Rime varie

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Niccolò Machiavelli

<RIME VARIE>

I

Se sanza a voi pensar solo un momento

stessi, felice chiamerei quello anno;

parre’mi lieve ogni mie greve affanno

s’i’ potessi mostrarvi il duol ch’i’ sento.

Se voi credessi, viverei contento 5

le pene che ’ vostri occhi ogni or mi danno;

e questi boschi pur creduto l’hanno,

stracchi già d’ascoltare il mio lamento.

Di perdute ricchezze o di figliuolo,

di stati o regni persi il fin si vede, 10

cosí d’ogni altra passïone e duolo.

O vita mia, ch’ogni miseria eccede!

Ch’a voi pensar conviemmi e pianger solo,

né trovar al mie pianto o fine o fede.

II

Avea tentato il giovinetto arciere

già molte volte vulnerarmi il petto

con le saette sue, ché del dispetto

e del danno d’altrui prende piacere;

e benché fosson quelle acute e fiere, 5

ch’uno adamante non are’ lor retto,

non di manco trovâr sí forte obbietto,

che stimò poco tutto il lor potere.

Onde che quel, di sdegno e furor carco,

per dimostrar la sua alta eccellenza 10

mutò faretra, mutò strale e arco,

e trassene uno con tanta violenza,

ch’ancor delle ferite mi rammarco

e confesso e conosco sua potenza.

III

Se avessi l’arco e le ale,

giovanetto giulío,

tu saresti lo dio ch’ogni uomo assale.

La bocca e le parole

son l’arco e le saette che tu hai: 5

non è uom sotto il sole

che nol ferisca quando tu le trai;

onde avvien che tu fai

che ’n un voltar di ciglia

presto si lega e piglia ogni mortale. 10

Tu hai di Apollo il crine

lucido e biondo, e di Medusa li occhi;

diventa sasso alfine

chiunque ti guarda, ciò che vedi o tocchi;

e prudenti e li sciocchi 15

prende ’l tuo dolce vischio,

ch’i’ non mi arrischio a darti al mondo equale.

Giove, se tu riguardi

costui, che bello al mondo sol si vede,

tu conoscerai tardi 20

aver fallito a rapir Ganimede.

Costui ogni altro eccede

come fa ’l sole il rezzo,

di lui ribrezzo sente ogni animale.

IV

A STANZA DELLA BARBERA

Amor, i’ sento l’alma

arder nel foco ov’io

lieta arsi e piú che mai d’arder desio.

S’tu mi raccendi il core,

e io ne son contenta 5

e ritorno umilmente al giogo antico;

opra che ’l mio signore

parte del foco senta

ov’io tutto ardo e ’ mie pensier nutrico;

fa’ che ponga in oblio 10

mie fuga, e dilli il mio nuovo desio.

Se col tuo valor santo

far puoi, Amor, che sempre

a lui vivuta paia in questo foco,

io sarò lieta tanto 15

che in le piú crude tempre

il viver mi fie gioia e ’l morir gioco;

e sempre il canto mio

lui chiamerà signor e te mie dio.

V

ALLA BARBERA

S’alla mia immensa voglia

fussi il valor conforme,

si desteria pietà là dove or dorme.

Ma perché non uguali

son le forze al desío, 5

ne nascon tutti e mali

ch’io sento, o signor mio.

Né doler mi poss’io

di voi, ma di me stesso,

poi ch’i’ veggio e confesso 10

come tanta beltade

ama piú verde etade.

VI

Io spero e lo sperar cresce ’l tormento,

io piango e il pianger ciba il lasso core,

io rido e el rider mio non passa drento,

io ardo e l’arsïon non par di fore;

io temo ciò ch’io veggo e ciò che io sento, 5

ogni cosa mi dà nuovo dolore.

Cosí sperando piango, rido e ardo,

e paura ho di ciò che io odo o guardo.

VII

Nasconde quel con che nuoce ogni fera:

celasi adunque sotto l’erbe il drago;

porta la pecchia in bocca mèle e cera

e dentro al piccol sen nasconde l’ago;

cuopre l’orrido volto la pantera 5

e ’l dosso mostra dilettoso e vago;

tu mostri il volto tuo di pietà pieno,

poi celi un cor crudel dentro al tuo seno.

