XXII. Discursus Florentinarum rerum post mortem iunioris Laurentii Medices

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Niccolò Machiavelli

XXII. Discursus Florentinarum rerum post mortem iunioris Laurentii Medices

[1] La cagione perché Firenze ha sempre variato spesso ne’ suoi governi è stata perché in quella non è stato mai né republica né principato che abbi avuto le debite qualità sua; perché non si può chiamare quel principato stabile, dove le cose si fanno secondo che vuole uno e si deliberano con il consenso di molti. [2] Né si può credere quella republica essere per durare, dove non si satisfa a quelli umori, a’ quali non si satisfacendo le republiche rovinano; e che questo sia el vero si può conoscere per gli stati che ha avuti quella città dal 1393 in qua; e cominciandosi dalla reforma fatta in detto tempo da messer Maso degli Albizi, si vederà come allora le vollono dar forma di republica governata da ottimati; e come in essa fu tanti difetti, che la non passò 40 anni, e sarebbe durata meno, se le guerre de’ Visconti non fussino seguite, le quali la tennono unita; i difetti furono, intra gli altri, fare gli squittini per lungo tempo, dove si poteva fare fraude facilmente e dove la elezione poteva essere non buona; perché mutandosi gli uomini facilmente e diventando di buoni tristi, e da l’altro canto, dandosi e’ gradi a’ cittadini per piú tempo, poteva facilmente occorrere che la elezione fusse stata buona, e la tratta trista. [3] Oltra di questo, non vi era constituito un timore agli uomini grandi che non potessono fare sette, le quali sono la rovina d’uno stato. [4] Aveva ancora la Signoria poca riputazione e troppa autorità, potendo disporre senza appello della vita e della robba de’ cittadini, e potendo chiamare il popolo a parlamento, in modo che la veniva ad essere non defensitrice dello stato, ma

instrumento di farlo perdere, qualunque volta un cittadino reputato la potessi o comandare o aggirare. [5] Aveva dall’altro canto, come s’è detto, poca reputazione, perché, sendo in quella spesso uomini a­bietti e giovani e per poco tempo, e non facendo faccende gravi, non poteva avere reputazione. [6] Era ancora in quello stato un disordine non di poca importanza, quale era che gli uomini privati si trovavano ne’ consigli delle cose publiche: il che manteneva la reputazione agli uomini privati, e la levava a’ publici, e veniva a levare autorità e reputazione a’ magistrati: la qual cosa è contro ad ogni ordine civile. [7] A’ quali disordini se ne aggiungeva un altro, che importava il tutto, il quale era ch’il populo non vi aveva dentro la parte sua: le quali cose tutte insieme facevano infiniti disordini. [8] E se, come ho detto, le guerre esterne non l’avessino tenuta ferma, la rovinava piú presto che la non rovinò. [9] Surse, doppo questo, lo stato di Cosimo, el quale pendé piú verso il principato che verso la republica; e se durò piú tempo che l’altro ne furno cagione dua cose: l’una, esser fatto con il favor del populo; l’altra, essere governato dalla prudenza di due uomini, quali furno Cosimo e Lorenzo suo nipote. [10] Non di meno gli arrecava tanta debolezza lo aversi a deliberare per assai quello che

Cosimo voleva condurre, che portò piú volte pericolo di perderlo: donde nacquono gli spessi parlamenti e gli spessi esilii, che durante quello stato si feciono; e infine dipoi in su l’accidente della passata del re Carlo si perdé. [11] Doppo il quale, la città volle pigliare forma di republica, e non si appose a pigliarla in modo che fussi durabile, perché quegli ordini non satisfacevano a tutti gli umori de’ cittadini e, dall’altra parte, non gli poteva gastigare. [12] E era tanto manca e discosto da una vera republica che un Gonfaloniere a vita, se gli era savio e tristo, facilmente si poteva fare principe; se gli era buono e debole, facilmente ne poteva esser cacciato, con la rovina di tutto quello stato.

