7. Legazioni. Commissarie. Scritti di governo (1510-1512)

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Niccolò Machiavelli

Legazioni. Commissarie. Scritti di governo (1510-1527)

[Legazione a Siena]

1

[1] Noi Dieci di Libertà e Balía della Repubblica fiorentina, significhiamo a qualunque vedrà queste nostre presenti patenti lettere come noi mandiamo alla Magnifica Signoria di Siena per faccende della nostra Repubblica lo spettabile Niccolò Machiavelli, Secretario e cittadino nostro; e per tale cagione preghiamo tutti voi amici e confederati della nostra Repubblica, e a’ sudditi comandiamo, che per nostro amore lo riceviate amicabilmente, e li prestiate omni aiuto e favore opportuno, acciò che possa piú facilmente condursi al luogo destinato. [2] Il che sarà a noi gratissimo, e per il che noi saremo tenuti a renderne il cambio a tutti li predetti amici, quando occorrerà, e li sudditi ne commendereno assai. [3] Bene vale. [4] Ex Palatio Florentino, die ii decembris mdx.

[5] Marcellus.

[Commissione a Pisa]

2

[1] Die qua supra 1510.

[2] Magnifici Domini Decemviri servatis etc.

[...]

[3] Item hanno deliberato che a Niccolò di messer Bernardo Machiavelli si dia e paghi fiorini tre larghi e mezzo d’oro in oro per rifacimento di sua spese fatte in giorni sei che è stato in andare a Pisa e tornare per commissione di loro Signorie a vedere la cittadella e referire in che termine si truovi, e si ponghino a spese di cavallari e fanti.

[Scritti di governo]

3

[1] Iohanbaptiste Bartholino. [2] Die v ianuarii 1510.

[3] Nicolò Machiavelli è tornato e ci ha dato particulare raguaglio della cittadella: in che termine la si trova, che debilezze vi sono e che remedii per al presente occorrerebbono. [4] E essendoci parsi e’ ricordi per lui fatti, secondo convenissi costà con cotesti condottieri, necessarii a tirarli avanti subito, volemo a piú satisfazione della cosa parlarne an­cora con Giuliano e Antonio da Sangallo; e’ quali, uditi e’ raporti di Niccolò, confessorono anche loro essere necessario fare simili provedimenti. [5] E per questo siamo rimasti che domattina di buona ora partino per costí e, sanza mettere punto di tempo in mezzo, faccino tutto quello che di sotto si dirà; che è in effetto quanto Niccolò convenne teco al partire suo di costí. [6] Cioè che per assicurare la porta della cittadella che esce in sul ponte a Spina, voliamo si facci bombardiere nella torre a Spina che ferischino a detta porta, e tanto basse quanto sopportono e’ tetti delle case de’ provigionati che sono in su detto ponte; e quando per farle piú basse si potessi un poco abassare dette case, sarebbe tanto meglio. [7] Farai ancora fare sopra detta porta piombatoi, mettendovi beccatelli sopra ’ quali si gettino volticciuole a detto effetto, di qualità che sopra detta porta sia come una guardia fasciata intorno intorno, da potervi stare a defendere con e’ piombatoi detta porta. [8] Eraci ancora occorso quanto a questa difesa – il che tu farai e non farai secondo vi si vegga dentro dificultà, o che sia iudicato bene da cotesti condotteri – di tagliare quella parte del ponte a Spina che s’appicca con la porta della cittadella, e farvi un ponte levatoio che si levassi verso detta porta; il che ci parrebbe cosa molto forte per assicurarla, quando voi giudicassi costà che al presente si potessi fare. [9] Voliamo ancora si facci, per assicurare quella fortezza che ha ad essere di verso il ponte a Spina e per fare forte quella faccetta del muro lunga braccia 48 che guarda verso Lungarno, un palco sopra quello spazio che è tra la porta di mezzo e la porta che guarda verso la porta a San Marco, che è uno spazio di braccia 31 per lunghezza e bracci xii ⁄2 per larghezza. [10] Il quale palco sia alto dal piano della terra braccia 6 incirca, acciò che si possa dipoi riempire di terra tanto che s’accosti all’orlo del muro di sopra, a tanto spazio che vi rimanga parapetto ragionevole a potere guardare l’artiglierie che vi si metteranno e li uomini che vi stessino; e sia il palco sí gagliardo di travi che possa reggere dette artiglierie e detti omini. [11] Apresso voliamo si faccia una saracinesca che si cali da detto palco e chiuga la porta di mezzo, che al presente non si serra. [12] E tutte queste cose dette voliamo si faccino subito sanza mettere punto di tempo in mezzo, in che userai diligenzia. [13] Farai ancora, quando non si sia fatto infino qui, che ’ connestaboli della cittadella tenghino di dí sempre almanco tre persone sopra ’ muri di detta fortezza che s’appicca col ponte a Spina, perché essendo, prima, parte d’essa a’ Pisani e ad ognuno, voliamo che vi stieno costoro a velettare che nessuno salissi sanza essere veduto. [14] Puossi ancora – fatte le sopraddette cose o parte si fanno – cominciare a fare el fosso a piè di detto muro di 48 braccia che guarda verso el Lungoarno: el quale fosso per ora servirà per guardia di detto luogo, e dipoi servirà per fondamento del puntone che secondo el modello vi si debbe fare. [15] E questo è quanto ti si ha a dire per assicurare la parte verso il ponte a Spina detto.

[16] E quanto alla parte di verso la porta a San Marco e ad assicurarsi di quelli muri che per la diversità dell’altezza loro fanno scala a chi volessi salire ad occupare detta fortezza, vogliamo che per ora proibisca il murare circa xx braccia di quello muro nuovo che si mura di verso la porta nuova, cioè tutto quello spazio che viene dall’orecchie del puntone fino al muro della terra; il quale spazio stia cosí tanto che ’ puntoni e resto del muro nuovo sia in guardia, perché poi, messi che fieno in guardia, si potrà tirare su ad uno tratto. [17] E perché si possa stare ad offendere sicuramente chi volessi salire su per detti muri, voliamo si faccia un corridoro di legname dentro al muro del rivellino, tanto basso che vi rimanga conveniente parapetto a chi vi starà su. [18] E cosí voliamo si faccia un palco dentro al muro della torre quanto tiene lo spazio e larghezza di detta torre, lasciando medesimamente conveniente parapetto: le quali cose vogliamo si faccino subito e con ogni celerità. [19] E cosí ti sia data questa per regola generale: che tutte quelle cose che nel murare la fortezza secondo il modello si scoprissino debili, voliamo si pensi che rimedii vi sieno e, sanza aspettarne altra commissione da noi, si ordinino, perché in una cosa che importa quanto cotesta è errore starne allo scoperto ore nonché dí. [20] Né per questa ci occorre altro, perché per altre nostre arai visti e’ provedimenti fatti per la salute di cotesto loco.

[21] E quanto al muro che rovina, da Giuliano e Antonio da San Gallo intenderai e’ rimedi e vi provedrete secondo che fia necessità e che sopportono e’ presenti tempi. [22] Niccolò ancora ci ha referito in quanta debolezza si truovi la cittadella vecchia, e avendone parlato con Giuliano da Sangallo e parendoci el remedio che ci mette innanzi lungo e di spesa, ci è solo occorso in questa parte vedere di alleggerire detta cittadella vecchia di tutte quelle cose che fussino di molta importanza quando venissino in mano de’ Pisani. [23] E però se in detta cittadella si truova artiglieria di piú portata che falconetto, la trarrai solo e mettera’la in cittadella nuova; e quando e’ ti paressi da trarne ancora e lasciarla solamente con gli archibusi per maggiore artiglieria, lo rimettiamo nel iudizio tuo. [24] Fara’ne ancora trarre tutto el salnitro vi si truova e mettera’lo in cittadella nuova, consegnandolo appresso a chi tiene l’altra munizione, e di tutto ne darai avviso qui. [25] Vale.

[Commissaria ad Arezzo]

4

[1] Die 15.

[2] Item hanno deliberato che a Niccolò di messer Bernardo Machiavelli, loro Cancelliere, si dia e paghi fiorini tre larghi e ⁄2 d’oro in oro: cioè tre a lui e uno mezzo per averlo dato a uno maestro di legname quale menò seco ad Arezzo, dove loro Signorie lo mandorono per vedere in che termine si trovava quella cittadella, e di bocca potessi referire tutto quello avessi visto. [3] E tali danari se li danno per rifacimento di sua spese fatte nello andare e tornare, dove stette 6 dí, e per tutto quello potessi domandare per detto conto; e vogliono si mettino a spese di cavallari e fanti.

[Scritti di governo]

5

[1] Al Capitano d’Arezzo Francesco Machiavegli.

[2] Come ti è noto, e’ si trovano fra in cittadella e nel cassero di costí 40 fanti sotto el governo d’Agnolone da Castiglione, connestabole delle nostre ordinanze di Valdarno; e perché dal Magistrato de’ Nove ci è suto fatto intendere che sarebbe necessario che Agnolone detto per qualche giorno si transferissi a luogo suo per rassegnare e armare certo numero di fanti da loro Ofizio descritti di nuovo, e parendoci necessario concedere questa licenza a detto connestabole per 15 o 20 dí (o quel piú o meno che secondo el tempo ti parrà a proposito), voliamo, dato che tu arai la paga a detti fanti – ché per avventura e’ danari verranno con la presente – tu dica ad Agnolone detto che si transferisca in Valdarno al suo consueto alloggiamento. [3] E perché e’ fanti non manchino di governo, noi abbiamo deputati per loro capi el fratello di detto Agnolone e Cecco Capitano della bandiera di Laterina; e ècci parso tôrre dua capi perché standone parte di loro nel cassero e parte in cittadella, ciascuna di dette parte abbia el capo suo. [4] Sí che farai intendere per parte nostra a detti fanti chi egli abbino ad ubbidire, e a li capi quello abbino a fare; e ad Agnolone dirai che non parta di Valdarno dal suo alloggiamento, acciò che, occorrendoci cosa alcuna per la quale bisognassi ricondurlo costí, noi lo troviamo in su luogo.

[Commissaria a Poggio imperiale]

6

[1] Die 15 februarii 1510.

[2] E’ Magnifici Signori Dieci di Libertà etc. hanno deliberato che a Niccolò di messer Bernardo Machiavelli si dia e paghi fiorini quattro larghi in oro per rifacimento di spese fatte da lui in quattro dí che è stato fuora per andare e tornare dal Poggio Imperiale, dove fu mandato dal Magnifico Officio de’ Dieci per visitare e vedere quello era necessario in quello luogo; e che detti danari si mettino a spese di cavallari e fanti.

[Scritti di governo]

7

[1] Agnolone da Castiglione conestabole di Valdarno di sopra. [2] Die 18 februarii.

[3] Noi abbiamo inteso per la tua quale sarebbe el tuo desiderio circa il potere dare danari a Iacopo da Castiglione, e veramente noi ti compiaceremo volentieri, perché cosí meritano le tua qualità, quando e’ ci fussi permesso da le leggi e ordini del nostro Magistrato. [4] E però arai pazienza e quando in altra cosa occorra satisfarti lo fareno volentieri.

8

[1] Al Vicario d’Anghiari Filippo dell’Antella.

[2] Noi ti commettemo ne’ giorni passati facessi opera che quelli che avevono mandate male le armi nostre ne fussino gravati per posserli riarmare etc. [3] Donde è nato che gli è suto al Magistrato nostro alcuni d’essi, e dicono che molti di loro che avevono lasciati e’ petti pel cammino tornando da Pisa, sono ritornati per essi e li hanno riauti; alcuni altri hanno venduto el petto e comperato una corazza; alcuni altri hanno perdute le lancie nelle fazioni e dolgonsi ne’ soprascritti casi essere gravati. [4] A noi pare, quando in fatto si vedessi che uno avessi riauto el petto, e l’altro in cambio di quello avessi comperato la corazza, e quell’altro avessi perso la lancia in fazione, che le scuse fussino da ammetterle; ma iudichiamo bene che ci si potessi fare qualche inganno [5] E però t’ingegnerai trovare la verità delle sopradette cose; e quando in fatto trovassi che fussi in alcuno de’ soprascritti termini, non lo graverrai.

9

[1] Al Bargello ser Giovambattista da San Miniato. [2] Dicta die.

[3] Egli è seguíto una certa quistione d’importanza a la Pieve a San Stefano, della quale ne sono suti capi uno Bartolomeo d’Antonio di Refe e Antonio del Zucca, tutti di detto luogo. [4] E perché vi si è ferito di molte persone, voliamo che quanto piú presto puoi cavalchi con la compagnia a la Pieve, per esequire in quello luogo quanto dal Vicario o da noi ti sarà commesso. [5] E perché noi abbiamo comandato a’ dua soprascritti e alcuni altri comparischino a noi, quando truovi che gli abbino ubbidito, bene quidem; quando che no, vedrai di porre loro le mani addosso perché desiderremo assai avere nelle mani almanco e’ capi di detta questione. [6] E però bisogna giunga là a l’improvisto e, innanzi a la giunta tua, t’intenda col Vicario, acciò che tu sappi chi sieno l’inobbedienti e vegga se destramente li potessi avere nelle mani, il che ci sarebbe gratissimo e te ne commenderemo assai. [7] Altro non ci occorre, se non ricordarti di nuovo usi diligenza in questa commissione. [8] Vale.

[Commissaria in Valdarno e in Valdichiana]

10

[1] Die xiiii martii.

[2] Magnifici Domini servatis servandis deliberaverunt che Niccolò di messer Bernardo Machiavegli andassi in Valdarno di sopra e in Valdichiana, e caparrassi infino alla somma di 100 cavalli leggieri per conto della ordinanza, dando per uomo dieci ducati d’oro con ordine fussino ad ordine con l’arme e con e’ cavalli per tutto el mese d’aprile proxime futuro.

11

[1] Patentes in personam Nicolao Maclavello. [2] Die 23 aprilis 1511.

[3] Noi Dieci di Libertà etc. significhiamo etc. come ostensore delle presenti sa-rà Niccolò Machiavelli, nostro Secretario, o suo mandato, il quale per nostro ordine conduce cento cavalli della nostra ordinanza di Valdichiana e Valdarno verso la nostra città di Firenze. [4] Imponiamo pertanto a voi sudditi nostri alloggiate detti cavalli secondo la consuetudine delli altri soldati nostri; e voi rettori presterrete a questo effetto a detto Niccolò o suo mandato ogni favore. [5] Mandantes.

[Scritti di governo]

12

[1] Al Vicario di San Giovanni messer Matteo Niccolini. [2] Die xi maii 1511.

[3] E’ vi è noto la causa della differenza che è intra Alessandro di Giovan Brizzi da Siena, presente apportatore, da una parte, e li uomini di Rapale da l’altra, per conto di certi confini; e avendo udito quel che dice l’una parte e l’altra, ci pare non se ne possa dare iudizio sanza essere in su luogo e vedere con l’occhio detta loro differenza; e desiderando, voliamo che voi vi transferiate in su detto luogo, e esaminato e veduto che arete questa causa diligentemente, v’ingegnerete innanzi a ogni cosa di comporla d’accordo; e quando questo non si possa fare, ci scriverrete particularmente quello che a voi ne occorra di ragione.

[Legazione a Luciano Grimaldi, Signore di Monaco]

13

[1] Noi Dieci di Libertà e Balía della Repubblica florentina significhiamo a qualunche vedrà le presenti nostre patenti lettere, come ostensore di esse sarà lo spettabile Nicolò Machiavelli, cittadino e Secretario nostro dilettissimo, quale per faccende della nostra Repubblica noi mandiamo allo Illustre Signore di Monaco. [2] E per questo noi preghiamo tutti voi, amici, confederati e racomandati della città nostra, e a’ sudditi comandiano, che facciate ogni favore opportuno al prefato Niccolò, adeo che si conduca ad eseguire la comissione sua; per il che ne ringrazieremo tutti voi amici, confederati e racomandati nostri, e li sudditi ne commenderemo assai. [3] Bene valete. [4] Ex Palatio Florentino, die xii maii mdxi.

14

[1] Instruzione a Monaco. [2] 1511. [3] Copia di Capitoli.

[4] Li effetti della convenzione che si ha a fare con Luciano Grimaldo Signore di Monaco sono questi, cioè:

[5] In prima che fra la Eccelsa Repubblica fiorentina da una parte, e il detto Signore di Monaco dall’altra parte, si faccia bona e vera amicizia da durare per tempo e termine di anni x prossimi futuri; durante il quale tempo debbino le dette parti trattarsi insiemi, cioè l’una l’altra, e e converso, e e’ loro uomini e sudditi, navilii, robe e mercanzie, e qualunche altre cose, da buoni e veri amici, e come si usano trattare insiemi e’ buoni e veri amici.

[6] Item che navilii, uomini e robe del detto Signore possino durante detto tempo venire, entrare e stare in qualunche porto di detta Eccelsa Repubblica florentina liberamente e sanza salvocondotto alcuno; e quivi fare scala e avere pane, acqua, vettovaglie, e qualunche altra cosa di che avessino di bisogno come si fussino navilii e uomini proprii fiorentini, pagando nondimeno tali cose secondo il consueto delli altri Fiorentini, e similmente pagando le debite gabelle come si pagono per li altri Fiorentini. [7] E cosí e converso si debbi osservare per detto Signore nelli porti sua e sua gabelle e diritti circa li navilii e robe e uomini di detta Eccelsa Repubblica fiorentina e suoi sudditi, in tutto e per tutto. [8] Questo però declarato: che nessuna delle dette parti, o omini sua, possa pigliare in detti porti, navilii, robe o uomini che non fussino inimici del Signore di quello porto dove si facessi tal presa; intendendosi a maggiore declarazione che il porto di Livorno s’intenda dentro al seccagno della Meloria.

[9] Né possa ancora alcuna di dette parti venire o stare nelli porti l’uno dell’altro con navilii, uomini o robe predate, eccetto che inimici o di inimici del Signore di quello porto; né quivi scaricar o porre in terra e’ detti navilii, uomini o robe in alcun modo; e venendovi, standovi o scaricandovi, come è detto, possa qualunche di dette parti proibire per quella volta l’una all’altra il venire, lo entrare e lo stare in detti suoi porti e quivi fare scala, levare pane, acqua, vettovaglie e qualunche altra cosa che avessi di bisogno; né sia tenuta l’una parte all’altra in questo caso osservare la presente amicizia.

15

[1] Luciano Grimaldo Domino Monaci. [2] Die xii maii 1511.

[3] Magnifice Domine etc. [4] Messer Antonio mandato dalla Signoria vostra è stato qui e piú volte aviamo parlato seco; e dopo alcune discussioni ci siamo resoluti in quello che la Signoria vostra intenderà da lui e da Niccolò Machiavelli, Secretario nostro, quale noi mandiamo alla Signoria vostra per dare espedizione a quello che si è ragionato qui; circa che la Signoria vostra li presterrà plenissima fede e per nostro amore lo riceverà e espedirà amorevolmente e sanza dilazione di tempo. [5] Valete.

16

[1] Gubernatori Ienuae. [2] Die dicta.

[3] Illustrissime Domine etc. [4] Son piú giorni che noi ricevemmo una della Signoria vostra in racomandazione del Signore di Monaco, confortandoci a pigliare seco qualche buono assetto; e noi, approvando assai li ricordi del Cristianissimo Re – il quale ancora ce ne ha scritto –, e alle persuasioni della Signoria vostra, abbiamo volentieri dato espedizione a questa materia, e per tal causa mandiamo al detto Signore Niccolò Machiavelli, cittadino e Secretario nostro, al quale preghiamo la Signoria vostra voglia dare ogni aiuto e favore per condursi a salvamento in quello luogo, e ancora prestarli plena fede in tutto quello che lui li referirà per parte nostra. [5] Valete.

17

[1] Nicolao Machiavello mandatario. [2] Eadem die.

[3] Spectabilis vir etc. [4] Ieri dopo la partita tua, benché con qualche difficultà, si dette espedizione a tutto quello per che tu vai a Monaco, e il mandato passò in noi per tutto il tempo dello ofizio nostro, e non prima che questa sera ti s’è potuto mandare la minuta che fia inclusa nella presente, sopra la quale tu hai a firmare là quanto s’è ragionato qui con messer Antonio. [5] Né accade per ora mandarti altro, perché la intenzione nostra è che di quello che appartiene a noi se ne faccia l’ultima stipulazione qui, e per onor nostro, e per molti altri respetti. [6] Però tu andrai subito al camino tuo, e circa l’interesse del privato e di questi mercanti nostri ne seguirai quello ordine che loro te ne hanno dato. [7] Dell’altra parte, che appartiene a fare amicizia etc., tu vedrai per la inclusa minuta tutti quelli effetti che noi desideriamo: e’ quali piacendo a quel Signore, si fermeranno tra voi, non variando alcuno de’ detti effetti. [8] E poi che li arete fermi, il Signore manderà qua con sufficiente mandato a stipularli. [9] E de’ capituli disegnati avanti al partir tuo non si è mutato, come tu vedrai, se non l’ultima parte, nella quale noi abbiamo considerato essere disonorevole e anche pericoloso ricevere ne’ porti nostri suoi legni con robe predate, ancora che e’ non le scaricassi o abbottinassi in tali luoghi, perché gli è quasi uno medesimo effetto consentire che venga e abbi ricetto e favore da nostri porti; e la esperienza ci ha mostro per altri tempi, e con nostro danno, quello che importi un tale recetto e favore. [10] Se di questa parte si farà difficultà, tu li potrai dire la cagione perché si fa, e da altro canto monstrarli che li offiziali nostri saranno per compiacerli di salvocondotto, quando e’ gli accaggia. [11] Non accade per la causa detta di sopra mandarti con la presente alcun mandato, perché siamo resoluti che il contratto si stipuli qui e che tu digestisca prima seco il tutto. [12] E cosí farai, andando subito al camino tuo per dare a questa cosa piú celere espedizione che tu potrai, acciò si possa fare dentro al tempo dello offizio nostro. [13] Bene vale.

[Scritti di governo]

18

[1] A Carlo da Uffida. [2] 20 di giugno.

[3] Noi, 4 dí sono, ricevemo la vostra lettera per la quale ci avvisavi delle monstre fatte e della qualità di cotesti nostri e del buono animo e voluntà loro; il che ci ha satisfatto assai, e vi commendiamo grandemente della diligenzia e affezione mostrate a cotesta opera. [4] E quanto a crescerli in piú numero di cavalli, vi faremo su buono pensiero, e quando fia el tempo, fareno capitale di voi e de’ ricordi vostri. [5] E circa el dare piú soldo a’ capi, ci piace le ragioni allegate e pensereno di satisfarvi, se non al presente, almeno quando si fermeranno l’altre cose necessarie a detta ordinanza. [6] E circa li strami da dare loro, noi abbiamo scritto al Vicario di San Giovanni e a tutti e’ rettori di Valdichiana faccino provisione per loro conto, nel modo che da detti rettori potrete intendere. [7] Sarete con quelli e intenderete la cosa, e vedrete con la prudenzia vostra operare che se le dia effetto, aiutando resolvere, se vi nascessi qualche difficultà; e quanto alla polvere e a’ passatoi, ve ne fareno provisione subito.

19

[1] Podestà d’Arezzo et suo successori. [2] Uberto de Nobilibus Potestati Aretii. [3] Die 12 iulii.

[4] Bartolomeo di Loreto dal Tegoleto, apportatore presente, è suto a noi e fattoci intendere come, piú giorni sono, comperò un cavallo da uno frate Antonio Malatesta che da lui ti sarà piú particularmente mostro, el quale cavallo li è riuscito restio di modo che non se ne può servire. [5] E perché detto Bartolomeo li dette uno mallevadore, detto frate fa al presente strignere detto mallevadore al pagamento; nondimanco a detto Bartolomeo pare strano aversi a tenere detto cavallo restio, e desiderrebbe o renderlo a detto frate e li restituissi e’ sua danari, o veramente li fussi defalcato del prezzo. [6] E desiderando noi fare qualche favore a costui, per essere de’ nostri balestrieri scritti, voliamo vegga di parlare a detto frate e t’ingegni, in quelli destri modi potrai, fare che si componga con detto Bartolomeo a qualche cosa ragionevole: il che ci piacerà assai, faccendo tutto amicabilmente come con simili si ricerca.

20

[1] A Simone Corsi Vicario e Commissario Vallis Arni Superioris. [2] Die xv iulii 1511.

[3] Per la tua de’ 13, responsiva a la nostra de’ dí 12, intendiamo come hai esequito quanto ti si commisse circa el pagamento da farsi a cotesti balestrieri, e ti commendiamo di tutto. [4] E quanto a Bartolomeo di Santi di Pugio e Antonio di Pagolo Popolini da Castelfranco, a’ quali tu non hai dato el loro ducato per non essere comparsi costí co’ loro cavalli, allegando certe scuse etc., ci piace assai abbi ritenuto detti loro danari. [5] E perché noi intendiamo da parte che loro non si misson mai a cavallo, ma lo hanno accattato qualunque volta e’ sono venuti a le mostre, vorremo usassi con destrezza un poco di diligenza di ritrovare questa verità. [6] E quando e’ fussi vero quel che è detto di sopra, o che ancora che lo avessin comperato e lo avessin mandato male, voliamo vegga di averli nelle mani, e li farai sodare sofficientemente di restituire al Magistrato nostro, infra uno mese almeno dal dí li arai nelle mani, 12 ducati d’oro per ciascuno ch’egli hanno preso da noi. [7] E se ti paressi per lo errore commesso di punirli in qualche altra cosa piú là, la rimettiamo in te; ma quando e’ fussi vero che li avessino e’ cavalli malati o impediti sopportera’li infino a tanto che sieno guariti. [8] E come e’ vengono a te ad ordine con li loro cavalli darai loro el loro fiorino; ma soprattutto userai diligenzia d’intendere bene el vero, acciò che se ci fussi fraude o tristizia alcuna, che li altri piglino esemplo.

[9] Quanto a Piero di Cipriano dall’Ancisa, ci piace assai quello hai fatto, ma piú ci sarebbe piaciuto se fussino stati qualche tratto piú; e sempre ci fia gratissimo, quando questi della ordinanza fanno alcuna insolenzia o supercheria, e’ sieno piú tosto gastigati in simile modo che vòto loro la borsa, perché quello è di maggiore esemplo e piú onorevole. [10] Bene vale.

21

[1] Al Capitano di Pistoia Guidaccio Pecori. [2] xviii iulii.

[3] Perché e’ si è fatto uno mercato di ferri da lancia con Andrea di Girolamo Bonaccorsi, e desiderando sieno fatti el piú presto si può, voliamo che ad ogni richiesta di detto Andrea comandi a li arrotatori d’acqua che, posposta ogni altra cosa, arrotino e’ suoi ferri, pagando nondimeno detto Andrea el prezzo conveniente per detta arrotatura.

22

[1] A Carlo da Ufida. [2] A dí 9 di agosto 1511.

[3] Per Simone nostro cavallaro vi si manda cinquantasette ducati d’oro in oro, e’ quali pagherete domani in su la mostra a li 57 balestrieri a cavallo della ordinanza di Valdichiana, dando a ciascuno el suo ducato; e ci manderete listra di quelli a chi l’arete pagato o scritta di mano di terza persona; non darete detto ducato a chi non comparissi con el suo cavallo o a chi non comparissi per suo difetto a la mostra; ma a chi non comparissi e avessi scusa legittima e voi fussi certi che fussi ad ordine di cavallo e d’arme, li pagherete el suo ducato a sua posta.

[4] Ricevemo a questi giorni una vostra lettera per la quale ci ricordavi lo scrivere di nuovo uomini a cavallo; commendiamovi de’ ricordi vostri e pensereno fra pochi giorni quello sarà da fare, e ve ne dareno a voi; e voi, in questo mezzo, farete l’ufizio vostro come avete fatto infino a qui. [5] Valete.

23

[1] Al Vicario di Scarperia Giovanni Guicciardini. [2] Die xii.

[3] Tu sai come ne’ dí passati ti si mandorno certe cedule per conto dello insulto fatto da Baldasso Mignoni contro a la persona di Piero fabbro da Vicchio. [4] E procedendo noi in questa causa, è comparso al nostro Magistrato el padre di detto Baldasso e ci ha mostro certe fedi come questa causa pende innanzi a la tua corte, per le quali si vede come tu hai la prevenzione. [5] E perché e’ non è conveniente che una causa sia riconosciuta da dua giudici, ti scriviamo la presente e desideriamo ci dia risposta per tutto dí domani se tu voi riconoscere questa causa tu o lasciarla al Magistrato nostro; e quando tu voglia lasciarla a noi, manderai la inclusa lettera subito al Podestà di Vicchio; ma quando voglia detta causa resti a te, straccerai detta lettera perché non è necessario mandarla. [6] E soprattutto farai che per tutto dí domani noi intendiamo la tua volontà.

24

[1] Al Vicario di San Giovanni Simone Corsi. [2] Die xvi augusti.

[3] Mandiamoti per il presente cavallaro, che sarà ...., ducati 43 d’oro in oro larghi, e’ quali voliamo paghi alli 43 balestrieri a cavallo di cotesto Valdarno, e a quelli che domani si rappresenteranno costí in su la mostra in cotesto castello con loro cavalli e armi, e secondo che ha Carlo da Ufida loro condottieri; e ci manderai nota del pagamento fatto. [4] Vale.

[Commissaria in Valdarno, Valdichiana e Casentino]

25

[1] Die 24 d’agosto 1511.

[2] Decemviri etc. deliberorno che Niccolò di messer Bernardo Machiavegli, Segretario delli Eccelsi Signori, andassi in Valdarno di sopra, Valdichiana e Casentino, e in detti luoghi, come a lui paressi e piacessi, eleggessi 100 uomini per militare a cavallo, e per presta dessi a ciascu-no di essi dieci ducati d’oro in oro; e vollono se li facessi patenti lettere d’ubbidienza a detto effetto.

26

[1] Die 9 septembris.

[2] Item deliberorno che Niccolò Machiavegli Secretario de’ nostri Eccelsi Signori dessi la presta a dua uomini piú per militare a cavallo oltre a quelli cento che per loro Ofizio fu deliberato, che detto Niccolò pagassi: di che ne appare deliberazione in questo a c. 7.

[Scritti di governo]

27

[1] A messer Carlo da Ufida. [2] Die x septembris 1511.

[3] E’ ti è noto come Niccolò Machiavegli, Secretario nostro, per ordine di questo Magistrato ha dato la presta di nuovo a 102 uomini per constituirli in questa ordinanza de’ balestrieri a cavallo; e come di quelli ne ha fatti 64 in quelle castella del Casentino, e el restante di Valdichiana e in Valdarno, dove erano scritti quelli primi, e come ha dato tempo loro a mettersi ad ordine e fare la prima mostra per infino a dí 15 del mese d’ottobre proxime futuro. [4] E perché noi vogliamo che voi vi affatichiate per al presente ancora in instruire questi nuovi come avete fatto e fate gli altri, ci è parso farvelo intendere e commettervi che, quando a voi parrà bene, vi transferiate infino in Casentino e li andiate rivedendo per quelle castella e operando che sollecitino di mettersi ad ordine, e in modo che faccino onore e a noi e a loro. [5] E perché voi possiate fare questo comodamente, sarà con questa una patente per la quale voi sarete ricevuto e alloggiato con e’ vostri cavalli secondo li altri nostri soldati. [6] Confortiamovi bene a non menare con voi piú che 4 o 5 cavalli, acciò piú facilmente siate alloggiato e con piú commodità delli uomini.

[7] E perché nel Casentino debbe essere una bandiera, noi avanti al tempo della mostra ve la provedreno, e voi, come sarete transferito là, ci avviserete a che termine si truovono le cose e se per il Magistrato nostro si ha a fare alcuna cosa. [8] E quanto a li arroti di Valdichiana e di Valdarno, per essere voi piú in su luogo non vi ricordiamo li sollecitiate, perché sappiamo lo fate per voi medesimo. [9] Diciamovi solo che voi facciate talmente che siano ad ordine quando di questo altro mese, cioè d’ottobre, si ha a dare danari a li vecchi, acciò quelli dell’una e dell’altra provincia, e vecchi e nuovi, faccino la mostra ad uno tratto: perché allora facciamo conto che a detti nuovi cominci a correre el soldo loro.

28

[1] Patente a Carlo da Offida. [2] Die x septembris 1511.

[3] Noi Dieci etc., significhiamo a qualunque vedrà queste nostre patenti lettere, come ostensore d’esse sarà messer Carlo da Uffida, nostro condottiere; e avendosi detto messer Carlo per il debito dello offizio suo a transferire in Casentino e in qualche altro luogo ad instruire e ordinare li uomini scritti sotto l’ordinanza de’ balestrieri a cavallo, voliamo li sia dato a lui e suoi cavalli strame, legne e alloggiamento gratis, e l’altre cose per li suoi danari come alli altri condottieri nostri: a che voi rettori presterete ogni favore, per quanto stimate la grazia nostra etc.

[Quarta legazione in Francia]

29

[1] Al Cristianissimo Re di Francia. [2] 1511.

[3] Decemviri Libertatis et Pacis Reipublicae florentinae, universis et singulis in quos hae nostrae patentes licterae inciderint salutem etc. [4] Significamus vobis, qui nostro imperio paretis, mittere nos Nicolaum Maclavellum, Civem et Secretarium nostrum dilectissimum, mandatarium ad Christianissimum Regem Francorum; mandamusque ob id vobis ut transeuntem per loca vestra iuvetis omni ea ope, qua illi opus erit ad peragendum securius et celerius suum iter; sic enim rem dignam vobis facietis et gratissimam nobis. [5] Amicos vero omnes alios confederatosque Reipublicae nostrae hortamur precamurque, si quid nostra amicitia meretur, faveatis illi iuvetisque iter quacunque ratione potueritis, ut incolumis citoque in Galliam pervenire possit, quo mittitur a nobis ad Regem Christianissimum. [6] Quod erit in primis gratissimum nobis et quod habebimus semper beneficii loco. [7] Bene valete. [8] Ex Palatio florentino. [9] Die x septembris mdxi.

[10] M. Virgilius.

30

[1] Instruzione data a Niccolò Machiavelli mandato dalli Spettabili Dieci in Lombardia e in Francia deliberata a dí x di settembre 1511.

[2] Niccolò, e’ ti è benissimo noto quanto e come è seguíto di qua circa il concilio pisano, e in su che fondamenti e per qual cagione in su la prima publicazione noi demmo intenzione di concedere Pisa per celebrarvi detto concilio; e dipoi, non molti dí sono, ne facemmo total resoluzione. [3] De’ quali vedendoci mancare la maggior parte e li piú sustanziali, e trovandoci avere offeso il Papa, e per tale offesa in pericolo grandissimo, la necessità ci ha stretti mandarti in poste, e con quanta piú celerità è possibile, prima a quelli Reverendissimi Cardinali e allo Illustrissimo Locotenente regio a Milano, dipoi fino in corte al Cristianissimo Re. [4] E ogni interesse e fine nostro di questa tua mandata si riduce ad uno effetto solo: di fare ogni diligenzia e opera che questo concilio, poiché da uno principio sí debile e sí pericoloso non può avere fine onorevole e sicuro, si annulli in quelli modi che ci si possino trovare. [5] E quando questo non si possa, che almeno si transferisca altrove: il che doverrà ora essere facile, avendo e’ procuratori di quelli cardinali fatto a Pisa quello che hanno e con la prevenzione validato le ragioni del concilio pisano. [6] E quando ancora questo non si possa, averci in ultimo dentro una dilazione di qualche mese, potendo in questo mezzo surgere diversi accidenti, per e’ quali si poserebbono meglio tutti questi disordini. [7] E quando mai non ne seguissi altro, un beneficio di 2 o 3 mesi di tempo recherebbe a noi infinite comodità. [8] E questa parte non crediamo che ci abbia ad essere negata, recandola seco quasi di necessità la stagione in che noi vegnamo e lo essere in che si trova questa materia, parendo verisimile che chi non è venuto fino ad oggi non abbia a venire ora contro la vernata. [9] E trovandosi ancora e’ prelati in Francia, per l’ordinario in duo mesi non saranno condotti al luogo.

