Il sesto tomo delle Legazioni. Commissarie. Scritti di governo riguarda gli anni 1507-1510, che costituiscono il culmine, per autonomia d’azione e maturità di riflessione, dell’esperienza politico-diplomatica di Niccolò Machiavelli al servizio della Repubblica fiorentina.
Confermatosi ormai come uomo di fiducia del gonfaloniere perpetuo Pier Soderini, forte della realizzazione della milizia cittadina (dal 12 gennaio 1507 alle funzioni di cancelliere della seconda Cancelleria e segretario dei Dieci di Balía e Libertà, Machiavelli aveva aggiunto quella di cancelliere dei Nove dell’Ordinanza e Milizia, magistratura istituita sotto il suo decisivo impulso il 6 dicembre 1506), queste corrispondenze presentano il Segretario in alcune delle sue missioni militari e diplomatiche piú importanti per comprendere le grandi opere post res perditas. Sul piano interno si tratta soprattutto della fase finale nella guerra contro Pisa, che lo vede indiscusso regista. Sul piano della politica internazionale, il tomo comprende invece due missioni di particolare importanza, destinate a essere la fonte principale di molte sue meditazioni sulla politica europea: la legazione alla corte dell’imperatore Massimiliano d’Asburgo, che per la prima volta mette Machiavelli di fronte alla realtà del mondo germanico, e quindi la terza legazione in Francia, nelle quali si dispiega in tutta la sua ricchezza e complessità la potenza di analisi diplomatica e politica del Segretario fiorentino, espressa nel suo stile personale e inconfondibile.
Ma da questi testi emergono ormai note piú strettamente personali: tra i non pochi inediti che il tomo offre, ve ne sono in effetti alcuni in cui l’inviato fiorentino, sotto il velo della scrittura cifrata, riesce a incastonare alcuni inserti burleschi a sfondo erotico, destinati al divertimento dei colleghi di Cancelleria. Forse piú significativa ancora è tuttavia una confessione a cui Niccolò si lascia andare in una delle tante lettere dal campo pisano. Alle autorità che avrebbero voluto farlo rientrare dal fronte di guerra per impiegarlo nelle retrovie, Niccolò replica con una toccante confessione sulla propria vocazione d’uomo d’azione: « Pare per quelle lettere vostre Signorie disegnino mi fermi in Cascina, il che non è punto a proposito perché quivi può stare ogni uomo d’ogni qualità. E se io vi stessi, non sarò buono né per le fanterie né per nulla. So che la stanza sarebbe meno pericolosa e meno faticosa; ma se io non volessi né periculo né fatica, io non sarei uscito di Firenze, sí che lascinmi vostre Signorie stare infra questi campi e travagliare fra questi Commissari delle cose che corrono, dove io potrò essere buono a qualcosa, perché io non sarei quivi buono a nulla e morre’vi disperato ». Una “sete” d’azione che sarebbe stata presto frustrata dai drammatici avvenimenti che si andavano preparando.