneficatore loro, diventa el populo subito piú suo benivolo che se si fussi condotto al principato co’ favori sua. [17] E puosselo el principe guadagnare in molti modi, li quali perché variano secondo el subietto, non se ne può dare certa regola, e però si lasceranno indrieto. [18] Concluderò solo che a uno principe è necessario avere el populo amico, altrimenti non ha in le avversità remedio. [19] Nabide, principe delli Spartani, sostenne la ossidione di tutta Grecia e di uno essercito romano vittoriosissimo e difese contro a quelli la patria sua e il suo stato, e li bastò solo, sopravvenente el periculo, assicurarsi di pochi; che se elli avessi avuto el populo inimico, questo non li bastava. [20] E non sia alcuno che repugni a questa mia opinione con quello proverbio trito, che chi fonda in sul populo, fonda in sul fango, perché quello è vero, quando uno cittadino privato vi fa su fondamento e dassi a intendere che il populo lo liberi quando fussi oppresso da’ nimici o da’ magistrati: [21] in questo caso si potrebbe trovare spesso ingannato, come a Roma e’ Gracchi e a Firenze messer Giorgio Scali; [22] ma sendo uno principe, che vi fondi su, che possa comandare e sia uomo di core, né si sbigottisca nelle avversità e non manchi delle altre preparazioni, e tenga con l’animo e ordini sua animato l’universale, mai si troverrà ingannato da lui, e gli parrà avere fatto li sua fondamenti buoni.

[23] Sogliono questi principati periclitare, quando sono per salire dall’ordine civile allo assoluto, [24] perché questi principi o comandono per loro medesimi o per mezzo de’ magistrati: nell’ultimo caso è piú debole e piú periculoso lo stare loro, perché gli stanno al tutto con la voluntà di quelli cittadini che sono preposti a’ magistrati, li quali, massime ne’ tempi avversi, li possono tòrre con facilità grande lo stato o con farli contro o con non lo obedire. [25] E el principe non è a tempo ne’ periculi a pigliare l’auttorità assoluta, perché li cittadini e sudditi che sogliono avere e’ comandamenti da’ magistrati non sono in quelli frangenti per obedire a’ sua; [26] e arà sempre ne’ tempi dubii penuria di chi si possa fidare, perché simile principe non può fondarsi sopra a quello che vede ne’ tempi quieti, quando e’ cittadini hanno bisogno dello stato, perché allora ognuno corre, ognuno promette, e ciascuno vuole morire per lui, quando la morte è discosto; ma ne’ tempi avversi, quando lo stato ha bisogno de’ cittadini, allora se ne truova pochi. [27] E tanto piú è questa esperienzia periculosa quanto la non si può fare se non una volta; e però uno principe savio debba pensare uno modo, per il quale li sua cittadini sempre e in ogni qualità di tempo abbino bisogno dello stato e di lui, e sempre poi li saranno fedeli.

X

Quomodo horum principatuum vires perpendi debeant

[1] Conviene avere, nello essaminare le qualità di questi principati, un’altra considerazione, cioè se uno principe ha tanto stato che possa, bisognando, per sé medesimo reggersi o vero se ha sempre necessità della defensione di altri; [2] e per chiarire meglio questa parte, dico come io iudico coloro potersi reggere per sé medesimi, che possono o per abundanzia di òmini o di danari mettere insieme uno essercito iusto e fare una giornata con qualunque li viene a assaltare; [3] e cosí iudico coloro avere sempre necessità d’altri, che non possono comparire contro al nimico in campagna, ma sono necessitati rifugiarsi dentro alle mura e guardare quelle. [4] Nel primo caso, si è discorso e per lo avvenire direno quello ne occorre; [5] nel secondo caso, non si può dire altro salvo che confortare tali principi a fortificare e munire la terra propria, e del paese non tenere alcuno conto; [6] e qualunque arà bene fortificata la suo terra e circa li altri governi con li sudditi si sia maneggiato come di sopra è ditto e di sotto si dirà, sarà sempre con grande respetto assaltato, perché li òmini sono sempre nimici delle imprese dove si vegga dificultà, né si può vedere facilità assaltando uno che abbi la suo terra gagliarda e non sia odiato dal populo.

[7] Le città di Alamagna sono liberissime, hanno poco contado e obediscano allo imperadore, quando le vogliono, e non temono né quello né altro potente che le abbino intorno, [8] perché le sono in modo fortificate che ciascuno pensa la espugnazione di esse dovere essere tediosa e difficile, perché tutte hanno fossi e mura conveniente, hanno artiglieria a sufficienzia, tengono sempre nelle canove publiche da bere e da mangiare e da ardere per uno anno; [9] e, oltre a questo, per potere tenere la plebe pasciuta e sanza perdita del publico, hanno sempre in comune per uno anno da potere dare loro da lavorare in quelli essercizii che sieno el nervo e la vita di quella città e della industria de’ quali la plebe pasca. Tengono ancora li essercizii militari in reputazione, e sopra questo hanno molti ordini a mantenerli.

[10] Uno principe adunque che abbi una città forte e non si facci odiare, non può essere assaltato; e, se pure fussi, chi lo assaltassi se ne partirebbe con vergogna, perché le cose del mondo sono sí varie che li è impossibile che uno potessi con li esserciti stare uno anno ocioso a campeggiarlo; [11] e chi replicassi: «se il populo arà le sua possessioni fuora e veggale ardere, non ci arà pazienzia e il lungo assedio e la carità propria li farà sdimenticare el principe», respondo che uno principe prudente e animoso supererà sempre tutte quelle dificultà, dando ora a’ sudditi speranza che el male non fia lungo, ora timore della crudel­tà del nimico, ora assicurandosi con destrezza di quelli che li paressino troppo arditi. [12] Oltre a questo el nimico ragionevolmente debba ardere e ruinare el paese in sulla sua giunta e ne’ tempi quando li animi delli òmini sono ancora caldi e volontorosi alla difesa; e però tanto meno el principe debbe dubitare, perché dopo qualche giorno, che li animi sono raffreddi, sono digià fatti e’ danni, sono ricevuti e’ mali e non vi è piú remedio, [13] e allora tanto piú si vengono a unire con il loro principe, parendo che lui abbia con loro obligo, sendo loro sute arse le case, ruinate le possessioni per la difesa sua; e la natura delli uomini è cosí obligarsi per li benefizii che si fanno come per quelli che si ricevano. [14] Onde, se si considerrà bene tutto, non fia difficile a uno principe prudente tenere prima e poi fermi li animi de’ sua cittadini nella ossidione, quando non manchi da vivere né da difendersi.

XI

De principatibus ecclesiasticis

[1] Restaci solamente al presente a ragionare de’ principati ecclesiastici; circa quali tutte le difficultà sono avanti che si possegghino, perché si acquistano o per virtú o per fortuna, e sanza l’una e l’altra si mantengano, perché sono sustentati dalli ordini antiquati nella relligione, quali sono suti tanto potenti e di qualità che tengano e’ loro principi in stato in qualunque modo si procedino e vivino. [2] Costoro soli hanno stati, e non li defendano, sudditi, e non li governano, [3] e li stati per essere indifesi non sono loro tolti, e ’ sudditi per non essere governati non se ne curano né pensano né possano alienarsi da loro. [4] Solo adunque questi principati sono sicuri e felici; ma sendo quelli retti da cagione superiori, alle quali mente umana non aggiugne, lascerò el parlarne, perché, sendo essaltati e mantenuti da Dio, sarebbe offizio di uomo prosuntuoso e temerario discorrerne.

[5] Nondimanco, se alcuno mi ricercassi donde viene che la Chiesa nel temporale sia venuta a tanta grandezza, con ciò sia che da Alessandro indrieto e’ potentati italiani, e non solum quelli che si chiamavono e’ potentati, ma ogni barone e signore, benché minimo, quanto al temporale la essistimava poco, e ora uno re di Francia ne trema e lo ha possuto cavare di Italia e ruinare Viniziani, la qual cosa, ancora che sia nota, non mi pare superfluo ridurla in buona parte alla memoria.

[6] Avanti che Carlo, re di Francia, passassi in Italia, era questa provincia sotto l’imperio del Papa, Viniziani, re di Napoli, duca di Milano e Fiorentini. [7] Questi potentati avevano a avere dua cure principali: l’una, che uno forestiero non intrassi in Italia con le arme; l’altra, che veruno di loro occupassi piú stato; [8] quelli a chi si aveva piú cura erano Papa e Viniziani, e a tenere indrieto Viniziani, bisognava la unione di tutti li altri, come fu nella difesa di Ferrara, e a tenere basso el Papa, si servivano de’ baroni di Roma, li quali sendo divisi in due fazioni, Orsini e Colonnesi, sempre vi era cagione di scandolo fra loro, e stando con le arme in mano in su li occhi al Pontefice, tenevano el pontificato debole e infermo. [9] E benché surgessi qualche volta uno papa animoso, come fu Sisto, tamen la fortuna o il sapere non lo possé mai disobligare da queste incomodità. [10] E la brevità della vita loro n’era cagione, perché in dieci anni che, raguagliato, viveva uno papa, a fatica che potessi sbassare una delle fazioni; e se, verbi gratia, l’uno aveva quasi spenti Colonnesi, surgeva un altro, inimico alli Orsini, che li faceva resurgere, e li Orsini non era a tempo a spegnere. [11] Questo faceva che le forze temporali del Papa erano poco stimate in Italia.

[12] Surse dipoi Alessandro VI, il quale, di tutti pontefici che sono stati mai, monstrò quanto uno Papa e con il danaio e con le forze si poteva prevalere; e fece, con lo instrumento del duca Valentino e con la occasione della passata de’ Franzesi, tutte quelle cose che io discorsi di sopra nelle azioni del duca. [13] E benché l’intento suo non fussi fare grande la Chiesa, ma il duca, nondimeno ciò che fece tornò a grandezza della Chiesa, la quale, dopo la sua morte, spento el duca, fu erede delle sua fatiche.

[14] Venne dipoi Papa Iulio e trovò la Chiesa grande, avendo tutta la Romagna e sendo spenti e’ baroni di Roma e, per le battiture di Alessandro, annullate quelle fazioni; e trovò ancora la via aperta al modo dello accumulare danari non mai piú usitato da Alessandro indrieto. [15] Le quali cose Iulio non solum seguitò, ma accrebbe, e pensò a guadagnarsi Bologna e spegnere Viniziani e a cacciare Franzesi di Italia; e tutte queste imprese li riuscirono, e con tanta piú sua laude quanto fece ogni cosa per accrescere la Chiesa e non alcuno privato. [16] Mantenne ancora le parte Orsine e Colonnese in quelli termini che le trovò. [17] E benché tra loro fussi qualche capo da fare alterazione, tamen dua cose li ha tenuti fermi: l’una, la grandezza della Chiesa, che gli sbigottisce; l’altra, el non avere loro cardinali, li quali sono origine de’ tumulti infra loro; né mai staranno quete queste parti qualunque volta abbino cardinali, perché questi nutriscono in Roma e fuora le parte, e quelli baroni sono forzati a defenderle; e cosí dalla ambizione de’ prelati nascono le discordie e li tumulti infra baroni.

[18] Ha trovato adunque la Santità di papa Leone questo pontificato potentissimo; il quale si spera, se quelli lo feciono grande con le arme, questo con la bontà e altre sua infinite virtú lo farà grandissimo e venerando.

XII

Quot sunt genera militiae et de mercennariis militibus

[1] Avendo discorso particularmente tutte le qualità di quelli principati de’ quali nel principio preposi di ragionare, e considerato in qualche parte le cagioni del bene e del male essere loro, e monstro e’ modi con li quali molti hanno cerco di acquistarli e tenerli, mi resta ora a discorrere generalmente le offese e difese che in ciascuno de’ prenominati possono accadere.

[2] Noi abbiamo detto di sopra come a uno principe è necessario avere e’ sua fondamenti buoni, altrimenti di necessità conviene che rovini. [3] E’ principali fondamenti che abbino tutti li stati, cosí nuovi come vecchi o misti, sono le buone legge e le buone arme; e perché non può essere buone legge dove non sono buone arme, e dove sono buone arme conviene che sia buone legge, io lascerò indrieto el ragionare delle legge e parlerò delle arme.

[4] Dico adunque che l’arme con le quali uno principe defende el suo stato o le sono proprie o le sono mercennarie, aussiliarie o miste. [5] Le mercennarie e aussiliarie sono inutile e pericolose, e se uno tiene lo stato suo fondato in sulle arme mercennarie non starà mai fermo né sicuro, perché le sono disunite, ambiziose, sanza disciplina, infidele, gagliarde fra gli amici, fra ’ nimici vile, non timore di Dio, non fede con li òmini, e tanto si differisce la ruina quanto si differisce l’assalto, e nella pace se’ spogliato da loro, nella guerra da’ nimici. [6] La cagione di questo è che le non hanno altro amore né altra cagione che le tenga in campo che un poco di stipendio, il quale non è sufficiente a fare che voglino morire per te: [7] vogliono bene essere tua soldati mentre che tu non fai guerra, ma, come la guerra viene, o fuggirsi o andarsene. [8] La qual cosa doverrei durare poca fatica a persuadere, perché ora la ruina di Italia non è causata da altro che per essere in spazio di molti anni riposatasi in sulle armi mercennarie. [9] Le quali feciono già per alcuno qualche progresso e parevano gagliarde infra loro, ma come venne el forestiero, le monstrorono quello che elle erano, onde che a Carlo, re di Francia, fu licito pigliare la Italia col gesso, e chi diceva come e’ n’erano cagione e’ peccati nostri diceva el vero, ma non erano già quelli che credeva, ma questi che io ho narrati; e perché elli erano peccati di principi, ne hanno patito la pena ancora loro.

