Niccolò Machiavelli
LA VITA DI CASTRUCCIO CASTRACANI DA LUCCA
discritta da Niccolò Machiavelli e mandata a Zanobi Buondelmonti e a Luigi Alamanni suoi amicissimi
[1] E’ pare, Zanobi e Luigi carissimi, a quegli che la considerano, cosa maravigliosa che tutti coloro, o la maggiore parte di essi, che hanno in questo mondo operato grandissime cose, e intra gli altri della loro età siano stati eccellenti, abbino avuto il principio e il nascimento loro basso e oscuro, o vero dalla fortuna fuora d’ogni modo travagliato; perché tutti o ei sono stati esposti alle fiere, o egli hanno avuto sí vil padre che, vergognatisi di quello, si sono fatti figliuoli di Giove o di qualche altro Dio. [2] Quali sieno stati questi, sendone a ciascheduno noti molti, sarebbe cosa a repricare fastidiosa e poco acetta a chi legessi; perciò come superflua la ometteremo. [3] Credo bene che questo nasca che, volendo la fortuna dimostrare al mondo di essere quella che faccia gli uomini grandi, e non la prudenza, comincia a dimostrare le sue forze in tempo che la prudenza non ci possa avere alcuna parte, anzi da lei si abbi a ricognoscere il tutto.
[4] Fu adunque Castruccio Castracani da Lucca uno di quegli; el quale, secondo i tempi in ne’ quali visse e la città donde nacque, fece cose grandissime, e come gli altri non ebbe piú felice né piú noto nascimento, come nel ragionare del corso della sua vita si intenderà. [5] La quale mi è parso ridurre alla memoria delli uomini, parendomi avere trovato in essa molte cose, e quanto alla virtú e quanto alla fortuna, di grandissimo esemplo; e mi è parso indirizzarla a voi, come quegli che, piú che altri uomini che io cognosca, delle azioni virtuose vi dilettate.
[6] Dico adunque che la famiglia de’ Castracani è connumerata intra le famiglie nobili della città di Lucca, ancora ch’ella sia in questi tempi, secondo l’ordine di tutte le mondane cose, mancata. [7] Di questa nacque già uno Antonio che, diventato religioso, fu calonaco di San Michele di Lucca, e in segno di onore era chiamato messer Antonio. [8] Non aveva costui altri che una sirocchia, la quale maritò già a Buonaccorso Cennami; ma sendo Buonaccorso morto ed essa rimasta vedova, si ridusse a stare col fratello, con animo di non piú rimaritarsi.
[9] Aveva messer Antonio, dietro alla casa che egli abitava, una vigna; in la quale, per avere a’ confini di molti orti, da molte parti e sanza molte difficultà si poteva entrare. [10] Occorse che andando una mattina, poco poi levata di sole, madonna Dianora (che cosí si chiamava la sirocchia di messer Antonio) a spasso per la vigna, cogliendo secondo el costume delle donne certe erbe per farne certi suoi condimenti, sentí frascheggiare sotto una vite intra e pampani e, rivolti verso quella parte gli occhi, sentí come piangere; onde che, tiratasi verso quello romore, scoperse le mani e il viso d’uno bambino che, rinvolto nelle foglie, pareva che aiuto le domandasse. [11] Tale che essa, parte maravigliata, parte sbigottita, ripiena di compassione e di stupore, lo ricolse e, portatolo a casa e lavatolo e rinvolto in panni bianchi, come si costuma, lo presentò alla tornata in casa a messer Antonio; il quale, udendo el caso e vedendo il fanciullo, non meno si riempié di maraviglia e di pietate che si fusse ripiena la donna. [12] E consigliatisi intra loro quale partito dovessero pigliare, diliberorono allevarlo, sendo esso prete e quella non avendo figliuoli. [13] Presa adunque in casa una nutrice, con quello amore che se loro figliuolo fusse, lo nutrirono; e avendolo fatto battezzare, per il nome di Castruccio loro padre lo nominorono. [14] Cresceva in Castruccio con gli anni la grazia, e in ogni cosa dimostrava ingegno e prudenza; e presto, secondo la età, imparò quelle cose a che da messer Antonio era indirizzato. Il quale, disegnando di farlo sacerdote e con il tempo rinunziargli il calonacato e altri suoi benefizii, secondo tale fine lo ammaestrava. [15] Ma aveva trovato subietto allo animo sacerdotale al tutto disforme: perché, come prima Castruccio pervenne alla età di quattordici anni, e che incominciò a pigliare un poco di animo sopra messer Antonio, e madonna Dianora non temere punto, lasciati e libri ecclesiastici da parte, cominciò a trattare le armi, né di altro si dilettava che o di manegiare quelle o cogli altri suoi equali correre, saltare, fare alle braccia e simili esercizii; dove ei mostrava virtú di animo e di corpo grandissima, e di lunga tutti gli altri della sua età superava. [16] E se pure ei leggeva alcuna volta, altre lezioni non gli piacevano che quelle che di guerre o di cose fatte da grandissimi uomini ragionassino; per la qual cosa messer Antonio ne riportava dolore e noia inestimabile.
[17] Era nella città di Lucca uno gentile uomo della famiglia de’ Guinigi, chiamato messer Francesco, il quale per ricchezza, per grazia e per virtú passava di lunga tutti gli altri lucchesi. Lo esercizio del quale era la guerra, e sotto i Visconti di Milano aveva lungamente militato; e perché ghibellino era, sopra tutti gli altri che quella parte in Lucca seguitavano era stimato. [18] Costui, trovandosi in Lucca e ragunandosi sera e mattina con gli altri cittadini sotto la loggia del podestà, la quale è in testa della piazza di San Michele, che è la prima piazza di Lucca, vidde piú volte Castruccio con gli altri fanciulli della contrada in quegli esercizii ch’io dico di sopra esercitarsi; e parendogli che, oltre al superargli, egli avessi sopra di loro una autorità regia e che quelli in uno certo modo lo amassino e riverissino, diventò sommamente desideroso di intendere di suo essere; di che sendo informato dai circunstanti, si accese di maggiore desiderio di averlo apresso di sé. [19] E un giorno chiamatolo, il dimandò dove piú volentieri starebbe, o in casa d’uno gentile uomo che gli insegnasse cavalcare e trattare armi, o in casa di uno prete, dove non si udisse mai altro che ufizii e messe. [20] Cognobbe messer Francesco quanto Castruccio si rallegrò sentendo ricordare cavagli e armi; pure, stando un poco vergognoso, e dandogli animo messer Francesco a parlare, rispuose che, quando piacesse al suo messere, che non potrebbe avere maggiore grazia che lasciare gli studii del prete e pigliare quelli del soldato. [21] Piacque assai a messer Francesco la risposta, e in brevissimi giorni operò tanto che messer Antonio gliele concedette. A che lo ispinse, piú che alcuna altra cosa, la natura del fanciullo, giudicando non lo potere tenere molto tempo cosí.
[22] Passato pertanto Castruccio di casa messer Antonio Castracani calonaco in casa messer Francesco Guinigi condottiere, è cosa straordinaria a pensare in quanto brevissimo tempo ei diventò pieno di tutte quelle virtú e costumi che in uno vero gentile uomo si richieggono. [23] In prima ei si fece uno eccellente cavalcatore, perché ogni ferocissimo cavallo con somma destrezza maneggiava, e nelle giostre e ne’ torniamenti, ancora che giovinetto, era piú che alcuno altro raguardevole; tanto che in ogni azione, o forte o destra, non trovava uomo che lo superasse. [24] A che si agiugnevano i costumi, dove si vedeva una modestia inestimabile, perché mai non se gli vedeva fare atto o sentivasegli dire parola che dispiacesse; ed era riverente ai maggiori, modesto cogli equali e cogli inferiori piacevole. Le quali cose lo facevano non solamente da tutta la famiglia de’ Guinigi, ma da tutta la città di Lucca, amare.