[10] Per questa cagione, cavalcando con ogni celerità possibile tu te ne andrai al cammino di Milano, e avanti che arrivi a Bologna comincerai ad investigare diligentemente dove si trovino Santa Croce, Nerbona quondam San Malò e Cosenza, e’ quali, 3 o 4 giorni sono, s’intendeva erono al Borgo a San Donnino e che dovevano venire alla volta di qua per andare a Pisa. [11] E saputo dove si trovino, andra’li a trovare in quello luogo dove si trovono insiemi o di per sé, e a tutti farai intendere che per niente venghino alla volta di Firenze, monstrando loro il carico che ce ne resulterebbe e il pericolo in che resterebbono li nostri mercanti con tutto il loro mobile e a Roma e altrove, confortandoli, esortandoli e pregandoli a non pigliare per niente il cammino di qua; agiugnendo che tu vai a Milano per fare intendere a quello Signore la fama e sospetto che si è sparsa che le gente spagnole debbono venire avanti verso Piombino, e come a Napoli si preparava armata, e che digià il Duca di Termini era soldato dal Papa e fatto suo Capitano, e quello piú ti occorrerà secondo che di bocca ti aviamo detto qui. [12] E non trovando e’ prefati cardinali in sul cammino, sendosi volti altrove, te n’andrai al cammino di Milano e di Francia. [13] Crediamo che con li prefati cardinali non ti bisognerà altra fede che la patente che tu porterai teco, la quale doverrà fare fede a sufficienzia della persona e mandata tua.

[14] E fatto questo primo effetto, te n’andrai con ogni diligenzia a Milano, dove, trovato Francesco Pandolfini e conferitoli la presente commissione nostra, parlerete insiemi con il Viceré. [15] E la esposizione vostra sarà solamente in conferirli che, mandandoti noi in corte al Cristianissimo Re, aviamo voluto che ancora sua Eccellenzia sappia la causa; narrandoli, sanza entrare in altro, quello che è seguíto a Roma e ogni dí è per seguire de’ mercanti nostri in quello loco e altrove, e de’ sospetti di Piombino e Spagna, come è detto di sopra. [16] E questo perché noi iudichiamo a proposito non entrare seco in altro, acciò non si sappi in fatto la cagione dell’andata tua prima che tu arrivi in corte. [17] Vogliamo nondimeno che tu dia piena informazione a Francesco d’ogni cosa, cosí di quello si è detto di bocca come della presente comissione, acciò possa per lo avvenire procedere in conformità della intenzione nostra e indirizzarsi nelle azioni secondo questo ordine.

[18] Espedito che tu sarai da Milano, con la medesima diligenzia e celerità te ne andrai fino in corte a trovare il Cristianissimo Re, dove, arrivato e conferito con Ruberto la presente commissione nostra e ciò che ti aviamo detto di bocca, insiemi vi transferirete alla Maestà del Re. [19] E la esposizione vostra sarà, cominciando dalla concessione del loco di Pisa solo per compiacerne a quella, monstrarli dove le cose si sono ridotte: e quello che è seguíto e è per seguire a Roma, cosí verso la città come verso la nazione e loro robe, e d’interditti e censure e di guerre e d’indulti sopra ’ corpi e beni della nazione nostra, in qualunche loco; e per quale cagione è seguíto cosí, e quali remedii ci sieno. [20] E nelle cagioni di questo malo essere nostro, discorrere come noi vediamo lo Imperadore non pensare niente, o poco, a questa materia; e quando noi credavamo che gli avessi a fare profitto nella guerra e avvicinarsi in qua, e’ si trova ancora presso a Trento con poco ordine di fare altro questo anno e in procinto di tornarsene ogni dí indrieto, e tenere strettissime pratiche con li Viniziani, e avere inditta una Dieta nella Magna per il dí di San Gallo: tutti argumenti manifesti che pensi poco a queste cose; alle quali si agiugne che di quella provincia tanto grande non s’intende essere mosso un solo prelato per venire a questo concilio. [21] Cosí ancora si è visto in questi prelati franzesi che dovevano venire una lentezza da credere che non ci venghino volentieri: benché questa parte tornando verisimilmente in dispiacere del Re non ci pare da trattarla, se non in un passare di parole, per non ne dispiacere a sua Maestà.

[22] Sonci ancora altre cagioni e di piú importanza: l’una è che alcuni de’ cardinali nominati nelli editti loro, secondo che s’intende, vanno dissimulando questa materia e sotto diversi colori differiscono il venire in quello loco. [23] L’altra che ci ha fatto maravigliare grandemente si è che un concilio si cominci con tre persone sole mandate a Pisa, e di quella sorte che le sono, e con parole che gli hanno usate di volere in mano le fortezze e che presto vi sarà pieno di gente d’arme; donde per la poca reputazione sono seguíti infiniti disordini. [24] E di già quella città si trova interditta, e li capi di quelle religioni si sono declarati contro a tal concilio. [25] E tutto è seguíto per averlo cominciato tanto debilmente, e non vi avere mandato chi sappia difendere le ragioni loro, e chi possa con l’autorità mantenere la reputazione a una tal cosa, la quale, avendola perduta, male si potrà ridurre a buon termine.

[26] Da questi disordini è nato che il Papa, non ci trovando dentro né reputazione, né favore, né forze, si è risentito vivamente, e non avendo altro contro a chi valersi si è caricato tutto sopra di noi. [27] Donde ne soprastanno tutti quelli pericoli che ti sono noti, e’ quali ogni dí saranno maggiori. [28] Perché la cosa non è per avere piú favore, e sendosi scoperta tanto debile, ognuno crederrà facilmente che il fine abbi ad essere simile al principio. [29] Né sono accettate da persona le ragioni che si allegono in favore di questo concilio pisano, e manco doverranno essere accettate per lo avvenire.

[30] E’ remedii che ci si possono trovare sono, a iudizio nostro, pochi; nondimeno lo accordo poserebbe onorevolmente ogni cosa e ciascuno uscirebbe di questi fastidi. [31] Ma di questa parte non vogliamo che voi parliate se non in ultimo. [32] E discorso che voi arete con la Maestà sua quanto sia poco da sperare in questo concilio e donde sia seguíta tanta debilezza sua, ci pare con la dificultà di esso fare ogni sforzo di persuadere e pregare sua Maestà, se li piace, a posarlo, visto quanto dificilmente e’ si conduce. [33] E quando questo, per qualunche cagione si sia, non satisfaccia, col pericolo e danno nostro presente e futuro persuaderla e pregarla a volere levare a noi questo fastidio, monstrandoli che, ora che a Pisa sono suti fatti quelli primi atti, facilmente si può mutare il loco e transferirlo altrove.

[34] E perché questa parte è quella che noi in fatto vorremmo in caso che non si potessi avere quella prima, vogliamo che voi la trattiate vivamente e non lasciate indrieto cosa per la quale si possa indurre la Maestà sua ad acconsentirci un tale effetto. [35] E le ragioni sono assai: perché prima, faccendosi il concilio a Pisa, non è altro che farlo sotto la mano del Papa; e bisogna presupporre che immediate ne abbia a surgere una nuova guerra, e per mare e per terra, alla quale sarà necessario che sua Maestà ponga le mani, non volendo che li amici suoi per averli compiaciuti perischino; il che non seguirebbe quando il concilio si facessi in loco dove non agiugnessino le armi del Papa e delli amici suoi. [36] Poi ci è che l’Imperadore non ha mai monstro contentarsi che si faccia in quello loco, e di qui crediamo che sia nato che e lui e li prelati della Magna se ne sieno portati tanto freddamente. [37] Sonci ancora quelle ragioni che tante altre volte si sono scritte a te Ruberto, della ruina di Pisa, della sterilità del paese, della trista annata e del potere quello sito facilmente essere infestato con una armata inimica. [38] E è da considerare, soprattutto in quella prima ragione, che il concilio in quello loco porta seco una guerra pericolosa nella quale fia necessario tutti li stati si dividino, e che chi sia con il Papa e chi contro; e che la Maestà sua ha da pensare quando segua cosí, che lei ne arà a sopportare o tutto o la maggior parte. [39] E è necessario che, con queste e altre ragioni che vi occorreranno, fare ogni sforzo di persuadere sua Maestà a contentarsi che noi possiamo de cetero negare Pisa a ciascuno per conto di tal concilio. [40] E quando questo ancora non si potessi ottenere, bisogna per ultimo fare ogni instanzia che si soprassegga 2 o 3 mesi il fare in Pisa alcun altro atto, sanza averne però a fare altra deliberazione intra li detti cardinali e altri autori di detto concilio; perché potrebbono non ne essere d’accordo, deducendoli con le ragioni che la natura per sé medesima lo fa, trovandosi ancora e’ cardinali in Lombardia, e li vescovi e abati non comparsi ancora; monstrandoli di quanto beneficio questo sarà, massime a noi, e’ quali potremo in questo tempo meglio rassettare le cose nostre e della nazione. [41] E anche non sarà gran fatto che questa dilazione portassi seco qualche buono effetto e disponessi piú li animi allo accordo, del quale il Papa ragionevolmente debbe avere desiderio e la Maestà del Re semper se ne è monstra ben disposta. [42] Del quale accordo è necessario che voi parliate per non mancare in alcuna cosa all’ofizio nostro, confortando e pregando sua Maestà, per fuggire li travagli della guerra e per infinite altre cagioni, se ci è via alcuna da farne conclusione, non la lasciare; e stringere ogni occasione che ne fussi data, offerendo di noi per un tale effetto quella fatica, quella opera e quello oficio che ci sarà possibile; ingegnandovi intendere dove restino le cose e che difficultà ci si trovino, non tanto per darne avviso a noi quanto per farci dentro quella opera che a iudizio vostro vi parrà necessaria. [43] E aremo caro che in questa parte ve ne facciate bene intendere, acciò che la Maestà del Re e qualunche altro conosca che noi non desideriamo, non procuriamo né cerchiamo altro che la pace. [44] E perché la segua, siamo per fare tutto quello che sia conveniente e possibile alle qualità nostre.

[45] Ricordiamoti e da Milano e di Francia scriverci subito e diligentemente tutto quello che tu arai fatto, che speranza si abbia di questi desiderii nostri, e in che ultimamente si resolva tutta questa materia del concilio. [46] Ex Palatio florentino, die decima septembris mdxi.

[47] Decemviri Libertatis et Baliae Reipublicae florentinae.

31

[1] Christianissimo Regi. [2] Die decima septembris mdxi.

[3] Christianissime Rex etc. [4] E’ viene alla Maestà vostra Niccolò Machiavelli, Secretario nostro, mandato da noi per referirli alcune cose secondo la necessità di questi tempi. [5] E perché la materia è grave e a noi d’importanza grande, non solamente noi preghiamo la Maestà vostra a prestarli fede in tutto quello che lui dirà, ma ancora esaudire noi del desiderio nostro, del quale il prefato Niccolò insieme con lo Ambasciadore nostro parlerà particularmente alla Maestà vostra; alla quale raccomandiamo e noi e tutta la città nostra.

32

[1] Locumtenenti Mediolani. [2] Eadem die.

[3] Illustrissime Domine etc. [4] Noi mandiamo Niccolò Machiavelli Secretario nostro al Cristianissimo Re per cagione d’importanzia grande alla Repubblica nostra, le quali ci è parso necessario significare ancora alla Eccellenzia vostra: però li aviamo commisso, in che la Eccellenzia vostra li presterrà plenissima fede.

33

[1] Magnificis Dominis Decemviris etc.

[2] Magnifici Domini. [3] Ieri a vespro arrivai qui dove si truovano Santa Croce, San Malò, Cosenza e San Severino; Santa Croce è alloggiato fuora della fortezza, gli altri tre nella fortezza. [4] Parvemi di parlare prima a Santa Croce che agli altri, sí per essere lui come capo, sí per giudicarlo in qualche parte piú affezionato a le Signorie vostre delli altri. [5] Fui con lui a lungo ragionamento di questa materia del concilio, e infine a lui parve che io ne andassi seco in castello a parlare con gli altri. [6] E essendo mossi, vennono Cosenza e San Severino a trovare lui, di modo che ritirati tutti a tre insieme, stettono per spazio di 3 ore o piú e spacciorno in detto tempo uomini e lettere. [7] E dopo detto tempo mi chiamorno, e a la presenza di tutti a tre dissi quello medesimo avevo detto a Santa Croce; fecionmi passare di fuora, e dopo una lunga consulta si uscirno di casa e a me dissono li seguitassi in rocca; e andatine da San Malò che era nel letto impedito da certa gotta, stati alquanto insieme, mi richiamorno: dove di nuovo mi feciono replicare quello avevo detto prima. [8] La somma del parlare mio fu in significare loro la indegnazione del Papa verso le Signorie vostre quanto la era suta grande, poi che gli intese questo atto fatto a Pisa, el periculo che ’ nostri mercanti avieno portato e portavono, e’ minacci che lui aveva fatti d’offendervi con l’arme temporali e spirituali. [9] E che per questo vostre Signorie mi aveno commesso andassi in diligenzia a Milano a trovare el Viceré, perché lui intendessi l’animo del Papa, li apparati suoi e periculi vostri, e pensassi a’ remedi; e mi avevi commesso, se nel cammino io trovassi le Reverendissime Signorie loro, parlassi a quelle e facessi loro intendere el medesimo, e perché voi ci vedevi dua danni, uno presente e in fatto, e uno futuro: el presente e in fatto era el sacco de’ vostri mercanti e lo interdetto della vostra città, el futuro era la guerra. [10] E per rimediare al presente periculo voi pregavi loro Reverendissime Signorie fussino contente non passare piú innanzi verso Firenze per dare spazio a’ mercanti nostri di potere rassettare le cose loro; e che questo le lo potevono fare sanza sturbo del concilio, non si veggiendo ancora parate quelle cose che si converrebbono, né essere ad ordine con l’armi spirituali né temporali. [11] E qui dissi circa el disordine dell’uno e dell’altro quello che si poteva dire, e di nuovo li ripregai per parte delle Signorie vostre fussino contenti soprassedere l’andare avanti, possendosi fare commodamente sanza sturbare e’ disegni loro. [12] E per persuaderli a questo non lasciai indreto cosa che in questa materia si potessi dire. [13] Dissi ancora li apparati del Papa quali egli erano e quanto si prometteva di Spagna.

[14] Parlato che io ebbi loro l’ultima volta, che fu alla presenza di San Malò, dopo un’altra lunga consulta mi richiamorno e San Severino mi rispose in nome degli altri. [15] La summa del parlare suo fu in iustificare la impresa loro, e quanto l’aveva ad essere grata a tutti e’ cristiani e a Dio, e quanto se ne doveva gloriare chi ne participava piú; e che vostre Signorie sei mesi fa, quando el concilio si pubblicò per a Pisa, dovevono prepararsi a tutto quello che ne posseva nascere, e avendo aúto tanto tempo, non sapevono quello vi profittassi questa dilazione. [16] Poi si distese in mostrare che dell’armi non avevi da temere perché la Maestà del Re di Francia non ebbe mai tanta copia in Italia quanta ora; e qui magnificò la cosa quanto possé. [17] E in summa concluse che verso Firenze non verrebbono a nessun modo, ma che se ne andrebbono per il cammino di Pontremoli ritti a Pisa; e che per l’ordinario ci andrebbe x o xii dí di tempo avanti partissino, perché aspettavano e’ prelati di Francia, che sarebbono qui infra detto tempo e in numero piú di 40, e arebbono seco e dottori e predicatori da potere levare l’interdetti, e che sarebbe iudicato eretico chi si opponessi loro.

[18] Allegòmmi che nel 1409, dopo tre anni che vostre Signorie aveno aúto Pisa, voi ricevesti in Pisa uno concilio contro ad un Papa santo, e cominciato da 4 cardinali, e facestilo sanza paura, nonostante che la causa non fussi sí iusta né e’ favori che voi avevi allora fussino sí gagliardi, avendo uno Re di Francia dal suo. [19] E in su questo el Cardinale di Santa Croce riprese le parole affermando quanto aveva detto San Severino, e dicendo che per amore di Cristo e per bene della Chiesa sua, vostre Signorie doveno volentieri pigliare questo peso; e che ’l concilio di Basilea lo cominciò uno abate, e loro sarebbono tanti cardinali e tanti prelati che sarieno per condurre altra opera che questa, e verrebbono in modo che leverebbono l’interdetti e metterieno in tanta confusione el Papa che penserebbe ad altro che a scomuniche o a guerra. [20] Io repricai a quelle parti che mi parve necessario el repricare per persuaderli a non passare piú avanti; né se ne trasse altra conclusione che quella abbi ditta di sopra, cioè che per l’ordinario soprassederebbono x o xii dí, tanto che questi prelati franzesi ci fussino, e che non verrebbono di costí, ma ne andrebbono da Pontremoli in Pisa.

[21] Quando io parlai a solo con Santa Croce, ritrassi del parlare suo che sarebbono venuti già in Pisa se gli avessino vedute le Signorie vostre venire a questa cosa di miglior gambe, ma vedutole in tanta suspensione, erano stati suspesi ancora loro. [22] Credo, quando cosí sia, che questa mia esposizione li farà stare ancora piú sospesi per non parere loro essere securi costà; e farà forse uno effetto ch’io non so come e’ si sia a proposito: perché gli hanno sempre desiderato di avere con loro lancie franzese, e ora lo desiderranno tanto piú. [23] E intendo questa mattina come li spacciono uno al Viceré a Milano a sollecitarlo e pregarlo voglia con 300 lancie venire in persona per essere con loro in compagnia quando andranno a Pisa. [24] Io sarò questa sera a Milano e vedrò con Francesco quello sia da operare per ovviare a questo. [25] Disse Santa Croce nel repricare che fece a la presenza degli altri cardinali come egli era necessario fare a Pisa ancora dua o tre sessioni, dipoi che per accomodare e compiacere quelli Signori si leverebbono e transferirebbonlo altrove.

[26] Ritrassi iarsera come San Severino questa mattina doveva partire per ire nella Magna a trovare lo ’mperadore. [27] La cagione era per persuaderlo a mandare e’ sua prelati a Pisa con promissione che, cominciato che fussi quivi, e’ si transferirebbe dove a sua Maestà piacessi. [28] L’altra cagione era per trattare con seco un parentado di darli una damigella franzese per moglie. [29] L’altra era per riavere certe castella poste in Veronese che furono già di suo padre. [30] Siamo a dua ore di giorno e detto San Severino parte per a detto cammino. [31] Raccomandomi a vostre Signorie. [32] Die xiii septembris 1511, al Borgo a San Donnino.

[33] Servitor Niccolò Machiavegli Secretarius.

34

[1] Magnificis Dominis Decemviris etc.

[2] Magnifici Domini etc. [3] Io scrissi a le Signorie vostre dal Borgo a San Donnino sabato, e particularmente le avvisai de’ ragionamenti auti con quelli Cardinali. [4] Lasciai la lettera a Giovan Girolami, che mi promisse mandarla per le poste del Re. [5] Credo sia comparsa, e però non la repricherò altrimenti. [6] Fui poi qui e esposi la commissione mia a questo Signore, de’ particulari della quale e della risposta me ne rapporto a quanto sarete avvisati da Francesco Pandolfini, con l’ordine del quale si è proceduto in tutto e per tutto; e però a sua Magnificenzia me ne rimetto. [7] Siamo a 22 ore, e in questo punto parto per alla volta di corte per esequire el restante della commissione delle Signorie vostre alle quali mi raccomando. [8] In Milano, a dí 15 di settembre 1511.

[9] Servitor Niccolò Machiavegli Secretarius.

35

[1] Roberto Acciaiuolo et Nicolao Maclavello in Gallia. [2] Eadem die.

[3] L’ultima nostra fu a dí 13, la qual fia alligata con la presente; e questa sarà con una a te e al Machiavello, appartenendo alla commissione sua, della qual noi non direno altro, rimettendocene in tutto alla relazione sua. [4] Per la preallegata ti si disse lungamente quanto noi fussimo alieni dal volere qua gente d’arme, secondo che tu vedrai per essa. [5] Questa disposizione è cresciuta ogni dí piú in noi, e quanto piú la consideriamo, piú ci dispiace: però non ci parrà mai superfluo scriverne di nuovo e commettertene il medesimo effetto. [6] E acciò che tu vegga che li avvisi avuti di Lombardia e il disegno de’ cardinali in questa parte non è vano, noi ti mandiamo inserte copie di due lettere loro intercette a’ dí passati, le quali si sono avute per via di Roma. [7] E la cagione del mandartele non è ad altro fine che per ricordarti di nuovo circa queste genti la intenzion nostra, la quale è non le volere in alcun modo di qua. [8] E però è necessario che tu ne facci quella opera che altra volta ti si è stata commissa. [9] Serviranno ancora a monstrare al Re che, poiché l’Imperadore non si contenta del luogo di Pisa, a lui solo sta levarci questo fastidio, gravandone e pregandone sua Maestà con tutte quelle ragioni che si sono commesse a Niccolò. [10] Ricordiamoti nella commission sua il fine essere che almeno la Maestà sua facci prolungare questa cosa un due mesi. [11] E essendoci stato dipoi proposto e fatto instanzia dal Simonetta e dal Vescovo di Cortona, mandato ancora lui dal Papa per questi effetti, che almeno si mandino via quelli 3 procuratori venuti a Pisa, voliamo che in ultimo cerchiate ancor questo: che in fatto non è nulla quando pur la cosa abbi ad andare avanti.

[12] Di nuovo non ci è che dirti, però faremo fine e quando accadrà altro se ne fa­rà secondo il consueto nostro. [13] Bene vale.

36

[1] Magnificis Dominis Decemviris etc.

[2] Magnifici Domini etc. [3] Io arrivai qui lunedí mattina passato di buona ora, né arrivai prima perché fra el Borgo a San Donnino e Milano badai tre giorni. [4] Sono stato a’ piè di questa Maestà insieme con la Magnificenzia dello Ambasciadore, e si è fatto tutto quello che particularmente da lui vi è suto scritto, al quale in ogni cosa mi rimetto. [5] Starò qui tanto quanto parrà a sua Magnificenzia, che sarà quanto lui giudicherà a proposito rispetto alla causa della mia venuta, che non potranno passare 6 o 8 dí. [6] Dipoi me ne ritornerò con buona licenza sua e grazia delle Signorie vostre, alle quali sempre mi raccomando. [7] In Bles, a dí xxiiii di settembre 1511.

[8] Servitor Niccolò Machiavegli Secretarius.

37

[1] Nicolao Maclavello Secretario florentino apud Regem Christianissimum. [2] Eadem die.

[3] Spectabilis vir etc. [4] Ieri per via di Milano comparse la tua breve de’ 24 del passato. [5] Né avendo che replicarvi, per disegnare risponderne allo Ambasciadore, non diremo altro: salvo non sendo partito, te ne venga a tuo piacere non servendo piú ad alcuno proposito la stanza tua di costà. [6] Bene vale.

[Commissione a Pisa]

38

[1] Cardinalibus qui sunt Pisis. [2] Eadem die.

[3] Reverendissimi in Christo patres etc. [4] Mittimus ad Reverendissimas Dominationes vestras Nicolaum Maclavellum civem et Secretarium nostrum, mandavimusque illi multa que referat coram Reverendissimis Dominationibus vestris, quibus placeat super eis nostra de causa fidem illi habere certissimam. [5] Quae bene valeant.

39

[1] Domino Lautrech. [2] Eadem die.

[3] Illustris Domine etc. [4] Noi mandiamo verso la Signoria vostra Nicolò Machiavelli, cittadino e Secretario nostro, e li abbiamo dato credenza di alcune cose, le quali voliamo che la Signoria vostra sappi. [5] Per tal cagione piaccia a quella prestarli pienissima fede.

40

[1] Nicolao Maclavello. [2] Die 3 novembris 1511.

[3] Per la presente non ci occorre commetterti altro se non che, avendo dopo la partita tua di qui inteso per lettere del Rosso Ridolfi e Antonio Portinari le cose costí andare assai quiete, ci è parso per la presente farti intendere che, non accadendo bisogno di levare li 300 fanti, non li lievi; vedendone el bisogno, starai in sull’ordine datotene. [4] Né altro ci occorre, perché ciò che ci è di nuovo si scrive al Rosso Ridolfi, dal quale intenderai tutto: che cosí se li ordina.

41

[1] Magnificis Dominis Decemviris.

[2] Magnifici Domini etc. [3] Per le lettere de’ Signori Commissarii arete inteso infino a questa ora come le cose procedino qui. [4] Per la presente mi occorre significare a quelle come io andai questa mattina a vicitare el Cardinale di Santa Croce, con el quale ebbi uno lungo ragionamento, e fu tutto fondato per la parte mia in mostrarli le dificultà che arrecava seco questo luogo e questi tempi; le quali dificultà crescerebbono sempre, quanto piú stessino, e piú numero di gente ci venissi; e per questo vostre Signorie se ne scusavono etc. [5] Lui a questa parte disse che ancora che non ci fussi molta abondanza, tamen c’era carestia sopportabile, e che non si dolevano, e che sapevano bene che qui non erano e’ palazzi ch’è a Milano, né el vivere ch’è in Francia. [6] Pure quando, o per loro cagione o per cagione di vostre Signorie, e’ fussi bene mutare luogo, che si potrebbe fare. [7] Io li dissi che di questa parte ne parlerei come da me, e ch’io credevo che levandosi di qui e’ sarebbe uno partito savio; perché prima si leverebbono da queste angustie di questo alloggiamento; la seconda, e’ farebbono el Papa, nel discostarli el concilio da casa, piú freddo e meno pronto a opporsegli e con l’arme e con altro; la terza, faccendolo o in terre di Francia o in terre della Magna, e’ troveriano e’ popoli piú atti ad ubbidirli che non sono per fare e’ popoli di Toscana, perché con piú facilità sforzerà lo ’mperadore e el Re e’ populi loro che non faranno vostre Signorie: il che quelle non sono per fare in verun modo. [8] E parendomi questa buona occasione, lo confortai ad essere contento di non consentire che vostre Signorie fussino richieste di quello ch’elle non potevono né dovevono fare, e che io credevo che piú reputazione dessi a questo concilio uno che venissi loro dietro voluntario che 20 forzati, e li andai persuadendo questa parte el piú che io seppi, e nel fine li tornai a proposito circa el levarsi di qua, monstrandogli come da me che la sarebbe cosa utile e partito savio e da fare migliori effetti.

[9] Lui rispose a questo che ne parlerebbe con li altri e che bisognava scriverne in Francia e a lo Imperadore. [10] E perché io li ricordai che a San Donnino e’ mi aveva, lui e quelli altri Cardinali, detto che dopo dua o tre sessioni si partirebbono per altrove, lui mi disse essere cosí el vero, e che penserebbono quello dovessino fare. [11] E quanto ad el richiedere vostre Signorie di cose non convenienti, disse che ci arebbono rispetto, e di fatto soggiunse: «Non saranno contenti quelli Signori che noi priviamo quelli preti che non ci ubbidissino, e non ci favoriranno in questo?». [12] Risposi che non sapevo che favori vostre Signorie si potessino fare loro; quanto al privarli, che quelle non ne avevono che fare, e tra loro se la trattassino. [13] Sua Signoria non si distese piú in là, ma mi pare che gli abbino a uscire addosso a le Signorie vostre presto con qualche domanda nuova, di quella sorte che sono contro lo animo loro.

[14] Io ho conferito tutto con questi Signori Commissarii, e loro ci hanno considerato drento quelle cose, di che particularemente danno notizia a le Signorie vostre, alle quali io mi raccomando. [15] Valete. [16] Pisis, die 6 novembris 1511.

[17] Niccolò Machiavegli Secretarius.

[Scritti di governo]

42

[1] Al Vicario di San Giovanni Simone Corsi, al Podestà del Monte San Savino Domenico Borghini, al Podestà di Foiano Domenico Strada, al Podestà di Civitella Francesco Pitti, al Podestà di Castiglione Giovanni Popoleschi. [2] 19 novembris 1511.

[3] Ne’ mesi passati ti si ordinò provedessi certe migliaia di libbre di strame per suvvenzione de’ cavalli della ordinanza nostra che sono nella tua iurisdizione; e perché dopo tale provisione vi se ne è aggiunto di nuovo, e parendoci ragionevole che loro abbino anche qualche suvvenzione, voliamo provegga detti aggiunti di nuovo di 3000 libbre di strame per ciascuno. [4] E però vedrai quanti sieno detti aggiunti, e ordinerai a chi rappresenta la tua iurisdizione faccino detto provedimento: e ci userai tale diligenzia che noi non te ne aviamo piú a riscrivere, perché cosí è la mente nostra. [5] Vale.

43

[1] Die 19 novembris 1511.

[2] Per parte delli Magnifici Dieci di Libertà e Balía della Repubblica florentina, si comanda a te Pellegrino d’Antonio Lorini che per da oggi a tutto dí 23 del presente mese comparisca davanti al Magistrato per ubbidire personalmente a’ lor comandamenti, nonostante qualunque cosa ne disponessi il contrario. [3] Mandantes etc.

[Commissaria nell’Appennino toscano e nel Casentino]

44

[1] Noi Nove dell’Ordinanza e Milizia fiorentina significhiamo a qualunque vederà le presenti nostre patenti lettere come ostensore di esse sarà Niccolò di messer Bernardo Machiavelli, Secretario de’ nostri Eccelsi Signori, mandato da noi nella provincia di Romagna per cappare e fare elezione di omini atti alle arme e per militare a piè nella ordinanza nostra sotto quelle bandiere che da noi saranno in detta provincia collocate. [2] Pertanto comandiamo a tutti voi sudditi nostri della detta provincia di Romagna li rendiate ogni obbedienzia, e voi rettori e officiali di quelle li prestiate ogni aiuto e favore, che per tale effetto dello scrivere e cappare detti omini li fussi di bisogno. [3] Datum in Palatio florentino, 2 decembris mdxi.

45

[1] Magnifici Domini etc. [2] Io ho dato la presta a 100 uomini di nuovo per militare a cavallo e li ho tratti sotto le medesime tre bandiere, cioè Valdarno, Valdichiana e Casentino; e trovo quelli 200 fatti di prima essere benissimo in ordine, e questi nuovi fieno ad ordine per tutto questo mese, dopo el quale tempo vostre Signorie potranno valersi di questi trecento cavalli in quelli luoghi vorranno. [3] Parto questo dí per esser in Val di Bagno e esequire l’ordine de’ Nove. [4] Raccomandomi a le Signorie vostre, quae bene valeant. [5] Ex Bibbiena, die 5 decembris 1511.

[6] Servitor Niccolò Machiavegli Secretarius.

[Scritti di governo]

46

[1] Al Vicario di Poppi.

[2] Noi ti scrivemo ne’ dí passati soprassedessi nel dare li strami a cotesti balestrieri dell’ordinanza; dipoi, avendo pensato sopra questa materia e veduta la necessità di cotesti descritti e l’utile che ne è per resultare alla città e a cotesto paese e a cotesti uomini, voliamo che, quanto piú presto puoi, dia espedizione a questa cosa in modo che noi non ne abbiamo ad intendere piú cosa alcuna. [3] E dirai loro che, se questa fia una spesa ordinaria, ella li salverà da tante spese estraordinarie che, ricompensando el danno con l’utile, avanzerà l’utile di lungo: sicché farai che questa cosa segua cosí come ti scriviamo e sanza replica; e ordinerai detti strami per tutti quelli che sono caparrati e descritti infino a questo dí. [4] Vale.

47

[1] Al Vicario di Anghiari Piero da Verrazzano. [2] 13 ianuarii.

[3] E’ ci è suto fatto intendere come ne’ giorni passati è seguíta certa zuffa intra quelli di Ulivieri di Matteaso da Monterchi da una parte, e quelli di Malosso da l’altra, di che ne nacque che fu morto Gabbriello di Malosso: donde tu procedi per il debito dello ofizio tuo contro a li inquisiti. [4] E perché noi intendiamo che quelli di Matteaso che hanno morto si iustificano averlo fatto per difesa loro e hanno fatto consigliare questa causa da piú dottori; e essendo quasi tutti quelli che convennono insieme in tale zuffa de’ descritti sotto le bandiere nostre, sendo suti pregati, ti scriviamo in loro raccomandazione; non lo abbiamo voluto negare, presupponendo massime che tutto sia seguíto per loro difesa. [5] Pertanto, quando sanza maculare la iustizia tu possa fare alcuna abilità a detti inquisiti e descritti, ci sarà gratissimo, perché li tempi che corrono ci sforzono a desiderare di non perdere quelli uomini de’ quali ogni dí può nascere che questa Repubblica ne abbi ad avere di bisogno. [6] Bene vale.

48

[1] Al comune di Marradi. [2] Die 24 ianuarii.

[3] E’ sono stati a noi vostri ambasciadori, e per vostra parte ci hanno esposto quelle cose che voi sapete avervi dato loro in commissione. [4] E quello che a loro si è risposto, si scriverrà a voi: e prima, quanto al tenervi gravati di avere scritto nella ordinanza piú uomini che non sopporta cotesto comune, siamo suti contenti, per satisfarvi, rimandare la listra al connestabole, e li abbiamo commesso la rivegga di nuovo; e dove sono 4 uomini in una casa, non ne scriva piú che dua; e dove ne sono tre, ne scriva o uno o dua come li pare; e dove ne sono dua, ne scriva uno; e dove ne è uno, se gli ha donna e figliuoli, non lo scriva, se già questi tali non venissino voluntarii. [5] Questo, come si è detto, si fa per compiacervi, ma in fatto lo avere voi scritto assai uomini non vi aggrava cosa alcuna, perché quando e’ si abbino a levare di costí, non se ne torrà mai la terza parte, in modo che chi non vorrà partirsi sarà in sua libertà. [6] E questa Signoria pagando gli uomini, vuole che gliene sia saputo grado; duolci bene di questi modi sinistri usati da voi fuora della opinione nostra, perché, conoscendo la fede vostra, pensavamo avessi a credere sanza replicare a quello che per nostra parte vi è suto fatto intendere, massime avendo l’esemplo di tante terre e comunità dove noi abbiamo messa questa ordinanza.

[7] Circa la bandiera non accade replicare, perché sendo data, sappiamo vi contenterete di quello abbiamo deliberato.

[8] E quanto al cancelliere, se noi avessimo inteso prima lo animo vostro che noi lo avessimo eletto, ve ne aremo satisfatti; ma sendo eletto per da ora a tutto el mese d’ottobre proxime futuro, è necessario che serva questo tempo, dipoi voi potrete fare intendere lo animo vostro a questo Magistrato, e lui potrà compiacervene.

[9] Quanto a’ caporali, siamo contenti per li consigli vostri ne facciate una deputazione, non passando dieci caporali, per conto di quelli fieno scritti: la quale deputazione ci manderete in nota; e noi, quando la sia fatta iustamente, come crediamo farete, li approverreno.