[13] E perché sarebbe lunga materia allegarne tutte le ragioni, ne dirò solo una: la quale è ch’il Gonfalonieri non aveva intorno chi lo potessi difendere, sendo buono; né chi, sendo tristo, lo potesse o frenare o correggere. [14] La cagione perché questi governi sono stati tutti defettivi è che le riforme di quegli sono state fatte non a satisfazione del bene comune, ma a corroborazione e securtà della parte, la quale securtà non si è anche trovata, per esservi sempre stata una parte mal contenta, la quale è stata un gagliardissimo instrumento a chi ha desiderato variare.

[15] Restaci ora discorrere quale sia suto lo stato da el xii a questo tempo e quali debolezze o gagliardie sieno state le sua. [16] Ma per essere cosa fresca e saperlo ciascuno, non ne parlerò. [17] Vero è che, sendo venuta la cosa in termine come è per la morte del Duca, che si ha da ragionare di nuovi modi di governi, mi pare, per mostrare la fede mia verso la Santità Vostra, non potere errare a dire quello mi occorre. [18] E prima dirò l’opinione di molt’altri, secondo che mi pare avere sentito ragionare, dipoi soggiungendo l’oppenione mia, nella quale, se io errassi, Vostra Santità me ne scusi per piú amorevole che prudente.

[19] Dico adunque come alcuni giudicano non si potere ordinare el piú certo governo, che quello fu ne’ tempi di Cosimo e di Lorenzo, alcuni altri lo desiderarebbono piú largo. [20] Dicono pertanto coloro che vorrebbono il governo simile a quello di Cosimo, come le cose facilmente ritornano nella natura loro; e per questo sendo naturale a’ cittadini fiorentini onorare la vostra casa, godere quelle grazie che da lei procedevano, amare quelle cose che da lei erano amate, e fattone di questo abito per 60 anni, non è possibile che, vedendo i medesimi modi, e’ non ritorni loro el medesimo animo. [21] E credono che ne possino restare pochi di animo contrario, e quelli pochi per un contrario abito facilmente spegnersi. [22] E adiungono a queste ragioni la necessità, mostrando come Firenze non può stare senza capo; e avendo ad averlo, è molto meglio che sia di quella casa che sogliono adorare che, o non avendolo, vivere in confusione, o avendolo, pigliarlo d’altronde, dove fussi meno riputazione e meno contentezza in ciascuno.

[23] Contro a questa openione si risponde, come uno stato cosí fatto è pericoloso non per altro, che per essere debole. [24] Perché se lo stato di Cosimo aveva in quelli tempi tante debolezze quante di sopra si sono allegate, in questi tempi un simile stato le raddoppia, perché la città, i cittadini, e’ tempi sono difformi da quello che gli erano allora, in tanto che gli è impossibile creare uno stato in Firenze che possa stare e sia simile a quello.

[25] La prima cosa: quello stato aveva per amico l’universale, e questo l’ha inimico; quegli cittadini non avevano mai trovato in Firenze stato che paressi piú universale di quello, e questi ne hanno trovato uno che pare loro piú civile e dove e’ si contentavano piú. [26] In Italia non era allora né armi né potenza che i Fiorentini non potessino con le loro armi, etiam rimanendo soli, sostenere; e ora, sendoci Spagna e Francia, conviene loro essere amici d’uno di quelli; e occorrendo che quel tale perda, subito restano preda del vincitore: il che allora non interveniva. [27] Erano i cittadini consueti a pagare assai gravezze; ora, o per impotenza o per dissuetudine, se ne sono divezzi, e a volergli avvezzare è cosa odiosa e pericolosa. [28] E’ Medici che governavano allora, per essere nutriti e allevati con gli loro cittadini, si governavano con tanta familiarità, che la faceva loro grazia. [29] Ora sono tanto divenuti grandi che, passando ogni civiltà, non vi può essere quella domestichezza, e per consequente quella grazia. [30] Tale che, considerata questa disformità de’ tempi e d’uomini, non può essere maggiore inganno che credere in tanta disformità di materia potere imprimere una medesima forma. [31] E se allora, come di sopra si disse, ogni dieci anni portorno pericolo di perdere lo stato, ora lo perderebbono. [32] Né credino che sia vero che gli uomini facilmente ritornino al modo del vivere vecchio e consueto, perché questo si verifica quando il vivere vecchio piacessi piú che il nuovo; ma quando e’ piace meno, non vi si torna se non forzato, e tanto vi si vive quanto dura quella forza.