[25] Occorse in quelli tempi, sendo già Castruccio di diciotto anni, che e ghibellini furono cacciati da e Guelfi di Pavia; in favore de’ quali fu mandato dai Visconti di Milano messer Francesco Guinigi, con il quale andò Castruccio, come quello che aveva el pondo di tutta la sua compagnia. Nella quale espedizione Castruccio dette tanti saggi di sé, di prudenza e di animo, che nessuno che in quella impresa si trovassi ne acquistò grazia, apresso di qualunque, quanta ne riportò egli, e non solo el nome suo in Pavia, ma in tutta la Lombardia diventò grande e onorato.
[26] Tornato adunque in Lucca Castruccio assai piú stimato che al partire suo non era, non mancava in quanto a lui era possibile di farsi amici, osservando tutti quelli modi che a guadagnarsi uomini sono necessarii. [27] Ma sendo venuto messer Francesco Guinigi a morte, e avendo lasciato uno suo figliuolo di età di anni tredici, chiamato Pagolo, lasciò tutore e governatore de’ suoi beni Castruccio, avendolo innanzi a la morte fatto venire a sé e pregatolo che fussi contento allevare el suo figliuolo con quella fede che era stato allevato egli, e quegli meriti che e’ non aveva potuto rendere al padre, rendesse al figliuolo.
[28] Morto pertanto messer Francesco Guinigi, e rimaso Castruccio governatore e tutore di Paulo, acrebbe tanto in reputazione e potenzia, che quella grazia che soleva avere in Lucca si convertí parte in invidia: talmente che molti come uomo sospettoso e che avessi l’animo tirannico lo calunniavano. [29] Intra quali el primo era messer Giorgio degli Opizzi, capo della parte guelfa. Costui sperando per la morte di messer Francesco rimanere come principe di Lucca, gli pareva che Castruccio, sendo rimasto in quel governo per la grazia che gli davano le sua qualità, gliene avessi tolta ogni occasione; e per questo andava seminando cose che gli togliessino grazia. [30] Di che Castruccio prese prima sdegno, al quale poco di poi si agiunse il sospetto: perché ei pensava che messer Giorgio non poserebbe mai di metterlo in disgrazia al vicario del re Ruberto di Napoli, che lo farebbe cacciare di Lucca.
[31] Era signore di Pisa in quel tempo Uguccione della Fagiuola da Arezzo, il quale prima era stato eletto da e Pisani loro capitano, di poi se ne era fatto signore. [32] Apresso di Uguccione si trovavano alcuni fuoriusciti lucchesi della parte ghibellina, con i quali Castruccio tenne pratica di rimettergli con lo aiuto di Uguccione; e communicò ancora questo suo disegno con suoi amici di dentro, i quali non potevano sopportare la potenza delli Opizzi. [33] Dato pertanto ordine a quello ch’ei dovevano fare, Castruccio cautamente afortificò la torre degli Onesti, e quella riempié di munizione e di molta vettovaglia, per potere, bisognando, mantenersi in quella qualche giorno. [34] E venuta la notte che si era composto con Uguccione, dette il segno a quello, il quale era sceso nel piano con di molta gente intra i monti e Lucca; e veduto il segno, si accostò alla porta a San Piero, e misse fuoco nello antiporto. [35] Castruccio da l’altra parte levò il romore, chiamando il popolo a l’arme, e sforzò la porta dalla parte di dentro; tale che, entrato Uguccione e le sue genti, corsono la terra e amazzorono messer Giorgio con tutti quegli della sua famiglia e con molti altri suoi amici e partigiani, e il governatore cacciorono. [36] E lo stato della città si riformò secondo che a Uguccione piacque, con grandissimo danno di quella; perché si truova che piú di cento famiglie furono cacciate allora di Lucca. Quegli che fuggirono, una parte ne andò a Firenze, una altra a Pistoia; le quali città erono rette da parte guelfa, e per questo venivono a essere inimiche a Uguccione e ai Lucchesi. [37] E parendo a’ Fiorentini e agli altri guelfi che la parte ghibellina avessi preso in Toscana troppa autorità, convennono insieme di rimettere i fuorausciti lucchesi e, fatto uno grosso esercito, ne vennono in Val di Nievoli e occuporono Monte Catini; e di quivi ne andorono a campo a Monte Carlo, per avere libero el passo di Lucca.
[38] Pertanto Uguccione, ragunata assai gente pisana e lucchese e di piú molti cavagli todeschi che trasse di Lombardia, andò a trovare el campo de’ Fiorentini, il quale, sentendo venire e nimici, si era partito da Monte Carlo e postosi intra Monte Catini e Pescia; e Uguccione si misse sotto Monte Carlo, propinquo a’ nimici a dua miglia. Dove qualche giorno intra ’ cavagli dell’uno e dell’altro esercito si fece alcuna leggieri zuffa, perché sendo amalato Uguccione, i Pisani e i Lucchesi fugivono di fare la giornata con gli inimici. [39] Ma sendo Uguccione agravato nel male, si ritirò per curarsi a Monte Carlo e lasciò a Castruccio la cura dello esercito. La qual cosa fu cagione della rovina de’ guelfi; perché quegli presono animo, parendo loro che lo esercito inimico fussi rimaso sanza capitano. [40] Il che Castruccio cognobbe, e attese per alcuni giorni ad acrescere in loro questa opinione, mostrando di temere, non lasciando uscire alcuno delle munizioni del campo; e da l’altra parte i guelfi, quanto piú vedevano questo timore, tanto piú diventavano insolenti, e ciascuno giorno ordinati alla zuffa si presentavano allo esercito di Castruccio. [41] Il quale, parendoli aver dato loro assai animo, e cognosciuto l’ordine loro, diliberò fare la giornata con quegli; e prima con le parole fermò lo animo de’ suoi soldati, e mostrò loro la vittoria certa, quando volessino ubidire agli ordini suoi.
[42] Aveva Castruccio veduto come gli inimici avevano messe tutte le loro forze nel mezzo delle schiere e le gente piú debole nelle corna di quelle; onde che esso fece el contrario, perché misse nelle corna del suo esercito la piú valorosa gente avesse, e nel mezzo quella di meno estima. [43] E uscito de’ suoi allogiamenti con questo ordine, come prima venne alla vista dello esercito inimico, el quale insolentemente secondo l’uso lo veniva a trovare, comandò che le squadre del mezzo andassero adagio e quelle delle corna con prestezza si movessino. [44] Tanto che, quando venne alle mani con i nimici, le corna solo dell’uno e dell’altro esercito combattevono e le schiere del mezzo si posavano, perché le gente di mezzo di Castruccio erano rimaste tanto indietro, che quelle di mezzo delli inimici non le agiugnevano. E cosí venivano le piú gagliarde genti di Castruccio a combattere colle piú debole delli inimici e le piú gagliarde loro si posavano, sanza potere offendere quelli avieno allo incontro o dare alcuno aiuto alli suoi. [45] Tale che, sanza molta difficultà, e nimici dall’uno e l’altro corno si missono in volta e quegli di mezzo ancora, vedendosi nudati da’ fianchi dai suoi, sanza avere potuto mostrare alcuna loro virtú, si fugirono.