[10] Io voglio dimostrare meglio la infilicità di queste arme. E’ capitani mercennarii o sono òmini escellenti o no: se sono, non te ne puoi fidare, perché sempre aspireranno alla grandezza propria o con lo opprimere te che li se’ patrone, o con opprimere altri fuori della tua intenzione; ma se non è virtuoso, ti rovina per lo ordinario. [11] E se si responde che qualunque arà le arme in mano farà questo, o mercennario o no, replicherei come l’arme hanno a essere operate o da uno principe o da una republica: el principe debbe andare in persona e fare lui l’offizio del capitano; la republica ha a mandare sua cittadini; e quando ne manda uno che non riesca valente omo, debbe cambiarlo; e, quando sia, tenerlo con le leggi che non passi el segno. [12] E per esperienzia si vede a’ principi soli e republiche armate fare progressi grandissimi e alle arme mercennarie non fare mai se non danno; e con piú dificultà viene alla obedienzia di uno suo cittadino una republica armata di arme proprie che una armata di arme esterne. [13] Stettono Roma e Sparta molti secoli armate e libere; Svizzeri sono armatissimi e liberissimi. [14] Delle arme mercennarie antiche in exemplis sono Cartaginesi, li quali furono per essere oppressi da’ loro soldati mercennarii, finita la prima guerra con li Romani, ancora che Cartaginesi avessino per capi loro proprii cittadini. [15] Filippo macedone fu fatto da’ Tebani, dopo la morte di Epaminunda, capitano delle loro gente, e tolse loro, dopo la vittoria, la libertà. [16] Milanesi, morto el duca Filippo, soldorono Francesco Sforza contro a’ Viniziani; il quale, superati li inimici a Caravaggio, si congiunse con loro per opprimere e Milanesi, sua patroni. [17] Sforzo suo padre, sendo soldato della regina Giovanna di Napoli, la lasciò in un tratto disarmata, onde lei, per non perdere el regno, fu costretta gittarsi in grembo al re di Aragona. [18] E se Viniziani e Fiorentini hanno per lo adrieto cresciuto l’imperio loro con queste arme, e li loro capitani non se ne sono però fatti principi, ma li hanno difesi, respondo che Fiorentini in questo caso sono suti favoriti dalla sorte, perché, de’ capitani virtuosi de’ quali potevano temere, alcuni non hanno vinto, alcuni hanno avuto opposizione, altri hanno vòlto la ambizione loro altrove: [19] quello che non vinse fu Giovanni Aucut, del quale, non vincendo, non si poteva conoscere la fede, ma ognuno confesserà che, vincendo, stavano Fiorentini a sua discrezione; [20] Sforza ebbe sempre e’ Brac­ceschi contrarii, che guardorono l’uno l’altro; [21] Francesco volse l’ambizione sua in Lombardia, Braccio contro alla Chiesa e il regno di Napoli.

[22] Ma vegnamo a quello che è seguito poco tempo fa. Feciono Fiorentini Paulo Vitelli loro capitano, uomo prudentissimo e che di privata fortuna aveva presa grandissima reputazione: se costui espugnava Pisa, veruno fia che nieghi come conveniva a’ Fiorentini stare seco, perché, se fussi diventato soldato di loro nimici, non avevano remedio, e se lo tenevano, aveano a obedirlo. [23] De’ Viniziani, se si considerrà e progressi loro, si vedrà quelli avere securamente e gloriosamente operato mentre ferono la guerra loro proprii, che fu avanti che si volgessino con le imprese in terra, dove co’ gentili òmini e con la plebe armata operorono virtuosissimamente, ma come cominciorono a combattere in terra, lasciorono questa virtú e seguitorono e’ costumi di Italia; [24] e nel principio dello augumento loro in terra per non vi avere molto stato e per essere in grande reputazione, non aveano da temere molto de’ loro capitani; [25] ma come elli ampliorono, che fu sotto el Carmignola, ebbono uno saggio di questo errore, perché, vedutolo virtuosissimo, battuto che loro ebbono sotto el suo governo el duca di Milano, e conoscendo da altra parte come elli era raffreddo nella guerra, iudicorono non potere con lui piú vincere, perché non voleva, né potere licenziarlo, per non riperdere ciò che avevano acquistato; onde che furono necessitati, per assicurarsene, ammazzarlo. [26] Hanno dipoi avuto per loro capitani Bartolomeo da Bergamo, Ruberto da Sanseverino, conte di Pitigliano e simili, con li quali avevano a temere della perdita, non del guadagno loro, come intervenne poi a Vailà, dove in una giornata perderono quello che in 800 anni con tanta fatica avevano acquistato: perché da queste arme nascono solo e’ lenti, tardi e deboli acquisti, e le subite e miraculose perdite.

[27] E perché io sono venuto con questi essempli in Italia, la quale è stata governata molti anni dalle arme mercennarie, le voglio discorrere, e piú da alto, a ciò che, veduto l’origine e progressi di esse, si possa meglio correggerle. [28] Avete dunque a intendere come tosto che in questi ultimi tempi lo Imperio cominciò ad essere ributtato di Italia e che il papa nel temporale vi prese piú reputazione, si divise la Italia in piú stati, perché molte delle città grosse presono l’arme contro a’ loro nobili, li quali prima, favoriti dallo imperadore, le tenevano oppresse; e la Chiesa le favoriva per darsi reputazione nel temporale; di molte altre e’ loro cittadini ne diventorono principi. [29] Onde che, essendo venuta l’Italia quasi che nelle mani della Chiesa e di qualche republica, e essendo quelli preti e quelli altri cittadini usi a non conoscere arme, cominciorono a soldare forestieri. [30] El primo che dette reputazione a questa milizia fu Alberigo da Conio, romagnolo: dalla disciplina di costui discese intra li altri Braccio e Sforzo, che ne’ loro tempi furono arbitri di Italia. [31] Dopo questi vennono tutti li altri, che fino a’ nostri tempi hanno governato queste arme; e il fine della loro virtú è stato che Italia è stata corsa da Carlo, predata da Luigi, sforzata da Ferrando e vituperata da Svizzeri. [32] L’ordine ch’ellino hanno tenuto è stato prima, per dare reputazione a loro proprii, avere tolto reputazione alle fanterie: feciono questo perché, sendo sanza stato e in sulla industria, e’ pochi fanti non davono loro reputazione e li assai non potevono nutrire, e però si ridussono a’ cavalli, dove con numero sopportabile erono nutriti e onorati; e erono ridotte la cose in termine che uno essercito di ventimila soldati non si trovava dumila fanti. [33] Avevano oltre a questo usato ogni industria per levare a sé e a’ soldati la fatica e la paura, non si amazzando nelle zuffe, ma pigliandosi prigioni e sanza taglia, non traevono la notte alle terre, quelli della terra non traevono alle tende, non facevono intorno al campo né steccato né fossa; non campeggiavano el verno; [34] e tutte queste cose erano permesse ne’ loro ordini militari e trovati da loro per fuggire, come è ditto, e la fatica e e’ periculi: tanto che gli hanno condotta Italia stiava e vituperata.

XIII

De militibus auxiliariis, mixtis et propriis

[1] L’arme aussiliarie, che sono l’altre arme inutili, sono quando si chiama uno potente che con le arme sua ti venga a aiutare e defendere, come fece ne’ prossimi tempi papa Iulio; il quale, avendo visto nella impresa di Ferrara la trista pruova delle sua arme mercennarie, si volse alle aussiliarie e convenne con Ferrando, re di Spagna, che con le sua gente e esserciti dovesse aiutarlo. [2] Queste arme possono essere utile e buone per loro medesime, ma sono per chi le chiama quasi sempre dannose, perché, perdendo, rimani disfatto, vincendo, resti loro prigione. [3] E ancora che di questi essempli ne sieno piene l’antiche istorie, nondimanco io non mi voglio partire da questo essemplo fresco di Iulio II; el partito del quale non possé essere manco considerato, per volere Ferrara, cacciarsi tutto nelle mani d’uno forestiere, [4] ma la sua buona fortuna fece nascere una terza cosa acciò non cogliessi el frutto della sua mala elezione: perché, sendo li aussiliarii sua rotti a Ravenna e surgendo e’ Svizzeri, che cacciorono e’ vincitori fuora d’ogni opinione e sua e d’altri, venne a non rimanere prigione delli inimici, sendo fugati, né delli aussiliarii sua, avendo vinto con altre arme che con le loro. [5] Fiorentini, sendo al tutto disarmati, condussono diecimila franzesi a Pisa per espugnarla: per il quale partito portorono piú pericolo che in qualunque tempo de’ travagli loro. [6] Lo imperadore di Constantinopoli, per opporsi alli sua vicini, messe in Grecia diecimila turchi; li quali, finita la guerra, non se ne volsono partire, il che fu principio della servitú di Grecia con li infideli.

[7] Colui adunque che vuole non potere vincere, si vaglia di queste arme, perché sono molto piú pericolose che le mercennarie, [8] perché in queste è la ruina fatta: sono tutte unite, tutte volte alla obedienzia di altri; ma nelle mercennarie, ad offenderti, vinto che le hanno, bisogna piú tempo e maggiore occasione, non sendo tutto uno corpo e essendo trovate e pagate da te, nelle quali uno terzo che tu facci capo non può pigliare subito tanta auttorità che ti offenda. [9] Insomma, nelle mercennarie è piú pericolosa la ignavia, nelle aussiliarie, la virtú. [10] Uno principe pertanto savio sempre ha fuggito queste arme e voltosi alle proprie, e ha volsuto piú tosto perdere con li sua che vincere con li altri, iudicando non vera vittoria quella che con le arme aliene si acquistassi.

[11] Io non dubiterò mai di allegare Cesare Borgia e le sua azioni. Questo duca intrò in Romagna con le arme aussiliarie, conducendovi tutte gente franzese, e con quelle prese Imola e Furlí; ma non li parendo poi tale arme sicure, si volse alle mercennarie, iudicando in quelle manco pericolo e soldò li Orsini e Vitelli, le quali poi nel maneggiare trovando dubie e infideli e periculose, le spense e volsesi alle proprie; [12] e puossi facilmente vedere che differenzia è infra l’una e l’altra di queste arme, considerato che differenzia fu dalla reputazione del duca, quando aveva franzesi soli e quando aveva li Orsini e Vitelli, a quando rimase con li soldati sua e sopr’a se stesso; e sempre si troverrà accresciuta; né mai fu stimato assai, se non quando ciascuno vidde che lui era intero possessore delle sua arme.

[13] Io non mi volevo partire dalli essempli italiani e freschi, tamen non voglio lasciare indrieto Hyerone siracusano, sendo uno de’ soprannominati da me. [14] Costui, come io dissi, fatto da’ Siracusani capo delli esserciti, conobbe subito quella milizia mercennaria non essere utile per essere condottieri fatti come li nostri italiani; e parendoli non li possere tenere né lasciare, gli fece tutti tagliare a pezzi, e dipoi fece guerra con le arme sua e non con le aliene.

[15] Voglio ancora ridurre a memoria una figura del Testamento vecchio, fatta a questo proposito. [16] Offerendosi David a Saul di andare a combattere con Golia, provocatore filisteo, Saul, per darli animo, l’armò dell’arme sua: le quali come David ebbe indosso, recusò, dicendo con quelle non si potere bene valere di se stesso, e però voleva trovare el nimico con la sua fromba e con il suo coltello. [17] Infine, l’arme d’altri o le ti caggiono di dosso o le ti pesano o le ti stringano.

[18] Carlo VII, padre del re Luigi XI, avendo con la sua fortuna e virtú libera Francia dalli Inghilesi, conobbe questa necessità di armarsi di arme proprie e ordinò nel suo regno l’ordinanza delle gente d’arme e delle fanterie. [19] Dipoi el re Luigi suo figliuolo spense quella de’ fanti e cominciò a soldare Svizzeri: il quale errore, seguitato dalli altri, è, come si vede ora in fatto, cagione de’ pericoli di quello regno, [20] perché, avendo dato reputazione a Svizzeri, ha invilito tutte l’arme sua, perché le fanterie ha spento e le sua gente d’arme ha obligato alle arme d’altri, perché, sendo assuefatte a militare con Svizzeri, non pare loro di potere vincere sanza essi. [21] Di qui nasce che Franzesi contro a Svizzeri non bastano e sanza Svizzeri contro a altri non pruovano. [22] Sono dunque stati fatti li esserciti di Francia misti, parte mercennarii e parte proprii: le quali arme tutte insieme sono molto migliori che le semplici aussiliarie o semplice mercennarie, e molto inferiore alle proprie. [23] E basti lo essemplo detto, perché el regno di Francia sarebbe insuperabile, se l’ordine di Carlo era accresciuto o preservato; ma la poca prudenzia delli òmini comincia una cosa che, per sapere allora di buono, non si accorge del veleno che vi è sotto, come io dissi di sopra delle febbre etiche. [24] Pertanto, colui che è in uno principato e non conosce e’ mali quando nascono, non è veramente savio, e questo è dato a pochi; [25] e se si considerassi la prima ruina dello imperio romano, si troverrà essere suto solo cominciare a soldare e’ Goti, perché da quello principio cominciorono a enervare le forze dello imperio romano; e tutta quella vir­tú che si levava da lui si dava a loro.

