Niccolò Machiavelli
XX. <Allocuzione ad un magistrato>
[1] Eccelsi Signori, magnifico Pretore, venerabili Collegi, egregii Dottori e onorevoli Magistrati. [2] Ciascuno delle Prestanze vostre può avere veduto come io, non per mia volontà, ma per espresso comandamento de’ nostri eccelsi Signori, sono venuto a parlare dinanzi a voi; il che mi alleggerisce assai lo animo, perché, come sendoci per me medesimo venuto, io meritavo di essere biasimato come presuntuoso, cosí, sendo constretto da il comandamento di questi eccelsi Signori, merito di essere, non già laudato, ma almeno scusato come ubbidiente. [3] E benché la inesperienza mia sia grande, la potenza e autorità loro è tanta che la può molto piú in me che non può quella.
[4] Non posso nondimanco fare che io non abbi dispiacere di essere redotto a parlare di quelle cose che io non ho notizia; né veggo altro rimedio a satisfare a me e a voi che essere brevissimo, a ciò che nel parlare poco faccia meno errori e manco v’infastidisca. [5] Né credo ancora che il parlare lungamente sia conveniente, perché, avendo a parlare della iustizia davanti ad uomini giustissimi, pare cosa piutosto superflua che necessaria. [6] Pure per satisfare a questa cerimonia e antica consuetudine, dico come gli antichi poeti, i quali furono quelli che, secondo i Gentili, cominciorno a dare le leggi al mondo, referiscono che gli uomini erano nella prima età tanto buoni che gli idei non si vergognorno di descendere di cielo e venire insieme con loro ad abitare la terra. [7] Dipoi, mancando le virtú e surgendo i vizii, cominciorno a poco a poco a ritornarsene in cielo; e l’ultimo che si partí di terra fu la Iustizia. [8] Questo non mostra altro, se non la necessità che gli uomini hanno di vivere sotto le leggi di quella; mostrando
che, benché gli uomini fussino diventati ripieni di tutti i vizii e col puzzo di quegli avessino cacciati gli altri idei, nondimanco si mantenevono giusti; ma con il tempo, mancando ancora la Iustizia, mancò con quella la pace: donde ne nacquono le ruine de’ regni e delle repubbliche. [9] Questa Iustizia, andatasene in cielo, non è mai poi tornata ad abitare universalmente intra gli uomini, ma sí bene particularmente in qualche città: la quale, mentre vi è stata ricevuta, la ha fatta grande e potente. [10] Questa esaltò la stato de’ Greci e de’ Romani; questa ha fatto dimolte repubbliche e regni felici; questa ancora ha qualche volta abitato la nostra patria e la ha acresciuta e mantenuta, e ora anche la mantiene e acresce. [11] Questa genera nelli stati e ne’ regni unione; la unione, potenza e mantenimento di quegli; questa defende i poveri e gl’impotenti, reprime i ricchi e i potenti, umilia i superbi e gli audaci, frena i rapaci e gli avari, gastiga gli insolenti e i violenti disperge; questa genera negli stati quella equalità, che, a volerli mantenere, è in uno stato desiderabile. [12] Questa sola virtú è quella che infra tutte l’altre piace a Dio; e ne ha mostri particulari segni, come dimostrò nella persona di Traiano: il quale, ancora che pagano e infidele, fu ricevuto, per intercessione di San Gregorio, nel numero degli eletti suoi, non per altri meriti, che per avere, sanza alcuno rispetto, amministrato iustizia. [13] Di che Dante nostro, con versi aurei e divini, fa pienissina fede, dove dice:
[14] Ivi era effigïata l’alta gloria
del principe romano, il cui valore
mosse Gregorio alla sua gran vittoria;
[15] Io dico di Traiano imperadore;
e una vedovella gli era al freno
di lacrime atteggiata e di dolore.
[16] Intorno a lui parea calcato e pieno
di cavalieri, e l’aquile dello oro
sovra esso al vento muover si vedieno.
[17] La vedovella infra tutti costoro
parea dicer[e]: «Signor[e], fanne vendetta
del mio figliuol che è morto, onde io mi accoro».
[18] E ei dicer a lei: «Ora ti aspetta
tanto ch’io torni». E ella: «O Signor mio»,
sí come donna in cui dolor si affretta,
[19] «se tu non torni?». E ei: «Chi fia dove io,
la ti farà». E ella: «L’altrui bene
che giova a te, se tu il metti in oblio?».
[20] E lui dicer alora: «Omai conviene
ch’io solva mio dovere anzi ch’io muova:
giustizia il vuole e pietà mi ritiene».
[21] Versi, come io dissi, veramente degni di essere scritti in oro, per i quali si vede quanto Idio ama e la iustizia e la piatà.
[22] Dovete pertanto, prestantissimi cittadini, e voi altri che sete preposti a giudicare, chiudervi gli occhi, turarvi gli orecchi, legarvi le mani, quando voi abbiate a vedere nel iudicio amici o parenti, o a sentire preghi o persuasioni non ragionevoli, o a ricevere cosa alcuna che vi corrompa l’animo, e vi devii da le pie e giuste operazioni. [23] Il che se farete, quando la Giustizia non ci sia, tornerà ad abitare in questa città; quando la ci sia, ci starà volentieri, né le verrà voglia di tornarsene in cielo; e cosí, insieme con lei, farete questa città e questo stato glorioso e perpetuo. [24] E però a questo io vi conforto, e per il debito dello ofizio vostro ve lo protesto. [25] E voi, ser . . . . ne sarete rogato.