[33] Oltre di questo, benché sia vero che Firenze non può stare senza capo, e che quando si avessi a giudicare da capo privato a capo privato, ella amassi piú un capo della casa de’ Medici che d’alcuna altra casa, nondimanco, quando si giudichi da capo privato a capo publico, sempre piacerà piú il capo publico, tratto di qualunque luogo ch’il capo privato.

[34] Giudicano alcuni non si potere perdere lo stato senza l’assalto di fuora, e credono poter essere sempre a tempo a fare amicizia con chi gli assaltassi. [35] Di che s’ingannano forte: perché il piú delle volte non si fa amicizia con chi può piú, ma con quello che ha allora piú commodità di offenderti, o che piú l’animo e la fantasia t’inclina ad amare. [36] E facilmente può occorrere che quel tuo amico perda e, perdendo, rimanga a discrezione del vincitore; e che quello non voglia accordo teco, o per non avere tu tempo a chiederlo, o per odio che gli abbi contratto contro di te, mediante l’amicizia avevi con li nimici suoi. [37] Averebbe Lodovico duca di Milano fatto accordo con il re Luigi XII di Francia, se lo avessi potuto avere. [38] Averebbelo fatto con quel medesimo il re Federigo, se lo avessi trovato. [39] E l’un e l’altro perdé lo stato per non potere accordare, perché nascono mille casi che t’impediscono tali accordi. [40] In modo che, discorso tutto, non si può chiamare tale stato né sicuro, né stabile, avendo tante cagioni di instabilità, talmente che alla Vostra Santità, né agli amici di quella, non debbe potere piacere.

[41] Quanto a quelli che vorrebbono il governo piú largo di questo, dico che se non si allarga in modo che diventi una republica bene ordinata, che tale larghezza è per farlo rovinare piú presto. [42] E se loro particularmente dicessino come e’ volessino che fussi fatto, io particularmente ci risponderei; ma stando in su’ generali, io non posso rispondere se non generalmente; solo voglio che questa risposta mi basti. [43] E quanto al confutare lo stato di Cosimo e questo: che nessuno stato si può ordinare che sia stabile, se non è o vero principato o vera republica, perché tutti e’ governi posti intra questi dua sono defettivi. [44] La ragione è chiarissima: perché il principato ha solo una via alla sua resoluzione, la quale è scendere verso la republica; e cosí la republica ha solo una via da resolversi, la quale è salire verso il principato. [45] Gli stati di mezzo hanno dua vie, potendo salire verso il principato e scendere verso la repubblica: donde nasce la loro instabilità.