[46] Fu la rotta e la uccisione grande, perché vi furono morti meglio che diecimila uomini, con molti caporali e grandi cavalieri di tutta la Toscana di parte guelfa, e di piú molti principi che erano venuti in loro favore, come furono Piero fratello del re Ruberto e Carlo suo nipote e Filippo signore di Taranto. [47] E dalla parte di Castruccio non agiunsono a trecento; intra ’ quali morí Francesco figliuolo di Uguccione, il quale, giovinetto e volonteroso, nel primo assalto fu morto.
[48] Fece questa rotta al tutto grande il nome di Castruccio, in tanto che a Uguccione entrò tanta gelosia e sospetto dello stato suo, che non mai pensava se non come lo potessi spegnere, parendogli che quella vittoria gli avessi non dato ma tolto lo imperio. [49] E stando in questo pensiero, aspettando occasione onesta di mandarlo ad effetto, occorse che e’ fu morto Pier Agnolo Micheli, in Lucca uomo qualificato e di grande estimazione, l’ucciditore del quale si rifuggí in casa Castruccio; dove andando e sergenti del capitano per prenderlo, furono da Castruccio ributtati, in tanto che lo omicida mediante gli aiuti suoi si salvò. [50] La qual cosa sentendo Uguccione, che allora si trovava a Pisa, e parendogli avere giusta cagione a punirlo, chiamò Neri suo figliuolo, al quale aveva già data la signoria di Lucca, e gli comisse che, sotto titolo di convitare Castruccio, lo prendessi e facessi morire; donde che Castruccio, andando nel palazzo del signore domesticamente, non temendo di alcuna ingiuria, fu prima da Neri ritenuto a cena e di poi preso. [51] E dubitando Neri che, nel farlo morire sanza alcuna iustificazione, il popolo non si alterasse, lo serbò vivo, per intendere meglio da Uguccione come gli paressi da governarse. Il quale, biasimando la tardità e viltà del figliuolo, per dare perfezione alla cosa, con quatrocento cavagli si uscí di Pisa per andare a Lucca; e non era ancora arrivato ai Bagni che i Pisani presono le armi e uccisono il vicario di Uguccione e gli altri di sua famiglia che erano restati in Pisa, e feciono loro signore il conte Gaddo della Gherardesca. [52] Sentí Uguccione prima che arrivasse a Lucca lo accidente seguito in Pisa, né gli parse da tornare indietro, acciò che i Lucchesi, collo esemplo de’ Pisani, non gli serrassino ancor quegli le porte. [53] Ma i Lucchesi, sentendo i casi di Pisa, non ostante che Uguccione fussi venuto in Lucca, presa occasione dalla liberazione di Castruccio, cominciorono prima ne’ circuli per le piazze a parlare sanza rispetto, di poi a fare tumulto, e da quello vennono alle armi, domandando che Castruccio fussi libero; tanto che Uguccione, per timore di peggio, lo trasse di prigione. [54] Donde che Castruccio, subito ragunati sua amici, col favore del popolo fece empito contro a Uguccione. Il quale, vedendo non avere rimedio, se ne fuggí con gli amici suoi e ne andò in Lombardia a trovare e signori della Scala; dove poveramente morí.
[55] Ma Castruccio, di prigioniero diventato come principe di Lucca, operò con gli amici suoi e con el favore fresco del popolo, in modo che fu fatto capitano delle loro gente per uno anno. [56] Il che ottenuto, per darsi reputazione nella guerra, disegnò di recuperare ai Lucchesi molte terre che si erano ribellate dopo la partita di Uguccione; e andò con il favore de’ Pisani, con i quali si era collegato, a campo a Serezana. E per espugnarla fece sopra essa una bastía, la quale, di poi murata dai Fiorentini, si chiama oggi Serezanello; e in tempo di dua mesi prese la terra. [57] Di poi con questa reputazione occupò Massa, Carrara e Lavenza, e in brevissimo tempo occupò tutta Lunigiana; e per serrare il passo che di Lombardia viene in Lunigiana, espugnò Pontriemoli e ne trasse messer Anastasio Palavisini che ne era signore. [58] Tornato a Lucca con questa vittoria, fu da tutto il popolo incontrato; né parendo a Castruccio da differire il farsi principe, mediante Pazzino dal Poggio, Puccinello dal Portico, Francesco Boccansacchi e Cecco Guinigi, allora di grande reputazione in Lucca, corrotti da lui, se ne fece signore, e solennemente e per diliberazione del popolo fu eletto principe.
[59] Era venuto in questo tempo in Italia Federigo di Baviera, re de’ Romani, per prendere la corona dello Imperio; il quale Castruccio si fece amico e lo andò a trovare con cinquecento cavagli; e lasciò in Lucca suo luogotenente Pagolo Guinigi, del quale per la memoria del padre faceva quella estimazione che se e’ fussi nato di lui. [60] Fu ricevuto Castruccio da Federigo onoratamente e datogli molti privilegi, e lo fece suo luogotenente in Toscana. E perché i Pisani avevono cacciato Gaddo della Gherardesca, e per paura di lui erano ricorsi a Federigo per aiuti, Federigo fece Castruccio signore di Pisa; e i Pisani per timore di parte guelfa, e in particulare de’ Fiorentini, lo accettorono.
[61] Tornatosene pertanto Federigo nella Magna, e lasciato uno governatore a Roma, tutti e ghibellini toscani e lombardi che seguivano le parti dello imperadore si rifugirono a Castruccio, e ciascuno gli prometteva lo imperio della sua patria, quando per suo mezzo vi rientrasse; intra ’ quali furono Matteo Guidi, Nardo Scolari, Lapo Uberti, Gerozzo Nardi e Piero Bonaccorsi, tutti ghibellini e fuorausciti fiorentini. [62] E disegnando Castruccio pel mezzo di costoro e con le sue forze farsi signore di tutta Toscana, per darsi piú reputazione si acostò con messer Mateo Visconti principe di Milano, e ordinò tutta la città e il suo paese alle armi. E perché Lucca aveva cinque porte, divise in cinque parti el contado, e quelle armò e distribuí sotto capi e insegne, tale che in uno subito metteva insieme ventimila uomini, sanza quegli che gli potevano venire in aiuto da Pisa.
[63] Cinto adunque di queste forze e di questi amici, accadde che messer Matteo Visconti fu assaltato dai guelfi di Piacenza, i quali avevano cacciati i ghibellini; in aiuto de’ quali e Fiorentini e il re Ruberto avevono mandate loro gente. Donde che messer Matteo richiese Castruccio che dovesse asaltare e Fiorentini, acciò che quegli, constretti a difendere le case loro, rivocassino le loro gente di Lombardia. [64] Cosí Castruccio con assai gente assaltò il Valdarno di sotto, e occupò Fucecchio e San Miniato con grandissimo danno del paese; onde che i Fiorentini per questa necessità rivocorono le loro genti. Le quali a fatica erono tornate in Toscana, che Castruccio fu constretto da un’altra necessità tornare a Lucca.
[65] Era in quella città la famiglia di Poggio potente, per avere fatto non solamente grande Castruccio, ma principe; e non le parendo essere remunerata secondo i suoi meriti, convenne con altre famiglie di Lucca di ribellare la città e cacciarne Castruccio. E presa una mattina occasione, corsono armate al luogotenente che Castruccio sopra la iustizia vi teneva, e lo amazzorono. [66] E volendo seguire di levare il popolo a romore, Stefano di Poggio, antico e pacifico uomo, il quale nella congiura non era intervenuto, si fece innanzi e constrinse con la autorità sua i suoi a posare le armi, offerendosi di essere mediatore intra loro e Castruccio a fare ottenere a quegli i desideri loro. [67] Posorono pertanto coloro le armi, non con magiore prudenza che le avessero prese; perché Castruccio, sentita la novità seguita a Lucca, sanza mettere tempo in mezzo, con parte delle sue genti, lasciato Pagolo Guinigi capo del resto, se ne venne in Lucca. E trovato, fuora di sua opinione, posato el romore, parendogli avere piú facilità di assicurarsi, dispose e suoi partigiani armati per tutti e luoghi opportuni. [68] Stefano di Poggio, parendogli che Castruccio dovessi avere obligo seco, lo andò a trovare e non pregò per sé, perché giudicava non avere di bisogno, ma per gli altri di casa, pregandolo che condonasse molte cose alla giovanezza, molte alla antica amicizia e obrigo che quello aveva colla loro casa.