VIII

SERENATA

i

Salve donna tra le altre donne eletta,

essemplo rado di bellezze in terra,

o unica Fenice, alma perfetta,

in cui ogni beltà si chiude e serra:

ascolta quel che ’l tuo servo ti detta,

poi che con gli occhi gli fai tanta guerra,

e credi, se tu vuoi esser felice,

alle vere parole che ti dice.

ii

Non vale esser di grande e alto ingegno,

non vale aver potenza, aver valore

a qualunque non cede allo alto regno

di Vener bella e del suo figlio Amore.

Di costor solo è da temer lo sdegno

e l’ira e l’implacabile furore,

ché l’una è donna, giovin l’altro e sciolto,

e hanno a molti lo esser proprio tolto.

iii

Onde io, non per lenir mia sorte dira

o mitigar gli affanni ch’io sostengo,

né per mostrare il foco che si aggira

intorno al cor, qual lacrimando spengo,

ma per pregarti che tu fugga l’ira

di questa Dea, con uno essemplo vengo

acciò impari a fuggir la crudel rete

ove rimase presa Anassarete.

iv

Avanti che l’italica virtute

ponessi il süo auspicato nido

ne’ sette colli, e fussin conosciute

l’opere de’ Roman’, la fama e ’l grido,

furno le valli intorno possedute

da varii regi, tanto che in quel lido

pervenne Palatino alla corona,

sotto cui visse la bella Pomona.

v

Ninfa non era alcuna in quella riva

ch’amassi tanto i pomi quanto questa,

onde ’l nome da’ pomi le deriva,

però che or questo con la falce annesta,

versa sopra quell’altro l’acqua viva

quando il sol caldo le suo barbe infesta,

pota a quell’altro i rami secchi e torti,

e non amava se non pomi e orti.

vi

A questi solo ella avea posto amore,

fuggendo al tutto di Venere i lacci

e le saette del fiero signore,

dispregiando suo prieghi o sua minacci;

e perché, sendo donna, avea timore

che vïolenza alcuno uom non le facci,

di mura l’orto suo circunda e fascia,

là dove entrar mai uom per nulla lascia.

vii

I giovanetti Satiri d’intorno

gli facíen varii balli per placarla;

Pan e Sileno molte volte andorno

innamorati di lei a trovarla,

e sempre dura e fredda la trovorno;

ma quel che si vedea piú caldo amarla

era Vertunno infra tutti costoro,

né piú felice viveva di loro.

viii

E perché la natura di mutarsi

gli avea concesso in varïati volti,

soleva alcuna volta un villan farsi

ch’avessi allotta i buoi dal giogo sciolti,

e ora in un soldato trasformarsi,

e or parea ch’avessi pomi còlti;

e cosí trasformava sua natura

per veder sol di costei la figura.

ix

Dipoi per quietar le fiamme accese

e per venir d’ogni suo voglia al fine,

l’immagin d’una donna vecchia prese

con la rugosa fronte e ’l bianco crine,

e dentro a l’orto di Pomona scese

tra pomi e frutte che parén divine,

e salutolla e disse: «Figlia mia

bella, e piú bella assai se fussi pia,

x

beata ben tra l’altre ti puoi dire,

da che con questi pomi ti compiaci».

Poi la baciò, e lei poté sentire

non esser quegli d’una vecchia i baci;

e simulando non poter piú ire,

si pose sopra un sasso e disse: «Iaci,

figliuola, se ti piace, meco alquanto,

e a questo olmo che è qui pon’ mente intanto.

xi

Vedi ancor quella vite che lui serra

tra le suo fronde e la chiude e raccoglie:

sanza quell’olmo ella sarebbe in terra

e non si onoreria di tante spoglie.

L’olmo, sanza la vite ch’egli afferra,

non arebbe altro in sé che rami e foglie;

cosí l’un sanza l’altro in poco d’ora

inutil tronco, inutil legno fora.

xii

Tu nondimanco stai proterva e dura

e non ti muovi per lo essemplo loro,

e di prender amante non hai cura,

che dia agli anni tuoi degno ristoro;

e benché molti per la tua figura

sentino affanni assai, doglia e martoro,

se creder tu vorrai a’ mia consigli,

vo’ che Vertunno per amante pigli.

xiii

Credi a me ch’il conosco: costui t’ama

piú che la vita sua e te sol vuole,

sol te disia in questo mondo e brama

e non cerca altra cosa sotto il sole;

costui tuo servo per tutto si chiama,

sol di te parla, sol ti onora e cole;

tu se’ il suo primo amor, e se tu vuoi

t’ha dedicati tutti gli anni suoi.

xiv

Oltre a di questo, egli è giovane amante

e può pigliar qual forma piú gli piace;

come vorrai, te lo vedrai davante,

pur che tu ceda all’amorosa face.