[46] Non può, pertanto, la Santità Vostra, se la desidera fare in Firenze uno stato stabile per gloria sua e per salute degli amici suoi, ordinarvi altro che un principato vero, o una vera republica che abbi le parti sue. [47] Tutte le altre cose sono vane e di brevissima vita. [48] E quanto al principato, io non lo discorrerò particularmente sí per le difficultà che ci sarebbono a farlo, sí per essere mancato lo instrumento; e ha ad intendere questo Vostra Santità, che tutte le città dove è grande equalità di cittadini, non vi si può ordinare principato se non con massima difficultà; e in quelle città dove è grande inequalità di cittadini non vi si può ordinare republica se non con massima difficultà. [49] Perch’a volere creare una republica in Milano, dove è grande inequalità di cittadini, bisognerebbe spegnere tutta quella nobiltà e redurla a una equalità con gli altri; perché tra di loro sono tanto estraordinarii, che le leggi non bastano a reprimerli, ma vi bisogna una voce viva, e una potestà regia che gli reprima. [50] E per il contrario, a volere un principato in Firenze, dove è una grandissima equalità, sarebbe necessario ordinarvi prima la inequalità, e farvi assai nobili di castella e ville, e’ quali, insieme con el principe, tenessino con l’armi e con l’aderenzie loro suffocata la città e tutta la provincia. [51] Perché un principe solo, spogliato di nobilità, non può sostenere el pondo del principato: però è necessario che infra lui e l’universale sia un mezzo che gli aiuti sostenerlo. [52] Vedesi questo in tutti gli stati di principe, e massime nel regno di Francia, come e’ gentiluomini signoreggiono e’ popoli, e’ principi e’ gentiluomini, e il re e’ principi. [53] Ma perché fare principato dove starebbe bene republica, e fare republica dove starebbe bene principato, è cosa difficile e, per essere difficile, inumana e indegna di qualunque desidera essere tenuto piatoso e buono, io lasserò il ragionare piú del principato, e parlerò della republica: sí perché Firenze è subietto attissimo da pigliare questa forma, sí perché s’intende la Santità Vostra esserci dispostissima; e si crede ch’ella differisca il farlo, perché quella desiderarebbe trovare uno ordine dove l’autorità sua rimanessi in Firenze grande e gli amici vi vivessino securi. [54] E parendomi averlo pensato, ho voluto che la Santità Vostra intenda questo mio pensiero; acciò che se ci è cosa veruna di buono, se ne serva e possa ancora, mediante quello, conoscere quale sia la mia servitú verso di lei; e vedrà come in questa mia republica la sua autorità non solamente si mantiene, ma si accresce; e li amici sua vi restano onorati e securi; e l’altra universalità di cittadini ha cagione evidentissima di contentarsi. [55] Prego bene con reverenzia Vostra Santità che non biasimi e non laudi questo mio discorso, se prima non lo ha letto tutto. [56] E similmente la prego che non la sbigottisca qualche alterazione di magistrati, perché dove le cose non sono bene ordinate, quanto meno vi rimane del vecchio, tanto meno vi resta del cattivo.

[57] Coloro che ordinano una republica debbono dare luogo a tre diverse qualità di uomini che sono in tutte le città: cioè primi, mezzani e ultimi. [58] E benché in Firenze sia quella equalità che di sopra si dice, nondimeno sono in quella alcuni che sono d’animo elevato, e pare loro meritare di precedere agli altri, a’ quali è necessario nell’ordinare la republica satisfare; né per altra cagione rovinò lo stato passato che per non si essere a tale umore satisfatto. [59] A questi cosí fatti non è possibile satisfare, se non si dà maestà a’ primi gradi della republica, la quale maestà sia sostenuta dalle persone loro.

