La pubblicazione dell’Arte della guerra, scritta tra il 1516 e il 1520, e della trentina di Scritti politici minori, composti tra il 1499 e il 1527, nel terzo volume della Sezione I delle Opere di Niccolò Machiavelli permette di constatare la perfetta coerenza d’ispirazione fra le opere politiche e quelle di argomento militare. La riflessione politica di Machiavelli e il discorso teorico che ne deriva sono infatti inseparabili da considerazioni sull’importanza della forza militare nella creazione e nel mantenimento dello Stato.
Già per la sua formazione culturale, fortemente segnata dalla lettura degli storici latini, Machiavelli tendeva a vedere la Roma repubblicana nettamente caratterizzata dall’impronta militare e da un controllo molto stretto delle istituzioni su un esercito costituito per lo piú da cittadini romani. D’altra parte, la debolezza di uno Stato privo di armi proprie è una realtà di cui Machiavelli ha preso coscienza a partire dalla spedizione di Carlo VIII del 1494 e dal fallimento dell’esperienza politica di Savonarola (1498), che egli definirà appunto un «profeta disarmato». I primi anni di esperienza cancelleresca (1498-1503), segnati dai tentativi falliti della riconquista di Pisa con le armi mercenarie e dalla minaccia che fa correre Cesare Borgia in difesa del debole Stato fiorentino, hanno fatto prendere coscienza a Machiavelli di quanto fosse urgente creare un’armata di milizia; mentre l’esperienza diplomatica presso le corti francese e imperiale, prevalentemente negli anni 1500-1509, gli consente di rilevare l’importanza del nesso fra le buone istituzioni e gli eserciti efficienti per raggiungere la coesione interna e la potenza esterna di uno Stato. Gli Scritti politici minori permettono di seguire la genesi e l’evoluzione di questa riflessione, che si sviluppa – anche dopo il crollo della Repubblica soderiniana (1512) – sul doppio binario della politica e della teoria militare, e che raggiungerà la sua piena maturità nelle opere maggiori, e in particolare nell’Arte della guerra.
Del resto, l’originalità di questo trattato sta proprio nell’affermazione del nesso tra scienza militare e politica, nell’esigenza della sottomissione del militare al politico, nella denuncia della pericolosità di una casta militare all’interno dello Stato con le sue regole e la sua autonomia. Ma la prova piú evidente dell’implicazione politica di tutto il ragionamento dell’Arte della guerra – anche se quantitativamente predomina il discorso tecnico – compare nelle pagine conclusive dell’opera, in cui viene tracciato un ritratto spietato dello stato di decadenza, fisica e morale, dei principi italiani contemporanei.