[26] Concludo adunque che, sanza avere arme proprie, nessuno principato è sicuro, anzi è tutto obligato alla fortuna, non avendo virtú che nelle avversità lo difenda; e fu sempre opinione e sentenzia delli òmini savi «quod nihil sit tam infirmum aut instabile quam fama potentiae non sua vi nixa»; [27] e l’arme proprie son quelle che sono composte o di sudditi o di cittadini o di creati tua, tutte l’altre sono o mercennarie o aussiliarie. E il modo a ordinare l’arme proprie sarà facile a trovare, se si discorrerà li ordini de’ quattro soprannominati da me e se si vedrà come Filippo, padre di Alessandro Magno, e come molte republiche e principi si sono armati e ordinati: a’ quali ordini io al tutto mi rimetto.

XIV

Quod principem deceat circa militiam

[1] Debbe dunque uno principe non avere altro obietto né altro pensiero, né prendere cosa alcuna per sua arte fuora della guerra e ordini e disciplina di essa, perché quella è sola arte che si aspetta a chi comanda, e è di tanta virtú che non solamente mantiene quelli che sono nati principi, ma molte volte fa li òmini di privata fortuna salire a quel grado, [2] e per avverso si vede che, quando e’ principi hanno pensato piú alle delicatezze che alle arme, hanno perso lo stato loro; e la prima cagione che ti fa perdere quello è negligere questa arte, e la cagione che te lo fa acquistare è lo essere professo di questa arte. [3] Francesco Sforza, per essere armato, di privato diventò duca di Milano, e’ figliuoli, per fuggire e’ disagi delle armi, di duchi diventorono privati, [4] perché, intra le altre cagioni che ti arreca di male, lo essere disarmato ti fa contemnendo; la quale è una di quelle infamie dalle quali el principe si debbe guardare, come di sotto si dirà, [5] perché da uno armato a uno disarmato non è proporzione alcuna e non è ragionevole che chi è armato obedisca volentieri a chi è disarmato e che il disarmato stia sicuro intra servitori armati, perché, sendo nell’uno sdegno e nell’altro sospetto, non è possibile operino bene insieme; [6] e però uno principe che della milizia non si intenda, oltre alle altre infelicità, come è ditto, non può essere stimato da’ sua soldati né fidarsi di loro. [7] Debbe pertanto mai levare el pensiero da questo essercizio della guerra e nella pace vi si debba piú essercitare che nella guerra; il che può fare in dua modi: l’uno con le opere, e l’altro con la mente; [8] e, quanto alle opere, oltre al tenere bene ordinati e essercitati li sua, debbe stare sempre in sulle cacce e mediante quelle assuefare el corpo a’ disagi e parte imparare la natura de’ siti e conoscere come surgono e’ monti, come imboccano le valle, come iaciono e’ piani, e intendere la natura de’ fiumi e de’ paduli, e in questo porre grandissima cura. [9] La quale cognizione è utile in dua modi: prima, s’impara a conoscere i suoi paesi e puoi meglio intendere le difese di essi; dipoi, mediante la cognizione e pratica di quelli, con facilità comprendere ogni altro sito, che di nuovo ti sia necessario speculare, perché li poggi, le valli, e’ piani, e’ fiumi, e’ paduli che sono, verbigratia, in Toscana hanno con quelli dell’altre province certa similitudine, talché dalla cognizione del sito di una provincia si può facilmente venire alla cognizione dell’altre, [10] e quel principe che manca di questa perizia, manca della prima parte che vuole avere uno capitano, perché questa insegna trovare el nimico, pigliare li alloggiamenti, condurre li esserciti, ordinare le giornate, campeggiare le terre con tuo vantaggio.

[11] Filopomene, principe delli Achei, intra le altre laude che dalli scrittori li sono date, è che ne’ tempi della pace non pensava mai se non a’ modi della guerra, e quando era in campagna con li amici, spesso si fermava e ragionava con quelli: [12] «Se li inimici fussino in su quel colle e noi ci trovassimo qui co’ nostri cavagli, chi di noi arebbe vantaggio? Come si potrebbe ire securamente a trovarli servando li ordini? Se noi volessimo ritirarci, come aremo a fare? Se loro si ritirassino, come aremo a seguirli?». [13] E proponeva loro, andando, tutti e’ casi che in uno essercito possono occorrere, intendeva la opinione loro, diceva la sua, corroboravala con le ragioni, talché per queste continue cogitazioni non posseva mai, guidando li esserciti, nascere accidente alcuno che lui non avesse el remedio.

[14] Ma quanto allo essercizio della mente, debbe el principe leggere le istorie e in quelle considerare le azioni delli òmini escellenti, vedere come si sono governati nelle guerre, essaminare le vittorie e perdite loro da che causa le procedano, per potere queste fuggire e quelle imitare, e soprattutto fare come ha fatto per l’adrieto qualche uomo escellente, che ha preso a imitare se alcuno innanzi a lui è stato laudato e gloriato, e di quello ha tenuto sempre e’ gesti e azioni apresso di sé, come si dice che Alessandro Magno imitava Achille, Cesare Alessandro, Scipione Ciro; [15] e qualunque legge la vita di Ciro scritta da Senofonte, riconosce dipoi nella vita di Scipione quanto quella imitazione li fu di gloria e quanto nella castità, affabilità, umanità, liberalità Scipione si conformassi con quelle cose che di Ciro da Senofonte sono sute scritte.

[16] Questi simili modi debbe osservare uno principe savio e mai ne’ tempi pacifici stare ocioso, ma con industria farne capitale per potersene valere nelle avversità acciò che, quando si muta, la fortuna lo truovi parato a resisterle.

XV

De his rebus quibus homines et praesertim principes laudantur aut vituperantur

[1] Resta ora a vedere quali debbano essere e’ modi e governi di uno principe co’ sudditi o con li amici. [2] E perché io so che molti di questo hanno scritto, dubito, scrivendone ancora io, non essere tenuto prosuntuoso, partendomi massime nel disputare questa materia dalli ordini delli altri; [3] ma, sendo l’intento mio, scrivere cosa utile a chi la intende, mi è parso piú conveniente andare drieto alla verità effettuale della cosa che alla immaginazione di essa. [4] E molti si sono immaginati republiche e principati, che non si sono mai visti né conosciuti essere in vero, [5] perché elli è tanto discosto da come si vive a come si doverrebbe vivere, che colui che lascia quello che si fa per quello che si doverrebbe fare, impara piú presto la ruina che la preservazione sua, perché uno omo che voglia fare in tutte le parte professione di buono conviene che ruini fra tanti che non sono buoni. [6] Onde è necessario a uno principe, volendosi mantenere, imparare a potere essere non buono e usarlo e non usarlo secondo la necessità.

[7] Lasciando adunque indrieto le cose circa uno principe immaginate e discorrendo quelle che sono vere, dico che tutti li òmini, quando se ne parla, e massime e’ principi, per essere posti piú alti, sono notati di alcune di queste qualità, che arrecano loro o biasimo o laude. [8] E questo è che alcuno è tenuto liberale, alcuno misero, usando uno termine toscano, perché ‘avaro’ in nostra lingua è ancora colui che per rapina desidera di avere, ‘misero’ chiamiamo noi quello che si astiene troppo di usare il suo; alcuno è tenuto donatore, alcuno rapace; alcuno crudele, alcuno pietoso; [9] l’uno fedifrago, l’altro fedele; l’uno efeminato e pusillanime, l’altro feroce e animoso; l’uno umano, l’altro superbo; l’uno lascivo, l’altro casto; l’uno intero, l’altro astuto; l’uno duro, l’altro facile; l’uno grave, l’altro leggieri; l’uno religioso, l’altro incredulo; e simili. [10] E io so che ciascuno confesserà che sarebbe laudabilissima cosa a uno principe trovarsi di tutte le soprascritte qualità quelle che sono tenute buone; [11] ma perché non si possono avere né interamente osservare, per le condizioni umane che non lo consentono, li è necessario essere tanto prudente che sappia fuggire l’infamia di quelle che li torrebbano lo stato, e da quelle che non gnene tolgano guardarsi, se elli è possibile, ma, non possendo, vi si può con meno respetto lasciare andare; [12] e etiam non si curi di incorrere nella fama di quelli vizii, sanza quali possa difficilmente salvare lo stato, perché, se si considerrà bene tutto, si troverrà qualche cosa che parrà virtú e, seguendola, sarebbe la ruina sua, e qualcuna altra che parrà vizio e, seguendola, ne riesce la securtà e il bene essere suo.

XVI

De liberalitate et parsimonia

[1] Cominciandomi adunque alle prime soprascritte qualità, dico come sarebbe bene essere tenuto liberale; [2] nondimanco la liberalità, usata in modo che tu sia tenuto, ti offende, perché, se ella si usa virtuosamente e come ella si debbe usare, la non fia conosciuta, e non ti cascherà l’infamia del suo contrario; e però, a volersi mantenere infra li òmini el nome del liberale, è necessario non lasciare indrieto alcuna qualità di somptuosità, talmente che sempre uno principe cosí fatto consumerà in simili opere tutte le sua facultà, [3] e sarà necessitato alla fine, se si vorrà mantenere el nome di liberale, gravare e’ populi estraordinariamente e essere fiscale e fare tutte quelle cose che si possono fare per avere danari; il che comincerà a farlo odioso con sudditi e poco stimare da nessuno, diventando povero, [4] in modo che con questa sua liberalità avendo offeso li assai e premiato e’ pochi, sente ogni primo disagio e periclita in qualunque primo periculo; il che conoscendo lui e volendosene ritrarre, incorre subito nella infamia del misero. [5] Uno principe adunque, non potendo usare questa virtú del liberale sanza suo danno in modo che la sia conosciuta, debbe, s’elli è prudente, non si curare del nome del misero, perché col tempo sarà tenuto sempre piú liberale, veggendo che con la sua parsimonia le sua intrate li bastano, può defendersi da chi li fa guerra, può fare imprese sanza gravare e’ populi, [6] talmente che viene ad usare liberalità a tutti quelli a chi non toglie, che sono infiniti, e miseria a tutti coloro a chi non dà, che sono pochi.

[7] Ne’ nostri tempi noi non abbiamo veduto fare gran cose se non a quelli che sono stati tenuti miseri, li altri essere spenti. [8] Papa Iulio II, come si fu servito del nome del liberale per aggiugnere al papato, non pensò poi a mantenerselo, per potere fare guerra [9] al re di Francia; e ha fatto tante guerre sanza porre uno dazio estraordinario a’ sua, perché alle superflue spese ha sumministrato la lunga parsimonia sua. [10] El re di Spagna presente, se fussi tenuto liberale, non arebbe fatto né vinto tante imprese. [11] Pertanto uno principe debbe essistimare poco, per non avere a rubare e’ sudditi, per potere defendersi, per non diventare povero e contennendo, per non essere forzato di diventare rapace, di incorrere nel nome del misero, perché questo è uno di quelli vizii che lo fanno regnare; [12] e se alcuno dicessi: «Cesare con la liberalità pervenne allo imperio e molti altri per essere stati e essere tenuti liberali sono venuti a gradi grandissimi», respondo: «o tu se’ principe fatto, o tu se’ in via di acquistarlo: [13] nel primo caso, questa liberalità è dannosa; nel secondo, è bene necessario essere tenuto liberale; e Cesare era uno di quelli che voleva pervenire al principato di Roma; ma se, poi che vi fu venuto, fussi sopravvissuto e non si fussi temperato da quelle spese, arebbe destrutto quello imperio. [14] E se alcuno replicassi: «molti sono stati principi e con li esserciti hanno fatto gran cose, che sono stati tenuti liberalissimi», ti respondo: «o el principe spende del suo e de’ sua sudditi, o di quello d’altri; [15] nel primo caso, debbe essere parco; nell’altro, non debbe lasciare indrieto alcuna parte di liberalità; [16] e quello principe che va con li esserciti, che si pasce di prede, di sacchi e di taglie, maneggia quel di altri, li è necessaria questa liberalità, altrimenti non sarebbe seguito da’ soldati, [17] e di quello che non è tuo o di sudditi tua si può essere piú largo donatore, come fu Ciro, Cesare e Alessandro, perché lo spendere quel d’altri non ti toglie reputazione, ma te n’aggiugne; solamente lo spendere el tuo è quello che ti nuoce; [18] e non ci è cosa che consumi se stessa quanto la liberalità, la quale mentre che tu usi, perdi la facultà di usarla, e diventi o povero e contennendo, o, per fuggire la povertà, rapace e odioso. [19] E intra tutte le cose di che uno principe si debbe guardare è lo essere contennendo e odioso, e la liberalità a l’una e l’altra cosa ti conduce. [20] Pertanto è piú sapienzia a tenersi el nome del misero, che partorisce una infamia sanza odio, che, per volere el nome del liberale, essere necessitato incorrere nel nome di rapace, che partorisce una infamia con odio».

XVII

De crudelitate et pietate et an sit melius amari quam timeri vel e contra

[1] Scendendo appresso alle altre parte e qualità preallegate da me, dico che ciascuno principe debbe desiderare di essere tenuto piatoso e non crudele; nondimanco debbe avvertire di non usare male questa pietà. [2] Era tenuto Cesare Borgia crudele, nondimanco quella sua crudeltà aveva racconcia la Romagna, unitola, ridottola in pace e in fede; [3] il che se si considerrà bene, si vedrà quello essere stato molto piú pietoso che il populo fiorentino, il quale, per fuggire el nome di crudele, lasciò destruggere Pistoia. [4] Debbe pertanto uno principe non si curare della infamia di crudele per tenere e’ sudditi sua uniti e in fede, perché con pochissimi essempli sarà piú pietoso che quelli e’ quali, per troppa pietà, lasciono seguire e’ disordini, di che ne nasca occisioni o rapine, perché queste sogliono offendere una universalità intera, e quelle essecuzioni che vengono dal principe offendono uno particulare. [5] E infra tutti e’ principi, al principe nuovo è impossibile fuggire el nome di crudele per essere li stati nuovi pieni di pericoli; [6] e Virgilio nella bocca di Didone dice: «Res dura et regni novitas me talia cogunt / moliri et late fines custode tueri»; [7] nondimanco debbe essere grave al credere e al muoversi, né si fare paura da se stesso, e procedere in modo temperato con prudenzia e umanità, che la troppa confidenzia non lo facci incauto e la troppa diffidenzia non lo renda intollerabile.