[60] Non è possibile dare questa maestà a’ primi gradi dello stato di Firenze, mantenendo la Signoria e i Collegi nel termine sono stati per lo adrieto: perché, non potendo sedere in quegli, rispetto al modo che si creano, uomini gravi e di reputazione se non di rado, conviene, questa maestà dello stato, o collocarla piú basso e in luoghi tran­sversali, il che è contro ad ogni ordine politico, o volgerla agli uomini privati; e però è necessario correggere questo modo, e insieme con tale correzione satisfare alla piú alta ambizione che sia nella città. [61] El modo è questo: annullare la Signoria, gli Otto della Pratica e i Dodici Buoni Uomini; e in cambio di quelli, per dare maestà al governo, creare 65 cittadini di 45 anni forniti, 53 per la maggiore e 12 per la minore, e’ quali stessino a vita nel governo nello infrascritto modo. [62] Creare di detto numero un Gonfaloniere di Iustizia per dua o tre anni, quando non paressi di farlo a vita; e i 64 cittadini che restassino, si dividessino in dua parte, 32 per parte: l’una parte governassi insieme con il Gonfalonieri un anno, e l’altra parte l’altro anno; e cosí successive si scambiassino, tenendo lo infrascritto ordine e tutti insieme si chiamassino la Signoria; che li 32 si dividessino in quattro parti, otto per parte, e ciascuna parte facessi residenzia con el Gonfalonieri tre mesi in Palazzo, e pigliassi el magistrato con le cerimonie consuete, e facessi le faccende che fa oggi la Signoria sola; e dipoi insieme con gli altri compagni de’ 32 avessi tutta quella autorità e facessi tutte quelle faccende che fanno oggi la Signoria, gli Otto della Pratica e i Collegi, che di sopra si annullano; e questo, come ho detto, fussi el primo capo e il primo membro dello stato. [63] El quale ordine, se si considerarà bene, si conoscerà per esso essersi renduto la maestà e la reputazione al capo dello stato; e si vederà come gli uomini gravi e d’autorità sempre sederebbono ne’ primi gradi, non sarebbono necessarie le pratiche degli uomini privati, il che io dico di sopra essere pernizioso in una republica: perché gli 32 che non fussino quell’anno in magistrato, potriano servire per consultare e praticare, e potrebbe la Santità Vostra mettere in questa prima elezione, come di sotto si dirà, tutti gli amici e confidenti sua.

[64] Ma vegnamo ora al secondo grado dello stato. [65] Io credo che sia necessario, sendo tre qualità di uomini, come di sopra si dice, che sieno ancora tre gradi in una republica e non piú. [66] Però credo sia bene levare una confusione di consigli, che sono stati un tempo nella vostra città: e’ quali sono stati fatti non perché fussino necessarii al vivere civile, ma per pascere con quelli piú cittadini; e pascerli di cosa che in fatto non importava cosa alcuna al bene essere della città, perché tutti per via di sètte si potevano corrompere.

[67] Volendo adunque ridurre una republica appunto con tre membra, mi pare da annullare i 70, il Cento e il Consiglio del Popolo e del Comune, e in cambio di tutti questi creare un Consiglio di 200, di 40 anni forniti: 40 per la minore e 160 per la maggiore – non ne potendo essere nessuno de’ 65 –; e stessino a vita, e fussi chiamato il Consiglio delli Scelti. [68] Il quale Consiglio, insieme con e’ 65 nominati facessi tutte quelle cose e avessi tutta quella autorità che hanno oggi e’ soprascritti Consigli, che fussino per virtú di questo annullati: e questo fussi il secondo grado dello stato; e tutti fussino eletti da Vostra Santità. [69] Onde, per fare questo, e per mantenere e regolare e’ soprascritti ordini, e quelli che di sotto si diranno, e per piú securtà dell’autorità vostra e degli amici di Vostra Santità, si dessi alla Santità Vostra e al cardinale Reverendissimo de’ Medici, per la Balía, tanta autorità, durante la vita d’ambidua, quanta ha tutto il populo di Firenze. [70] Che il magistrato degli Otto di Guardia e Balía si creassi per autorità di Vostra Santità, di tempo in tempo. [71] Ancora, per piú securtà dello stato e degli amici di Vostra Santità, si dividessi l’Ordinanza delle fanterie in dua bande, alle quali Vostra Santità di sua autorità deputassi ogni anno dua commissarii, un commissario per banda.

