XXV. Instruzione d’uno che vada imbasciadore in qualche luogo.

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Niccolò Machiavelli

XXV. Instruzione d’uno che vada imbasciadore in qualche luogo.

Cosa necessaria da sapere, fatta per Nicolò Machiavegli a Raffaello Girolami questo dí 23 d’ottobre che egli ha a partire per Ispagna all’Imperadore

[1] Onorando Raffaello, le imbascerie sono in una città una di quelle cose che fanno onore a uno cittadino, né si può chiamare atto allo stato colui che non è atto a portare questo grado. [2] Voi andate ora oratore in Ispagna, in un paese disforme di modi e costumi di Italia, e a voi incognito; al che si aggiugne essere questa la prima commissione, in modo che faccendo in questo buona pruova, come ciascuno spera e crede, vi sarà onore grandissimo e tanto maggiore quanto maggiori fieno le difficultà; e perché io ho di questi maneggi qualche sperienza, non per presunzione, ma per affezione ne dirò quello ch’intenda.

[3] Lo esequire fedelmente una commissione sa fare ciascuno che è buono, ma esequirla sufficientemente è difficultà. [4] Colui la eseguisce sufficientemente che sa bene la natura del principe e di quegli che lo governono e si sa accommodare a quella: il che gli fa piú facile e piú aperta la via della udienzia, tanto che ogni impresa difficile, avendo gli orecchi del principe, diventa facile; e sopratutto si debbe ingegnare uno oratore d’acquistarsi reputazione, la quale si acquista col dare di sé esempli di uomo da bene e essere tenuto liberale e intero e non avaro e doppio, e non essere tenuto uno che creda una cosa e dicane un’altra. [5] Questa parte importa assai, perché io so di quegli che, per essere uomini sagaci e doppi, hanno in modo perduta la fede con il principe, che non hanno mai potuto dipoi negoziare seco. [6] E se pure qualche volta è necessario nascondere colle parole una cosa, bisogna farlo in modo o che non appaia o apparendo sia parata e presta la difesa. [7] Fece ad Alessandro Nasi in Francia uno grande onore lo essere tenuto uomo intero; ha fatto a qualcun altro essere tenuto il contrario una gran vergogna: la qual parte io credo che facilmente sarà osservata da voi, perché cosí mi pare che vi comandi la natura.

[8] Fanno ancora grande onore a uno imbasciadore gli avvisi che lui scrive a chi lo manda, i quali sono di tre sorte: o di cose che si trattono, o di cose che si sono concluse e fatte, o delle cose che si hanno a fare, e di queste conietturare bene il fine che debbono avere. [9] Di queste tre, due ne sono difficili e una facilissima. [10] Perché il sapere le cose poi che le sono fatte il piú delle volte con facilità si sanno, se già e’ non occorre che si faccia una lega infra dua principi in danno d’un terzo, e abbisi a tenere segreta tanto che venga il tempo d’eseguirla, come intervenne in quella lega che feciono Francia, papa, imperadore e Spagna a Cambrai contro a Viniziani, di che ne risultò la destruzione loro. [11] Queste simili conclusione sono anche difficile a poterle intendere e è necessario valersi del iudizio e della coniettura. [12] Ma sapere bene le pratiche che vanno attorno e conietturarne el fine, questo è difficile perché è necessario solo con la coniettura e con il iudizio aiutarsi. [13] E perché sono sempre nelle corti di varie ragioni faccendieri che stanno desti per intendere le cose che vanno attorno, è molto a proposito farsi amico di tutti per potere da ciascuno di loro intendere delle cose. [14] L’amicizia di simili si acquista con intrattenergli con banchetti e con giuochi, e ho veduto a uomini gravissimi il giuoco in casa sua per dare cagione a simili di venire a trovarlo e potere parlare con loro; perché quello che non sa l’uno sa l’altro, il piú delle volte tutti sanno ogni cosa. [15] Ma chi vuole che altri gli dica quello che gli intende, è necessario che lui dica ad altri quello che lui intende: perché il migliore rimedio ad avere degli avvisi è darne; e però una città, a volere che uno suo ambasciadore sia onorato, non può fare cosa migliore che tenerlo copioso di avvisi, perché gli uomini che sanno di potere trarre fanno a gara per dirgli quello che gli intendono. [16] Però vi ricordo che voi ricordate agl’Otto, allo Arcivescovo e a quegli cancellieri che vi tenghino avvisati delle cose che nascono in Italia, ancora che minime; e se a Bologna, Siena o Perugia surge alcuno accidente, ve ne avvisino, e tanto maggiormente del papa, di Roma, di Lombardia, del Regno: le quali cose ancora, benché le passino discosto dalle faccende vostre, sono necessarie e utile a sapere per quello vi ho detto di sopra.