[8] Nasce da questo una disputa, s’elli è meglio essere amato che temuto o econverso. [9] Respondesi che si vorrebbe essere l’uno e l’altro; ma perché elli è difficile accozzarli insieme, è molto piú sicuro essere temuto che amato, quando si abbi a mancare dell’uno de’ dua, [10] perché delli òmini si può dire questo generalmente, che sieno ingrati, volubili, simulatori, fuggitori de’ pericoli, cupidi di guadagno, e, mentre fai loro bene, sono tutti tua, offeronti el sangue, la roba, la vita, e’ figliuoli, come di sopra dissi, quando el bisogno è discosto, ma, quando ti si appressa, e’ si rivoltano; e quel principe che si è tutto fondato in sulle parole loro, trovandosi nudo di altre preparazioni, rovina, [11] perché le amicizie che si acquistono col prezzo e non con grandezza e nobilità di animo, si meritano, ma elle non si hanno, e a’ tempi non si possano spendere e li òmini hanno meno respetto ad offendere uno che si facci amare che uno che si facci temere, perché l’amore è tenuto da uno vinculo di obligo, il quale, per essere li òmini tristi, da ogni occasione di propria utilità è rotto, ma il timore è tenuto da una paura di pena, che non ti abandona mai.

[12] Debbe nondimanco el principe farsi temere in modo che se non acquista lo amore, che fugga l’odio, perché può molto bene stare insieme essere temuto e non odiato; [13] il che farà sempre, quando si astenga dalla roba de’ sua cittadini e de’ sua sudditi e dalle donne loro; e quando pure li bisognassi procedere contro al sangue di alcuno, farlo quando vi sia iustificazione conveniente e causa manifesta, [14] ma soprattutto astenersi dalla roba d’altri perché li òmini sdimenticano piú presto la morte del padre che la perdita del patrimonio; dipoi le cagioni del tôrre la roba non mancono mai e sempre colui che comincia a vivere con rapina truova cagione di occupare quello d’altri, e per avverso contro al sangue sono piú rare e mancono piú presto.

[15] Ma quando el principe è con li esserciti e ha in governo multitudine di soldati, allora al tutto è necessario non si curare del nome di crudele, perché sanza questo nome non si tenne mai essercito unito né disposto a alcuna fazione. [16] Intra le mirabili azioni di Anibale si connumera questa, che, avendo uno essercito grossissimo, misto di infinite generazioni di òmini, condotto a militare in terre aliene, non vi surgessi mai alcuna dissensione né infra loro né contro al principe cosí nella cattiva come nella sua buona fortuna; [17] il che non possé nascere da altro che da quella sua inumana crudeltà, la quale, insieme con infinite sua virtú, lo fece sempre nel cospetto de’ sua soldati venerando e terribile; [18] e sanza quella, a fare quello effetto, le altre sua virtú non li bastavano; e li scrittori in questo poco considerati dall’una parte ammirano questa sua azione, dall’altra dannono la principale cagione di essa. [19] E che sia vero che l’altre sua virtú non sarebbano bastate, si può considerare in Scipione, rarissimo non solamente ne’ tempi sua, ma in tutta la memoria delle cose che si fanno, dal quale li esserciti sua in Ispagna si rebellorono, il che non nacque da altro che dalla troppa sua pietà, la quale aveva data a’ sua soldati piú licenzia che alla disciplina militare non si conveniva. [20] La qual cosa li fu da Fabio Massimo in Senato rimproverata e chiamato da lui corruttore della romana milizia. [21] E’ Locrensi, sendo stati da uno legato di Scipione destrutti, non furono da lui vendicati, né la insolenzia di quello legato corretta, nascendo tutto da quella sua natura facile, talmente che, volendolo alcuno in Senato escusare, disse come elli erano molti òmini che sapevano meglio non errare che correggere li errori di altri; [22] la qual natura arebbe col tempo violato la fama e la gloria di Scipione, se elli avessi con essa perseverato nello imperio; ma, vivendo sotto el governo del Senato, questa sua qualità dannosa, non solum si nascose, ma li fu a gloria.

[23] Concludo adunque, tornando allo essere temuto e amato, che, amando li òmini a posta loro e temendo a posta del principe, debbe uno principe savio fondarsi in su quello che è suo, non in su quello che è d’altri; debbe solamente ingegnarsi di fuggire lo odio, come è ditto.

XVIII

Quomodo fides a principibus sit servanda

[1] Quanto sia laudabile in uno principe mantenere la fede e vivere con integrità e non con astuzia, ciascuno lo intende; nondimanco si vede per esperienzia ne’ nostri tempi quelli principi avere fatto grandi cose, che della fede hanno tenuto poco conto e che hanno saputo con la astuzia aggirare e’ cervelli delli òmini, e alla fine hanno superato quelli che si sono fondati in sulla lealtà.

[2] Dovete adunque sapere come sono dua generazione di combattere, l’uno con le legge, l’altro con la forza: [3] quel primo è proprio dello uomo, quel secondo delle bestie; [4] ma perché el primo molte volte non basta, bisogna ricorrere al secondo: pertanto a uno principe è necessario sapere bene usare la bestia e lo uomo. [5] Questa parte è suta insegnata a’ principi copertamente dalli antiqui scrittori, li quali scrivono come Achille e molti altri di quelli principi antichi furono dati a nutrire a Chirone centauro, che sotto la sua disciplina li costudissi; [6] il che non vuol dire altro, avere per precettore uno mezzo bestia e mezzo omo, se non che bisogna a uno principe sapere usare l’una e l’altra natura, e l’una sanza l’altra non è durabile.

[7] Sendo adunque uno principe necessitato sapere bene usare la bestia, debbe di quelle pigliare la golpe e il lione, perché el lione non si difende da’ lacci, la golpe non si difende da’ lupi. Bisogna adunque essere golpe a conoscere e’ lacci, e lione a sbigottire e’ lupi: coloro che stanno semplicemente in sul lione non se ne intendano. [8] Non può pertanto uno signore prudente né debbe osservare la fede, quando tale osservanzia li torni contro e che sono spente le cagioni che la feciono promettere; [9] e se li òmini fussino tutti buoni, questo precetto non sarebbe buono, ma perché sono tristi e non la osserverebbano a te, tu etiam non la hai a osservare a loro. Né mai a uno principe mancorono cagioni legittime da colorare la inosservanzia. [10] Di que­sto se ne potrebbe dare infiniti essempli moderni e mostrare quante pace, quante promesse sono state fatte irrite e vane per la infidelità de’ principi; e quello che ha saputo meglio usare la golpe è meglio capitato; [11] ma è necessario, questa natura, saperla bene colorare e essere gran simulatore e dissimulatore; e sono tanto semplici li òmini e tanto obediscano alle necessità presenti, che colui che inganna trover­rà sempre chi si lascerà ingannare. [12] Io non voglio, delli essempli freschi, tacerne uno: Alessandro VI non fece mai altro, non pen­sò mai a altro che a ingannare òmini, e sempre trovò subietto da poterlo fare, e non fu mai omo che avessi maggiore efficacia in asseverare e con maggiori giuramenti affermassi una cosa che l’osservassi meno; nondimeno sempre li succederono l’inganni ad votum, perché conosceva bene questa parte del mondo.

[13] A uno principe adunque non è necessario avere tutte le soprascritte qualità, ma è bene necessario parere d’averle; anzi, ardirò di dire questo, che, avendole e osservandole sempre, sono dannose, e parendo di averle, sono utile, come parere pietoso, fedele, umano, intero, relligioso e essere, ma stare in modo edificato con l’animo che, bisognando non essere, tu possa e sappi mutare el contrario. [14] E hassi a intendere questo, che uno principe, e massime uno principe nuovo, non può osservare tutte quelle cose per le quali li òmini sono tenuti buoni, sendo spesso necessitato, per mantenere lo stato, operare contro alla fede, contro alla carità, contro alla umanità, contro alla relligione; [15] e però bisogna che elli abbi uno animo disposto a volgersi secondo che e’ venti della fortuna e la variazione delle cose li comandano, e, come di sopra dissi, non partirsi dal bene potendo, ma sapere intrare nel male necessitato.

[16] Debbe adunque avere uno principe grande cura che non li esca mai di bocca una cosa che non sia piena delle soprascritte qualità, e paia a vederlo e udirlo tutto pietà, tutto fede, tutto integrità, tutto religione; e non è cosa piú necessaria a parere di avere che questa ultima qualità; [17] e li òmini in universali iudicano piú alli occhi che alle mani, perché tocca a vedere a ognuno, a sentire a pochi: ognuno vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu se’, e quelli pochi non ardiscano opporsi alle opinioni di molti che abbino la maestà dello stato che li difenda; e nelle azioni di tutti li òmini, e massime de’ principi, dove non è iudizio da reclamare, si guarda al fine.

[18] Facci dunque uno principe di vincere e mantenere lo stato: e’ mezzi sempre saranno iudicati onorevoli e da ciascuno laudati, perché el vulgo ne va preso con quello che pare e con lo evento della cosa, e nel mondo non è se non vulgo e li pochi non ci hanno luogo, quando li assai hanno dove appoggiarsi. [19] Alcuno principe de’ presenti tempi, quale non è bene nominare, non predica mai altro che pace e fede, e dell’una e della altra è inimicissimo; e l’una e l’altra quando e’ l’avessi osservata, li arebbe piú volte tolto e la reputazione e lo stato.

XIX

De contemptu et odio fugiendo

[1] Ma perché circa le qualità di che di sopra si fa menzione, io ho parlato delle piú importanti, l’altre voglio discorrere brevemente sotto queste generalità, che el principe pensi, come di sopra in parte è ditto, di fuggire quelle cose che lo faccino odioso o contemnendo; e qualunche volta fuggirà questo, arà adempiuto le parti sua e non troverrà nelle altre infamie periculo alcuno. [2] Odioso lo fa soprattutto, come io dissi, lo essere rapace e usurpatore della roba e delle donne de’ sudditi, di che si debbe astenere; [3] e qualunque volta alle universalità delli òmini non si toglie né roba né onore, vivono contenti, e solo si ha a combattere con la ambizione di pochi, la quale in molti modi e con facilità si rafrena. [4] Contemnendo lo fa essere tenuto vario, leggieri, efeminato, pusillanime, inresoluto: da che uno principe si debbe guardare come da uno scoglio e ingegnarsi che nelle azioni sua si riconosca grandezza, animosità, gravità, fortezza, e circa ’ maneggi privati de’ sudditi volere che la sua sentenzia sia inrevocabile, e si mantenga in tale opinione che alcuno non pensi né a ingannarlo né a aggirarlo. [5] Quel principe che dà di sé questa opinione è reputato assai; e contro a chi è reputato con dificultà si congiura, con dificultà è assaltato, purché s’intenda che sia escellente e reverito da’ sua, [6] perché uno principe debbe avere dua paure, una dentro per conto de’ sudditi, l’altra di fuora per conto de’ potentati esterni: [7] da questa si difende con le buone arme e con li buoni amici, e sempre, se arà buone arme, arà buoni amici; [8] e sempre staranno ferme le cose di dentro, quando stieno ferme quelle di fuora, se già le non fussino perturbate da una congiura; e quando pure quelle di fuora movessino, s’elli è ordinato e vissuto come ho ditto, quando non si abandoni, sempre sosterrà ogni impeto, come io dissi che fece Nabide spartano. [9] Ma circa sudditi, quando le cose di fuora non muovino, si ha a temere che non coniurino secretamente: di che el principe si assicura assai, fuggendo lo essere odiato o disprezzato e tenendosi el populo satisfatto di lui; il che è necessario conseguire, come di sopra a lungo si disse. [10] E uno de’ piú potenti remedii che abbia uno principe contro alle coniure è non essere odiato dallo universale, perché sempre chi congiura crede con la morte del principe satisfare al populo; ma quando creda offenderlo, non piglia animo a prendere simile partito, [11] perché le dificultà che sono dalla parte de’ congiuranti sono infinite; e per esperienzia si vede molte essere state le coniure e poche avere avuto buon fine, [12] perché chi coniura non può essere solo, né può prendere compagnia se non di quelli che creda essere mal contenti; e subito che a uno mal contento tu hai scoperto l’animo tuo, li dai materia a contentarsi, perché manifestamente lui ne può sperare ogni commodità, talmente che, veggendo el guadagno fermo da questa parte e dall’altra veggendolo dubio e pieno di periculo, conviene bene o che sia raro amico o che sia al tutto ostinato inimico del principe, a osservarti la fede. [13] E per ridurre la cosa in brevi termini, dico che dalla parte del coniurante non è se non paura, gelosia, sospetto di pena che lo sbigottisce, ma dalla parte del principe è la maestà del principato, le leggi, le difese delli amici e dello stato, che lo difendano: [14] talmente che, aggiunto a tutte queste cose la benivolenzia populare, è impossibile che alcuno sia sí temerario che congiuri, perché per lo ordinario dove uno coniurante ha a temere, innanzi alla essecuzione, del male, in questo caso debbe temere ancora poi, avendo per inimico el populo, seguito lo escesso, né potendo per questo sperare refugio alcuno. [15] Di questa materia se ne potria dare infiniti essempli, ma voglio solo essere contento di uno seguíto alla memoria de’ padri nostri. [16] Messere Anibale Bentivogli, avolo del presente messere Anibale, che era principe in Bologna, sendo da’ Canneschi, che coniurorono contro di lui, amazzato, né rimanendo di lui altri che messer Giovanni, che era in fasce, subito dopo tale omicidio si levò el populo e amazzò tutti e Canneschi: [17] il che nacque dalla benivolenzia populare, che la casa de’ Bentivogli aveva in quelli tempi in Bologna; la quale fu tanta che, non vi restando di quella alcuno che potessi, morto Anibale, reggere lo stato, e avendo indizio come in Firenze era uno nato de’ Bentivogli, che si teneva fino allora figliuolo d’uno fabbro, vennono e’ Bolognesi per quello in Firenze e li dettono el governo di quella città, la quale fu governata da lui fino a tanto che messer Giovanni pervenissi in età conveniente al governo. [18] Concludo pertanto che uno principe debbe tenere delle congiure poco conto, quando el populo li sia benivolo; ma quando li sia inimico e abbilo in odio, debbe temere d’ogni cosa e d’ognuno.