[69] Al quale Castruccio rispuose gratamente e lo confortò a stare di buono animo, mostrandogli di avere piú caro avere trovati posati e tumulti, che non aveva avuto per male la mossa di quegli; e confortò Stefano a fargli venire tutti a lui, dicendo che ringraziava Dio di avere avuto occasione di dimostrare la sua clemenzia e liberalità. [70] Venuti adunque sotto la fede di Stefano e di Castruccio, furono insieme con Stefano imprigionati e morti.
[71] Avevano in questo mezzo e Fiorentini recuperato San Miniato; onde che a Castruccio parve di fermare quella guerra, parendogli, infino che e non si assicurassi di Lucca, di non si potere discostare da casa. E fatto tentare e Fiorentini di triegua, facilmente gli trovò disposti, per essere ancora quegli stracchi e disiderosi di fermare la spesa. Fecero adunque triegua per dua anni, e che ciascuno possedessi quello che possedeva. [72] Liberato adunque Castruccio dalla guerra, per non incorrere piú ne’ pericoli era incorso prima, sotto varii colori e cagioni spense tutti quegli in Lucca che potessero per ambizione aspirare al principato; né perdonò ad alcuno, privandogli della patria, della roba e, quegli che poteva avere nelle mani, della vita, affermando di avere cognosciuto per esperienza nessuno di quegli potergli essere fedeli. E per piú sua sicurtà, fondò una fortezza in Lucca, e si serví della materia delle torre di coloro ch’egli aveva cacciati e morti.
[73] Mentre Castruccio aveva posate le armi co’ Fiorentini e che e’ si afortificava in Lucca, non mancava di fare quelle cose che e’ poteva sanza manifesta guerra operare, per fare maggiore la sua grandezza. [74] E avendo desiderio grande di occupare Pistoia, parendogli, quando ottenessi la posessione di quella città, di avere uno piè in Fiorenza, si fece in varii modi tutta la montagna amica; e colle parti di Pistoia si governava in modo che ciascuna confidava in lui.
[75] Era allora quella città divisa, come fu sempre, in bianchi e neri. Capo de’ bianchi era Bastiano di Possente, de’ neri Iacopo da Già, de’ quali ciascuno teneva con Castruccio strettissime pratiche, e qualunche di loro desiderava cacciare l’altro. [76] Tanto che l’uno e l’altro, dopo molti sospetti, vennono a le armi. Iacopo si fece forte alla porta Fiorentina, Bastiano alla Lucchese. E confidando l’uno e l’altro piú in Castruccio che ne’ Fiorentini, giudicandolo piú espedito e piú presto in su la guerra, mandorono a lui segretamente l’uno e l’altro per aiuti; e Castruccio a l’uno e all’altro gli promisse, dicendo a Iacopo che verrebbe in persona e a Bastiano che manderebbe Pagolo Guinigi suo allievo. [77] E dato loro il tempo a punto, mandò Paulo per la via di Pescia ed esso a dirittura se ne andò a Pistoia; e in su la mezza notte, che cosí erano convenuti Castruccio e Paulo, ciascuno fu a Pistoia, e l’uno e l’altro fu ricevuto come amico. [78] Tanto che entrati dentro, quando parve a Castruccio, fece il cenno a Pagolo, doppo il quale l’uno uccise Iacopo da Già e l’altro Bastiano di Possente. E tutti gli altri partigiani loro furono parte presi e parte morti; e corsono sanza altre opposizioni Pistoia per loro; e tratta la Signoria di palagio, costrinse Castruccio el popolo a dargli obedienza, faccendo a quello molte rimessioni di debiti vecchi e molte offerte. E cosí fece a tutto el contado, el quale era corso in buona parte a vedere il nuovo principe; tale che ognuno, ripieno di speranza, mosso in buona parte dalle virtú sue, si quietò.
[79] Occorse in questi tempi che il popolo di Roma cominciò a tumultuare per il vivere caro, causandone l’assenzia del pontefice che si trovava a Vignone, e biasimando i governi tedeschi; in modo che e’ si facevano ogni dí degli omicidii e altri disordini, sanza che Enrico luogotenente dello imperadore vi potesse rimediare. [80] Tanto che ad Enrico entrò un gran sospetto, che i Romani non chiamassino el re Ruberto di Napoli e lui cacciassero di Roma, e restituissela al papa; né avendo el piú propinquo amico a chi ricorrere che a Castruccio, lo mandò a pregare fussi contento non solamente mandare aiuti, ma venire in persona a Roma. [81] Giudicò Castruccio che non fussi da differire, sí per rendere qualche merito allo imperadore, sí perché giudicava che, qualunche volta lo imperadore non fussi a Roma, non avere rimedio. [82] Lasciato adunque Pagolo Guinigi a Lucca, se ne andò con secento cavagli a Roma, dove fu ricevuto da Enrico con grandissimo onore. E in brevissimo tempo la sua presenza rendé tanta riputazione alla parte dello Imperio, che sanza sangue o altra violenza si mitigò ogni cosa; perché, fatto venire Castruccio per mare assai frumento del paese di Pisa, levò la cagione dello scandalo. [83] Dipoi, parte ammunendo, parte gastigando i capi di Roma, gli ridusse voluntariamente sotto il governo di Enrico. E Castruccio fu fatto senatore di Roma e datogli molti altri onori dal popolo romano. Il quale officio Castruccio prese con grandissima pompa, e si misse una toga di broccato indosso, con lettere dinanzi che dicevano: «Egli è quel che Dio vuole»; e di dietro dicevano: «E’ sarà quel che Dio vorrà».
[84] In questo mezzo e Fiorentini, e quali erano mali contenti che Castruccio si fussi ne’ tempi della triegua insignorito di Pistoia, pensavano in che modo potessino farla ribellare; il che per la assenzia sua giudicavano facile. [85] Era intra gli usciti pistolesi, che a Fiorenza si trovavano, Baldo Cecchi e Iacopo Baldini, tutti uomini di autorità e pronti a mettersi a ogni sbaraglio. Costoro tennono pratica con loro amici di dentro, tanto che con lo aiuto de’ Fiorentini entrorno di notte in Pistoia e ne cacciorno e partigiani e ufficiali di Castruccio e parte ne amazzorono, e renderono la libertà alla città. [86] La qual nuova dette a Castruccio noia e dispiacere grande; e presa licenza da Enrico, a gran giornate con le sue genti se ne venne a Lucca.
[87] I Fiorentini, come intesono la tornata di Castruccio, pensando che e’ non dovessi posare, deliberorono di anticiparlo e con le loro gente entrare prima in Val di Nievole che quello, giudicando che, se eglino occupassino quella valle, gli venivano a tagliare la via di potere recuperare Pistoia; e contratto un grosso esercito di tutti gli amici di parte guelfa, vennono nel pistolese. [88] Da l’altra parte Castruccio con le sue gente ne venne a Monte Carlo; e inteso dove lo esercito de’ Fiorentini si trovava, deliberò di non andare a incontrarlo nel piano di Pistoia, né di aspettarlo nel piano di Pescia, ma, se fare potesse, di affrontarsi seco nello stretto di Serravalle, giudicando, quando tale disegno gli riuscisse, di portarne la vittoria certa, perché intendeva i Fiorentini avere insieme trentamila uomini, ed esso ne aveva scelti de’ suoi dodicimila. E benché ei si confidassi nella industria sua e virtú loro, pure dubitava, appiccandosi nel luogo largo, di non essere circundato dalla moltitudine de’ nimici.