[72] Vedesi per le sopradette cose come si è satisfatto a dua qualità di uomini e come si è corroborata la vostra autorità in quella città e quella de’ suoi amici, avendo l’armi e la giustizia criminale in mano, le leggi in petto, e i capi dello stato tutti sua. [73] Resta ora satisfare al terzo e ultimo grado degli uomini, il quale è tutta l’universalità de’ cittadini: a’ quali non si satisfarà mai – e chi crede altrimenti non è savio – se non si rende loro o promette di rendere la loro autorità. [74] E perché al renderla tutta ad un tratto non ci sarebbe la sicurtà degli amici vostri, né il mantenimento della autorità di Vostra Santità, è necessario parte renderla e parte promettere di renderla, in modo che sieno al tutto certi di averla a riavere. [75] E però giudico che sia necessario di riaprire la sala del Consiglio de’ Mille, o almeno de’ 600 cittadini, e’ quali destribuissino, in quel modo che già destribuivano, tutti gli offizii e magistrati, eccetto ch’i prenominati 65, 200 e Otto di Balía; e’ quali, durante la vita di Vostra Santità e del cardinale, fussino deputati da voi. [76] E perché gli vostri amici fussino certi, andando a partito nel Consiglio, d’essere imborsati, deputassi Vostra Santità otto accoppiatori che, stando al secreto, potessino dare el partito a chi e’ volessino e non lo potessino tôrre ad alcuno. [77] E perché l’universale credessi che fussino imborsati quegli che lui vincessi, si permettessi ch’il Consiglio mandassi al secreto dua cittadini squittinati da lui per essere testimonii dell’imborsazioni.

[78] Senza satisfare all’universale, non si fece mai alcuna republica stabile. [79] Non si satisfarà mai all’universale de’ cittadini fiorentini se non si riapre la sala: però conviene, al volere fare una republica in Firenze, riaprire questa sala e rendere questa distribuzione all’universale; e sappia Vostra Santità che, qualunque penserà di tôrle lo stato, penserà inanzi ad ogni altra cosa di riaprirla. [80] E però è partito migliore che quella l’apra con termini e modi securi, e che la tolga questa occasione a chi fussi suo nemico di riaprirla con dispiacere suo, e destruzione e rovina de’ suoi amici.

[81] Ordinato cosí lo stato, quando la Santità Vostra e Monsignore Reverendissimo avessi a vivere sempre, non sarebbe necessario provedere ad altro; ma avendo a mancare, e volendo che rimanga una republica perfetta, e che sia corroborata da tutte le debite parti, e che ciascuno vegga e intenda che gli abbia ad essere cosí, acciò che l’universale, e per quello che se gli rende, e per quello che se gli promette, si contenti, è necessario di piú ordinare:

[82] Che gli Sedici Gonfalonieri delle Compagnie del Popolo si creino nel modo e per il tempo che si sono creati fino ad ora, facendoli o di autorità di Vostra Santità, o lasciandogli creare al Consiglio, come a quella piacesse: solo accrescendo e’ divieti, acciò si allargassino piú per la città, e ordinassisi che non ne potessi essere alcuno de’ 65 cittadini. [83] Creati che fussino, si traessi di loro 4 proposti che stessino un mese, tale che alla fine del tempo fussino stati tutti proposti; di questi quattro se ne traessi uno, il quale facessi residenza una settimana in Palazzo con gli nove Signori residenti: tale che alla fine del mese avessino fatto residenza tutti quattro. [84] Non potessino detti Signori residenti in Palazzo fare cosa alcuna lui assente; e quello non avessi a rendere partito, ma solo essere testimone delle azioni loro, potessi bene impedire loro el deliberare una causa e demandarla a tutti e’ 32 insieme. [85] Cosí, medesimamente, non potessino e’ 32 deliberare cosa alcuna, senza la presenza di dua de’ detti proposti; e loro non vi avessino altra autorità che fermare una deliberazione che si trattassi infra loro, e demandarla al Consiglio degli Scelti; né il Consiglio de’ 200 potessi fare cosa alcuna, se non vi fusse almeno vi de’ sedici con dua proposti, dove non potessino fare alcuna altra cosa, che levare da quel Consiglio una causa e demandarla al Consiglio grande, quando fussino 2/3 di loro d’accordo a farlo. [86] Non si potessi ragunare il Consiglio grande senza dodici de’ detti Gonfalonieri, sendo infra loro almeno tre proposti, dove potessino rendere il partito come gli altri cittadini.