[19] E li stati bene ordinati e li principi savi hanno con ogni diligenzia pensato di non desperare e’ grandi e di satisfare al populo e tenerlo contento, perché questa è una delle piú importanti materie che abbia uno principe. [20] Intra ’ regni bene ordinati e governati a’ tempi nostri è quello di Francia, e in esso si truovano infinite constituzione buone, donde depende la libertà e sicurtà del re; delle quale la prima è il parlamento e la sua auttorità. [21] Perché quello che ordinò quello regno, conoscendo l’ambizione de’ potenti e la insolenzia loro, e iudicando essere loro necessario uno freno in bocca che li correggessi, e dall’altra parte conoscendo l’odio dello universale contra a’ grandi fondato in sulla paura, e volendo assicurarli, non volle che questa fussi particulare cura del re, per torli quel carico che potessi avere co’ grandi favorendo li populari, e co’ populari favorendo e’ grandi; [22] e però constituí uno iudice terzo che fussi quello che sanza carico del re battessi e’ grandi e favorissi e’ minori; né poté essere questo ordine migliore né piú prudente, né che sia maggiore cagione della securtà del re e del regno. [23] Di che si può trarre un altro notabile, che li principi debbono le cose di carico fare subministrare a altri, quelle di grazia a loro medesimi. [24] Di nuovo concludo che uno principe debbe stimare e’ grandi, ma non si fare odiare dal populo.

[25] Parrebbe forse a molti, considerato la vita e morte di alcuno imperadore romano, che fussino essempli contrarii a questa mia opinione, trovando alcuno essere vissuto sempre egregiamente e monstro grande virtú d’animo, nondimeno avere perso l’imperio o vero essere stato morto da’ sua, che li hanno coniurato contro. [26] Volendo pertanto rispondere a queste obiezioni, discorrerò le qualità di alcuni imperadori, monstrando le cagioni della loro ruina non disforme da quello che da me si è addutto; e parte metterò in considerazione quelle cose che sono notabili a chi legge le azioni di quelli tempi; [27] e voglio mi basti pigliare tutti quelli imperadori, che succederono allo imperio, da Marco filosofo a Massimino, li quali furono Marco, Commodo suo figliuolo, Pertinace, Giuliano, Severo, Antonino, Caracalla suo figliuolo, Macrino, Eliogabalo, Alessandro e Massimino. [28] E è prima da notare che, dove nelli altri principati si ha solo a contendere con la ambizione de’ grandi e insolenzia de’ populi, li ’mperatori romani avevano una terza difficultà, di avere a sopportare la crudeltà e avarizia de’ soldati. [29] La qual cosa era sí dificile, che la fu cagione della ruina di molti, sendo dificile satisfare a’ soldati e a’ populi, perché e’ populi amavano la quiete, e per questo amavono e’ principi modesti, e li soldati amavano el principe che fussi d’animo militare e che fussi insolente, crudele e rapace; le quali cose volevano che lui essercitassi ne’ populi per potere avere duplicato stipendio e sfogare la loro avarizia e crudeltà. [30] Le quali cose feciono che quelli imperadori, che per natura o per arte non aveano una grande reputazione, tale che con quella tenessino l’uno e l’altro in freno, sempre ruinavono; [31] e li piú di loro, massime quelli che come òmini nuovi venivano al principato, conosciuta l’avversità di questi dua umori, si volgevano a satisfare a’ soldati, stimando poco lo iniuriare el populo; [32] el quale partito era necessario, perché, non potendo e’ principi mancare di non essere odiati da qualcuno, si debbano prima forzare di non essere odiati dalla universalità; e, quando non possono conseguire questo, si debbono ingegnare con ogni industria fuggire l’odio di quelle università che sono piú potenti. [33] E però quelli imperadori che per novità avevono bisogno di favori estraordinarii, si aderivano a’ soldati piú tosto che a’ populi: il che tornava loro nondimeno utile o no secondo che quel principe si sapeva mantenere reputato con loro.

[34] Da queste cagioni sopraditte nacque che Marco, Pertinace e Alessandro, sendo tutti di modesta vita, amatori della giustizia, inimici della crudeltà, umani, benigni, ebbono tutti, da Marco in fuora, tristo fine: [35] Marco solo visse e morí onoratissimo, perché lui succedé allo imperio iure hereditario e non aveva a riconoscere quello né da’ soldati né da’ populi; dipoi, sendo accompagnato da molte virtú che lo facevano venerando, tenne sempre, mentre che visse, l’uno ordine e l’altro intra ’ termini sua e non fu mai né odiato né disprezzato. [36] Ma Pertinace, creato imperadore contro alla voglia de’ soldati, li quali sendo usi a vivere licenziosamente sotto Commodo, non poterono sopportare quella vita onesta alla quale Pertinace li voleva ridurre, onde, avendosi creato odio e a questo odio aggiunto el disprezzo, sendo vecchio, ruinò ne’ primi principii della sua amministrazione. [37] E qui si debbe notare che l’odio s’acquista cosí mediante le buone opere come le triste; e però, come io dissi di sopra, uno principe, volendo mantenere lo stato, è spesso forzato a non essere buono, [38] perché, quando quella università, o populo o soldati o grandi che si sieno, della quale tu iudichi avere per mantenerti bisogno, è corrotta, ti conviene seguire l’umore suo per satisfarle; e allora le buone opere ti sono nimiche. [39] Ma vegnamo a Alessandro. Il quale fu di tanta bontà che, intra l’altre laude che li sono attribuite, è questa, che in 14 anni che tenne l’imperio, non fu mai morto da lui alcuno iniudicato; nondimanco, sendo tenuto efeminato e uomo che si lasciassi governare alla madre, e per questo venuto in disprezzo, conspirò in lui l’essercito e amazzollo.

[40] Discorrendo ora per opposito le qualità di Commodo, di Severo, di Antonino Caracalla e Massimino, li troverrete crudelissimi e rapacissimi: li quali, per satisfare a’ soldati, non perdonorono a alcuna qualità di ingiuria che ne’ populi si potesse commettere; [41] e tutti, escetto Severo, ebbono tristo fine, perché in Severo fu tanta virtú che, mantenendos’i soldati amici, ancora ch’e’ populi fussino da lui gravati, possé sempre regnare felicemente, perché quelle sua virtú lo facevano nel conspetto de’ soldati e de’ populi sí mirabile che questi si rimanevano quodammodo attoniti e stupidi, e quelli altri reverenti e satisfatti.

[42] E perché le azioni di costui furono grandi in uno principe nuovo, io voglio mostrare brevemente quanto bene seppe usare la persona della golpe e del lione, le quali nature io dico di sopra essere necessarie imitare a uno principe. [43] Conosciuto Severo la ignavia di Iuliano imperadore, persuase al suo essercito, del quale era in Stiavonia capitano, che elli era bene andare a Roma a vendicare la morte di Pertinace, il quale da’ soldati pretoriani era suto morto; [44] e sotto questo colore, sanza monstrare di aspirare allo imperio, mosse lo essercito contro a Roma e fu prima in Italia che si sapessi la sua partita. [45] Arrivato a Roma, fu dal Senato per timore detto imperadore. [46] E, morto Iuliano, restava, dopo questo principio, a Severo due difficultà, volendosi insignorire di tutto lo stato: l’una, in Asia, dove Nigro, capo delli esserciti asiatici, s’era fatto chiamare imperadore; e l’altra, in Ponente, dove era Albino, quale, ancora lui, aspirava allo imperio. [47] E perché iudicava periculoso scoprirsi inimico a tutti a dua, deliberò di assaltare Nigro e ingannare Albino; al quale scrisse come, sendo dal Senato eletto imperadore, voleva participare quella dignità con lui, e mandolli el titulo di Cesare, e, per deliberazione del Senato, se lo aggiunse collega: le quali cose da Albino furono accettate per vere. [48] Ma poi che Severo ebbe vinto e morto Nigro e pacate le cose orientali, ritornatosi a Roma, si querelò in Senato come Albino, poco conoscente de’ benefizii ricevuti da lui, aveva dolosamente cerco di amazzarlo, e per questo era necessitato andare a punire la sua ingratitudine; dipoi andò a trovarlo in Francia e li tolse lo stato e la vita. [49] Chi essaminerà adunque tritamente le azioni di costui, lo troverrà uno ferocissimo lione e una astutissima golpe, e vedrà quello temuto e reverito da ciascuno, e dalli esserciti non odiato; e non si maraviglierà se lui, omo nuovo, arà possuto tenere tanto imperio, perché la sua grandissima reputazione lo difese sempre da quello odio ch’e’ populi per le sue rapine avevano potuto concipere. [50] Ma Antonino, suo figliuolo, fu ancora lui omo che aveva parte escellentissime e che lo facevano maraviglioso nel conspetto de’ populi e grato a’ soldati, perché era omo militare, sopportantissimo d’ogni fatica, disprezzatore d’ogni cibo dilicato e d’ogni altra mollizie, la qual cosa lo faceva amare da tutti li esserciti; [51] nondimanco la sua ferocia e crudeltà fu tanta e sí inaudita, per avere, dopo infinite occisioni particulari, morto gran parte del populo di Roma e tutto quello di Alessandria, che diventò odiosissimo a tutto el mondo e cominciò a essere temuto etiam da quelli che elli aveva intorno, in modo che fu amazzato da uno centurione in mezzo del suo essercito. [52] Dove è da notare che queste simili morte, le quali seguono per deliberazione d’uno animo ostinato, sono da’ principi inevitabili, perché ciascuno che non si curi di morire lo può offendere; ma debbe bene el principe temerne meno, perché le sono rarissime; [53] debbe solo guardarsi di non fare grave iniuria a alcuno di coloro de’ quali si serve e che elli ha d’intorno al servizio del suo principato, come aveva fatto Antonino, il quale aveva morto contumeliosamente uno fratello di quello centurione e lui ogni giorno minacciava, tamen lo teneva a guardia del corpo suo: il che era partito temerario e da ruinarvi, come l’intervenne.

[54] Ma vegnamo a Commodo, al quale era facilità grande tenere l’imperio per averlo iure hereditario, sendo figliuolo di Marco, e solo li bastava seguire le vestigie del padre, e a’ soldati e a’ populi arebbe satisfatto; [55] ma sendo d’animo crudele e bestiale, per potere usare la sua rapacità ne’ populi, si volse a intrattenere li esserciti e farli licenziosi; dall’altra parte, non tenendo la sua dignità, descendendo spesso ne’ teatri a combattere co’ gladiatori e faccendo altre cose vilissime e poco degne della maestà imperiale, diventò contennendo nel conspetto de’ soldati; [56] e essendo odiato dall’una parte e disprezzato dall’altra, fu conspirato in lui e morto.

[57] Restaci a narrare le qualità di Massimino. Costui fu omo bellicosissimo; e essendo li esserciti infastiditi della mollizie di Alessandro, del quale ho di sopra discorso, morto lui, lo elessono allo imperio; il quale non molto tempo possedé, perché due cose lo feciono odioso e contemnendo: [58] l’una, per essere vilissimo e avere già guardato le pecore in Tracia, la qual cosa era per tutto notissima e li faceva una grande dedignazione nel conspetto di qualunque; [59] l’altra, perché, avendo nello ingresso del suo principato differito lo andare a Roma e intrare nella possessione della sede imperiale, aveva dato di sé opinione di crudelissimo, avendo per li sua prefetti in Roma e in qualunque luogo dello imperio essercitato molte crudeltà, [60] talché, commosso tutto el mondo dallo sdegno per la viltà del suo sangue e dallo odio per la paura della sua ferocia, si rebellò prima Affrica, dipoi el Senato con tutto el populo di Roma, e tutta Italia li conspirò contro; a che si aggiunse el suo proprio essercito, quale, campeggiando Aquileia e trovando dificultà nella espugnazione, infastidito della crudeltà sua e, per vederli tanti inimici temendolo meno, lo ammazzò.