[10] El connestabole ci scrive come e’ si truova ancora in su l’osteria per non li avere voi dato alloggiamento: il che ci è dispiaciuto, perché simile cosa non mostra quella affezione alla nostra Repubblica che noi stimavamo; nondimanco siamo contenti avervi per scusati, stimando essere nato tutto per poco ordine vostro piú tosto che per altra cagione; pertanto farete ad ogni modo di provederlo. [11] E quando voi, come ci hanno detto e’ vostri ambasciadori, volessi tassare con el connestabole questa spesa, li avete a dai fra el comune vostro e quel di Palazzuolo dua ducati d’oro el mese in tutto, cominciando el tempo da el dí ch’egli arrivò costí: sicché piglierete uno de’ dua partiti e manderetelo ad effetto sanza altra replica.

49

[1] Al Vicario di Scarperia Giovanni Inghirami [2] Die quinta februarii.

[3] E’ sono stati a noi di nuovo li uomini del piano di cotesto vicariato, e dicono essere constretti a torto a concorrere alla spesa dello alloggiamento di quelli soldati che sono alloggiati nella montagna; e le ragioni ne adducano sono che la montagna non concorre a la spesa di quelli che si alloggiano nel piano, ancora che in tutte l’altre fazioni e’ sieno una medesima cosa. [4] A noi, quando sia vero quello che gli allegano, paiono queste ragioni buone. [5] Pertanto di nuovo li rimettiamo a te imponendoti esamini bene questa cosa e vegga di comporli insieme ad ogni modo, il che t’ingegnerai fare con ogni tua industria e diligenzia. [6] Pure, quando questo non ti riuscissi e trovassi la cosa sí difficile che tu non la potessi comporre, comanderai a dua di quelli del piano e a dua di quelli della montagna che, con mandato sufficiente de’ loro comuni, in uno dí determinato sieno davanti al Magistrato nostro; e in questo caso relasserai quelli che per conto del piano sopra questa causa avessi ritenuti. [7] Vale.

50

[1] A Carlo da Cremona, Perrino da Montepulciano, Daniello da Castiglione, Giovanagnolo da Monterchi, conestaboli in Romagna. [2] 17 martii.

[3] Secondo che per tue lettere abbiamo inteso, giudichiamo che tu abbi in modo ad ordine le tue compagnie che tu possa cominciare a fare qualche mostra, nonostante che tu non abbi ancora aúto le armi da noi; e per queste cagioni e per alcuna altra che al presente non occorre repricare, t’imponiamo che, quanto piú presto puoi, facci la mostra di cotesti tua uomini, bandiera per bandiera, e se possibile fussi noi vorremo che per di qui a martedí prossimo le fussino fatte; e userai diligenza grande nel comandare dette mostre acciò che tutti li scritti venghino, e li farai venire con l’armi loro. [4] E ragunati li arai, darai la bandiera a’ capitani disegnati e farai a tutti quelle parole ti parranno a proposito, confortandogli ad essere ubbidienti e a stare uniti e essere presti, qualunque volta fussino chiamati da te, perché sempre fia con loro utile e onore, non mancando con ogni termine debito di persuaderli a questo effetto. [5] E significherai loro che come prima si potranno usare l’alpe, si manderà loro l’arme.

51

[1] A Carlo da Cremona.

[2] Questa lettera ti si manda per Giovanni Agnolo da Monterchi, al quale abbiàno dato le bandiere ché te le presenti; e tu darai quella di Portico a Baldassarre di Cieccone da San Benedetto e quella di Castracaro a Giovannino di Giovanfrancesco; e per cancelliere ti servirai di ser Biagiantonio, el quale noi abbiamo eletto in cambio di ser Guerrino poiché non ha potuto servire.

52

[1] A Cerchio che facci la mostra di Decomano; ad Agnolo che facci la mostra di Barberino; a Morgante che facci la mostra di Poppi; a Sarra che facci la mostra di Bibbiena. [2] Die 18 martii.

[3] Voliamo che, subito ricevuta la presente, ordini di fare domenica prossima la mostra della tua bandiera <...> solamente; e userai diligenzia tale che detta mostra sia piú piena di uomini si può, e li avvertirai a stare ad ordine, in modo che ad un cenno dato e’ possino essere insieme qualunque volta tu li comanderai. [4] Usa questa diligenzia di fare come ti si è detto, che domenica prossima tu abbi fatto detta mostra di detta bandiera; e oltra di questo voliamo che dell’altre tua bandiere faccia la mostra per tutta la settimana futura in quelli dí che a te parranno piú a proposito, e li avvertirai del medesimo che di sopra ti si dice. [5] Vale.

53

[1] A Carlo da Ufida condottieri. [2] Die ii aprilis.

[3] Come vi può essere noto, la cura di questa ordinanza de’ cavalli, secondo li ordini di questa città, è suta commessa al Magistrato nostro; e perché, nel dare loro questa futura paga, noi voliamo rivedere con diligenzia tutti detti cavalli e saldare le listre e pigliare de’ cavalli e peli e segni, e desiderando per questo che a le mostre che si aranno allora a fare e’ sieno tutti presenti, e acciò che non possino pretendere ignoranza di nessuna cosa, v’imponiamo che per via de’ loro caporali, o per altro modo quale parrà a voi migliore, significhiate a tutti che stieno a comparire con loro cavallo al luogo che allora sarà loro assegnato; e chi non comparirà perderà el suo ducato, e quel che piú a noi parrà e piacerà; e ordinerete ancora che chi ha a rassettarsi di cavallo lo facci, acciò che li sia accettato e non ne segua altro inconveniente.

[4] Noi abbiamo letto una lettera che voi scrivevi al Magistrato de’ Dieci; e quanto ad Agnolo dal Tegoleto morto, abbiamo messo in suo scambio Giovanni di Senso pure dal Tegoleto: sicché metteretelo in su la listra e ordinerete che li eredi del morto satisfaccino detto Giovanni de’ dieci ducati.

[5] Abbiamo ancora, prestando fede a’ ricordi vostri, eletto el Toso dal Tegoleto per uno de’ capi di squadra di cotesta bandiera. [6] E perché voi ci ricordate che sarebbe bene fare anche uno capo di squadra a Fighine e uno al Bucine, ci sarà grato che per la prima ci avvisiate chi a voi occorressi in qualunque di detti luoghi, vedendo di tôrre uomini sufficienti e che satisfaccino a li altri scritti.

[7] Quanto al Lombardo che vuole partire non aviamo ancora che scrivervi, solo vi diremo abbiate cura che, partendosi, el cavallo suo resti per potere dare la presta a chi si deputassi in suo scambio.

54

[1] Al Vicario della Pieve Antonio Bruni. [2] 23 d’aprile.

[3] Noi intendiamo come tu hai citato, sotto pena del capo o delle forche, Francesco di Poppi con altri 8 o 9 balestrieri della nostra ordinanza de’ cavalli, per essere venuti a cotesti confini per svaligiare se alcuno dello esercito spagnolo capitava loro alle mani; e avendo ricerco, troviamo che auta la tua proibizione, tornorno subito indreto sanza fare violenza ad alcuno. [4] Pertanto, considerato la natura della cosa, voliamo che subito ci avvisi come è seguíto questo caso e che errore sia stato particularmente quello di costoro; perché voliamo riconoscerlo noi, non sapiendo quale cagione ti muova a metterli in bando, non avendo fatto altro che di sopra si dica; e avendolo fatto, sareno per volere che la iustizia abbi suo luogo. [5] Vale.

55

[1] Al Vicario di San Giovanni messer Lodovico Acciaiuoli. [2] Die 18 maii.

[3] Antonio Facchini di costí, secondo che ci è suto rapporto, otten-ne una lettera dal Magistrato de’ Dieci avanti che l’ordinanza de’ caval-li fussi sotto questo Ofizio, per la quale vi commetteva operassi che Francesco di Luca, nostro balestrieri, li pagassi lire 10, delle quali è suo debitore; di che è seguíto che, constringendo voi detto Francesco, li ha dato uno suo saione per securtà di detto debito. [4] Parendogli stare poco onorevolmente sanza esso, è stato a noi e offertosi che è per dare sufficiente mallevadore a detto Antonio di pagarlo per dí a Ognissanti prossimo quando riabbia el saione suo. [5] Pertanto noi voliamo che, quando detto Francesco dia a detto Antonio uno mallevadore che a voi paia sufficiente di pagarlo a detto tempo, che voi li facciate rendere el suo saione. [6] Valete.

[Commissaria nel Pisano]

56

[1] Nicolao de Bernardi de Machiavellis etc. [2] San Miniato o dove fussi.

[3] Niccolò carissimo. [4] Questi sono quelli due di chi vi parlai, cioè Morando da Buda, persona di buona qualità e ingenioso, da darli ducati quattro il mese a uso di bombardiere, e Marchionne da Marciano, al quale basterà dare una paga ordinaria. [5] Giovanni Ridolfi ce li commenda molto e dice in questi travagli di Romagna avere tratto di loro gran servizio. [6] Seguitate l’opera con sollicitudine e avvisate. [7] Ex Palatio florentino, die xxvi maii mcccccxii.

[8] Petrus de Soderinis Vexillifer Iustitie perpetuus Populi florentini.

57

[1] Viro Niccolò Machiavello etc. [2] Pisa.

[3] Spectabilis vir etc. [4] Benché al partire tuo di qui per il ragionamento che si era avuto teco e per la nota che ne portasti, tu possa avere piena notizia di quanto abbia ad esequire circa al riordinare la guardia della cittadella nuova di Pisa, tamen brevemente ti ricordereno questo: che una volta tu hai a pigliare cento fanti di quelli dell’ordinanza sotto li 3 conestaboli, etc. e di piú cappare tra li fanti che vi sono di presente trenta de’ migliori e piú fidati, numerandovi dentro quelli di Pietrasanta a lire 20 per ciascuno, e non piú; e quando fra detti 30 e’ ti paressi che e’ fussi da aggiungnervene 4 o 6 che rimanessino indrieto di buona qualità, siamo contenti li pigli, lasciandone indrieto altrettanti di quelli del battaglione; e nel numero detto de’ 30 o 36, voliamo vi sia el Favorito con sei ducati per paga, come ha Daccio Albanese e Giannetto da Carda. [5] Inoltre vi ti mandiamo una nota di venti bombardieri con li nomi e loro provisione, e’ quali tu metterai in detta cittadella dando loro danari quando te li mandereno; e parte ve ne sono di presente, e parte ne verranno di qua. [6] E perché al partir tuo noi non ci fussimo ricordati delle porte in che modo le avessino a stare, a cautela te ne direno quello che ci occorre. [7] E in primis alla porta di Lucca voliamo stia Rosso Biliotti con la medesima provisione che ha di presente, e con venti fanti e non piú, a lire 20 l’uno. [8] Alla porta a Mare starà Rinaldo Rinaldi con la sua medesima provisione, e con 15 fanti e non piú a lire 20 l’uno. [9] Alla torre alla Spina e porta alle Piaggie Andrea Carducci con la medesima provisione e con dieci fanti a lire 20 etc., e’ quali hanno avere quelle medesime paghe loro che quelli di cittadella; e detti fanti eleggerai tu di quelli iudicherai migliori, cappando di quelli che vi sono di presente di migliore qualità, e il resto torra’ di quelli dell’ordinanza; e occorrendoti in questa materia difficultà alcuna, ce ne darai avviso; e a noi non occorre per ora altro. [10] Bene vale. [11] Ex Palatio florentino. [12] Die xxviii maii mdxii.

[13] Decemviri Libertatis et Baliae Reipublicae florentine.

58

[1] Nicolao Maclavello. [2] Die 29 maii 1512.

[3] Iersera ti scrivemo quel tanto fu necessario circa la reformazione della guardia della cittadella nuova di Pisa e delle porte; e perché noi reputiamo la lettera salva, però non ti si replicherà altrimenti. [4] Per la presente ci occorre solo commetterti che nel numero di quelli che hanno ad avere 30 lire, metta Niccolino di Niccolò Niccolini, e tra quelli di 6 ducati, Bartolomeo Peruzzi, volendovi stare. [5] Né altro ci occorre per ora.

59

[1] Magnificis Dominis Decemviris etc.

[2] Magnifici Domini. [3] Per la di vostre Signorie di ieri intendo di nuovo quello che è il desiderio di vostre Signorie circa la guardia della cittadella nuova di Pisa e delle porte; e per quello mi ragionorno vostre Signorie a bocca, desiderando essere ad ordine in parte quando la commissione di vostre Signorie venissi, ho fermi 50 uomini in questo vicariato di Saminiato, e 50 in quello di Pescia, e’ quali fieno di buona qualità e contenti a quelli soldi di 45 dí; ma bisogna che ’l camarlingo di Pisa li paghi e che non abbino aspettare e’ danari di costí, perché e’ 45 dí diventerebbono 50, e un giorno quella cittadella rimarrebbe sola: siché bisogna pensare bene a questa parte e provederla. [4] Io mi truovo qui a Fucecchio e oggi ho espedito tutto quello avevo da fare in questo vicariato, e domattina mi sarei transferito in Pisa ad esequire le commissioni vostre, se vostre Signorie mi avessino mandato e’ danari da pagare questi nuovi fanti e nuovo ordine. [5] Ma non me gli avendo mandati, io andrei in Pisa a fare male e non bene; perché o e’ non mi bisognerebbe dire nulla infino che ’l danaio non venissi, e perderei questo tempo, o comunicando questa cosa e non avendo ad ordine chi mettere in cambio, farei lasciare quelle guardie sole. [6] Pertanto io me n’andrò domani a Pescia e starò 4 dí in quello vicariato, e le Signorie vostre mi manderanno e’ danari da levare questi fanti e pagare quelli, e io andrò a seguire l’ordine datomi. [7] Ma perché vostre Signorie mi ragionorno a bocca che di quelli trenta vecchi che vi hanno a rimanere, quando ve ne fussi alcuno che meritassi meno che Daccio e Giannetto, e piú che ’ fanti ordinarii, che io dessi loro lire trenta; e non me ne dicendo in questa loro lettera cosa alcuna, non so se le s’hanno mutato proposito; e però le prego me ne replichino l’opinione loro. [8] Altro non mi occorre se non raccomandarmi a le Signorie vostre. [9] In Fucecchio, die 29 maii 1512.

[10] Servus Niccolò Machiavegli.

60

[1] Niccolao Maclavello concivi, Secretario nostro, etc. [2] Pisa vel ubi sit.

[3] Spectabilis vir etc. [4] Abbiamo ricevuto la tua de’ 29 e visto che, circa a’ cavalli, tu hai fatto quello che avevi in commissione e che, se avessi avuto il danaio, saresti ito a Pisa. [5] Vedendo che 3 o 4 dí non porta, ci voliamo servire di te altrove; e però subito subito ne verrai qui, dove ti fareno intendere quanto hai a fare. [6] Bene vale. [7] Ex Palatio florentino. [8] Die xxix maii mdxii.

[9] Decemviri Libertatis et Baliae Reipublicae florentinae.

[Missione a Siena]

61

[1] Magnificis Dominis Decemviris etc.

[2] Magnifici Domini. [3] Io arrivai a Siena secondo che mi ordinorno vostre Signorie, e non ebbi prima audienza da la Balía che venerdí mattina, alla quale si espose quanto mi fu da vostre Signorie commesso; donde partitomi andai a parlare a Borghese, e da tutti mi fu risposto gratamente, faccendo segni di avere aúto molto accetto queste demostrazioni che le Signorie vostre avieno fatte verso di loro; e Borghese in particulare mi disse che le vostre Signorie facessino conto di aversi a valere di quello Stato non altrimenti che di una delle loro città; e voleva in tutto seguitare la fortuna di cotesta Repubblica, ringraziando infinite volte vostre Signorie della demostrazione fatta verso di lui. [4] El Cardinale, secondo ritrassi, non sarà prima in Siena che mercoledí prossimo; e non me ne sendo ragionato, a me parse di non soprastare piú per fare quelle altre cose che da vostre Signorie mi sono sute ordinate.

[5] Lo stato di Siena è assai pacifico, solo lo sturba questa morte che ne’ dí passati seguí del bargello in su li occhi di Borghese, perché li ucciditori di quello sono tutti parenti e amici suoi; e non la vendicando, pare che si dia loro troppa autorità, e vendicandola, pare cosa da fare troppa alterazione. [6] Ho parlato con qualcuno de’ primi, che dicono quello stato, quando abbi vostre Signorie amico, non potere essere alterato; e essendo securi di questo, stanno di buona voglia; da’ quali mi fu anche detto che desiderebbono che le Signorie vostre scrivessino a’ rettori vicini a lo stato loro, che, intendendo che si facessi ragunate o per loro fuoriusciti o per altri, lo proibissino e avvisassinne le Signorie vostre; e io promissi di farlo intendere a quelle, alle quali mi raccomando.

[7] Io sono qui in Poggibonzi, e doman da sera sarò in Pisa. [8] Valete. [9] Ex Poggibonzi, addí 5 di giugno mdxii.

[10] Servitor Niccolò Machiavegli Secretarius.

[Commissione a Pisa]

62

[1] Nicolao Maclavello. [2] Die qua supra.

[3] Noi stimiamo che a quest’ora tu sia arrivato costí in Pisa, e però ci è parso scriverti la presente e farti intendere come la paga ordinata sarà costí martedí prossimo ad ogni modo. [4] E per potere esequire quanto ti si commisse, non ti partirai se prima non arai esequito tutto. [5] E però te lo facciamo intendere acciò che intrattenga quelli che saranno venuti fino a detto dí, perché ad ogni modo per tutto martedí prossimo arai e’ danari. [6] E esequito arai l’ordine nostro costí, te ne potrai andare alla commission tua de’ cavalli.

63

[1] Niccolao Maclavello. [2] Die qua supra.

[3] Per il presente nostro cavallaro ti si manda la paga per riordinare la guardia della cittadella come ti si commisse. [4] Voliamo che nel numero de’ 30 metta Giovanmaria Del Bene e Cristofano da Pistoia con cinque ducati per ciascuno, e Berto da Filicaia con trenta lire per ciascuna paga; e se Bartolomeo Turco o altro bombardieri che tu iudicassi sufficiente non si potessi contentare a 3 ducati, farai el meglio che tu potrai infino in quattro per paga.

64

[1] Magnificis Dominis Decemviris etc.

[2] Magnifici Domini etc. [3] Io arrivai iarsera qui, come da Poggibonzi scrissi a vostre Signorie dovere fare, e trovai lettere di vostre Signo-rie per le quali mi significavi mi manderesti domani e’ danari: il che è necessario sia, acciò che la cittadella non rimanga sola. [4] Io sono stato questa mattina con questi connestaboli di cittadella insieme con el Capitano, e dopo molte dispute abbiamo fermi delle compagnie loro vecchie qualche 80 fanti che sono tutti uomini stati in queste guerre di Pisa assai tempo, e fidati e di buona qualità; e per supplemento ho mandato a Pescia per 40 uomini, e per levarli ho mandato loro 40 ducati de’ danari ho meco de’ cavalli, e saranno qui domani da sera; e posdomani credo avere riordinato ogni cosa.

[5] Parrà forse a vostre Signorie che io ci abbi lasciati troppi de’ vecchi, nondimanco io giudico essere suto necessario fare cosí: prima, perché e’ pareva inumano licenziare quelli uomini che vi avieno servito assai; dipoi questi connestaboli esclamavano di non potere né fare né dire sanza, questo verno, della loro compagnia vecchia. [6] E io credo che quando e’ si dà in guardia un luogo d’importanza come questo ad alcuno, e’ si debba tenerlo contento el piú che si può, e appresso darli meno scusa in ogni evento che si può. [7] Basti a le Signorie vostre che fra vecchi e nuovi si ordinerà per tanti uomini una buona guardia, e da non potere essere fraudato, perché io ordinerò che sempre si paghi in su la listra vecchia, e che ne sia riscontro costí, e che non si cavi né rimetta sanza commissione delle Signorie vostre, alle quali mi raccomando. [8] In Pisa, a dí 7 di giugno 1512. [9] E al numero disegnato e’ danari ordinati basteranno, e piú tosto ne avanzerà.

[10] Servitor Niccolò Machiavegli Secretarius.

65

[1] Magnificis Dominis Decemviris etc.

[2] Magnifici Domini. [3] Avanti ieri comparse Domenico cavallaro con e’ danari per pagare queste guardie di cittadella e porte. [4] Ieri poi si pagorno tutte nel modo che particularmente referirò a bocca a vostre Signorie, ché sarò costí fra 6 o otto dí, avendo ad esequire quanto dalli Spettabili Nove ho in commissione circa l’ordinanza de’ cavalli. [5] Raccomandomi a vostre Signorie, quae bene valeant. [6] Pisis, die x iunii mdxii.

[7] Servitor Niccolò Machiavegli Secretarius.

[Commissaria in Valdichiana e in Valdarno]

66

[1] Noi Dieci di Libertà e Balía della Repubblica florentina significhiamo a qualunche vedrà le presenti nostre patenti lettere, come ostensore di esse sarà Niccolò di messer Bernardo Machiavelli, nostro cittadino e Secretario, quale noi mandiamo nostro Commissario in tutta Valdichiana per esequire quel tanto che noi li aviamo ordinato. [2] E però comandiamo a tutti nostri condottieri di gente d’arme e a qualunche fussi preposto a’ cavalli leggieri dell’ordinanza, e similmente a tutti e’ conestaboli de’ fanti di detta ordinanza, che obediate ad esso Niccolò in tutto quello vi comanderà, non altrimenti faresti al Magistrato nostro quando alla presenzia vi comandassi; e a voi commissari, rettori, officiali e sudditi nostri, in qualunche loco della detta provincia constituiti, che li prestiate ogni aiuto e favore in tutto quello vi ricercherà, perché sarà di consenso e ordine nostro, per quanto stimate la grazia di questo Magistrato. [3] Mandantes etc. [4] Ex Palatio florentino, die xxiii iunii 1512.

[5] Marcellus Virgilius.

67

[1] Ioanni Baptiste de Nobilibus et Niccolao Maclavello. [2] Eiusdem exempli. [3] Die qua supra.

[4] Tu arai inteso da Niccolò Machiavelli quanto si era in sullo avviso tuo de’ 22 circa la venuta delle gente del Papa a cotesta volta; però non ci distendereno in questa parte, presupponendo non si sia né speso né fatto altra demonstrazione sanza bisogno. [5] Questa mattina dipoi la Santità di nostro Signore, per omo a posta e per uno suo breve, ci ha ricerco molto umanamente del passo di quelle sua gente costí vicine per il dominio nostro per alla volta di Bologna, che ci paiono per simile ricerca in buona parte alleggeriti e’ sospetti che si aveano di costà; e per tale cagione ti si scrive la presente, acciò ne abbi notizia e possa monstrare che dette gente non sono in quelli luoghi per offesa nostra. [6] Nientedimanco, tu andrai vegghiando le cose con diligenzia grande, come hai fatto fino ad ora, col fare manco demonstrazioni che tu potrai, e col darci avviso di quello ritrarrai de’ loro andamenti, non omettendo la buona guardia e tutte quelle altre cose che ti rendino securo con buoni respetti, come abbiamo detto, acciò non si monstri dubio o paura sanza bisogno.

68

[1] Nicolao Maclavello. [2] Die qua supra.

[3] Questa mattina la Santità del Papa per suo omo a posta ci ha umanissimamente ricerchi del passo per il dominio nostro e per alla volta di Bologna per quelle sue gente che sono ad Acquapendente e in quelli luoghi. [4] E parendoci per simile ricerca essere assai alleggeriti de’ sospetti che si aveano, ci è parso dartene notizia acciò possa piú maturamente procedere in quello avessi a fare. [5] Nientedimanco, andrai ritraendo quello che segue, dandocene notizia acciò ti possiamo commettere quel tanto ci parrà si debba fare.

69

[1] Niccolao de Machiavellis Secretario.

[2] Niccolò, noi vogliamo che alla avuta di questa tu te ne ritorni e meni messer Carlo da Ofida con li sua balestrieri proprii per insino a Santo Giovanni; e verra’tene con lui insieme alla seconda di queste gente orsine a chi si è conceduto il passo, che si stimano 500 in 600 cavalli, ma sanza fanterie, e passeranno per Val di Sieve; e per essere tutte gente orsine e avere a passare per il Mugello, e essendo a Bologna chi vi è in questi tempi tanto pericolosi, non possiamo se non avere qualche gelosia. [3] E però noi vogliamo che tu sia col Vicario di San Giovanni, e che voi consultiate insieme, veduto la quantità e qualità di dette gente, quello che sia da fare perché la Repubblica nostra non patisca alcuno detrimento. [4] Deliberrai con detto Vicario tutto, perché confidiamo molto della bontà e prudenzia sua, e questo non ostante li commissarii sieno con le genti. [5] E tutto farete secretamente sanza conferire con persona e con quelle manco dimostrazione che si può. [6] Le gente pare abbino ad uscire di quel di Siena, verso la Badia a Ruoti per la Val d’Ambra, e al Ponte a Rignano, e per la via di Val di Sieve. [7] Usa la tua prudenzia perché questa cosa la stimiamo assai. [8] 26 iunii 1512.

70

[1] Spectabili viro Nicolao de Machiavellis Commissario ac Cancellario nostro Montis Politianii etc.

[2] Priores Libertatis et Vexillifer Iustitie perpetuus Populi florentini.

[3] Niccolò, noi abbiamo veduto una tua de’ xxvi, e visto quanto scrivi e cosí allo offizio de’ Dieci, e inteso la quantità e qualità delle gente orsine, voliamo all’avuta di questa, sanza fare altra preparazione o demonstrazione, te ne venga a’ piè nostri. [4] Vale. [5] Ex Palatio nostro, die xxvii iunii mdxii.

[Scritti di governo]

71

[1] Al Signore Francesco dal Monte. [2] 3 iulii.

[3] Significhiamovi per questa come noi, confidando nella virtú e fede vostra, vi abbiamo condotto per uno de’ nostri condottieri della ordinanza nostra de’ cavalli leggieri con provisione di quattrocentocinquanta fiorini di grossi l’anno, con obbligo di rassegnare 4 balestrieri, dovendo rassegnare un trombetto per uno di detti balestrieri. [4] E dura questa condotta uno anno fermo e uno anno a beneplacito del Magistrato nostro. [5] E avete ad intendere che detta provisione de’ 450 fiorini di grossi l’anno è netta di retenzione: con questo non abbiate avere altre tasse, stando fermo nello alloggiamento, ma solo abbiate avere la patente d’essere alloggiato ad uso di soldato, andando di luogo a luogo. [6] E quando non vi contentassi di questo e volessi le tasse stando a casa, la provisione de’ 450 ducati s’intenderà essere fatta con la retenzione ordinaria de’ 7 per cento; siché avvisate di quello che voi vi contentiate piú e rispondete, acciò vi possiamo scrivere quello abbiate a fare.

72

[1] Al Podestà di Castiglione Aretino Luigi Venturi. [2] Die 3 iulii.

[3] Noi abbiamo deliberato di mettere una bandiera di fanti in cotesta terra e contado di Castiglione perché, confidando noi nella fede grande di cotesti uomini, voliamo, correndo questi tempi che corrono, poterci ad un tratto valere di loro come delli altri nostri fedeli; e però dopo la ricevuta della presente, usando quelli modi ti parranno convenienti, farai una descrizione di quelli giovani, cosí della terra come del contado, che ti parranno disposti e qualificati in modo da militare a piè, vedendo di farne una descrizione almeno di 400 uomini, pigliandogli da 18 a 35 anni; la quale listra e descrizione, come arai fatta, manderai al Magistrato nostro acciò che noi possiamo ordinare el connestabole e la bandiera e l’altre cose come nelli altri luoghi.

73

[1] Al Vicario di San Giovanni Niccolò Popoleschi, di Casentino Lionardo Gondi, di Mugello Francesco di Simone Zati, di Saminiato Benozzo Federighi, di Pescia Piero Lapi, e a tutti e’ Podestà di Valdichiana, e al Vicario d’Anghiari Francesco da Casavecchia. [2] Die 5 iulii.

[3] Desiderando noi che li balestrieri della nostra ordinanza sieno provisti di strame per tutto l’anno futuro secondo el costume delli altri nostri soldati, e dall’altro canto vedere che questa provisione si faccia con manco sinistro delli uomini nostri si può, voliamo che alla auta di questa abbi a te qualunque rapresenta cotesto vicariato, e ordinerai loro e comanderai per parte nostra che, per tutto el mese d’agosto prossime a venire, abbino provisto e fatto fare tanti pagliai di paglia o d’altri strami quanti sono e’ balestrieri descritti nella bandiera di cotesto vicariato, sendo di peso ciascuno pagliaio di libbre 4000, e per tutto detto tempo debbino avere consegnato ciascuno el suo pagliaio a ciascuno balestrieri; e dirai loro che se pigliano ordine di fare detti pagliai, che non fia loro di molta spesa; e però li constringerai a farli e usarvi diligenza grande perché, quando e’ non gli avessino fatti al tempo egli arebbono a concorrere con danari a detta somma, il che non ci potrebbe piú dispiacere, perché nostra intenzione è che gli abbino strame e non danari; voliamo bene che si consegni a ciascuno el suo pagliaio in luogo che non li sia molto discommodo el valersene, e ci terrai avvisati di quello che segua.

74

[1] A Certaldo, Mariotto Segni Vicario. [2] Addí 8 di luglio.

[3] Noi ricevemo ieri una lettera da Poggibonzi, la copia della quale sarà inclusa in questa, la quale ti mandiamo a ciò intenda appunto in che modo el caso ci è stato referito, e che tu riscontri con li tuoi ofiziali e con gli allegati in su la lettera se la cosa è seguíta in quel modo. [4] E quando cosí fussi, ci pare che tu ammunisca la tua famiglia che una altra volta sia cagione di posare e non d’accendere li scandoli; ma quando fussi el caso seguíto altrimenti, ce ne darai avviso, perché noi sareno per correggere anche noi li uomini nostri in modo che altra volta e’ sieno piú prudenti; e però desideriamo intendere la verità del caso.

75

[1] A Pescia, al Vicario Piero Lapi. [2] Dicta die.

[3] E’ sono stati a noi ambasciadori di cotesta valle e fattoci intendere come tu hai gravato cotesto comune di Pescia per conto della tassa del connestabole, di che loro si tengono gravati, non parendo loro conveniente, non sendo stato el connestabole in su luogo, che li abbi ad essere pagato. [4] A che si rispose come quanto s’appartiene alla tassa che riguarda le legne e lo strame, che non intendiamo che ne sieno gravati, né che la paghino nel tempo della assenzia di detto connestabole; ma quanto alla casa, ci pare bene sia ragionevole sia pagata da detto comune. [5] E replicando loro come detto connestabole nel tempo che li era stato assente la aveva appigionata e aútone el prezzo della pigione, ci è parso che sia da considerare questa parte; e ti commettiamo ricerchi se quello è vero: e trovando che ne abbi tratto in detto tempo alcun prezzo, voliamo che tutto quello ne avessi lí sia messo in conto di quello dovessi avere ad avere per conto della pigione di detta casa. [6] E in tutto e per tutto osserverai quanto ti si commette in questa lettera.

76

[1] A San Giovanni, Niccolò Popoleschi. [2] 16 iulii.

[3] E’ sono stati a noi ambasciadori che rappresentono cotesto vicariato, e fattoci intendere di quanto disagio e spese sarebbe loro avere a provedere a la paglia per tutti e’ loro balestrieri, e come sarebbe loro meno briga assai pagare e’ danari che montassi detta paglia. [4] E desiderando noi satisfare loro, siamo convenuti che, in cambio di 4000 libbre di paglia, e’ dieno a ciascuno lire dieci, avendo valutato el centinaio della paglia soldi 5; farai adunque che tale provedimento si faccia acciò ciascuno de’ balestrieri abbi suo debito, e presto.

[5] E ci è suto fatto intendere, e piú d’una volta, come nella distribuzione che si fece anno della paglia in cotesto vicariato vi fu usato assai fraude, talmente che a chi ne fu ministro è avanzati danari in mano; e desiderando noi che questa cosa si ritruovi, voliamo intenda da chi fussi anno maneggiata questa faccenda, e vegga con ogni oportuno remedio se vi fussi suta fatta alcuna fraude, acciò che si possa gastigarlo convenientemente.

77

[1] A Iacopo Ciachi Capitano di Pisa. [2] Die 21 iulii 1512.

[3] Per li antecessori nostri, come ti puoi informare dal Capitano di cittadella nuova, fu riordinata la guardia di quella fortezza che ordinariamente vi avessi a stare, riducendola a qual numero che fussi piú sopportabile, con ordine la si pagassi ogni 45 dí per levare via molti disordini e confusioni vi erano; e tutto si saldò d’accordo con cotesti connestaboli. [4] E perché questo pagamento de’ 45 dí si osservassi, pensorno che fussi necessario ordinare che fussi fatto ne’ debiti tempi da el camarlingo di cotesta città, al quale noi rimetteremo dipoi el danaio al primo avviso suo: perché, avendo el danaio a venire di qua e avendo questo Magistrato infinite faccende, è impossibile che si potessi servare a patto questo pagamento de’ 45 dí, e cosí torneremo ne’ primi inconvenienti che ’ connestaboli e fanti si dorrebbono e la cittadella porterebbe periculo. [5] Volendo addunque dare principio a questo modo, e appressandosi el tempo de’ 45 dí, che passono secondo noi domenica prossima, ti mandiamo alligata a questa le listre della guardia ordinaria della cittadella nuova e delle porte in nel modo che l’ultima volta fu pagata, che fu addí 9 di giugno passato. [6] E inoltre ti mandiamo una lettera al camarlingo di Pisa, al quale si commette paghi detta guardia nel modo e quando tu li dirai, e che pigli da te la fede de’ danari pagati e ce la mandi, e noi subito liene rimborsereno. [7] Farai dunque pagare detti fanti e connestaboli e maestranze appunto e a quelle persone che si contengono in detta listra, connestabole per connestabole; e mancandone alcuno metterai lo scambio, dandogli quel pagamento che si dette a lo scambio che mancava. [8] E arai solo questa avvertenza: di non tôrre alcuno sospetto né che facci arte in Pisa né che per alcun conto tiri dua salarii; usa diligenzia secondo che è el tuo costume. [9] La paga passata, come ti si è detto, fu pagata addí 9 di giugno, e hai a pagare questa; passati e’ 45 dí farai loro conto e vedrai si osservi loro le promesse. [10] Perché l’altra volta non si dette la paga al frate di cittadella, siamo contenti liene dia al presente dandogli venti lire come a li altri provigionati; e hai ad intendere dette paghe avere ad essere nette d’ogni retenzione.

[11] Non si ordina che tu paghi el bargello, perché se li manderanno e’ danari sua di qua.

78

[1] Patente per messer Giorgio a Saminiato, per il Signore Girolamo in Casentino, per Bandino in Val di Nievole.

[2] Noi Nove d’Ordinanza e Milizia della Repubblica florentina significhiamo a qualunque vedrà queste nostre patenti lettere, come ostensore d’esse sarà el Magnifico e estrenuo Signore Girolamo del Signore Rinieri dal Monte a Santa Maria, el quale noi abbiamo eletto e deputato per condottieri e capo di tutti li nostri balestrieri a cavallo descritti, o che per lo avvenire si descriveranno, sotto la bandiera del vicariato di Mugello. [3] Comandiamo pertanto a tutti voi descritti come di sopra prestate al prefato Signore Girolamo ogni ubbidienza, e voi rettori li presterrete ogni favore e aiuto li bisognassi per il governo di detti uomini, il che farete per quanto stimate la grazia e temete la nostra indegnazione. [4] Valete.