[89] È Serravalle uno castello tra Pescia e Pistoia, posto sopra uno colle che chiude la Val di Nievole, non in sul passo propio, ma di sopra a quello dua tratti di arco. Il luogo donde si passa è piú stretto che repente, perché da ogni parte sale dolcemente; ma è in modo stretto, massimamente in sul colle dove le acque si dividono, che venti uomini acanto l’uno a l’altro lo occuperebbono. [90] In questo luogo aveva disegnato Castruccio affrontarsi con gli inimici, sí perché le sue poche gente avessero vantaggio, sí per non iscoprire e nimici prima che in su la zuffa, dubitando che i suoi, veggendo la moltitudine di quegli, non isbigottissino.
[91] Era signore del castello di Serravalle messer Manfredi, di nazione tedesca, il quale, prima che Castruccio fussi signore di Pistoia, era stato riserbato in quel castello come in luogo comune ai Lucchesi e a’ Pistolesi; né di poi ad alcuno era accaduto offenderlo, promettendo quello a tutti stare neutrale, né si obligare ad alcuno di loro: sí che, per questo e per essere in luogo forte, era stato mantenuto. [92] Ma venuto questo accidente, divenne Castruccio desideroso di occupare quello luogo; e avendo stretta amicizia con uno terrazzano, ordinò in modo con quello che, la notte davanti che si avessi a venire alla zuffa, ricevesse quattrocento uomini de’ suoi e amazzasse il signore. [93] E stando cosí preparato, non mosse lo esercito da Monte Carlo per dare piú animo ai Fiorentini a passare. E quali, perché desideravono discostare la guerra da Pistoia e ridurla in Val di Nievole, si accamporono sotto Serravalle, con animo di passare el dí dipoi il colle. [94] Ma Castruccio, avendo sanza tumulto preso la notte il castello, si partí in sulla mezza notte da Monte Carlo, e tacito colle sue genti arrivò la mattina a piè di Serravalle; in modo che a un tratto i Fiorentini ed esso, ciascuno dalla sua parte, incominciò a salire la costa.
[95] Aveva Castruccio le sue fanterie diritte per la via ordinaria, e una banda di quattrocento cavalli aveva mandata in sulla mano manca verso il castello. I Fiorentini, da l’altra banda, avieno mandati innanzi quatrocento cavagli, e di poi avevano mosse le fanterie e, dietro a quelle, le genti d’arme; né credevano trovare Castruccio in sul colle, perché non sapevano ch’ei si fusse insignorito del castello. In modo che, insperatamente, i cavagli de’ Fiorentini, salita la costa, scopersono le fanterie di Castruccio e trovoronsi tanto propinqui a loro che con fatica ebbono tempo ad allacciarsi le celate. [96] Sendo pertanto gli impreparati assaltati dai preparati e ordinati nimici, con grande animo gli spinsono e quegli con fatica resisterono; pure si fece testa per qualche uno di loro, ma, disceso il romore per il resto del campo de’ Fiorentini, si riempié di confusione ogni cosa: i cavagli erono oppressi dai fanti, i fanti dai cavagli e dai carriaggi, i capi non potevono per la strettezza del luogo andare né innanzi né indietro, di modo che niuno sapeva in tanta confusione quello si potesse o dovesse fare. [97] Intanto e cavagli che erono alle mani con le fanterie nimiche erano amazzati e guasti sanza potere difendersi, perché la malignità del sito non gli lasciava; pure piú per forza che per virtú resistevono, perché, avendo dai fianchi i monti, di dietro gli amici e dinanzi gli inimici, non restava loro alcuna via aperta alla fuga. [98] Intanto Castruccio, veduto che i suoi non bastavano a fare voltare e nimici, mandò mille fanti per la via del castello; e fattogli scendere con e quatrocento cavagli che quello aveva mandati innanzi, gli percossono per fianco con tanta furia che le genti fiorentine, non potendo sostenere lo empito di quegli, vinti piú da il luogo che dai nimici, cominciorono a fuggire; e cominciò la fuga da quegli che erono di dietro verso Pistoia, i quali, distendendosi per il piano, ciascuno dove meglio gli veniva, provedeva alla sua salute.
[99] Fu questa rotta grande e piena di sangue; e furono presi molti capi, intra ’ quali furono Bandino de’ Rossi, Francesco Brunelleschi e Giovanni della Tosa, tutti nobili fiorentini, con di molti altri toscani e regnicoli, i quali, mandati dal re Ruberto in favore de’ guelfi, con i Fiorentini militavano.
[100] I Pistolesi, udita la rotta, sanza differire, cacciata la parte amica ai guelfi, si dettono a Castruccio. Il quale, non contento di questo, occupò Prato e tutte le castella del piano, cosí di là come di qua da Arno, e si puose colle genti nel piano di Peretola, propinquo a Fiorenza a dua miglia; dove stette molti giorni a dividere la preda e fare festa della vittoria avuta, faccendo in dispregio de’ Fiorentini battere monete, correre palii a cavagli, a uomini e a meretrici. Né mancò di volere corrompere alcuno nobile cittadino, perché gli aprisse la notte le porte di Fiorenza; ma scoperta la congiura, furono presi e decapitati Tommaso Lupacci e Lambertuccio Frescobaldi. [101] Sbigottiti, adunque, i Fiorentini per la rotta, non vedevono rimedio a potere salvare la loro libertà; e per essere piú certi degli aiuti, mandorono oratori a Ruberto re di Napoli, a dargli la città e il dominio di quella. Il che da quel re fu accettato, non tanto per lo onore fattogli dai Fiorentini, quanto perché sapeva di quale momento era allo stato suo che la parte guelfa mantenessi lo stato in Toscana; e convenuto co’ Fiorentini di avere dugentomila fiorini l’anno, mandò a Firenze Carlo, suo figliuolo, con quatromila cavalli.
[102] Intanto e Fiorentini s’erano alquanto sollevati dalle genti di Castruccio, perché egli era stato necessitato partirsi di sopra e loro terreni e andarne a Pisa, per reprimere una congiura fatta contro di lui da Benedetto Lanfranchi, uno de’ primi di Pisa. Il quale, non potendo sopportare che la sua patria fussi serva d’uno lucchese, gli congiurò contra, disegnando occupare la cittadella e, cacciatane la guardia, amazzare i partigiani di Castruccio. [103] Ma perché in queste cose, se il poco numero è sufficiente al segreto, non basta alla esecuzione, mentre che e’ cercava di ridurre piú uomini a suo proposito, trovò chi questo suo disegno scoperse a Castruccio. Né passò questa revelazione sanza infamia di Bonifacio Cerchi e Giovanni Guidi fiorentini, i quali si trovavano confinati a Pisa. Onde, posto le mani adosso a Benedetto, lo amazzò, e tutto el restante di quella famiglia mandò in esilio, e molti altri nobili cittadini decapitò. [104] E parendogli avere Pistoia e Pisa poco fedeli, con industria e forza attendeva ad assicurarsene; il che dette tempo ai Fiorentini a ripigliare le forze, e potere aspettare la venuta di Carlo. [105] Il quale venuto, deliberarono di non perdere tempo, e ragunorono insieme grande gente, perché convocorono in loro aiuto quasi tutti i guelfi di Italia, e feciono uno grossissimo esercito di piú che trentamila fanti e diecimila cavagli. E consultato quale dovessino assalire prima, o Pistoia o Pisa, si risolverono fusse meglio combattere Pisa, come cosa piú facile a riuscire per la fresca congiura che era stata in quella, e di piú utilità, giudicando, avuta Pisa, Pistoia per sé medesima si arrendesse.