[61] Io non voglio ragionare né di Eliogabalo né di Macrino né di Iuliano, li quali, per essere al tutto contemnendi, si spensono subito, ma verrò alla conclusione di questo discorso; e dico che li principi de’ nostri tempi hanno meno questa difficultà di satisfare estraordinariamente a’ soldati ne’ governi loro, perché, nonostante che si abbi a avere a quelli qualche considerazione, tamen si resolve presto per non avere alcuno di questi principi esserciti insieme che sieno inveterati con li governi e amministrazione delle province come erano li esserciti dello imperio romano; [62] e però, se allora era necessario satisfare piú a’ soldati che a’ populi, era perch’e’ soldati potevano piú ch’e’ populi, ora è piú necessario a tutti e’ principi, escetto che al Turco e al Soldano, satisfare a’ populi che a’ soldati, perché e’ populi possono piú di quelli. [63] Di che io ne escetto el Turco, tenendo quello sempre intorno a sé xiimila fanti e xvmila cavalli, da’ quali depende la securtà e la fortezza del suo regno; e è necessario che, posposto ogni altro respetto, quel signore se li mantenga amici. [64] Similmente el regno del Soldano sendo tutto in mano de’ soldati, conviene che ancora lui sanza respetto de’ populi se li mantenga amici. [65] E avete a notare che questo stato del Soldano è disforme da tutti li altri principati, perché elli è simile al Pontificato cristiano, il quale non si può chiamare né principato ereditario né principato nuovo, perché non e’ figliuoli del principe vecchio sono eredi e rimangono signori, ma colui che è eletto a quello grado da coloro che ne hanno auttorità; [66] e essendo questo ordine antiquato, non si può chiamare principato nuovo, perché in quello non sono alcune di quelle dificultà che sono ne’ nuovi, perché, sebbene el principe è nuovo, li ordini di quello stato sono vecchi e ordinati a riceverlo come se fussi loro signore ereditario.

[67] Ma torniamo alla materia nostra. Dico che qualunque considerrà el soprascritto discorso vedrà o l’odio o il disprezzo essere suto cagione della ruina di quelli imperadori prenominati, e conoscerà ancora donde nacque che, parte di loro procedendo in uno modo e parte al contrario, in qualunque di quelli, uno di loro ebbe felice e li altri infelice fine, [68] perché a Pertinace e Alessandro per essere principi nuovi fu inutile e dannoso volere imitare Marco, che era nel principato iure hereditario, e similmente a Caracalla, Commodo e Massimino essere stata cosa perniziosa imitare Severo, per non avere avuto tanta virtú che bastassi a seguitare le vestigie sue. [69] Pertanto uno principe nuovo in uno principato nuovo non può imitare le azioni di Marco, né ancora è necessario seguitare quelle di Severo, ma debbe pigliare da Severo quelle parti che per fondare el suo stato sono necessarie e da Marco quelle che sono convenienti e gloriose a conservare uno stato che sia già stabilito e fermo.

XX

An arces et multa alia, que quotidie a principibus fiunt, utilia an inutilia sint

[1] Alcuni principi, per tenere securamente lo stato, hanno disarmati e’ loro sudditi, alcuni altri hanno tenuto diviso le terre subiette; [2] alcuni hanno nutrito inimicizie contro a sé medesimi, alcuni altri si sono volti a guadagnarsi quelli che li erano suspetti nel principio del suo stato; [3] alcuni hanno edificato fortezze, alcuni le hanno ruinate e destrutte. [4] E benché di tutte queste cose non vi si possa dare determinata sentenzia, se non si viene a’ particulari di quelli stati dove si avessi a pigliare alcuna simile deliberazione, nondimanco io parlerò in quel modo largo che la materia per sé medesima sopporta.

[5] Non fu mai, adunque, che uno principe nuovo disarmassi e’ sua sudditi, anzi, quando li ha trovati disarmati, li ha sempre armati, perché, armandosi, quelle arme diventono tua, diventono fedeli quelli che ti sono sospetti, e quelli che erano fideli si mantengono e di sudditi si fanno tua partigiani; [6] e perché tutti e’ sudditi non si possono armare, quando si benefichino quelli che tu armi, con li altri si può fare piú a sicurtà, e quella diversità del procedere, che conoscono in loro, li fa tua obligati, quelli altri ti scusano, iudicando essere necessario quelli avere piú merito che hanno piú pericolo e piú obligo. [7] Ma quando tu li disarmi, tu cominci a offenderli e mostri che tu abbi in loro diffidenzia o per viltà o per poca fede, e l’una e l’altra di queste opinioni concepe odio contro di te; e perché tu non puoi stare disarmato, conviene ti volti alla milizia mercennaria, la quale è di quella qualità che di sopra è ditto; e quando la fussi buona, non può essere tanto che ti difenda da nimici potenti e da sudditi sospetti: [8] però, come io ho ditto, uno principe nuovo in uno principato nuovo, sempre vi ha ordinato l’arme; di questi essempli ne sono piene le istorie.

[9] Ma quando uno principe acquista uno stato nuovo, che come membro si aggiunga al suo vecchio, allora è necessario disarmare quello stato, escetto quelli che nello acquistarlo sono suti tua partigiani, e quelli ancora col tempo e con le occasioni è necessario renderli molli e efeminati e ordinarsi in modo che tutte l’arme del tuo stato sieno in quelli soli tua proprii, che nello stato tuo antiquo vivono apresso di te.

[10] Solevano li antichi nostri e quelli che erano stimati savi dire come era necessario tenere Pistoia con le parte e Pisa con le fortezze; e per questo nutrivano in qualche terra loro suddita le differenzie per possederle piú facilmente. [11] Questo in quelli tempi, che Italia era in uno certo modo bilanciata, doveva essere bene fatto, ma non credo che si possa dare oggi per precetto, perché io non credo che le divisioni faccino mai bene alcuno; anzi, è necessario, quando il nemico si accosta, che le città divise si perdino subito, perché sempre la parte piú debole si aderirà alle forze esterne, e l’altra non potrà reggere. [12] E’ Viniziani, mossi, come io credo, dalle ragioni soprascritte, nutrivano le sette guelfe e ghibelline nelle città loro suddite, e, benché non li lasciassino mai venire al sangue, tamen nutrivano tra loro questi dispareri, acciò che, occupati quelli cittadini in quelle loro differenzie, non si unissino contro di loro; [13] il che, come si vide, non tornò loro poi a proposito, perché, sendo rotti a Vailà, subito una parte di quelle prese ardire e tolsono loro tutto lo stato di Lombardia. [14] Arguiscano pertanto simili modi debolezza del principe, perché in uno principato gagliardo mai si permetteranno simili divisioni, perché le fanno solo profitto a tempo di pace, potendosi mediante quelle piú facilmente maneggiare e’ sudditi; ma, venendo la guerra, mostra simile ordine la fallacia sua.

[15] Sanza dubio, e’ principi diventano grandi, quando superano le difficultà e le opposizioni che sono fatte loro; e però la fortuna, massime quando vuol fare grande uno principe nuovo, il quale ha maggiore necessità di acquistare reputazione che uno ereditario, gli fa nascere de’ nimici e gli fa fare delle imprese contro, acciò che quello abbi cagione di superarle, e su per quella scala, che li hanno pórta e’ nimici sua, salire piú alto. [16] Però molti iudicano che uno principe savio debbe, quando ne abbi la occasione, nutrirsi con astuzia qualche inimicizia, acciò che, oppresso quella, ne seguiti maggiore sua grandezza.

[17] Hanno e’ principi, e presertim quelli che sono nuovi, trovato piú fede e piú utilità in quelli òmini che nel principio del loro stato sono suti tenuti sospetti, che in quelli che nel principio erano confidenti. [18] Pandolfo Petrucci, principe di Siena, reggeva lo stato suo piú con quelli che li furono sospetti che con li altri. [19] Ma di questa cosa non si può parlare largamente, perché la varia secondo el subietto; solo dirò questo, che quelli òmini, che nel principio di uno principato erono stati inimici, che sono di qualità che a mantenersi abbino bisogno di appoggiarsi, sempre el principe con facilità grandissima se li potrà guadagnare, e loro maggiormente sono forzati a servirlo con fede quanto conoscano essere loro piú necessario cancellare con le opere quella opinione sinistra che si aveva di loro. [20] E cosí el principe ne trae sempre piú utilità che di coloro che, servendolo con troppa sicurtà, straccurono le cose sua.

[21] E poiché la materia lo ricerca, non voglio lasciare indrieto ricordare a’ principi, che hanno preso uno stato di nuovo mediante e favori intrinseci di quello, che considerino bene qual cagione abbi mosso quelli a favorirlo che lo hanno favorito; [22] e se ella non è affezione naturale verso di loro, ma fussi solo perché quelli non si contentavano di quello stato, con fatica e dificultà grande se li potrà mantenere amici, perché e’ fia impossibile che lui possa contentarli; [23] e discorrendo bene, con quelli essempli che dalle cose antiche e moderne si traggono, la cagione di questo, si vedrà esserli molto piú facile guadagnarsi amici quelli òmini che dello stato innanzi si contentavano e però erano sua inimici, che quelli che, per non se ne contentare, li diventorno amici e favorironlo a occuparlo.

[24] È suta consuetudine de’ principi, per potere tenere piú securamente lo stato loro, edificare fortezze che sieno la briglia e il freno di quelli che disegnassino fare loro contro, e avere uno refugio sicuro da uno subito impeto. [25] Io laudo questo modo, perché elli è usitato ab antiquo; nondimanco, messer Niccolò Vitelli, ne’ tempi nostri, si è visto disfare dua fortezze in Città di Castello per tenere quello stato; Guido Ubaldo, duca di Urbino, ritornato nella sua dominazione, donde da Cesare Borgia era suto cacciato, ruinò funditus tutte le fortezze di quella provincia, e iudicò sanza quelle piú difficilmente riperdere quello stato; Bentivogli, ritornati in Bologna, usorono simili termini. [26] Sono dunque le fortezze utili o no secondo e’ tempi, e se le ti fanno bene in una parte, ti offendano in un’altra. [27] E puossi discorrere questa parte cosí: quel principe che ha piú paura de’ populi che de’ forestieri debbe fare le fortezze, ma quello che ha piú paura de’ forestieri che de’ populi debbe lasciarle indrieto. [28] Alla casa sforzesca ha fatto e farà piú guerra el castello di Milano, che vi edificò Francesco Sforza, che alcuno altro disordine di quello stato. [29] Però la migliore fortezza che sia è non essere odiato dal populo, perché, ancoraché tu abbi le fortezze e il popolo ti abbi in odio, le non ti salvono, perché non mancano mai a’ populi, preso che li hanno l’arme, forestieri che li soccorrino. [30] Ne’ tempi nostri non si vede che quelle abbino profittato a alcuno principe, se non alla contessa di Furlí, quando fu morto el conte Girolamo, suo consorte, perché mediante quella possé fuggire l’impeto populare e espettare el soccorso da Milano e recuperare lo stato; e li tempi stavono allora in modo che il forestiere non posseva soccorrere el populo; [31] ma dipoi valsono ancora poco a lei le fortezze, quando Cesare Borgia l’assaltò e che il populo, suo nemico, si coniunse co’ forestieri. [32] Pertanto allora e prima sarebbe suto piú sicuro a lei non essere odiata dal populo che avere le fortezze. [33] Considerato adunque tutte queste cose, io lauderò chi farà le fortezze e chi non le farà, e biasimerò qualunque, fidandosi delle fortezze, stimerà poco essere odiato da’ populi.

XXI

Quod principem deceat ut egregius habeatur

[1] Nessuna cosa fa tanto stimare uno principe quanto fanno le grande imprese e dare di sé rari essempli. [2] Noi abbiamo ne’ nostri tempi Ferrando de Aragonia, presente re di Spagna. Costui si può chiamare quasi principe nuovo, perché d’uno re debole è diventato per fama e per gloria el primo re de’ Cristiani; e se considerrete le azioni sua, le troverrete tutte grandissime e qualcuna estraordinaria. [3] Lui, nel principio del suo regno, assaltò la Granata, e quella impresa fu el fondamento dello stato suo: [4] prima, e’ la fece ocioso, e, sanza sospetto di essere impedito, tenne occupati in quella li animi di quelli baroni di Castiglia, li quali, pensando a quella guerra, non pensavano a innovare, e lui acquistava in quel mezzo reputazione e imperio sopra di loro, che non se ne accorgevano; possé nutrire co’ danari della Chiesa e de’ populi esserciti e fare uno fondamento con quella guerra lunga alla milizia sua, la quale lo ha dipoi onorato. [5] Oltra di questo, per possere intraprendere maggiore imprese, servendosi sempre della relligione, si volse a una pietosa crudeltà, cacciando e spogliando el suo regno de’ marrani; né può essere, questo, essemplo piú miserabile né piú raro. [6] Assaltò sotto questo medesimo mantello l’Affrica, fece l’impresa d’Italia, ha ultimamente assaltato la Francia; [7] e cosí sempre ha fatte e ordite cose grandi, le quali sempre hanno tenuto sospesi e ammirati li animi de’ sudditi e occupati nello evento di esse. [8] E sono nate queste sua azioni in modo l’una dall’altra, che non ha dato mai infra l’una e l’altra spazio alli òmini di potere quietamente operarli contro.

[9] Giova ancora assai a uno principe dare di sé essempli rari circ’a’ governi di dentro, simili a quelli che si narrano di messer Bernabò da Milano, quando si ha l’occasione di qualcuno che operi qualche cosa estraordinaria o in bene o in male nella vita civile, e pigliare uno modo circa premiarlo o punirlo, di che si abbia a parlare assai. [10] E soprattutto uno principe si debbe ingegnare dare di sé in ogni sua azione fama di omo grande e di ingegno escellente.