[17] Bisognavi pertanto per questa via sapere le pratiche che vanno a torno. [18] E perché di quello che voi ritrarrete, alcuna cosa vi fia vera, alcuna falsa ma verisimile, vi conviene con il iudizio vostro pesarle, e di quelle che hanno piú conformità con il vero fare capitale, e l’altre lasciare ire. [19] Queste cose addunque, bene intese e meglio esaminate fanno che voi potrete considerare il fine d’una cosa e farne iudizio o scriverlo. [20] E perché mettere il iudizio nella bocca vostra sarebbe odioso, e’ si usa nelle lettere questo termine: che prima si di­scorre le pratiche che vanno attorno, gli uomini che le maneggiono e gli umori che le muovono e dipoi si dice queste parole: «Considerato addunque tutto quello vi si è scritto, gli uomini prudenti che si truovono qua giudicono che ne abbia a seguire il tale effetto e il tale». [21] Questa parte fatta bene ha fatto a’ mia dí grande onore a molti imbasciadori, e cosí fatta male gli ha disonorati. [22] E ho veduto ad alcuno, per fare piú le lettere grasse di avvisi, fare giornalmente ricordo di tutto quello che gl’intendono e in capo di otto o 10 dí farne una lettera: e di tutta quella massa pigliare quella parte che pare piú ragionevole.

[23] Ho veduto ancora a qualche uomo savio e pratico nelle imbascierie usare questo termine, di mettere almanco ogni dua mesi innanzi agli occhi di chi lo manda tutto lo stato e lo essere di quella città o di quello regno dove gli è oratore: la qual cosa, se fatta bene, fa un grande onore a chi scrive e un grande utile a chi è scritto: perché piú facilmente può consigliarsi intendendo particularmente le cose che non le intendendo. [24] E perché voi intendiate a punto questa parte, io ve la dechiarirò meglio. [25] Voi arriverete in Ispagna, esporrete la com­messione vostra; l’uffizio vostro è scrivere subito e dare notizia della arrivata vostra e di quello avete esposto allo imperadore e della risposta sua; e rimettervi ad un’altra volta lo scrivere particularmente delle cose del regno e delle qualità del principe, quando, per essere stati là qualche giorno, ne arete particulare notizia. [26] Di poi voi avete ad osservare con ogni industria le cose dello imperadore e del regno di Spagna e di poi darne una piena notizia. [27] E per venire a’ particulari dico che voi avete a osservare la natura dell’uomo, se si governa o lasciasi governare, se gli è avaro o liberale, se gli ama la guerra o la pace, se la gloria lo muove o altra sua passione, se ’ popoli lo amano, se egli sta piú volentieri in Ispagna che in Fiandra, che uomini ha intorno che lo consigliono e a quello che sono volti: cioè se sono per fargli fare imprese nuove o per cercare di godersi questa presente fortuna, e quanta altorità abbino con lui, e se gli varia o gli tiene fermi; e se di quei del re di Francia ha alcuno amico e se sono corruttibili. [28] Dipoi ancora è bene considerare i signori e baroni che gli sono piú al largo: che potenzia sia la loro, come si contentino di lui, e quando fussino malcontenti come gli possino nuocere, se Francia ne potessi corrompere alcuno; intendere ancora del suo fratello come lo tratta, come vi è amato, come è contento, e se da lui potessi nascere alcuno scandolo in quello regno e negli altri sua stati; intendere a di presso la natura di quegli popoli e se quella lega che prese l’arme è al tutto posata, o e’ si dubita che la possa risurgere, e se la Francia le potesse fare fuoco sotto. [29] Considererete ancora che fine sia quello dello imperadore, come gl’intenda le cose di Italia, se gli aspira allo stato di Lombardia o se gli è per lasciarlo godere agli Sforzeschi, se gli ama di venire a Roma e quando; che animo egli ne abbia sopra la Chiesa, quanto e’ confidi nel papa, come e’ si contenta di lui; e venendo in Italia, che bene o che male possino i Fiorentini sperare o temere.

[30] Queste cose tutte considerate bene, e bene scritte, vi faranno uno onore grandissimo. [31] E non solamente è necessario di scriverle una volta, ma conviene ogni dua o tre mesi rinfrescarle, con tale destrezza adiungendovi gli accidenti nuovi, che la paia prudenza e necessità, e non saccenteria.