[Commissaria nel Mugello]

79

[1] Niccolao de Maclavellis. [2] Scarperiis.

[3] Niccolò, noi abbiamo avuto la tua data a ore xxii, la quale ci dà dispiacere assai perché da un canto noi non intendiamo che quantità di gente sia questa, dall’altra non vorremo essere ingannati; e secondo che ci ha detto questa sera l’Oratore spagnuolo, el campo era aviato alla volta di Castelfranco, e queste gente s’erano partite sdegnate per non aver tocco danari. [4] Tuttavolta noi non sappiamo la verità, e ci dogliamo assai non si sia mandato tanti omini che a questa ora non se ne intenda il vero. [5] Non essendo fatto, si faccia; e non bastando, se ne mandi 6 e 8, perché la importanza consiste sapere quante gente sono queste e intendere quello vanno faccendo: che si vorrebbe fare parlare e’ capitani e intendere l’animo loro, e vedere che gente sono, ché forse potrebbono voler tornare alla volta di Roma. [6] E non ci pare che, essendo partito el resto del campo per a Castelfranco, che sopporti la spesa tenere alla campagna questi fanti; e non si vede la cagione, perché tuttavolta ti mandiamo, oltre a quelli che hai pagati, fiorini 300 barili; ma non vorremo che si spendessino se non si vede che queste genti venghino per offendere, ché sai quanto el danaio è difficile a fare. [7] E questi Spagnuoli che sono a Loiano non possono stare cosí: bisogna o che tornino indietro o che si faccino avanti. [8] Però, come è detto, non vorremo che questi danari si spendessino non bisognando; e in questo usa diligenzia, perché ci stimiamo drento non meno lo onore che l’utile. [9] Il tutto consiste in sapere che gente sono queste, e se tornono indreto o vengono innanzi. [10] Siàno a ore iii di notte, e non vogliamo pigliare partito da noi di levare altre bandiere, se non si intende altro. [11] E abbi l’occhio che queste genti si mettino in luogo che non si tirino lo umore adosso, o che certi fussino rotti, che sarebbe cosa di troppo grande momento. [12] Questo importa il tutto. [13] Considerisi bene e esaminisi bene sopra ogni cosa. [14] E non fate carestia di spacciare uno fante, acciò sappiamo di mano in mano di che natura sia questa cosa e che si possa fare provedimenti convenienti. [15] Bene vale. [16] Die xxviii iulii, hora iii noctis 1512.

80

[1] Noi Priori di Libertà e Gonfaloniere di Iustizia del Popolo fiorentino significhiamo a qualunque vedrà le presenti nostre lettere, come ostensore d’esse sarà Niccolò di messer Bernardo Machiavegli, Secretario nostro, el quale viene costà per levare fanti per condurre verso Firenzuola o dove bisognassi; per tanto comandiamo a tutti voi fanti d’ordinanza prestiate ogni obbedienza al prefato Niccolò, e voi rettori li presterrete ogni favore per quanto stimate la grazia e temete la indegnazione nostra. [2] Ex Palatio nostro, die 28 iulii mdxii.

81

[1] Viro Nicolao Maclavello etc.

[2] Spectabilis vir etc. [3] Noi intendiamo, per diversi condotti, una moltitudine di avvisi tutti incerti e sospesi; e ultimamente il Podestà di Barberino fa intendere 400 cavalli essere sopra Castiglione in quello di Baragazza, che se fussi vero, sarebbe da dubitare di qualche inganno; pertanto scrivici subito subito dove tu se’, quello che tu fai, e quello che tu intendi, e non rispiarmare cosa alcuna. [4] Bene vale. [5] Ex Palatio florentino, die xxx iulii 1512, hora 14.

[6] Decemviri Libertatis et Baliae Reipublicae florentinae.

82

[1] Viro Nicolao de Machiavellis etc.

[2] Spectabilis vir etc. [3] Noi abbiàno ricevuto da iarsera in qua una tua e piú altre scritte al Vicario di Scarperia, e l’originale d’una del Conte de’ Peppoli scritta a te, per le quali abbiamo con piacere inteso tutto l’essere delle cose di costà. [4] E parendoci oramai poterne stare collo animo piú quieto, abbiamo scritto a Stefano Cambi che se ne torni subito, parendoci che basti l’esservi tu, il quale voliamo che soprastia costí due o 3 dí ancora fino che abbi da noi nuovo avviso, o veramente fino che intenda essere cessato al tutto ogni sospetto. [5] E perché tu sai quanto lo spendere sanza necessità è grave, ti ricordiamo che ogni spesa sanza la quale si potessi fare, tu la riseghi e spenda in cotesti fanti meno che si può; e quando e’ sospetti non crescessino, crederremo bastassi che ti ritenessi costí un 200 o 250 fanti, e il resto licenziassi fino a tanto che si vedessi piú oltre; di che però noi ci rimettiamo a te, il quale in sul fatto esaminerai prudentemente quello che abbi ad essere piú onorevole e piú sicuro per la città, perché una volta la principale intenzione nostra è che delle cose di costà se ne stia con piú sicurtà che si può. [6] Questo è quanto accade replicare alla tua di ieri e alle altre scritte al Vicario di Scarperia. [7] Bene vale. [8] Ex Palatio florentino, die xxxi iulii mdxii.

[9] Decemviri Libertatis et Baliae Reipublicae florentinae.

[Scritti di governo]

83

[1] Al Vicario di Ripomarancie Pagolo Davanzati. [2] 6 augusti.

[3] Intendiamo come tu procedi contro a Cesare di Domenico di Michele, Nanni di ser Tommaso Cencinelli e Nadino di Giovanni di Martino, tutti di cotesta terra, per avere fatto certa violenzia ad una femmina, secondo intendiamo, di non troppa buona fama. [4] E intendendo come questi sono uomini di buona qualità e utili alla nostra ordinanza, desiderremo, quando e’ si possa farlo sanza maculare la iustizia, di non ce li perdere; e per questo non ci è parso fuora di proposito raccomandarteli per questa nostra e confortarti a volere intendere bene questo caso; e quando con tuo onore possa governare la cosa in modo che da l’un canto la iustizia non paia maculata da noi, non ci perdiamo cotesti uomini, ci fia piacere: perché e’ tempi che vanno attorno ci consigliano che gli è bene fare capitale di quelli che si possino, ne’ bisogni occorrenti, adoperare per la securtà pubblica. [5] Vale.

[Commissaria nel Mugello]

84

[1] Magnificis Dominis etc.

[2] Magnifici Domini. [3] Questa mattina ad ore 14 in circa scrissi a vostre Signorie tutto quello s’intendeva da le bande di qua. [4] Arrivò dipoi Lamberto Cambi, el quale ho ragguagliato di tutti e’ progressi e disegni miei; e scrivendo lui a lungo a vostre Signorie, non mi occorre delle cose di qua repricare altro.

[5] Ho ricevuto per le mani di Ceccotto cavallaro 1500 ducati, secondo mi scrive el Quaratese, perché non li ho conti. [6] Pagherannosi domattina a questi fanti, dando loro un terzo di paga per ciascuno; e fatto arò questo pagamento, me ne verrò da vostre Signorie per servire costí a qualche altra cosa. [7] Valete. [8] In Firenzuola, addí 22 d’agosto 1512.

[9] Servitor Niccolò Machiavegli Secretarius.

85

[1] Nicolao Machiavello. [2] Die quo supra.

[3] Abbiamo la tua de’ xxi, e perché stanotte ti si mandò 1500 ducati sareno brevi, commettendoti che tu facci dal canto di costà tutto quello puoi, e pigli quelli partiti che in sul fatto giudicherai essere a proposito, perché noi di qua non cessiamo di mettere gente insieme il piú che si può, e di quelle dell’ordinanze e delle altre ancora: e di tutte, colle genti d’arme, si farà testa in quel di Prato. [4] Altro non ti possiamo dire per ora essendo occupatissimi ne’ provvedimenti.

86

[1] Nicolao de Machiavellis Secretario nostro.

[2] Noi vogliamo alla avuta di questa ti conferisca al conspetto di questa Eccelsa Signoria con quanta celerità ti sarà possibile e quasi in poste, informato bene delle cose di costí. [3] Fa’ quanto ti comandiamo non manchi per cosa alcuna. [4] 24 augusti mdxii.

[Scritti di governo]

87

[1] A Lamberto Cambi connestabole in Firenzuola.

[2] Poi che ’ nimici sono passati lo Stale e che si vede come e’ non sono per venire piú a campo a cotesta terra, t’imponiamo che subito mandi a questa volta tutte coteste compagnie e tutti cotesti connestaboli, riserbandoti solo costí Cerchio connestabole con la compagnia di Vicchio. [3] E dirai ad Agnolo da Castiglione che venga con tutti quelli della sua ordinanza e lasci solamente costí quelli che sono proprio della terra, e dira’gli che della sua ordinanza meni piú uomini può. [4] E ricorderai a tutti che venghino per quelli luoghi che credino venire securi. [5] Bastiano da Castiglione e Girolamo dal Monte saranno costí subito per aiutare condurre cotesta compagnia. [6] Dirai ad Antonio che a quelli che non hanno auti danari, si daranno loro subito arrivati qui. [7] E bisognando che tu dia loro un barile o dua per uno, lo farai. [8] Vale.

[9] Postscripta. [10] Bastiano potrà condurre la compagnia del Borgo, la quale li darai in accomandita.

88

[1] Al Podestà di Prato e Andrea Tedaldi Commissario.

[2] Avendo aúto questa mattina Consulta come si aveva a guardare cotesta terra, ci siamo resoluti, con el parere di questi condottieri, che bastino a difenderla dumila fanti. [3] E perché infino ad ora per li avvisi venuti di costí vi trovate, fra di Pescia, Saminiato, Capitano Pietro, Panciatichi e Cancellieri, questo numero de’ 3 mila fanti, vogliamo che sieno quelli che rimanghino costí per la guardia della terra; e tutti li altri vi capiteranno, sanza farli fermare punto l’invierete alla volta qui di Firenze. [4] E al Signore Luca direte che lui e la sua compagnia subito ne venga a questa volta di Firenze per essere qui con le altre genti nostre. [5] E voi con cotesti connestaboli e in spezie con Bastiano da Castiglione e Don Pietro, andrete circuendo la terra: vedrete dove sia da fare ripari e quel che bisogni provedere per farli, e cosí dove sia bene mettere l’artiglierie e dove sia da fare ogni altra cosa per la difesa di cotesta terra; e tutto farete provedere; e dove bisognassi aiuto da noi ce ne avviserete. [6] Farete ordinare li uomini della terra che faccino in questa difesa quelli favori che possono. [7] E pare a noi teniate questo modo di fare descrivere tutti quelli che in ogni romore e in ogni bisogno debbino pigliare l’armi, dare loro capodieci e distribuirli nelle fazioni, connestabole per connestabole, e comandare a chi non sia deputato a pigliare l’armi che non le pigli, ma attenda solo in ogni cosa a guardare la casa sua. [8] E cosí governerete le cose con ordine, e noi di qua areno ridutta in questo mezzo tanta gente insieme che vi si potrà porgere quelli soccorsi e aiuti che ’l bisogno ricercassi. [9] Valete.

[Missione a Genova per conto di mercanti fiorentini]

89

[1] Spectabili viro Niccolò Machiavelli in Genova.

[2] Al nome di Dio, addí viii d’aprile 1518.

[3] Carissimo. [4] Abbiàno ricieuto dua vostre de’ dí 26 e 30 passato. [5] Apresso, al bisogno vostro.

[6] Per una, inteso alla giunta vostra de lo briueve dello Pontefice, e altre lettere presentasti allo Signore Governatore per li casi di Davit Lomellino, e le grate offerte vi fece. [7] Le quali, tutto raccolto, possono fare poco bene, per avere esso Davitte salvocondotto da esso Governatore, con tempo di giorni 3 alla disdetta, e non avere esso Davitte beni. [8] Sia con Dio. [9] Di piú s’è inteso dello essere suto a parlamento con esso Davitte e con Iacopo Centurioni suo cognato, e non si dubita punto abbiate mancato di dire quello era di bisogno a tale causa; e non avevi possuto cavare altra concrusione, se non che Davitte e Iacopo detto vi avevono dato uno partito di volere pagare il tutto in tanta robbia a fiorini cinque di grossi il cento, posto qui a tutte sua spese: con questo patto, che chi ha ’vere ducati cento riceva in 4 anni per ⁄4 per ducati cc; e secondo ricevessi la robia, li creditori dare panni garbi o di Samartino, o chi non avessi panni, tafettà, per quello pregio vagliono per tempo l’anno. [10] Questo, a chi non intendessi piú oltre, sarebbe uno pagamento di sogni e da fare molte confusioni. [11] Pertanto noi procuratori tutti d’accordo questo modo per nulla accettiano; e nonostante conosciano e’ sia con grave danno delli creditori, siàno contenti che, volendo esso Davitte darci tanta robia a ciascuno delli sua creditori di qui quanto elli debbe, e pagalla in 4 anni ciascuno anno per ⁄4, e mèttella fiorini cinque di grossi il cento a tutte spese d’esso Davitte, spacciata qui della doana; siàno contenti si faccia, e lo doverebbe fare; e di cosí vi piaccia fare opera che stimiano per voi non abbia a mancare, dichiarando che la robbia sia buona di Fiandra. [12] Quando questo modo non potessi condurre, vedete d’apuntare a danari. [13] E non si potendo avere lo intero, si accordi per li ⁄3; e non possendo meglio, si pigli soldi xii per lira o sí soldi xi, almeno soldi x per lira, cioè la metà di quello dovessi a ciascuno qui in tempo d’anni 4, come è detto d’avere ogni anno la 4a parte: e di questo avere buona sicurtà, possendo, dello intero; e quando non si possa meglio, avendo dato intenzione di ducati 1600 d’oro, lo doverete tirare a ducati ii mila di tale sicurtà. [14] E in questo bisogna facciate ogni opera che tali sicurtà sieno buone. [15] E’ ci parebbe per meglio, possendo, facessi d’avere l’obrigo delli Spinoli di qui, cioè di Carlo e Giorgio Spinoli di qui, o d’altri che promettessi: che fussi, stante qui, piú presto de’ nostri che altri; e quelli fussino buoni e sofizienti per tale sicurtà. [16] E avendo a pigliare sicurtà cosí, bisogna sieno bonissimi. [17] E voremo fussino obrigati in forma camera. [18] E questo è, almanco sarebbe, il desiderio nostro. [19] Non mancate della opera e sollecitudine che la fede s’ha in voi. [20] E quello Iacopo Centurioni solo non è a proposito, ché è fallito racconcio. [21] Pare ve ne consigliate con quello Fabara, amico delli Neri, e altri di chi avessi a essere sicurtà, che sieno buoni e sofizienti. [22] Quando voi non vedessi modo d’accordare con esso Davitte circa il modo detto, dite a Davitte per ultimo lo fareno dipingere per ladro fugitivo a Roma, e per tutti lochi di qua dove potreno; e farassi scomunicare, e tanti altri modi strasordinari, che lui non sarà sicuro della persona in nessuna parte <...>. [23] Non ci sarà grave spendere di straordinario ducati mille, e fare <...> perché lui cosí s’è governato, che non riputiamo questo fallimento <...> spresso latrocinio. [24] A Niccolò non s’ha a fare lungo sermone, che <...> farà in tutto quello potrà. [25] Solo s’ha ricordare, avendo apuntare <...> le cose chiare, perché non si può stare di pari con tale nazione. [26] E perché non si può in ogni causa cosí a punto procedere, vi si dice che in poco di cosa non guardiate per ultimare questa benedetta causa: che Iddio ce ne conduca a buono fine. [27] Quando vegiate di non potere accordare, fateli rompere il salvocondotto e qui tornate piú presto po­tete.

[28] In caso abbiate a pigliare sicurtà per conto d’esso Davitte, abbiate riguardo d’avere persona sia di buona qualità, e ne pigliate parere con quello Fabara e con Stefano Salvago e altri, e in buono modo; e spedite piú presto potete.

[29] Sendo sino qui scritto, s’ha vostra de’ dí ... e con la medesima sustanza. [30] Perciò non scade altro. [31] Cristo vi guardi.

[32] Per Migiotto de’ Bardi in Firenze, Francesco Lenzi; per Iacopo Altoviti, Carlo di Niccolò Strozzi; Antonio Martellini.

[33] Quando elli seguissi accordo, e Davitte domandi piú una cosa che altro per suo discarico noi li mandereno la ratificazione autentica per mano di notaro, in buona forma; e cosí promettete. [34] E non accordando, fate levare esso salvocondotto. [35] Desideràno il Signore Governatore li faccia intendere come non è per sopportarlo in cotesto dominio, e ch’elli è per operalli in contrario a quanto potrà, per esserne di cosí richiesto dalla Santità di nostro Signore e da questa Signoria e dallo Signor Duca, come bene saprete dimostrare.

[Missione a Lucca per conto di mercanti fiorentini]

90

[1] Ricordo a voi Niccolò Machiavelli in questa vostra andata a Lucca, per la causa di Michele Guinigi; dove Iddio vi mandi a buon salvamento. [2] E prima: come vi s’è detto a bocca, il detto Michele fu figliuolo di Giovanni Guinigi, il quale Giovanni fu de’ primi mercatanti e omini di Lucca; e è vero che lasciò reda i figliuoli di detto Michele e i figliuoli d’un altro suo figliuolo, che si domandò Francesco; e parendogli che questo Michele fussi male massaio, lo diredò. [3] Detto Michele nientedimanco (detto Michele è il suo figliuolo maggiore), non stante che fussi diredato, per conto della sua ligittima gli toccava buona facultà, e faceva faccende; e in fatto era creduto piú da’ forestieri che da quelli della terra. [4] E avete a intendere che il detto Michele, per essere giucatore, che e’ s’intende ch’egli aveva giucato grossamente con qualcuno de’ pessimi cittadini di Lucca a credenza; di che nacque che detto Michele fu forzato, e con armata mano e con termini sinistri, a fare obblighi e contratti in forma camera con quelli che aveva giucati; e che la verità è che detti contratti e dette lettere di cambio non furono mai pagati. [5] Il perché, trovandosi debito detto Michele Guinigi e con la nazion nostra circa a ducati 1600, e con Raugei e Messinesi qualche mille ducati, simile con qualche altri di Lucca, pure per robe e mercatanzie suto creduto; per la quale cagione il detto Michele si cansò piú mesi sono. [6] E in effetto, e lui e i sua parenti, cioè Giovanni e Martino Bernardini che sono compagni della redità di Giovanni Guinigi, feciono intendere ai creditori di qui che quando Michele fussi aiutato per mezzo della Signoria e del Reverendissimo Cardinale de’ Medici, e che e’ si ritrovassi la verità, e che quelli che avessino da lui per conto di giuoco si mettessino da parte, che e’ farebbe il dovere agli altri creditori con qualche commodità. [7] Per la quale cagione, circa a 8 mesi sono, la Signoria ne scrisse, cosí il Cardinale; ed è vero che le risposte furno piú presto debole che altrimenti. [8] Tuttavolta sempre siamo suti tenuti in speranza che, se si manda là con nuove lettere, che si farà qualche buona concrusione.

[9] E avete a intendere che venne dipoi qui imbasciadore, quattro o 5 mesi fa, Giovampagolo Gigli al Reverendissimo Cardinale de’ Medici, al quale il prefato Monsignore parlò di bocca caldamente al detto Giovampagolo, mostrandogli quanto questa cosa pesava, e che intendeva che fussino contenti e per la giustizia e per amore suo di volere soddisfare. [10] Dipoi, uno mese sono, ritornando qui pure imbasciadore detto Giovampagolo, il Cardinale ne parlò di nuovo; e rimase con sua Signoria che si mandassi in ogni modo, e che vedeva le cose in luogo che ci si piglierebbe su termine in ogni modo.

[11] E però, voi avete a mostrare come voi siate mandato da sua Signoria Reverendissima principalmente e dalla Signoria a quella Signoria, e presentare le lettere di sua Signoria Reverendissima e della Signoria, e fare intendere a quella Signoria con quella destrezza che vi parrà che voglino essere contenti di volere provedere che il detto Michele facci il dovere ai nostri mercatanti e quelli che hanno avere per conto di robe e sete datogli; e che se per atto voglino provedere, che quelli che hanno avere per conto di giuoco e strasordinariamente sieno lasciati da parte, rimostrando che il detto Michele, o chi parla per lui, ha sempre dimostro che quando quelli che sono creditori per questo caso saranno lasciati da parte, che agli altri sarà fatto il dovere. [12] E avete a rimostrare loro che questa pare cosa molto ragionevole, e che qui non si fa dubbio che se vorranno ritrovare la verità, che saranno fatti capaci di chi ha avere per simile conto di giuoco; e ch’egli è una cosa molto onesta e ragionevole che chi ha avere per tale conto sia lasciato da parte, e questo si ricerca in ogni vivere civile e buono. [13] E a questo effetto avete a usare tutta la diligenzia vostra.

[14] E perché voi siate tanto meglio informato di quello che bisognia, voi avete a parlare con Bartolomeo Cennami e con Bonaventura Micheli e con Giovampagolo Gigli, ai quali si scrive loro per i Salviati del banco e per altri che vi voglino prestare ogni favore, e indirizzarvi e ricordarvi tutto quello che paressi a proposito a tale effetto. [15] E dire loro che sempre è suto fatto intendere che messo da parte e’ creditori del giuoco, che gli altri saranno accordati, e che ci pare per principale fondamento di fare questa conclusione, e posare questo articolo; e che poi, circa allo accordo, che loro sono benissimo informati di quello che sarà da seguire. [16] E quando sia necessario di venire al ristretto dello stato suo, che vi saranno i creditori messinesi e quelli raugei, e che i creditori di qui aranno tanta fede in loro che si lasceranno sempre consigliare. [17] E rimostrare a detto Bartolomeo e detto Bonaventura che la fede di Iacopo Salviati e di questi sua del banco è tutta in loro; e che faranno sempre quello che sarà loro ricordato per voi.

[18] Intendiamo che Michele Guinigi è in Lucca e che, quando e’ bisognerà, lui medesimo farà fede della verità di quelli che hanno avere mercantilmente e di quelli che hanno avere per giuoco. [19] E però, quando bisogni, ve ne potrete servire e richiedere la Signoria, quando bisognassi, che sia fatto venire sicuro per potere rimostrare la verità del tutto.

91

[1] Nota di cose che bisogna avere conto e clarezza sopra le partite di Michele Ghinigi.

[2] Conto delle messe e utili della bottega della seta, che fu ducati 1500

fiorini 1500.

[3] Da Giovanni Bernardini e Iacobo Bernardi di Lione, la missa e utili della ditta ragione, che fu scudi 1375. [4] Vagliano ducati 1236

fiorini 1236.

[5] Da Niccolò Manovegli, e e’ compagni di Bruggia, la missa e utili di detta compagnia, che fu lire 500 di grossi. [6] Vagliono ducati 1538

fiorini 1538.

[7] Da Giovanni e Martino Bernardini, ducati 3206, che lo fanno creditore a dí 7 d’ottobre 1519, pagate a piú creditori; e poi, a dí 7 di novembre, lo fanno debitore per tanto pagornogli contanti

fiorini 3206.

[8] Dai detti, ducati 2000, che se ne fanno creditori a dí 6 d’ottobre 1519, per rimborsarsi del loro sanza dire perché

fiorini 2000.

[9] Da li ditti, ducati 1382, lo fanno debitore per tanti dicono essere debitore Michele a libro rosso di suo padre, che lo testamento di suo padre non dice avergli a pagare; che, se avessi volsuto, lo arebbe fatto debitore detto suo padre, e chiaritolo per testamento

fiorini 1382.

[10] Dai detti, una partita di ducati 300, che fanno creditrice Madonna Isabetta, moglie di Michele, in summa di ducati mille: per tanti avea promessa alle monache di Santa Giustina per la dota della figlia di detto Michele di Antella che non si ha a pagare dai creditori

fiorini 300.

[11] Dai detti, ducati 1400, che si fanno creditori sotto dí primo di marzo 1519. [12] Intendere donde nasca questo loro credito

fiorini 1400.

[12] Dai detti, ducati 75 e ⁄2, per tanti gli detti fanno debitore Michele, per spese fatte in piati alla corte di Roma; che gli creditori non intendono pagare, ché non si è fatto con loro volontà

fiorini 75 ... 10.

[13] Da li detti, ducati 1400, lo fanno debitore a dí 7 d’ottobre 1519, fatti buoni a Caterina, sua figliuola, per la sua dota e corredi, ché li creditori non intendono avergli a maritare le sua figlie

fiorini 1400.

[14] Da li detti, ducati 48, dicono avere fatto buoni a Giovambatista Bernardini per il resto del suo viaggio di Londra, che non sanno si andassi per faccende di Michele, e per questo non pensano farli buoni

fiorini 48.

[15] Dai detti, fiorini 235 e soldi 5 d’oro, mettono avere fatti buono a’ Buonvisi, per ordine di detto Michele; e li creditori intendono non potersi pagare piú a lui che agli altri, e doversi andare del pari

fiorini 235.

[16] Dai detti, ducati 84 e 2 d’oro che dicono avere fatti buoni a Madonna Lucia per Madonna Isabetta donna di Michele, che li creditori non pensano sieno bene pagati

fiorini 84 ... 2.

[17] Dai detti ducati 20, 17 e 6 d’oro, per tanti restava a dare a Madonna Isabetta a libro di Martino. [18] E ne fanno debitori Michele e non si pensa sieno bene pagati

fiorini 20 ... 17 ... 6.

[19] Dai detti ducati 1060 lo tirono debitore in conto corrente per sete li avieno mandato, delle quali non era venuto il tempo, ne veniva di sei mesi

fiorini 1060.

[20] Dai detti, conto di tutti sete e drappi presi da bottega di Michele e come gli hanno pagati.

[21] Rivedere piú interessi gli mettono ad recto se sono giustificati o no.

[22] Fanno debitore l’eredità di Giovanni Guinigi di ducati 1400 per lascio che fe’ Giovanni a Vincenti, suo nipote, per ricompenso della dota pagò a Cammilla per conto di Michele; e non siendo detto Michele reda, ma legittimario, non intende essere obligato a lasci fatti dal padre

fiorini 1400.

92

[1] Spectabili viro Nicolao Machiavelli amico nostro carissimo.

[2] Vester tituli Sancti Laurentii in Damas Presbyter Cardinalis de Medicis Sanctae Romanae Ecclesiae Vicecancellarius.

[3] Spectabilis vir, amice noster carissime. [4] Trovandovi in Lucca, e conoscendo noi la prudenzia vostra e desiderio tenete di fare cosa grata a questa nostra Repubblica e a noi, ne è parso comettervi vogliate, in nome di detta Repubblica e nostro, rechiedere e pregare quelli Signori Anziani di Lucca siano contenti mandare via della città e loro dominio messer Antonio, messer Giovanfilippo e messer Giovantomasso, siciliani, già scolari nel Studio di Pisa e ora, per molti loro eccessi e scandali, banditi e mandati fuore; e sopra ciò allegare questa ragione: che stando questi tre maligni cosí propinqui al detto Studio, ogni qual dí per molte vie infestano i studenti in Pisa. [5] E bisognando, possete ricordare a quelli Signori li capituli che ha la Signoria nostra con loro: che nessun bandito de qui sia securo in quel dominio, etc.

[6] Sete prudente e di tutto informatissimo; però non accade instruirvi altrimenti, che siamo certi che con ogni diligenzia e circonspezione farete l’offizio. [7] Bene valete. [8] Ex Florentia, ultima iulii mdxx.

[9] Vester Iulius Vicecancellarius L.

93

[1] Spectabili viro Nicolò Machiavelli in Lucca.

[2] Al nome di Dio, addí xiiii d’agosto 1520.

[3] Niccolò onorando. [4] Il fante che voi ne mandasti venne ieri a xxii ore, e serví assai bene; e vi prometto, per la fed’è fra noi, che noi seravamo a corte per richiedere Monsignore Reverendissimo, e per farli intendere dove le cose restavono; e la vostra littera fu mandata là. [5] E visto quello che voi scrivete ci ritraemo da parlarli. [6] E considerato questo vostro scrivere, non vi possiamo se non commendare. [7] Conosco bene che quanto al vedere lo stato de’ Micheli e i libri e l’altre cose necessarie, che non sia vostra professione, e che bisognerebbe o uno ragioniere o uno stilato. [8] Io ho fatto leggiere a questi creditori, e non so quello che loro si determineranno. [9] Noi abbiamo il credito nostro sotto nome di Bartolomeo Ciennami e di Bonaventura Micheli. [10] Sapiamo che sono stilati e che loro intendeno benissimo quello che importa questa cosa. [11] E considerato a tutte le parti, ci risolviamo che loro sieno quelli che intenderanno benissimo. [12] E questi altri creditori ciascuno vi debbe avere chi intenderà e che potrà fare il medesimo. [13] Siamo di parere che voi dobbiate di nuovo rimostrare a Bartolomeo e a Bonaventura la fede che s’ha in loro; e che voi dobbiate parlare a’ Bernardini o a chi pare loro che sanno quello che sempre hanno promisso, e che ultimamente rimostrorono, che se Michele si procurerrà sicuro, che tutto sarebbe assettato; e che questi loro modi non hanno in sé quella realità che si doverebbe, dico de’ detti Bernardini; e che sono cose molto brutte, che nel principio de’ meriti della causa e del venire a’ calculi, e’ mettono in campo le doti che Giovanni Guinigi dette alle figliuole e alla nipote, e quello che Michele aveva speso molto: che sono cose tutte non istimate nulla, che questo vi pare uno termine da non volere osservare quello che è suto promesso. [14] Che se vogliono fare uno accordo sanza tante girandole, che sarà fatto loro piacere. [15] E quando veggiate che siano girandole, voi potrete ritornare alla Signoria, e protestare e narrar loro come quando fu il caso di Michele, che i detti Bernardini e quelli che avevono notizia rimostrorono che non ci sarebbe se non un poco di disordine, e che questo suo disordine nasceva d’avere giucato e fatto oblighi; e che quando la Signoria ritrovassi la verità, e che i creditori del giuoco fussino messi da parte, che sarebbe fatto il dovere; e che sempre fu dato questa intenzione e per il loro imbasciadore e per tutti; e che dopo questo vol­sono si mandassi costí; poi chiesono la sicurtà di Michele, e concessa quella, sono usciti adesso con dire che se n’è andato in Fiandra; e che cominciato a vedere il calculo, che mettono innanzi ne’ debiti sua le dote che Giovanni Guinigi dette alla nipote e sue figliuole, e quello che Michele era debitore a’ libri vecchi di Giovanni, dapoi che n’è qua, che sono cose fuori d’ogni onestà; e che questo è uno volere tôrre ai creditori i libri per questa via; e che bisogna che le Signorie loro sieno quelli che rimedino; e che, quando non rimedieranno, si spera non ci abbi a mancare de’ modi; e che voi protestate ec.; e che ve ne vegniate. [16] Questo mi pare il vero modo. [17] E se pure a Bartolomeo e Buonaventura paressi che voi facessi altro, poi siete stato tanto, 4 dí piú o manco non dia noia. [18] Ma per mio parere io non so conoscere migliore spediente, e non credo che sia a proposito che voi perdiate piú tempo. [19] E quando e’ vi paia da protestar loro con simili discorsi, in voi si rimette. [20] Egli è vero che io non vorrei avere a dar briga al Cardinale; tuttavolta e’ si farà quello ricorderete. [21] E se si potessi ridurre la cosa a uno accordo sanza avere a venire a tan­-ti meriti, sendo la somma piccola, non si guarderebbe. [22] E so per Bartolomeo e Buonaventura si farà quello che potranno. [23] E Valentino che è costí ancora potrà pensare al fatto suo. [24] E altro non saprei che dirmi sopra di ciò.

[25] A Bartolomeo ordino vi paghi i ducati 10 e lire 5 del fante. [26] E vi mando una che io scrivo loro. [27] Leggetela e datela, e sugiellatela o date aperta che poco porta.

[28] Vostro Giovambatista Bracci in Firenze.

94

[1] Spettabili viro Domino Niccolò Machiavelli in Lucca.

[2] Al nome di Dio, addí vii di settembre 1520.

[3] Io ho la vostra de’ 5. [4] E avete a intendere che questa settimana siamo stati a Monsignore Reverendissimo e alla nostra Signoria; e aviamo mostro le vostre lettere, quello che ci è suto scritto da cotesti mercanti, omini da bene, e quello che sempre ci è suto fatto intendere che saremo accordati. [5] E insomma a ciascuno è parso strano che noi siamo trattati per questo verso. [6] E per la presente s’è determinato che la Signoria scriva nel modo vedrete, che vi si manda con questa la copia. [7] Monsignore Reverendissimo scrive circa a questo effetto, rapportandosi alla lettera della Signoria, e alquanto piú modestamente. [8] E’ ci è suto fatto questa concrusione: che quando costí non sarà provisto a quello che richiede il debito e la giustizia, che penseranno tutti quelli modi che parrà loro, perché non s’abbi a perdere. [9] E vi si manda con queste tutto. [10] Userete ora quelli termini che vi parranno necessari, perché l’effetto ne segui; che non possiamo credere che, atteso li omini da bene che sono costí e che sono informati, ché non ci abbino a provedere. [11] E circa alla parte del farne rimessione in 3 di cotesti cittadini, omini da bene, o di dar loro altorità, noi abbiamo il credito nostro sotto Bartolomeo Ciennami e Buonaventura Micheli, Iacopo Doffi, sotto nome di Stefano Spada, e ci siamo fidati di loro; e a loro diciamo che siamo contenti che faccino tutto quello che pare loro: che sendoci fidati e fidandoci di loro d’ogni nostra cosa, ci possiamo fidare di questo. [12] Questo medesimo ha scritto Iacopo, e non accade altre procure. [13] E la posta nostra e quella di Iacopo sono i ⁄3 di quello che sono debitori di Fiorentini. [14] Avete di costà il Raugeo e il Messinese e tanto numero de’ creditori, che passono la somma, e non bisogna tante procure, che in fatto ciascuno è contento. [15] Solo bisogna che la si pensi bene. [16] Voi vivamente avete a ritornare alla Signoria, presentare le lettere, e rimostrare a quella quello che bisogna; e per la sopricazione che voi desti si narrò il tutto. [17] E rimostrate che sempre è suto promesso che i veri creditori saranno pagati.

[18] Il Gonfalonieri Giovampagolo fa quello che promisse al Cardinale e quello che ha sempre detto. [19] Ora si truova in luogo da potere fare che la giustizia abbi i’ luogo suo. [20] Però a voi si lascerà de’ termini; e veggiendo di non fare frutto, protestate come vi pare e venitevene. [21] Né altro. [22] Vostro sono. [23] Idio vi guardi.

[24] Vostro Giovambatista Bracci in Firenze.

[Memoriale agli anziani di Lucca]

95

[1] Yhs Maria, a’ dí ... di settembre.