[11] È ancora stimato uno principe, quando elli è vero amico e vero inimico, cioè quando sanza alcuno respetto si scuopre in favore d’alcuno contro a un altro; [12] il quale partito fia sempre piú utile che stare neutrale, perché, se dua potenti tua vicini vengono alle mani, o sono di qualità che, vincendo uno di quelli, tu abbia a temere del vincitore o no: [13] in qualunque di questi dua casi, ti sarà sempre piú utile lo scoprirsi e fare buona guerra, perché nel primo caso, se tu non ti scuopri, sarai sempre preda di chi vince con piacere e satisfazione di colui che è stato vinto, e non hai ragione né cosa alcuna che ti difenda né che ti riceva, perché chi vince non vuole amici sospetti né che nelle avversità non lo aiutino, chi perde non ti riceve per non avere tu voluto con le arme in mano correre la fortuna sua. [14] Era passato in Grecia Antioco, messovi dalli Etoli per cacciarne Romani; mandò Antioco ambasciadori alli Achei, che erano amici de’ Romani, a confortarli a stare di mezzo; e dalla altra parte, Romani gli persuadevano a pigliare l’arme per loro. [15] Venne questa materia a deliberarsi nel concilio delli Achei, dove el legato di Antioco li persuadeva a stare neutrali; a che el legato romano respose: «Quod autem isti dicunt, non interponendi vos bello, nihil magis alienum rebus vestris est: sine gratia, sine dignitate praemium victoris eritis». [16] E sempre interverrà che colui che non ti è amico ti ricercherà della neutralità e quello che ti è amico ti richiederà che ti scuopra con le arme; [17] e li principi mal resoluti, per fuggire e’ presenti periculi, seguono el piú delle volte quella via neutrale e el piú delle volte rovinano. [18] Ma quando el principe si scuopre gagliardamente in favore di una parte, se colui con chi tu ti aderisci vince, ancora che sia potente e che tu rimanga a sua discrezione, elli ha teco obligo, e vi è contratto l’amore, e li òmini non sono mai sí disonesti che con tanto essemplo di ingratitudine ti opprimessino; dipoi le vittorie non sono mai sí stiette, che il vincitore non abbia a avere qualche respetto, e massime alla iustizia; [19] ma se quello con il quale tu ti aderisci perde, tu se’ ricevuto da lui e, mentre che può, ti aiuta e diventi compagno d’una fortuna che può resurgere.

[20] Nel secondo caso, quando quelli che combattono insieme sono di qualità che tu non abbia da temere di quello che vince, tanto è maggiore prudenzia lo aderirsi, perché tu vai alla ruina d’uno con lo aiuto di chi lo doverrebbe salvare, se fussi savio, e, vincendo, rimane a tua discrezione, e è impossibile con lo aiuto tuo che non vinca. [21] E qui è da notare che uno principe debbe avvertire di non fare mai compagnia con uno piú potente di sé per offendere altri, se non quando la necessità lo stringe, come di sopra si dice, perché, vincendo, rimani suo prigione, e li principi debbono fuggire quanto possono lo stare a discrezione di altri. [22] Viniziani si accompagnorono con Francia contro al duca di Milano e potevono fuggire di non fare quella compagnia, di che ne resultò la ruina loro. [23] Ma quando non si può fuggirla, come intervenne a’ Fiorentini, quando el Papa e Spagna andorono con li esserciti a assaltare la Lombardia, allora si debbe el principe aderire per le ragioni sopraditte. [24] Né creda mai alcuno stato possere pigliare partiti securi, anzi pensi di avere a prenderli tutti dubii, perché si truova questo nell’ordine delle cose, che mai si cerca fuggire uno inconveniente, che non si incorra in uno altro; ma la prudenzia consiste in sapere conoscere le qualità delli inconvenienti e pigliare el men tristo per buono.

[25] Debbe ancora uno principe monstrarsi amatore delle virtú, dando ricapito alli uomini virtuosi e onorando li escellentissimi in una arte; [26] apresso debbe animare li sua cittadini di possere quietamente essercitare li essercizii loro e nella mercanzia e nella agricultura e in ogni altro essercizio delli òmini, e che quello non tema di ornare le sua possessioni per timore che le li sieno tolte, e quell’altro di aprire uno traffico per paura delle taglie, [27] ma debbe preparare premii a chi vuol fare queste cose e a qualunque pensa in qualunque modo ampliare la sua città o il suo stato. [28] Debbe oltre a questo ne’ tempi convenienti dell’anno tenere occupati e’ populi con le feste e spettaculi; e perché ogni città è divisa in arte o in tribú, debbe tenere conto di quelle università, raunarsi con loro qualche volta, dare di sé essempli di umanità e di munificenzia, tenendo sempre ferma nondimanco la maestà della dignità sua, perché questo non vuol mancare in cosa alcuna.

XXII

De his quos a secretis principes habent

[1] Non è di poca importanzia a uno principe la elezione de’ ministri, li quali sono buoni o no secondo la prudenzia del principe. [2] E la prima coniettura che si fa di uno signore e del cervello suo è vedere li òmini che lui ha dintorno, e quando sono sufficienti e fedeli, sempre si può reputarlo savio, perché ha saputo conoscerli sufficienti e mantenerli fedeli; ma quando sieno altrimenti, sempre si può fare non buono iudizio di lui, perché el primo errore che fa, lo fa in questa elezione. [3] Non era alcuno che conoscessi messere Antonio da Venafro per ministro di Pandolfo Petrucci, principe di Siena, che non iudicassi Pandolfo essere valentissimo omo, avendo quello per suo ministro. [4] E perché sono di tre generazione cervelli – l’uno intende da sé, l’altro discerne quello che altri intende, el terzo non intende né da per sé né da per altri: quel primo è escellentissimo, el secondo escellente, el terzo inutile –, conveniva pertanto di necessità che se Pandolfo non era nel primo grado, che fussi nel secondo, [5] perché ogni volta che uno ha iudicio di conoscere el bene o il male che uno fa e dice, ancoraché da sé non abbia invenzione, conosce l’opere buone e le triste del ministro, e quelle essalta e l’altre corregge, e il ministro non può sperare di ingannarlo, e mantiensi buono. [6] Ma come uno principe possa conoscere el ministro chi è, ci è questo modo che non falla mai: quando tu vedi el ministro pensare piú a sé che a te e che in tutte le azioni vi ricerca dentro l’utile suo, questo tale cosí fatto mai fia buono ministro, mai te ne potrai fidare, [7] perché quello che ha lo stato d’uno in mano non debbe pensare mai a sé, ma sempre al principe e non li ricordare mai cosa che non apartenga a lui; e dall’altro canto, el principe, per mantenerlo buono, debba pensare al ministro, onorandolo, faccendolo ricco, obligandoselo, participandoli li onori e carichi, acciò che vegga che non può stare sanza lui e che li assai onori non li faccino desiderare piú onori, le assai ricchezze non li faccino desiderare piú ricchezze, li assai carichi li faccino temere le mutazioni. [8] Quando dunque e’ ministri e li principi circa ’ ministri sono cosí fatti, possono confidare l’uno dell’altro; quando altrimenti, el fine sempre fia dannoso e per l’uno e per l’altro.

XXIII

Quomodo adulatores sint fugiendi

[1] Io non voglio lasciare indrieto uno capo importante e uno errore dal quale e’ principi con dificultà si difendano, se non sono prudentissimi o se non hanno buona elezione; [2] e questi sono gli adulatori, delli quali le corte sono piene, perché li òmini si compiacciono tanto nelle cose loro proprie e in modo vi si ingannono che con dificultà si difendano da questa peste. [3] E a volersene defendere, si porta periculo di non diventare contennendo, perché non ci è altro modo a guardarsi dalle adulazioni, se non che li òmini intendino che non ti offendano a dirti el vero; ma quando ciascuno può dirti el vero, ti manca la reverenzia. [4] Pertanto uno principe prudente debbe tenere uno terzo modo, eleggendo nel suo stato òmini savi e solo a quelli debbe dare libero adito a parlarli la verità, e di quelle cose sole che lui domanda, e non d’altro; ma debbe domandarli d’ogni cosa, e le opinioni loro udire, dipoi deliberare da sé a suo modo, [5] e con questi consigli e con ciascuno di loro portarsi in modo che ognuno conosca che quanto piú liberamente si parlerà, tanto piú gli fia accetto, fuora di quelli non volere udire alcuno, andare drieto alla cosa deliberata e essere ostinato nelle deliberazioni sua. [6] Chi fa altrimenti, o e’ precipita per li adulatori o si muta spesso per la variazione de’ pareri: di che ne nasce la poca essistimazione sua.

[7] Io voglio a questo proposito addurre uno essemplo moderno. Pre’ Luca, omo di Massimiliano, presente imperadore, parlando di sua Maestà, disse come non si consigliava con persona e non faceva mai di alcuna cosa a suo modo; [8] il che nasceva dal tenere contrario termine al sopraditto, perché l’imperadore è omo secreto, non comunica li sua disegni con persona, non ne piglia parere, ma, come nel metterli a effetto si cominciono a conoscere e scoprire, li cominciano a essere contradetti da coloro che elli ha dintorno, e quello, come facile, se ne stoglie; di qui nasce che quelle cose che fa uno giorno, destrugge l’altro, e che non si intenda mai quello si voglia o disegni fare, e che non si può sopra le sua deliberazioni fondarsi.

[9] Uno principe, pertanto, debbe consigliarsi sempre, ma quando lui vuole e non quando vuole altri, anzi debbe tòrre animo a ciascuno di consigliarlo d’alcuna cosa, se non gnene domanda; ma lui debbe bene essere largo domandatore, e dipoi, circa le cose domandate, paziente uditore del vero; anzi, intendendo che alcuno per alcuno respetto non gnene dica, turbarsene. [10] E perché molti essistimano che alcuno principe, il quale dà di sé opinione di prudente, sia cosí tenuto non per sua natura, ma per li buoni consigli che lui ha dintorno, sanza dubio s’inganna; [11] perché questa è una regola generale che non falla mai, che uno principe il quale non sia savio per se stesso, non può esse­re consigliato bene, se già a sorte non si rimettessi in uno solo che al tutto lo governassi, che fussi omo prudentissimo: [12] in questo caso potria bene essere, ma durerebbe poco, perché quello governatore in breve tempo li torrebbe lo stato; [13] ma consigliandosi con piú d’uno, uno principe che non sia savio non arà mai e’ consigli uniti, non saprà per se stesso unirli: de’ consiglieri ciascuno penserà alla proprietà sua, lui non li saprà correggere né conoscere, e non si possono trovare altrimenti, perché li òmini sempre ti riusciranno tristi, se da una necessità non sono fatti buoni. [14] Però si conclude che e’ buoni consigli, da qualunque venghino, conviene naschino dalla prudenzia del principe, e non la prudenzia del principe da’ buoni consigli.

XXIV

Cur Italiae principes regnum amiserunt

[1] Le cose soprascritte, osservate prudentemente, fanno parere uno principe nuovo antico e lo rendono subito piú sicuro e piú fermo nello stato, che se vi fussi antiquato dentro, [2] perché uno principe nuovo è molto piú osservato nelle sua azioni che uno ereditario, e quando le sono conosciute virtuose, pigliono molto piú li òmini e molto piú li obligano che il sangue antico, [3] perché li òmini sono molto piú presi dalle cose presenti che dalle passate, e quando nelle presenti truovono el bene, vi si godono e non cercano altro, anzi piglieranno ogni difesa per lui, quando non manchi nelle altre cose a sé medesimo, [4] e cosí arà duplicata gloria, di avere dato principio a uno principato e ornatolo e corroboratolo di buone legge, di buone arme e di buoni essempli, come quello ha duplicata vergogna, che, nato principe, lo ha per sua poca prudenzia perduto. [5] E se si considerrà quelli signori, che in Italia hanno perduto lo stato a’ nostri tempi, come il re di Napoli, duca di Milano e altri, si troverrà in loro, prima uno comune defetto quanto alle arme per le cagioni che di sopra si sono discorse, dipoi si vedrà alcuno di loro o che arà avuto inimici e’ populi o, se arà avuto el populo amico, non si sarà saputo assicurare de’ grandi, [6] perché sanza questi defetti non si perdono li stati che abbino tanto nervo che possino trarre uno essercito alla campagna. [7] Filippo Macedone, non il padre di Alessandro, ma quello che fu vinto da Tito Quinto, aveva non molto stato respetto alla grandezza de’ Romani e di Grecia, che lo assaltò; nondimanco, per essere uomo militare e che sapeva intrattenere el populo e assicurarsi de’ grandi, sostenne piú anni la guerra contro a quelli; e se alla fine perdé el dominio di qualche città, li rimase nondimanco el regno. [8] Pertanto questi nostri principi, che erano stati molti anni nel principato loro, per averlo dipoi perso, non accusino la fortuna, ma la ignavia loro, perché non avendo mai ne’ tempi quieti pensato che possono mutarsi, il che è comune defetto delli òmini, non fare conto nella bonaccia della tempesta, quando poi vennono e’ tempi avversi, pensorono a fuggirsi e non a defendersi e sperorono che ’ populi, infastiditi dalla insolenzia de’ vincitori, li richiamassino; [9] il quale partito, quando mancano li altri, è buono, ma è bene male avere lasciati li altri remedii per quello, perché non si vorrebbe mai cadere per credere trovare chi ti ricolga: [10] il che o non avviene o, s’elli avviene, non è con tua sicurtà, per essere quella difesa suta vile e non dependere da te; e quelle difese solamente sono buone, sono certe, sono durabili, che dependono da te proprio e dalla virtú tua.