[87] Questo ordine di questi Collegi cosí fatto è necessario doppo la vita di Vostra Santità e di Monsignore Reverendissimo, per dua cose: l’una, perché la Signoria o l’altro Consiglio, non deliberando una cosa per disunione, o praticando cose contra al bene comune per malizia, abbia appresso chi le tolga quella autorità e demandila ad un altro: perché e’ non è bene che una sorte di magistrato o di Consiglio possa fermare una azione senza esservi chi possa a quella medesima provedere. [88] Non è anche bene ch’i cittadini non abbino chi gli osservi e chi gli facci astenere dalle opere non buone. [89] L’altra ragione è che, togliendo alla universalità de’ cittadini, levando la Signoria come si fa oggi, il potere essere dei Signori, è necessario restituirgli un grado che somigli quello che se gli toglie; e questo è tale che gli è maggiore, piú utile alla republica e piú onorevole che quello. [90] E per al presente, sarebbe da creare questi Gonfalonieri per mettere la città negli ordini suoi, ma non permettere facessino l’uffizio loro senza licenza di Vostra Santità: la quale se ne potrebbe servire per farsi referire le azioni di quegli ordini per conto dell’autorità e stato suo.

[91] Oltre di questo, per dare perfezione alla republica doppo la vita di Vostra Santità e di Monsignore Reverendissimo, acciò non le mancassi parte alcuna, è necessario ordinare un ricorso agli Otto di Guardia e Balía di 30 cittadini, da trarsi della borsa de’ 200 e de’ 65 insieme: il qual ricorso potessi chiamare l’accusatore e il reo infra certo tempo. [92] Il quale ricorso, durante le vite vostre, non lo lasceresti usare sanza vostra licenzia.

[93] È necessarissimo in una republica questo ricorso, perché i pochi cittadini non hanno ardire di punire gli uomini grandi; e però bisogna che a tale effetto concorrano assai cittadini, acciò ch’il iudicio si nasconda, e, nascondendosi, ciascuno si possa scusare. [94] Servirebbe ancora tale ricorso, durante le vite vostre, a fare che gli Otto spedissino le cause e facessino iustizia: perché, per paura che voi non permettessi il ricorso, giudicarebbono piú rettamente. [95] E perché non si ricorressi d’ogni cosa, si potrebbe ordinare che non si potessi ricorrere per cosa pertinente alla fraude che non importassi almeno 50 ducati, né per cosa pertinente a violenza, che non vi fussi seguíto o frattura d’osso o effusione di sangue, o ascendessi il danno alla somma detta di cinquanta ducati.

[96] Parci, considerato tutto questo ordine come republica, e sanza la vostra autorità, che non le manchi cosa alcuna, secondo che di sopra si è a lungo disputato e discorso. [97] Ma se si considera vivente la Santità Vostra e Monsignore Reverendissimo, ella è una monarchia; perché voi comandate all’armi, comandate a’ iudici criminali, avete le leggi in petto: né so quello che piú si possa desiderare uno in una città. [98] Non si vede ancora di quello ch’ i vostri amici, che sono buoni e che vogliono vivere del loro, abbino da temere, rimanendo Vostra Santità con tanta autorità e trovandosi a sedere ne’ primi gradi del governo. [99] Non veggiamo ancora come la universalità de’ cittadini non si a­vessi a contentare, veggendosi rendute parte delle distribuzioni, e l’altre vedendo a poco a poco cadersi in mano: perché Vostra Santità potrebbe qualche volta lasciare fare al Consiglio qualcuno de’ 65 che mancassino, e cosí de’ 200 e alcuni farne lei secondo i tempi; e sono certo, ch’ in poco tempo, mediante l’autorità di Vostra Santità, che temoneggerebbe tutto, che questo stato presente si convertirebbe in modo in quello, e quello in questo, che diventerebbe una medesima cosa e tutto un corpo, con pace della città e fama perpetua di Vostra Santità: perché sempre l’autorità di quella potrebbe soccorrere a’ difetti che surgessino.