[106] Usciti adunque i Fiorentini fuora con questo esercito, allo entrare di magio del milletrecentoventotto, occuporono subito la Lastra, Signa, Montelupo ed Empoli, e ne vennono con lo esercito a San Miniato. [107] Castruccio, da l’altra parte, sentendo el grande esercito che i Fiorentini gli avieno mosso contra, non sbigottito in alcuna parte, pensò che questo fusse quel tempo che la fortuna gli dovesse mettere in mano lo imperio di Toscana, credendo che gli inimici non avessero a fare migliore prova in quel di Pisa che si facessero a Serravalle, ma che non avessino già speranza di rifarsi come allora; e ragunato ventimila de’ suoi uomini a piè e quatromila cavagli, si pose collo esercito a Fucecchio, e Pagolo Guinigi mandò con cinquemila fanti in Pisa. [108] È Fucecchio posto in luogo piú forte che alcuno altro castello di quello di Pisa, per essere in mezzo intra la Gusciana e Arno ed essere alquanto rilevato da il piano; dove stando, non li potevano i nimici, se non facevano dua parte di loro, impedire le vettovaglie che da Lucca e da Pisa non venissino, né potevano, se non con loro disavantaggio, o andare a trovarlo o andare verso Pisa, perché nell’uno caso potevano essere messi in mezzo dalle genti di Castruccio e da quelle di Pisa, nello altro, avendo a passare Arno, non potevano farlo, con il nimico adosso, se non con grande loro pericolo. [109] E Castruccio, per dare loro animo di pigliare questo partito di passare, non si era posto con le genti sopra la riva di Arno, ma allato alle mura di Fucecchio, e aveva lasciato spazio assai intra il fiume e lui.
[110] I Fiorentini, avendo occupato San Miniato, consigliorono quello fusse da fare, o andare a Pisa o a trovare Castruccio; e misurata la difficultà dell’uno partito e dell’altro, si risolverno andare a investirlo. [111] Era il fiume di Arno tanto basso che e’ si poteva guadare, ma non però in modo che a’ fanti non bisognassi bagnarsi infino alle spalle e ai cavagli infino alle selle. [112] Venuto pertanto la mattina de’ dí dieci di giugno, i Fiorentini, ordinati alla zuffa, feciono cominciare a passare parte della loro cavalleria e una battaglia di diecimila fanti. [113] Castruccio, che stava parato e intento a quello che egli aveva in animo di fare, con una battaglia di cinquemila fanti e tremila cavagli gli assaltò; né dette loro tempo a uscire tutti fuora delle acque che fu alle mani con loro, e mille fanti espediti mandò su per la riva dalla parte di sotto di Arno e mille di sopra. [114] Erano e fanti de’ Fiorentini agravati dalle acque e dalle armi, né avevano tutti superato la grotta del fiume. I cavagli, passati che ne furono alquanti, per avere rotto el fondo di Arno, ferono il passo agli altri difficile; perché, trovando il passo sfondato, molti si rimboccavano adosso al padrone, molti si ficcavano talmente nel fango, che non si potevano ritirare. [115] Onde veggendo i capitani fiorentini la difficultà del passare da quella parte, gli feciono ritirare piú alti su per il fiume, per trovare il fondo non guasto e la grotta piú benigna che gli ricevessi. [116] Ai quali si opponevano quegli fanti che Castruccio aveva su per la grotta mandati, i quali, armati alla leggiera con rotelle e dardi di galea in mano, con grida grandi, nella fronte e nel petto gli ferivano: tale che i cavagli, dalle ferite e dalle grida sbigottiti, non volendo passare avanti, adosso l’uno a l’altro si rimboccavano. [117] La zuffa intra quegli di Castruccio e quegli che erano passati fu aspra e terribile, e da ogni parte ne cadeva assai; e ciascuno s’ingegnava con quanta piú forza poteva di superare l’altro. [118] Quegli di Castruccio gli volevono rituffare nel fiume; i Fiorentini gli volevono spignere, per dare luogo agli altri che, usciti fuora della acqua, potessero combattere. Alla quale ostinazione si aggiugnevano i conforti de’ capitani: Castruccio ricordava a’ suoi ch’egli erano quelli inimici medesimi che non molto tempo innanzi avevano vinti a Serravalle, e i Fiorentini rimproveravono i loro che gli assai si lasciassino superare dai pochi. [119] Ma veduto Castruccio che la battaglia durava, e come i suoi e gli avversarii erano già stanchi, e come da ogni parte ne era molti feriti e morti, spinse innanzi un’altra banda di cinquemila fanti, e condotti che gli ebbe alle spalle de’ suoi che combattevano, ordinò che quegli davanti si aprissino e, come se e’ si mettessino in volta, l’una parte in sulla destra e l’altra in sulla sinistra si ritirasse.
[120] La quale cosa fatta, dette spazio a’ Fiorentini di farsi innanzi e guadagnare alquanto di terreno; ma venuti alle mani i freschi con gli affaticati, non istettono molto che gli spinsono nel fiume. [121] Intra la cavalleria dell’uno e dell’altro non vi era ancora vantaggio, perché Castruccio, cognosciuta la sua inferiore, aveva comandato ai condottieri che sostenessino solamente el nimico, come quello che sperava superare i fanti e, superati, potere poi piú facilmente vincere i cavagli; il che gli succedette secondo il disegno suo. [122] Perché, veduti i fanti inimici essersi ritirati nel fiume, mandò quel resto della sua fanteria alla volta de’ cavagli inimici. I quali, con lance e con dardi ferendogli, e la cavalleria ancora con maggior furia premendo loro addosso, gli missono in volta. [123] I capitani fiorentini, vedendo la difficultà che i loro cavagli avevano a passare, tentarono far passare fanterie dalla parte di sotto del fiume, per combattere per fianco le genti di Castruccio. Ma sendo le grotte alte e di sopra occupate dalle genti di quello, si provorono invano. [124] Messesi pertanto el campo in rotta, con gloria grande e onore di Castruccio; e di tanta moltitudine non ne campò el terzo. [125] Furono presi di molti capi, e Carlo, figliuolo del re Ruberto, insieme con Michelagnolo Falconi e Taddeo degli Albizzi, comessarii fiorentini, se ne fuggirono a Empoli. [126] Fu la preda grande, la uccisione grandissima, come in uno tanto conflitto si può estimare: perché dello esercito fiorentino ne morí ventimila dugento trentuno, e di quegli di Castruccio mille cinquecento settanta.