[2] Esponsi reverentemente dinanzi a voi, Magnifici Signori e Magnifico Consiglio generale, per parte di piú mercatanti fiorentini e altri creditori di Michele di Giovanni Guinigi vostro cittadino, come, con ciò sia che detto Michele piú mesi sono mancassi di rispondere ai suoi cre­ditori e si assentassi di Lucca, Martino Bernardini, suo genero, fece pubblicamente intendere – e a molti de’ creditori particularmente disse – che non dubitassino che sarebbono pagati del tutto; ma che voleva mandare in terra alcuno debito che Michele aveva per conto di gioco: sotto le quali parole i creditori non feciono ai casi loro alcuna provisione. [3] Ma passati piú mesi e non avendo alcuno buono effetto la cosa, e mutando Martino detto ragionamento, perché ora diceva che Michele non aveva pago 10 soldi per lira, ora che non si travagliava de’ casi sua e non aveva che fare, deliberorno i creditori, sendosi assentato Michele e non avendo per lo ordinario dove si volgere, ricorrere alle Signorie vostre. [4] E con lettere delli Eccelsi Signori di Firenze e di Monsignore Reverendissimo de’ Medici, intercedenti a quelle per loro, si presentorno dinanzi a vostre Signorie e le pregorno dovessino provedere. [5] Donde per quelle fu ordinato che i Bernardini ci mostrassino i libri di Gio­vanni e Michele Guinigi; e venendo con detti Bernardini a simili dispute, quelli promissono fare venire Michele in ogni modo: e quando non venissi, che farebbono in modo che i creditori resterieno satisfatti. [6] Aspettossi Michele 15 dí, in capo del quale tempo mostrorno lettere quello essere in Anversa. [7] E ricercandogli della satisfazione che ne aveno promesso, non venendo quello, dissono che mosterrebbono i libri; e cosí ci feciono copia de’ libri di Giovanni Guinigi. [8] E venendo a volere quegli di Michele, dissono Michele averli avuti e non sapere dove se gli abbia lasciati; donde che noi, esaminato le scritture e i libri di Giovanni, troviamo molte cose fatte a benificio de’ figliuoli di Michele e a danno de’ suoi creditori. [9] In prima, i danni che sono seguíti in le ragioni tutti si veggono e gli utili si nascondono, in modo che il mobile di Giovanni, ridutto al netto, torna circa a 33 mila ducati. [10] Oltra di questo, si vede consegnata la legittima a Michele in questi ultimi tempi e quando egli era per assentarsi, e essere in summa tredicimilasettecento ducati; donde facilmente si può conietturare questa essere fatta in benificio de’ figliuoli di Michele, perché si vegga di lui poco e potere pagare ai creditori meno; ché quando questa legittima gli fussi stata consegnata subito dopo la morte di Giovanni, tale coniettura non si poteva fare. [11] Oltra di questo, secondo il sopradetto mobile, i beni stabili e masserizie e argenti di Giovanni vengono ad essere stimati circa 20 mila ducati, che ne tocca ragionevolmente manco di 18 ai beni stabili, e è pubblica fama i suoi beni valere piú di 26 mila ducati. [12] Veggonsi ancora molti danari pagati e fuora di tempo, e in modo che si vede fatto molte cose a danno de’ creditori e ad utile de’ suoi figliuoli e suoi parenti, come di tutto vi può informare Bartolomeo Cennami e Buonaventura Micheli, che hanno vedute tali scritture. [13] E perché di queste cose i giudicii ordinari non ci possono aiutare, avendo costoro fatte tutte le cose per contratto e a loro benifizio, richiedemo a’ Bernardini che dovessino farne compromesso in tre cittadini, quali noi convenissino che potessino de iure e di fatto, nonostante ogni contratto, tra noi giudicare. [14] E avendolo negato e non avendo altrove dove ricorrere, ricorriamo alle Signorie vostre e al Principe di questa città, e preghiamo reverentemente quelle che, vedute fatte tante cose in benifizio de’ figliuoli di Michele e in danno de’ creditori, vogliono per loro autorità obligare detti figliuoli, fra quel tempo che parrà a vostre Signorie, a pagare i veri e legittimi creditori di Michele, e a quelli dare il regresso sopra i beni suoi; i quali, fra quelli che loro hanno in mano e quelli che restono a Michele, che sono nelle mani de’ loro tutori, potranno molto bene satisfarsi. [15] I tutori e i parenti di detti figliuoli di Michele hanno fatto bene e piamente a volere meglio a’ figliuoli di Michele che ai creditori suoi; e vostre Signorie faranno ancora bene e giustamente a volere meglio alla iustizia che ai figliuoli di Michele. [16] Noi sappiamo che tutte le leggi parlano in favore de’ pupilli e vogliono che ciascuno sia obligato alla loro difesa; ma noi sappiamo anche che non è legge che voglia che si tolga ad altri per dare a loro, né che altri sotto lo scudo loro si vaglia contro ad uno terzo. [17] Questa deliberazione, quando si ottenga da le Signorie vostre, trarrà di briga questi fanciulli, renderà la libertà a loro padre e la fama a chi gli governa, e a quelli parenti che fuora del dovere gli defendono satisfare ai creditori, e a quelli Eccelsi Signori e a Monsigno-re Reverendissimo che ne ha pregato vostre Signorie. [18] E non daranno vostre Signorie loro cagione di pensare come straordinariamente egli abbino a satisfare a quelli loro cittadini, i quali straordinariamente fussino stati dai cittadini di vostre Signorie spogliati della roba loro.

[Legazione al capitolo dei frati minori a Carpi]

96

[1] Iesus Maria.

[2] Niccolò, tu ne andrai a Carpi, e farai di esservi per tutto giovedí prossimo, che non manchi. [3] E subito dopo lo arrivare tuo, ti presenterai davanti alla Reverenzia del Padre generale e diffinitori dell’Ordine de’ Fra’ Minori che fanno in quella terra il loro Capitolo generale, e presenterai loro la nostra lettera credenziale. [4] Dipoi farai intendere per parte nostra alle loro Reverenzie come ei sanno quanto questa città è stata, e è, e sarà sempre favorevole a li luoghi pii e ecclesiastichi, come testificano tanti spedali, munisteri e conventi murati dai nostri antichi, e come niuna cosa gli ha indotti per lo addrieto a tale opera, quanto i buoni esempli che con i costumi e con la dottrina hanno dato di loro i religiosi, i portamenti dei quali hanno accesi gli animi loro ad esartagli, beneficargli e suvvenirgli; e come, intra tutti quegli che da questa Repubblica sono stati tenuti piú cari, e piú sono stati beneficati, sono i frati del loro ordine, perché cosí meritava la onestà e esemplare vita di quegli. [5] Bene è vero che da uno tempo in qua è paruto e pare ai nostri cittadini, e di quegli ai migliori e piú savi, che ne’ frati sia mancato quello spirito che gli soleva fare adorare, e ne’ laici quel zelo della carità che soleva fare benificare quegli; e ricercandone la cagione, abbiamo facilmente trovato questa cosa nascere dai non buoni governi che hanno auti da uno tempo in qua questi loro conventi; e ricercando del rimedio, intendiamo non essere possibile che ritornino mai nella antica reputazione, se de il dominio nostro fiorentino non se ne fa una provincia a parte: perché, facendo questo, i frati piú facilmente si ricognoscerebbono e si correggerebbono, e piú temerebbono di errare. [6] E essendo bene certificati non ci essere altro modo che questo, voliamo che per nostra parte esorti e preghi quegli reverendi padri che voglino fare a questa Repubblica questa grazia di fare del dominio fiorentino una sola provincia, e separarla da il resto di Toscana; la quale cosa, se faranno, che crediamo lo faranno in ogni modo, faranno cosa grata a tutta questa città: la quale, per gli suoi antichi e moderni meriti verso la loro religione, merita di ottenerla, e saranno cagione di ridurre i conventi hanno nel dominio nostro nello antico zelo, e questa città nella antica carità, e torranno via le cagioni di quegli scandoli che sono per nascere quando questa grazia non si ottenga. [7] E con quanta piú efficacia potrai, mosterrai alle loro Reverenzie questo nostro desiderio. [8] Presenterai, oltra di questo, loro la lettera del Reverendissimo e Illustrissimo Legato Cardinale de’ Medici, e gli pregherrai per sua parte ce ne compiaccino, come di bocca da sua Reverendissima Signoria ti è stato dato in commissione. [9] Né possiamo credere che i prieghi nostri, l’amore della religione, l’autorità di Monsignore Reverendissimo non gli muova. [10] E quando pure la cosa non avessi effetto, significherai onestamente alle loro Reverenzie, come noi non siamo per abbandonare questa impresa; né anche crediamo che Monsignore Reverendissimo ci abbandoni infino che in qualunque modo o per qualunque via noi adempiamo il desiderio nostro. [11] Datum Florentie, in loco solite residentie, sub die xi maii mdxxi.

[12] Octoviri Practicae Civitatis Florentie.

[13] N. Michelotius.

[Istruzione di fra’ Ilarione]

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[1] In primis vi presenterete a me a Carpi e io vi farò conoscere quelli frati a’ quali avete a parlare, e ingegnatevi essere a Carpi per tutto dí 16, almeno avanti vespro.

[2] La lettera a frate Francesco da Potenza vorrei che fussi presentata quam primum potrete, al quale da parte del Reverendissimo e Illustrissimo Legato li avete a proporre come sua Signoria Reverendissima desidera che sia provisto che questa nostra provincia si divida, per le cagione che di sotto saranno notate; e che sua Signoria ha inteso che lui a questo è opposito; e persuaderli che sia contento mutare proposito e favorirli, perché sua Signoria è certa che quando lui la vorrà favorire, che la sortirà lo effetto; facendo lo opposito, non sarebbe punto grato a sua Signoria Reverendissima, la quale non può mancare né a’ cittadini né a’ frati. [3] E li avete a soggiugnere che Monsignore ha presentito che lui è opposito a’ frati fiorentini: che quando questo fussi, li sarà grato che nelle cose razionabile lui sia amico degli amici sua; e quando Monsignore sentirà questo, penserà che ancora a sua Signoria sia amico; e con quelle accomodate parole che saprete fare.

[4] Al Generale e diffinitori in sulle lettere della Signoria e del Cardinale, avete nomine ipsorum a pregarli che de’ lochi e frati del dominio fiorentino siamo contenti fare una provincia di per sé; e questo perché da certo tempo in qua hanno visto e inteso e’ frati assai mancare della debita edificazione e esemplarità; e perché intendono tal cosa procedere dal poco governo, iudicano, insieme con li altri omini da bene, che questo abbia a essere opportuno rimedio. [5] E questo persuadete con questi mezzi:

[6] 1o perché desiderano de’ frati sentire bono odore e non malo, come insino a ora hanno fatto.

[7] 2o perché questa cosa è desiderata da molti cittadini, a’ quali le loro Signorie intendono satisfare.

[8] 3o perché conoscono che, non si facendo, è per nascere delli inconvenienti; e’ quali nullo pacto vogliono intendere, ma vogliono provedere.

[9] 4o perché sanno che e’ loro frati del loro dominio, massime gli omini da bene, per loro reformazione e pace questo desiderano, a’ quali loro non possono né vogliono mancare.

[10] Ultimo, che le loro Signorie desiderano questa cosa per la via ordinaria delle loro Paternità, per la affezione che hanno alla religione, e non vorrebbono avere a pensare ad altra via.

[11] Con li predetti mezzi potete persuadere la cosa del Cardinale Reverendissimo eccetto che lo ultimo: persuadendo, da parte di sua Signoria Reverendissima, che voglino satisfare alla Eccelsa Signoria e alli altri cittadini. [12] Soggiugnendo replicherete come el Reverendissimo Legato vive vocis oraculo due volte ne ha persuaso a questi giorni el Vicario dell’Ordine, el quale s’è voluto rimettere a questo Capitulo generale; ne prega e esorta le loro Paternità, e iudica essere espediente a tôrre via li inconvenienti, che loro lo faccino: e che pensino bene che, non lo faccendo, sua Signoria Reverendissima ne ha molto bene pagato el debito; quando poi e’ cittadini avessino a pigliare altro espediente, che sua Signoria Reverendissima non può mancare a’ sua cittadini e a’ sua frati. [13] Tutte queste cose le assetterete con quelle accomodate parole che a voi parrà.

98

[1] Nobili ac prestanti viro Nicolao Maclavello Nuntio florentino in Car­pi.

[2] Spectabilis vir, amice carissime. [3] Intendendo noi con piacere nostro grandissimo che vi trovate costí al Capitolo de’ fra’ minori per qualche occorrenzia di chi vi ha mandato, ne è parso confidentemente darvi uno poco di cura da una occorrenzia nostra, non indigna, al parere nostro, del patrocinio vostro. [4] La causa è questa: che avendo noi cura della chiesa nostra metropolitana Santa Maria del Fiore, per pubblico indulto abbiamo, intra le altre cose, cura della elezione del predicatore in quella chiesa; e già presso a due mesi, per non trovare obligati tutti e’ primi omini che vanno predicando, eleggemo in predicatore di quella chiesa per la futura quatragesima fra’ Giovan Gualberto fiorentino detto el Rovaio; credendo per questa volta avere molto egregiamente provisto a quella chiesa e mandandoli la elezione, non abbiamo avuta risposta alcuna, se non che è subietto e sta ad obbedienzia; e noi stimiamo che vogli dire del Generale e padri di cotesto capitulo. [5] Però desideriamo sommamente che non vi sia grave fare questo officio per noi in servizio di quella chiesa, e pregare cotesti padri che non nieghino a questa città e a quella chiesa per questo anno quello predicatore; di che ne faranno e a tutta la città e a noi sommo piacere: né al parere nostro allogheranno male tale beneficio. [6] Parati sempre a rendere a quello serafico ordine la opera ogni volta che accaggia che possiamo mostrarli quale sia lo animo nostro verso di esso. [7] Et bene valete. [8] Florentie, ex Palatio nostro, die xiiii maii mdxxi.

[9] Non vogliamo omettere di questa cosa fare singulare prece al Reverendissimo de’ Medici, a chi appartiene questa nostra chiesa, e con chi ne abbiamo comunicato.

[10] Consules Artis Lanae Civitatis Florentiae.

99

[1] Reverende Pater etc. [2] Questi padri, non avendo dato capo ad il loro capitolo prima che sabato, non si potette prima per me esequire le mia commissioni; creorono sabato in loro Ministro generale il Soncino, quello che era prima Vicario generale; domenica poi creorono 12 assessori, che cosí questa volta gli chiamano, perché i frati oltramontani non hanno voluto che, secondo lo antico costume degli Italiani, si creino i diffinitori con autorità di fermare e diffinire le occorrenzie della religione, ma, in quello cambio, si deputino i detti assessori, i quali, con il Ministro generale, abbino autorità di udire solamente e praticare le cose, e poi, cosí udite e praticate, referirle al Capitolo al quale è riservato l’autorità del terminarle.

[3] Presenta’mi pertanto iermattina davanti al Ministro e agli assessori italiani, dètti loro le lettere, esposi la mia commissione in quelli modi, e con quelle parole pensai fusseno megliori a persuadere quello effetto che si desiderava, né lasciai indietro alcuno termine di quegli che al partire mio mi furono da vostra Signoria Reverendissima a bocca commessi, e dipoi qui da fra’ Larione ricordati. [4] Il che fatto che io ebbi, quegli padri, dopo un lungo consultare fra loro, mi chiamorono e ricordoronmi prima gli obblighi grandi che gli avieno con cotesta Republica, e appresso con la Illustrissima Casa vostra, e ultimo con la persona di vostra Reverendissima Signoria, e che vorrebbono sognando, nonché operando, fare cosa grata a tutti; e che sapevano ancora che i moti di quelli Signori e i desiderii di vostra Signoria Reverendissima in questa dimanda erano buoni, e da giuste e ragionevoli cagion’ mossi; ma che la cosa era in sé di tanta importanzia quanto mai fusse cosa ch’eglino hanno avuta a trattare 200 anni sono. [5] Pertanto era necessario che tutto facessero con buono esamine, e con consiglio e parere delli altri padri del Capitolo, non avendo loro autorità; e che s’ingegnerebbono fare qualche conclusione, avanti che il Capitulo si risolvessi, che piacesse alle loro Signorie e a vostra Signoria Reverendissima. [6] Ma per essere la cosa ardua e difficile, e non si potere resolvere cosí presto, per certificare questi Signori e la Signoria vostra Reverendissima del loro buono animo, e perché io non stessi qui piú giorni invano, scriverrebbono a quelli Signori e a vostra Reverendissima Signoria quello medesimo che a me aveno esposto; con le quali risposte io mi potevo partire. [7] E cosí in tutto il parlare che ferono mostrorono da l’uno canto il desiderio che gli avieno di servire chi gli pregava, e da l’altro la importanza e difficultà della cosa, allegandone quelle ragioni che altre volte può vostra Reverendissima Signoria avere intese.

[8] Io non mancai di replicare loro e, con quelle piú calde parole potetti, confortargli a lasciare da parte le dificultà e liberamente venire allo effetto; dicendo particularmente che non era mandato da questi Signori per disputare questa materia, perché da loro Signorie era stata bene disputata e esaminata, ma per fare loro intendere il desiderio loro, e pregarli della satisfazione, la quale non poteva seguire, se effettualmente non si ottenevano le cose domandate; e come io cognoscevo dua cose che in questa risposta avevono a dispiacere a questi Signori: l’una, la lunghezza della resoluzione, l’altra, il volere praticare questa cosa e rimetterla al Capitulo; perché e’ sanno molto bene che, quando i pochi non vogliono fare una cosa o vogliono difficultarla, e’ la rimettono nella moltitudine. [9] E perché e’ ci aveno pensato, aveno proveduto in modo che loro Reverenzie non solamente tutti insieme, ma il Ministro generale solo avesse autorità dal Pontefice di potere fare tale separazione sanza averla a mettere in Capitulo, e in su questo presentai loro l’uno e l’altro breve, che cosí mi aveva ordinato facessi fra’ Larione pensando che dovessino, come feciono, rispondermi. [10] Loro Paternità lessono i brevi, e dipoi mi replicorono che gli era impossibile che potessino sanza loro perpetuo carico e infamia fare tale divisione sanza conferirla al Capitulo, e che ancora i brevi lo imponevono loro, dicendo: «habito prius maturo examine, et super hoc onerando conscientias vestras etc.»; ma che si stessi di buona voglia, che vedrebbono ad ogni modo di satisfarne; e cosí dopo molte parole da ogni parte fatte, non se ne trasse altra conclusione.

[11] Io avevo, prima che io parlassi a tutti, parlato a quello da Potenzia, e presentatoli la lettera di vostra Reverendissima Signoria, e strettolo forte per parte di quella a volere essere favorevole a questa cosa, accennandogli destramente che la sapienzia degli uomini era sapere donare quello che non si poteva né tenere né vendere. [12] Non si potette per quello dimostrare maggiore caldezza in volere favorire la cosa, e che era stiavo di vostra Signoria Reverendissima, e i cenni gli erano comandamenti, etc. [13] Parlai dipoi con tutti gli altri ad uno ad uno, usando termini piú vivi e piú pugnenti non avevo fatto a tutti insieme, come mi fu da la vostra Signoria Reverendissima ricordato. [14] Tutti mi mostravono la dificultà a condurla e il disordine, condotta che la fusse, ma tutti infine si resolvevono che la Signoria vostra saria satisfatta. [15] E io credo, per i termini usati da alcuni di loro, che commetteranno la cosa nel Ministro generale, il quale, con 3 o 4 di questi altri padri, venga in Toscana a disputare e diffinire la cosa costà: il che, quando segua, non dubita fra’ Larione che non ci sia la satisfazione della cosa. [16] Sendosi pertanto esequito per me quanto per vostra Signoria Reverendissima si è inteso e avute le lettere dalle loro Paternità, parve a fra’ Larione che io montasse a cavallo e vedessi di usare diligenzia di essere costí mercole-dí sera, in tempo che i Signori Otto di Pratica potessino scrivere qua un’altra lettera, e giugnessi in tempo che il Capitulo non fussi ancora resoluto; il quale si risolverà per tutto sabato o domenica prossimo; la quale lettera gli pareva dovesse contenere come e’ non restavono punto satisfatti di questa lunghezza del risolversi, e concludessi in brevi e buone parole come ogni altra resoluzione da quella che effettualmente facesse tale divisione in fuora, non era per satisfare loro. [17] Con la quale commissione e ordine sendo questa sera arrivato qui in Modona, ho provato che il cavalcare in pressa non mi riesce per qualche mia indisposizione; e anche mi ricordai dovere per ordine di vostra Signoria Reverendissima soprasedere qua uno o dua giorni; pertanto pensai di scrivere e dare alla Signoria vostra Reverendissima notizia del tutto, il che giudicai facessi il medesimo effetto che venire; e tanto piú quanto e’ sarà con piú celerità e piú a tempo, volendosi rescrivere in qua avanti alla resoluzione del Capitulo.

[18] Messer Gismondo de’ Sali, uomo del Signore Alberto, ha fatto in favore della cosa una grande opera; di che io ne ho voluto fare fede alla Signoria vostra Reverendissima, perché con le opere e con le parole mostra essere uno grandissimo servidore di quella: alla quale...

[Missione a venezia per conto di mercanti fiorentini]

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[1] Serenissimo Principi et Excellentissime Domino, Domino Andreae Gritti, Dei gratia Duci Venetiarum, patrono observandissimo.

[2] Serenissime Princeps et Excellentissime Domine etc. [3] Mandiamo al conspetto della Serenità vostra Niccolò Machiavelli, nostro cittadino, el quale in nome nostro a quella narrerà la estorsione e violenza, fuor d’ogni espettazione e di quello che richiede la vera amicizia che è tra quella Illustrissima Repubblica e questa, suta fatta da uno omo e nel porto e terre di quello Illustrissimo dominio a tre nostri giovani, che venivono da Ragusia con somma di denari condotti di Levante, come è consueto. [4] Degnerassi la prefata Serenità vostra al detto nostro Nunzio prestare fede in tutto quello che in nome nostro esporrà, e quella sommamente preghiamo gli piaccia esaudirlo, e che quello che a’ nostri mercatanti è stato violentemente tolto, ne sia restituito, come speriamo, mediante la integrità e somma iustizia della Illustrissima Serenità vostra, a la quale umilmente ci raccomandiamo, che Dio ottimo felicissima la conservi. [5] Datum Florentiae, ex Officio nostro, die xviii mensis augusti mdxxv.

[6] E. Servitores et Domini Vestri filii.

[7] Consules Artis Lanae et Conservatores Reipublicae Florentine in Romània, civitatis Florentiae.

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[1] Instruzione breve a te Niccolò Machiavelli di quello hai a fare in questa andata tua per ordine nostro a Vinezia, deliberata per noi questo dí xviiii d’agosto 1525.

[2] Niccolò nostro carissimo. [3] Noi useremo teco poche parole, perché se’ prudente e esperimentato molte volte in cose assai piú ardue che queste, e molto bene hai inteso la intenzione nostra e causa della andata tua; e per non mancare dell’officio di chi manda con commissione alcuno, ti facciamo questi pochi versi circa a quello che intendiamo facci in nome nostro in questa tua andata a Vinezia.

[4] Tu ti trasferirai adunque quanto piú presto e comodamente potrai a Vinezia, dove nostro Signore Dio salvo ti conduca; e arrivato sarai, la prima cosa troverrai el Vescovo di Feltro, Nunzio del Papa in quella città, al quale arai lettere da Roma; e quelle presentate, vorremo la prima cosa con quel destro modo saprai, t’ingegnassi trarli dalle mani una inclusa nella sua, che è una nostra scrittoci d’Ancona da Benedetto Inghirami, che narra el caso seguíto a lungo, e noi la mandamo a Roma a maggiore espressione del caso, e da Roma è stata inclusa nella lettera del Nunzio che porti teco. [5] Questo ti diciamo perché la detta lettera in qualche cosa varia col detto de’ testimoni, e piú tosto potrebbe dare qualche ombra, e forse dificultà allo intento nostro, che altro.

[6] Dipoi letta la lettera, trattoli quella di mano con dire quella essere superflua, per essere quivi e’ giovani proprii che scrissono la lettera e che si trovorno in sul fatto, che a bocca meglio e con piú brevità narreranno el caso. [7] Venendo seco a ragionamento, ti consiglierai con sua Signoria di questa cosa; e con seco, perché pensiamo vorrà venire, o da te dipoi ti trasferirai al conspetto di quelli Illustrissimi Duce e Signori viniziani, a’ quali arai un breve della Santità di nostro Signore, e lettere de’ nostri Eccelsi Signori, le quali con quelle debite cerimonie che si convengono presenterai; e quando ti sarà data audienzia e facultà di parlare, esporrai per parte nostra a loro Signorie la estorsione e assassinamento fatto fuor d’ogni espettazione e di quello che richiede la vera amicizia infra quella e questa Repubblica, nel porto loro, e da uno omo viniziano, a tre nostri giovani che venivono da Ragugia con danari condotti di Levante, come è consueto; e domanderai la restituzione del tolto, usando quelle accomodate parole e con quella efficacia che saprai, e che con la tua solita prudenzia giudicherai siano a proposito a conseguire l’effetto del desiderio nostro, e riavere quello che c’è suto violentemente tolto e rubato.

[8] Arai teco apresso certe esamine di testimoni fatte in Ancona e altrove, le quali userai per tale effetto a luogo e tempo, secondo giudicherai al proposito; e al sí arai teco dua di quelli giovani a chi furno tolto e’ danari, che giornalmente potrai intendere el fatto a punto, e valertene in ogni occorrenzia, e potranno animosamente stare a petto a chi volessi negare.

[9] E questo è quanto ci occorre per al presente dirti, benché anche questo si può dire superfluo, perché siamo certissimi, avendo tu inteso la intenzione nostra, saprai meglio esequire che non t’abbiamo detto di sopra. [10] Confidiamo assai in te, e speriamo, e per quello che digià s’è inteso, che quella Illustrissima Signoria, come iustissima, inteso il caso, ha incarcerato el delinquente, e per la opera tua, abbi a tornare presto e con satisfazione nostra e tua: che Dio per tutto t’accompagni.

[11] Consules Artis Lanae et Conservatores Reipublice Florentine in Romània civitatis Florentiae.

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[1] Nobili viro Nicolao de Machiavellis civi florentino et mercatorum dictorum mandatario apud illustrissimos Venetos. [2] Venetiis.

[3] Nobilis vir amice mihi carissime. [4] Sarà incluso nella presente un ricordo di questi mercanti fiorentini a voi per impetrare da quella Illustrissima Signoria come vedrete, e etiam ne fa scrivere la Santità di nostro Signore al Nunzio di sua Beatitudine per la rinnovazione del salvocondotto contenuto in esso ricordo. [5] E benché conosciamo apertamente non essere necessario raccomandarvi tale spedizione per reputarvela noi quodamodo interesse comune, per soddisfarne alli suddetti ed a noi, ancora che tanto ferventemente amiamo ogni onore ed utile di questa città, non abbiamo voluto mancare di esortarvene efficacemente, accertandovi che, oltre li soprascritti, noi ne riceveremo e terremo con voi particolare obbligazione e molto vi ci offeriamo. [6] Bene valete. [7] Florentie, secundo septembris 1525.

[8] Vester Sylvus Cardinalis Cortonensis.

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[LETTERA DEI MERCANTI FIORENTINI AL DOGE DI VENEZIA]

[1] Serenissime, etc. [2] Certi nostri cittadini e mercatanti che nuovamente sono venuti di Costantinopoli, hanno referito essere occorso cosa che per la sua indegnità ci è dispiaciuta assai, e speriamo che ancora alla Serenità vostra, per la sua benevolenzia verso di noi e per la innata equità sua, non abbi molto a piacere. [3] Perché essendosi partito da Ragugia per Ancona uno brigantino, in sul quale erano li prefati mercanti con non piccola somma di danari, e essendo arrivati a Lesina, porto dello Illustrissimo dominio vostro, trovorno quivi quel brigantino padroneggiato da Giovambattista Donati, vostro cittadino, che accompagnava l’Oratore del Gran Turco; il quale Giovambattista, fatti venire a sé li mercanti detti, e con certi iniqui trovati minacciatili di fare loro perdere la vita, benché sanza alcuna loro colpa, avendo fatto prima loro sopportare molte cose indegne non ch’altro d’essere referite, gli sforzò finalmente a riscattarsi con millecinquecento ducati d’oro, che tanti doppo molti cosí vani come varii pretesti, tolse loro. [4] Questa ingiuria ci è parsa tanto piú grave e maggiore, quanto noi l’abbiamo ricevuta da uno el quale mai abbiamo offeso, che noi sappiamo, e nella iurisdizione di quelli che noi sempre abbiamo cerco con ogni spezie di officio gratificarci.

[5] E quanto la sia da essere stimata da noi, e in che parte l’abbia ad essere presa da chi la intenderà, essendo la Serenità vostra di somma sapienzia e prudenzia, non pensiamo che con molte parole sia necessario dimonstrare. [6] Abbiamo voluto per la presente darne notizia alla Serenità vostra, la quale siamo certi non si avere a dimenticare né quello che si convenga alla amicizia nostra, né quello che si aspetti a cotesta Illustrissima Repubblica, pregandola che voglia avere buono respetto ad una città amicissima, come è la nostra, e alla indennità di questi nostri mercanti; e’ quali quanto e’ sieno suti trattati da poco amici, per non usare parole piú grave, e quanto fuori d’ogni ragione sia suta fatta loro questa villania, Niccolò Machiavelli, cittadino nostro carissimo, el quale per questa sola cagione in nome nostro e de’ mercanti viene costí, riferirà meglio a bocca, narrando tutto l’ordine del seguíto. [7] Desideriamo sommamente che la Serenità vostra si persuada che non ci può di presente essere fatto cosa piú grata che fare restituire a questi nostri mercanti questi danari tolti loro ingiustamente, come richiede el dovere; acciò che ogniuno per questo intenda come questa villania ci è suta fatta, come noi crediamo, contro la voglia vostra. [8] Il che se per la solita equità della Serenità vostra e per la antiqua benevolenzia verso di noi ci fia concesso, quella farà cosa veramente degna di sé, e a noi sommamente grata, e la quale noi riceveremo in luogo di benefizio, e dove ne sia data occasione, ne saremo per ogni tempo ricordevoli. [9] Bene valeat.

[Scritti di governo]

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[1] A dí 24 d’aprile.

[2] Scrissono a Giuliano Lero ingegnere a Roma nella infrascritta sentenza: che si era vista la sua lettera e come in prima facie il suo disegno ci spaventava per la grandezza sua, nondimeno ci pensereno; e avendo a mandare al Papa il disegno della città e del paese, che allora con quello si scriverebbe piú appieno la opinione nostra.

105

[1] Scrissono detto dí a Galeotto de’ Medici, Oratore a Roma, nella infrascritta sentenza: che ci piaceva la provisione aveva fatta il Papa di mandare Antonio da Sangallo in Lombardia, e come Baccio Bigio sa­rà tornato, si ordinerà che si faccia il disegno, e si manderà subito col parere nostro ancora; e perciò si lascerà indietro pensare per ora al quartiere di Santo Spirito, e pensereno solo al di qua d’Arno; e ci risolviamo cominciarci alla porta alla Giustizia e al canto del Prato, o vero alla porticciola delle Mulina. [2] Non ci pare da toccare San Gallo, perché avendo a muovere quivi il letto di Mugnone, e per questo offendere qualcuno, non ci pare da farlo ora per non dare che dire ad alcuno, ma cominciata che fia la opera non si arà rispetto, e chi fia tocco arà pazienza. [3] E come questa medesima ragione ci teneva a non pensare per ora a danari, ma che ci pareva da spendere di quegli per ora che il Dipositario ha in mano, e di quelli che il Papa volessi in questo principio sborsarsi come ne ha offerto etc.

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[1] A dí primo di giugno. [2] A Galeotto de’ Medici Oratore a Roma.

[3] Avanti ieri ricevemo la vostra de’ 28 del passato responsiva alla nostra de’ 24: commendiamo in prima assai la diligenza vostra e ci piace che a nostro Signore soddisfaccino i rispetti abbiamo nel cominciare questa opera sanza dare disagio ad alcuno, per non la fare odiosa prima che la sia per esperienza cognosciuta e intesa. [4] Vero è che noi non possiamo darle altro principio che ordinare la materia infino a tanto che noi non siamo resoluti della forma che hanno ad avere questi baluardi e del modo del collocargli, il che non ci pare potere fare se prima non ci sono tutti questi ingegneri e altri con chi noi vogliamo consigliarci. [5] E benché il Signore Vitello venisse ieri in Firenze e che ci si aspetti fra duoi giorni Baccio Bigio, è necessario ancora che venga Antonio da Sangallo, del quale non abbiamo avviso alcuno; e dapoi che per commissione di nostro Signore egli è ito veggiendo le terre fortificate di Lombardia, giudichiamo essere necessitati ad aspettarlo, perché altrimenti questa sua gita non ci porterebbe alcuna utilità; però con reverenza ricorderete a nostro Signore che lo solleciti; e qui il Reverendissimo Legato ha scritto a Bologna a quello Governatore che intendendo dove e’ si truovi lo solleciti allo espedirsi. [6] E gli rispetti che si hanno ad avere nel murare al Prato o alla Giustizia, alle parti del di là d’Arno e a’ riscontri de’ monti, secondo che prudentemente ricorda nostro Signore, si aranno tutti. [7] E cosí non siamo per mancare in qualunque cosa di diligenza, quando non ci manchi il modo a farlo, perché il Depositario ci ha fatto qualche dificultà in pagare una piccola somma gli abbiamo infino a qui tratta, e crediamo per lo avvenire sia per farla maggiore, allegando non avere danari per questo conto; pertanto ci pare necessario che nostro Signore ordini che noi ce ne possiamo valere. [8] E volendo la sua Santità aiutarci d’alcuna cosa, sarebbe a proposito ora e farebbe molti buoni effetti. [9] E siamo ogni dí piú di opinione che non sia bene toccare in questo principio le borse de’ cittadini con nuova gravezza, perciò farete bene intendere questa parte alla sua Santità. [10] E quanto al modello de’ monti che sua Santità desidera, come per altra si disse, quando Baccio Bigio ci fia non si perderà tempo acciò il piú presto si può se gli possa mandare. [11] Né per noi si mancherà di alcuna diligenza in tutto quello si debbe. [12] E perché siamo di parere che fatta la ricolta si comincino i fossi per tutto di qua d’Arno, cioè dalla parte de’ tre quartieri, abbiamo scritto a tutti i podestà del nostro contado che scrivino popolo per popolo quanti uomini fanno da 18 a 50 anni, e che ne mandino nota particulare. [13] E si è anticipato acciò ch’eglino abbiano tempo a fare questa descrizione appunto, e che noi possiamo, fornita la ricolta, entrare in simile opera gagliardamente.

107

[1] A dí primo di giugno. [2] A tutti i podestà del contado di Firenze.

[3] Perché noi vogliamo per buona cagione avere notizia degli uomini che fa tutta cotesta tua potesteria, desideriamo che il piú presto puoi, usando quanta diligenza ti è possibile, ci mandi una nota di tutti quelli che vi sono dai diciotto a cinquanta anni. [4] E terrai questo ordine: manderai o per i sindachi o per i rettori de’ popoli, e insieme con i tuoi méssi farai fare a ciascuno, popolo per popolo, la sua listra, e vedrai nel farla che si notino i lavoratori di terra da quegli che fanno l’altre arti, né lascerai indietro pigionali o altri abitanti i detti popoli, e riduttogli tutti in un quaderno con questa distinzione ce lo manderai. [5] Di nuovo ti ricordiamo la diligenza, acciò che noi ci possiamo tenere soddisfatti dell’opera tua.

