VI. Del modo di trattare i popoli della Valdichiana ribellati

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Niccolò Machiavelli

VI. <Del modo di trattare i popoli della Valdichiana ribellati>

[1] <Lucio Furio Cammillo, doppo l’avere vinti i popoli di Lazio, quali piú volte si erano ribellati da’ Romani, tornatosene a Roma, se ne entrò in Senato e propose> quello si dovesse fare delle terre e città de’ Latini. [2] Le parole che egli usò e la sentenzia che ne diede il Senato è questa, quasi ad verbum come la pone Livio: «Padri conscritti, quello che in Lazio si doveva fare con la guerra e con le armi, tutto per benignità delli iddei e per la virtú de’ soldati nostri ha avuto il fine suo. [3] Sono morti appresso Peda e Astura gli eserciti inimici; tutte le terre e città de’ Latini e Anzio città ne’ Volsci, o prese per forza o a patti, si guardano per voi. [4] Restaci ora a consultare, perché spesso ribellandosi e’ ci mettono in pericolo, come noi dobbiamo per l’avvenire assicurarcene, o con incrudelire verso di loro, o con il perdonare loro liberamente. [5] Iddio vi ha fatti al tutto potenti di potere deliberare se Lazio debba mantenersi o no, e potere in perpetuo assicurarvene. [6] Pensate adunque se voi volete acerbamente correggere quelli che vi si sono dati, e se volete rovinare al tutto Lazio, e fare di quello paese una solitudine, donde piú volte avete tratto eserciti ausiliarii ne’ pericoli vostri, e se volete con lo esemplo de’ maggiori vostri accrescere la republica romana, faccendo venire ad abitare in Roma quelli che gli avevono vinti; e cosí vi è data occasione di accrescere gloriosamente la città. [7] Ma io vi ho solo a dire questo: quello imperio essere fermissimo che ha i sudditi suoi fedeli e al suo principe affezionati; ma quello che si ha a deliberare, bisogna deliberare presto, avendo voi tanti popoli sospesi tra la speranza e la paura, i quali bisogna trarre di questa ambiguità e preoccuparli o con pena o con premio. [8] L’offizio mio è suto operare in modo che sia in vostro arbitrio: il che è fatto. [9] A voi sta ora il diliberarne quello che torni commodità e utile della repubblica». [10] I principi del senato laudarono la relazione del consule, ma essendo causa diversa nelle città e terre ribellate, dissono non si potere consigliare in genere, ma sí in particulare di ciascuna. [11] E essendo dal consolo proposta la causa di ciascuna delle terre, fu deliberato per i senatori che i Lanuvini fossero cittadini romani, e renduto loro le cose sacre tolteli nella guerra; feciono medesimamente cittadini romani li Aricini, Nomentani e Pedani; e a’ Tusculani furono servati i loro privilegi, e la colpa della ribellione fu rivoltata in pochi dei piú sospetti. [12] Ma e’ Veliterni furono gastigati crudelmente per essere antichi cittadini romani, e ribellatisi molte volte: però fu di­sfatta la loro città e tutti i cittadini di essa mandati ad abitare a Roma. [13] Ad Anzio, per assicurarsene, mandarono abitatori nuovi al loro proposito, tolsono loro tutte le navi e interdissono loro che non ne potessino fare dell’altre.

[14] Puossi per questa deliberazione considerare come i Romani, nel giudicare di queste loro terre ribellate, pensarono che bisognasse o guadagnare la fede loro con i benefizii o trattarle in modo che mai piú ne potessero dubitare; e per questo giudicavano dannosa ogni altra via di mezzo che si pigliasse. [15] E venendo dipoi al giudizio, usarono l’uno e l’altro termine, beneficando quelli che si poteva sperare di reconcigliarli; e quelli altri, di chi non si sperava, trattando in modo che mai per alcuno tempo potessono nuocere. [16] E a questo ultimo i Romani aveano due modi: l’uno era di rovinare le città e mandare gli abitatori ad abitare a Roma; l’altro, o spogliarle delli abitatori vecchi e mandarvi de’ nuovi, o lasciandovi i vecchi, mettervi tanti de’ nuovi che i vecchi non potessero mai né macchinare, né deliberare alcuna cosa contro al senato. [17] I quali due modi dello assicurarsi usarono etiam in questo iudizio, disfacendo Veliterno e mandando nuovi abitatori in Anzio.

[18] Io ho sentito dire che le istorie sono la maestra delle azioni nostre, e massime de’ principi; e il mondo fu sempre ad un modo abitato da uomini che hanno avute sempre le medesime passioni e sempre fu chi serve e chi comanda, e chi serve malvolentieri e chi serve volentieri, e chi si ribella e è ripreso. [19] Se alcuno non credesse questo, si specchi in Arezzo l’anno passato e in tutte le terre di Valdichiana, che fanno una cosa molto simile a quella de’ popoli latini: quivi si vede la ribellione e dipoi il riacquisto come qui; ancora che nel modo del ribellarsi e del riacquistare vi sia differenzia assai, pure è simile la ribellione e il riacquisto.