Quello ama come tu gli orti e le piante,

e come te de’ pomi si compiace,

e questa valle intorno e queste fonti

ha sempre frequentato e questi monti.

xv

E bench’egli ami assai i pomi e gli orti,

ogni diletto nondimanco lascia

per vederti, e veggendo si conforti

e mitighi la fiamma che lo fascia.

Credi esso proprio a far questo ti essorti,

non una vecchia che già il tempo accascia:

abbi misericordia di chi arde;

grazie amorose mai non furon tarde.

xvi

E se mai crudeltà ti tiene o tenne,

empiendo il petto tuo d’amaro fele,

in Cipri io ti dirò quel che ’ntervenne

ad una donna per esser crudele,

qual contro al regno d’Amor dura venne,

proterva, iniqua, malvagia, infedele;

ma la vendetta tanto atroce e rara

fa ch’ogni donna alle sua spese impara.

xvii

Amava Ifi, leggiadro giovinetto,

la bella e la crudele Anassarete;

ardevagli di foco il cor nel petto

come una faccellina arder vedete;

avea sempre quel volto per obietto

che gli accendeva l’amorosa sete,

e fece molte prove seco stessi

se per sé spegner quel foco potessi.

xviii

Ma poi che non potette con ragione

in parte mitigar tanto furore,

davanti alle sua porte ginocchione

venne piangendo a confessar l’amore,

e con umíle e piatoso sermone

cercava alleggerire il suo dolore,

e or co’ servi, or con la sua nutrice,

e suoi affanni e le sua doglie dice.

xix

Talvolta qualche lettera scrivea,

e le sua pene descritte mandolle;

spesso a la porta la notte ponea

fiori e grillande dal suo pianto molle,

e spesso, per mostrar quanto egli ardea,

dormire a piè de la sua casa volle,

dove facea d’un freddo sasso letto

al miser corpo, all’amoroso petto.

xx

Ma costei piú crudele era che ’l mare

quando da’ venti è tempestato e mosso,

e via piú dura ancor che ’l ferro pare

qual da norico fuoco è fatto rosso,

e piú che ’l sasso che fuor non appare,

ma stassi ancor sotterra duro e grosso;

e con parole e con fatti il disprezza,

tanto era questa donna male avvezza.

xxi

Sopportar questo giovin non potette

del dolor la lunghezza e del tormento,

e lagrimando avanti a l’uscio stette

della sua donna ripien di spavento;

poi questa voce lacrimabil dette:

«Tu vinci, Anassarete; io son contento

morire, acciò che piú tu non sopporti

i mia fastidi, e vittoria ne porti.

xxii

Orna le tempie tua di verde alloro,

trionfa della guerra ch’io ti mossi:

tu se’ contenta e io contento moro,

poi ch’altrimenti piacerti non puossi;

e poi che non ti muove il mio martoro,

come se ferro o dura pietra fossi,

godi, da che la sorte mi conduce

a mancare or dell’una e l’altra luce.

xxiii

Perché non ti abbia a narrare altra gente

il lieto nunzio della morte mia,

tu me vedrai co’ tuoi occhi pendente,

il che maggior contento assai ti fia.

Prendi, crudel, questo crudel presente

ch’ha meritato la tua villania;

ma voi Celesti, che questo vedete,

forse di me qualche pietate arete.

xxiv

E se il prego d’alcun mai vi fu grato,

se mai cedesti a nostre umane voglie,

fate che lungo tempo ricordato

sia questo mio morir, queste mie doglie,

e che mi sia per fama almanco dato

quel che durezza e crudeltà mi toglie».

E cosí detto tal furor lo vinse,

che ’ntorno al collo un capresto si cinse.

xxv

Poi, pien di caldi e lacrimosi umori,

alzò tutto affannato gli occhi suoi

e disse: «Cruda, questi sono i fiori,

queste son le grillande che tu vuoi».

In fin, per terminar tanti dolori,

si lasciò ir tutto pendente poi,

e nel cader parve la porta dessi

un suon che del suo caso si dolessi.

xxvi

Fu portato alla madre il corpo morto,

la qual lo pianse miserabilmente,

dolendosi del ciel che li fa torto,

vedendo morto il figliuol crudelmente:

e non voleva udir priego e conforto,

tanto era del dolore impazïente

per la sua sorte cotanto immatura;

pur s’ordinò di darli sepultura.

xxvii

Mentre che ’l corpo al sepulcro n’andava,

d’Anassarete alla casa pervenne,

la qual sentendo che ’l corpo passava,

di farsi alle finestre non si tenne;

e come il volto di colui mirava,

subito pietra la crudel divenne,

ché tutto il corpo suo con grande orrore

diventò il sasso che l’avea nel core.

xxviii

Dunque, per la memoria di tal sorte,

pon’ giú quella superbia che tu hai,

segui il regno di Venere e la corte,

se a mio modo, o Pomona, farai;

apri allo amante le serrate porte,

usa pietà e pietà troverai».