[127] Ma la fortuna, inimica alla sua gloria, quando era tempo di dargli vita, gliene tolse, e interruppe quegli disegni che quello molto tempo innanzi avea pensato di mandare ad effetto, né gliele potea altro che la morte impedire. [128] Erasi Castruccio nella battaglia tutto el giorno affaticato, quando, venuto el fine di essa, tutto pieno di affanno e di sudore, si fermò sopra la porta di Fucecchio, per aspettare le genti che tornassino dalla vittoria e quelle con la presenzia sua ricevere e ringraziare, e parte – se pure cosa alcuna nascesse dai nimici che in qualche parte avessino fatto testa – potere essere pronto a rimediare, giudicando lo officio d’uno buono capitano essere montare il primo a cavallo e l’ultimo scenderne. [129] Donde che, stando esposto a un vento che il piú delle volte a mezzo dí si leva di in su Arno, e suole essere quasi sempre pestifero, adiacciò tutto; la quale cosa non essendo stimata da lui, come quello che a simili disagi era assuefatto, fu cagione della sua morte. Perché la notte seguente fu da una grandissima febre assalito; la quale andando tuttavia in agumento, ed essendo el male da tutti e medici giudicato mortale, e accorgendosene Castruccio, chiamò Pagolo Guinigi e gli disse queste parole: [130] «Se io avessi creduto, figliuolo mio, che la fortuna mi avesse voluto troncare nel mezzo del corso il cammino per andare a quella gloria che io mi avevo con tanti miei felici successi promessa, io mi sarei affaticato meno e a te arei lasciato, se minore stato, meno inimici e meno invidia. [131] Perché, contento dello imperio di Lucca e di Pisa, non arei suggiogati e Pistolesi e con tante ingiurie inritati e Fiorentini, ma, fattomi e l’uno e l’altro di questi dua popoli amici, arei menata la mia vita, se non piú lunga, al certo piú quieta, e a te arei lasciato lo stato, se minore, sanza dubbio piú sicuro e piú fermo. [132] Ma la fortuna, che vuole essere arbitra di tutte le cose umane, non mi ha dato tanto iudizio che io l’abbia potuta prima cognoscere, né tanto tempo che io l’abbi potuta superare. [133] Tu hai inteso, ché molti te lo hanno detto e io non l’ho mai negato, come io venni in casa di tuo padre ancora giovanetto e privo di tutte quelle speranze che deono in ogni generoso animo capere, e come io fui da quello nudrito e amato piú assai che se io fussi nato del suo sangue; donde che io sotto el governo suo divenni valoroso, e atto a essere capace di quella fortuna che tu medesimo hai veduto e vedi. [134] E perché, venuto a morte, ei comisse alla mia fede te e tutte le fortune sue, io ho te con quello amore nutrito, ed esse con quella fede accresciute, che io era tenuto e sono. [135] E perché non solamente fussi tuo quello che da tuo padre ti era stato lasciato, ma quello ancora che la fortuna e la virtú mia si guadagnava, non ho mai voluto prendere donna, acciò che lo amore de’ figliuoli non mi avesse a impedire che in alcuna parte io non mostrasse verso del sangue di tuo padre quella gratitudine che mi pareva essere tenuto di mostrare.
[136] Io ti lascio pertanto uno grande stato, di che io sono molto contento; ma perché io te lo lascio debole e infermo, io ne sono dolentissimo. [137] Ei ti rimane la città di Lucca, la quale non sarà mai bene contenta di vivere sotto lo imperio tuo. Rimanti Pisa, dove sono uomini di natura mobili e pieni di fallacia; la quale, ancora che sia usa in varii tempi a servire, nondimeno sempre si sdegnerà di avere uno signore lucchese. Pistoia ancora ti resta poco fedele, per essere divisa e contro al sangue nostro dalle fresche ingiurie irritata. Hai per vicini e Fiorentini, offesi e in mille modi da noi ingiuriati e non spenti; ai quali sarà piú grato lo avviso della morte mia, che non sarebbe lo acquisto di Toscana. Negli principi di Milano e nello imperadore non puoi confidare, per essere discosto, pigri, e gli loro soccorsi tardi. [138] Non dèi pertanto sperare in alcuna cosa, fuora che nella tua industria e nella memoria della virtú mia, e nella reputazione che ti arreca la presente vittoria, la quale se tu saprai con prudenza usare, ti darà aiuto a fare accordo con i Fiorentini, al quale, sendo sbigottiti per la presente rotta, doverranno con desiderio condescendere. I quali dove io cercavo farmi inimici, e pensavo che la inimicizia loro mi avessi a recare potenzia e gloria, tu hai con ogni forza a cercare di fartegli amici, perché la amicizia loro ti arrecherà sicurtà e commodo. [139] È cosa in questo mondo di importanza assai cognoscere sé stesso e sapere misurare le forze dello animo e dello stato suo; e chi si cognosce non atto alla guerra, si debbe ingegnare con le arti della pace di regnare. [140] A che è bene, per il consiglio mio, che tu ti volga e t’ingegni per questa via di goderti le fatiche e pericoli miei; il che ti riuscirà facilmente, quando stimi essere veri questi miei ricordi. E arai ad avere meco duoi oblighi: l’uno, che io t’ho lasciato questo regno; l’altro, che io te l’ho insegnato mantenere».
[141] Dipoi, fatti venire quegli cittadini che di Lucca, di Pisa, di Pistoia seco militavano, e raccomandato a quegli Pagolo Guinigi e fattigli giurare obedienza, si morí, lasciando a tutti quegli che lo avevano sentito ricordare di sé una felice memoria, e a tutti quegli che gli erano stati amici tanto desiderio di lui quanto alcuno altro principe che mai in qualunche altro tempo morissi.
[142] Furono le esequie sue celebrate onoratissimamente e sepulto in San Francesco di Lucca. [143] Ma non fûrno già la virtú e la fortuna tanto amiche a Pagolo Guinigi quanto a Castruccio: perché non molto dipoi perdé Pistoia, e apresso Pisa, e con fatica si mantenne il dominio di Lucca, il quale perseverò nella sua casa infino a Pagolo suo pronepote.
[144] Fu adunque Castruccio, per quanto si è dimostro, uno uomo non solamente raro ne’ tempi sua, ma in molti di quegli che innanzi erono passati. [145] Fu della persona piú che ordinario di altezza, e ogni membro era a l’altro respondente; ed era di tanta grazia nello aspetto e con tanta umanità raccoglieva gli uomini, che non mai gli parlò alcuno che si partissi da quello mal contento. I capegli suoi pendevano in rosso, e portavagli tonduti sopra gli orecchi; e sempre e d’ogni tempo, come che e’ piovessi o nevicasse, andava co’ il capo scoperto. [146] Era grato agli amici, agli inimici terribile, giusto con i sudditi, infedele con gli esterni; né mai potette vincere per fraude che e’ cercasse di vincere per forza, perché ei diceva che la vittoria, non el modo della vittoria, ti arrecava gloria. [147] Nessuno fu mai piú audace ad entrare ne’ pericoli, né piú cauto ad uscirne; e usava di dire che gli uomini deono tentare ogni cosa, né di alcuna si sbigottire, e che Dio è amatore degli uomini forti, perché si vede che sempre gastiga gli impotenti con i potenti.
[148] Potrebbesi etiam dire di Castruccio come era mirabile nel rispondere o mordere, o acutamente o urbanamente; e come non perdonava in questo modo di parlare ad alcuno, cosí non si adirava quando non era perdonato a lui. Donde si truovono di molte cose dette da lui acutamente e molte udite pazientemente, come sono queste.
[149] Avendo egli fatto comperare una starna uno ducato, e riprendendolo uno amico, disse Castruccio: «Tu non la comperresti per piú che uno soldo». E dicendogli l’amico che ei diceva el vero, rispose quello: «Uno ducato mi vale molto meno».
[150] Avendo intorno uno adulatore, e per dispregio avendogli sputato addosso, disse lo adulatore: «I pescatori, per prendere uno piccolo pesce si lasciono tutti bagnare dal mare, io mi lascerò bene bagnare da uno sputo per pigliare una balena». Il che Castruccio non solo udí pazientemente, ma lo premiò.
[151] Dicendogli alcuno male, che e’ viveva troppo splendidamente, disse Castruccio: «Se questo fussi vizio, non si farebbe sí splendidi conviti alle feste de’ nostri santi».