[20] Dunque se è vero che le istorie sieno la maestra delle azioni nostre, non era male, per chi aveva a punire e giudicare le terre di Valdichiana, pigliare esemplo e imitare coloro che sono stati padroni del mondo, massime in un caso dove e’ vi insegnano appunto come vi abbiate a governare: perché, come loro feciono giudizio differente per essere differente il peccato di quelli popoli, cosí dovevi fare voi, e trovando etiam ne’ vostri ribellati differenzia di peccati. [21] E se voi dicessi: «Noi lo aviamo fatto», direi che si fosse fatto in parte, ma che si sia mancato nel piú e nel meglio. [22] Io giudico ben giudicato che a Cortona, Castiglione, Il Borgo, Foiano si siano mantenuti i capitoli, sieno vezzeggiati e vi siate ingegnati riguadagnarli con i benefizii, perché io li fo simili a’ Lanuvini, Aricini, Nomentani, Tusculani e Pedani, de’ quali nacque da’ Romani un simile giudizio. [23] Ma io non appruovo già che gli Aretini, simili a’ Veliterni e Anziani, non siano stati trattati come loro. [24] E se il giudizio de’ Romani merita di essere commendato, tanto il vostro merita di essere biasimato. [25] I Romani pensarono una volta che i popoli ribellati si debbono o beneficare o spegnere, e che ogni altra via sia pericolosissima. [26] A me non pare che voi alli Aretini abbiate fatto nessuna di queste cose, perché e’ non si chiama benefizio, ogni dí farli venire a Firenze, avere tolto loro gli onori, vendere loro le possessioni, sparlarne pubblicamente, avere tenuti loro i soldati in casa. [27] Non si chiama assicurarsene lasciare le mura in piedi, lasciarvene abitare e’ cinque sesti di loro, non dare loro compagnia di abitatori che li tenghino sotto, e non si governare in modo con loro che nelli impedimenti e guerre che vi fossero fatte, voi non avessi a tenere piú spesa in Arezzo che all’incontro di quello inimico che vi assaltasse. [28] La esperienza se ne vidde nel 1498, che ancora non si era ribellato, né era tanto incrudelito verso questa città; nondimeno, venendo le genti de’ Viniziani in Bibbiena, voi aveste ad impegnare in Arezzo, per tenerlo fermo, le genti del duca di Milano e il conte Rinuccio con la compagnia. [29] Di che se voi non avessi dubitato, ve ne potevi servire in Casentino, contro a’ nimici; e non bisognava levare Paulo Vitelli di quello di Pisa per mandarlo in Casentino: il che forzandovi a fare la poca fede delli Aretini, vi fece portare assai piú pericolo e molta piú spesa non aresti fatto se fossero suti fedeli. [30] Tale che, raccozzato quello che si vidde allora, quello che si è veduto poi e il termine in che voi li tenete, e’ si può sicuramente fare questo iudizio, che, come voi fussi assaltati – di che Iddio guardi –, o Arezzo si ribellerebbe, o e’ vi darebbe tale impedimento a guardarlo che la tornerebbe spesa insopportabile alla città.

[31] Se voi potete al presente essere assaltati o no, e se gli è chi disegni sopra Arezzo o no, avendone io sentito ragionare, non lo voglio lasciare indrieto. [32] <E lasciando di discorrere quei timori che possete avere dai principi oltramontani>, ragioniamo della paura che ci è piú propinqua. [33] Chi ha osservato il duca vede che lui, quanto al mantenere gli stati che egli ha, non ha mai disegnato fare fondamento in su amicizie italiane, avendo sempre stimato poco i Viniziani, e voi meno; il che, quando sia vero, conviene che e’ pensi di farsi tanto stato in Italia che lo faccia sicuro per sé medesimo e che faccia da un altro potentato l’amicizia sua desiderabile. [34] E quando questo sia lo animo suo, e che egli aspiri allo imperio di Toscana, come piú propinquo e atto a farne un regno con li altri stati che tiene – e che gli abbia questo disegno si giudica di necessità, sí per le cose sopradette, e sí per la ambizione sua, sí etiam per avervi dondolato in su l’accordare, e non avere mai voluto concludere con voi alcuna cosa –, resta ora <vedere> se gli è il tempo accomodato a colorire questi suoi disegni. [35] E mi ricordo avere udito dire al cardinale de’ Soderini che fra le altre laude che si possevano dare di grande uomo al papa e al duca, era questa: che siano conoscitori della occasione e che la sappiano usare benissimo; la quale oppinione è approvata dalla esperienza delle cose condotte da loro con la opportunità. [36] E se si avesse a di­sputare se gli è ora tempo opportuno e sicuro a stringervi, io direi di no; ma considerato che il duca non può aspettare il partito vinto, per restarli poco di tempo, rispetto alla brevità della vita del Pontefice, è necessario che li usi la prima occasione che se gli offerisce e che commetta della causa sua buona parte alla fortuna. [37] In due modi può venire al presente occasione al duca di sperare di opprimervi: <...>