E come questo la vecchia ebbe detto,

si fece un bello e gentil giovanetto.

xxix

Tal che Pomona, parte per paura,

parte commossa da sí lieta faccia,

non quasi stette o ostinata o dura,

ma dal suo petto ogni crudeltà caccia,

e di Vertunno assai lieta e secura

si mise voluntaria nelle braccia,

e visse seco un gran tempo felice,

se ’l ver di questo chi ne scrive dice.

xxx

Donna beata a cui si canta e suona,

e voi d’intorno che questo intendete,

imitate l’essemplo di Pomona

e non la crudeltà di Anassarete.

Ecco il tuo servo che piange e ragiona,

e di veder sol la tuo faccia ha sete:

e ti prega ch’al mal d’altrui ti specchi

e a’ suoi prieghi porga un po’ gli orecchi.

xxxi

Non è la sua età vecchia e matura,

non è la vita sua tanto diversa,

né sí brutto creato l’ha Natura

che tu debbi esser a suo voglie aversa.

Vedi la macilente sua figura,

e dagli occhi le lacrime che versa

da far piatoso un cor benché villano,

e muover a suo posta un tigre ircano.

xxxii

Tu sapesti con arte e con ingegno

prender costui agli amorosi lacci,

però convien che presto qualche segno

verso di lui benigno e lieto facci;

altrimenti, ripien d’ira e di sdegno,

convien che morto alla tua porta adiacci,

poi satisfaccia all’amoroso inganno

Venere idea con tuo vergogna e danno.

xxxiii

Da ogni parte dunque se’ constretta

a rispondere, o donna, a chi ti chiama:

da l’un canto ti sforza la vendetta

contro a colei che amata non ama,

da l’altro canto il premio che si aspetta

a chi seguir d’Amore il regno brama;

però posa ogni voglia altera e schiva

e fa’ con lui felice e lieta viva.

IX

CAPITOLO <PASTORALE>

Poscia che all’ombra, sotto questo alloro,

veggo pascer intorno il mio armento,

vo’ dar principio a piú alto lavoro.

Se mai, fistula dolce, il tuo concento

fe’ gir li sassi, fe’ muover le pianti, 5

fermar li fiumi e racchetare il vento,

monstra ora i tuoi valori uniti e tanti,

che la terra ammirata e lieta resti,

e rallegrisi il ciel de’ nostri canti;

benché altra voce e altro stil vorresti, 10

perch’a laldar tanta beltade a pieno

piú alto ingegno convien che si desti,

ché d’un giovan celeste e non terreno,

di modi eccelsi, di divin costumi,

convien per uom divin le laude sièno. 15

Porgimi dunque, Febo, de’ tua lumi:

se mai priego mortal da te s’intende,

fa’ ch’or la mente mia oscura allumi.

Io veggo la tua faccia che raccende

piú che l’usato un vivace splendore, 20

né vento o nube questo giorno offende;

tal che, aiutato dal tuo gran valore,

o sacro Apollo, e da tuo forze, io voglio

spenderlo in far al tuo Iacinto onore.

Iacinto, il nome tuo celebrar soglio, 25

e, per farne memoria a chiunque vive,

lo scrivo in ogni tronco, in ogni scoglio;

di poi le tue bellezze egregie e dive,

e le tua opre atte ad onorare

qualunque di te parla o di te scrive. 30

El ciel la suo virtú volle monstrare,

quando ci dette cosa sí suprema,

per parte a noi di suo bellezze fare,

onde ogni lume innanzi a questo scema:

prima guardando quella chioma degna 35

di ogni corona e d’ogni dïadema;

po’ lo splendor che ’n quella fronte regna,

con ogni parte in sé considerata,

quanto Natura ha di valor c’insegna.