[152] Passando per una strada e vedendo uno giovanetto che usciva di casa una meretrice tutto arossito per essere stato veduto da lui, gli disse: «Non ti vergognare quando tu n’esci, ma quando tu v’entri».
[153] Dandogli uno amico a sciogliere uno nodo accuratamente annodato, disse: «O sciocco, credi tu ch’io voglia sciorre una cosa che, legata, mi dia tanta briga?».
[154] Dicendo Castruccio a uno el quale faceva professione di filosofo: «Voi siete fatti come i cani, che vanno sempre da torno a chi può meglio dare loro mangiare»; gli rispuose quello: «Anzi, siamo come e’ medici, che andiamo a casa coloro che di noi hanno maggiore bisogno».
[155] Andando da Pisa a Livorno per acqua, e sopravenendo uno temporale pericoloso, per il che turbandosi forte Castruccio, fu ripreso da uno di quegli che erano seco di pusillanimità, dicendo di non avere paura di cosa alcuna; al quale disse Castruccio che non se ne maravigliava, perché ciascuno stima l’anima sua quello che ella vale.
[156] Domandato da uno come egli avessi a fare a farsi stimare, gli disse: «Fa, quando tu vai a uno convito, che e’ non segga uno legno sopra uno altro legno».
[157] Gloriandosi uno di avere letto molte cose, disse Castruccio: «E’ sarebbe meglio gloriarsi di averne tenute a mente assai».
[158] Gloriandosi alcuno che, bevendo assai, non s’innebriava, disse: «E’ fa cotesto medesimo uno bue».
[159] Aveva Castruccio una giovane con la quale conversava domesticamente, di che sendo da uno amico biasimato, dicendo massime che egli era male che e’ si fusse lasciato pigliare a una donna: «Tu erri – disse Castruccio – io ho preso lei, non ella me».
[160] Biasimandolo ancora uno che egli usava cibi troppo dilicati, disse: «Tu non spenderesti in essi quanto spendo io». E dicendogli quello che e’ diceva el vero, gli soggiunse: «Adunque tu sei piú avaro che io non sono ghiotto».
[161] Sendo invitato a cena da Taddeo Bernardi lucchese, uomo ricchissimo e splendidissimo e, arrivato in casa, mostrandogli Taddeo una camera parata tutta di drappi e che aveva il pavimento composto di pietre fine, le quali, di diversi colori diversamente tessute, fiori e fronde e simili verzure rappresentavano, ragunatosi Castruccio assai umore in bocca, lo sputò tutto in sul volto a Taddeo. Di che turbandosi quello, disse Castruccio: «Io non sapevo dove mi sputare che io ti offendessi meno».
[162] Domandato come morí Cesare, disse: «Dio volessi che io morissi come lui!».
[163] Essendo una notte in casa d’uno de’ suoi gentiluomini, dove erano convitate assai donne a festegiare, e ballando e sollazzando quello piú che alle qualità sua non conveniva, di che sendo ripreso da uno amico, disse: «Chi è tenuto savio di dí, non sarà mai tenuto pazzo di notte».
[164] Venendo uno a dimandargli una grazia, e facendo Castruccio vista di non udire, colui se gli gittò ginocchioni in terra; di che riprendendolo Castruccio, disse quello: «Tu ne sei cagione, che hai gli orecchi ne’ piedi». Donde che conseguitò doppia piú grazia che non domandava.
[165] Usava dire che la via dello andare allo inferno era facile, poiché si andava allo ingiú e a chiusi occhi.
[166] Domandandogli uno una grazia con assai parole e superflue, gli disse Castruccio: «Quando tu vuoi piú cosa alcuna da me, manda uno altro».
[167] Avendolo uno uomo simile con una lunga orazione infastidito, e dicendogli nel fine: «Io vi ho forse, troppo parlando, stracco». «Non hai – disse – perché io non ho udito cosa che tu abbia detto».
[168] Usava dire di uno che era stato uno bel fanciullo e di poi era un bello uomo, come egli era troppo ingiurioso, avendo prima tolti i mariti alle moglie e ora togliendo le moglie a’ mariti.
[169] A uno invidioso che rideva, disse: «Ridi tu perché tu hai bene o perché uno altro ha male?».
[170] Sendo ancora sotto lo imperio di messer Francesco Guinigi e dicendogli uno suo equale: «Che vuoi tu che io ti dia, e làsciamiti dare una ceffata?». Rispose Castruccio: «Uno elmetto».
[171] Avendo fatto morire uno cittadino di Lucca, il quale era stato cagione della sua grandezza, ed essendogli detto che egli aveva fatto male ad amazzare uno de’ suoi amici vecchi, rispose che e’ se ne ingannavano, perché aveva morto uno inimico nuovo.
[172] Lodava Castruccio assai gli uomini che toglievano moglie e poi non la menavano, e cosí quegli che dicevano di volere navigare e poi non navigavano.
[173] Diceva maravigliarsi degli uomini che, quando ei comperano uno vaso di terra o di vetro, lo suonano prima per vedere se è buono, e poi nel tôrre moglie erano solo contenti di vederla.
[174] Domandando uno, quando egli era per morire, come e’ voleva essere sepellito, rispose: «Colla faccia volta in giuso, perché io so che, come io sono morto, andrà sottosopra questo paese».
[175] Dimandato se, per salvare l’anima, ei pensò mai di farsi frate, rispose che no, perché gli pareva strano che fra Lazzero ne avessi a ire in paradiso e Uguccione della Faggiuola nello inferno.
[176] Dimandato quando era bene mangiare a volere stare sano, rispose: «Se uno è ricco, quando egli ha fame; se uno è povero, quando ei può».
[177] Vedendo uno suo gentile uomo che si faceva da uno suo famiglio allacciare, disse: «Io priego Dio che tu ti faccia anche imboccare».
[178] Vedendo che uno aveva scritto sopra alla casa sua in lettere latine, che Dio la guardassi dai cattivi, disse: «E’ bisogna che non vi entri egli».
[179] Passando per una via dove era una casa piccola che aveva una porta grande, disse: «Quella casa si fuggirà per quella porta».
[180] Sendogli significato come uno forestiero aveva guasto uno fanciullo, disse: «E’ deve essere uno perugino».
[181] Dimandando egli qual terra aveva la fama de’ giuntatori e barattieri, gli fu risposto: «Di Lucca», che per natura erono tutti, eccetto el Buontura.
[182] Disputando Castruccio con uno imbasciadore del re di Napoli per conto di robe di confinati, e alterandosi alquanto, e dicendogli lo imbasciadore: «Dunque non hai tu paura del re?». Castruccio rispuose: «È egli buono o cattivo questo vostro re?»; e rispondendo quegli che egli era buono, replicò Castruccio: «Perché vuoi tu adunque che io abbi paura degli uomini buoni?».
[183] Potrebbonsi raccontare delle altre cose assai dette da lui, nelle quali tutte si vedrebbe ingegno e gravità, ma voglio che queste bastino in testimonio delle grandi qualità sua.
[184] Visse xxxxvii anni, e fu in ogni fortuna principe. E come della sua buona fortuna ne appariscono assai memorie, cosí volle ancora che della cattiva aparisseno; perché le manette con le quali stette incatenato in prigione si veggono ancora oggi fitte nella torre della sua abitazione, dove da lui furono messe acciò facessino sempre fede della sua avversità. [185] E perché vivendo ei non fu inferiore né a Filippo di Macedonia padre di Alessandro, né a Scipione di Roma, e morí nella età dell’uno e dell’altro, ei sanza dubbio arebbe superato l’uno e l’altro, se in cambio di Lucca egli avessi avuto per sua patria Macedonia o Roma.