108

[1] Alli Vicari di Certaldo, di Scarperia, di Saminiato, di San Giovanni, di Poppi. [2] A dí 6 di giugno.

[3] Perché noi desideriamo sapere quanti uomini sono dai xviii a la anni in tutto cotesto tuo vicariato, abbiamo scritto ai podestà tuoi sottoposti ci mandino nota di essi. [4] E perché noi voliamo ancora avere notizia di quelli che sono in cotesta tua potesteria di ... voliamo che, ricevuta la presente, faccia di avere a te tutti i rettori, o vero sindachi de’ popoli di detta tua potesteria, e comandi loro ti faccino una nota di tutti gli uomini di essa che sono dai xviii a cinquanta anni, notando di per sé quelli che lavorano la terra dagli altri che fanno altre arti. [5] E tutti gli ridurrai in un quaderno distinti popolo per popolo, e con piú prestezza potrai lo manderai al nostro Magistrato. [6] Usa diligenzia in questa opera perché è d’importanza e la stimiamo assai. [7] Vale.

109

[1] Patente per Giovan Francesco da Sangallo e Baccio Bigio. [2] Dicta die.

[3] Noi Procuratori delle Mura della Città di Firenze, a qualunque vedrà queste nostre patenti lettere, facciamo intendere come ostensore di esse sarà Giovan Francesco da Sangallo ingegnere e architettore nostro, al quale, avendo commesso ritragga il sito della città di Firenze con il paese circunstante discosto da essa città circa dua miglia, voliamo e comandiamo a qualunque in detti luoghi abitante presti a detto Giovan Francesco, quanto si appartiene a tale opera, ogni aiuto e favore, lasciandolo passare per ciascuno luogo sanza farli opposizione e darli impedimento alcuno. [4] La quale cosa farete per quanto stimate la grazia e la nostra indegnazione temete. [5] Presentibus post duos menses minime valituris. [6] Vale, etc.

110

[1] Oratori Florentino Rome Galeotto de Medicis. [2] Die viii iunii.

[3] Essendo venuto el Signore Vitello in Firenze come per l’ultima nostra vi scrivemo, e non potendo molto soprastare, ci parve da pigliare consiglio da lui come ci avamo a governare in questo principio circa questa nostra muraglia, nonostante che non ci fussi Baccio Bigio, né Antonio da Sangallo. [4] E andamo parte di noi con lui veggiendo questa parte del Prato Ognissanti, perché stavamo in dubbio se noi cominciavamo dalla porticciola delle Mulina o dal canto del Prato. [5] Donde che avendo detto Signore in piú giorni esaminato tutto, si è resoluto che sia bene cominciare in sul canto, allegando che quello baluardo posto in quello luogo difenderà le Mulina, la bocca d’Arno e la porta al Prato; il che non potrebbe fare quello che si cominciassi alla porticciola. [6] Disputossi dipoi se questo baluardo si faceva tondo come aveva disegnato il Conte Pietro Navarra, o vero affacciato: parveli da farlo affacciato, allegando che, non potendo e’ baluardi defendere sé medesimi, ma avendo bisogno di essere difesi dalli altri fianchi, ne seguita che quando e’ sono tondi li altri fianchi ne guardono solo uno punto, ma quando sono affacciati possono tutte le facce essere guardate. [7] Disputamo dipoi se gli era da farlo con le cannoniere da basso e da alto scoperte, secondo il disegno di quelli che si sono fatti a Piacenza, o se gli era da fare coperte quelle di sotto con palco o volta che facessi piano a quelle artiglierie che avessino a trarre di sopra: parve a detto Signore che si faccia con l’artiglierie da basso coperte, parendoli quelli di Lombardia troppo grandi e in quello luogo troppo sconcio e non necessarii, affermando che quando l’artiglierie coperte hanno quelli sfogatoi che possono a­vere, queste stanno meglio. [8] Disegnossi pertanto sopra detto canto del Prato uno baluardo affacciato che abbraccia una torre che è in su detto canto, il quale ha le sua maggior facce lunghe l’una lxxta braccia e le minori circa xx. [9] E disegnamo che le mura che sono dalla parte di verso la porta sieno grosse braccia viii e quelle che sono di verso le Mulina, per non potere essere battute, sieno braccia vi. [10] E dalle mura del baluardo alla torre che rimane dreto sono per tutto quelli spazii che voi potrete vedere per il disegno vi mandiamo con questa. [11] Ha da basso iiii cannoniere, due per fianco, e disegnamo che le sieno alte dal piano del fosso braccia iiii e che da detto piano le sua mura alte braccia xviii, e che si gittino archi da la torre al muro nuovo e sopra quegli archi si faccia un palco che abbia di parapetto due braccia, tanto che l’artiglierie che fieno di sotto hanno di sfogatoio tutto quello spazio delle xviii braccia che sono alte le mura, che non sarà dal parapetto e dal palco mangiato. [12] Al quale sfogatoio si aggiugne la rarità del palco e le aperture che si faranno di verso la città per potere entrare in detto baluardo. [13] Gl’anguli di questo baluardo, come voi vedete, vengono acuti, e noi sappiamo bene che questi anguli sono piú deboli che i retti e che gli ottusi; nondimeno si sono fatti cosí perché a volergli fare ottusi ci bisognava entrare in maggiore larghezza; e cosí fatti ci paiono assai forti, per avere, quelli duoi massime che possono essere battuti, dieci braccia di sodo. [14] La torre che resta di mezzo disegnamo abbassarla infino al piano del palco, acciò che lo spazio delle artiglierie che hanno a trarre di sopra sia largo. [15] Questo è in effetto come, secondo il consiglio del Signore Vitello, ci parrebbe da farlo, di che vi se ne manda il disegno, acciò possiate mostrare tutto a nostro Signore e intendere la opinione di sua Santità. [16] E perché ci parve, poi che noi eravamo in quello luogo, esaminare el modo di fortificare dalle Mulina alla porta al Prato, mandiamo el disegno di tutta detta fortificazione: per il quale vedrete come si disegna abbracciare la porta al Prato con uno baluardo chiuso che non abbia uscita, e la porta solo serva ad entrare in quello; e per uscire della città si facci una porta di nuovo a lato a detto baluardo di verso el canto del Prato. [17] Disegnasi quella torretta che è nel mezzo infra la porta e il canto bucarla dalla parte di drento e aprirla un poco da ogni fianco, tanto che duoi vi si possino con li arcobusi maneggiare. [18] Desegnasi fasciare le Mulina con uno muro secondo vedrete in sul disegno, faccendo un poco di ricetto fra ’l muro vecchio e il nuovo, che tiri artiglierie per li fossi. [19] Pare ancora da fare una piattaforma in mezzo tra le Mulina e il canto, che giri da ogni banda per il fosso. [20] Disegnasi fare il fosso largo 30 braccia, seguitando el consiglio di Pietro Navarra, che danna i fossi di maggior larghezza; vero è che al Signore Vitello pare che accanto ai fossi si faccia una via larga almeno x braccia, e che la terra che si ha a cavare del fosso, quella cioè che non si metterà dentro alle mura per far terrapieno, si metta di là da questa via, e se ne faccia uno argine alto 3 braccia da detta via, il quale argine si sponga in modo verso li campi che non facci grotta e parapetto alli inimici. [21] Questa via disse esser necessaria per poter girare le mura di fuora, per dare aiuto e piú spazio al fosso; e sempre respetto all’argine si potrà da quelli di dentro usare. [22] E tutte queste cose, cosí disegnate per farsi ora o a tempo, sono distribuite in modo che le risponderanno bene a tutte quelle cose che di là d’Arno si edificassino. [23] Questo è tutto quello che si è col Signore Vitello ragionato: farete intendere tutto a nostro Signore, acciò che sua Santità ne dica la sua opinione.

[24] Ricevemo ieri la vostra de’ iiii del presente; e quanto al danaio, che importa piú ogni altra cosa, noi vi abbiamo a dire questo: considerato li tempi che si apparecchiano e le spese che potrieno sopravvenire, noi siamo di quelli che, se questa opera si avessi a cominciare, che consiglieremo che la si soprasedesse, pensando che non fussi bene accoz­zare muraglia e guerra, ma dapoi che la è con tanta demonstrazione e espettazione, noi non possiamo consigliare che la si lasci indrieto; e parrebbeci che questo si potessi fare sanza tôrre assegnamento di importanza alla guerra, entrando in imprese che si spendessi poco e si facessi demonstrazione assai. [25] Questo baluardo che si è disegnato in sul canto del Prato non ascenderebbe alla spesa di cinquemila ducati, li quali non si hanno a spendere tutti ad un tratto, ma in iii o in iiii mesi, che penerà a fornirsi; in modo che, cominciando a murare questo e dall’altra parte, fatta la ricolta, tenere due o tremila contadini intorno alle mura a cavare li fossi, come si potrà sanza spesa fare, sarà la demonstrazione grande e la spesa poca né tanta che l’abbia ad impedire le altre nostre necessità.

[26] Ora piacendo a nostro Signore questo modo, conviene che sua Santità ordini qui che di quelli tanti danari che abbiamo di bisogno noi ne siamo provisti, perché di qualunque luogo e’ si abbino a trarre, o dalla Parte o d’altrove, noi abbiamo bisogno della autorità sua; massimamente perché circa 1600 ducati che avanzavono alla Parte, piú settimane sono pervennono alle mani del Depositario, dal quale non si potrebbono sanza la autorità di quella trarre. [27] Infine, se noi sareno provisti noi usereno quanta sollecitudine sapreno e potreno maggiore; ma quando, respetto alli tempi, non si possa, ce ne rapportereno al iudicio e prudenzia di sua Santità. [28] Non essendo ancora venuto Baccio Bigio, per avanzare tempo sopra ’l disegno che desidera nostro Signore, abbiamo imposto a Giovan Francesco da Sangallo cominci a levarlo, e venuto Baccio li accozzeremo insieme, e acciò che ’l sia piú perfetto e possa meglio satisfare.

[Missione a cremona per ordine di Francesco Guicciardini]

111

[1] Due sono le cose per le quali vi mando a Cremona: l’una per avere piú certezza ch’io possa, che speranza si abbia avere di quella impresa; l’altra per fare ogni opera, che se la non si fa fra quattro o sei dí la si abbandoni. [2] Però, oltre alle altre diligenze che farete per intendere il primo capo, avrete al Provveditore una mia di credenzia, al quale direte la prima causa dell’andata vostra, pregandolo strettamente che vi dica quello che ne crede, e quale sia l’opinione del Duca, facendolo capace che può parlare liberamente con voi come con me.

[3] Alla seconda, presa la risposta del Provveditore, lo domanderete per mia parte quel che pensino di fare, caso che fra quattro o sei dí la non si pigli; e gli direte che a nostro Signore pare cosí, e credo all’Illustrissima Signoria ed il medesimo a questi capitani che il perder piú tempo intorno a Cremona sia cosa perniziosa; perché si perde l’opportunità di prender Genova, ch’è la maggiore importanza di questa impresa; e pigliare non si può mentre che il campo è a Cremona, perché l’armata sola non basta a pigliarla, e li 4000 fanti che ha il Marchese di Saluzzo sono poca provvisione, massime ora che gli Spagnuoli, che erano in Alessandria, è certo che sono entrati in Genova; senza che noi crediamo che il Marchese con sí poche forze non vi vorrà andare. [4] Ricorderetegli che abbiàno accumulati tanti Svizzeri e ci siamo obbligati a far venire duemila Grigioni: ché tanto cumulo di genti tenerlo perdutoè grandissimo disordine, massime che questi Svizzeri, per istar molto, fanno ogni dí mille ammutinamenti, infiniti si partono, la spesa resta la medesima, anzi ogni dí cresce, e la gente è ogni dí minore; ci viene addosso la vernata, ci viene addosso il soccorso di Spagna, quale secondo gli avvisi sarà fra pochi dí alla vela. [5] Se queste cose ci trovano che non abbiamo o preso Genova o cacciati gl’inimici da Milano, la impresa resta in grandissimo disordine. [6] Però confortate quanto potete sua Signoria che faccia ogni opera perché l’impresa si abbandoni, caso che fra quattro o sei dí la non si pigli. [7] E se paresse a sua Signoria che voi parlassi al Signor Duca, lo farete, ma con molto piú rispetto; mostrando non l’opinione mia, né di questi capitani, ma solo che nostro Signore mi ha scritto per le ragioni sopraddette gli parrebbe da non ci perder piú tempo dietro, mostrando però di lasciare la deliberazione in sua Eccellenza; ma che mi è parso conveniente che quella intenda quello che occorreva a sua Santità. [8] Con lui non avete a dire questo, se non con consiglio del Provveditore, e in modo che non se li dia causa di alterarsi.

[9] Scrivete per le poste, dando le lettere al Provveditore.

112

[1] Magnifice vir et Domine plurimum honorande. [2] Questo dí a 22 ore arrivai qui in campo e scavalcai alla stanza del Proveditore e a quello presentai la lettera di vostra Signoria. [3] Appresso, dopo qualche cerimonia, gli dissi come, premendo assai la lunghezza di questa impresa alla Santità di nostro Signore e per consequente alla Signoria vostra, e desiderando vostra Signoria per sattisfare piú a nostro Signore intendere a punto quello che se ne poteva intendere di vero, né potendo venir qua, avevi mandato me a sua Signoria, pregandola fusse contenta volere interamente scoprirmi lo animo suo, cioè a che termine la impresa era, quello che ne credeva cosí egli come l’Eccellenzia del Duca e tutti questi altri capitani; e quando se ne sperassi bene, fra che tempo se ne sperava, perché quando il tempo della speranza dello acquisto fusse breve, si potrebbe ragionare in un modo, quando fusse lungo, si ragionerebbe in uno altro; e strettamente lo pregai non facessi riserbo d’alcuna cosa, non altrimenti che se vostra Signoria fusse qua, perché poteva farlo; e qui lo strinsi con piú efficaci parole seppi.

[4] Sua Signoria mi raccolse amorevolmente e mi disse che vedeva per le lettere credenziali come mi poteva parlare liberamente; e cosí farebbe e in quel modo proprio che al punto della morte farebbe al suo confessore. [5] E qui si cominciò dalla lunga insino al principio della venuta sua qui, e come trovò che questi Signori avevano avuto una sbattuta per la morte del Signor Iulio Manfroni – e in fatto non ci erano 3 mila fanti e i capi pieni di confusione – pure avevan disegnato di fare due batterie e dare la battaglia da tre lati. [6] E benché nel tirare avanti la cosa egli vedesse le batterie vane, per battere la muraglia troppo altamente e per essere impedite da’ fossi, pure deliberò di dare la battaglia per non lasciare alcuna cosa intentata, non ostante che ancora di verso il castello fossero due trincee e tre bastioni quasi, e per assalto insuperabili. [7] E perché e’ non c’era de’ capi che stessino a questi assalti se non duoi, cioè il Signor Malatesta e messer Piero da Longhena, egli s’offerse di stare nel terzo luogo e fare l’ufizio del soldato e del Proveditore; e per non lasciare ancora indietro cosa alcuna, promise premio a questi capitani se alcuno di loro tenessi una bandiera una mezza ora in su la batteria, il che fece per vedere se poteva divertire con quello spaventacchio tanti Spagnuoli dalle trincee del castello che si potessi sforzare chi rimaneva a guardalle. [8] E de’ suoi soldati molti s’erono offerti a gittarsi in quelle trincee nel mezzo delli inimici. [9] Dieronsi adunque con quest’ordine questi assalti, e i nostri presono la prima trincea e molti ne salirono in su la sponda dell’altra. [10] E sarebbesi forse fatto qualche bene, se non che da le batterie si spiccorno piú di vii cento fanti e vennono a soccorrer quelli che le difendevono, in modo che, veduto che sendosi gittati da basso si sarebbe ito a manifesta perdita, rivocò i suoi, i quali erano alle mani con i nimici con le piche e con le alabarde. [11] Restata cosí la cosa, si giudicò che questa via corta delli assalti e della artiglieria fusse difficillima e perciò fusse da pigliare la via lunga delle zappe. [12] E in su questi pensieri comparse il Duca d’Urbino e approvò in tutto questo secondo modo e riempiè di certa speranza ciascuno. [13] Domandò il Duca, per una sua listra della quale disse aveva mandata copia alla Signoria vostra, ii mila marraiuoli e molte artiglierie e munizioni, delle quali cose dice aver fatto provisione, eccetto che de’ marraiuoli: non ne ha piú che 1200; non di meno gli sollecita perché sieno ii mila. [14] E si è fatto trincee in tra il castello e i ripari e fuori, che vengono a trovare li due cavalieri che mettono in mezzo i detti ripari; e sono le cose in termine che a passar dentro non si ha a fare altro che una forza di marraiuoli; dipoi si potrà da quelli tre lati dare la battaglia come a piano. [15] E sopra questo il Duca gli ha detto come gli bisognano tredicimila fanti, perché x mila ne terranno occupati gli tre luoghi dove si darà l’assalto e tremila ne vuole per dare l’assalto ad una batteria che vuole fare di nuovo per tenere i nimici in piú parti occupati; e avendo questi, ne promette certa e indubitata vittoria. [16] De’ fanti dice trovarsene qui circa a xi mila e che, per questi ii mila che mancano, ne ha scritto a Vinegia e di dí in dí aspetta la provisione de’ danari per soldargli, e che ha commodità, avuti i danari, d’avere i fanti, e che non crede che si peni ad essere ad ordine 5 o 6 dí, e avuti i fanti, si comincerà a fare questa forza e, da che la si comincerà a quattro giorni, o Cremona sarà nostra o noi ne saremo disperati. [17] Ma che la sia nostra, lo promette il Capitano, lo affermono tutti questi capi e lo credono e sperano tutti i soldati e qualunque è qui, infino a i putti.

[18] Dissemi apresso che aveva avuto lettere da la sua Illustrissima Signoria, dolendosi della lunghezza della impresa, e che fusse con il Duca e lo pregasse che, se vedesse la impresa o lunga o dura da non sperarne, che si consigliasse se fusse da prendere altro partito e non si consumare qui. [19] Di che dice che il Duca prese affanno assai, mostrandola vinta e dicendo che se ne partirebbe quando quella Signoria gliene comandasse espressamente, altrimenti no, perché, partendosi di qui con questa vergogna, si taglierebbon le gambe a tutte l’altre imprese, né saprebbe come di Milano o di Genova si avessero a cavare gli Spagnuoli, quando non si cavassino di Cremona: dove abbiamo il castello, non abbiamo a combattere se non con ripari, e quelli si sono mezzi tolti loro e non vi sono restati 1500 difensori, perché piú di mille sono fra feriti, morti e malati. [20] Sí che io potevo avere inteso dove le cose si trovavano, quello che ne sperava il Duca e ciascuno, e quanto si doveva fare, affermandomi non si essere fatto riserbo alcuno.

[21] Io, prima ringraziatolo per parte di vostra Signoria d’avermi tanto a lungo informato d’ogni cosa, gli dissi: «Per quanto io ho raccolto dal parlare di vostra Signoria, voi dite che, insomma, che in capo di x giorni si potrà vedere il fine di questa impresa». [22] I quali x credevo si potessino dire venti, perché i danari non sono venuti; venuti i danari, s’hanno a soldare i fanti, né credo che possino bastare sei dí a fare questo, perché tutti i tempi ingannano e massime quelli della guerra; pertanto in questo caso io gli avevo a dire, perché cosí è la mente di nostro Signore, che si consideri quello che importa questo tempo all’altra impresa nostra, perché già l’armata tutta della Lega era sopra Genova e che questa armata senza forze per terra non è per fare frutto alcuno: le genti che ha seco il Marchese di Saluzzo, quando e’ volessi andarvi – ché si crede che non vi voglia ire solo – non basterebbono, per essere poche e forse non buone genti. [23] Conviene dunque, non volendo fare quella impresa debilmente, mandarvi altre forze; forze non ci sono, se non quelle che sono intorno a Milano e che sono qui, perché soldare di nuovo sarebbe cosa lunga o forse impossibile. [24] Conviene adunque o differire la impresa di Genova o farla debilmente, o abbandonare Milano o abbandonare Cremona, perché le genti che sono d’intorno a Milano non sono tante che se ne possa levare parte e l’altre restare sicure. [25] Se l’impresa si fa debilmente, è una cosa perniziosissima. [26] E che sia vero, io credevo che i nostri esempli ci abbino insegnato che i deboli assalti danno animo al nemico e fannolo ostinato in modo che i gagliardi poi non bastono, ché, avendo assaltato Milano prima e poi Cremona debilmente, non abbiamo avuta né l’una né l’altra; il simile si farebbe di Genova, perché e’ si ha avere speranza nel popolo, piú che in niuna altra cosa, che voglia aderirsi a quelli che vengono per trarli di servitú: se lo assalto è debole, il popolo non si moverà e comincerà ad imparare nella difficultà ad ubbidire, gli Spagnuoli che vi sono dentro – che ve ne sono assai, per esservi iti quelli d’Alessandria – si assicureranno veggendo il popolo stare saldo, sí che, quando bene dipoi vi si andasse con maggiori forze, le non gioverebbono, e converrebbe che la fusse tutta forza, la quale, nel pigliare le terre grosse, il piú delle volte non basta. [27] Pertanto tale impresa conviene o farla gagliarda o lasciarla stare. [28] Debbesi dunque ringagliardire o con abbandonare Milano o Cremona. [29] Se si abbandona Milano, ci è una vergogna e due pericoli: la vergogna è lasciare Milano e tôrsi quella reputazione che si è mantenuta insino a qui; e’ pericoli sono che quelli di Milano o non venghino a rompere la testa a quelli che fussino rimasi a Cremona o la maggior parte di loro n’andassino in Genova, il che farebbe l’impresa perduta. [30] Se si abbandona Cremona, non ci è altro che quella vergogna, ma niuno pericolo, perché si lascia una impresa incerta e d’uno acquisto dubio e che non è al tutto la vita della impresa, e vassi ad uno acquisto piú certo e che al tutto è la vittoria nostra, la quale vittoria non si può avere se si differisce pure sei giorni ad andarvi. [31] E qui gli dissi della vernata che ci viene addosso, della spesa insopportabile, delli aiuti che vengono di Spagna e di tutte l’altre cose che vostra Signoria mi dette per ricordo, mostrandogli per questo come ditta impresa non si poteva lasciare cosí, differendo il tentarla, perché la vernata era in fatto dove non poteva stare lungo tempo rispetto a’ temporali tristi che vengono, e però bisognava risolversi e pigliare il meno male per bene; e come il Papa restava di mala voglia e che la mente sua era che Genova si tentasse, quando bene si avessi a lasciare ogni altra cosa. [32] E qui lo strinsi a volere fare capace il Duca di questa deliberazione, e che io gli parlerei quando volessi, ma con quelli rispetti che era necessario.

[33] Sua Signoria mi stette a udire attentamente e parvongli le ragioni allegate vere; pure disse che questi x giorni vedrebbe che bastassino a chiarirsi e che voleva che io parlassi al Duca domattina in quel modo acomodato che io pensavo che fusse bene, ma che non credeva che mai e’ si volgesse a partirsi, almeno se prima egli non avessi tentati questi suoi ordini. [34] E cosí rimanemo domattina d’essere seco. [35] E doman da sera per le poste io ragguaglierò vostra Signoria di tutto. [36] E parte domani andrò veggendo queste cose e di tutto vi ragguaglierò. [37] Cristo vi guardi. [38] Le lettere di Capino m’hanno dato animo a scrivervi questa intemerata. [39] A dí xi di settembre 1526.

[Missione presso Francesco Guicciardini]

113

[1] Instruzione a Niccolò Machiavelli mandato da’ Signori Otto di Pratica a messer Francesco Guicciardini a Modona, a dí 30 di novembre 1526.

[2] Qualunche volta per il passato la città nostra e questo Magistrato ha mandato alcuno de’ sua cittadini in una legazione simile, eletta la persona per sufficiente e a bocca informatolo del bisogno e del modo del procedere suo, non ha pensato sia necessaria instruzione, se non quanto per buono uso della città si suol fare, e per ricordare li capi principali della commissione che porta. [3] Però a te, Niccolò, eletto di simile probità, non serà la presente per ordine del tuo procedere, ma per osservare la antiqua consuetudine, e perché sempre tu ti ricordi che in sustanzia le commission tue consistono ne’ capi che qui di sotto si diranno.

[4] Prima ti trasferirai con piú celerità possibile a messer Francesco Guicciardini, al quale, ancorché non bisogni, monsterrai in quanti disordini si trovi la città nostra di gente, danari e capi; e quantunque li remedii alla salute nostra per la venuta di questi lanzchinett si cognoschino scarsissimi per infiniti respetti che a lui sono noti, nondimeno volentieri ci difenderemo mostrando il volto alla Fortuna, se cognoscessimo le forze nostre essere bastante e le altrui doverci presidiare in modo che la speranza di loro non ci menassino a manifesta ruina; e in questo fatighiamo di continuo: che pur oggi abbiamo destinato Francesco Antonio Nori al Conte Pietro Navarra per tirarlo da noi come capo, e farassi ancora tutte le provisioni possibili alla defension nostra, tuttavolta si vegga li conlegati e chi ci può aiutare non si tirino indrieto. [5] Ma perché una repubblica come la nostra meritamente deve representarsi dinanzi alli occhi piú fini, e a ciascheduno tenere lo intento, considerando la incertitudine dell’uno e fermezza de l’altro, la dubiezza di quello e sicurtà di questo, per potersi indirizzare al manco dannoso, abbiamo pensato mandare te a sua Signoria come a nostro cittadino e amorevole della patria, accioché discorra queste nostre considerazioni, e le accompagni col iudicio suo, e con quello che alla giornata li dimostreranno li succesi di là; li quali seppur fussino di sorte da sperarne poco e lui fusse del medesimo animo che noi, disperati della salute, sappia che lo animo nostro è piú presto si pratichi qualche accordo che si lassi la cosa ridurre a termine dove mal si possa riparare. [6] E perché noi voliamo questa cura totalmente rimetterla in lui, espostoli el desiderio nostro, che in questo non potrebbe essere maggiore, lassarai negoziare a sua Signoria come meglio li parrà, tornandotene ben risoluto della oppinione sua, de’ disegni fatti sopra la guerra, del procedere de’ lanzchinet, delle dimostrazioni del Duca di Ferrara, del motivo delli Spagnuoli di Milano e Pavia, o di quel che si pensa di loro, della speranza si può tenere del Marchese di Saluzzo e delle gente venete, e finalmente l’ordine tutto di questa matassa, cosí per la parte de’ conligati e nostra come de’ nimici; lassando la commissione del negoziare a messer Francesco, in modo che sappi questo essere intenzione e desiderio nostro, e che cosí li commettiamo faccia, secondo però li consegneranno li tempi.

114

[1] Magnificis Dominis Octoviris Praticae Reipublicae florentinae Dominis meis observandissimis.

[2] In Firenze.

[3] Magnifici Domini etc. [4] Io arrivai qui oggi a grande ora, e subito fui con la Signoria del Luogotenente; e presentatagli la lettera delle Signorie vostre, gli narrai particularmente la cagione della venuta mia. [5] Sua Signoria mi disse: «Io per satisfazione di quegli Signori ti dirò prima dove si truovino le nostre genti e quelle de’ nimici; dipoi quello che de’ nimici si possa temere e delli amici sperare; e, ultimo loco, quanto mi occorra circa la pace che si avesse a praticare. [6] I lanzichené ieri erano a Quistallo, luogo nel Mantovano di qua da Secchia; oggi sono passati il fiume e iti verso Rezzuolo e Gonzaga, che mostra piglino il cammino verso Milano per congiungersi con gli Spagnuoli. [7] Sono questi Tedeschi in numero 15 o 16 mila, secondo che per piú vie si ritrae, ancora che da un mio da Mantova mi sia scritto che non passano diecimila. [8] Gli Spagnuoli di Milano sono ancora in quella città, ma fanno segni volersene uscire, perché hanno concluso con i Milanesi di avere 30 mila fiorini e partirannosi; il che è conforme al cammino che fanno i lanzichené. [9] Il Duca d’Urbino, con tutte quelle genti aveva condotte seco per essere alla coda de’ Tedeschi, si truova in Mantovano, né fa disegno muoversi, ancora che da me ne sia stato molte volte sollecita-to: vero è che manda un suo capo in Piacenza con mille fanti che vi saranno domani. [10] Il Marchese di Saluzzo si truova a Vauri, luogo in Bergamasco discosto da Milano 14 e da Bergamo 16 miglia; e ha seco tutte le sue genti, e di piú 300 uomini d’arme de’ Viniziani, e circa mille fanti. [11] Le fanterie del Signore Giovanni, in numero circa tremila, fieno post­domani a Parma. [12] Sonci, oltre a questi, circa a 4 mila fanti: tanto che, computato ogni cosa, la Lega ha in questa provincia meglio che 20 mila fanti; e quando egli non mancassino i danari al Papa, e si riducessino insieme, si potrebbe per avventura vivere securo; ma quando manchino le provisioni di sua Santità, gl’altri fieno freddi e si può temere assai. [13] E sanza dubbio, tenendo queste genti insieme e ben pagate, i nimici, o stando qua o passando innanzi, non potrieno fare grandi effetti, sanza e’ quali non si potrebbono, rispetto a’ danari, mantenere. [14] Ma stando cosí divise e non intendendo l’uno l’altro, né confidando l’uno dell’altro, si può sperare poco bene. [15] I nimici, secondo l’opinione mia, poiché fanno segni di volersi congiugnere, ci daranno qualche di tempo alla pace o alla guerra; e congiunti che fieno, non è ragionevole si stieno a perdere tempo; e assalteranno o le terre de’ Viniziani o quelle della Chiesa, o e’ verranno in Toscana: ne’ primi duoi casi ci sarà tempo a pensare a’ casi vostri, nell’altro io non vi posso promettere al certo altro aiuto che quelli sei o 7 mila fanti che ci ha qui la Chiesa: perché de’ Viniziani, conosciuto il naturale loro, non si può altri in simili casi promettere cosa alcuna. [16] De’ Franzesi non so se seguitassino piú tosto il consiglio de’ Viniziani che quello che suvvenissi al bisogno vostro; e però io non voglio farne altro iudizio che rimettermene dipoi a quello che sarà. [17] Siché scrivi a quelli Signori quanto io ti ho detto, e come io non manco di fare ogni opera che questi eserciti si riunischino, e sollecitare e Vinegia e Roma a non si abbandonare, e a fare quanto di sopra si dice».

[18] Circa al praticare qua pace, mi disse il signor Luogotenente: «A me pare cosa vana e di niuno profitto, perché il pensare di corrompere i Tedeschi, o d’accordarsi con quelli, non riuscirebbe, sendo loro e gli Spagnuoli un corpo medesimo. [19] Conviene dunque che questa pace si tratti con quelli che ne hanno autorità da lo Imperadore, il quale non crede sia Borbona o altri di questi capi qua, ma sí bene il Viceré e Don Ugo, i quali sono di costà; perché s’intende che ’l Viceré con parte della armata è sbargato a San Stefano, porto de’ Sanesi; siché di costà si possono meglio queste pratiche muovere; e crede che digià il Papa le abbia mosse, e potrieno fare qualche buono effetto. [20] In summa si vede che questi moti di qua ci danno tempo a potere pensare a’ rimedi, o colla pace o con altro: e cosí puoi fare intendere a quelli Signori».

[21] Questo è in sustanza quanto io ho potuto ritrarre dal Signore Luogotenente. [22] Èmi parso darvene avviso per la presente staffetta, acciò intendino vostre Signorie il tutto. [23] E io mi fermerò qui ancora dua giorni per vedere se accidente alcuno nascessi, e poter tornarmene meglio informato delle cose di qua. [24] Raccomandomi a vostre Signorie. [25] Quae bene valeant. [26] A dí 2 di dicembre 1526.

[27] Aranno vostre Signorie inteso la morte del Signore Giovanni, il quale è morto con dispiacere di ciascuno.

[28] Servitor Niccolò Machiavegli in Modona.

115

[1] Magnifici Domini. [2] Iarsera détti notizia alle Signorie vostre di quanto avevo ritratto da il Luogotenente circa le cose di qua; né dipoi ho che dirvi altro di momento, che replicarvi brevemente il medesimo: cioè che venendo i nimici a cotesta volta, voi vi potrete valere delle genti che ci ha la Chiesa, che sono circa settemila fanti, e ancora non bene di tutte, per averne a lasciare alcuna parte qua; e forse vi varrete delle genti franzesi, delle quali il Luogotenente dubita forte, ma di quelle de’ Viniziani gliene pare essere chiaro che le vorranno rimanere a casa loro. [3] Circa i capi da servirvi, o ora o con le genti, hanno vostre Signorie ad intendere che qui non ci sono d’importanza se non tre capi ne’ quali si potesse cosa alcuna confidare, i quali sono il Conte Guido, Pagolo Ciasco, capo delle genti di Mantova, e Guido Vaini: di questi ne potete avere uno apposta di vostre Signorie.

[4] De’ lanzechené questa sera ci sono nuove da piú bande come sono alloggiati tra Guastalla e Berselli, via da potere ire a Piacenza e a Parma; e benché di queste non ci sia certo messo, nondimeno ci è per tante vie che se le presta fede. [5] Degli Spagnuoli di Milano non s’intende altri moti che quelli vi si scrissono iersera. [6] Il Duca di Ferrara non muove ancora alcuna cosa; vero è che ci sono duoi segni per gli quali si può giudicare che si abbi a turbare questo paese: i quali sono che piú mesi sono si fece una tregua tra questi uomini di questa terra e quelli di Carpi, che ’l paese dell’uno e dell’altro non si corresse; la quale sendo spirata, quelli di Carpi non hanno voluta rinnovare; l’altro è che ’l Duca aveva le poste che correvono da Ferrara a Reggio in questo luogo; egli le ha levate, e messe per via che le corrono sempre su per il suo.

[7] Il Luogotenente, veggiendo come la guerra si discosta di qua e va verso Parma e Piacenza, questo giorno ad ore 22 montò a cavallo, e con il Conte Guido e Guido Vaini n’è ito verso Parma. [8] Pertanto io mi partirò domattina di qui, e verronne a cotesta volta pure a giornate per non prendere affanno senza bisogno, non avendo altro che dire a vostre Signorie che quello vi ho scritto: perché, quanto alla pace e ad ogni qualità d’accordo che si avesse a trattare di qua, pare al Luogotenente impresa al tutto vana e di danno, e non di profitto alcuno. [9] Raccomandomi a vostre Signorie. [10] Quae bene valeant. [11] Die iii decembris 1526.

[12] Servitor Niccolò Machiavegli in Modona.

[Scritti di governo]

116

[1] Certaldo: di San Casciano 60; di San Piero in Mercato 50; di Monterappoli 50; di Chianti 50; di Poggibonsi 60; di San Donato in Poggio 50; di Barbialla 50; di Castello Fiorentino 60; di Montelupo 60; di Santa Maria Impruneta 150.

[2] Santo Giovanni, Empoli 50; Montevarchi 50; Castelfranco di Sopra 50; Diacceto 50; Laterina 50; Cascia 50; Val d’Ambra 50; di Fiesole 150.

[3] A dí 4 di gennaio 1526.