Vedi poi il resto a quella accomodata; 40

odi il suon poi de’ suoi grati sermoni,

da far un marmo, una pietra animata,

sí che ride la terra ove ’l piè poni,

e rallegrasi l’aria dove arriva

della tuo voce li graziosi suoni. 45

Poi si secca l’erbetta che fioriva,

quando ti parti, sí che afflitta resta,

e l’aria duolsi de’ tuo accenti priva;

né cosa manco degna par di questa

d’acquistar fama un natural disío, 50

che farà la tuo gloria manifesta.

Tal ch’i’ prego ch’i’ possa, o Giove dio,

fra tante tube che lo esalteranno,

far risonare un rozzo corno anch’io.

Tutt’i pastor che ’n queste selve stanno, 55

sanza riguardo all’età iuvenile,

ogni lor differenzia in te posto hanno.

Tu, col tuo destro ingegno e signorile,

per vari modi e per diversi inventi

li fai ritornar lieti al loro ovile. 60

Pietoso se’: se qualche miser senti

per contraria fortuna o per amore,

col tuo dolce parlar tu lo contenti.

Nonché gloria tu sia d’ogni pastore,

come ognun veder può, le selve adorni 65

quale ogni dio di quelle abitatore.

Né vi duol piú che Dïana soggiorni

in cielo, o selve, né Febo curate

d’Ameto a riguardar li armenti torni,

né di Ecuba il figliuol piú non chiamate, 70

non Cefal, non Atlanta, perché piú

felice con costui, piú liete state.

In te veggo adunata ogni virtú;

né maraviglia par, perché a plasmarti

non uno dio a tanta opera fu. 75

Quando al principio Dio volse crearti,

el primo magisterio a Vulcan diede,

per piú bel, piú giocondo o lieto farti.

Or, po’ che Giove creato ti vede,

sí allegro si monstra e lieto in vista, 80

che dubbia del suo stato Ganimede;

però che ’n quella terra di acqua mista

uno spirito tal Minerva immisse,

qual mai tempo o fatica non acquista.

Intorno al capo tuo Vener poi fisse 85

le sua grazie immortali e «A’ pastori

benigno viverai e grato» disse.

L’Ore bianche vivuole e freschi fiori

colson liete dipoi, e con quei suci

ti sparson tutto e con variati odori. 90

Marte feroce, onde tu piú riluci,

nel generoso petto un core incluse

simile a Cesar duca, alli altri duci.

Uno astuto veder Mercurio infuse,

onde la lieta fortuna e li affanni 95

e le fatiche tieni aperte o chiuse.

Iunone un almo ne’ privati panni

pose, da dominare imperio e regni;

e Saturno ti die’ di Nestor li anni.

O don di tanti dèi, fa’ che tu degni 100

ricever me fra’ tuo fedel suggetti,

se aver tal servitore tu non sdegni.

E s’i’ vedrò il mie canto ti diletti,

versi ’n tuo laude glorïosi e immensi

soneran queste valle e quei poggetti; 105

ché sono i pensier mia in modo intensi

a compiacerti, ch’i’ desider solo

io di ubbidir, tu di comandar pensi.

E bench’i’ sia nutrito dallo stuolo

d’esti rozzi pastor, di te parlando 110

assai piú alto che l’usato volo.

Ancor piú su andar mi vedrai, quando

conoscerò che ti sia accetto il dono,

ch’i’ venga le tuo laude recitando.

Oltra di questo, ciò ch’i’ ho ti dono: 115

tuo è l’armento che tu vedi, ancora

queste povere pecore tuo sono.

Ma perché li è quasi venuta l’ora

che prendon li animal’ qualche riposo,

e·vespertilio sol si vede fora, 120

celerò quello amor ch’i’ porto ascoso

e a casa n’andrò col mio armento,

sperando un dí tornar piú glorïoso

a cantar le tuo laude, e piú contento.

X

DESCRIPTIO OCCASIONIS
UNO CHE MENTRE PARLA CON LA OCCASIONE LA PERDE.
A FILIPPO DE’ NERLI

«Chi se’ tu che non par donna mortale,

di tanta grazia el Ciel t’adorna e dota?

perché non posi? e perché a’ piedi hai l’ale?»

«Io son l’Occasïone a pochi nota,

e la cagion che sempre mi travagli 5

è perch’io tengo un pie’ sopra una rota.

Volar non è ch’al mie correr s’agguagli,

e però l’alie a’ piedi io mi mantengo

a ciò nel corso mio ciascuno abbagli.

Li sparsi mia cape’ davanti tengo: 10

con essi mi ricuopro el petto e ’l volto,

perch’un non mi conosca quando io vengo.

