Niccolò Machiavelli
II. Discursus de pace inter imperatorem et regem
[1] <...> pigliare la possessione di Spagna dopo la morte del re, la quale questo Arciduca crede difficilmente potere avere sanza li aiuti di Francia, per essere quello reame una sbarra fra lui e Spagna; e questa cosa può tanto nello imperadore e nel figliolo che, poi fu fatto principe di Spagna, li ha fatti piú facili, anzi, inclinarsi e volgersi tutti allo accordo. [2] Ulterius, vuole el re la ’nvestitura di Milano da lui, riconoscersi quanto a quella possessione suo suddito e per questo darli buon numero di danari, in che e’ reali di Franza, per le esperienze antiche, non hanno mezzo, purché e’ conduchino qualcosa a loro proposito. [3] Ulterius, li può dare che pascersi in Italia sopra el Viniziano, come el Frivoli e altre cose, a che lo ’mperadore aspira, che sarebbono piú di onore che di potenza se li aggiugnessi, per la quale el re ne avessi piú da dubitare. [4] Disse, ulterius, che li è chi crede el re di Francia predetto, per concludere questa pace, condescenderà ad investire el figliolo di Giovanni Galeazo del ducato, e, sotto pretesto di darlo per dota alla sua figliola che li darà per donna e per essere quello piccolo, tenervi un governatore, ché in fatto verrebbe ad esserne duca el re; e in demostrazione ne arebbe satisfatto allo Imperio.
[5] Quanto alle corruzioni colle quali tiene diviso e’ signori della Magna, giudicò non essere necessario ragionarne, per essere quelle evidenti e potissima cagione di fare lo ’mperadore meno gagliardo alla guerra e piú inclinevole alla pace, e lui tener magro di danari, che li fa tanto piú desiderare la pace. [6] Quanto alla parte dello imperadore, che sia per sé medesmo debole e che l’Imperio sia disunito, sono cose evidentissime o che non hanno bisogno d’altro comento; e però non ci si distese altrimenti. [7] Ma alla terza cosa, che lo imperadore sia per volere piuttosto una certa pace, quando la sia comunale, che una dubbia vittoria, disse che se mai nessuno giudicò essere bene, in un simile grado, lo attenersi al certo che al presente <...i>mperadore, e chi dicessi che la vittoria non fussi di Francia s’ingannerebbe di lunga; perché, non ostante che ’l re di Francia appetisca la pace per le ragione sopraddette, nasce piutosto da non volere tentare la fortuna, dove egli è per giucare quasi lo stato suo, che da essere disposto a non la tentare ad alcun modo quando la necessità lo forzassi. [8] Né, a fare un grande sforzo per opporsi allo imperio che lo assaltassi, gli nocerebbe la poca fede delle tre province prenominate perché nessuna sarebbe per muovere, né e’ baroni per alterarli el regno, se non si vedessi el fine del primo congresso: nel quale, perché lui vi potrebbe fare sforzo assai, verrebbe a restare la vittoria nelle mani della fortuna. [9] Dipoi lo ’mperadore vede e sa li umori di quelli sua signori e conosce che come sono difficili ad unirsi, uniti che fussino, sarebbono anche facili a ridisunirsi e lasciare interrotte le ’mprese; e dello onore dello imperadore vi lascerien pensare a lui, e di quello dello imperio si fa manco conto che dell’utile proprio. [10] E chi dicessi che le province malcontente e li baroni di Francia fussino per fare tumulto, avanti che vedessino el fine de la prima suffa, o che el re non avessi il modo a mettere fuora uno esercito e fare un primo sforzo contro ad ogni forza, s’ingannerebbe grandemente; perché, quanto alle mutinazioni delle terre e de’ baroni, disse che le si sogliono fare contro a chi perde la riputazione: e non prima si perde la reputazione che dopo una disfatta; né le province predette hanno capo da poterlo fare prima, né in Francia è barone che prima presummessi farlo, perché non ostante che vi sia per molte cagioni molti male contenti, tamen e’ signori che per lo addrieto ne solevono essere capi, erano tutti parte spenti, come el duca di Borgogna e Brettagna, parte piccoli o vecchi come Monsignore d’Angolen, Monsignore di Fois, Monsignore di Borbon, prince d’Orange; li altri non sono né di tanto stato né di tanto credito in Francia che, intera ancora la reputazione del re, presummessino farli contro. [11] Che quanto allo avere lui el modo a nutrire uno esercito e fare uno primo sforzo contro ad ogni uomo, disse essere manifesta cosa che sí; perché chi vuole sapere quanto costui può spendere, esamini quanto lo antecessore suo gittava via sanza avere niente cura alle sua entrate o gli ochi alle mani a chi lo maneggiava, e’ troverrà, fra le provisioni stremate e cosí ogni altra spesa diminuita, avanzare a questo re lo anno presso a quattrocentomila ducati. [12] Ècci dipoi li straordinarii, come è la decima de’ preti, che è riscossa a questa ora, o presso, sotto colore di armassi contro al Turco, che li mette in borsa 500 mila ducati o meglio, come si ritrae da’ mercatanti e uomini pratichi là. [13] E chi dicessi se fussi assaltato in piú d’un luogo e’ non potrebbe reggere etc., li si risponderebbe el re, quanto allo essere assaltato di là da’ monti, essere insuperabile per li ordini del regno suo e per le genti che potrà mettere a cavallo, durantegli la reputazione di re, rispetto a’ gentili omini, essere tutti armati e obbligati tanto tempo a servire sanza stipendio etc.; e questi fanno el numero di 4 mila o piú sanza le lance d’Ordinanza, che ne arebbe 1000 almeno delle quali si potrebbe servire, presupponendo che ne avessi 2000 in Lombardia, dove in fatto arebbe ad essere tutta la fortuna della guerra, e dove, e el regno ne are’ piú disagio, se el re piú periculo.
[14] E chi dicessi lo ’mperadore doverrebbe ad ogni modo tentare la guerra, per non ne andare a lui se non essere ributtato e al re andarne el periculo quasi del regno sendo rotto etc., si risponde che li ha anche lo ’mperadore a pensare piú là che lo essere ributtato e alla perdita dello onore, ma a tutto quello utile che ora li è proferto nello accordo, che tutto se ’l perderebbe sendo rotto; dipoi non potrebbe stare securo l’Arciduca né in Borgogna né in Fiandra con un vicino nimico potente e vittorioso, e li bisognerebbe saltare in Spagna a pigliarne la possessione. [15] Sí che, concludendo, li pare da credere ad 80 per 100 lo ’mperadore doversi piú volgere alla certa pace che alla vittoria dubbia.