[4] Perché ci occorre avere bisogno di ... uomini usi a maneggiare la terra, t’imponiamo che con quanta diligenza puoi gli provegga e sotto uno capo che gli conduca ce li mandi e con tale prestezza che sieno rapresentati venerdí prossimo, che sareno a dí 4 del presente, alla porta a San Giorgio ad uno nostro commissario. [5] Il che fa che non manchi per quanto stimi la grazia nostra. [6] Fa’ loro intendere che saranno qui pagati da noi giorno per giorno secondo l’opere di questi tempi. [7] E farai che portino il terzo vanghe, il terzo zappe e il terzo pale. [8] Oltre a di questo comanderai a tutti i tuoi sudditi che ci conduchino fra 3 dí da oggi pure alla porta a San Giorgio, una soma di stipa per casa, la quale ancora sarà pagata da noi giusto prezzo. [9] Bene vale.

117

[1] Podesteria: di Certaldo; di San Casciano; di Montespertoli; di Chianti; di Poggibonsi; di San Donato in Poggio; di Barbialla; di Castelfiorentino; di Montelupo; di Santa Maria Impruneta. [2] Di Castel San Giovanni; di Fichine; di Montevarchi; di Castelfranco di Sopra; di Diacceto; di Laterina; di Cascia; di Val d’Ambra; di Val di Greve; di Terranuova. [3] Di Saminiato; di Vinci; di Fucecchio. [4] Di Scarperia; di Mangona; del Borgo a San Lorenzo; di Vicchio; di Belforte; di Fiesole; di Carmignano; di Campi.

[4] A dí 21 di gennaio 1526.

[5] Per ordinare e deliberare alcuna cosa che concerne al bene di questa città, voliamo che subito ricevuta la presente raguni i capi di cotesta tua podesteria; e farai fare loro uno sindaco uomo prudente, e quello, il piú presto potrai, manderai qui con tue lettere al Magistrato nostro. [6] Fa’ quanto t’imponiamo usando grande e buona diligenza. [7] Vale.

118

[1] Abbati Certusii. [2] Dicta die.

[3] Perché noi intendiamo come voi avete propinquo al munistero vostro, o vero nella selva di Treggiaia, uno bosco di scope grande da tagliarsi, però voliamo che subito vi facciate mettere, e da noi e da lo aiuto di questo tavolaccino presente apportatore, quanti tagliatori potete, perché abbiamo necessità di quella stipa. [4] E vi sarà da noi giusto prezzo soddisfatto.

[Missione presso Francesco Guicciardini]

119

[1] Instruzione a te Niccolò Machiavelli deliberata a dí iii di febbraio 1526 dalli Magnifici Signori Otto di Pratica.

[2] Tu ti condurrai per la via piú sicura e in diligenzia a messer Francesco Guicciardini, e li farai intendere a nome nostro che la lettera sua de’ xxxi del passato al Reverendissimo Legato ci ha dato perturbazione assai, per intendere per quella li inimici essersi ammassati insieme, cosí li Spagnoli come li lanzichenett e Italiani, e digià essersi inviati alla volta di qua per Toscana prima, dipoi per Roma, etc. [3] E perché noi sempre ogni fondamento di nostra difesa l’abbiamo fatto sulle genti della Lega, vorremo intendessi resolutamente da sua Magnificenzia questi presidii se sono di sorte che ci possino mettere in securtà. [4] Il che noi penseremo dovere essere, quando dette genti della Lega fussino dalle bande di qua qualche dí avanti alli inimici, e si conducessino a Bologna quanto prima potessino, perché di quivi si potrebbono spingere in ogni luogo dove potessino li inimici fare offesa. [5] E questo effetto persuaderai a messer Francesco efficacemente, che cosí è la voglia e sicurtà nostra; perché venendo alla coda ci vediamo infiniti periculi, li quali sua Sapienzia può meglio discorrere; e venendo innanzi, possiamo etiam attestare delle genti nostre, e unirle con quelle della Lega, che le renderà molto piú secure e loro e noi. [6] E per questo li farai intendere che esorti lo illustrissimo Duca d’Urbino, Marchese di Saluzzo e tutti li altri della Lega a volere con effetto e con prestezza transferirsi innanzi alli inimici; e quando sua Magnificenzia ci vedessi difficultà di risolversi a questo quelli capitani, ce ne dica il suo resoluto iudicio, acciò che noi pensiamo e possiamo sapere in che dobbiamo confidare, benché ci rendiamo certi, e per la prontezza e conforti del Cristianissimo e de’ Signori viniziani, e la buona voluntà delli loro capitani, non ci hanno a mancare, in tempo che la ragione ce ne accompagna, essendo la causa commune col Cristianissimo e Veneziani; e benché per avventura noi fussimo li primi a patire, si vede di certo loro ancora patiranno dopo noi. [7] Ex Palatio Florentino, die iii februarii 1526.

[8] Franciscus Tarusius Politianei Secretarius, subscripsit et sigillavit.

120

[1] Magnificis Dominis Octoviris etc.

[2] Magnifici Domini observandissimi. [3] Non prima che questa mattina sono potuto arivare qui, rispetto alli impedimenti che ne danno i nimici. [4] Sono stato a lungo con il Signore Luogotenente, e trovai che sua Signoria per sé medesima aveva praticata con questi Signori, e massime con il Duca d’Urbino, la celerità del passare con tutto questo esercito in Toscana quando i nimici pigliassino quel cammino. [5] E mi disse che il Duca d’Urbino ci si mostra caldissimo, ma ci era solo differenzia del modo e ordine del farlo: perché sua Signoria vuole che il Marchese di Saluzzo sia il primo come antiguardo ad entrare in Toscana, e il Luogotenente voleva che fusse sua Signoria, giudicando che questo modo avesse piú del securo. [6] Volle pertanto che io parlassi questa sera al Duca, e cosí alla sua presenza feci; dove, con quante migliori parole seppi, mostrai la necessità di questi aiuti gagliardi e presti, venendo in costà i nimici, e quanta fede aveva cotesta città nella virtú e affezione sua verso di lei. [7] Né mancai di dirli tutte quelle cose che io seppi e che da il Luogotenente m’erano state ricordate. [8] Ma egli stette fermo in sul proposito suo. [9] Nondimeno, si rimase di essere domani insieme, e con la penna in mano divisare tutto, pensando quello che si abbia a fare in qualunque moto. [10] Però non verrò per questa ad altri particulari, ma mi riserberò a quello che domani si concluderà; e di tutto ne aranno vostre Signorie avviso particulare.

[11] Questo dí non ci sono avvisi da Piacenza, però non vi si può dire altro, se non che i nimici sono ne’ medesimi luoghi, né s’intende faccino altro che provisioni di vettovaglie, le quale non conducono in luogo che si possa credere la faccino per Toscana piú che per altrove. [12] Usa il Luogotenente ogni diligenza per intendere gl’andamenti loro; e di quanto si ritrarrà ne saranno vostre Signorie avvisate. [13] Quae bene valeant. [14] Die vii februarii 1526.

[15] Servitor Niccolò Machiavegli.

121

[1] Magnificis Dominis Octoviris etc.

[2] Magnifici, etc. [3] Iarsera scrissi alle Signorie vostre quanto occorreva. [4] Questo dí ci sono nuove, come una parte de’ lanzichené si sono levati da Pontenuro e iti ad accostarsi con li Spagnuoli. [5] Né s’intende bene questi loro moti cosí fatti a che fine se gli faccino: e chi dice che vogliono fare la ’mpresa di Lodi, chi di Cremona. [6] Scrive ancora il Conte Guido, che è a Piacenza, come ieri, venendo cavalli de’ nimici a correre verso la terra, egli mandò loro incontro Paulo Ciasco e il Conte Claudio Rangoni, i quali gl’urtorno di qualità che presono il Capitano Zucaro, Scalingo e Giugno, tre capitani di assai importanza, e furno per pigliare il Principe d’Orange; e di piú hanno preso 80 cavalli e cento fanti. [7] E cosí i nostri ogni dí pigliono piú animo adosso a’ nimici, e quelli ogni dí pare che piú si confondino. [8] Nondimeno è impossibile che gli stieno molto tempo cosí, e che questo loro umore non faccia capo in qualche parte: e se sarà di qua, come ora si crede per i piú, sareno liberi dai nostri sospetti; quando venghino in costà, si osserverà quello ordine che iarsera si scrisse alle Signorie vostre, e piú tosto in qualche parte migliorato.

[9] Crediamo che il Conte Guido intenderà da questi prigioni qualche disegno loro, e la cagione di questa tardanza e varietà che fanno; e massime lo potrà intendere da quello Scalingo, perché dicono essere uomo accettissimo al Viceré, e che sa di molti suoi secreti. [10] Se detto Conte nelli vorrà trarre, si potrebbe avere qualche certezza delle cose loro; e intendendole, le intenderanno vostre Signorie, alle quali mi raccomando. [11] Que bene valeant. [12] Die viiii februarii mdxxvi.

[13] Servitor Niccolò Machiavegli in Parma.

122

[1] Magnificis Dominis Octoviris etc.

[2] Magnifici Domini, etc. [3] Ieri non scrissi alle Signorie vostre per non avere che dire cosa di momento, sperando potere questo giorno dire qualche cosa di certo, persuadendomi che da quelli capitani prigioni il Conte Guido ritraesse qualche particulare. [4] Ma non ne avendo scritto alcuna cosa, si pensa che non abbia potuto farlo. [5] Sentesi delle cose loro varii andamenti. [6] Io vi scrissi come i lanschené ch’erano in Milano erano usciti per congiugnersi con questi che sono fuora; oggi s’intende come non sono ancora usciti, ma debban uscire. [7] Intendesi come gl’hanno fatto secretamente provisione di scale e di zappe: che chi interpetra che voglino fare un furto, e chi che voglino prepararsi a potere con le zappe pigliare quelle terre che con l’artiglierie non potessino offendere, come fece il Duca d’Urbino a Cremona. [8] Questa mattina s’intese come x bandiere degli Spagnuoli che erano di qua da Po, lo avevono ripassato in là; non s’intendeva la cagione. [9] Questa sera s’intende come gl’hanno fornito Pizicaton di vettovaglia, e di quelli Spagnuoli si sono serviti per scorta; e cosí si sente ad ogni ora varii loro aggiramenti, de’ quali alcuni s’interpetrono per venire in Toscana, alcuni altri per fare imprese di qua. [10] E quelli che in queste cose hanno migliore iudizio si sanno meno risolvere. [11] Nondimeno ciascuno crede questo: che se credessino potere espugnare una di queste terre, che comincerebbono di qua, perché bisogno grande ne hanno: onde non cominciando di qua, nasce che non credono riesca loro; e pare dura cosa a credere, che chi presuppone che non gli riesca pigliare verbigrazia Piacenza, si possa persuadere di pigliare la Toscana, dove si entra, si sta, si combatte con tanta dificultà. [12] Quello che debbino adunque fare lo sa Iddio, perché per avventura non lo sanno ancora loro; ché se lo sapessino, e’ lo arebbono messo ad effetto, tanto tempo che potettono essere insieme; e credesi che si possa poco temere, se già i disordini nostri non gli aiutino. [13] E tutti i periti della guerra che sono qui giudicono che si abbia a vincere, quando o i cattivi consigli o il mancamento de’ danari non facci perdere, perché forze ci sono tante che bastono a sostenere la guerra. [14] E a quelli duoi difetti si può rimediare: al primo consigliandosi bene; all’altro che la Santità di nostro Signore non si abbandoni. [15] Io non sono ancora partito, perché desideravo vedere che via pigliava questa acqua, acciò che pigliandola in costà, io potesse tornare resoluto in tutto dello ordine e qualità de’ rimedi. [16] Pertanto starò cosí ancora tre o 4 giorni, e dipoi con buona grazia di vostre Signorie tornerò in ogni modo, alle quali mi raccomando. [17] Valete. [18] In Parma, a dí xi di febbraio 1526.

[19] Servitor Niccolò Machiavegli etc.

123

[1] Magnificis Dominis Octoviris etc.

[2] Magnifici Domini, etc. [3] Poi che io scrissi ieri a vostre Signorie, sono occorse cose di pochissimo momento; pure mi pare da scriverle, acciò vostre Signorie intendino tutto quello s’intende di qua. [4] Questi Signori franzesi, e cosí il Duca d’Urbino, deliberorono di fare questa notte passata una cavalcata per mostrare a’ nimici che noi eravamo vivi e parte per vedere il paese. [5] E cosí questa notte cavalcorono; e arrivati i Franzesi in sul fare del giorno a Carpineto, vi trovorono alloggiato Cammillo della Staffa, capo di cavalli leggieri, e gli tolsono circa 60 cavalli. [6] Corsono dipoi verso i nimici, e quasi tutto il giorno gli hanno tenuti in arme. [7] Avevono i nimici, tre giorni sono, preso Bussé, un castello lontano di qui circa 20 miglia: vero è che la rocca si guardava ancora per la Chiesa. [8] Mandovvi il Duca questa notte fanti, i quali entrorno per la rocca, e hanno preso un Folco mantovano, e la sua compagnia di circa 200 fanti fra presa e morta, e recuperato detto castello. [9] Monsignor di Borbona venne ieri nel campo de’ Tedeschi: credesi per consultare quello debbino fare. [10] Non ci è avviso sia ancora partito, e non si sa quello abbino concluso. [11] Vero è che il Conte Guido scrive che il Marchese del Guasco gli ha mandato a dire che stia securo che non andranno a Piacenza: tanto è che noi siamo incerti quanto il primo dí di quello debbino fare. [12] Pare bene impossibile che fra tre o 4 dí non si risolvino, e secondo la resoluzione loro qua si delibererà. [13] E se il Duca d’Urbino si dispone a fare suo debito, che si disporrà se vostre Signorie vorranno, si crede che ’ nimici, venendo innanzi, profitteranno poco. [14] Raccomandomi alle Signorie vostre. [15] Quae bene valeant. [16] Die xii februarii 1526.

[17] Servitor Niccolò Machiavegli in Parma.

124

[1] Magnificis Dominis Octoviris etc.

[2] Magnifici Domini, etc. [3] Ieri non scrissi a vostre Signorie per non avere che dire. [4] Questo giorno ancora non ci è innovato altro. [5] Nondimeno, per mantener l’usanza mentre sono qua, mi pare da scrivere duoi versi, e dire a quelle come dello esercito imperiale non ci è che gli abbi fatto ancora moto alcuno, nonostante che il Conte Guido, per una sua lettera comparsa questa mattina, scriva detto esercito doversi stamani levare per venire innanzi; il che si crede non sia stato vero, perché se ’l fusse, a questa ora che siamo a due di notte, ce ne doverrebbe essere avviso. [6] Ma se non è levato, si crede che non possa stare molto a levarsi, e per tutto risuona che si debba levare di corto e venire innanzi. [7] E veramente in Lombardia non si pensa che possa fare alcuno acquisto di quelle terre che si disegnano guardare. [8] E pare una disposizione grande in questi popoli a defendersi, avendo con prontezza fatte le reparazioni e preparazioni necessarie; a che mi pare che si aggiugnerà in loro la ostinazione, di che ne dà causa lo esemplo di Milano e dell’altre città, che nonostante che le si sieno date loro, e che quelli l’abbino ricevute in fede, nondimeno le hanno dipoi prima taglieggiate, e poi saccheggiate; il che ha messo tanto spavento negli uomini che vogliono prima morire che venire a simili frangenti. [9] E quando venghino in Toscana, e trovino in quelli popoli le medesime disposizioni, non solamente aranno le medesime dificultà, ma maggiori, rispetto al non potere quel paese nutrire le guerre, come questo; e ogni poco d’impedimento che gl’abbino che gli tenga a bada, potria essere cagione della loro resoluzione; di che ne hanno fatto fede certi Spagnuoli suti presi a Lodi da messer Lodovico Visterino, i quali gli hanno detto come il loro esercito è potente e di qualità, che quello della Lega sarebbe male consigliato ad andare a combatterlo; ma che quelli loro capi sono in tanta confusione, non sapiendo che impresa farsi che possa loro certamente riuscire, e in tanta povertà, che se le nostre genti gli temporeggiono, è impossibile che vinchino questa impresa. [10] Starassi pertanto di qua alla vista, e de’ moti suoi se ne darà avviso giorno per giorno alle Signorie vostre, e dello ordine che per noi si darà per temporeggiarlo e per seguirlo: e la maggior parte di questo giuoco sempre porta governarsi in modo che questo Duca abbia cagione di affaticarsi volentieri, consigliando bene e esequendo me­glio: altrimenti se ne potrebbe ricevere disonore e danno. [11] So che la Signoria del Luogotenente ne ha scritto a Roma e costí; e io non ho voluto mancare di ricordarlo; e come per altre ho detto, come io vedrò costoro mossi, e che s’intenda a che cammino vadino, me ne verrò con quelle resoluzioni e ordini per la difesa di costà, che di qui si potranno avere migliori. [12] Raccomandomi a vostre Signorie. [13] Quae bene valeant. [14] A dí xiiii februarii mdxxvi.

[15] Servitor Niccolò Machiavegli in Parma.

125

[1] Magnificis Dominis Octoviris etc.

[2] Magnifici Domini, etc. [3] Ieri scrissi alle Signorie vostre quanto occorreva. [4] Per questa si fa intendere come al Borgo a San Donnino son venute oggi le genti del Conte di Caiazzo con la persona sua; l’altro esercito è stato fermo, ma si crede moverà o domani o l’altro, e si dice per certo non si fermeranno né a Piacenza né a Parma, ma che o voglino campeggiare Modona, o venire alla volta di Bologna per spignersi o in Toscana o in Romagna. [5] Di qua si terrà in questo loro moto quello ordine che pochi giorni fa si scrisse alle Signorie vostre: cioè che buona parte di queste forze sieno prima in Romagna o in Toscana di lui; l’altre venghino dietro, tra le quali sarà il Duca d’Urbino, che infino a qui non si è potuto persuaderlo ad essere nello antiguardo; ma quello che dispiace piú è che questo dí si è partito di qui, e itone a Casalmaggiore infermo di febbre e di gotta; la quale cosa ne ha dato dispiacere assai perché, come per altra vi scrissi, ciascuno giudica che questa impresa non si possa perdere, se non o per mancamento di consiglio o di danari. [6] Altro consiglio né migliore ci è che quello di questo Duca e, mancandone, vostre Signorie possono pensare quanto dispiaccia a chi desidera che le cose procedino felicemente per la Lega. [7] Ma quello ch’è peggio è che detto Duca si è partito peggio disposto dello animo che del corpo; e quanto al corpo, conviene pregare Iddio che lo guarisca; quanto allo animo, bisogna pregarne le Signorie vostre. [8] Cosí giudica chi è qua; e se chi è costà fusse qua, giudicherebbe il medesimo; né crederrebbe che le vittorie avute a Roma bastassino a vincere in Lombardia. [9] Sarete tempo per tempo ragguagliati del seguito, e di quello che fanno i nimici, e di quello facciamo noi, e di quello bisogna fare alle Signorie vostre. [10] Quae bene valeant. [11] In Parma, a dí xvi di febbraio 1526.

[12] Niccolò Machiavegli.

[13] Postscripta. [14] Il Signore Luogotenente mi ha detto che io scriva a vostre Signorie come la paga di questi fanti viene a’ 23 del presente; e ricorda si provegga da potergli pagare, perché quando tale pagamento manchi, non ci sarà piú disputa di alcuna cosa, perché si rovinerà sanza rimedio. [15] E però mi ha detto che io lo scriva e ricordi a le Signorie vostre. [16] Quae iterum bene valeant.

126

[1] Magnificis Dominis Octoviris etc.

[2] Magnifici Domini, etc. [3] E’ si è scritto tante volte e sí variamente di questo esercito imperiale che io mi vergogno a scriverne piú. [4] Nondimeno, sendo necessitato a scrivere, conviene scriverne quello che se ne intende, e dipoi rapportarsene a quello che segue. [5] Avanti ieri si scrisse come d’ora in ora era per levarsi: siamo a 18 dí e non s’intende ancora abbia fatto altro movimento. [6] Vero è che oggi ci sono lettere dal Conte Guido de’ 16 dí, che dice come quel dí gl’Imperiali aveno atteso a fare rassegne, e che a’ lanschené aveno mandato 25 mila fiorini per dare duoi fiorini per ciascuno; e come lunedí o martedí, che sarebbe o domani o l’altro, doverrebbono muovere. [7] Né dice piú a che cammino, ma dice bene essere ad ordine per venire loro apresso dove bisognerà, per essere prima di loro a Modona, quando tenghino questo cammino. [8] E al primo alloggiamento loro si doverrà vedere qual cammino prendino, cioè o verso Bologna o verso Pontremoli; e di tutto ne saranno vostre Signorie avvisate: cosí del cammino, come delle difese per le cose di Toscana, quando vi si indirizzassino. [9] E quanto a fare uno alloggiamento adosso tutto il campo della Lega insieme, e tentare la giornata con loro, non ci si vede ordine, né se ne può sperare molto.

[10] Trovavasi, come si scrisse alle Signorie vostre, il Conte di Caiazzo al Borgo a San Donnino con mille fanti italiani e cento cavalli leggieri; ha tenuto pratica seco il Signore Luogotenente di farlo passare di qua a’ servizii del Papa, e infino la concluse ieri; e domani con dette genti, cosí a piè come a cavallo, passerà di qua; cosa che ha dato e darà reputazione a noi, e torralla a’ nimici; perché ciascuno pensa che, sendo detto Conte prudente, se vedessi le cose delli Imperiali in quello ordine e favori, si stima che non arebbe preso tale partito. [11] Raccomandomi a vostre Signorie. [12] Quae bene valeant. [13] Die xviii februarii mdxxvi.

[14] Servitor Niccolò Machiavegli in Parma.

127

[1] Magnificis Dominis Octoviris etc.

[2] Magnifici Domini, etc. [3] Se le vostre Signorie non fussino state tenute ragguagliate ogni giorno d’ogni cosa di queste occorrenzie da il Signore Luogotenente per lettere ad il Reverendissimo Legato, quelle si potrebbono maravigliare di non avere avute piú giorni sono mie lettere, e ragionevolmente di negligenzia accusarmi. [4] Ma io ho giudicato superfluo dire quelle medesime cose che da detto Signore Luogotenente erano dette e scritte; né me ne sono venuto, ancora che i nimici sieno passati innanzi, perché al Luogotenente è parso che prima ch’io parta, e’ si vegga al certo quale impresa disegnino. [5] E veramente, innanzi che partissino, e poi che partirno, non si è stato con poco sospetto che venghino in Toscana, perché s’intendeva esserne sollecitati da il Duca di Ferrara, e che ancora loro ne avevano voglia, come quelli che stimavano il paese piú esposto ad essere predato che alcuno altro, non essendo cotesti uomini usi a vedere simili nimici in viso. [6] Credettesi questa opinione infino a ieri perché si credeva, volendo venire in Toscana, che dovessino fare o la via di Pontremoli, o per la Carfagnana: perché tutte a due queste vie gli conducevono in su Lucchese dove potevono sperare di avere da vivere per qualche dí; e a condursi quivi, potevono o dal paese loro devoto o da Ferrara essere proveduti; e passati che fussino, tentare le cose di Toscana; e riuscendo, seguitare la vittoria; e non riuscendo, passare in quel di Siena. [7] Ma poi che sono condotti da Modona in qua, non si dubita piú per alcuno prudente che venghino in Toscana, perché ci restono 4 vie, il Sasso, la Diritta, la Val di Lamona e passare l’alpi di Crispino, o per Val di Montone e passare l’alpi di San Benedetto: delle quali vie nessuna ne possono fare securamente, perché, oltre alle dificultà che gli arebbono nel passare le alpi, ciascuna di queste vie gli conduce nel Mugello, dove si morrebbono di fame in duoi giorni, se non pigliassino o Pistoia o Prato; e perché non possono sperare di pigliarle, non possono tenere queste vie. [8] Restaci un’altra via a condursi in Toscana, la quale è sopra Cesena, entrare nella Marecchia e venire al Borgo a San Sipolcro. [9] Questa via è facile, ma a condursi a Cesena è a queste genti difficile, per essersi le terre di Romagna affortificate e i paesi vòti di vettovaglie; pure quando e’ pigliassino alcuna di queste vie, si è ordinato essere in Toscana prima di loro, in quelli modi che da il Signore Luogotenente al Reverendissimo Legato è stato scritto; e il Duca d’Urbino ancora sarà loro alle spalle; del quale oggi ci è nuove come egli è guarito, e con tutte le genti venete ha passato il Po. [10] Quando sia dunque vero che queste genti abbino queste dificultà a venire innanzi, ne seguita che la necessità gli sforza a fare una impresa a loro propinqua, la quale e’ possino fare commodamente, e ottenuta, apra loro la via a lo acquistare tutte l’altre. [11] E ieri ci era opinione facessino la impresa di Ravenna: e per questa cagione vi si sono mandati oggi 600 fanti. [12] Oggi si comincia a dubitare non faccino questa di Bologna. [13] Quella di Ravenna la farebbe loro fare lo essere terra male riparata; questa, per essere piena di popolo, e credere che non sia tutto d’accordo a sostenere uno assedio. [14] Vedrassi presto quello che debbe essere; e quando ci venghino, si giucherà la posta piú importante di questo giuoco intorno a queste mura: di che credo si possa stare securamente, perché ci saranno diecimila fanti, la terra bene munita e il popolo unito e bene disposto a difendersi. [15] Raccomandomi alle Signorie vostre. [16] Quae bene valeant. [17] Die iiii martii 1526.

[18] Servitor Niccolò Machiavegli in Bologna.

[19] Ieri scrissi il di sopra alle Signorie e la lettera rimase in terra per disordine di chi fece il mazzo; e gli nimici oggi non si sono mossi, né son venuti a Castel San Giovanni, come si aspettava: nondimanco siamo in qualche diversità di opinione da quella di ieri, perché se ieri ci pareva essere certi che non venissino in Toscana, ma facessino questa impresa, oggi ne stiamo sospesi per avvisi avuti che lo animo loro è venire in Toscana, ma fare prima ogni demostrazione di venire qui, acciò che, avendo volte qui tutte le forze e disarmati voi, possino essere costí prima che noi, e in un tratto suffocarvi. [20] Per questo il Luogotenente vi scrive che voi non mandiate fanti in Romagna, e ha ordinato che ’ fanti del Signore Giovanni, se sono in luogo da ciò, venghino a cotesta volta; e forse a Logliano con la persona sua si condurrà buona somma di fanti per potere, quando venghino qui a campo, tornarci, o venendo in costà, esservi prima di loro. [21] Ho detto che questo partito si piglierà forse, perché le ragioni che nella lettera di ieri si allegano perché non debbino venire in Toscana se prima eglino non espugnano Bologna sono potenti; di qualità che noi siamo ancora, nonostante gli avvisi soprascritti, nella medesima opinione ma quello che ci dà briga allo animo è che un trombetto de’ nostri, che è stato oggi in campo de’ nimici, referisce che Borbona gli ha detto che facci intendere qui che se i Bolognesi vorranno dare loro passo e vettovaglie, e essere buoni Imperiali, che non vorranno altro da loro e tratterannogli come amici; ma se non faranno questo, aspettino il campo alle mura. [22] Tanto che ci pare di momento entrando i nimici per questa via: perché il popolo è grande, e potendo fuggire con sí grassi patti tanti pericoli, dubitiamo che non vi si gittassino; però è necessario tenere qui assai forze per tener fermo il popolo, e potergli mostrare lo inganno e la facilità del difenderlo. [23] E a voler fare questo non si può mandare gente a Logliano, se prima Bologna non è rimasa libera: e cosí quello che rimedia costí, disordina qui, e quello che rimedia qui disordina costí. [24] Tuttavolta si pensa di potere provedere a tutto, perché non mandando i vostri fanti in Romagna, ve ne trovate cinquemila, e tremila fieno quelli del Signore Giovanni, i quali in ogni modo si spigneranno a cotesta volta; e il resto del campo, eccetto che quelli che sono col Duca d’Urbino, sarà qui; e si starà a vedere quello che faranno i nimici, i quali conviene che venghino o per la via del Sasso o per la Diritta; e noi siàno per venire subito per quella che non terranno loro, e sareno in ogni modo costí prima di loro, venendo sanza artiglierie, e loro con esse.

[25] Questi sono tutti i ragionamenti che si sono avuti oggi: piglierassi di questi quello partito che si giudicherà migliore: di che piú a pieno e piú distintamente il Signore Luogotenente ne scrive al Reverendissimo Legato. [26] Iterum valete. [27] Die quinta etc.

128

[1] Magnificis Dominis Octoviris etc.

[2] Magnifici Domini mei observandissimi, etc. [3] Se io non ricevevo questa di vostre Signorie de’ dieci dí del presente, io mi persuadevo o che le lettere che io ho scritte alle Signorie vostre fussino capitate male, o che le avessino al tutto giudicate superflue, come in verità erano. [4] E se io non me ne sono venuto, è parso al Signore Luogotenente che io soprastia tanto che questi Imperiali sieno passati in lato, che si vegga non venghino in Toscana; e volgendosi a cotesto cammino, possa essere ministro di alcuna di quelle cose che si avessino a fare, secondo la commissione ebbi al partire mio da le Signorie vostre; e mentre ci sono stato ho fatto qualche faccenda, secondo che da sua Signoria mi è stata commessa. [5] Queste sono pertanto le cagioni, e perché io non ho scritto continuamente e perché io non sono tornato. [6] Ma ora, piú per ubbidire alle Signorie vostre che perché sia necessario, dico che gl’imperiali si truovono a San Giovanni, discosto a qui x miglia, dove sono stati piú giorni, né hanno fatto mai moto alcuno; anzi, sendo tentati da’ nostri piú volte e invitati a scaramucciare, mai non si sono mossi. [7] Hanno atteso i loro capi a praticare con Ferrara; e infine questa mattina si ritrae per via assai certa che gl’hanno fatta questa conclusione: che ’l Duca gli provvegga di seimila sacca fra pane e farina, di dugento cavalli da tirare artiglieria, di ventimila libbre di polvere grossa, di cinquemila fine: e ridutte queste cose insieme, se ne debbono venire in Toscana per la piú corta. [8] Quanto allo esercito della Lega, qui si truovano dodicimila fanti, secento ne sono a Ravenna, quattromila ne sono a Pianoro, quasi tutti della banda del Signore Giovanni, e il Conte Guido ne ha in Modona tremila. [9] La maggior parte delle genti viniziane sono con il Signore Malatesta Baglioni tra il Reggiano e il Parmigiano; il Duca d’Urbino con il restante è di là dal Po, se da duoi dí in qua non lo ha passato. [10] Sta questo esercito della Lega cosí diviso alle poste, perché allo esercito nimico non riesca alcuno disegno di quegli potesse fare, e pensasi, stando cosí, essere prima di lui in Romagna e in Toscana, e potere difendere o questa terra o Modona, quando vi si voltasse. [11] E benché per lo adietro ci sieno state varie opinioni di quello voglia fare, nondimeno questo ultimo avviso che di sopra si è detto ci fa dubitare assai di Toscana; perché ce lo fa credere la moltitudine de’ viveri che preparano, di che si ha riscontro per piú vie. [12] Oltre a di questo, non si vede fare alcun movimento a quelli popoli sottoposti a Ferrara, donde andando in Romagna arebbe a passare, perché la ragione vorrebbe gli facesse sgomberare in parte; appresso il Marchese del Guasco ha mandato oggi a domandare salvocondotto per potere con la sua famiglia, sendo malato, andare nel Regno per la Romagna: né pare ragionevole che volesse passare per un paese che dietro se gli avessi a levare il romore dello esercito suo che lo assalisse. [13] Da l’altra parte la piú pressa via è quella del Sasso, la quale è giudicata da’ pratichi del paese difficilissima. [14] E cosí si vede la giudica il Signore Federigo da Bozzoli per una lettera scrive al Luogotenente. [15] E credo sappino molto bene che di qua e di costà si è rotta e riparata e fatta piú difficile. [16] Venire per l’alpi di Crispino o di San Benedetto ci pare al tutto fuora di ragione; tale che si dubita qui assai che non tornino adietro, e per la Carfagnana scendino in quello di Lucca, la quale via, tra le difficili, è la piú facile; e passati che fussino, troverrebbono chi gli provedrebbe, non chi gli combatterebbe. [17] La via per la Marecchia e passare al Borgo a San Sipolcro, donde pare che ci sia qualche dubitazione, è facile piú che questa della Carfagnana; ma ella è tanto piú scommoda che qui non si crede, perché torna loro meglio tornare adietro tre giornate per passare presto in quel di Lucca, dove sieno ricevuti, che avere ad ire sei o 8 giornate per le terre nimiche, e poi arrivare dove fussino combattuti. [18] Ècci un’altra via, la quale è venuta in considerazione da duoi giorni in qua, della quale non si dubita poco: la quale comincia sotto Bologna 4 miglia verso Imola, su per lo Idice, e capita al Cavrenno e a Pietramala, e di quivi allo Stale e a Barberino; la quale via fece il Valentino quando nello uno venne a trovarvi. [19] Questa via è giudicata assai piú umana che quella del Sasso. [20] Truovasi qui uno mandato dagl’uomini di Firenzuola per intendere delle provisioni, quando i nostri andassino a quella volta; con il quale il Signore Luogotenente ha ragionato di questo cammino; e ritrae da quello il medesimo. [21] Vero è che dice che presso a 4 miglia allo Stale è un luogo detto Covigliano dove è un cattivo passo; e puossi ancora fare piú cattivo; e poco piú là qualcun miglio ne è un altro detto Castro, che è da natura difficile e puossi fare piú difficile: onde che il Signore Luo­gotenente lo manda a Firenzuola a fare questo effetto; e vostre Signorie potranno fare riconoscere quella via, e fare il medesimo. [22] Credesi che avanti che i nimici abbino tratte le loro provisioni insieme che ci andrà qualche dí; pure qui si sta a la vista, e per lo Illustrissimo Legato e per il Signore Luogotenente non si manca di alcuna vigilanzia per vedere i moti loro, e per potere in ogni cosa prevenirli. [23] Questo è ciò che mi occorre scrivere alle Signorie vostre, alle quali umilmente mi raccomando. [24] A dí xii di marzo 1526.

[25] Servitor Niccolò Machiavegli in Bologna.

129

[1] Magnificis Dominis Octoviris etc.

[2] Magnifici Domini, etc. [3] Ieri scrissi a lungo a vostre Signorie, e dissi a quelle come il tempo sinistro aveva impediti i nimici a levarsi; il qual tempo cominciò il sabato notte, e infino ad ora, che siamo a 24 ore, è sempre o piovuto o nevicato, tale che la neve è alta uno braccio in ogni parte di questa città, e tuttavia nevica. [4] E cosí quello impedimento che noi non potavamo o non sapavamo dare agli inimici, lo ha dato e dà Iddio. [5] Né di quelli si è potuto avere nuova alcuna, perché i trombetti nostri non sono potuti passare per l’acque, né quelli de’ loro sono potuti venire qua; ma pensiamo che gli stieno male; e se Iddio ci avesse voluto bene affatto, egli arebbe differito questo tempo quando fussino passati il Sasso e entrati intra quelli monti; e per avventura questo tempo ve gli arebbe giunti, se partivono quando vollono, ma quella mutinazione che feciono le loro fanterie, che parve allora dannosa, gli fece soprassedere e gli ha campati di questo male. [6] Nondimeno crediamo stieno male, perché sono in luogo basso, e che già era paludoso, ma per industria cultivato e abitato. [7] Qui si è cerco di accrescere loro il male addosso, faccendo rompere l’argine della Samoggia, e voltare loro quell’acque adosso; e iarsera si mandò uomini a tale effetto; ma passati che furono duoi o 3 miglia non poterono ire piú avanti; e tornati, referirono ogni cosa essere acqua; con tutto questo non si è mancato di diligenzia per ritentare questa cosa, e si è scritto agli uomini di Castelfranco, e per altre vie si sono mandati uomini con promesse grandi: vedreno quello seguirà. [8] Della malattia di Giorgio Transsisberg non si è poi inteso altro per le cagioni sopradette; ma se la fortuna arà mutato opinione, egli morrà in ogni modo; e sarebbe un gran principio della salute nostra e rovina loro.