Drieto dal capo ogni capel m’è tolto,

onde invan s’affatica un se gli avviene

ch’i’ l’abbi trapassato, o s’i’ mi volto» 15

«Dimmi, chi è colei che teco viene?»

«È Penitenzia; e però nota e intendi:

chi non sa prender me, costei ritiene.

E tu, mentre parlando el tempo spendi,

occupato da molti pensier vani, 20

già non t’avvedi, lasso, e non comprendi

com’io ti son fuggita fra le mani».

XI

A M. BERNARDO SUO PADRE IN VILLA A S. CASCIANO

Costor vivuti sono un mese o piue

a noce, a fichi, a fave, a carne secca,

tal ch’ella fia malizia e non cilecca

el far sí lunga stanza costà sue.

Come ’l bue fiesolan guarda a la ’ngiue 5

Arno, assetato, e ’ mocci se ne lecca,

cosí fanno ei de l’uova ch’ha la trecca

e, col beccaio, del castrone e del bue.

Ma per non fare affamar le marmegge,

noi faren motto drieto a Daniello, 10

che forse già v’è qualcosa che legge:

perché, mangiando sol pane e coltello,

fatti abiàn becchi che paion d’acegge

e a pena tegnàn gli occhi a sportello.

Dite a quel mio fratello 15

che venga a trionfar con esso noi

l’oca ch’avemo giovedí da voi;

al fin del giuoco poi,

messer Bernardo mio, voi comperrete

paperi e oche, e non ne mangerete. 20

XII

Io ho, Giuliano, in gamba un paio di geti,

e sei tratti di fune in su le spalle;

l’antre miserie mie vi vo’ contalle,

poi che cosí si trattono e poeti.

Menon pidocchi questi parieti, 5

golfi e paffuti che paion farfalle,

non fu mai tanto puzzo in Roncisvalle,

o là in Sardigna tra quegli albereti,

quanto è nel mio sí delicato ostello.

Con un romor che par proprio che in terra 10

folgori Giove tutto Mongibello,

l’un s’incatena, quell’altro si sferra;

combatte toppe, chiave e chiavistello;

un altro grida: «Troppo alto da terra!».

Quel che mi fe’ piú guerra 15

fu che dormendo presso alla aurora,

cominciai a sentire: «Pro eis ora».

Ma vadino in buona ora,

purché vostra pietà ver’ me si volga

ch’al padre e al bisavol fama tolga. 20

XIII

In questa notte, pregando le Muse

che con lor dolce cetra e dolci carmi

dovesser visitar per consolarmi

Vostra Magnificenzia e far mie scuse,

una comparse a me che mi confuse, 5

dicendo: «Chi sei tu che suoi chiamarmi?».

Io dissi el nome, e lei per strazïarmi

mi battè el volto, e la bocca mi chiuse,

dicendo: «Niccolò non sei, ma el Dazzo,

poi che hai legato le gambe e ’ talloni, 10

e sta’ ci incatenato come un pazzo».

Io gli volevo dir le mia ragioni,

ella si volse e disse: «Va’ al burlazzo,

con la tua comedía da guazzeroni».

Dateli testimoni, 15

Magnifico Giulian, per l’alto Iddio,

come io non sono el Dazzo, ma sono io.

XIV

Io, vi mando, Giuliano, alquanti tordi,

non perché questo don sia buono o bello,

ma perché un po’ del pover Machiavello

vostra Magnificenzia si ricordi,

e se d’intorno avete alcun che mordi 5

li possiate ne i denti dar con ello,

acciò che mentre mangia questo uccello

di lanïare altrui ei si discordi.

Ma voi direte: «Forse ei non faranno

l’effetto che tu di’, ch’ei non son buoni 10

e non son grassi; ei non ne mangeranno».

Io vi risponderei a tai sermoni

ch’io son maghero anch’io, come lor sanno,

e spiccon pur di me di buon bocconi.

Lasci l’openïoni 15

vostra Magnificenzia, e palpi e tocchi,

e giudichi alle mani e non agli occhi.

XV

La notte che morí Pier Soderini

l’anima andò dell’inferno alla bocca;

Gridò Pluton: «Ch’inferno, anima sciocca!

Va’ su nel limbo fra gli altri bambini».

XVI

Sappi ch’io non son Argo, quale io paio,

né questi occhi ch’io ho fur d’Argo mai,

ma son bene occhi assai

ch’a’ principi cristian’ per tutto ho tratto.

E quinci avvien che ’l matto 5

Carlo re de’ Romani, e ’l Viceré,

per non vedere hanno lasciato il Re.