XXV

Quantum Fortuna in rebus humanis possit et quomodo illi sit occurrendum

[1] E’ non mi è incognito come molti hanno avuto e hanno opinione che le cose del mondo sieno in modo governate dalla Fortuna e da Dio, che li òmini con la prudenzia loro non possino correggerle, anzi non vi abbino remedio alcuno, e per questo potrebbono iudicare che non fussi da insudare molto nelle cose, ma lasciarsi governare alla sorte. [2] Questa opinione è suta piú creduta ne’ nostri tempi per la variazione grande delle cose che si sono viste e veggonsi ogni dí fuora d’ogni umana coniettura. [3] A che pensando io qualche volta, mi sono in qualche parte inclinato nella opinione loro; [4] nondimanco, perché el nostro libero arbitrio non sia spento, iudico potere essere vero che la Fortuna sia arbitre della metà delle azioni nostre, ma che etiam lei ne lasci governare l’altra metà, o presso, a noi. [5] E assomiglio quella a uno di questi fiumi rovinosi, che, quando s’adirano, allagano e’ piani, ruinano li arberi e li edifizii, lievono da questa parte terreno, pongono da quell’altra, ciascuno fugge loro dinanzi, ognuno cede allo impeto loro, sanza potervi in alcuna parte obstare; [6] e benché sieno cosí fatti, non resta però che li òmini, quando sono tempi quieti, non vi potessino fare provedimenti e con ripari e argini, in modo che, crescendo poi, o andrebbono per uno canale o l’impeto loro non sarebbe né sí licenzioso né sí dannoso. [7] Similmente interviene della Fortuna, la quale dimostra la sua potenzia dove non è ordinata virtú a resisterle, e quivi volta li sua impeti, dove la sa che non sono fatti li argini e li ripari a tenerla; [8] e se voi considerrete l’Italia, che è la sedia di queste variazioni e quella che ha dato loro el moto, vedrete essere una campagna sanza argini e sanza alcuno riparo, che s’ella fussi reparata da conveniente virtú, come la Magna, la Spagna e la Francia, o questa piena non arebbe fatto le variazioni grande che ha o la non ci sarebbe venuta.

[9] E questo voglio mi basti avere ditto quanto allo opporsi alla Fortuna in universali. [10] Ma, restringendomi piú a’ particulari, dico come si vede oggi questo principe felicitare e domani ruinare, sanza averli veduto mutare natura o qualità alcuna; il che credo che nasca prima dalle cagioni che si sono per lo adrieto lungamente discorse, cioè che quel principe che s’appoggia tutto in sulla fortuna, rovina come quella varia; [11] credo ancora che sia felice quello che riscontra el modo del procedere suo con le qualità de’ tempi, e similmente sia infelice quello che con il procedere suo si discordano e’ tempi, [12] perché si vede li òmini nelle cose che l’inducano al fine quale ciascuno ha innanzi, cioè gloria e ricchezze, procedervi variamente, l’uno con respetto, l’altro con impeto, l’uno per violenzia, l’altro con arte, l’uno per pazienzia, l’altro con il suo contrario; e ciascuno con questi diversi modi vi può pervenire. [13] Vedesi ancora dua respettivi, l’uno pervenire al suo disegno, l’altro no; e similmente dua equalmente felicitare con dua diversi studii, sendo l’uno respettivo e l’altro impetuoso; il che non nasce da altro, se non dalla qualità de’ tempi che si conformano o no col procedere loro. [14] Di qui nasce quello ho ditto, che dua, diversamente operando, sortiscano el medesimo effetto, e dua, equalmente operando, l’uno si conduce al suo fine e l’altro no. [15] Da questo ancora depende la variazione del bene, perché, se uno che si governa con respetti e pazienzia, e ’ tempi e le cose girono in modo che il governo suo sia buono, e’ viene felicitando; ma se e’ tempi e le cose si mutano, rovina, perché non muta modo di procedere; [16] né si truova omo sí prudente che si sappi accomodare a questo, sí perché non si può deviare da quello a che la natura l’inclina, sí etiam perché, avendo sempre uno prosperato camminando per una via, non si può persuadere partirsi da quella; [17] e però lo omo respettivo, quando elli è tempo di venire allo impeto, non lo sa fare, donde rovina, ché, se si mutassi di natura con li tempi e con le cose, non si muterebbe fortuna. [18] Papa Iulio II procedé in ogni sua cosa impetuosamente, e trovò tanto e’ tempi e le cose conforme a quello suo modo di procedere che sempre sortí felice fine. [19] Considerate la prima impresa che fe’ di Bologna, vivendo ancora messer Giovanni Bentivogli: [20] Viniziani non se ne contentavano, el re di Spagna quel medesimo, con Francia aveva ragionamenti di tale impresa; e nondimanco con la sua ferocia e impeto si mosse personalmente a quella espedizione; [21] la qual mossa fece stare sospesi e fermi Spagna e Viniziani, questi per paura e quell’altro per desiderio aveva di recuperare tutto el regno di Napoli; e dall’altro canto si tirò drieto el re di Francia, perché, vedutolo quel re mosso e desiderando farselo amico per abassare Viniziani, iudicò non poterli negare le sua gente sanza iniuriarlo manifestamente. [22] Condusse adunque Iulio con la sua mossa impetuosa quello che mai altro pontefice con tutta la umana prudenzia arebbe condotto, [23] perché, se elli aspettava di partirsi da Roma con le conclusione ferme e tutte le cose ordinate, come qualunque altro pontefice arebbe fatto, mai li riusciva, perché el re di Francia arebbe avuto mille scuse e li altri messo mille paure. [24] Io voglio lasciare stare l’altre sua azioni, che tutte sono state simili e tutte li sono successe bene, e la brevità della vita non li ha lasciato sentire el contrario, perché, se fussino venuti tempi che fussi bisognato procedere con respetti, ne seguiva la sua ruina, né mai arebbe deviato da quelli modi a’ quali la natura lo inclinava.

[25] Concludo adunque che, variando la fortuna e stando li òmini ne’ loro modi ostinati, sono felici mentre concordano insieme, e, come discordano, infelici. [26] Io iudico bene questo, che sia meglio essere impetuoso che respettivo, perché la Fortuna è donna, e è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla; [27] e si vede che la si lascia piú vincere da questi che da quelli che freddamente procedano e però sempre, come donna, è amica de’ giovani, perché sono meno respettivi, piú feroci e con piú audacia li comandano.

XXVI

Exhortatio ad capessendam Italiam in libertatemque a barbaris vindicandam

[1] Considerato adunque tutte le cose di sopra discorse, e pensando meco medesimo se in Italia al presente correvano tempi da onorare uno nuovo principe e se ci era materia che dessi occasione a uno prudente e virtuoso di introdurvi forma che facessi onore a lui e bene alla università delli òmini di quella, mi pare corrino tante cose in benefizio d’uno principe nuovo, che io non so qual mai tempo fussi piú atto a questo. [2] E se, come io dissi, era necessario, volendo vedere la virtú di Moisè, che il populo d’Isdrael fussi stiavo in Egitto, e, a conoscere la grandezza dello animo di Ciro, ch’e’ Persi fussino oppressati da’ Medi, e la escellenzia di Teseo, che li Ateniesi fussino dispersi; [3] cosí, al presente, volendo conoscere la virtú d’uno spirito italiano, era necessario che la Italia si riducessi nel termine che ell’è di presente e che la fussi piú stiava che li Ebrei, piú serva ch’e’ Persi, piú dispersa che li Ateniesi, sanza capo, sanza ordine, battuta, spogliata, lacera, corsa, e avessi sopportato d’ogni sorte ruina. [4] E benché fino a qui si sia monstro qualche spiraculo in qualcuno, da potere iudicare che fussi ordinato da Dio per sua redenzione, tamen si è visto da poi come nel piú alto corso delle azioni sua è stato dalla Fortuna reprobato: [5] in modo che, rimasa sanza vita, espetta qual possa essere quello che sani le sua ferite e ponga fine a’ sacchi di Lombardia, alle taglie del Reame e di Toscana e la guarisca di quelle sue piaghe già per lungo tempo infistolite. [6] Vedesi come la prega Dio che le mandi qualcuno che la redima da queste crudeltà e insolenzie barbare; [7] vedesi ancora tutta pronta e disposta a seguire una bandiera, purché ci sia uno che la pigli. [8] Né ci si vede al presente in quale lei possa piú sperare che nella illustre Casa vostra, quale con la sua fortuna e virtú, favorita da Dio e dalla Chiesa, della quale è ora principe, possa farsi capo di questa redenzione; [9] il che non fia molto difficile, se vi recherete innanzi le azioni e vita de’ soprannominati; e benché quelli uomini sieno rari e maravigliosi, nondimanco furono òmini e ebbe ciascuno di loro minore occasione che la presente, perché l’impresa loro non fu piú iusta di questa, né piú facile, né fu a loro Dio piú amico che a voi. [10] Qui è iustizia grande, «iustum enim est bellum quibus necessarium et pia arma ubi nulla nisi in armis spes est»; [11] qui è disposizione grandissima, né può essere, dove è grande disposizione, grande difficultà, purché Quella pigli delli ordini di coloro che io ho proposti per mira. [12] Oltre a questo qui si veggano estraordinarii sanza essemplo condotti da Dio: el mare s’è aperto, una nube vi ha scorto el cammino, la pietra ha versato acqua, qui è piovuto la manna, ogni cosa è concorsa nella vostra grandezza; [13] el rimanente dovete fare voi; Dio non vuole fare ogni cosa per non ci tôrre el libero arbitrio e parte di quella gloria che tocca a noi. [14] E non è maraviglia se alcuno de’ prenominati italiani non ha possuto fare quello che si può sperare facci la illustre Casa vostra; e se in tante revoluzioni di Italia e in tanti maneggi di guerra, e’ pare sempre che in quella la virtú militare sia spenta, questo nasce che li ordini antichi di essa non erano buoni e non ci è suto alcuno che abbia saputo trovare de’ nuovi; [15] e veruna cosa fa tanto onore a uno uomo che di nuovo si veggia, quanto fa le nuove legge e li nuovi ordini trovati da lui. Queste cose, quando sono bene fondate e abbino in loro grandezza, lo fanno reverendo e mirabile; [16] e in Italia non manca materia da introdurvi ogni forma: qui è virtú grande nelle membra, quando la non mancassi ne’ capi; [17] specchiatevi ne’ duelli e ne’ congressi de’ pochi, quanto l’italiani sieno superiori con le forze, con la destrezza, con lo ingegno; ma come si viene alli esserciti, non compariscono; [18] e tutto procede dalla debolezza de’ capi, perché quelli che sanno non sono obediti, e a ciascuno pare di sapere, non ci essendo fino a qui alcuno che si sia saputo rilevare e per virtú e per fortuna, che li altri cedino. [19] Di qui nasce che in tanto tempo, in tante guerre fatte ne’ passati xx anni, quando elli è stato uno essercito tutto italiano, sempre ha fatto mala pruova: di che è testimone el Taro, dipoi Alessandria, Capua, Genova, Vailà, Bologna, Mestri.

[20] Volendo, dunque, la illustre Casa vostra seguitare quelli escellenti òmini in redimere le province loro, è necessario innanzi a tutte l’altre cose, come vero fondamento d’ogni impresa, provedersi d’arme proprie, perché non si può avere né piú fidi, né piú veri, né migliori soldati; e benché ciascuno di essi sia buono, tutti insieme diventeranno migliori, quando si vedranno comandare dal loro principe e da quello onorare e intrattenere. [21] È necessario, pertanto, prepararsi a queste armi, per potere con la virtú italica defendersi dalli esterni; [22] e benché la fanteria svizzera e spagnuola sia essistimata terribile, nondimeno in ambodue è difetto, per il quale uno ordine terzo potrebbe non solamente opporsi loro, ma confidare di superargli, [23] perché li spagnuoli non possono sostenere e’ cavalli, e li svizzeri hanno a avere paura de’ fanti, quando li riscontrano nel combattere ostinati come loro; donde si è veduto e vedrassi per esperienzia li spagnuoli non potere sostenere una cavalleria franzese, e li svizzeri essere ruinati da una fanteria spagnuola. [24] E benché di questo ultimo non se ne sia visto intera esperienzia, tamen se n’è veduto uno saggio nella giornata di Ravenna, quando le fanterie spagnole si affrontorono con le battaglie todesche, le quali servano el medesimo ordine che le svizzere, dove li spagnoli con la agilità del corpo e aiuto de’ loro brocchieri, erano intrati tra le picche loro sotto e stavano securi a offenderli sanza che todeschi vi avessino remedio; e se non fussi la cavalleria che li urtò, li arebbano consumati tutti. [25] Puossi adunque, conosciuto el defetto dell’una e dell’altra di queste fanterie, ordinarne una di nuovo, la quale resista a’ cavalli e non abbia paura de’ fanti; il che farà la generazione dell’arme e la variazione delli ordini; e queste sono di quelle cose che, di nuovo ordinate, danno reputazione e grandezza a uno principe nuovo.

[26] Non si debba adunque lasciare passare questa occasione, acciò che l’Italia dopo tanto tempo vegga uno suo redentore. [27] Né posso esprimere con quale amore e’ fussi ricevuto in tutte quelle province che hanno patito per queste illuvioni esterne, con che sete di vendetta, con che ostinata fede, con che pietà, con che lacrime: [28] quali porte se li serrerebbano, quali populi li negherebbano la obedienzia, quale invidia se li opporrebbe, quale italiano li negherebbe l’ossequio? A ognuno puzza questo barbaro dominio. [29] Pigli adunque la illustre casa vostra questo assunto con quello animo e con quella speranza che si pigliano le imprese iuste, acciò che sotto la sua insegna e questa patria ne sia nobilitata e sotto li sua auspizii si verifichi quel detto del Petrarca:

Virtú contro a furore

Prenderà l’arme, e fia el combatter corto,

Ché l’antico valore

Nelli italici cor non è ancor morto.