[9] Ancora dico a vostre Signorie, che se questa rovina giugneva i nimici sanza grossa provisione di viveri, e’ rovinavano; ma la provisione grossa ch’eglino avieno fatta per Toscana gli salverà: ché s’eglino avessino avuto a provedersi dí per dí, non era possibile vivessino; e se al Duca di Ferrara tornasse un poco di cervello in capo, e questo tempo durasse ancora duoi giorni, egli potrebbe, sedendo e dormendo, ultimare questa guerra; però sarebbe da fare ogni cosa perché lo facesse.

[10] Io vi scrissi iarsera che, volendo che questo disagio de’ nimici ci giovasse, era necessario spendere bene questo tempo che il caso ci dava; perché se, tornato il buon tempo, noi ci troviamo ne’ termini di ora, questa dilazione che aranno fatta i nimici al passare in Toscana ci arà fatto danno e non utile; e a volere che noi siamo piú ordinati, sta a’ Viniziani che paghino i fanti e faccino unire tutto il loro esercito con questo; altrimenti le cose non andranno bene, perché ognuno giudica che, passando questi Imperiali in Toscana, quando bene non alterassino il paese vostro e solo passassino in quel di Siena, non si potrebbe mai piú sperare di vincere questa guerra se non col vincere una giornata, tanto che la si potrebbe perdere facilmente. [11] Il Signore Luogotenente ricevé questa mattina lettere da Vinegia dal Nunzio e da lo Oratore, le quali non potevono essere piú piene di buone provisioni né di maggiori speranze, perché dicevano, oltre all’altre cose, il Duca affermare questa impresa essere vinta, e che farebbe ad ogni modo rovinare lo esercito nimico; e vedendo il Signore Luogotenente quanto le lettere sieno disforme ai fatti, ha scritto loro una lettera di duoi fogli per la quale ha replicati tutti i loro passati errori, e quanto dipoi le loro azioni qui sieno disforme alle parole dicono a Vinegia, e ha mostro loro appunto quello bisogna che faccino a volere dire il vero, e delle provisioni loro e della speranza ne dà il Duca della vittoria. [12] Non si sa che frutto si farà la lettera; pure si arà questa sodisfazione di averlo ricordato; e si parrà che altri non ne va preso alle grida, né che le buone parole bastano a saziarci. [13] Vostre Signorie ancora loro, come iarsera scrissi, gl’importunino e non gli lascino riposare tanto, o che in effetto il loro esercito si contenti e si unisca o e’ sieno forzati a dire di non lo voler fare. [14] Valete. [15] Die xviii martii 1526.

[16] Servitor Niccolò Machiavegli in Bologna.

130

[1] Magnificis Dominis Octoviris etc.

[2] Magnifici Domini, etc. [3] Poi che ci venne la nuova della tregua fatta o vero promessa, io non ho scritto a vostre Signorie, perché volevo vedere come di qua la era accettata. [4] Il Fieramosca scrisse ieri di campo che per non essere il Marchese del Guasco quivi, ma ito a Ferrara, non si era potuto resolvere la cosa altrimenti, ma che aveva trovato Monsignore di Borbona molto bene disposto, e sollecitava che ci fussino quelli danari che si avevono, secondo la promessa, infino ieri ad annoverare, che sono 40 mila ducati. [5] Oggi ha di nuovo scritto quello che vostre Signorie potranno vedere per la copia che il Signore Luogotenente manda al Reverendissimo Legato: che in summa mostra la cosa procedere ordinatamente, ma sollecita che ci sia tutta la somma de’ 60 mila, acciò che quelli che hanno poca voglia d’accordo non abbino uncino dove appiccarsi. [6] Pertanto, Magnifici Signori, se voi avesti mai pensiero di potere salvare la patria vostra, e farle fuggire quelli periculi che ora tanto grandi e tanto importanti le soprastanno, fate questo ultimo conato di questa provisione, acciò che o e’ ne seguiti questa tregua e fuggasi questi presenti mali per dare tempo, o a dire meglio allungare la rovina, o quando pure la tregua non avesse effetto averli da potere fare la guerra, o a dire meglio sostenerla; perché nell’uno modo o nell’altro non furno mai danari piú necessarii, né piú utili, perché nell’uno modo o nell’altro ci daranno tempo; e se fu mai vero quel proverbio che «chi ha tempo ha vita», in questo caso è verissimo. [7] Raccomandomi a vostre Signorie. [8] Quae bene valeant. [9] Die xxiii martii mdxxvi.

[10] Servitor Niccolò Machiavegli in Bologna.

131

[1] Magnificis Dominis Octoviris etc.

[2] Magnifici Domini. [3] Ieri scrissi a vostre Signorie quanto era occorso dopo la partita di qui del Fieramosca. [4] Dipoi non ci è da lui avviso alcuno, nonostante che da ieri in qua si sia con duoi cavallari sollecitato. [5] Credesi che sia perché lui truovi qualche dificultà in quelli capi tedeschi, e’ quali debba essere necessario fare contenti, e debbe avere a durarvi fatica piú che se vi fusse il Capitano Giorgio, il quale ne è ito malato a Ferrara, e in modo che per un tempo, quando non muoia, non è da temere né da sperare di lui. [6] Lo stare piú cosí dispiace assai al Luogotenente per molte cagioni, massime perché gli pare che ad ogni ora le gente franzese e le venete ci abbandonino; dove, perché non lo faccino, ha usato industria grande, e detto al Marchese che non dubiti che sempre se ne andrà salvo; e ha promesso personalmente accompagnarlo tanto che per ancora non mostra di volere muovere, se prima non si vede la resoluzione della tregua. [7] Medesimamente ci sono lettere da un messer Rinaldo Calimberto, che il Luogotenente tiene apresso il Duca d’Urbino, come quel Duca dice ancora lui di non muovere le sue genti sanza intendere prima la detta resoluzione; e manterrassi questa loro disposizione piú che si potrà; né si doverrebbe avere a differire molto, perché non è possibile che domani o l’altro non se ne tocchi fondo. [8] Èssi ragionato qua per molti se questi Imperiali sieno per accettare questa tregua: dubitano alcuni, veggiendo detta resoluzione dif­ferirsi, e di piú come e’ fanno spianate, come se volessino venire verso questa terra; hanno di nuovo comandato carra e marraioli. [9] Ma quel che dà piú briga è che forse tremila Spagnoli ieri si presentorno a Castelfranco, e per uno trombetto domandorno la terra: e essendo risposto loro con gli archibusi, si ritirorono, e dettono una ordinata battaglia a San Cesareo; e non lo potendo espugnare, arsono i borghi e predorno all’intorno quanto bestiame posserono: le quali cose fanno dubitare piú di guerra che di pace. [10] Pure alcuni dicono questo essere usanza farsi tra la guerra e la tregua; nondimeno questo si doverrà essere chiaro; di che saranno vostre Signorie avvisate particularmente. [11] Valete. [12] A dí 24 di marzo 1526, hora 3 noctis.

[13] Servitor Niccolò Machiavegli in Bologna.

132

[1] Magnificis Dominis Octoviris etc.

[2] Magnifici Domini, etc. [3] Duoi dí sono non ho scritto alle Signorie vostre, perché sono stato a Pianoro a rivedere quelli fanti. [4] Sono tornato oggi qui e ho trovato le cose essere ne’ medesimi termini le lasciai, perché da il Fieramosca non si ha ancora resoluzione, nonostante che il Signore Luogotenente gli abbia scritto ogni dí e, con quella prudenzia che in simili casi si ricerca, sollecitatolo a risolversi. [5] I tempi sono stati e sono tristi, di modo che se gli Spagnuoli non hanno corso il paese questi duoi dí sono stati ritenuti da quelli. [6] Intendonsi nondimeno deliberazioni di guerra, perché si ritrae da quelli luoghi donde per lo adietro si sono ritratti gl’altri avvisi, come e’ si sono rimossi da il volere piú venire in Toscana per il Sasso e per queste altre vie a questo luogo commode, perché sono sbigottiti dai luoghi e dai tempi; ma se ne vogliono ire per la Romagna, e poi entrare in Toscana per la Marecchia; pensono in questo cammino occupare qualche terra delle piú importante, e per poterlo fare piú al securo, pensono che riesca loro di prevenire a queste genti della Chiesa in questo modo: vogliono fare il primo loro alloggiamento al Ponte a Reno, con il quale vengono ancora a tenerci fermi e sospesi, potendo da quello luogo fare diversi cammini e diverse imprese; dipoi dividere lo esercito, e una parte ne resti quivi, mostrando volere assaltare questa città, un’altra parte giri sotto Bologna e si metta in mezzo tra Bologna e Imola. [7] Credono potere fare questo al sicuro, parendo loro in ogni parte essere piú forti di noi, e potere ancora al securo ricongiugnersi insieme, e cosí verrebbono ad essere innanzi a queste genti e trovare quelle città improviste; e una che ne espugnassino, penserebbono che l’altre facessino la voglia loro. [8] Parmi che noi siamo a quello medesimo siamo stati sempre, poi che noi fumo qui, che oggi si è inteso una loro deliberazione e appresso se ne intende un’altra contraria a quella; e però è da credere questa come l’altre che si sono dette e scritte per il passato; né si è ancora da diffidarsi che la tregua non segua. [9] Pure è necessario venire presto al termine, o dentro o fuori, per molte cagioni, e massime per potere piú facilmente rimpiastrare i Viniziani e fermare lo animo a queste genti franzese, acciò che noi non ci troviamo soli nella guerra; perché cosí come seguendo la tregua la sarebbe la salute, cosí differendo e non seguendo sarebbe la rovina. [10] Né credo sia alcuno che non conosca questo medesimo. [11] Ma i cieli, quando vogliono colorire i disegni loro, conducono gl’uomini in termine che non possono pigliare alcuno partito securo. [12] Altro non ho che dire, se non raccomandarmi alle Signorie vostre. [13] Quae feliciores sint. [14] Valete. [15] Die 27 martii mdxxvii.

[16] Servitor Niccolò Machiavegli in Bologna.

133

[1] Magnificis Dominis Octoviris etc.

[2] Magnifici Domini, etc. [3] Avanti ieri scrissi a vostre Signorie. [4] Dipoi è occorso, quanto alla tregua, che tornò iarsera di campo degli Spagnuoli messer Giovanni del Vantaggio, che andò là col Fieramosca e referí dispareri e confusioni tra i capitani e i fanti; perché i fanti non volevono la tregua, e i capitani, massime quelli principali, la volevono; e che era venutosene, parte perché stava là male volentieri, parte per referire in quale termine si trovavono le cose. [5] Stanotte dipoi ad ore cinque venne avviso come questa mattina si levavano, e che venivono al Ponte a Reno per fare quella divisione della quale detti per l’ultima mia notizia a vostre Signorie. [6] Questa mattina dipoi non si sono levati altrimenti, ma s’intende che si leveranno domattina e che vogliono tornare adietro, e per la Carfagnana entrare in Toscana, per le ragioni che digià scrissi di questa cosa a vostre Signorie; tanto che si ha incertezza grande di quello abbino a fare. [7] Oggi dipoi a mezzodí è venuto un trombetto mandato da Borbone con lettere allo Illustrissimo Legato, e per quelle gli fa intendere quanto egli ha desiderato la pace, e la fatica che gli ha durata per fare contenti quelli soldati a questa tregua, e che in effetto non ha potuto fargli contenti, mostrando che bisogna piú danari; né dice il numero; e perciò prega la sua Signoria non si maravigli se domattina il campo si muove, che è per non potere fare altro; e consiglia che sia bene fare intendere tutto a Roma, acciò che il Viceré e il Papa possino con nuove convenzioni contentare quelle genti, dicendo che il simile farà egli. [8] Onde, Magnifici Signori miei, e’ pare ad ognuno qui che la tregua sia spacciata e che si abbia a pensare alla guerra, tanto che Iddio ne aiuti in modo che diventino piú umili; perché pare che in questi nuovi accordi si trattano, ci conviene spendere questi danari in questi fanti; e dipoi volendo che costoro accettassino una tregua converrebbe avere almanco, oltre a questo pagamento de’ fanti, almeno 100 mila fiorini nella scarsella. [9] E perché questo non può essere, egli è pazzia perdere tempo in uno mercato dove abbia dipoi a non si potere colorire per difetto di danari. [10] Siché pensino vostre Signorie alla guerra, riguadagnino e’ Viniziani, assicurigli in modo che le loro genti, che hanno ripassato il Po, tornino negli aiuti nostri; e pensino che cosí come questa tregua, avendo lo effetto, era la salute nostra, cosí non si concludendo e tenendoci sospesi è la rovina. [11] Valete. [12] Die 29 martii 1527.

[13] Servitor Niccolò Machiavegli in Bologna.

134

[1] Magnificis Dominis Octoviris etc.

[2] Magnifici Domini, etc. [3] I nimici non si sono mossi, secondo che per quella di ieri scrissi che dovevono fare: credesi ne sieno state cagioni nuove acque e nuove nevi che tutta questa notte passata sono venute. [4] Non si sa pertanto se moveranno domani, ma si sa questo, che gli stanno quivi con una grandissima dificultà, e tanta che pare impossibile che vi stieno; e quello che gli doverrebbe piú spaventare è che non possono mutare alloggiamento che megliorino. [5] E sanza dubbio, se queste dificultà si accrescessino in qualche modo da la parte nostra, che rovinerebbono; ma la trista nostra sorte fa che noi ci troviamo in termine da non potere fare cosa buona. [6] Per il che il Luogotenente vive in angustie grandi, e riordina e rimedia a tutte quelle cose che può: e Dio voglia che possa fare tanto che basti. [7] Da il Fieramosca e della tregua non s’intende altro: e però circa questa parte non ho che dirvi altro. [8] Credesi bene per ciascuno che sia necessario volgersi tutto alla guerra, poiché per la perfidia d’altri e’ non è riuscita quella pace che era tanto utile e tanto salutifera. [9] Ma non bisogna differire a risolversi punto, ma farlo subito, e mostrare a ciascuno che non si ha piú a pensare a pace, e usarci dentro tali termini che i Viniziani e il Re non abbino mai piú a dubitare di accordi contro alla voglia loro; e quando questo si faccia, e che riesca subito il riguadagnarsi i Viniziani, e in modo che venissino gagliardi agli aiuti nostri, questo impedimento che il temporale dà a’ nimici sarà utile: perché ci potrebbe dare tanto tempo che noi uniti saremo sufficienti a tenergli; perché veggono vostre Signorie che oggi fa 15 dí era il dí destinato al passare, e non hanno potuto farlo: siché si potrebbe facilmente sperare che altri 15 dí queste medesime cagioni gli tenessino, se non quivi dove sono, almeno di qua da l’alpe; ma conviene, come ho detto, spendere questo tempo bene, altrimenti la rovina si differisce, e fia tanto maggiore, quanto i corpi per la lunga infirmità fieno meno atti che non erano un tempo fa a sopportarla. [10] Valete. [11] A dí 30 di marzo 1527.

[12] Servitor Niccolò Machiavegli in Bologna.

135

[1] Magnificis Dominis Octoviris etc.

[2] Magnifici Domini, etc. [3] Tre dí sono che io non ho scritto alle Signorie vostre, perché subito che gli nimici mossono da San Giovanni, il Signore Luogotenente mi mandò qui per ordinare gli alloggiamenti delle genti che dovevono venire. [4] E le Signorie vostre aranno inteso per sue lettere come detti nimici alloggiorno al Ponte a Reno d’avanti ieri, e ieri non si mossono, e il Signore Presidente con il Marchese di Saluzzo e il Conte di Caiazzo e tutte l’altre genti se ne vennono qui; e in Bologna sono rimase le fanterie del Signore Giovanni, e quelle che ordinariamente vi erano. [5] Oggi non s’intende per ancora che li nimici sieno mossi: credesi o che non abbino mosso o che gli abbino fatto poco cammino, tanto che in duoi alloggiamenti e’ non ci arriveranno. [6] Qui, come s’intende la venuta loro, si lascerà millecinquecento fanti, e il Conte di Caiazzo con la sua fanteria si è mandato a Ravenna; e cosí si andrà secondando e provedendo, tanto che non riesca loro di prendere alcuno luogo importante; il che se non riesce, conviene che rovinino, o che paia loro l’accordo fatto buono; il quale, poiché la fortuna nostra cattiva ha voluto che non segua, bisogna piú aiutarlo con il mantenere la guerra che con il mostrare di desiderarlo; perché si è scoperto lo animo loro tristo verso di Italia, e massime verso cotesta città, la quale si hanno promessa in preda; e infino che non ne sono sgannati, non cederanno mai a partiti ragionevoli, se già l’autorità del Viceré, con qualche modo che io non so quale si possa essere, non gli movesse; perché si crede che lui, il Fieramosca e il Marchese del Guasco vadino di buone gambe, sendo egli venuto a Roma, e il Fieramosca avendo fatto, secondo che gli ha scritto, lo impossibile; e del Marchese ci è questo riscontro: che avendo domandato uno salvocondotto per andarsene a Napoli per la Romagna, e non essendo ancora partito, lo ha mandato a domandare di nuovo, pregando gli sia fatto per Firenze e per Roma, ché vuole parlare al Papa e ragionare con lui di queste cose, dolendosi forte della malignità di quelli che perturbono detta pace. [7] Tutte queste cose sono buone, e sono per aiutare fare ravvedere dette genti, quando la guerra non si abbandoni; altrimenti non si può prudentemente sperare di avere da loro accordo sopportabile; perché quale accordo volete voi sperare da quelli nimici che, essendo fra voi e loro ancora l’alpi, e avendo le vostre genti in piè, vi domandono centomila fiorini fra 3 dí, e 150 mila fra dieci dí? [8] Quando e’ fieno costí, la prima domanda che faranno sarà tutto il mobile vostro, perché sanza dubbio, e cosí non fussi egli, e’ vengono innanzi tirati solo da la speranza della preda vostra, e non ci sono altri rimedi a fuggire questi mali che sgannarli; e quando e’ si abbia a fare questo, è pure meglio sgannarli con queste alpi che con coteste mura, e tutte quelle forze che si hanno, adoperarle qua per tenerli di qua, dove, se si tengono non molto tempo, conviene che si resolvino; perché ci sono avvisi di luoghi certi che se non riesce loro per tutto questo mese occupare luoghi grossi – che non riuscirà loro se altri non si abbandona – di necessità conviene che caschino; né vi mancherà mai, quando il difendervi di qua da le alpi non vi riesca, le forze che voi arete di qua condurle in costà. [9] E mi ricorda nella guerra di Pisa che, stracchi i Pisani per la lunghezza di quella, cominciorno a ragionare fra loro di accordarsi con voi; il che presentendo Pandolfo Petrucci, mandò messer Antonio da Venafro a confortagli al contrario. [10] Parlò messer Antonio loro publicamente, e dopo molte cose disse ch’eglino avieno passato un mare pieno di tempesta e ora volevono affogare in una pozzanghera. [11] Non dico questo perché io pensi che cotesta città sia per abbandonarsi, ma per darvi certa speranza di salute, quando e’ si voglia piú tosto spendere dieci fiorini per liberarvi securamente, che 40 che vi legassino e distruggessino. [12] Raccomandomi alle Signorie vostre. [13] Quae bene valeant. [14] Die secunda aprilis 1527.

[15] Servitor Niccolò Machiavegli in Imola.

136

[1] Magnificis Dominis Octoviris etc.

[2] Magnifici Domini, etc. [3] Per altre mie aranno vostre Signorie inteso quanto è occorso. [4] Per la presente si fa intendere come li nimici non partirono ieri dello alloggiamento dove erano venuti fra Imola e Faenza, dove erano venuti il dí davanti; tale che si dubitò assai che non volessino voltare alla via di Toscana. [5] Mandorno loro trombetto a Faenza a domandare per parte di Borbone tre cose: l’una, è che dessino passo securo rasente la terra; l’altra, vettovaglie per li loro danari; la terza, che ricevessino dentro gli loro infermi per curarli. [6] Furono negate loro tutte a tre. [7] E benché quel popolo sia stato un poco spiacevole nello ubbidire a ricevere guardia di soldati, nondimeno l’ha poi ricevuta, e si è mostro animoso a volersi difendere. [8] Questa mattina dipoi detto campo de’ nimici venne infino propinquo a Faenza ad un tiro di falconetto, dipoi si volse in su la man stanca, e ha preso il cammino da basso verso Ravenna in modo che noi siamo sicuri per ora che non passino in Toscana. [9] Siamo ancora quasi che securi che non sono per prendere alcuna di queste terre di Romagna, perché, cosí come si è provisto Faenza, Imola e Furlí, cosí si provedrà Ravenna, Cesena e Rimini, e quelle che non si fussino ad ora a provedere per via di terra, si provedranno per via di mare; talmente che se ne può stare securo, se qualche straordinario accidente non nasce. [10] Il Conte Guido, a questa ora, con le genti si trovava a Modona e con le fanterie del Signore Giovanni che si lasciorno a Bologna, debbe essere arrivato ad Imola. [11] Noi siamo qui in Furlí con i Svizzeri e genti franzesi, e si combatte con assai dificultà. [12] Questi capi, come si spiccono da Luogotenente, esequiscono o tardi o male le cose ordinate. [13] Questi soldati sono insopportabili; questi popoli ne sono in modo impauriti che con dificultà gli ricevono. [14] Gli soldati de’ Confederati vanno a rilento, per dubitare di questa tregua, e la fama della venuta del Viceré gli arebbe al tutto alienati, se il Luogotenente non la avesse porta loro in modo che si persuadono che non abbia a fare effetto alcuno. [15] Intendevasi ancora che il Duca d’Urbino sollecitava di venire a questa volta, ma si dubita che non raffreddi, come sente la tregua per la venuta del Viceré ribollire. [16] Pure nondimeno, andando i nimici verso casa sua, lo doverrieno fare piú sollecito. [17] Tanto è che le commodità che noi abbiamo di essere signori delle terre, di avere il paese aperto, di avere avuti danari, di avere assai soldati e pratichi, tutte ci sono tolte da lo essere in piú parti e poco confidenti l’uno dell’altro. [18] Da l’altra parte, le incommodità che hanno i nimici di avere il paese chiuso, di morirsi di fame, di non avere danari, tutte sono vinte da essere loro uniti e insieme, e sopra ogni opinione umana ostinatissimi; la quale loro ostinazione, se sarà vinta da la venuta di questo Viceré, sarà una buona e felicissima novella. [19] Valete. [20] Die viii aprilis 1527.

[21] Avevo lasciato indietro scrivere a vostre Signorie come gli nimici entrorono ieri in Berzighella, che era vòta di uomini e di robe, e quella arsono; e la rocca ebbono a patti, e non gli osservorono. [22] Iterum valete.

[23] Servitor Niccolò Machiavegli in Furlí.

137

[1] Magnificis Dominis Octoviris etc.

[2] Magnifici Domini. [3] Avanti ieri scrissi alle Signorie vostre. [4] Ieri non si mossono i nimici, e presono a’ patti Russi e Cutignuola, dove aranno trovato qualche vittovaglia da potersi un poco pascere, e sono ancora in lato che in uno alloggiamento potrieno campeggiare qualunque l’una di queste tre terre, cioè Furlí, Faenza e Imola. [5] Sono 12 ore e non sono ancora mossi, né si sa quello che oggi si faranno. [6] Aspettasi con desiderio questo accordo, del quale a chi è qua pare che ce ne sia un grandissimo bisogno. [7] Raccomandomi alle Signorie vostre. [8] Quae bene valeant. [9] In Furlí, a dí x di aprile mdxxvii.

[10] Servitor Niccolò Machiavegli.

138

[1] Magnificis Dominis Octoviris etc.

[2] Magnifici Domini, etc. [3] Avanti ieri scrissi brevemente alle Signorie vostre quanto occorreva. [4] Poi non ho che scrivere altro, salvo che i nimici hanno passato questo giorno il fiume di Lamone, e ne vanno al basso verso la Marca, e faranno poco cammino all’usitato; né si crede campeggino altrimenti terre mentre sono in Romagna, perché noi siamo a tempo a fornille di guardia, ma non si crede già essere a tempo a fornire quelle della Marca; perché questo modo del procedere non è buono, quando non si può ire sempre innanzi con tanta gente che si possa lasciarne continuamente in quelli lati che si lasciono indrietro e condurne seco di quella che ti avanza; perché logoro che altri è, e che per guardare le terre dinanzi ti bisogna levare di quelle lasciate indietro, o altri non è a tempo a farlo, o e’ ne nasce disordini e inconvenienti atti a farti rovinare. [5] Qui si cominciò, per gli ordini dati dal Duca d’Urbino, a seminare questo esercito a Parma, e lo siamo venuto logorando infino qui a Furlí, dove non ci era rimasa gente da poterne lasciare, e andare con il resto innanzi a Cesena e a Rimini, perché si era mandato il Conte di Caiazzo a Ravenna, e i Svizzeri che ci erano rimasi non si possono dividere, perché non si vogliono partire l’uno da l’altro; che se si fussino potuti partire, una parte se ne lasciava qui, e con il resto si andava a Cesena; ma non potendo fare questo, ci è stato necessario cominciare a servirci delle genti lasciate indietro; e perché le terre lasciate indietro non si possono sfornire se il nimico non si è discostato in modo che non possa tornare a quelle, prima che il soccorso non vi possa tornare anch’egli, conviene stare in su gli avvisi, e fare le cose molto a punto a volere che di dietro o dinanzi non nasca disordine; e perché tali avvisi non si possono avere appunto, è impossibile che tale disordine non nasca. [6] Di qui sono nate queste variazioni delle commissioni di volere ora che i fanti di Toscana venghino, or che non venghino; di qui nacque il vòtare Imola fuora di tempo, e i sospetti che si ebbono di quella città e per consequens di Bologna. [7] Da questo nascerà che sarà im­possibile per questa via, e con questi imbaragazzamenti, defendere la Marca; a che si aggiugnerà che quelle terre sono piú debile che queste. [8] Questo modo di procedere ha mostro e mosterrà piú di mano in mano quanto quel modo che ricordò costí Pietro Navarra era migliore, e che fu scritto qua, ma non accettato dal Duca, che disse che se si faceva una testa a Piacenza di tutto il campo, i nimici non potevono venire né in Toscana né in qua, perché bastava in tutte queste terre avere messo tante genti che serrassino le porte, non le potendo quelli campeggiare con uno esercito dietro che li affamasse. [9] Tanto è che la cosa è qui, e se si va a fare guerra, e questo esercito della Lega non si unisce, ogni cosa andrà in rovina, se già qualcuna di quelle necessità che qualche volta si sono sperate non fa che i nimici si risolvino; ma questa ostinazione che si vede hanno ne toglie ogni opinione che possa essere. [10] Sono adunque le cose in termine che bisogna o riabbracciare la guerra, o conchiudere la pace, la quale, poi che altri è sí male accompagnato, non è da fuggire quando si truovi sopportabile; perché seguitando la guerra, se questo campo non si riunisce, se non si sodisfa a’ capi, se i Viniziani e il Re non diventono migliori compagni, se il Papa non fa di essere piú danaroso, si porta pericoli evidentissimi d’una strabocchevole rovina. [11] Valete. [12] Die xi aprilis mdxxvii.

[13] Niccolò Machiavegli in Furlí.

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[1] Magnificis Dominis Octoviris etc.

[2] Magnifici Domini, etc. [3] I nimici, secondo che infino a questa ora, che sono 15, s’intende, si lievono e passono il Montone, e tengono pure sotto Strada verso Ravenna e Cesena. [4] Ieri stettono fermi; e di loro ordine e disegno di procedere se ne è parlato variamente, e se ne sono avuti varii contrassegni, i quali tutti scriverrò alle Signorie vostre, non come certi, ma come intesi in quel modo che si possono intendere gl’andamenti loro, e di gente che non sia ancora quella resoluta di quello si voglia fare; perché un fine e uno desiderio si vede ch’eglino hanno, cioè di venire a cercare della loro ventura in Toscana; ma donde, e come, e quando se lo voglino fare, non si sieno infino a qui saputi o potuti risolvere. [5] Avevasi da oggi indietro opinione che, avanti vi venissino, volessino pigliare di qua un nidio che facessi loro scala al passare; accrescieva questa opinione uno romore e fama universale che gli aspettavano x cannoni da Ferrara per campeggiare una di queste terre; e benché in maggior parte si credessi che questa voce quelli capitani avessino mandata fuori per dare cagione ad il loro soprastare – il quale facevono o per le pratiche della tregua o per aspettare altre loro provisioni alla guerra –, nondimeno si pensava anche che potesse essere vero, resonando la fama di detti canoni da tante parte; e si dubitava quando avessi ad essere, o di questa terra per esserci in maggior parte Svizzeri che sono genti che malvolentieri si rinchiuggono, o per credere loro presto affamarla, perché altre cagioni non ce li poteva tirare. [6] Dubitavasi di Faenza, stimando che potessino avere avuto notizia delle pazzie di quel popolo che non ha voluto molto presidio, e quel poco ch’egli ha tratta in modo che gli è ad ogn’ora per partirsi. [7] Dubitavasi di Ravenna, per essere quella città grande, e non vi sendo piú che dumila fanti per ora, ancora che quando il caso fussi venuto, vi se ne sarebbe potuti mandare degl’altri.

[8] Tutte queste dubitazioni soprascritte sono cancellate questa mattina da uno nuovo avviso avuto da uomini venuti ora di campo e di buona discrezione, i quali riferiscono come i quattro cannoni ch’eglino avieno con loro gli hanno mandati a Luco, e che sentirno dire al Duca di Borbone, ragionando con altri capitani, che voleno sanza pensare ad altro passare in Toscana, e che verranno o per la Marecchia o per un’altra via poco distante da quella, che capita medesimamente al Borgo a San Sipolcro. [9] Farassi forza di intendere se gli è vero che i detti 4 cannoni sieno a Luco, che quando fussi, la cosa sarebbe come chiara. [10] Che venghino costà, fallo in parte credere la necessità ch’eglino hanno di fare qualche cosa, e non potere parere loro di potere in Romagna fare progresso, e anche intendere che sono sollecitati ad ogni ora dai Sanesi, i quali promettono loro, secondo che per una loro lettera intercetta si è veduto, da vivere per uno anno se vengono a questo cammino. [11] Queste gente nostre sono in lato tutte che, restando loro aperte tante vie, saranno in Toscana prima di loro; e se vostre Signorie aranno ordinato che li luoghi di Val di Tevere e di Val di Chiana importanti sieno muniti, e gl’altri si vòtino, e’ non faranno nello entrare in sul vostro maggiori progressi che si abbino fatti qua, non avendo massime artiglierie grosse con loro, tanto che si può dire che infino che non arrivino in sul Sanese, che non potranno fare effetto alcuno, e darannoci tanto tempo che quelle frontiere saranno con le genti di qua tutte munite. [12] E’ si dice che bisogna che gli uomini faccino della necessità virtú, ma se si aggiugne a virtú necessità, conviene che la virtú cresca assai, e diventi insuperabile. [13] Le Signorie vostre e cotesta città con la sua virtú sola ha difeso infino a qui e salvo la Lombardia e la Romagna; è impossibile che ora, aggiugnendosi alla virtú necessità, la non salvi se stessa.

[14] Siamo a dua ore di notte, e li nimici sono alloggiati in sul fiume del Montone, pure sotto Strada; e gli avvisi da ogni parte multiplicano che vengono alla volta di Toscana, e che gl’hanno mandate le artiglierie grosse a Luco. [15] Fa conto il Luogotenente di vedere che faccino uno altro alloggiamento: e chiaritosi affatto del cammino loro, si comincierà ad inviare il Conte Guido, che ora si truova in Imola con parte di queste genti a cotesta volta, e dietro verrem tutti in tempo che si sarà costí prima di loro. [16] E perché questo è un male preveduto, le vostre Signorie non ne possono pigliare altro spavento, perché di qua non si è mai pensato di poterli tenere che non vi venissino quando vi volessino venire; ma solo che vi venghino con manco commodità e con manco reputazione si può; il che si è fatto, perché non avendo occupata in questa provincia terra alcuna, non hanno qui luoghi che faccino loro scala a condurvisi; e cosí non hanno quella reputazione con loro che arebbono se gli avessino fatto qualche onorevole espugnazione; tanto che restono per ancora simili a quelle compagnie che, già centocinquanta anni sono, andavano sanza pigliare terre, taglieggiando o guastando i paesi. [17] Né si dubita che cotesto paese abbia ad essere meno atto a resistere che si sia stato questo; né che i favori che trarranno da Siena abbino ad offendere piú la Toscana, che si abbino offesi questi paesi i favori ch’eglino hanno tratti da Ferrara. [18] Il Duca d’Urbino, come le vostre Signorie aranno inteso, ha mandati 2 mila fanti verso il paese suo, e ci è nata qualche gelosia che non permetta a quelli suoi che provegghino questi Imperiali di viveri: il che se fusse, farebbe a questi il passare piú facile. [19] Bisogna rapportarsene alla giornata, e vostre Signorie penseranno se fusse da farci provisione alcuna costí per mezzo dello Oratore veneto. [20] Raccomandomi alle Signorie vostre. [21] Quae bene valeant. [22] In Furlí, a dí xiii di aprile 1527.

[23] Servitor Niccolò Machiavegli.

[Missione presso Francesco Guicciardini]

140

[1] Signor Luogotenente. [2] Rispose il Capitano messer Andrea a quello che per parte di vostra Signoria gli dicemmo, che delle sue galere ne aveva una a Livorno insieme con un brigantino, e le altre aveva qui, delle quali non poteva fare contratto alcuno rispetto a quelle cose che andavano attorno, perché da un’ora ad un’altra poteva nascere cosa che il Papa avesse bisogno di lui, ed essendo impegnato altrove, sarebbe con suo carico. [3] Ma che la galea e il brigantino dovea tornare da Livorno, e che allora ci potrebbe servire del brigantino.

[4] Disse ancora come la Marchesana di Mantova doveva esser qui domani, e doveva andarsene con tre galere a Livorno, sopra le quali potevamo anco andare noi; e in fine rimanemo di andare o sopra il brigantino, o sopra le galee, secondo quali di quelle prima arrivasse.

[5] Ragionammo della lettera vostra di questa mattina: disse che tutto gli piaceva pure che voi facessi il secondo alloggiamento o a Monte Mari o nelle vigne del Papa, e soprattutto si avesse mira di combattere con vantaggio; perché del pari dubita che voi non la facessi male.

[6] Ragguagliamolo delle nuove di Firenze e di Francia; mostrò di tutto rallegrarsi; e quanto a Firenze disse che se il Papa pigliava un simil partito un anno fa, che le cose sue sarebbono in altro essere.

[7] A dí 22 maggio 1527, in Civitavecchia.

[8] Niccolò Machiavelli. [9] Francesco Bandini.