[100] Io credo che il maggiore onore che possono avere gli uomini sia quello che voluntariamente è loro dato da la loro patria. [101] Credo ch’il maggiore bene che si faccia, e il piú grato a Dio, sia quello che si fa alla sua patria. [102] Oltra di questo, non è esaltato alcuno uomo tanto in alcuna sua azione, quanto sono quelli che hanno con leggi e con instituti reformato la republica e i regni: questi sono, doppo quelli che sono stati Iddii, i primi laudati. [103] E perch’e’ sono stati pochi che abbino avuto occasione di farlo, e pochissimi quelli che lo abbino saputo fare, sono piccolo numero quelli che lo abbino fatto. [104] E è stata stimata tanto questa gloria dagli uomini che non hanno mai atteso ad altro ch’a gloria, che non avendo possuto fare una republica in atto, l’hanno fatta in scritto, come Aristotile, Platone e molt’altri: e’ quali hanno voluto mostrare al mondo che se, come Solone e Ligurgo, non hanno potuto fundare un vivere civile, non è mancato dalla ignoranza loro, ma dalla impotenza di metterlo in atto. [105] Non dà adunque il cielo maggiore dono ad uno uomo, né gli può mostrare piú gloriosa via di questa. [106] E infra tante felicità che ha date Dio alla casa vostra e alla persona di Vostra Santità è questa la maggiore: di darle potenza e subietto da farsi immortale, e superare di lunga per questa via la paterna e la avita gloria.

[107] Consideri adunque Vostra Santità in prima come nel tenere la città di Firenze in questi presenti termini vi si corre, venendo accidenti, mille pericoli; e avanti che venghino, la Vostra Santità ha da sopportare mille fastidii insopportabili a qualunque uomo. [108] De’ quali fastidii vi farà fede la Reverendissima Signoria del Cardinale, sendo stato questi mesi passati in Firenze, e’ quali nascano parte da molti cittadini, che sono nel chiedere prosuntuosi e insopportabili, parte da molti a’ quali non parendo, stando cosí, vivere sicuri, non fanno altro che ricordare che si pigli ordine al governo. [109] E chi dice che si allarghi e chi che si ristringa, e nessuno viene a’ particulari del modo del restringere o dell’allargare, perché sono tutti confusi; e non parendo loro vivere securi nel modo che si vive, come lo vorrebbono acconciare non sanno, a chi sapessi non credano: tale che, con la confusione loro, sono atti a confondere ogni regolato cervello.

[110] Per volere dunque fuggire questi fastidii, non ci sono se non dua modi: o ritirarsi con l’audienze e non dare loro animo, né di chiedere, etiam ordinariamente, né di parlare se non sono domandati, come faceva la illustre memoria del Duca; o vero ordinare lo stato in modo che per se medesimo si amministri, e che alla Santità Vostra basti tenervi la metà d’un occhio volto; de’ quali modi, questo ultimo vi libera da’ pericoli e da’ fastidii; quello altro vi libera solo da’ fastidii. [111] Ma per tornare a’ pericoli che si portano stando cosí, io voglio fare un pronostico: che sopravenendo uno accidente, e la città non sia altrimenti riordinata, e’ si farà una delle due cose, o tutte a dua insieme: o e’ si farà un capo tumultuario e subitaneo che con le armi e con violenza defenda lo stato, o una parte correrà ad aprire la sala del Consiglio e darà in preda l’altra. [112] E qualunque di queste due cose segua – che Dio guardi – pensi Vostra Santità quante morti, quanti esilii, quante estorsioni ne seguirebbe, da fare ogni crudelissimo uomo, nonché Vostra Santità, ch’è pietosissima, morire di dolore. [113] Né ci è altra via da fuggire questi mali, che fare in modo che gli ordini della città per loro medesimi possino stare fermi; e staranno sempre fermi quando ciascheduno vi averà sopra le mani e quando ciascuno saperrà quello che gli abbi a fare, e in che gli abbi a confidare, e che nessuno grado di cittadino, o per paura di sé o per ambizione, abbi a desiderare innovazione.